Fraternità

Vide due fratelli

22 gennaio 2023 – III Domenica del Tempo Ordinario
Matteo 4,12-23; 1 Corinzi 1,10-13.17

Il Vangelo di oggi parla di luce nelle tenebre: “Il popolo che era nelle tenebre vide una grande luce”. Stiamo parlando di Gesù, naturalmente, e dell’esperienza dei primi cristiani a contatto con lui, questo Gesù che ha detto: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è qui”, che io preferisco ora parafrasare così: “Riorientate la vostra vita, perché il regno di Dio ha cominciato a raggiungervi”. Che cos’è questo regno di Dio di cui parla Gesù e che noi facciamo così fatica a vedere, soprattutto in certi giorni? Come ha iniziato a raggiungerci?
La nostra grande difficoltà a vedere questo regno di Dio deriva forse da una formidabile illusione, quella di aspettarci che questo mondo in cui viviamo possa assomigliare ad una grande cristianità universale, popolata da persone buone e praticanti, attaccate alla loro chiesa. La stessa illusione spiega l’esistenza, al tempo di Gesù, della comunità di Qumran, che si definiva la comunità dei “Perfetti”. Guarda caso vivevano in disparte tra “puri”. E oggi vediamo un desiderio simile apparire qua e là attraverso vari gruppi religiosi o comunitari che vogliono raccogliere solo i “buoni”.
Osserviamo bene Gesù. Quando viene a sapere dell’arresto di Giovanni Battista e deve lasciare il pericoloso fiume Giordano, inizia a parlare ad alta voce del regno di Dio. E dove ne parla? Nel mondo: in Galilea, chiamata Galilea delle Nazioni, perché è un luogo dove si incrociano le rotte internazionali, dove ebrei e gentili si mescolano, dove incontra persone indebolite e malate, dopo aver lasciato la zona confortevole del proprio ambiente familiare. È come se solo sperimentando momenti difficili, sfide formidabili e tensioni dolorose, gli umani riescano a discernere la luce nel buio.
“Il regno di Dio ha cominciato a raggiungervi”, dice Gesù e la teologia tradizionale aggiunge una “marca temporale”: parla di un “già” legato ad un “non ancora”. Perché questa distinzione? Perché il regno di Dio inizia per noi appena lo scorgiamo e corrisponde al gesto di Gesù di cercare Simon Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni: per due volte, due fratelli, quasi a risanare l’antica rottura, che riguardava proprio la fratellanza. Fin dal Genesi, i fratelli portano nel loro DNA l’inimicizia: Caino e Abele, Sem, Cam e Jafet, Ismaele e Isacco, Esaù e Giacobbe, Lia e Rachele, Giuseppe e i suoi fratelli.
Gesù inizia a fare discepoli scegliendo due coppie di fratelli. Si chiarisce così anche perché – luce del regno che iniziamo a scorgere – più tardi chiederà: “Chi sono i miei fratelli?”
E a me stesso chiedo: “E chi sono i miei?”
Le domande poste da Paolo ai Corinzi in forma retorica tendono a far emergere il comune travisamento della prospettiva sulla fraternità. I Corinzi sono esortati a superare le divisioni che contaminano la chiesa, danneggiano l’unità della comunità e minano l’annuncio del Vangelo; si tratta soprattutto di divisioni causate da dispute intellettuali che finiscono con il mettere in competizione i servi di Dio, generando discordia. Il nucleo della fraternità, dell’unità in senso cristiano, non risiede affatto nel decidere chi ha “più ragione” o chi è “più bravo”, ma nel rispettare la diversità dell’altro, ritrovando il pieno significato della comune origine nella scelta di seguire il vangelo.

Anche oggi abbiamo difficoltà a vivere l’unità nella Chiesa, perché ciascuno rivendica l’appartenenza ad una corrente: progressisti, tradizionalisti, con questo o quel papa, con questo e quel movimento.

Tra l’altro siamo anche nell’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani… ma che coincidenza…!

Scarica qui il commento scritto il 26 gennaio 2020

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Testimonianza

Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo.

15 gennaio 2023 – Seconda Domenica del Tempo Ordinario
Gv 1,29-34

Che dire? Santi, malgrado noi?
I Corinzi erano molto lontani dalla santità, come del resto si vede attraverso tutta l’epistola, ma erano considerati tali dall’apostolo Paolo, santi non per le loro prestazioni o performances spirituali, ma perché hanno creduto nel Signore Gesù Cristo.
Paolo e Sostene scrivevano alla chiesa di Corinto…
A proposito di una nuova Corinto, qualche sera fa, un amico mi ricordava che in passato si parlava di “professionisti della testimonianza”, designando con questa espressione i preti che testimoniavano per i cristiani del loro contesto di appartenenza e i missionari che testimoniavano fuori da quel contesto: laggiù, per i “pagani”. Quindi, se non eri prete, né missionario, potevi pregare per loro, fare delle offerte e così collaboravi alla testimonianza degli uni e degli altri.
Però lui, il mio amico, aveva qualche perplessità, o meglio, una domanda da farmi.
“Ho sempre vissuto qui – diceva – ma esattamente di cosa dovrei essere testimone? E poi tu, laggiù, hai incontrato solo “pagani”?”
In effetti finché sono stato “laggiù” o “fuori”, molto lontano da qui, questa domanda non mi riguardava, non era davvero un problema mio, era una questione distante ed esterna.
“Il mio problema – continuava il mio amico – si trova molto vicino a me: sono io, cioè la mia posizione rispetto a Dio e alle persone a cui dovrei portare la mia testimonianza.”
Quale Dio? Non lo sapeva più. Sì, certo, sapeva chi era Dio, aveva imparato, aveva studiato, ma che posto aveva Dio per lui nel suo vivere quotidiano?
Si chiedeva, cosa ne avesse fatto di Dio e della religione. In ultima analisi, cosa avesse fatto di se stesso e delle sue relazioni col mondo. Era così sicuro di se stesso? Era così sicuro di Dio?
C’era una relazione tra lui e Dio? Pregava? Ascoltava? Troppa “realtà” ingombrava il suo tempo, troppe cose da fare, troppe preoccupazioni.

Dopo un po’, non esente da qualche milligrammo di esasperazione, gli ho chiesto:
“Hai bisogno di un altro che testimoni di te davanti a Dio? Posso dirgli che sei una brava persona!”
Atterraggio: cercava se stesso. S’era perso per strada.

Io credo non esistano professionisti della testimonianza, ci sono solo dilettanti che gridano nel deserto, senza neanche sapere… si parla di se stessi e solo raramente di Dio, finché, come è capitato al Battista, vediamo un segno che squarcia la nostra incoscienza.

Era un ragazzo eccezionale, quel Battista! Al di qua del Giordano, nella terra di Erode, i romani avevano mille orecchi e governavano con pugno di ferro, Israele nel frattempo straparlava. Improvvisamente Giovanni Battista si riconobbe, primo tra tutti, profeta di un Dio vivente, fattosi uomo. I farisei dicevano che i profeti tacevano da diversi secoli. Gli anziani saggi erano diventati ripetitori della tradizione di Mosè. Il compito era la conservazione di una tradizione immutabile…
Ed ecco che il cielo si riapre, come ai tempi antichi: un profeta annuncia la parola di Dio per l’oggi e la sbatte in faccia, a tutti … Anche a me, ma non importa: meglio! Chi ascolta è molto “fortunato”, un ascolto veramente provvidenziale. Chi è il Battista? Forse Mosè che torna? Forse Elia reincarnato?.
Forse il Cristo? Chi è? – Lascialo parlare, attrae uomini giusti e pii…
I tempi sono maturi… basta con le promesse finte e vuote, basta con la precarietà crescente, basta con i paracadute d’oro, basta con le disgrazie senza nome e i depistaggi… Lasciamo che ci dica lui stesso chi è!
Ma Giovanni non testimonia di se stesso, e non si allontana, non rifiuta di dire chi è: non è il Cristo, non è Elia, non è Mosè, né qualsiasi altra persona, è solo “una voce”, neppure originale, perché ripete un versetto della Bibbia, è una voce, che testimonia di qualcuno che non conosce, ma solo “riconosce” da un segno corrispondente a ciò che ha ascoltato e visto.

Come si riconosce una voce simile? Come so di non essere delirante?
Se è Dio non fa paura, non ammalia, non parla male di alcuno, dona la pace e la capacità di voler bene. Soprattutto è una voce che non parla di te, ma annuncia qualcun altro.
Il suo battesimo? Nient’altro che acqua. Un segno, un indicatore di un altro battesimo e un altro battezzatore. Attesta che Gesù di Nazaret è il Figlio di Dio, e non importa neanche se non capiamo in tutta la portata dell’espressione che cosa sia “il Figlio di Dio”, almeno non più di quanto capiamo cosa sia l’“Agnello di Dio”, ma è: “è Lui”, non: “sono io”! La nostra stessa identità è in quest’uomo, ed è esattamente ciò di cui testimonia Giovanni.
Qual è il fondamento della verità della mia vita?
Qual è la base della verità della tua vita? Domanda infinitamente, intimamente personale. Nessuno può rispondere per un altro. Soltanto chi riceve la domanda per sé può tentare di rispondere, come fece Giovanni prima che i farisei venissero a indagare.
Chi sono? So che la risposta è destinata a decentrarmi, che mi gira e mi rigira completamente, verso qualcun altro: il vuoto, o Gesù Cristo? La risposta di fede non è una teoria … 
Chi dovrei essere? Cosa dovrei testimoniare?
Non ho più niente da guadagnare e non ho più niente da perdere, ma tutto da vivere. Il “me” e l’“io” non mi riguardano più alla maniera consueta.
Solo una cosa diventa davvero centrale, cruciale: “è Lui”, in me e negli altri.

Alla fine, cosa vuol dire “testimoniare”?
In tutto è Lui: via, verità e vita, fin dall’inizio.

NB: immagine di copertina, Rouault Georges (1935), Christ et pauvres, in Mystic masque : semblance and reality in Georges Rouault, 1871-1958, Chestnut Hill, MA : McMullen Museum of Art, Boston College ; [Chicago] : Distributed by University of Chicago Press, 2008, (p.584).

Scarica qui la riflessione sul Vangelo del 19 gennaio 2020

Discesa ardita?

In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone

8 gennaio 2023 – Battesimo del Signore
Mt 3,13-17; At 10,34-38

Alcuni testi rabbinici, ricollegandosi all’azione dello Spirito durante la creazione, paragonano il Suo movimento a quello di una colomba che vola sui suoi piccoli da vicino, ma senza toccarli. Lo Spirito di Dio che aleggia sulle acque primordiali, scenario grandioso che apre il racconto biblico, è qui evocato attraverso l’immagine di una colomba che si libra nell’aria, scendendo da uno squarcio nel cielo. Sono versetti che suggeriscono con forza poetica tutta l’alterità dello Spirito rispetto all’uomo e allo stesso tempo tutta la vicinanza amorosa al Nazareno.
Il testo è breve, appare semplice, pacificante, in netto contrasto con quanto lo precede, con la predicazione brusca, perfino violenta del Battista che annuncia il giudizio divino e il battesimo del fuoco; dopo ci sarà la lotta di Gesù contro il nemico nella durezza del deserto.
Qui, con un breve scambio tra Gesù e Giovanni, siamo improvvisamente introdotti nello spazio di un incontro, di un riconoscersi, di un parlare una lingua comune.

La parola “battesimo” significa “tuffo”, “immersione”. Gesù di Nazaret, il figlio prediletto in cui lo Spirito si compiace, si trova anonimo tra una folla in cerca di parole di salvezza, persone animate dal desiderio di cambiare il corso delle loro vite; credono che il Battista ne indichi giustamente la via attraverso il pentimento e la conversione.
Spesso abbiamo creduto che la conversione fosse una riparazione sul cammino individuale; se fosse invece soprattutto una svolta per convergere tutti verso un fine comune, un camminare finalmente insieme? Se tutti noi sentissimo la necessità quasi “ancestrale” di raggiungere il Giordano, frontiera da attraversare della terra promessa?
Immergersi nell’acqua del Giordano sarebbe allora il segno di questa volontà di convergere insieme verso una vita rinnovata. Entrare ed uscire dall’acqua esprimerebbe l’intenzione di partecipare a un cambiamento epocale che potrebbe veramente attenderci a livello universale, perché è chiaro che non ci si salva da soli, ma soprattutto non ci si salva facendo in maniera esclusiva il proprio interesse o quello della propria classe sociale. Ancora prima di essere una convinzione di fede, questa idea è un compito da realizzarsi e spetta a tutti, conviene a tutti, non solo alla cristianità.
È necessario rendersene conto e arrendersi a questa possibile soluzione convergente. Perché?
Perché la società contemporanea non è stata ancora capace di costruire “dispositivi” atti a fermare l’inciviltà. Prova ne sia che non si riesce ancora a fermare la guerra e il vero motivo è che la società, dopo aver operato una critica globale di tutti i valori, non è stata in grado di fondarne di migliori.
E ci sono altre domande: perché il Nazareno è andato ad immergersi nel Giordano come tutti gli altri? Questa sarebbe la giustizia che doveva esser fatta e che si sarebbe compiuta alla fine dei tempi, periodo nel quale saremmo ancora immersi?

La presenza di Gesù sulle rive del Giordano con la folla significa che egli abbraccia la condizione umana, non si sottrae alla sua missione di condividere il destino dell’uomo per poterlo definitivamente volgere al bene. Gesù si “tuffa” nella nostra condizione comune, mediocre, contorta, contraddittoria, quella di tutta l’umanità e ne esce Redentore per tutti noi. In quel momento una voce lo designa non come figlio di Giuseppe e Maria, ma come figlio amato di Dio e lo Spirito aleggia su di lui in segno di una nuova creazione, di una svolta possibile, anzi certa, per l’umanità intera.

È solo questione di tempo …
Gesù avrebbe potuto dire ai testimoni di questa scena: “Voi non sapete chi sono io!”.
Invece niente del genere: non sceglie di farsi adulare, di dominare, sottomettere, forzare o costringere. È venuto a servire la causa umana, cioè a fare la volontà del Padre, lo ripete incessantemente; fare la volontà del Padre vuol dire soprattutto servire l’umanità.
L’apostolo Pietro, parlando al centurione Cornelio, il primo pagano a entrare nella Chiesa, dirà: “Dal giorno del suo battesimo, Gesù è passato in mezzo a noi, facendo del bene”. Guarisce, allevia, riconcilia e ascolta i piccoli, gli umili, i malati, tutti coloro che per fragilità loro e altrui sono stati emarginati. Soprattutto, come ancora Pietro dice in Atti 10,43, i requisiti per la salvezza sono condivisi tra “chiunque crede in lui”, e Pietro stesso condivide la buona novella tra tutti coloro che incontra, pagani compresi, affinché anche loro possano credere e salvarsi insieme agli altri.

Non finiremo mai di meditare sull’incarnazione del Figlio di Dio, che è sorta tra le pieghe delle nostre vite ordinarie e allo stesso tempo uniche.
Non possiamo disertare la storia, così caotica, spesso dolorosa, a volte rivoltante, ma anche magnifica e piena di promesse che aprono il futuro, rilasciando speranza.
Non spegniamo il fuoco dello Spirito, non disertiamo la novità di ogni mattino, lamentando la banalità e l’oscurità delle giornate o dei tempi.
Diciamo no alle assurdità, alle sofferenze inflitte da uomini ad altri uomini, all’ingiustizia palese, alla presunta fatalità del male e della schiavitù. Cominciamo col guardare subito e vicino a chi soffre più di noi e facciamo il nostro possibile perché stia meglio, lasciamo la preoccupazione per noi stessi a qualcun altro, perfino se non sappiamo ancora chi è.

“In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone”
Sarà stata ardita la Sua discesa o sarebbe troppo ardita la nostra risalita?

NB: puoi scaricare qui il commento al vangelo del 12 gennaio 2020

La pienezza del tempo

Dove sono dunque le vostre manifestazioni di gioia?

1° gennaio 2023 – Maria Santissima Madre di Dio
Lc 2,16-21; Gal 4,4-7

La “pienezza del tempo”, secondo l’espressione di Galati 4,4, si realizza con l’invio del Figlio. I pastori vivono la pienezza del tempo tornando, lodando, glorificando il Signore.

Le letture di oggi ripropongono a chiare lettere la gioia del Natale. Mi chiedo allora: il mantice delle nostre attese che ha dato aria alla fede è ancora in movimento? Se il suo movimento era stato generato dall’aspettativa di luci, banchetti, feste e doni, il mantice potrebbe fermarsi, per stanchezza, per esaurimento d’aria, per asfissia o per assuefazione. Se manca il soffio, manca lo spirito. Era di questo tipo la gioia?
Spesso i bambini, una volta ricevuti i loro doni, dopo un picco di eccitazione, ricadono in una sorta di indifferenza a quella novità, che pure li aveva resi felici poco prima.
Capita anche agli adulti, non solo perché dopo un buon pasto di Capodanno o di Natale si ripiomba nella routine quotidiana, ma forse anche perché la forza dell’attesa si affievolisce o si spegne del tutto. Non abbiamo altra attesa?
Io credo che molti leggano il vangelo come una favola per bambini: questo è il problema.
Provate ad immedesimarvi in quei pastori che vanno a vedere il bambino, credendo fermamente in ciò che ha detto loro l’angelo del Signore; come pensate che Luca potesse raccontare la forza dello spirito che muove a quegli uomini di 2020 anni fa? Con un trattato di filosofia?
Solo la certezza della fede permette ai pastori di “tornarsene”, lodando e glorificando il Signore.
C’è un livello della nostra umanità in cui tutti siamo come quei pastori, ma non tutti accogliamo la forza dello spirito – l’annuncio dell’angelo – come una notizia certa e concreta; per chi si accontenta della favola, la pienezza del tempo non è ancora giunta, non si sente, non si vede.

Ma… chi può dire che non è triste sentire la gioia del Natale declinare e morire?
Chi può dire che non è terribile sentire il fervore svanire? Chi può dire di rallegrarsi quando ricomincia la routine con il suo ritmo soffocante? Oppure quando si chiude la parentesi di speranza aperta dal Natale sulle sventure della nostra vita, come ad esempio la malattia?
Chi di noi può dire che la gioia cristiana è duratura più di un fuoco di paglia?
E chi la vive, come può farsi guidare dalla gioia in questo nuovo anno?

A qualche livello, dicevo, siamo tutti simili ai pastori, solo che quelli di cui parla Luca non hanno mai pensato che la nascita del Bambino fosse una favola alla quale, da adulti, sarebbe stato conveniente accondiscendere e che avrebbero dovuto raccontare ai loro figli.
Per quei pastori fu un’esperienza vitale, accolta e narrata con gioia e stupore così grandi da produrre turbamento. Non hanno edulcorato, spiritualizzato e mitizzato; sono tornati trasformati alla loro vita di tutti i giorni trasformati da quell’esperienza, potremmo dire contenti di continuare a fare i pastori. Per loro è una questione di fede. Non vanno a Betlemme per verificare se ciò che l’angelo ha detto è vero, vanno con il solo desiderio di vedere il bambino, una profezia avverata; vanno a Betlemme a vedere cosa succede. È successo: il Signore ha fatto loro conoscere la verità, non dubitano, non sospettano, semplicemente il Signore ha promesso e mantenuto.
Se i pastori sono arrivati alla mangiatoia dove si trovava Gesù con i suoi genitori, non è stato attraverso una manipolazione pubblicitaria, ma sulla base di una promessa che credevano si fosse adempiuta. Da qui in poi non sentiremo più parlare dei pastori.

Come si fa a vivere la fiducia dei pastori di Luca?
Proviamo ad osservare il comportamento di Maria: “Maria custodiva il ricordo di tutto questo e lo meditava nel suo cuore”. È così che Luca parla della madre di Gesù.
Maria ha conservato la memoria di tutti questi eventi, il mantice della sua speranza non si è mai fermato, la gioia di essere la madre del Signore per lei non ha mai avuto termine, nonostante il dolore patito. A differenza dei pastori, non dice nulla, eppure non si limita a tacere: medita e custodisce il segreto dello Spirito che è venuto a lei: del dono ricevuto fa cibo del suo vivere. Non cerca di tenere tutto a mente per capire meglio, considera tutto ciò che vive come segno e conferma dell’amore dell’Altissimo, per lei e per tutta l’umanità. Custodisce il tesoro, non parla in fretta, gli eventi vissuti diventano per lei motivo di preghiera e diventa capace di seguire suo figlio per tutta la vita fino alla fine. A questa fede siamo tutti chiamati, ad essere fiduciosi come i pastori e fedeli come Maria; la fede persevera e preserva la gioia della pienezza, la gioia della nascita.
Paolo, nella seconda lettura, mette in luce un paradosso, quello del figlio e dello schiavo.
Il bambino appena nato ha tutto, ma non può fare nulla con questo tutto; è la stessa condizione dei “figli di Dio” ed “eredi delle cose celesti”, cioè di ciascuno di noi. Chi ha la fiducia dei pastori, chi custodisce il ricordo della profezia e del dono della vita come Maria, ha lo stesso potere del bambino. Ha tutto, ma ha bisogno di tutti.
Paolo paragona la posizione e i diritti di un bambino appena nato a quelli di un servo, un’immagine scelta per far comprendere che il bambino piccolo vive sotto la Legge e la tutela, mentre l’adulto e il figlio vivono – o dovrebbero vivere – nella libertà e nella responsabilità, cioè da adulti in Cristo.

Chi si rifiuta di crescere, non vede un segno in quel bambino nella mangiatoia, allora dovrà accontentarsi di regole esterne, come un marinaio che, non avendo una bussola interna, è costretto ad orientarsi con un navigatore, schiavo di un dispositivo esterno. Come quello che montano le automobili o i nostri cellulari.
Il dramma del nostro tempo storico consiste nel non saper più leggere con perspicacia, amore e autonomia le mappe della vita, distinguere il sud dal nord, l’est dall’ovest e le pecore dai buoi; la Bibbia non traccia più la rotta, la parola non spiega, il nome non designa. Se da una parte è vero che dalla Legge non è caduto neanche uno yod, dall’altra la crescita di quel bambino, segno per la nostra fede, porta a scoprire un nuovo sentiero su cui senso di vuoto e perdita si dileguano, per fare largo ad altre esperienze di gioia e bellezza.
Potrei dire che impariamo a conoscere l’attesa di Dio, che scopriamo di avere la legge dell’amore scolpita nel cuore, e anche che è solo la struttura di peccato a seppellire quella verità; potrei invocare la necessità di pentirsi, di spianare la via, ma non è questo che m’interessa dire ora. Piuttosto lascio che il soffio dello spirito tolga la polvere che ricopre quella scritta, tengo pulito il cuore e mi rammento che lì fuori, in questo momento, c’è qualcuno che aspetta proprio me, per incontrarmi. Poi scoprirò il perché, non lo so mai prima. Potrei scrivere un lungo elenco di uomini e donne, parenti, amici e perfetti sconosciuti, vivi e defunti, attraverso i quali il Signore ha voluto incontrarmi. Si tratta della pienezza del tempo? Come i pastori di Luca, posso solo riferire stupito, lodare e glorificare? Certo ho imparato da Maria, la madre del Nazareno – l’unica che ha capito prima e per tutti che è necessario solo ricordare – a meditare e a custodire la Parola, perché l’intima legge d’amore, che alberga in noi, sia sempre illuminata e vivificata dal soffio dello spirito e dall’incontro con il figlio dell’uomo.
Auguro a tutti, per questo nuovo anno, di conservare e custodire ogni benedizione avuta da Dio, a partire dai vostri figli e donandoci Suo Figlio per accompagnarci durante tutto il viaggio della nostra vita. La novità è per tutti, richiede pazienza, semplicità e capacità di stupirsi, non ultimo una certa innocenza di fondo…

E che gioia sia per tutti!

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Urgenza

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo,

25 dicembre 2022 – Natale del Signore
Mt 1,1-25; At 13,16-17;22-25

Tra questa sera e domani alcuni si ritroveranno riuniti intorno alla mensa per ricordare e celebrare l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Altri non si ritroveranno affatto, eppure è qualcosa di cui tutti hanno sentito parlare.
Come mai? Perché Paolo e Barnaba – e altri – sono andati in missione, per informarne i pagani, ovvero il resto dell’umanità oltre Israele.
Ci sono ancora pagani?
Forse sì, ma in ogni caso Paolo e Barnaba cominciarono il loro giro informativo da quelli che già conoscevano la Parola di Dio, nella sinagoga.
La stessa presenza e l’atteggiamento di Paolo rivelano chiaramente l’urgenza assoluta di comunicare che Gesù Cristo, Figlio di Dio e Risorto, è il Salvatore annunciato dai profeti ed estenderà la sua grazia e la sua salvezza oltre i confini di Israele. Si può immaginare la determinazione di quest’uomo nell’annunciare una notizia così enorme, così bella, che va oltre ogni attesa e a lui rivelata direttamente dal Signore insieme con il comando di portarla per il mondo allora conosciuto. Proprio a Paolo! Il tenace persecutore dei primissimi cristiani.
Per Paolo e Barnaba tutti erano pagani, tranne una minoranza, il popolo di Israele, all’interno del quale un’ulteriore minoranza aveva riconosciuto in Gesù il Messia atteso da Israele.
Mi chiedo: saranno ora maturi i tempi, per chi ha ascoltato Paolo nei secoli, di riconoscersi portatore della Parola e della Parola che si fa carne, si offre, risorge e salva? I cristiani sanno di essere tutti inviati, come Paolo lo sapeva? Sentiamo la stessa urgenza?
Chi oggi annuncia la Buona Novella? E, soprattutto, a chi? Ai pagani? E chi sono ora questi pagani?
Guardiamoci negli occhi gli uni con gli altri: chi vediamo riflesso nelle pupille del nostro vicino? Chi crediamo sia il vostro vicino? E poi, la cosa ci interessa veramente?
Eppure siamo fatti tutti della stessa materia, siamo tutti fatti di carne: genealogia di Gesù, Cristo, figlio di David, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, […] Mattane generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, da cui era stato generato Gesù, che si chiama Cristo.
La carne è la parte più intima, segreta e nascosta che da sotto la pelle traspare appena, ma che tuttavia risponde ad ogni sollecitazione dell’ambiente; la carne soffre, geme, gioisce, desidera, trema e non vuole essere separata; la carne ha fame di conoscenza di esseri e cose, è avida di presenza. La carne si ricorda, costituisce un serbatoio di sensazioni multiple, passate e presenti, di eventi raccolti e conservati, fino ai più antichi, racchiusi in una fitta rete di nervi e muscoli, trasportati nel sangue, ricordi che sorgono e reagiscono di nuovo ad ogni nuova sensazione.
La carne, al momento del concepimento, non è fabbricata dal nulla in un modello unico e separato, staccato da un lignaggio e da una famiglia; ad ogni generazione è come fosse ereditata. Ciascuno eredita questo o quel tipo di carattere dalla sua famiglia e dai suoi ascendenti; perfino i suoi gesti, un certo modo di stare in piedi, di camminare o di ridere ricordano quelli del padre o della nonna.
E poi ci sono anche le storie raccontate in famiglia, dalla zia o dal bisnonno, che forgiano l’idea di ciascuno sul proprio posto nel mondo.
Niente è meno solitario e anche meno condizionato di questa carne vivente di uomo o donna che avanzano nell’ignoto dell’esistenza tra umori e desideri, speranze e paure, determinazione ed esitazioni.
In sostanza, allora, anche la carne è condivisa… nulla posso vivere da solo, isolato, senza rendere il mondo segretamente migliore o peggiore. Proprio in virtù di questa unicità della carne in tutti i tempi e in tutti i luoghi del mondo, il Cristo risorto salva il genere umano dal continuo errore, che si ripete inalterato nella storia: figlio dell’uomo nella sua carne ereditata da Maria, e Figlio di Dio perché generato dallo Spirito, senza opporsi alla Croce, ha riconciliato con lo Spirito, nella sua carne, ogni carne.
Gesù di Nazaret, nato nella carne, in una notte di più di 2000 anni fa è l’ultima vittima sacrificale.
Se non l’abbiamo visto, se non l’abbiamo sentito, se non abbiamo capito, siamo ancora pagani.

E non l’abbiamo capito bene, se ancora di anno in anno, di stagione in stagione, i bambini continuano a morire nelle guerre, ad affogare nel mediterraneo, ad essere abusati e torturati nella carne.

Paolo disse di se stesso: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.” (Colossesi 1,24). Di che cosa era mai lieto Paolo nelle sofferenze che sopportava nella sua carne? Come faceva a dire una cosa simile? Io credo considerasse lietamente le sofferenze, perché gli sembravano un prezzo a lui accessibile, affinché l’umanità si liberasse del meccanismo sacrificale, rinnovantesi dai tempi di Caino e Abele.

Se noi continuiamo con indifferenza ad utilizzare espressioni come “vittime collaterali”, “carichi residuali di migranti”, “guerra necessaria”, operiamo un’inversione di significato all’interno del linguaggio e indirizziamo il pensiero (e l’azione) nel verso opposto al progetto cristiano: diamo per possibile la prosecuzione del meccanismo attraverso il quale Gesù è stato condannato a morte e, implicitamente, sempre in virtù dell’unicità della carne, ce ne rendiamo complici.

Vi auguro – e mi auguro – di avere il coraggio di riconoscere chi siamo, da dove veniamo e di scorgere in ciascuno l’unico e il comune che ci lega l’un l’altro; auguro la pace a tutti coloro che giorno dopo giorno, ciascuno per la propria parte, offrendosi al Padre in Cristo, lavorano per riconciliare nella propria carne ogni carne con Dio.

Buon Natale!

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Identità

Grazia a voi e pace da Dio

18 dicembre 2022 – IV Domenica di Avvento

Chi sono?

Ritorna l’eterna domanda esistenziale: la risposta determina la mia vita.
A questa domanda fondamentale forse se ne dovrebbero aggiungere altre due. Chi è Gesù? Chi sono gli altri per me?
Nel saluto di apertura della Lettera ai Romani, Paolo espone le sue risposte a queste tre domande. Come si percepisce? Come vede Gesù? Come vede i cristiani a cui scrive? 
Paolo è un servitore di Gesù, a sua disposizione, senza beni propri; sa di essere chiamato da Dio. Non ha preso lui l’iniziativa di servire Dio, è stato “reclutato”, chiamato.
Gesù è per lui Uomo, figlio di Davide; Messia; Dio, figlio di Dio. Risorto. Signore.
I Romani, cui è stato annunciato il vangelo sono chiamati, come lui, come Paolo; sono persone che imparano a dire: “Signore”: destinati/chiamati ad essere santi, consacrati, appartenenti a Dio, Figli di Dio.
Ed è bello sentirsi: “l’amato di Dio”.
Vedere Gesù come Paolo lo vede è avere la vita stravolta.
Gesù è la Buona Novella e questo è il leitmotiv di tutta la lettera ai Romani; come ti vedi? Come vedi Gesù Cristo? Come vedi gli altri? Dimmi cosa ne pensi e saprai chi sei. Conoscerai la tua identità.

Il Vangelo di Matteo di questa domenica parla di un altro uomo, capace di vivere la propria identità fino in fondo: Giuseppe. Il testo ci fornisce poche informazioni su di lui. Viene presentato come un uomo giusto; nell’Antico Testamento essere giusti non significa rispettare perfettamente la Legge ebraica – cosa non alla portata di tutti – ma significa vivere sotto lo sguardo di Dio e avere quell’onestà intellettuale che non viene ingannata dalla realtà del peccato.
Quando un giovane uomo e una giovane donna si fidanzavano, erano già considerati coniugi; rompere un fidanzamento equivaleva a un ripudio, l’unica differenza tra il fidanzamento e il matrimonio era la questione dei rapporti sessuali; in sintesi, il promesso sposo doveva rimanere casto fino al momento di andare a vivere nella stessa casa, il matrimonio vero e proprio. Per una ragazza fidanzata rimanere incinta prima del matrimonio era inaccettabile. La Legge prevedeva la lapidazione in questi casi e se Giuseppe l’avesse ripudiata pubblicamente avrebbe dovuto scagliare la prima pietra.
Giuseppe rinuncia a denunciare Maria ai capi religiosi, però si prepara a mandarla via, in tutta discrezione, perché non subisca la condanna e/o il pregiudizio altrui.
Giuseppe, dunque, non segue la Legge alla lettera, se l’avesse seguita, avrebbe dovuto ripudiare pubblicamente Maria. Non lo fa.
I Vangeli non dicono molto su di lui, ma a pensarci bene non soltanto Maria ha ascoltato le parole di un angelo; anche Giuseppe ha ascoltato le parole dell’angelo apparsogli in sogno. Era l’angelo del Signore, non una questione secondaria. L’angelo aveva appellato Giuseppe “figlio di Davide”, attestandone l’origine regale: figlio, discendente, del re Davide.
L’angelo non annuncia a Giuseppe la nascita di un figlio, gli chiede semplicemente di non avere paura a tenere con sé Maria, sua moglie, perché il figlio che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. L’angelo dice ancora un’altra cosa: Giuseppe deve dare il nome “Gesù” al bambino che sta per nascere, perché salverà il suo popolo. Nel nome è riassunto tutto il ministero del Salvatore. È quindi responsabilità di Giuseppe dare il nome a Gesù; Giuseppe incarna la paternità. E proprio lui, che è stato appellato dall’angelo “figlio di Davide”, sa bene di portare un nome intimamente legato alla tradizione, quello di Giuseppe, figlio di Giacobbe, colui che conosce il significato dei sogni. E Giuseppe, lo sposo di Maria, ha la sua rivelazione proprio in sogno. Dev’essere stata un’esperienza fortissima. Tanto che obbedisce senza mezzi termini, così come anche Maria aveva fatto.
Giuseppe non è l’anzianotto pallido e triste, povero, mite e sofferente, per lo più rappresentato nei nostri presepi, che mese dopo mese, vede gonfiarsi il ventre della sua amata di una creatura che non è la sua. Giuseppe non dubita di Maria, la ama e ha la stessa maturità di sua moglie, perchè sa come stanno le cose fin dall’inizio. Il suo unico dubbio probabilmente è capire se la volontà di Dio prevede che lui abiti con sua moglie, nella stessa casa. E Dio glielo fa sapere: lo vuole.
Maria e Giuseppe vivono insieme, uniti, crescendo il frutto dello spirito. Entrambi conoscono la loro identità di figli di Dio. Come Paolo.

E se alla fine scoprissimo che ogni figlio, molto prima di essere frutto dell’amore tra due esseri è dono dell’altissimo, figlio di Dio, e che ogni genitore appartiene alla stessa sorgente di vita di ogni figlio?
Cosa potrebbe dire questa storia alle tante storie di femminicidio? 
Cosa potrebbe dire questa storia alle tante storie di bambini abbandonati?
Cosa potrebbe dire questa storia alle tante storie di matrimoni e convivenze drammatiche?

Qual è la nostra identità?

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Scarica qui il commento al Vangelo del 17/12/2019

Canne al vento

Che cosa siete andati a vedere nel deserto?
Una canna sbattuta dal vento?

11 dicembre 2022 – terza Domenica di Avvento
Riflessioni su Mt 11,2-11 e Gc 5,7-10

“Sei proprio  tu quello che stiamo aspettando?”
Proveniente da tutti i tipi di prigione, questa domanda brucia sulle labbra di molti, cuori a brandelli, coscienze spezzate aspettano una risposta. In risposta agli inviati di Giovanni, Gesù parla, testimoniando ciò che sta accadendo.
Ora, mi chiedo, dai nostri (eventuali) confinamenti, noti e meno noti, personali o comunitari, a chi vorremmo inviare qualcuno per chiedere se il Nazareno è proprio colui che stiamo aspettando? Lo si potrebbe domandare per se stessi, o, come nel caso del Battista, anche per tutti coloro che riteniamo facciano parte del nostro ambiente.
Da quale tipo di reclusione viene una persona che pone una simile domanda?
Oggi nessuno chiederebbe ad un altro “Sei tu il messia?”. Eppure l’essenza dell’aspettativa alla base di tanti tentativi di liberazione è sempre la stessa: “Sei proprio tu la persona che libererà me e i miei cari (il mio prossimo più prossimo) da tutti i legacci nei quali mi trovo?”.
Ad un livello via via sempre più materiale e terreno, molto meno universale, potremmo chiedere: “È proprio questo il gruppo, l’associazione, il partito, oppure il maestro spirituale, il coniuge, il compagno, che stavo aspettando”.

Jacques Brel probabilmente aveva sentito la stessa pressione e l’urgenza di questa domanda quando scriveva la sua canzone L’Homme dans la cité:
“A patto che un uomo venga da noi alle porte della città […] che l’amore sia il suo regno e la speranza il suo ospite […] E che non sia un balsamo, ma una forza, una chiarezza lucida e che la sua collera sia giusta, giovane e bella come la tempesta; che non sia mai vecchio o saggio e scacci dal tempio lo scrittore senza opinioni, mercante del nulla, mercante di emozioni […] prima che gli altri uomini che vivono in città, umiliati, con la speranza ferita e appesantita dalla loro collera fredda, erigano nuove barricate nel vuoto delle notti.”

L’uomo che ci raggiunge alle porte della nostra città, della nostra persona, della nostra fortezza, quello che porta l’amore e la libertà – e anche la collera del giusto – non è solo il Cristo, ma ogni “figlio dell’uomo”; e l’uno e l’altro rischiano, come milioni di persone anche oggi, di non riuscire ad entrare a causa di muri, barriere e frontiere erette di giorno e di notte, da chi si ritiene cittadino unico e di diritto; in un attimo sorgono le barriere, a riprova del fatto che non tutto ciò che avviene sotto il sole nel nostro campo è frutto di un piccolo seme accolto, coltivato, curato e lasciato crescere.
Se sentiamo il bisogno di porre a chicchessia una domanda simile a quella del Battista e siamo credenti, vuol dire che quel Gesù che abbiamo dinanzi ai nostri occhi non corrisponde al messia che ci eravamo immaginati.
Ma a chi eravamo andati dietro nel deserto della nostra vita? A una banderuola? Ad un cortigiano? Oppure autenticamente ad un profeta? Se eravamo andati dietro ad un profeta come Giovanni, allora possiamo stare tranquilli, perché quello è il più grande di tutti. Di conseguenza, possiamo considerarci beati, se non ci scandalizziamo ora del Messia che quel profeta ha annunciato. Certo, se Dio avesse lasciato a noi il compito di designare il messia, non avremmo immaginato un falegname, né sacerdote, né intellettuale, tanto meno benestante. Come lo avremmo voluto? Come un mago che ci rende ricchi, immortali, perennemente giovani, in salute e pieni di forze?
Eppure i ciechi vedono, gli storpi camminano, i sordi odono, i morti risuscitano.
Quale messia stiamo aspettando?
Gesù non persegue l’eliminazione delle sofferenza: ha offerto a ciascuno direttamente gli strumenti per trasformarla, rovesciarla e spezzare tutte le catene immaginarie. Questo è Gesù di Nazaret, il Cristo, il Messia che attendiamo a Natale.

Piogge d’autunno e piogge di primavera ci saranno in ogni caso, per questo Giacomo predica la pazienza dell’agricoltore nell’aspettare i frutti del suo lavoro. Il Signore ci visita continuamente, ogni giorno cammina accanto a noi, ma neanche lo riconosciamo. Sarebbe già prova di grande lealtà mandare qualcuno a chiedergli: “Ma se proprio tu, o devo aspettarne un altro?” I reclusi non possono andare personalmente a fare domande, tanto quanto ciechi, storpi, sordi, e morti. Non rimane loro che “mandare a chiedere”.
Tramite la preghiera, ma anche tramite persone incontrate apparentemente per caso: i nostri inviati, discepoli del Cristo.
La pazienza e l’attesa sono l’opposto delle nostre più comuni abitudini che esigono il “tutto subito”, e anche prima: in tempo reale…
Gli antichi solevano dire “dai tempo al tempo”… nel frattempo sapevano spesso cosa fare in attesa del raccolto. Non si può accelerare la crescita delle piante tirandole su per le foglie, magari senza prendersene cura. Non serve “lamentarsi” l’uno con l’altro perché quelle non vengono su in un batter d’occhio…
Sulle spalle degli inviati, dei discepoli, oggi, la responsabilità di non travisare i segni, di non giudicare e di essere misericordiosi, di domare la lingua.

Dall’amore che avremo gli uni per gli altri saremo riconosciuti come Suoi discepoli (Gv 13,35).

NB: il titolo di questo scritto riprende volontariamente il titolo del romanzo di Grazia Deledda. In copertina foto di “Il colpo di vento” di Jean Baptiste Camille Corot (1865); scarica qui le riflessioni sul Vangelo della Terza Domenica di Avvento scritte nel 2019.

Diseredati o eredi?

Le genti glorificano Dio per la sua misericordia

4 dicembre 2022 – Seconda Domenica di Avvento
Riflessioni su Mt 3,1-12 e Rm 15,4-9

La forza illuminante della seconda lettura di questa Domenica di Avvento consiste nell’esplicita dichiarazione che il Cristo, in primo luogo, è diventato “servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri”. Non si è fermato solo a questo: a tutti gli altri, che non appartengono né geograficamente, né per cultura, né per tradizione al popolo ebraico basta una sola parola, che riassume il senso della necessaria comparsa sulla terra di Gesù di Nazaret: “misericordia”. La misericordia di Dio, di cui parla Paolo, non è trattamento esclusivo riservato ai figli di Abramo, tali per tradizione e cultura, bensì privilegio ed eredità dell’intero genere umano. Infatti se, sul serio, impariamo a riservare parte del nostro tempo a “tutto ciò che è stato scritto prima di noi” e proprio “per nostra istruzione”, i frutti saranno perseveranza e consolazione che tengono viva la speranza.
L’Avvento del Messia unifica sotto gli occhi degli uomini l’intero genere umano, al quale è offerta in dono la salvezza. Rendere gloria a Dio è l’unica risposta possibile a un simile dono. Per coloro che hanno fede, evidentemente.
Come si rende gloria a Dio?
La specifica qualità dell’accoglienza, della convivenza e della fraternità sul modello del comportamento di Gesù di Nazaret, completa il nostro modo di rendere gloria a Dio.
E in quale modo dovremmo rendercene conto tutti?
Il punto di partenza è sempre porsi delle domande sulla nostra personale disposizione all’accoglienza del prossimo, intesa soprattutto come solidarietà fattiva nei confronti dei più deboli.
So che la questione principale deriva sempre dal vivere e accettare le differenze.
Potremmo sentirci come Giovanni Battista: “Voce di uno che grida nel deserto”.
Potremmo condividere il suo disappunto verso tutti coloro che si comportano in maniera iniqua, per poi giungere a porre la stessa domanda che il Battista, dalla prigione, manda a fare a Gesù: “Sei proprio tu quello che aspettiamo o dobbiamo aspettarne un altro?” (cfr Vangelo di domenica prossima). Come dire: “Dacci una risposte chiara!”
Come mai Dio non ci distingue e non ci favorisce, non scuote la realtà quotidiana (evidentemente) degli altri, mettendo davanti a loro la nostra stessa concreta (presunta) speranza?
Sin dai tempi di Giovanni Battista, stiamo ancora aspettando la stessa cosa, e oggi le cose non sono messe più chiaramente di ieri. Anche il Battista sembrava sicuro del fatto suo!
Aveva sentito arrivare il tanto atteso cambiamento da molto lontano; lo aveva trovato annunciato nei discorsi dei profeti antichi, aveva abbandonato tutto per prestare la sua voce a Dio e ripetere quei messaggi di altri tempi, aveva denunciato i peccati di farisei, sadducei, scribi e uomini di potere, aveva additato in pubblico i loro crimini. Allo stesso tempo, accompagnava le sue parole con gesti di purificazione e anche Gesù di Nazaret è andato da lui a farsi battezzare!
Eppure, ad un certo punto, Giovanni aspetta in prigione l’esecuzione della sua condanna a morte, senza avere la certezza definitiva che Gesù sia veramente il Messia atteso.  C’erano state, è vero, conversioni individuali, ma il modo in cui Dio gestiva la salvezza dell’intera umanità non era ancora visibile e comprensibile neanche per Giovanni Battista.
Gesù ha predicato un Vangelo i cui termini, secondo molti, sono rivoluzionari, ma la violenza sulla terra non è finita, e la pace non è ancora per tutti. Gesù è stato giustiziato da innocente, come Giovanni. E ancora oggi si muore innocenti per la causa della giustizia.
Forse qualcosa ci sfugge?
Senza dubbio molti pensavano (e pensano) di poter far pressione su Dio con i loro gesti di pentimento. Pensano, forse, che Dio faccia il lavoro degli uomini al posto loro.
Per esempio, quando il Nazareno viene classificato tra i filosofi o i saggi ispirati o i profeti si concretizza proprio questo equivoco. Giovanni aveva ben capito che erano i cuori degli uomini a dover cambiare, non soltanto le loro idee su Dio; se avessero voluto vedere un cambiamento, avrebbero dovuto attuare una vera e propria conversione, attingendo direttamente alla sorgente della misericordia, che è divina. Gli uomini, da soli, non sono misericordiosi. Questo principio si ritrova nelle parole di Gesù, la possibilità di renderlo concreto nei nostri comportamenti è data dallo Spirito di Dio, che continua a soffiare su ciascuno di noi.
Gesù dichiarò Giovanni il più grande dei profeti (Mt 11,11), probabilmente proprio perché aveva centrato il cuore della questione, predicando un battesimo di conversione. Impresa che può avere successo solo attraverso la misericordia. Per tutti e da tutti.
Ogni epoca sembra rinnovare l’archetipo del Battista. Ogni generazione ha visto l’ascesa di gruppi di giovani con idee generose, pronti a cambiare il mondo, pronti a vestirsi in modo diverso rispetto agli altri e a nutrirsi di cibi lontani dal costume tradizionale, tanto quanto potevano esserlo miele e locuste per Giovanni Battista, loro antenato sulla strada della protesta e della generosità.
Le veementi proteste dei giovani di tutte le generazioni si sono unite a quelle di Giovanni, ma siccome per fortuna non hanno incontrato Erode, in parecchi, delusi dalla mancanza di successo dei loro ideali, si sono successivamente rintanati nelle celle del buonismo e del savoir faire di ogni tipo, ancora chiedendosi qui e là come mai le loro idee non abbiano portato frutti migliori.
Mi chiedo, poi, per completezza, perché non sembri che si vada parlando sempre e solo di errorucci di gioventù: e i vari Erode? Dove sono? Cosa li aspetta? Dove potremmo rintracciarli?
Osando andare avanti in questa riflessione, ci potremmo porre la stessa domanda che si poneva il Battista 2000 anni fa? “Quello in cui credo è una mia rappresentazione o è proprio vero?”
Per me, per la mia esperienza, il Cristo e il suo vangelo sono una risposta certa, ma capisco che purtroppo molti non ci credono.
Eppure, se solo osassimo una discesa in quella fortezza blindata che è il nostro cuore, troveremmo, è vero, vanità, egoismo, ignoranza e ogni sorta di cose poco lusinghevoli, ma se, animati da una grazia inaspettata, invece di rinforzare i lucchetti, li trovassimo aperti? Sarebbe la pace. E il cambiamento.
Noi possiamo soltanto non opporci ad “ascoltare” tutti quei sentimenti che presumiamo mettano a rischio l’idea di noi stessi a stento costruita nel tempo, e le nostre rappresentazioni a proposito degli altri. Questo tipo di ascolto porta inevitabilmente a scoprire un altro aspetto, che dice tutt’altro, semplicemente la verità, racconta l’evidenza, rende visibili molte cose.
E se la “verità” non fosse seguita da effetti pacificanti, non sarebbe necessariamente segno di fallimento, quanto piuttosto la conseguenza di una difficoltà estrema a sostenere le proprie contraddizioni, ma è proprio lì che coglieremmo i segni emergenti del Dio misericordioso che risana.
Certo, vorremmo una Chiesa radiosa: è inquieta, minoritaria e contraddittoria.
La vorremmo senza rughe: è anch’essa presa nei vortici della storia e spesso sa di muffa.
La vorremmo audace: a volte è timidissima e avanza al passo dei peccatori che siamo, cioè sta ferma.
È questa la Chiesa che volevi, Signore, o dobbiamo aspettarne un’altra?
Non c’è altro Cristo e non ci sarà altra Chiesa: la salvezza è lì, offerta da Dio, nel volto di un uomo, nel linguaggio degli uomini, al passo degli uomini.
Cristo non viene soltanto per benedire le nostre iniziative, non è soltanto la conclusione dei nostri ragionamenti, e non parla necessariamente nella direzione delle nostre certezze.
Viene a noi con una parola tutta nuova, che legge la nostra storia, la illumina, le dà senso e la orienta definitivamente.
Oggi, come ai tempi del Battista, possiamo comprendere ciò che Cristo compie nel mondo o in noi stessi solo sulla base della sua parola.
Non siamo in una posizione di forza nel mondo, anche se ci sentiamo autentici, perché la posizione del cristiano in questo mondo non è una posizione di forza: è la posizione di chi ama, un cammino di mitezza, di perdono, di pacificazione, di fede, di speranza.
Il segno della presenza di Cristo sarà sempre il nostro esserci, realisti, concreti, attivi, in favore degli ultimi, favorevoli alla caduta di ogni muro tra nazioni, popoli e classi sociali, uniti intorno alla stessa Mensa. Sì, ma anche e soprattutto la comparsa di un altro che a prima vista non riconosceremo, e attorno al quale potremmo chiederci: ma è veramente lui?
È un bene per noi che Dio sia sempre altro da ciò che accanitamente tentiamo di credere, di difendere, talvolta rinforzando le catene attorno al nostro cuore, perfino quando è molto vicino.

Egli è Colui che viene sempre e nei secoli: liberamente, sovranamente, divinamente, amorosamente.
Accetteremo di essere amati? E, quindi, di amare?

NB: scarica qui il commento al Vangelo scritto per l’8 dicembre 2019

In copertina, particolare raffigurante il Battista da un codice miniato, per info clicca qui

Svegli

27 novembre 2022 – Prima Domenica di Avvento
Matteo 24,37-44

A proposito di Romani
Seconda Lettura: Rm 13,11-14a

L’Avvento è attesa del Natale, ricordo di uomini di una volta e della loro speranza in un liberatore, in un salvatore che venga ad illuminare la loro notte.
Paolo parla di un altro tipo di attesa, di un’attesa che non finisce a Natale.
Paolo mi ricorda qualcosa che tutti i cristiani conoscono: la venuta di Gesù Cristo, la sua opera, la sua morte e la sua risurrezione hanno cambiato il volto del mondo; in Occidente, contiamo gli anni dalla data della nascita di Cristo, mostrando che c’è un prima e un dopo la venuta di Gesù Cristo sulla terra, ma questo sistema di “date” oggi rischia di perdere senso, molti lo considerano solo un punto di riferimento cronologico convenzionale nel corso della storia, peraltro quella più recente, non sapendo neanche il giorno e l’ora esatta del “principio” che comunque si perde in un passato nebuloso e arcaico.
Tuttavia, c’è un elemento di verità in questo prima e dopo: un bambino nasce in una stalla, da famiglia umile, insegna a poche migliaia di persone, muore innocente su una croce, inchiodato come un malfattore; in pochi dicono di averlo visto risorto; lascia un’eredità di pensieri, parole, comportamenti e atti, che hanno illuminato i passi di milioni di uomini negli ultimi duemila anni.
Sarebbe ora di svegliarci.
Veramente! Forse, menti lucide e cuori in pace con loro stessi potrebbero riconoscere che anche se c’è in corso la guerra, c’è anche la battaglia decisiva, ma potrebbe non avere la forma immaginata.
Gesù è risorto, ma la lotta, per noi, continua individualmente, prima che si stabilisca il vincitore.
Gli uomini al momento resistono alla luce, hanno preferito le tenebre.
Paolo parla dell’arrivo del giorno, quel “giorno del Signore”, che si ritrova in particolare nei profeti dell’Antico Testamento. È il tempo in cui il Signore manifesta la sua vittoria, ristabilisce il suo regno di giustizia e di pace; Paolo unisce i due sensi della parola giorno: giorno come data e ora precisa, e giorno come avvento della luce contrapposto alla notte. (v.12a)
Noi viviamo in un mondo che è “notturno” secondo due livelli di significato: è notte, perché, rifiutando la luce, siamo impigliati nelle tenebre, ma anche è notte perché le tenebre precedono il giorno. Paolo invita a discernere nella notte che ci circonda i segni del giorno che viene. Cristo – proprio storicamente – ha dato il via alla fine della notte e ha messo in moto l’arrivo del Giorno con la G maiuscola. Noi, da qui, dobbiamo essere i primi raggi, le prime scintille che precedono l’alba della domenica del mondo.
Cosa permette di discernere, tra noi, i primi raggi del sole nella notte? Lo Spirito Santo, presente in noi, rinnova la nostra intelligenza e la nostra comprensione delle cose, ci aiuta a non fidarci delle apparenze deformate dal buio, ma a renderci conto che il giorno in arrivo, inesorabilmente, renderà ogni cosa visibile.

Tuttavia, il testo di Paolo pone un serio problema: “la notte finisce presto”, dice; lo ha detto 2000 anni fa! Cos’è, un quarto d’ora biblico? Simile ai quarti d’ora infiniti delle sale d’attesa?
“Presto”, ma c’è ancora da aspettare molto tempo? Oppure, Paolo si sbagliava, era sicuro che il giorno sarebbe arrivato, ma le cose sono andate un po’ per le lunghe?
Il “presto” di Paolo denota l’urgenza e la speranza, dalla prospettiva di un uomo che improvvisamente ha vissuto l’Avvento del Cristo sulla strada di Damasco. I giorni che passano possono sembrare lunghi, interminabili, possono anche congelarci e privarci dell’orientamento, ma le ultime ore della notte sono già suonate e il “presto” biblico risuona nelle nostre orecchie per dissipare l’illusione che la notte potrebbe durare indefinitamente. Dobbiamo svegliarci! Non rimanere addormentarti, alzarci, per riconoscere i segni dell’alba.
Guardandoci intorno al buio, e vedendo sofferenze, crudeltà, perversioni, potremmo rimanere vittime e finire col dire a noi stessi: non finirà mai! Come si può andare avanti così? A che serve combattere se la vittoria non arriva?
Questa sarebbe una sconfitta terribile.
Occorre lottare contro il sonno e l’influenza della notte, adoperando le armi del giorno. 
Come fare? Prima di rivestirci del Signore Gesù Cristo, dobbiamo toglierci gli abiti notturni, le abitudini che confondono: la carne e i suoi desideri.
Sono quegli eccessi che offuscano l’intelligenza delle cose: mangiare troppo o bere troppo, la dissolutezza che offusca le nostre relazioni. Credo che Paolo abbia in mente ogni sorta di immoralità, ma cita in particolare la dissolutezza, perché quando erriamo in questo campo siamo inclini a pensare che non facciamo del male a nessuno. Usare l’altro per trarne esclusivamente il proprio piacere, a qualsiasi livello venga fatto, è un’assoluta mancanza di rispetto per la persona, segno, prima di tutto, di una nostra personale degradazione.
Le peggiori vesti notturne sono la contesa e la gelosia, perversioni della mente e del cuore, perversioni del pensiero razionale offuscato, e dell’emotività distorta che da quello deriva.
Il rimedio a tutto questo è condensato nella stupefacente espressione: “rivestiti del Signore Gesù Cristo”, di vesti luminose, da giorno, simbolo di una vita orientata verso la giustizia e la misericordia, finalmente liberata da preoccupazioni effimere e/o false, da soddisfazioni tanto passeggere quanto illusorie, da egoismi profondi che generano gelosie, disaffezioni e, peggio del peggio, invidia, ostilità, vendette e guerre.  Si tratta di lasciare che il Cristo trasformi la nostra vita senza combatterlo, senza resistergli, allora semplicemente la nostra esperienza non ruoterà più intorno alle preoccupazioni della “carne”, come fossimo ancora vittime di un equivoco antico a proposito delle nostre reali e concrete possibilità, e di conseguenza, ancora confusi e deliranti nelle aspettative immaginarie. Risultato di una simile condizione è spesso il pessimismo, che conduce al disprezzo verso il prossimo e verso se stessi.
Paolo invita a rimanere saldi nel nostro orientamento spirituale, allontanandoci dall’oscurità per ricevere la luce di Cristo, senza resistergli ulteriormente, diventando ciò che siamo da sempre: figli di Dio. Svegliamoci e usciamo alla luce.

Per ricollegarci al vangelo di oggi, non facciamoci trovare come ai tempi di Noè, inghiottiti dalle vecchie abitudini, anestetizzati all’Avvento del Cristo, annaspanti nella confusione della mente e del cuore, in preda alle più svariate quanto inutili frenesie. Facciamoci trovare svegli, attaccati l’uno all’altro, insieme, in una fragile arca fluttuante, che porti in salvo tutto ciò che di noi è rimasto di fratelli in Cristo e con un piccolo spazio di tempo, libero per l’imprevisto, per il non programmato. 

NB: tramite questo link è possibile scaricare il commento al Vangelo scritto per la Prima Domenica di Avvento nel novembre 2019.


Per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Tramites 29 novembre 2019

Cristo Re

Ricordati di me

20 novembre 2022 – XXXIV Domenica del Tempo Ordinario
Festa di Cristo Re
Luca, 23,35-43

La violenza è onnipresente: c’è ovviamente la crocifissione di Gesù, ma non è su questo che voglio fermarmi. Prima c’è una folla muta che guarda la scena senza capire. È una delle grandi violenze che la vita fa sperimentare, una violenza sottile, ma molto reale. Possiamo parlare di persone che non capiscono, perché non sono interessate alle grandi domande della vita; diventa più drammatico se si tratta di genitori che non capiscono cosa stia succedendo ai loro figli, o di gruppi sociali che non capiscono cosa stia succedendo in quel momento all’interno di altri gruppi, o ancora di leader che non si rendono conto delle reali condizioni di vita nei paesi in cui governano o in quelle aree del mondo, che sono influenzate o condizionate dalle loro scelte.
In Palestina, al tempo di Gesù, il governo è condizionato da un’élite politico-religiosa che si beffa di Gesù.
Ci sono sicuramente persone che hanno sperimentato cosa voglia dire essere il bersaglio di una beffa, di una presa in giro malevola e sprezzante.
Quale potrebbe essere l’obiettivo principale nel beffarsi di qualcuno? Probabilmente vanificare le idee di quella persona, cancellarne i contenuti, svalutare ogni atto compiuto da quella persona o in nome di quelle idee. 
E quale reazione potrebbe, quindi, venire a determinarsi?
Le cronache hanno riportato, ad esempio, casi gravissimi di adolescenti che negli ultimi anni hanno innescato sparatorie dentro le loro scuole; si trattava di adolescenti che erano stati derisi per la loro balbuzie o per la loro timidezza: qui la violenza, attraverso l’arma da fuoco, è il macabro risultato, lo sproposito folle, che in ogni caso riflette una violenza verbale e spesso fisica precedentemente subita, come nei casi delle vittime di bullismo.
Nel vangelo di questa domenica è messa ben in rilievo la figura del soldato, che, seguendo l’esempio di scherno attivo nell’élite politico-religiosa, imita i capi e si fa strumento intenzionale e volontario di oltraggio e violenza: una spugna imbevuta di aceto viene offerta al posto dell’acqua da bere ad un moribondo “legalmente” giustiziato.
Forse non ci si ferma mai abbastanza a riflettere su questi orrori.
Paradossalmente, anche uno dei malfattori crocifissi con Gesù si carica dello stesso ruolo rivestito dall’élite politico-religiosa e dal soldato: il “ladrone”, pure lui crocifisso, pure lui nella sofferenza – che dev’essere atroce – si fa beffa di Gesù crocifisso accanto a lui. Non è infamia: è aver vissuto inetti al bene. Trovo questa situazione tristissima, penosa: è la violenza impotente e masochista del piccolo, identificato ormai col pensiero del potente di turno , che perpetua la filosofia della vita come carcere, come ambito mortalmente soffocante in cui l’impossibilità di sottrarsi alle catene si trasforma nell’attivo ridicolizzare ogni tentativo di liberazione: “Re dei Giudei, salva te stesso!” – Non è rivolta, è adesione alle catene.
Ricordo che una volta a Douala vidi fermo al semaforo un furgone della polizia locale con un detenuto a bordo; all’improvviso uscì attraverso la grata uno sputo che atterrò, sfiorando i piedi di una passante. Chi può dire l’odio di cui era carico quello sputo?

Se considero il tutto in blocco, mi sento anch’io così impotente e scoraggiato, che mi viene voglia di scappare o, caso mai, di unirmi al lamento contro questa sinfonia tragica di violenza: “È così, non ci si può far nulla!” – qualcuno dice.
Mi è chiaro, tuttavia, che l’atteggiamento di Gesù non corrisponde al nostro comportamento abituale. Purtroppo la ripartizione liturgica ha tagliato il racconto del Vangelo di oggi, togliendo il versetto di apertura, proprio quello che restituisce il pieno significato a questa parte del dramma messianico: “Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno”.
Perdono. Non si tratta di esercitare uno spirito bonario che lascia passare tutto, no!
Perdonare è credere che il cuore di un essere umano, per quanto perfido, possa essere veramente trasformato. Nonostante tutta la violenza che si scatena contro di lui, Gesù crede e vede la possibilità umana di scegliere la salvezza. E, dunque, perdona.
La prova è che uno dei due malfattori crocifissi con lui, cambia atteggiamento:
“Gesù, ricordati di me, quando entrerai nel tuo Regno”. Quell’uomo è nella memoria di Dio, non è dimenticato da Dio, per questo il Cristo dice: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».
All’altro malfattore non viene detto nulla. Siamo troppo lesti e abituati a dividere l’umanità in buoni e cattivi, in premiati e puniti, identificandoci con qualche tipo di severo giudice, munito di criteri validi.
Mi piace credere, basandomi su quel versetto tagliato via, che la memoria di Dio includa tutti coloro per cui noi ogni giorno possiamo ripetere le stesse parole insegnate dal Cristo sulla croce:
“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

La regalità del Cristo, il Cristo Re, consiste nel potere di trasformare i cuori, di volgere ogni essere umano verso il bene, anche quando il rifiuto e la rinuncia personale, causati dall’errore o dalla disperazione impotente appare ragionevole.
La fede nel Cristo Re mi permette di chiedere ancora, oggi, di fronte a tante forme di violenza:
“Gesù, ricordati di noi e del nostro mondo”.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui