Avete capito?

«Avete capito tutte queste cose?»
Gli risposero: “Sì.”

26 luglio 2026 – XVII Domenica del Tempo Ordinario
1Re 3,5.7-12
Sal 118
Rm 8,28-30
Mt 13,44-52

Le parabole del regno si susseguono quasi senza intervallo: il seminatore, la zizzania, il granello di senape, il lievito, il tesoro, la perla, la rete.
Gesù non ne offre una sola, definitiva, capace di spiegare tutto. Ne racconta molte, perché nessuna immagine può contenere interamente il mistero del regno dei cieli; una parabola illumina un aspetto e ne lascia altri nell’ombra, il regno è seme e raccolto, crescita invisibile e scelta decisiva, tesoro già presente e realtà ancora attesa.
Le parabole devono quindi essere tenute insieme, come tessere di un mosaico, se ne isoliamo una, rischiamo di scambiarne l’immagine per una definizione.

La parabola della rete è forse una delle più difficili.
La rete viene gettata nel mare e raccoglie “ogni genere” di pesci: non seleziona mentre pesca, prende tutto ciò che incontra, il buono e il cattivo, ciò che nutre e ciò che deve essere eliminato.
La separazione avviene soltanto alla fine, come in quella del seme e della zizzania.
L’immagine non serve a incoraggiare gli uomini a trasformarsi immediatamente in giudici del mondo; al contrario, nel tempo presente la rete continua a raccogliere.
Nessuno di noi possiede ancora lo sguardo pronto a distinguere perfettamente il bene dal male, soprattutto perché il confine non passa soltanto tra un uomo e l’altro, ma passa anche dentro ciascuno di noi. Il pesce cattivo non è sempre qualcun altro.
Gesù non dice neppure che, alla fine, ogni differenza diventerà irrilevante.
La misericordia non consiste nel dichiarare che il male, in fondo, non è poi così male.
Penso che il male sarà giudicato proprio perché distrugge ciò che Dio ama: è qui che l’immagine della fornace ci mette in difficoltà.
«Getteranno i cattivi nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti».
Possiamo reagire in due modi ugualmente semplicistici: immaginare un Dio vendicativo che finalmente punisce i colpevoli oppure cancellare la frase, perché la riteniamo incompatibile con la misericordia. In entrambi i casi, comunque, decidiamo in anticipo che cosa Dio debba essere, secondo la misura delle nostre categorie.

Forse la fornace non deve essere immaginata come il luogo nel quale Dio conserva eternamente il male per poterlo punire altrettanto eternamente; potrebbe essere, invece, il fuoco nel quale il male viene finalmente consumato: non un fuoco acceso contro la creatura, ma contro ciò che la deforma.
Se fosse così, si comprenderebbe meglio anche il dolore.
Essere liberati dal male non significa sempre essere liberati senza sofferenza. Ci abituiamo alle nostre deformazioni, le confondiamo con la nostra identità, finiamo persino per difenderle e quando viene bruciato ciò che ci rende schiavi, possiamo avere l’impressione che siamo noi a bruciare. Il giudizio di Dio non sarebbe allora il contrario della misericordia, ma la sua forma estrema, perché Dio non abbandona la creatura al male che la possiede.

Questo non significa che la parabola autorizzi una dottrina rassicurante che risolva tutto automaticamente e senza libertà.
Gesù non trasforma il giudizio in una formalità: il pianto e lo stridore di denti restano immagini terribili.
La Parola dice sul serio la possibilità umana di resistere al bene, di preferire la propria prigione alla libertà e di scambiare la malattia per salute.
La Parola, altrettanto sul serio, afferma la vittoria di Dio.
Noi non attendiamo un’eternità nella quale il bene e il male continuino a fronteggiarsi in perfetto equilibrio. Attendiamo la fine del male.
Ed è forse questo ciò che, nel profondo, desidera perfino il malvagio, anche quando non è ancora capace di desiderarlo: essere liberato da ciò che lo rende malvagio.

Terminata questa lunga successione di parabole, Gesù pone ai discepoli una domanda:
«Avete capito tutte queste cose?».
Rispondono: “Sì.”

Risposta magnifica e poco credibile: hanno appena ascoltato immagini che per secoli continueranno a essere interpretate, discusse e fraintese, eppure rispondono senza esitazione di avere capito tutto.
Probabilmente non hanno capito. Del resto, poco prima, Gesù aveva dovuto spiegare loro privatamente sia la parabola del seminatore, che quella della zizzania. I discepoli non sembrano quindi particolarmente qualificati per dichiarare concluso il problema del regno dei cieli.
Ma Gesù non li corregge, forse perché quel “sì” non è la risposta precisa alla sua domanda letterale «Avete capito tutto?».
No, non hanno capito tutto; nessuno comprende pienamente come possano coincidere la giustizia e la misericordia, come il giudizio possa essere salvezza, come Dio possa rispettare la libertà della creatura senza abbandonarla alla distruzione.
Il loro «sì» risponde piuttosto a una domanda nascosta:
“Accettate di continuare a seguirmi, anche senza avere capito tutto?”.
E a questa domanda i discepoli rispondono davvero: “Sì.”
Il loro “sì” non è la sicurezza di chi possiede la verità, ma l’adesione di chi si lascia condurre dentro una verità più grande di lui. Non hanno compreso il regno, ma hanno riconosciuto colui che ne parla. Non sanno ancora conciliare la fornace con la misericordia, il giudizio con l’amore, la rete che accoglie tutto con la separazione finale.
Tuttavia hanno intuito che non devono scegliere tra un Dio giusto e un Dio misericordioso, perché in Dio giustizia e misericordia non sono due forze rivali.
Siamo noi a separare la giustizia dalla misericordia, perché amiamo senza saper giudicare e giudichiamo senza saper amare.
Il discepolo non è colui che ha già risolto questa contraddizione, è colui che accetta di affidarsi a Cristo finché ciò che ora appare contraddittorio non riveli la propria unità.

«Avete capito?».
Forse la risposta più sincera sarebbe stata:
“No, ma ci fidiamo di te.”
Nel linguaggio della fede proprio questo significa dire “sì.”

NB: in copertina, Anonimo, Gesù Maestro.

Il Seme del Regno

Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo

19 luglio 2026 . XVI Domenica del Tempo Ordinario
Sap 12,13.16-19
Sal 85
Rm 8,26-27
Mt 13,24-43

Gesù usa un granello di senape come immagine di ciò che è essenziale: un piccolo seme sembra inerte, sembra non avere vita propria, eppure, dopo solo pochi giorni nella terra, comincia a germogliare. Il seme, quindi, possiede la forza della vita.

Qualsiasi seme avrebbe potuto simboleggiare questa forza, però Gesù sceglie come paragone il più piccolo di tutti, dicendo che, una volta cresciuto, sarà più grande degli altri e diventerà un grande albero. Quindi, è proprio nella piccolezza del seme, non proporzionata alla sua futura crescita, che dovremmo cercare il senso della parabola.
Il paragone non è soltanto tra il Regno di Dio e un granello di senape qualsiasi, ma tra il Regno di Dio e un granello di senape preso e seminato da qualcuno in un giardino. Descrive, insieme alle dimensioni e alle potenzialità del seme, un atto umano semplice, deliberato, che implica la scelta del seme, l’azione della semina e la decisione di seminarlo nel proprio giardino.
Avremmo potuto pensare che la fede fosse un esercizio arduo e difficile, di dover credere a cose incredibili, di dover compiere imprese eroiche, non esenti da sacrifici e privazioni, ma non è questo che viene detto qui. Tutto lo sforzo consiste nel prendere un piccolo seme e gettarlo nel nostro giardino: non è uno sforzo immane, ma è necessario farlo. Per farlo dobbiamo averne l’idea e l’intenzione.

Che senso ha quest’atto di semina?
Se l’agricoltura è stata una delle maggiori scoperte dell’umanità, risalente a circa 10.000 anni fa, tramandata di generazione in generazione fino ad oggi, la spiritualità, cui il tema agricolo rimanda, è stata scoperta quasi agli albori dell’umanità; ve ne sono tracce risalenti a più di 60.000 anni fa.
È stata ed è esplorata a fondo di generazione in generazione (forse più dell’agricoltura).
Nella storia della spiritualità, Gesù di Nazaret ha mostrato qualcosa di decisivo: noi non abbiamo un corpo, noi siamo un corpo: vediamo con gli occhi, tocchiamo con le mani, udiamo con le orecchie. Siamo dunque particolarmente sensibili alla superficie delle cose, ma non è tutto.
L’essenziale è sopito dentro di noi: la forza vitale che sta nel piccolo seme è la stessa che ci abita. Come potremmo tentare di approfondire questa realtà di per sé così misteriosa?

La scienza guarda oltre l’ovvio; ad esempio, pare che il sole sorga nel cielo, tramonti dalla parte opposta e riappaia il giorno successivo, circa allo stesso modo del giorno precedente; sappiamo bene che il movimento del sole è un’illusione, è il nostro pianeta ad orbitargli attorno a una velocità di oltre 100.000 km/h (30 Km al secondo). Noi non percepiamo questa velocità, anzi io ho proprio la sensazione di essere fermo, seduto davanti alla scrivania a scrivere.
Viviamo sulla superficie della realtà esteriore ed interiore, incontrando serie – se non insormontabili – difficoltà ad addentrarci oltre questo primo strato. Eppure sarebbe assolutamente essenziale sondare almeno ciò che siamo, perché lì si trova anche la nostra parte migliore, quella che siamo soliti chiamare la nostra “personalità”. Si noti che coloro che ci amano, in genere, apprezzano la nostra personalità, qualcosa di vivo e piuttosto unico, che ci permette di scegliere, di prendere decisioni, di amare. Anche se, a volte, ci sentiamo proprio molto piccoli e inadeguati all’impresa.
Sondare la parte migliore di se stessi è complicato, forse più complicato del sondare la parte peggiore, in ogni caso il conoscere se stessi è un tema su cui hanno lavorato i filosofi dai tempi di Socrate. Gesù dice che, attraverso la Parola, il Regno di Dio, come il granello di senape, germoglia crescendo in profondità e in altezza.
Le profondità del nostro essere, le nostre radici, come dicevo, ci sono in gran parte inaccessibili, tanto quanto il resto dell’universo sopra la nostra testa, a partire dai rami degli alberi più alti. Viviamo in superficie, muovendoci, producendo, raccogliendo, intessendo relazioni con il prossimo. Qui entra in gioco la fede: se abbiamo afferrato la Parola e l’abbiamo seminata sulla superficie delle nostre vite, Dio vedrà il meglio che è in noi e lo farà crescere, ci guarirà e perdonerà il peggio, o, almeno, questa è la nostra fede e la nostra speranza.
Gli uccelli del cielo, infatti, costruiscono i loro nidi tra i rami del Regno. Cosa intende Gesù con questo? Gli uccelli sono creature aeree meravigliose, ma sono selvatici e non sappiamo bene come addomesticarli: rappresentano le molteplici dimensioni degli uomini, in qualche modo frammentate e separate. L’albero del regno è capace di accogliere tutti i nostri pezzi di umanità: li raccoglie, li unifica, li pacifica, li cura, li protegge, li lascia liberi e vivi. Gli uomini possono abitare quest’albero della vita, come loro casa.

Il collegamento tra il seme, la sua forza vitale, l’albero e la fede si chiarisce se ricordiamo il granello di senape in Luca 17,6: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: ‘Sradicati e vai a piantarti nel mare’, ed esso vi obbedirebbe”.
Il gelso (o il sicomoro) da sradicare, diversamente dall’albero del Vangelo di questa domenica, potrebbe avere a che fare con la parte peggiore di noi stessi, o con l’immagine negativa che di noi stessi potremmo avere; qualche volta siamo delusi dalla vita e la vorremmo diversa, tal’altra soffriamo di un poderoso risentimento verso persone e situazioni passate. Il risentimento ci rimane attaccato addosso anche per anni, angosciante e persistente: sembra impossibile liberarsene.
Anche una fede minuscola sarà sufficiente per aiutarci a superare questa difficoltà.
In questo contesto Gesù probabilmente corregge una domanda degli apostoli. Subito prima aveva detto qualcosa di umanamente intollerabile: se tuo fratello pecca contro di te sette volte al giorno e sette volte ritorna dicendo: «Mi pento», tu gli perdonerai. Gli apostoli reagiscono dicendo: “Accresci in noi la fede!” Come se per riuscire a perdonare occorresse un quantitativo enorme di fede. Gesù parla del granello di senape: non è questione di avere tanta fede, come si possedesse una riserva di energia materiale, basta averla e che sia reale, cioè consista in un affidarsi alla volontà di Dio. Il testo greco dice: se aveste fede come un granello di senape. Quel “come”permette di intendere non soltanto la dimensione concreta, ma anche la natura specifica del seme: qualcosa di minuscolo, ma vivo, che contiene in sè un potenziale di crescita enorme. Gli apostoli chiedono fede in aggiunta, Gesù sembra rispondere: non dovete misurarla, dovete averla.
La fede non agisce perché psicologicamente intensa, perché uno è convintissimo o perché non ha alcun dubbio, agisce perché mette l’uomo in rapporto con Dio. La potenza del granello non deriva dalle sue dimensioni, ma perché è vivo di una vita, che non si è data da solo.
Gesù prende ad esempio un albero, forse un sicomoro, forse un gelso, magari realmente visibile ai presenti, e costruisce un’immagine volutamente assurda: un grande albero ben radicato, al semplice comando di uomini di fede, si sradicherebbe da solo e andrebbe a piantarsi non in un altro terreno, ma nel mare, dove notoriamente sia alberi di gelso che sicomori non possono vivere. Tutto questo accade perché gli è stato detto. Non è soltanto una cosa difficile: è una contraddizione visibile dell’ordine naturale. Come in Matteo la fede sposta una montagna, così in Luca sradica un albero e lo pianta nel mare. Nel contesto lucano, dunque, l’albero non rappresenta necessariamente, in maniera allegorica, un peccato preciso, tuttavia l’immagine si applica perfettamente a ciò che Gesù ha appena comandato: perdonare ripetutamente chi ci ferisce, cioè mandare il nostro risentimento a piantarsi nel mare, per ricollegarmi al mio esempio di prima.
Il risentimento mette radici, il dolore si lega alla memoria, al senso di giustizia, all’orgoglio ferito, talvolta perfino alla necessità di difendersi. Dire a un uomo: “perdona ancora” può sembrare altrettanto irragionevole che dire a un albero secolare: “sradicati e piantati nel mare”.
Gli apostoli afferrano subito la difficoltà, non rispondono “va bene”, ma “aumenta la nostra fede”. Gesù non minimizza la difficoltà, dice piuttosto che ciò che appare irrimediabilmente radicato non costituisce un limite per Dio.
Naturalmente perdonare non significa negare il male, rinunciare alla giustizia, ristabilire automaticamente la fiducia o esporsi nuovamente alla violenza; significa che il male ricevuto non deve diventare il principio determinante della nostra vita. Qui sta, secondo me, l’elemento fondamentale. La frase viene spesso letta così: “Se credessi abbastanza, potresti ottenere qualsiasi cosa”. Ma il seguito del brano impedisce questa interpretazione, subito dopo Gesù racconta la parabola del servo che, compiuto il proprio dovere, dice di essere, lui ed altri, un servo inutile, che ha fatto quanto doveva fare.
La fede che fa obbedire l’albero non trasforma il credente in un mago cui il mondo deve obbedire, al contrario, lo rende capace di obbedire a Dio anche quando il comando sembra superiore alle forze a disposizione. Il paradosso è che l’albero obbedisce al discepolo, soltanto quando il discepolo si affida a Dio con fede. La fede non è una forza con cui pieghiamo Dio alla nostra volontà; è il rapporto attraverso il quale la nostra volontà, senza essere annullata, viene resa capace di entrare nell’azione di Dio.

In conclusione, se nel nostro giardino è stata seminata la Parola, quella si amplierà, si amplificherà e porterà frutti benedetti ovunque: è il primo effetto del Regno che noi possiamo “toccare con mano”. Se altro seme dovesse crescere insieme alla Parola, alla maniera del sicomoro o anche della zizzania del Vangelo di questa domenica, non c’è da temere: al tempo opportuno sarà depotenziato e finirà in cenere. Affidarsi realmente a Dio, ascoltare e vivere il Vangelo, anche solo per pochi minuti al giorno, non soltanto farà crescere il Regno di Dio, ma sradicherà in noi tutto il male spirituale più profondamente radicato, anche quello apparentemente impossibile da rimuovere.

Un essere umano ferito, attraverso la fede in Cristo, può non essere governato per sempre dalle proprie ferite e può abitare nel Regno, dove si impara a crescere nella fede, a lasciarsi guarire, a perdonare e ad amare.

NB: in copertina, Anonimo, L’albero del regno

Se non vedo, non sento e non parlo

Molti profeti e giusti
hanno desiderato vedere ciò che voi vedete,
e non lo videro,
e ascoltare ciò che voi ascoltate,
e non l’udirono

12 luglio 2026 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Is 55,10-11
Sal 64
Rm 8,18-23
Mt 13,1-23

Potremmo oggi seguire la parabola del seme che cade su diversi tipi di terreno, oppure soffermarci sulle parole che le fanno seguito. Sta di fatto che Gesù, nel primo come nel secondo caso, ci mette di fronte all’incapacità di comprendere (Mt 13,14), traccia le ragioni dell’incomprensione (v. 15a) e infine rivela la causa principale del rifiuto di accogliere il seme della vita (v. 15b). Tutto questo rimanda, a mio avviso, alla responsabilità personale.
Si tratta di un invito a esaminare noi stessi, perché, se anche noi siamo il seme (Mt 13,38), rischiamo di diventare responsabili del rifiuto.
Gesù dice che il seme è la Parola (Mt 13,19; Mc 4,14) e, in un’altra parabola — quella del grano e della zizzania — afferma che i figli del Regno sono il seme. Quando i discepoli, nella loro vita e con le loro parole, non ispirano gli altri ad accoglierlo, diventano in qualche misura responsabili del rifiuto.

Se la vita dei cristiani assomiglia a quella di chi vive senza Dio, è difficile attribuire tutta la responsabilità a coloro che lo rifiutano.
Viviamo in un tempo nel quale ognuno si sente libero di dire e scrivere ciò che vuole, prescindendo dall’oggettività dei fatti, costruendo verità relative e spesso personali e approfittando dell’enorme possibilità di propaganda offerta dai social media. È facile che, di fronte a tutto questo, una persona “normale”, anche un buon cristiano, rimanga esterrefatta, senza riuscire a trovare le parole adatte per farsi pienamente testimone del Vangelo.
L’incomprensione diventa un fatto sorprendente:
«Il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani» (Mt 13,15). Parafrasando: le orecchie funzionano, ma non captano le risonanze; gli occhi funzionano, ma non notano le differenze; i circuiti interni sembrano scollegati. Esteriormente sembra che tutto sia chiaro, ma la realtà è diversa. È come quando qualcuno ti chiede delle indicazioni stradali: tu provi a dargliele nella maniera più chiara possibile; quello ti guarda, annuisce, sorride, ringrazia… e poi va nella direzione opposta.

Le parole di Isaia, scritte intorno al 730 a.C. e riprese dal Nazareno, descrivono bene questa specie di cortocircuito. Dio dice al profeta: io ti mando, ma il popolo rigetterà ciò che dirai (cfr. Is 6,1-10).
Le folle ascoltavano entusiaste Gesù di Nazaret, perché lo vedevano compiere miracoli. Eppure: «Anche dopo che Gesù ebbe compiuto tanti segni in loro presenza, non credevano in lui» (Gv 12,37). Sapevano che c’era, ne avevano visto il potere di guarigione, ma in molti si dimostravano indifferenti o addirittura contrari.

Oggi la cosa si ripete in maniera sconcertante. Non abbiamo mai visto tanto, sentito tanto, studiato tanto, imparato tanto, anche sulle religioni — comprese quelle degli altri —, ma non è ovvio per tutti, per esempio, che chi uccide è contro la vita, che le armi servono per uccidere, che chi spaccia danneggia il prossimo, che il razzismo è una grave forma di violenza. Talvolta la mente e il cuore sembrano vuoti.
Molti si dichiarano cristiani, ma appaiono impermeabili al Vangelo, come se fossero spiritualmente anestetizzati: si sentono indipendenti da tutti e non si rendono conto di avere bisogno di tutto.
Che cosa sta succedendo?
Giacomo aveva già ammonito i cristiani:
«Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché, se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena si è osservato, se ne va e subito dimentica com’era» (Gc 1,21-24).
E poco dopo conclude: «Se uno ritiene di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana» (v. 26).

«Sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi» (Mt 13,15): si tratta di un atto deliberato. Non siamo di fronte a problemi di udito, di cecità o di perdita della memoria, ma a un rifiuto, perché non siamo disposti a cambiare.
È lo stesso meccanismo del faraone egiziano: avvertito da Mosè e posto di fronte alla potenza di Dio, vedeva le piaghe abbattersi sul suo popolo, diventando sempre più insensibile.
Quell’uomo guardava senza vedere.

Allo stesso modo, quando Paolo annunciò il suo messaggio sulla trasformazione operata da Cristo e sull’amore di Dio per tutti, perfino coloro che lo avevano ascoltato «alzarono la voce gridando: “Toglilo di mezzo; non deve più vivere!”» (At 22,22-23).

Troppe voci si alzano, simili a quelle di bambini viziati, maleducati e prepotenti. Si fanno strada avvelenando l’aria, amplificate da un ridicolo circo e incessantemente rilanciate da un certo giornalismo sottomesso, annichilito o ideologizzato.
In ogni caso si mette in moto “la propaganda del peggio”, talvolta perfino quando si vorrebbe manifestare la propria contrarietà.
Capita che l’egocentrismo conduca ad ammirare il proprio pensiero al punto da condividere soltanto ciò che gli somiglia. Lo stesso meccanismo scatta quando leggiamo il Vangelo. Anche tra i religiosi è presente la pretesa di conoscerlo così bene — magari da decenni — da non ascoltarlo più. Così non cresciamo più, non testimoniamo più: invecchiamo soltanto.
La radice di queste resistenze è sempre la stessa: la paura che qualcosa, per noi, possa cambiare e cambiare in peggio.

Gli esseri umani — tutti — non accettano di cambiare mettendosi nelle mani di Dio. Preferiscono vivere l’inferno sulla terra piuttosto che accettare il rischio di vivere. Non sono pronti: hanno paura.
La cosa peggiore, dunque, non è il peccato — perché la tentazione è grande e la nostra forza è poca —, ma la codardia dovuta alla mancanza di fede.
In altre parole, l’essere umano è malato, ma ha paura di guarire, perché teme di dover guardare dentro se stesso e riconoscere i meccanismi dai quali si lascia governare.

Esistono diversi modi per sentirsi “giusti”, evitando di affrontare le proprie responsabilità e continuando a considerarsi innocenti.
Il primo consiste nel degradare altri esseri umani: svalutandoli, infangandoli, rendendoli impotenti, cacciandoli ed eventualmente sopprimendoli. Sono comportamenti che possono presentare diversi livelli di gravità, a partire dalla piccola offesa quotidiana. Le dittature e tutti i regimi totalitari costituiscono un esempio particolarmente calzante del massimo grado raggiungibile. Tutti i dittatori e i loro complici considerano il danno arrecato alle loro vittime un male minore o necessario, inflitto a persone ritenute in ogni caso inferiori.

Il secondo modo, senza dubbio il più potente e il più comunemente adoperato, è la negazione: un meccanismo fatto apposta per permetterci di non esercitare il pensiero. Uno o più dati oggettivi vengono eliminati dal proprio orizzonte mentale. In questo modo possiamo evitare di riflettere sulla catena delle cause e dei loro effetti.
L’economia generale della violenza, per esempio, produce sempre altra violenza e opera secondo un criterio di reciprocità quasi geometrico: tu mi fai male, io te lo restituisco al quadrato non appena posso. È il principio della vendetta, della faida, della mafia, del terrorismo e delle guerre tra Stati.
Chi adopera la negazione come strumento del proprio ragionamento non capisce nulla di ciò che è accaduto prima e non capirà nulla di ciò che accadrà dopo. Incontrerà la propria catastrofe nella convinzione di essere innocente: i colpevoli saranno sempre e comunque gli altri. Questo meccanismo funziona anche a livello individuale, nelle relazioni personali.

La svalutazione e la negazione non sono debolezze dell’intelletto, ma due inganni della mente, costretta a non capire per non vedere che siamo spesso, e volentieri, partecipi della causalità del male.

I discepoli chiedono a Gesù perché parli in parabole. Non è che comprendano più degli altri, ma chiedono spiegazioni e, per fortuna, lo ascoltano ripetutamente. Non si può dire che abbiano accolto il loro Maestro in maniera acritica o indifferente.

«Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano» (Mt 13,16).

NB: in copertina, Anonimo: Vaghe Sordità

Il giogo che non schiaccia

Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.

5 luglio 2026 / XIV Domenica del Tempo Ordinario
Zc 9,9-10
Sal 144
Rm 8,9.11-13
Mt 11,25-30

«Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi».
Questo invito dovrebbe essere un balsamo per il cuore. Chi di noi può dire di vivere con un cuore davvero leggero, senza sentire, anche fisicamente, il peso delle proprie preoccupazioni? Eppure la proposta di Gesù sembra paradossale, perché non promette semplicemente l’abolizione di ogni peso: offre un altro giogo, legato però alla sua dolcezza e alla sua umiltà di cuore.

In senso concreto, il giogo è uno strumento di legno posto di solito sul collo di due animali da tiro, per esempio due buoi, perché possano trainare insieme un aratro o un carro. La parola, dunque, è legata all’idea di un carico da portare, o meglio da trascinare.
Nel linguaggio biblico il giogo indica l’esistenza di un vincolo che mette qualcuno nella condizione di trainare un peso. In senso figurato può significare oppressione, dominio, sottomissione, schiavitù: la costrizione a portare un peso imposto da qualcuno o da qualcosa.Il giogo proposto da Gesù, leggiamo nel Vangelo di questa domenica, è invece dolce, e il suo peso è leggero.
Nella Bibbia troviamo diversi passi che aiutano a comprendere questa immagine. Mosè, per esempio, sente il peso del popolo sulle proprie spalle, forse anche perché si trova davanti a una libertà diversa da come l’aveva immaginata: «Mosè disse al Signore: “Perché hai trattato così male il tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, tanto che tu mi hai messo addosso il carico di tutto questo popolo?”» (Nm 11,11). Poco oltre, il Signore lo sostiene costituendo degli aiutanti: «Io scenderò e parlerò in quel luogo con te; prenderò lo spirito che è su di te per metterlo su di loro, perché portino con te il carico del popolo e tu non lo porti più da solo» (Nm 11,17).
Nei Salmi, il peso opprimente è spesso qualcosa che può essere rimosso soltanto dentro l’alleanza con Dio: «Getta sul Signore il tuo peso ed egli si prenderà cura di te» (Sal 54,23). La rimozione del peso implica un duplice movimento, di Dio e dell’umanità: «Ho tolto il peso dalle sue spalle, le sue mani hanno deposto il fardello» (Sal 80,7). Dio toglie il peso, ma l’uomo deve anche lasciare ciò che continua a stringere tra le mani.
Nel Siracide, il giogo può indicare l’alleanza con i potenti, più che con Dio: una forma di dipendenza nata dalla sete di potere o da un falso sé ideale, privo di basi reali. «Non portare un peso troppo grave, non associarti ad uno più forte e più ricco di te. Come una pentola di coccio farà società con una caldaia? Questa l’urterà e quella andrà in frantumi» (Sir 13,2). D’altra parte, il giogo può anche essere legato a un insegnamento scomodo al quale sottoporsi, come accade nel caso della sapienza: «Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l’istruzione. Essa è vicina e si può trovare» (Sir 51,26).

Prima di parlare del suo giogo, Gesù si rivolge al Padre e lo benedice per una logica che spesso ci travolge: i piccoli e gli umili ricevono una comprensione del cuore capace di accogliere i pensieri di Dio meglio di quanto non accada ai grandi e ai sapienti. Poi Gesù afferma la propria identità in relazione al Padre: un amore, una conoscenza profonda, una comunione che egli intende rivelarci. Da qui nasce l’invito: «Prendete il mio giogo», perché proprio lì troveremo ristoro.

Mi chiedo allora: quale carico traino oggi? C’è qualcosa che mi schiaccia, qualcosa che mi pesa al punto da farmi sentire come un animale da soma?
Alla luce del Vangelo posso riconoscere, come tutti, ciò che riguarda le mie false rappresentazioni. Che cosa vedo negli altri come un difetto, e invece mi appartiene? Che cosa vedo negli altri come un pregio, e vorrei mi appartenesse? Chi sono, per me, “gli altri”? Amici, conoscenti, colleghi, familiari, genitori, fratelli, personaggi pubblici? Se esistono vincoli che non rispecchiano la logica del giogo dolce e del carico leggero, in che misura ho contribuito io stesso a instaurarli?
Se trovassi un carico troppo pesante, forse vorrei deporlo, e magari non saprei come fare.
Potrebbe anche accadermi di resistere al giogo leggero di cui parla Cristo. Potrei sentire di non averlo realmente scelto. Ma tutto questo può far parte di un percorso di fede più lungo, meno immediato, meno “spontaneo”?
Si può non essere subito “piccoli” e beati come coloro che aderiscono alla fede cristiana con semplicità e naturalezza. Si può essere “grandi” e sentirsi ancora poco amati, aggrapparsi a certezze fasulle, costruite su ciò che uno immagina di essere per sempre, magari con orgoglio. Penso che questo sia uno dei significati più forti della benedizione di Gesù al Padre: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». La considero una parte potentissima del messaggio evangelico, soprattutto per quei percorsi di fede che non sono affatto lisci. È il caso di molte conversioni adulte.

Accettando il giogo dolce e il carico leggero, non siamo chiamati a esaurire le nostre risorse fisiche e morali in un’umiltà obbligata, simulata, o appena appena reale. Potremmo forse darla da bere a un amico poco sapiente, ma il Signore vede benissimo questo tipo di resistenza.
Allora, che cosa posso fare?
Posso condividere con Lui anche questa resistenza. In questo modo depongo il peso.
Quanto al giogo leggero, posso verificare nella mia vita ciò che dicono le Scritture: esso può essere portato soltanto in alleanza con il Signore, perché il pezzo di legno che poggia sul mio collo è sostenuto prima di tutto da Cristo stesso, che cammina al mio fianco, adeguandosi al mio passo.

Così aro il “mio” campo, in attesa dei frutti di una terra fertile e promessa, sapendo che il “mio” campo è terra di Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Il giogo

Amare

Chi accoglie voi accoglie me,
e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato

28 giugno 2026 – XIII Domenica del tempo Ordinario
2Re 4,8-11. 14-16
Sal 88
Rm 6,3-4.8-11
Mt 10,37-42

Gesù sembra esigere dai suoi discepoli che non amino altri più di Lui: neanche i genitori o i figli. Curiosamente, non si parla del coniuge… Che non esistano mariti o mogli capaci di amarsi come Cristo li ha amati?

Il discorso, come spesso avviene, non è facilissimo da afferrare. Sembra al limite del tollerabile, anche per chi, seguendo Cristo, accetta di entrare nel mondo del divino, dove tutto è eccessivo e sproporzionato rispetto alle apparenti debolezze umane.
Il discorso di Gesù, però, è più sfumato di quanto sembri a prima vista. La difficoltà nasce dall’ordinario modo di intendere l’amore, nella sua accezione più comune e sentimentale. Difetto di educazione affettiva o di una sana formazione cristiana?
Più preciso della traduzione italiana delle nostre Bibbie, il testo greco del Vangelo distingue due modalità dell’“io amo”: una, tutta umana, che tradurrei con “mi piace”, e una, più impegnativa, per la quale terrei il verbo italiano “amare”.
Riservo il “mi piace” a tutto quello che, appunto, mi piace per certi aspetti dell’oggetto “d’amore”: aspetti che potrebbero dipendere dai miei gusti, dalla mia età o da qualità che immagino appartenere all’oggetto amato. Questa forma, che tradurrei con “mi piace”, non è di tipo incondizionato e soprattutto non è “per sempre”: dipende dai gusti, che col tempo cambiano; dall’età, che ha desideri diversi nei vari periodi della vita; dall’immaginazione, che può anche vedere qualità non realmente appartenenti all’oggetto “amato”.
Bisognerebbe sempre avere la capacità di porsi delle domande senza paura delle risposte sincere che diamo, prima di tutto, a noi stessi. Credo che gli esseri umani siano dotati di un’intelligenza delle cose superiore alle aspettative, ma, quando si parla di amore, siano fin troppo attanagliati dalla paura di perdere qualcosa o qualcuno.

D’altra parte, quando Cristo dice: “chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”, è fuori luogo immaginare che, quando amiamo, le situazioni conflittuali escludano la dimensione della croce. Anzi, le situazioni conflittuali rappresentano bene questa dimensione.
La crocifissione, cioè l’evento storico della condanna alla crocifissione di Gesù di Nazaret e, per estensione, il martirio cruento di ogni essere umano innocente, sono la situazione estrema della dimensione della croce, come i martiri della cristianità dimostrano. Non è il destino riservato a ogni cristiano.
Ognuno di noi, però, sperimenta ogni giorno che cosa voglia dire amare sul serio e quanto non sia sempre facile, gioioso e spontaneo. Esiste una dimensione non estrema della croce, che si manifesta proprio quando ci accorgiamo di non essere capaci di amare nello stesso modo in cui Cristo ha amato noi, quando ci accorgiamo di non essere capaci di amare incondizionatamente.
Lo vediamo in maniera chiara, per esempio, in alcune crisi familiari.
L’attaccamento alla famiglia, al padre, alla madre, ai figli non è in contrapposizione all’amore per Cristo: si tratta di comprendere che l’amore cristiano parte veramente dal presupposto di vedere Dio in ogni situazione. Questo non esclude la tentazione di comportarsi come se Dio non ci fosse; in questi frangenti, la fiducia nella presenza di Cristo, anche nelle situazioni in cui ci accorgiamo di amare poco e male, orienterà i nostri passi verso una maggiore consapevolezza e, di conseguenza, verso le scelte più adatte. Ad amare e a sentirsi amati s’impara lungo tutta una vita.

Sono convinto che Cristo sostenga i suoi discepoli contro ogni collusione con la menzogna, la falsità, il ricatto, l’ipocrisia e la violenza (che li allontanerebbero da Lui), senza sacrificare la loro libertà. Se ci crediamo e abbiamo fede, possiamo riconoscere che Dio non ci abbandona. Le Sue soluzioni sono infinite, vanno molto oltre ciò che noi, da soli, riusciamo a immaginare. Per questo è necessario rimanere aperti all’inaspettato con fede.
D’altra parte, tutto ciò che le persone fanno realmente per amore può essere frainteso, osteggiato, non compreso, ridicolizzato.
Il dono della vita rimane simbolo dell’amore più grande: che si tratti di una realtà fondamentale come le radici familiari, dell’accoglienza di un nuovo nato, o di piccoli gesti quotidiani di rispetto e condivisione anche nella diversità delle opinioni.

Essere degni di Cristo vuol dire riconoscerlo e cercare di imitarlo in ogni situazione, nei gesti e nelle azioni, cominciando dall’apparente banalità di offrire un bicchiere di acqua fresca a chi ha sete.

NB: in copertina, Anonimo, L’Insegnamento e la Cura

Non abbiate paura

Due passeri non si vendono forse per un soldo?
Eppure neanche uno di essi cadrà a terra
senza che il Padre vostro lo voglia.

21 giugno 2026 – XII Domenica del Tempo Ordinario
Ger 20,10-13
Sal 68
Rm 5,12-15
Mt 10,26-33

Il brano del Vangelo di Matteo che ascoltiamo questa domenica è costruito intorno a un comando ripetuto: non abbiate paura. Non è un invito generico al coraggio, né una frase consolatoria buona per ogni occasione. Gesù parla ai discepoli in un momento in cui la missione comincia a mostrare il suo volto difficile: chi annuncia il Vangelo non entra in un mondo neutrale, ma in un mondo attraversato da poteri, resistenze, incomprensioni, ostilità. La parola di Dio non viene sempre accolta come una luce desiderata. A volte, proprio perché illumina, disturba.
“Non li temete dunque”, dice Gesù.
Il primo punto è questo: non bisogna dare alla paura il diritto di governare la coscienza. Ci sono persone, situazioni, giudizi, pressioni sociali che possono intimidirci, ferire la nostra immagine, isolarci, farci sentire fuori posto, ma nessun potere umano possiede l’ultima parola sulla verità. Ciò che è nascosto sarà svelato, ciò che è segreto sarà manifestato, quindi la verità può essere coperta, rimandata, ostacolata, ma non cancellata.
Questo è un tema molto forte, perché non riguarda soltanto la fine dei tempi o il giudizio futuro, ma anche il modo in cui viviamo adesso.
Spesso accettiamo di abitare nella penombra: sappiamo qualcosa, intuiamo qualcosa, ma preferiamo non dirlo; comprendiamo che una parola sarebbe necessaria, ma scegliamo di tacere; vediamo un’ingiustizia, ma ci convinciamo che non è il momento di parlare. Gesù invece dice: quello che vi è stato detto nelle tenebre, ditelo nella luce; quello che avete ascoltato all’orecchio, predicatelo sui tetti.
Non si tratta di esibizionismo religioso, non vuol dire parlare sempre, parlare troppo, imporsi sugli altri. Significa che la parola ricevuta non può restare chiusa in una stanza interiore; la fede cristiana non è una dottrina privata da custodire come un possesso personale, è una parola che chiede di diventare visibile e udibile. Chi ha ascoltato davvero, prima o poi deve anche parlare. E parlare, nel Vangelo, non significa soltanto pronunciare discorsi di ordine religioso, significa vivere in modo tale che la propria vita non smentisca ciò che diciamo di credere.

Il versetto più duro è quello in cui Gesù dice di non temere coloro che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima. È una frase che non va addolcita troppo in fretta. Il corpo può essere colpito: la vita umana è fragile, esposta, vulnerabile e il cristianesimo non nega questa fragilità, trasformandola in eroismo astratto. Gesù distingue tra ciò che può essere ferito dall’esterno e ciò che può essere perduto dall’interno; il male più grande non è subire una violenza, ma perdere la propria anima, cioè consegnare la parte più profonda di sé alla menzogna, alla paura, al compromesso con ciò che distrugge.
Qui il Vangelo ci costringe a una domanda molto seria: di che cosa abbiamo veramente paura? Temiamo il giudizio degli altri, la solitudine, la perdita di stima, l’insuccesso, la marginalità? Sono paure comprensibili, umane. Per evitare queste paure, però, rischiamo di accettare qualcosa di più dannoso: diventare falsi, vivere divisi, rinnegare ciò che sappiamo essere vero.
Il Vangelo non chiede di non provare paura, chiede di non obbedirle come fosse il nostro padrone.

Poco dopo il discorso cambia tono: Gesù parla dei passeri – venduti per poco – e dei capelli del capo, tutti contati. Dopo aver evocato la Geenna, cioè la possibilità terribile della perdizione, introduce un’immagine di tenerezza estrema. Neanche un passero cade a terra senza che il Padre lo sappia e gli uomini valgono più di molti passeri. La grandezza di Dio non è lontananza, la sua signoria non è indifferenza. Il Padre non domina il mondo dall’alto come un sovrano distratto; conosce anche ciò che a noi sembra minimo, trascurabile, senza valore.
Questa immagine corregge una falsa idea di Dio. Il timore di Dio non è terrore davanti a un potere arbitrario è consapevolezza che la vita è seria, che la verità è seria, che l’anima è seria. Proprio perché il Creatore prende sul serio la nostra anima, prende sul serio anche la nostra piccolezza. Conta i capelli del capo non perché abbia bisogno di misurare, ma perché nulla di noi gli è estraneo; la nostra fragilità non cade fuori dal suo sguardo.

Il comando “non abbiate paura” non nasce da una teoria ottimistica della vita, ma dalla relazione con il Padre. Gesù non dice di non avere paura perché tutto andrà bene nel senso più facile del termine; non dice “non vi accadrà nulla”, dice qualcosa di più profondo: non abbiate paura perché la vostra vita è custodita da Dio anche quando è esposta. Il vostro valore non dipende da chi vi approva o vi rifiuta; perché nessuna minaccia esterna può decidere che cosa siete davanti al Padre.

La conclusione del brano è decisiva: chi riconoscerà Cristo davanti agli uomini, sarà riconosciuto da lui davanti al Padre; chi lo rinnegherà davanti agli uomini, sarà da lui rinnegato. Anche qui il linguaggio è severo, ma limpido. La fede non è soltanto un sentimento interiore, arriva il momento in cui deve assumere una forma pubblica. Riconoscere Cristo davanti agli uomini significa non vergognarsi del Vangelo quando il Vangelo diventa scomodo; significa non separare la fede dalla vita; significa non usare il silenzio come rifugio quando il silenzio diventa complicità.
Rinnegare Cristo, d’altra parte, non significa soltanto pronunciare un rifiuto esplicito. Si può rinnegare anche adattandosi sempre, lasciando che ogni circostanza decida per noi, riducendo la fede a un linguaggio ornamentale, buono per i momenti solenni, ma incapace di orientare le scelte. Il rinnegamento può essere rumoroso, ma può anche essere educato, discreto, quasi invisibile. È il momento in cui, per paura degli uomini, smettiamo di appartenere alla verità che abbiamo ricevuto.

Il Vangelo non invita a un cristianesimo aggressivo, ma a un cristianesimo libero. Libero dalla paura di perdere consenso, dalla necessità di piacere a tutti, dalla tentazione di nascondere la luce per non disturbare le tenebre. La parola ricevuta all’orecchio diventa parola nella luce; la fede custodita nel cuore diventa vita riconoscibile; la fiducia nel Padre diventa coraggio quotidiano.
Gesù non promette ai suoi discepoli un cammino senza ostacoli, promette qualcosa di più essenziale: una vita conosciuta, custodita, in cui perfino ciò che sembra minimo non sarà dimenticato. Se Dio non dimentica un passero, non dimenticherà chi, pur fragile e impaurito, cerca di restare fedele alla parola ricevuta.

Non abbiate paura.
La paura esiste, ma non è Dio; il mondo non è innocuo, ma non possiede l’ultima parola. Non siamo forti, ma siamo nelle mani del Padre.

NB: in copertina, Anonimo, Non abbiate paura

Cercasi operai

Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani;
rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele

14 giugno 2026 – XI Domenica del Tempo Ordinario

Es 19,2-6
Sal 99
Rm 5,6-11
Mt 9,36 -10,8

Non è difficile immaginare folle stanche e sfinite; le ritroviamo anche nel nostro quotidiano e forse ne facciamo addirittura parte in prima persona. Meno evidente è la reazione del Nazareno alla loro vista: “ne sentì compassione”. Per esempio, chi prova compassione, vedendo persone oppresse e sfiancate dalle guerre, dalle malattie, dalla malnutrizione, dai problemi economici, dal lavoro estenuante e mal retribuito o dalla mancanza totale di lavoro?
Chi si rende conto che ricerca sfrenata di danaro, viaggi lussuosi in luoghi esotici ed elitari, feste in cui scorrono fiumi di alcol, in alcuni casi sono palliativi, atti a scuotere animi affetti da isolamento esistenziale per mancanza d’amore?
Soprattutto, quali soluzioni si possono trovare, che ci coinvolgano in prima persona?
La messe è immensa, dice Gesù, ma gli operai sono troppo pochi.
E poi, chi sono questi operai? Chi dovrebbe porgere il proprio aiuto, perchè la messe dia il suo frutto?
Il pensiero corre subito ai preti. Che sono pochi, in effetti. Allora, giustamente, preghiamo il Padrone della messe affinché invii personale qualificato. Forse fa parte del nostro compito di oranti laboriosi anche rivedere lo status quo del modello sacerdotale. Da un lato il modello tradizionale considera l’annuncio del Vangelo prerogativa degli “specialisti ordinati”, ma questo modello, forse adatto fino a cinquant’anni fa, rischia di essere adottato oggi come “cuscino da riposo” per “sacerdoti stagionali”.

Penso che ogni discepolo (specialmente quelli ordinati) sia invitato a rimboccarsi le maniche e a lavorare nella messe; certamente non è richiesto a tutti di risuscitare morti, guarire malati, mettere in fuga diavoli; ogni battezzato ha, però, la responsabilità di restringere i confini del male attraverso le proprie scelte di vita, gli obiettivi personali e comunitari, coerentemente con i valori evangelici; ciascuno, a proprio modo, è chiamato a rendere più tangibile e credibile una parte di questa felicità chiamata “Regno dei Cieli”. Anche se il compito assegnato può scontrarsi con le personali fragilità umane, non permette di ritrarsi, arretrando, nella propria tenda.

Ritengo che molto dipenda dagli occhiali attraverso i quali guardiamo il nostro prossimo vicino e lontano; non servono gli occhiali del sociologo, del professore di statistica, dello psicologo, del giornalista o del politico; serve “solo” uno sguardo pieno di tenerezza e di compassione, che scuote “fino alle viscere”, come succede a Gesù. Motiverà il nostro impegno e renderà consistente la nostra preghiera e il nostro impegno.

Se siamo addolorati per le sofferenze dell’umanità e preghiamo affinché gli operatori si rendano disponibili a rispondere alla chiamata di Dio, dev’esserci forse un fraintendimento di mezzo: non credo si tratti di pregare il Padre perché mandi qualcun altro al posto mio…

NB. in copertina, Anonimo, Chiamati per la messe

Il pane della vita

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo

7 giugno 2026 – Corpo e Sangue di Cristo
Dt 8,2-3.14b-16a
Sal 147
1Cor 10,16-17
Gv 6,51-58

In Cristo, il Dio del cielo e della terra è sceso nella nostra umanità, donando tutto se stesso per la salvezza del mondo, cioè per rendere gli uomini partecipi della sua vita eterna. La memoria di questo progetto divino è il rito eucaristico, istituito durante l’ultima cena, prima della condanna a morte di Gesù di Nazaret.
Chi accoglie l’ostia consacrata durante la messa compie un atto religioso non soltanto di comunione con Dio, ma contribuisce anche a tramandare nel tempo la memoria di Dio e della sua inaudita alleanza con l’uomo: Dio è dalla parte dell’umanità.

Il precedente biblico, simbolo di una vita miracolosamente donata all’uomo in difficoltà, è la manna. La manna consente al popolo d’Israele di sopravvivere durante l’attraversamento del deserto. Una volta entrato nella terra promessa, non riceverà più la manna, perché, se così possiamo dire, è passato dall’economia del deserto a quella del nostro mondo.

Gesù, nel Vangelo di questa domenica, si ricollega alla manna e sottolinea che il suo corpo, il pane della vita, sono qualcosa in più: non soltanto cibo per la sopravvivenza terrena, ma nutrimento in funzione della vita eterna nella dimensione divina. Per questo dice: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.

Il sangue, nella Bibbia, ha un significato ambivalente: è sia fonte di impurità, sia fonte di salvezza. Può essere simbolo di morte, motivo per cui l’israelita che veniva a contatto con il sangue doveva purificarsi; ma era anche segno della volontà dell’uomo di riconciliarsi con Dio; offrendo in sacrificio un animale al tempio riceveva il perdono di Dio.
È abbastanza evidente che il discorso del Cristo è rivolto a persone perfettamente a conoscenza dei riti che si svolgevano al tempio, appartenenti a una cultura millenaria di cui lui stesso faceva parte. Dobbiamo dunque immaginare l’impatto emotivo di parole simili, pronunciate per annunciare con forza che il progetto di Dio per l’uomo è la vita eterna: qualcosa di molto diverso da ciò che gli Israeliti avevano compreso fino ad allora.
È altrettanto evidente che il discorso del Cristo ha un aspetto di concretezza — mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue — che può evocare pensieri arcaici di paurose trasgressioni bibliche. All’uscita dall’arca Dio aveva autorizzato Noè a cibarsi di carne animale, ma aveva aggiunto che non avrebbe dovuto mangiare la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue. Il sottinteso culturale e religioso tradizionale è che il sangue degli animali (e a maggior ragione quello degli uomini) appartiene alla vita, e la vita non è proprietà degli uomini, ma di Dio: gli uomini la ricevono in dono.

Le parole del Cristo devono aver avuto un impatto enorme sulle persone che lo ascoltavano, forse le ha formulate in questo modo proprio per provocare gli animi e far sentire la novità radicale del Vangelo.
Gli uomini, purtroppo, sono da sempre impreparati al meglio e, spesso, perseguono il peggio a forza di menzogne. Si pensi che non riescono ancora a capire che la pace converrebbe a tutti.
Un esempio di menzogna antica? Lo storico Tacito, nei suoi Annales, parlava dei cristiani come di persone “odiate per le loro infamie”, senza specificare di quali infamie si trattasse. In altri testi, poi, l’accusa divenne ancora più mostruosa: nel dialogo di Minucio Felice, per esempio, il pagano Cecilio arriva a riferire contro i cristiani l’accusa di cannibalismo.

Tornando alla bellezza del progetto di Dio per l’uomo… noi possiamo ormai comprendere il progresso morale del senso religioso cristiano: nel regno di Dio non possono prevalere il male e la morte, perché Cristo ha dissipato l’oscurità una volta per tutte.
Noi possiamo sentire senza alcun timore che abbiamo bisogno di mangiare il pane e bere il vino alla mensa eucaristica e ricordare che Cristo ha dato tutto se stesso per noi, per renderci partecipi della vita eterna.
Nel quarto Vangelo, i segni posti da Gesù sono sempre al servizio di una parola; il pane della vita è la chiave per comprendere la moltiplicazione dei pani; la gloria di Dio si manifesta in Gesù durante le nozze di Cana; la luce di Cristo guarisce i ciechi e la risurrezione di Lazzaro preannuncia al mondo che in Cristo sono la risurrezione e la vita.

Con queste risonanze, voglio invitare a non confondere il significato dei segni con il loro valore di fede e la loro realtà: il nucleo della moltiplicazione dei pani è che Cristo è il nostro pane di oggi, quello di cui abbiamo bisogno per vivere e amare.

NB: in copertina, Anonimo, Il pane della vita.

Sulla fede

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito

31 maggio 2026 – SS.TRINITÀ – Visitazione B.V. Maria
IX domenica del Tempo Ordinario
Es 34,4b-6.8-9
Dn 3,52-56
2Cor 13,11-13
Gv 3,16-18

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.”
Questa è forse la frase più nota di tutta la Bibbia, proposta per questa domenica, una settimana dopo la Pentecoste, mentre rientriamo nel tempo liturgico ordinario.
Non è certo un caso che questa frase sia così familiare: contiene il distillato dell’intero Vangelo. Consideriamola nel suo contesto: serve da introduzione a una sorta di meditazione, seguente il dialogo tra Nicodemo e Gesù.
Nicodemo desiderava  incontrare il Nazareno per porgli alcune domande o più esattamente si presenta dicendo: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”. In qualche modo pronuncia una confessione di fede. Per farlo, si muove di notte – di nascosto, si dice, per non essere visto, per non “compromettersi” davanti ad altri.
Tutto lascia supporre che cercasse conferme e che fosse sincero, perché lo incontriamo di nuovo dopo la Passione, mentre porta mirra e aloe per la sepoltura di Gesù.

Interpellato da Nicodemo, il Cristo va dritto al punto: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Le parole sono uno sprone a cercare di capire cosa voglia dire “nascere dall’alto”. Nicodemo annaspa… e Gesù osserva: “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? […] Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?

In un potente crescendo di parola rivelatrice ascoltiamo stupefatti: “[…] bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Seguono parole sul “giudizio”, che invito a meditare personalmente.
Dopo la visita di Nicodemo, Gesù va in Giudea con i discepoli; di Nicodemo si perdono le tracce fino alla Passione.

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”
Questo è l’atto supremo di Dio per l’umanità.
La forma verbale adoperata nel racconto enfatizza la storicità di quest’atto divino. La salvezza per il tramite di Gesù Cristo apre una nuova era per l’umanità: l’ultima disponibile all’uomo.

Viviamo già negli ultimi giorni da duemila anni. Se la cosa vi lascia perplessi, mi chiederei: cosa sono duemila anni rispetto all’età dell’Universo? Cosa sono duemila anni rispetto all’eternità?
Forse si tratta di un “di più” di grazia, affinché l’annuncio arrivi fino agli estremi confini del mondo. Magari fino in fondo al cuore dell’ultimo di coloro che ancora non credono.
Che potrebbe perfino essere il vicino di casa…

Gli ultimi giorni, del resto, sono caratterizzati da una sorta di sospensione del giudizio. Il giudizio è valido in senso assoluto, ma al momento è senza effetto: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato”.
Dunque, nessuno è stato ancora condannato perché la nuova era storica inaugurata dal Cristo è un’era di salvezza, non di condanna.
E non è stata compiuta alcuna discriminazione: la salvezza è offerta al mondo intero ed è una possibilità indipendente da qualsiasi particolare e personale umana contingenza. La semplicità del mezzo con cui l’opera della salvezza è stata compiuta è sorprendente: la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Il cardinale Newman diceva che la natura della fede è “sfuggente”, tanto da essere sempre tentati di aggiungervi qualcosa d’inventato che non le appartiene. La fede non è un bene in mostra; è più simile al mezzo in cui si vive immersi, come l’acqua per i pesci o l’aria per gli uccelli. La fede è, per l’anima di chi crede, il modo spontaneo di affidarsi al Cristo. Chi crede, crede così come respira: senza neanche notarlo.

Ogni volta che aggiungiamo idee, discorsi, riflessioni o convinzioni personali entriamo nel circolo vizioso della razionalità. Come il buon Nicodemo, maestro d’Israele che non intende le cose del cielo.
Siamo soliti dire ‘ho fede’, come se tenessimo in mano una pietra preziosa, come se la fede fosse un oggetto esterno a noi, un gioiello da afferrare e chiudere in una cassaforte per usarlo quando occorre. Pericolosa illusione.
Nell’universo non esiste un oggetto chiamato “fede”.
Esistono solo persone che assumono un certo atteggiamento verso il divino, il sacro e il prossimo: si tratta di un atto di fiducia nella misericordia eterna; un atto di fiducia nei confronti di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.
Noi possiamo solo ricevere questo dono, e l’unico mezzo per riceverlo è crederci.
Del resto, quando riceviamo un regalo, perché sia tale dobbiamo accettarlo. Perfino le eredità umane si devono accettare per poterle ricevere… Perché proprio il Figlio di Dio dovrebbe sfuggire a questa regola? Avendo, tra l’altro, accettato ogni follia umana?

È attraverso la semplicità del ricevere il Cristo, che lasciamo a Dio tutta la gloria dell’agire.

Così, sia gloria a Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Padre e Figlio

Vincere la paura

Si fermò in mezzo a loro

24 maggio 2026 – Pentecoste

At 2,1-11
Sal 103
1Cor I2,3b-7.I2-13
Gv 20,19-23

Negli Atti degli Apostoli lo Spirito Santo si manifesta come fuoco e fragore di vento impetuoso, mentre nel Vangelo di Giovanni si manifesta come parola del Cristo Risorto che dona la pace, invia in missione e alita lo spirito. Negli Atti la Pentecoste è descritta come esperienza personale e collettiva, ancora al modo dell’Antico Testamento, mentre in Giovanni viene descritta e trasmessa come evento centrale del nuovo percorso di fede cristiano. Nel primo caso si riallaccia all’antica festa che cadeva cinquanta giorni dopo la pasqua ebraica, per celebrare la produttività della terra, benedetta da Dio; nel secondo caso diventa comprensione e messa in atto di un nuovo modo di celebrare la vita sulla terra dopo la resurrezione di Cristo.
Marco, a sua volta, parla della resurrezione così: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù, il Nazareno crocifisso. È risorto. Non è qui. Guardate il luogo dove lo avevano deposto”. E poi: “andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto”.

Elemento non secondario dell’intero discorso è l’effetto che la discesa dello spirito produce, in maniera differenziata in ciascuno. Qualcuno ha paura: perfino le coraggiose donne che andarono al sepolcro: “Uscirono e fuggirono dal sepolcro, perché tremavano ed erano sconvolte; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura” (Cfr. Mc 16,1-8).
D’altronde, chi oserebbe rimproverarle o biasimarle? Non è forse sconvolgente la forza di un simile avvenimento? Entusiasmo, amore, stupore e, allo stesso tempo, tremore diventano la fiamma che alimenta i cuori.
Dal silenzio sbigottito, però, nasce la capacità di trovare parole nuove e la forza di agire per amore. Se la voce si fosse inabissata nella paura, i discepoli sarebbero spariti e spariremmo anche noi oggi.

Ciò che ostacola la capacità di trasmettere il vangelo non sono gli inciampi che troviamo di continuo per via, talvolta apparentemente insormontabili. La grossa pietra che sbarra la via al sepolcro ne è un esempio.
La nostra vocazione specifica, però, è quella di rimuovere gli enormi massi che bloccano il cammino dei più fragili; credo che questo sia il vero agente di propagazione della risurrezione.
Alcuni pensano che il vero ostacolo all’autentica fede cristiana sia la Croce, perché presenta l’immagine di una chiesa triste, addolorata, incentrata sulla sofferenza e sulla morte.
Penso, al contrario, che la forza dello spirito sia proprio quella di animarci per vivere, senza rimanere vittime della paura della morte. Il nostro “sì” alla vita (a Cristo) s’incarna nella sequela spirituale e pratica del vangelo, cioè vivere e portare a maturazione i frutti dell’amore cristiano.
Come dice Paolo, “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Corinzi 15,55).
La paura è la pietra più pesante che sbarra il nostro cuore e la nostra mente ed è la stessa che nei vangeli di questo tempo, da Pasqua a Pentecoste, si ripresenta come un ritornello.
Una paura sottile s’insinua in noi davanti al fragore e alla forza dello spirito proprio mentre opera in noi stessi e nel mondo. Avviene qualcosa che ci anima e allo stesso tempo ci fa tremare rendendoci instabili: paura di sapere, di credere ai nostri occhi, di reggere la tensione, di sentirci salvi, di parlare chiaramente, di trasmettere la fede ai figli, agli amici, ai colleghi, paura di affermare con calma chi siamo e le nostre convinzioni, paura di agire per amore.
Se la paura prende il sopravvento diventa l’opposto della fede, della fiducia e della pace:
“Perché avete paura, uomini di poca fede?” (Mt 8,6), chiede Gesù durante la tempesta sul lago.
Più ci penso e più mi convinco che la paura sia l’unico ostacolo realmente paralizzante; ritorna anche nel vangelo di questa domenica, dove troviamo i discepoli “chiusi in casa per paura”.
In fondo in fondo, tutti, ma proprio tutti, cerchiamo di gestire le paure come meglio possiamo: s’inventano strategie, si creano protezioni, si stipulano polizze assicurative, ci si immerge nell’intrattenimento e negli schermi per dimenticarla.
La buona notizia è che a Pentecoste tutto questo finisce, viene spazzato via. Gli ostacoli apparentemente insormontabili vengono rimossi, mentre lo spirito frantuma tutte le false sicurezze e toglie le stampelle prima costruite (anche con cura e con pazienza…). Non resta altra scelta che uscire allo scoperto nella Galilea delle genti.

Il primo passo per vincere la paura è ricordare che Dio è già presente, già qui, già all’opera e ci precede. Con ciò, siamo rimandati all’inizio del Vangelo: Gesù venne in Galilea e annunziava il vangelo di Dio, dicendo: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo!” (Mc 1,14).
Dovremmo riuscire a mettere le cose nella giusta prospettiva: il punto focale è offrire a coloro che sono trattenuti dalla paura l’opportunità di accedere al regno di Dio. In gioco c’è la salvezza di tutti, non la sopravvivenza della Chiesa.
La Pentecoste è il tempo in cui si osa affermare il “no” di Dio alla paura e alla paura della morte, si resiste a ciò che ferisce e danneggia il Creato, si lascia che le catene paralizzanti vengano spezzate, ci si oppone all’ingiustizia che ripugna, ci si oppone all’inaccettabile che smaschera il vero nemico.
Questa battaglia si può combattere solo con la forza dello Spirito, che entra dove tutto è chiuso, apre le porte, dona la pace e crea la nostra opportunità di salvezza. Il compito dell’uomo è solo quello di non sbarrare porte e finestre, di tenere gli occhi aperti e i sensi vigili per vedere il mondo con gli occhi dello Spirito.

Cristo è la porta(Cfr. Gv 10), noi ne attraversiamo la soglia.

NB: in copertina, Anonimo, Il Vento dello Spirito