Prima che scenda la notte

Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo,
glielo renderai al tramonto del sole

25 ottobre 2026 – XXX Domenica del Tempo Ordinario
Es 22,20-26
Sal 17
1Ts 1,5c-10
Mt 22,34-40

“Di chi è questa immagine?” Era la domanda di Gesù davanti alla moneta. Domenica scorsa ci eravamo soffermati anche su un’altra questione: quale persona siamo tanto sicuri di conoscere da non accorgerci più di quello che gli stiamo facendo?

Ora, nel libro dell’Esodo (prima lettura), compare un mantello preso in pegno: la Legge ordina di restituirlo prima del tramonto, perché chi lo possiede non ha un’altra coperta per dormire.
La notte arriverà comunque e non aspetterà certo che il creditore abbia chiarito le proprie ragioni, né che abbia maturato un sentimento più benevolo verso il debitore, l’uomo che ha un corpo da coprire mentre la notte è fredda.
Poco prima il testo nominava il forestiero, la vedova, l’orfano, l’indigente, non figure raccolte per illustrare le buone intenzioni, ma, come accade anche oggi, persone che possono essere oppresse, maltrattate, private di ciò che è necessario per vivere, persone che hanno la facoltà di gridare: il loro grido raggiunge il Signore.

La notte, nel racconto del Genesi, precede il mattino: «Fu sera e fu mattina». Che cosa è accaduto prima di quel giorno? Quale notte ha reso necessarie parole tanto precise: “Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole”. Il comando conosce ciò che gli esseri umani possono fare gli uni agli altri e non alla luce del sole: di notte un mantello può restare nelle mani di chi non deve dormirci sotto, mentre chi ne ha bisogno resta esposto al freddo.
Alla promessa di ascoltare il grido del povero seguono parole d’ira e una minaccia di morte che non possiamo trasformare in un’immagine rassicurante della giustizia, eppure, nel mezzo di questa asperità, resta anche l’ora indicata per un gesto d’amore: prima che scenda il sole.
Che cosa ne faremo del mantello preso a pegno prima di notte?
In altre parole: che vogliamo farne della nostra vita prima di morire?

Nel Vangelo qualcuno interroga Gesù per metterlo alla prova. La domanda riguarda il grande comandamento della Legge. Dopo la vigna, la festa, la moneta, continua il tentativo di chiuderlo dentro una risposta utilizzabile contro di lui.
Gesù risponde con parole che il suo interlocutore conosce: amerai il Signore tuo Dio. Poi ne pronuncia altre, anch’esse già nella Legge: amerai il prossimo tuo come te stesso.
Il secondo comandamento, dice Gesù, è simile al primo.
C’è una somiglianza tra i due comandamenti che non diventano uno solo: resta Dio, resta il prossimo. Resta anche la possibilità di pronunciare con sicurezza il primo e di non vedere chi, accanto a noi, sta per affrontare la notte senza mantello.

Ma si può forse comandare a qualcuno di amare? L’amore imposto rischia di diventare una parola vuota, un modo per sentirsi in regola, tuttavia chi ha preso il mantello non può attendere di diventare capace di amare prima di restituirlo. Forse il comando arriva proprio dove le nostre buone disposizioni non sono arrivate, non produce la gratuità, ma interrompe, almeno per un momento, il male che stiamo contribuendo a fare ad un altro corpo. E, se vogliamo spingerci un poco oltre chi ha preso il mantello in pegno non avrà il tempo di amare dopo il tramonto.

Infatti, ai Tessalonicesi è giunta una parola che non è rimasta soltanto parola, ma è stata anche accolta e messa in atto pur in mezzo alle prove; è passata attraverso le vite concrete di molti e ha risuonato altrove. Paolo parla di imitazione, e riappare l’idea della somiglianza. Essere a immagine di Dio non vuol dire tentare di riprodurre un’immagine immobile; vuol dire piuttosto muoversi, mettersi in movimento. Che cosa trasmetteremo a chi ci incontrerà, una volta in cammino? L’immagine di chi si prende cura del suo prossimo o l’immagine di chi trattiene ciò che ritiene utile per sé?
Il Vangelo di questa domenica non ci consegna una risposta pronta per questa domanda, ma indica la condizione in cui lasciarlo agire; se siamo vivi e sappiamo riconoscere una moneta dalla sua effigie, se abbiamo ascoltato e capito le parole di entrambi i comandamenti, possiamo perfino riconoscere chi ci sta di fronte: per amore o per la forza del comando ricevuto.

Poi scenderà la notte e, allora, chi dormirà sotto quel mantello?”

NB: in copertina, Anonimo, Il mantello restituito.

Di chi è questa immagine?

Perché mi tentate?

18 ottobre 2026 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario

ls 45,1.4-6; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21.

Tre domeniche fa, in una vigna, gli affittuari hanno riconosciuto l’erede e hanno deciso di ucciderlo.
Domenica scorsa abbiamo assistito a una festa alla quale gli invitati non avevano voluto partecipare, una città è stata incendiata e un uomo, trovato senza l’abito nuziale, è stato legato e gettato fuori.
Ora siamo davanti a una moneta.
Che cosa hanno in comune questi tre scenari?
Forse qualcosa che riguarda il nostro modo di riconoscere le persone e, soprattutto, quello che decidiamo di fare dopo averle riconosciute.

Nella vigna, gli affittuari sanno benissimo chi hanno davanti: «Costui è l’erede». Proprio per questo decidono di ucciderlo, convinti di potersi impadronire dell’eredità.
Durante il banchetto, un uomo viene individuato perché non indossa l’abito richiesto e il re, dopo averlo interrogato, ordina di gettarlo fuori. L’erede ucciso e l’uomo gettato fuori non sembrano la stessa tipologia d’uomo, eppure la fine di entrambi suscita la stessa domanda: che cosa accade quando riconosciamo qualcuno soltanto per il posto che occupa, per ciò che rappresenta o perché è in contrasto con le nostre aspettative?

Nel Vangelo di questa domenica Gesù si trova davanti a persone che hanno deciso di coglierlo in fallo: si sono accordate prima e hanno preparato una domanda, ma introducono il discorso con un complimento: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno». Riconoscono, dunque, la sua sincerità, la sua fedeltà alla verità e la sua libertà. Ma è sulla base di questo riconoscimento delle qualità personali di Gesù di Nazaret che costruiscono la loro trappola: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Probabilmente pensano di conoscerlo abbastanza da prevedere una sua risposta “incauta” per usarla contro di lui.

Si manifesta qui agli occhi del lettore un’incrinatura che opacizza la certezza del riconoscimento. Cosa hanno visto quegli uomini? Chi hanno visto, tanto da volergli tendere una trappola?
Siamo capaci di distinguere da lontano una persona dal modo in cui si muove, di scorgere una somiglianza nel viso di un figlio, di ritrovare un gesto familiare in una persona che conosciamo appena. Questa facoltà permette di avvicinarsi agli altri, ma dal racconto evangelico risulta evidente che gli esseri umani possono anche riconoscere qualcuno per osservarlo e diventare più esperti nel come tendergli una trappola. Vedere, quindi, non ha lo stesso significato di “riconoscere” e, soprattutto non significa automaticamente “accogliere” e “accettare”.

Gesù conosce la malizia di quegli uomini, ma non risponde nei termini che vorrebbero imporgli, non si lascia manipolare: inaspettatamente chiede una moneta e domanda di chi siano l’immagine e l’iscrizione. «Di Cesare», rispondono. Che sia proprio l’immagine di Cesare, nessuno può metterlo in dubbio: le monete romane erano ben conosciute. Questa volta il riconoscimento è immediato, non ci sono domande su Cesare e tutti siamo proprio sicuri che quello sulla moneta è il volto di Cesare!
«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Sarebbe facile ricavarne una divisione del mondo in due territori, uno affidato al potere politico e l’altro riservato a Dio. Ma Gesù non sta tracciando una mappa del territorio, sta solo rendendo evidente che tutti sanno riconoscere l’immagine di Cesare e la tengono in mano, stampata sulla moneta. Alle spontanee solite associazioni che potrebbero nascere da questa fatto, si aggiunge una questione molto meno semplice: che cosa bisognerebbe rendere a Dio?

La Genesi racconta che l’essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Mi chiedo: se l’essere umano porta l’immagine di Dio e gli somiglia, che cosa può voler dire riconoscere l’immagine di Dio? Non basta individuare un volto, attribuirgli un’identità e collocarlo tra quelli che conosciamo: gli affittuari hanno riconosciuto l’erede e lo hanno ucciso, gli interlocutori di Gesù ne hanno riconoscono le buone qualità per cercare di usarle contro di lui.

E che cosa accade, poi, a chi non ci somiglia affatto, a chi non riusciamo a collocare tra i volti familiari? Se aspettiamo di trovare nell’altro qualcosa che ci rassomigli prima di riconoscerlo come prossimo, che cosa accadrà nel frattempo?

La prima lettura ci porta davanti a un personaggio che mette in discussione proprio la riconoscibilità di un nostro simile: Ciro non appartiene a Israele, anzi,  il testo afferma chiaramente che Ciro non conosce il Signore.
Eppure il Signore lo chiama per nome, lo prende per mano e agisce attraverso di lui.
Si può accettare una frase del genere? Dio opera attraverso qualcuno che non lo conosce.
Chi avrebbe pensato di cercare proprio lì un segno della sua azione?
Anche Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi, non consegna loro un ritratto nel quale debbano necessariamente riconoscersi. Ricorda l’operosità della fede, la fatica dell’amore, la fermezza della speranza. Sono parole ricche di significati che implicano tempo, gesti, relazioni.
Forse, neanche una comunità si riconosce dall’immagine che offre di se stessa, perché occorre guardare ciò che accade tra le persone, come si relazionano e chi viene raggiunto dalla loro cura.

Torniamo alla moneta: l’immagine di Cesare è lì, sul palmo di una mano. Basta guardare e leggere. Ma l’immagine di Dio non è stampata sull’altra faccia. Non possiamo capovolgerla e trovare una risposta altrettanto evidente.

La Genesi parla dell’essere umano creato a immagine di Dio, ma l’Esodo invita a non fabbricare immagini divine. Le due affermazioni concorrono ad evitarci la confusione tra “riconoscimento” e “possesso”. Anche una persona può essere imprigionata nell’immagine che ci siamo fatti di lei. Possiamo conoscerne il nome, riconoscerne i gesti, descriverne le qualità e continuare a non vedere chi veramente abbiamo davanti.

Se l’essere umano è immagine di Dio, non possiamo decidere che meriti di essere accolto soltanto quando corrisponde alle nostre attese, né basta dire di riconoscere Dio, se poi escludiamo o feriamo qualcuno che a qualche livello gli somiglia.

Riconoscere, dunque, non è ancora amare. Sarà per questo che alla prossima “puntata” qualcuno domanderà a Gesù, ancora per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della Legge?»

NB: in copertina, Anonimo, Gesù e il tributo a Cesare.

Una festa che brucia

Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni

11 ottobre 2026 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14.

Una festa? Ma che festa è questa? Ho riletto non so quante volte questo passo e la parola “festa” mi brucia perché, mentre leggo, capisco che può venire quasi spontaneo intravedere Dio nel re che l’ha preparata.
Dovremmo spiegare perché Dio incendi una città e faccia legare e gettare fuori un uomo invitato al suo banchetto. Ma siamo sicuri che il primo passo sia giusto?

Gesù dice che il regno dei cieli è simile a un re che celebra le nozze del figlio; dobbiamo riconoscere Dio nel re, oppure magari afferrare qualcosa del Regno attraverso tutto ciò che viene narrato, comprese le azioni del re?

Il mondo creato da Dio comprende anche i nostri governi e le nostre libertà; anche la libertà di comportarsi da prepotenti. Questo non obbliga a pensare che Dio governi l’universo allo stesso modo. Quando celebriamo Cristo Re, almeno per come lo intendo io, riconosciamo una regalità che si lascia ferire ed espellere. Nella parabola, invece, siamo subito pronti a riconoscere Dio in chi dispone delle truppe. Forse è una mia proiezione; ma vorrei domandarmi se non sia una proiezione anche l’altra.
Il re prepara una festa, narrata con pochissimi elementi che lasciano supporre un evento lieto.
Il figlio non parla, la sposa non compare, il vino non è nominato. Assenze che non dimostrano nulla da sole, ma diventano strane quando tutto il resto è raccontato con tanta precisione: ordini, convocazioni, assassinii, incendio, ispezione della sala, sentenza.
Da bambino, quando andavamo con gli altri bambini a vedere la sposa uscire sul sagrato della chiesa, la aspettavamo con trepidazione. Qui (anche da vecchio) mi aspetterei qualcosa che mi faccia riconoscere una festa di nozze, mentre continuo ad incontrare il sovrano.
Poi arriva l’invito per tutti, buoni e cattivi raccolti per strada.
Provo ad immaginare di invitare al pranzo di Natale tutte le persone che dormono alla Stazione Termini. Con quali vestiti penso che arriveranno? E che cosa sto offrendo, se dopo averle fatte entrare le esamino per vedere se sono vestite come pretendo? Il racconto non dice che all’uomo sia stato dato un abito e che lui lo abbia rifiutato. Posso supporlo per spiegare la condanna, ma devo accorgermi che sono io ad aggiungerlo.
Perché sento tanto il bisogno di rendere giusta questa sentenza?

È qui che mi viene un dubbio: forse Gesù ci sta facendo vedere la propria sorte?
L’uomo interrogato ammutolisce, non rivendica nulla, viene legato ed espulso. Certo questo non basta per affermare che nella sorte di quell’uomo possiamo vedere una profezia della fine di Gesù di Nazaret sul Golgota, ma dovrebbe bastare per chiedersi perché, pensando alla sua fine, lo sconosciuto gettato fuori cominci ad assomigliargli.
Se cerchiamo Cristo soltanto sul trono, potremmo non riconoscerlo quando viene gettato fuori dall’imperatore di Roma e dalle autorità religiose di Israele.
«Molti sono chiamati, ma pochi eletti». Potrebbe riguardare chi ascolta?
Non è una frase che ci consegna necessariamente una statistica del paradiso; potrebbe essere un invito a chiedersi quanti, tra i molti raggiunti dal racconto, riescano davvero ad avere orecchie per intenderlo. Non quelli che nascono già “imparati” (come dicono a Roma), ma quelli disposti a mettere in questione ciò che credono di sapere su Dio. Compresa l’abitudine di attribuirgli i comportamenti con cui gli uomini difendono il proprio potere.
Non so se questa lettura regga fino in fondo, ma mi sembra che meriti di essere presa in considerazione e saggiata prima di assolvere il re e dimenticare l’uomo.

La festa brucia perché mette alla prova la nostra immagine di Dio: mentre crediamo di riconoscerlo in chi invita, giudica e punisce, potremmo averlo lasciato fuori dalla porta.

NB: in copertina, Anonimo, La Festa.

Frutti ed eredi

La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo

4 ottobre 2026 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario
ls 5,1-7
Sal 79
Fil 4,6-9
Mt 21,33-43

Un uomo pianta una vigna, la circonda con una siepe, scava una buca per il torchio, costruisce una torre. Sono gesti che preparano un ambiente: il luogo dove la vita può crescere.  In seguito l’uomo affida la vigna ad alcuni contadini e si allontana. Quando arriva il tempo di raccogliere i frutti, manda i suoi servi a reclamarli. Da quel momento in poi il testo descrive comportamenti pieni di violenza: i vignaioli catturano i servi, li bastonano, li lapidano, li uccidono.
Il padrone manda altri servi, ma subiscono la stessa sorte; alla fine invia direttamente suo figlio pensando “Avranno rispetto per mio figlio”.
I vignaioli vedono il figlio e pensano diversamente: se costui è il figlio, è anche l’erede; se lo uccidiamo, l’eredità sarà nostra.
Poi mettono in atto ciò che hanno pensato: cacciano fuori dalla vigna il figlio dell’uomo che l’aveva piantata e lo uccidono.

In realtà, la vigna era stata soltanto affidata ai vignaioli, quindi cosa trovavano di realmente insopportabile nella richiesta dell’uomo che l’aveva piantata?
In effetti coltivarla, raccoglierne i frutti, consegnarne una parte non sarebbe bastato per sostituirsi al proprietario della vigna, ma i vignaioli vogliono l’eredità, senza essere eredi. Per ottenerla arrivano a distruggere l’erede, il figlio dell’uomo.

Il canto di Isaia aveva già costretto il lettore a spostare per analogia lo sguardo dai grappoli d’uva a ciò che accade tra le persone, dai frutti della vigna a quelli del consorzio umano, cioè alle relazioni improntate alla giustizia: se i frutti attesi sono giustizia e rettitudine, al loro posto troviamo spargimento di sangue e grida di sofferenza. 
Non penso che nella parabola di Matteo servi percossi e figlio ucciso siano considerati il rendimento atteso dal Creatore; in altre parole uomini e donne, da ovunque provengano, non possono essere trattati alla stregua di grappoli da pigiare e vino da bere.
Esiste forse qualcuno (perdonate la domanda retorica) che può chiamare buono un raccolto ottenuto passando sopra i corpi e il sangue delle persone?

Gesù illustra tutto questo nel tempio, a persone che, vedi caso, contestano la sua autorità. Poi domanda loro che cosa pensano farà il padrone quando tornerà. 
La risposta, in base all’interpretazione letterale del testo di Isaia, arriva netta e chiarissima: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri”.
D’altronde i presenti avevano fino ad allora ascoltato una storia di omicidi e rispondono per abitudine con la stessa logica: il solo concetto di giustizia che riescono a formulare in questo caso appartiene alla logica dell’uccisione compiuta per vendetta. È una logica di morte.
Gesù ascolta la risposta, non ripete il “farà morire”, compie una svolta: la pietra scartata dai costruttori è diventata pietra d’angolo; il regno verrà tolto ai vignaioli e dato a qualcuno che lo sappia coltivare. 
Il giudizio non scompare, né la violenza pregressa, ma giudizio e violenza non occupano la fine del racconto e, soprattutto, non sono le ultime parole di Gesù di Nazaret. L’idea del dare ad altri era in ogni caso presente anche nella risposta di chi ha ascoltato quella parabola ai tempi di Gesù. 

E, allora, gli altri chi sono? E che cosa renderebbe certi che questi “altri” agirebbero molto più giustamente dei primi? Venire dopo non dà un titolo di proprietà, né un certificato legale di esperti in giustizia secondo il Vangelo.
La vigna continua ad essere affidata e il richiamo al Levitico – la terra appartiene al Signore e chi vi abita è presso di lui come forestiero e ospite – toglie qualsiasi sicurezza anche dalle mani dei nuovi coltivatori.
Perfino la terra ha diritto a un tempo di riposo e non tutto ciò che può produrre può essere preso.

La parola erede intanto è rimasta nelle nostre orecchie: nella parabola indica il figlio del padrone, è lui che viene cacciato fuori e ucciso. 
Non abbiamo alcun bisogno di cambiargli identità per sentire oggi un’altra domanda risuonare nelle nostre orecchie: quali frutti sarà possibile raccogliere se chi coltiva la vigna, la consuma fino ad esaurirla? 
Anche noi avremo degli eredi. Sono persone che vivranno ancora dopo di noi e alle quali sarà affidata la stessa terra che avevamo ricevuto prima di loro. 
Chi crede che si possa sottrarre il futuro a qualcuno senza incontrarlo sulla propria strada sia pure attraverso i figli e i figli dei figli?
Questa domanda non nasce dall’omicidio raccontato in Matteo: nasce ora, mentre riascolto il vangelo di Matteo in un tempo diverso, nel tempo attuale.
Non tutte le violenze sono uguali; neppure le nostre personali possono essere superficialmente mascherate sotto quelle dei vignaioli della parabola, come appartenessero a personaggi di fantasia.

Domenica prossima leggeremo un’altra parabola: ci sarà un re, una festa per suo figlio, altri servi e altra violenza. 
Non so bene ancora cosa fare e come collegare tutte queste immagini una accanto all’altra. 
Per ora sono nella vigna, davanti a ciò che è stato piantato e a chi è stato ucciso. 
La terra è ancora lì e ancora qui.
A chi sarà affidata? 
E che cosa troverà chi verrà dopo di noi?

Tra una domanda e l’altra,  proviamo anche ad ascoltare il cantico delle creature di San Francesco D’Assisi, oggi 4 ottobre 2026: Sora nostra matre terra, il nostro magnifico pianeta. Francesco la percepisce come sorella e madre che ci sostiene e ci governa. 

Come cambierebbe il nostro abitare la terra, quando ciò che vogliamo possedere come si possiede un appezzamento di terreno prende il nome di sorella, madre, fratello o padre? 
Mentre cerchiamo di assicurarci che tutto resti nostro, quali frutti potranno trovare gli altri, quando noi non saremo più qui a raccoglierli?

NB: in copertina, Anonimo, Frutti ed eredi

La possibilità di cambiare

È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia
e non gli avete
creduto; i pubblicani e le prostitute invece
gli hanno creduto.

27 settembre 2026 – XXVI Domenica del tempo Ordinario
Ez 18,25-28
Sal 24
Fil 2,1-11
Mt 21,28-32

Viviamo in un tempo nel quale sembra sempre difficile poter cambiare. Ogni parola pronunciata rimane, ogni errore può essere recuperato, ogni posizione presa rischia di diventare un’identità. Abbiamo costruito strumenti potentissimi per ricordare ciò che una persona ha detto dieci o vent’anni fa, ma forse abbiamo sempre meno capacità di riconoscere che quella persona oggi può non essere più la stessa; l’aver detto o fatto qualcosa in passato spesso cristallizza un’identità, senza considerare con la dovuta attenzione gli eventuali cambiamenti intercorsi.
«Tu hai detto questo, tu hai fatto questo: tu sei questo». Come se tra il passato e il presente del verbo essere non ci fosse più differenza.
Ezechiele suggerisce però che il giusto può allontanarsi dalla giustizia e chi sbaglia può cambiare strada. Nessuno vive di rendita sul bene compiuto ieri e nessuno è definitivamente imprigionato nel male arrecato, ma ciò significa che non possiamo fissare definitivamente neppure l’immagine che abbiamo di noi stessi.

La distanza tra i due figli della parabola non passa tra chi dice sì e chi dice no, tra credenti e non credenti, tra diligenti e pigri, tra persone affidabili e persone inaffidabili. Passa tra la possibilità di lasciarsi trasformare e la decisione di rimanere tali e quali. La linea di demarcazione tra l’uno e l’altro atteggiamento resta spesso invisibile dall’esterno. L’umanità, semplificando, non è divisibile in buoni e cattivi.
Il Vangelo di questa domenica insegna che ci sono dei sì dietro i quali possiamo nasconderci e dei no dai quali possiamo ripartire.

Come mai Gesù dice alle autorità religiose che pubblicani e prostitute arriveranno prima nel regno di Dio?
Sarebbe facile trasformare questa risposta nell’ennesimo rovesciamento, ma Gesù non afferma che la prostituzione o l’ingiusta tassazione siano positive, non romanticizza l’emarginazione o la vita ferita, ma non sta neanche affermando che chi occupa una posizione religiosa o di potere sia necessariamente peggiore di altri; sta indicando qualcosa che è accaduto e che accade.
Pubblicani e prostitute hanno ascoltato il Battista, hanno creduto alle sue parole e qualcosa nelle loro vite si è mosso. Gli altri hanno “visto” accadere questa trasformazione e sono rimasti immobili.
Potremmo provare a chiederci che cosa accade dentro di noi quando vediamo cambiare l’orientamento spirituale o morale di qualcuno che avevamo già giudicato negativamente.
È relativamente facile credere in astratto alla «conversione», ma lo è molto meno accettare la trasformazione concreta di qualcuno che avevamo già infilato nelle nostre categorie mentali. Come mai? Semplice: se l’altro cambia, dobbiamo cambiare anche noi lo sguardo attraverso il quale lo avevamo definito.
Questo può costare molto.
Abbiamo bisogno di categorie per orientarci nel mondo. La parabola introduce invece movimento dove noi vorremmo stabilità e certezze sui nostri giudizi.
Si fatica ad accettare non tanto che qualcuno abbia sbagliato, ma che Dio possa raggiungerlo senza chiedere il nostro parere.
Può succedere che chi dovrebbe testimoniare la presenza di Dio pretenda di amministrarne la via d’accesso; che diventi difficile riconoscere il bene solo perché quel bene è nato altrove.
Riesco a gioire del bene di un altro anche se io non ne sono l’artefice?
È una domanda che va molto oltre la religione. Riguarda la politica, le appartenenze culturali, le nostre comunità, perfino le relazioni personali. Quante volte una buona idea diventa sospetta perché viene dalla parte sbagliata? Quante volte si preferisce che un problema rimanga irrisolto, piuttosto di dover riconoscere che qualcun altro, magari poco stimabile ai nostri occhi, ha contribuito a risolverlo?

Anche il «pentimento» evangelico potrebbe essere liberato da molta della pesantezza morale che gli abbiamo attribuito. Non è necessariamente il sentimento colpevole di chi guarda continuamente il proprio passato, ma è piuttosto la possibilità di non essere obbligati a ripeterlo; posso ricominciare, posso scoprire che una posizione alla quale mi ero aggrappato non mi corrisponde più.
E soprattutto: posso concedere la stessa possibilità agli altri.
Gesù rimprovera infatti ai suoi interlocutori di aver visto e non avete cambiato stile di vita.

Ezechiele dice che nessun passato costituisce una sentenza definitiva.
Matteo racconta un uomo capace di contraddire la propria risposta precedente.
Paolo indica in Cristo qualcuno che non fa della propria posizione qualcosa da difendere.
Sono tre movimenti diversi, ma sollecitano un’unica domanda: quanto siamo ancora disponibili a cambiare?
E non soltanto a chiedere agli altri di cambiare?

Il secondo figlio entra nella vigna proprio nel momento in cui scopre che non è obbligato a essere per sempre l’uomo che aveva detto no.
Credo che il Regno di cui parla Gesù cominci ogni volta che restituiamo a qualcuno — anche a noi stessi — la possibilità di non coincidere per sempre con ciò che siamo stati.

Graduatorie

Tu sei invidioso perché io sono buono?

20 settembre 2026 – XXV Domenica del Tempo Ordinario
Is 55,6-9
Sal 144
Fil 1,20c-24.27a
Mt 20,1-16

La parabola degli operai della vigna mette subito in crisi il nostro modo abituale di pensare la giustizia.
Gli operai della prima ora hanno lavorato tutto il giorno. Quelli dell’ultima, soltanto un’ora. Alla sera ricevono tutti la stessa paga.
La protesta dei primi è comprensibile: se il lavoro è diverso, perché la retribuzione è uguale?
Il padrone non nega la differenza. Ricorda semplicemente di aver rispettato il contratto: «Amico, non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?». Poi aggiunge la domanda decisiva: «Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?».
Il problema nasce dunque dal confronto. Gli operai della prima ora non sono stati danneggiati; ricevono quanto era stato loro promesso. Ma, vedendo ciò che ricevono gli altri, cominciano a considerarlo insufficiente.

È una dinamica che conosciamo bene. Il lavoro svolto, il tempo impiegato, la fatica sostenuta possono diventare facilmente una misura non soltanto di ciò che ci è dovuto, ma anche del nostro valore rispetto agli altri. Da qui la tentazione di trasformare il merito in graduatoria.
La parabola introduce invece un elemento che non entra facilmente nei nostri calcoli: la gratuità.
Questo non significa che il lavoro non abbia valore né che la giustizia sociale debba ignorare differenze, contratti e responsabilità. La parabola non è un manuale di economia. Il suo problema è un altro: che cosa accade quando trasferiamo la logica della contabilità nel rapporto con Dio?

La tradizione cristiana ha riconosciuto qui uno dei suoi nodi fondamentali. La salvezza non è il salario ottenuto accumulando prestazioni religiose. Papa Francesco, in Gaudete et exsultate, ha richiamato il rischio di una mentalità che attribuisce tutto allo sforzo personale e finisce per dimenticare la precedenza della grazia.
In questo senso la parabola è scomoda soprattutto per chi pensa di essere arrivato per primo.
Gli operai dell’ultima ora dicono di essere rimasti senza lavoro perché nessuno li aveva chiamati. Il padrone esce ancora e li manda nella sua vigna. Non è mai troppo tardi per essere chiamati.
Questa immagine può parlare anche a chi considera una parte della propria vita perduta o inutile. La chiamata continua fin quasi alla fine della giornata.

Ma il racconto non consola soltanto gli ultimi. Interroga anche i primi.
Avere lavorato più a lungo non autorizza a trasformare il proprio servizio in un credito nei confronti di Dio. La fedeltà non diventa un titolo di proprietà sulla sua bontà.
Paolo esprime qualcosa di simile quando parla di giustificazione. L’uomo non produce da sé la propria salvezza: la riceve. La grazia interrompe la pretesa di costruire un rapporto con Dio secondo la sola equivalenza tra prestazione e ricompensa.
Rimane naturalmente una tensione. Il Nuovo Testamento parla anche di giudizio e di responsabilità delle opere. Grazia e responsabilità non possono essere semplicemente contrapposte.
È proprio per questo che la parabola non permette soluzioni troppo facili.
Il padrone non dice che il lavoro della prima ora e quello dell’ultima siano identici. Non dice che l’impegno sia irrilevante. Dice però che la propria bontà non può essere ridotta alla misura con cui gli uomini distribuiscono crediti e debiti.

Possiamo accettare di ricevere gratuitamente ciò che non potremmo pretendere come salario?
E soprattutto: possiamo accettare che anche l’altro lo riceva?
La domanda del padrone rimane aperta: «Il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?».

La parabola non elimina la giustizia. Ci obbliga però a domandarci se la giustizia di Dio possa essere esaurita dalla nostra contabilità.

NB: in copertina. Anonimo, Operai della prima e dell’ultima ora

Il debito

 Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi

13 settembre 2026 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Sir 27,33-28,9
Sal 102
Rm 14,7-9
Mt 18,21-35

Continua il discorso sulla vita della comunità e, in particolare, sul perdono da accordare al fratello che ha sbagliato. Il problema viene affrontato attraverso due domande: quante volte si debba perdonare e perché si debba farlo.

La prima nasce in un contesto nel quale si cercava anche di stabilire un limite concreto al perdono: alcuni rabbini, per esempio, ritenevano che si potesse perdonare fino a tre volte. Matteo, che ama formulare con chiarezza le regole della vita comunitaria, affida allora a Pietro, il più concreto degli apostoli e quello che parla a nome degli altri, la domanda decisiva: bisogna perdonare fino a sette volte? La risposta di Gesù sposta però il discorso fuori dal calcolo: «settanta volte sette». Non si tratta più di contare, perché il perdono non ha un limite numerico.

La risposta alla seconda domanda, cioè perché si debba perdonare, richiede qualche passaggio in più, poiché Matteo la affida a una parabola i cui riferimenti non risultano oggi immediatamente comprensibili. L’immagine presuppone un grande potentato orientale, di stirpe reale, circondato da numerosi viceré o satrapi, ai quali spetta rendere conto delle entrate riscosse. Benché siano alti funzionari, questi uomini vengono chiamati servitori proprio perché restano subordinati e dipendenti dal monarca; somme enormi di denaro passano quindi attraverso le loro mani.

Matteo presenta il padrone della parabola come figura del Padre celeste e il servo come figura dell’essere umano; ma che cosa vuol dire «debito»? Il testo non lo dice esplicitamente, ma nel linguaggio di Matteo questa parola rinvia al peccato, cioè a ciò che allontana l’essere umano dalla propria vocazione. Si può leggere l’enormità della somma come un modo per rappresentare la gravità e l’accumularsi di questo smarrimento: lasciato a se stesso, l’essere umano rischierebbe di perdersi sempre più, fino a trasformare anche il mondo che abita in un luogo di sofferenza. La sproporzione rappresentata nella parabola mostra infatti quanto spesso non siamo in grado di cogliere fino in fondo il peso delle nostre azioni. Il gesto del padrone, che cancella interamente il debito, afferma allora che Dio non abbandona l’essere umano nel suo vagare, ma interviene per ricondurlo alla sua vocazione originaria trasformandone il cuore.

La seconda parte della parabola è più immediata: se abbiamo ricevuto perdono, siamo chiamati a perdonare a nostra volta chi si allontana, sbaglia o ci ferisce. Il racconto richiama così un dato elementare dell’esperienza umana: l’errore, le scelte sbagliate, le offese, le ferite, l’ostinazione e la cecità fanno parte della vita, anche se vorremmo che non fosse così. Riconoscere questa realtà e ammettere che anche noi vi contribuiamo in modi diversi, può aprirci alla comprensione di quel Padre misterioso di cui parla Gesù e che Gesù stesso ha cercato di rendere visibile con tutta la sua vita.
Chi non ha mai subito un’ingiustizia, è stato ferito da una parola, mal consigliato o trascinato dall’impulso del momento? Chi non ha mai detto qualcosa che non pensava davvero o compiuto un gesto di cui poi si è pentito? Proprio perché tutto questo appartiene alla vita umana, il perdono diventa l’unico rimedio capace di interrompere la catena delle ferite e, per questo, può essere chiamato una via privilegiata per entrare nel mistero di Dio.
Il contrario è terribile, perché la conclusione della parabola può lasciare sconcertati: il padrone consegna il servo ai carnefici e Gesù aggiunge che così farà il Padre celeste con chi rifiuta di perdonare. È una durezza tipica dello stile di Matteo, ma il senso non è che Dio intervenga dall’esterno per infliggere una punizione arbitraria; chi rifiuta il perdono entra piuttosto in una logica implacabile, nella quale le ferite non possono più essere guarite e ogni offesa continua a generarne altre, fino a produrre sofferenza e morte.

Il perdono non cancella il male né nega le ferite, ma interrompe la logica che le perpetua. Per chi legge la parabola nella fede, è proprio in questa capacità di non restituire il male ricevuto che può diventare riconoscibile qualcosa del volto di Padre. E per chi non condivide questa fede, resta comunque una possibile eredità di pensiero: una vita umana cresce quando riesce a sottrarsi al desiderio della vendetta.

NB: in copertina, Anonimo, I satrapi

Questione di disciplina?

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro

6 settembre 2026 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario
Ez 33,1.7-9
Sal 94
Rm 13,8-10
Mt 18,15-20

Quando nel Vangelo compare una procedura in quattro passaggi, come dire, ci si sente subito a casa: verbi all’imperativo, testimoni da convocare, un’assemblea a cui riferire e perfino qualcosa da legare o sciogliere. Per un attimo sembra quasi di avere trovato il regolamento condominiale del Regno di Dio. Mt 18,15-20 è stato spesso letto, non senza ragione, come un piccolo codice di disciplina ecclesiastica: parla di una colpa, di un ammonimento, di testimoni e, alla fine, della comunità.
Eppure il testo non prende l’avvio da un’istituzione che debba difendersi, comincia da «tuo fratello». Prima della colpa viene chiamata in causa la relazione tra le persone; prima della sanzione viene considerata la possibilità di guadagnare qualcuno che rischia di perdersi.
Il conflitto, del resto, non è un incidente capitato a una comunità difettosa, ma una possibilità ordinaria del vivere insieme. Gesù sembra non stupirsene, forse non immagina discepoli così spirituali da non ferirsi mai, insegna piuttosto che cosa fare quando inevitabilmente ci si trova in pieno conflitto.
Una comunità adulta non è quella che non litiga, ma quella che impedisce al conflitto di diventare umiliazione, vendetta o spettacolo.

Il primo gesto è parlare a tu per tu, non per sistemare ogni cosa in segreto, ma per proteggere la dignità di entrambi i dialoganti, lasciando alla parola il tempo di essere ascoltata e maturata.
Il pettegolezzo – per quanto spesso praticato con zelo quasi liturgico – non figura tra i sacramenti. Correggere il fratello significa anche esporsi alla possibilità che la propria lettura dei fatti debba essere corretta.
Se il colloquio fallisce, entrano in scena una o due persone. Il richiamo a Deuteronomio 19 non autorizzerebbe a costituire una piccola maggioranza contro l’accusato. I testimoni dovrebbero servire a sottrarre il giudizio all’arbitrio di una voce sola: aiutano ad accertare i fatti, non a fare pressione. La comunità evangelica non presume che chi accusa abbia ragione perché parla con maggiore sicurezza, meglio e per primo.
Infine viene chiamata in causa l’assemblea. Se neppure l’assemblea viene ascoltata, il fratello sia considerato «come un pagano e un pubblicano». Qui la lettura disciplinare tradizionale intravede facilmente l’espulsione. Nel Vangelo, però, proprio pagani e pubblicani non sono persone che Gesù smette di cercare. Il versetto può segnare un confine reale, senza trasformarlo in un giudizio ultimo sulla persona. La relazione cambia; la speranza della riconciliazione non viene per questo cancellata.
Anche il potere di legare e sciogliere diventa allora meno trionfale e assai più scomodo. Non è un timbro celeste apposto automaticamente sulle decisioni ecclesiastiche, ma la misura della responsabilità affidata alla comunità: ciò che facciamo della vita altrui ha conseguenze.
Per questa ragione la promessa seguente non è un grazioso incoraggiamento posto in fondo alla procedura: gli stessi due o tre che potrebbero presentarsi come testimoni devono ricordare sotto quale sguardo parlano. La presenza di Cristo non rende infallibile il gruppo; gli impedisce, semmai, di giudicare come se Cristo fosse assente.

Ezechiele chiama il profeta «sentinella» il suo ruolo è “avvertire”, non tacere per quieto vivere, ma neppure agire al posto dell’altro. Il profeta/sentinella è responsabile della parola che pronuncia e di quella che omette, non della coscienza altrui. Vigila senza impadronirsi delle coscienze, parla senza condannare in anticipo.
Paolo offre il criterio più breve e, allo stesso tempo, più esigente: «L’amore non fa nessun male al prossimo; pieno compimento della legge è l’amore». La disciplina cristiana va misurata sulla capacità di impedire il male e di rendere nuovamente possibile il bene, non sulla precisione adoperata per espellere chi non corrisponde ai requisiti. Se protegge l’istituzione sacrificando le persone, può essere impeccabile nella forma e avere già smarrito il Vangelo.

Naturalmente anche l’operazione opposta comporta qualche rischio. Presentare Matteo come un «manuale del discepolato» o il capitolo come una Haustafel può allargare utilmente lo sguardo, ma nessuna formula risolve il testo una volta per tutte. Il contesto illumina un passo, non ne spiana le asperità. Matteo sta parlando sul serio di una disciplina comunitaria, la questione è quale volto assuma alla presenza di Cristo.
Misericordia non significa fingere che nulla sia accaduto; non significa obbligare chi è stato ferito a riconciliarsi in fretta, né usare il colloquio privato per coprire abusi o reati.
Quando qualcuno è in pericolo, la protezione della vittima e il ricorso alle autorità competenti vengono prima della riservatezza comunitaria.
Il perdono evangelico non è una tecnica per restituire tranquillità al colpevole.
La misericordia è più severa del permissivismo e più paziente della condanna: dice la verità sul male, pone limiti quando sono necessari e continua a vedere nell’altro una persona, perfino quando non è più possibile vivere la relazione con quell’altro nello stesso modo.
La disciplina evangelica non decide chi merita di essere amato, cerca come amare senza farsi complice del male.
Forse è questo che rende il brano molto meno rassicurante di un regolamento.
I regolamenti permettono di chiudere utilmente una procedura.
Gesù lascia invece la comunità sotto la responsabilità della parola data, del limite posto e della porta che non va murata. Chiede di essere sentinelle, non sorveglianti; testimoni, non padroni della verità; fratelli e sorelle anche quando la fraternità costa.

Bastano due o tre persone perché Cristo sia in mezzo a loro.
Ne bastano altrettante, purtroppo, per creare una fazione, la differenza non sta nel numero, ma nel nome nel quale ci si riunisce e nel modo in cui, in quel nome, ci si prende cura della verità e dell’altro.

NB: in copertina, Anonimo, Questioni di disciplina?

Il mio posto

Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!

30 agosto 2026 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Ger 20,7-9
Sal 62
Rm 12,1-2
Mt 16,21-27

Pietro ha appena riconosciuto Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente, e ha ricevuto da lui parole di approvazione e promesse sorprendenti, e ora, pochi versetti dopo, questo stesso Pietro viene chiamato Satana.
Che cosa è successo?
Il capovolgimento è così brusco da lasciare interdetti: Pietro, il primo ad aver confessato davanti agli altri discepoli che Gesù è il Cristo, si ritrova quasi immediatamente apostrofato con una parola che la tradizione cristiana ha caricato, nei secoli, di significati terribili.
Eppure proprio questa parola, se riportata alla sua storia più antica, permette forse di capire meglio la scena.

La cultura occidentale ha costruito attorno a Satana una figura precisa, personale, quasi il nome proprio del principio del male. Ma nelle Scritture il termine ha una storia più complessa. L’ebraico śāṭān indica anzitutto qualcuno che si pone contro, un avversario, qualcuno che ostacola il cammino di un altro. Solo in determinati contesti assume anche la funzione più specifica dell’accusatore e, progressivamente, il nome proprio dell’Avversario per eccellenza.
Quando Gesù dice a Pietro:
«Vattene dietro di me, Satana!» non è dunque necessario immaginare che Pietro sia improvvisamente diventato il Diavolo. Pietro è, in quel momento, colui che si mette contro, e Matteo sembra quasi spiegare immediatamente il senso della parola aggiungendo: «Tu mi sei di scandalo»; skándalonè termine greco, che indica un ostacolo, qualcosa che fa inciampare.

Per capire come Pietro sia arrivato ad occupare questa posizione bisogna tornare a ciò che è appena accaduto. Gesù ha cominciato a spiegare ai discepoli che dovrà andare a Gerusalemme, soffrire molto a causa degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, essere ucciso e risuscitare il terzo giorno. A questo punto Pietro reagisce prendendolo in disparte e comincia a rimproverarlo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Le sue intenzioni potrebbero anche essere buone, probabilmente vuole proteggere Gesù, non sopportando l’idea che il Maestro debba soffrire e morire. Non credo ci sia bisogno di immaginare che non abbia sentito la parola sulla risurrezione o che il suo ascolto sia stato “distratto”. La questione potrebbe essere più radicale: Pietro ha ascoltato, ma ciò che ha ascoltato non corrisponde all’idea di Messia che porta con sé. Pochi istanti prima ha detto: «Tu sei il Cristo», adesso pretende di stabilire che cosa significhi essere il Cristo e come deve esserlo: il Cristo non può soffrire in quel modo, non può finire nelle mani dei capi religiosi, non può essere ucciso. Non che Pietro neghi il riconoscimento precedente, tenta di correggerne l’identità.

È questo il nucleo della questione: il discepolo cambia posizione, si antepone e funge da ostacolo alla realizzazione della volontà del Cristo.

Il discepolo ordinariamente segue, quindi “sta dietro”; Pietro, ora, per un istante, pensa di indicare la strada al Maestro. Non si limita a stargli dietro. Gli si mette davanti. E Gesù risponde precisamente ristabilendo le posizioni: «Dietro di me». Non è soltanto un rimprovero, è l’indicazione precisa di un luogo: lo spazio e la collocazione del discepolo: il suo posto (il nostro posto) non è davanti a Lui. È dietro a Lui. La forza della parola «Satana» qui è quasi visibile: è quello che attraversa la strada al Cristo e tenta di farlo inciampare, con l’intenzione di deviarne l’opera. Dovremmo rabbrividire davanti a questo comando, dopo averne afferrato realmente il senso: “Togliti di mezzo, non ti permettere di essere di ostacolo a Dio”.
È significativo che subito dopo Gesù si rivolga a tutti i discepoli dicendo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Il «dietro di me» rivolto a Pietro non è un inciso isolato, colloca tutti noi – i discepoli – una volta per tutte.

Il problema non consiste nell’aver ragionato troppo, nel fatto di affidarsi alla propria soggettività invece che a Dio. Troppo facile contrapporre il pensiero umano alla presunta possibilità di conoscere direttamente il pensiero divino! Anche noi ascoltiamo, interpretiamo, comprendiamo, ma sempre attraverso una prospettiva umana. Gesù parla e corregge in maniera precisa: «Tu non stai pensando secondo Dio, ma secondo gli uomini». Non sta condannando il pensiero umano, sta ponendo in questione il criterio interpretativo di Pietro: l’interpretazione degli eventi che dovranno accadere, anticipati dal Figlio dell’uomo, da Lui e per Lui  voluti ai soli fini della salvezza di tutti i figli dell’uomo, è sbagliato. È un errore. Un grossolano errore. Un grave errore.
Pietro ha trasformato la propria comprensione del bene in una misura assoluta; decide che la sofferenza di Gesù non può appartenere al suo cammino; decide ciò che deve e ciò che non deve essere. Proprio mentre crede di difendere Gesù, rischia di impedirgli di essere il Cristo. È Pietro che rischia, non il Cristo.
Le migliori intenzioni possono diventare un ostacolo quando pretendono di stabilire in anticipo quale forma debba assumere la vita dell’altro.
La scena ci tocca da vicino. Non perché dovremmo smettere di ragionare, diffidare della nostra intelligenza o rinunciare al giudizio. Niente di tutto questo: solo perché possiamo facilmente trasformare la nostra interpretazione della realtà in una posizione da cui non siamo più disposti ad ascoltare altro, nemmeno nostro Signore.
Possiamo riconoscere qualcuno, pensare di parlare per il suo bene, e, allo stesso tempo, essergli d’ostacolo nella realizzazione del suo cammino solo perché l’immagine della sua identità, che noi stessi ci siamo costruiti, è diversa da quella reale.
Possiamo amare e, proprio per amore, pretendere di sapere quale strada l’altro debba percorrere.
Possiamo perfino voler seguire qualcuno e finire, senza accorgercene, per metterci davanti.

Comprendo la ragione della durezza della risposta di Gesù. Pietro non deve essere espulso dal gruppo dei discepoli, non viene dichiarato irrimediabilmente malvagio, non gli viene detto «Sparisci», ma «Torna dietro».
Il discepolo che si è trasformato in ostacolo può tornare discepolo semplicemente cambiando posto.

Sento, infine, un’ironia terribile nella costruzione del racconto: pochi versetti prima Pietro era stato chiamato «pietra»: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Ora quella stessa pietra è diventata skándalon, pietra d’inciampo.
È cambiato il giudizio su Pietro nel giro di poco?
No. È lo stesso Pietro.
La stessa persona può diventare fondamento oppure ostacolo. Dipende anche dal posto che occupa.

La domanda che questo Vangelo lascia a ciascuno di noi non è se siamo abbastanza forti, abbastanza fedeli o abbastanza intelligenti. È più semplice e più difficile allo stesso tempo:
dove mi sono messo? Forse davanti, per indicare agli altri e perfino a Dio quale strada dovrebbero percorrere? Oppure dietro, abbastanza vicino da ascoltare e abbastanza libero da seguire?
Se Pietro deve ancora impararlo, probabilmente anche noi tutti abbiamo molto da imparare.

NB: in copertina, Anonimo, Collocazioni vitali.

Il Figlio dell’uomo

La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?
23 agosto 2026 – XXI Domenica del Tempo Ordinario

Is 22,19-23
Sal 137
Rm 11,33-36
Mt 16,13-20

«La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?»
La domanda di Gesù in Matteo 16,13 ci è diventata talmente familiare che quasi non la ascoltiamo più. Sappiamo già come continua: il Figlio dell’uomo è Gesù, Pietro lo riconosce come Cristo, Gesù approva la risposta e fonda su Pietro la sua Chiesa. La tradizione cristiana ha saldato così bene i diversi passaggi del racconto che ormai sembrano costituire un’unica affermazione.

Eppure Matteo comincia introducendo una piccola difficoltà.
Marco, nella scena parallela, fa chiedere a Gesù: «Chi dice la gente che io sia?». Luca fa sostanzialmente lo stesso. Matteo invece scrive: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?». Soltanto due versetti dopo Gesù tornerà alla forma diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?».
Possiamo certamente concluderne che Matteo identifichi Gesù con il Figlio dell’uomo. Ma non abbiamo il diritto di comportarci come se non fosse accaduto nulla tra le due domande poste da Gesù. Matteo avrebbe potuto scrivere «io» anche la prima volta e non lo ha fatto. È precisamente da questa porta che vorrei entrare per porre le mie riflessioni.

Penso che l’espressione «figlio dell’uomo» indichi originariamente l’essere umano in quanto tale: l’uomo, il mortale, qualcuno appartenente alla nostra condizione. Nella grande visione di Daniele appare qualcuno «come un figlio d’uomo», una figura dalle sembianze umane contrapposta alle bestie. L’espressione «figlio dell’uomo» non nasce con il libro di Daniele, ma in diverse forme e contesti designa già, nell’Antico Testamento, l’essere umano. In Daniele 7,13 accade però qualcosa di nuovo: a questa figura dall’ aspetto umano viene conferito un dominio straordinario.
Non dovremmo domandarci soltanto come mai un’espressione che significava “essere umano”, sia poi diventata il modo per designare Gesù.
Dovremmo domandarci anche che cosa sia accaduto all’idea di essere umano, perchè quell’espressione fosse riferita a Gesù.
Se leggiamo la storia soltanto in una direzione, partiamo dall’uomo e saliamo verso Cristo: uomo, figura apocalittica, Messia, Gesù, Figlio di Dio. Ogni nuovo significato sembra cancellare quello precedente. Alla fine «Figlio dell’uomo» diventa paradossalmente uno dei modi con cui distinguiamo Gesù dagli altri uomini.
Ma potrebbe essere accaduto qualcosa di molto diverso: l’espressione potrebbe essere diventata singolare senza cessare di essere universale.
Gesù sarebbe allora il Figlio dell’uomo non perché abbia smesso di appartenere all’umano, ma perché ciò che significa essere umano viene portato in lui fino alle sue conseguenze estreme.

Sarebbe strano che Dio si faccia uomo, e poi l’uomo debba nuovamente essere superato per poter riconoscere Dio. Dovremmo piuttosto dire che Dio fa il suo ingresso nell’umano così radicalmente che da quel momento in poi non possiamo più pensare Dio senza interrogarci sull’uomo, né l’uomo senza interrogarci su ciò che è accaduto in Gesù.
Non si tratta di conoscere quanto del divino e quanto dell’umano contenga Gesù, come se le due realtà occupassero porzioni differenti dello stesso recipiente, si tratta di chiedersi se l’apparizione di Dio nell’uomo non ci obblighi a modificare la nostra idea dell’opposizione tra divino e umano.
Ed è a questo punto, io credo, che Pietro risponde:
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
Risposta esatta.
E risposta pericolosa.
La parola «Cristo» non arriva vuota, porta con sé attese, immagini, speranze, rapporti di potere, interpretazioni precedenti. Dire «Messia» significa evocare molto più di ciò che Pietro può avere realmente compreso in quel momento.
Gesù accoglie la confessione, ma subito dopo ordina ai discepoli di non dire a nessuno che egli è il Cristo. Strano comportamento, dunque, se la questione consistesse semplicemente nell’indovinare la risposta giusta.
Forse si può pronunciare correttamente una parola e comprenderla in modo completamente sbagliato: Pietro possiede il nome prima di possederne il significato.
I versetti immediatamente successivi lo dimostreranno brutalmente: quando Gesù comincerà a parlare di sofferenza, rifiuto e morte, Pietro protesterà: il Cristo che ha appena confessato non può essere quel Cristo!
Qui ha luogo il corto circuito: Pietro ha riconosciuto Gesù e, allo stesso tempo, tenta di impedirgli di essere colui che ha riconosciuto.
Non credo sia una contraddizione accidentale del racconto, pittosto penso sia il suo centro.
Il significato precedente della parola «Messia» cerca di impadronirsi del significato nuovo, ma Gesù avverte che se volgliamo continuare ad usare questa parola, dobbiamo imparare nuovamente che cosa significa.
Forse proprio per questo Matteo ha bisogno, all’inizio della scena, del «Figlio dell’uomo». Prima che Pietro pronunci la grande definizione cristologica, nel testo rimane piantata una parola molto più inquietante: «uomo».
Il Cristo che Pietro confessa non potrà essere compreso eliminando il Figlio dell’uomo che Gesù ha appena nominato.

L’umano non è la scorza provvisoria dentro cui si nasconderebbe il divino, è il luogo nel quale la questione viene posta. Anche Pietro, del resto, viene definito attraverso una contraddizione: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Pochi versetti dopo, la pietra diventerà ostacolo: «Tu mi sei di scandalo».
La solidità sulla quale qualcosa può essere costruito e l’ostacolo sul quale si può inciampare abitano la stessa persona. Altro che monumento! Pietro è affidabile precisamente senza diventare infallibile nel senso banale della parola: può ricevere un’intuizione decisiva e un istante dopo deformarla attraverso le categorie che già possiede: può riconoscere e fraintendere, può essere pietra e inciampo.
Molto umano, verrebbe da dire. Forse inevitabilmente umano.
E proprio a quest’uomo vengono consegnate le chiavi.
Anche qui secoli di rappresentazioni hanno trasformato facilmente la chiave in un distintivo: chi possiede le chiavi possiede l’edificio.
Una chiave non serve a possedere una porta, serve ad aprirla.
Può anche chiuderla, naturalmente, ed è qui che il simbolo diventa pericoloso: ogni potere ricevuto per rendere possibile un passaggio può trasformarsi nel potere di impedire precisamente quel passaggio.
Ogni istituzione nata per custodire un accesso può finire per custodire soltanto se stessa.
Matteo aggiunge che «le porte degli inferi non prevarranno» contro la comunità costruita sulla pietra. Storicamente l’immagine dovrà essere interpretata nel proprio contesto e non abbiamo bisogno di farle dire ciò che non dice. Ma possiamo permetterci almeno, oggi, di rivolgerla contro di noi.
Le porte non marciano, non si irreggimentano, non fanno la guerra: le porte chiudono.
E allora questa Chiesa potrebbe essere sconfitta dalle porte degli inferi non tanto quando qualcosa dall’esterno la distruggesse, ma quando essa stessa imparasse troppo bene a chiudersi. Se la chiave è simbolo di proprietà, la soglia diventa frontiera e ciò che doveva consentire il passaggio viene utilizzato per impedirlo.
Sarebbe una conclusione piuttosto ironica per una comunità nata attorno a uno che continua a spostare il significato delle parole che dovrebbero contenerlo.
«Figlio dell’uomo».
«Cristo».
«Pietra».
«Chiavi».
Nessuna di queste parole rimane innocente dopo Matteo 16.
E forse neppure «uomo».
Il percorso compiuto dall’espressione «Figlio dell’uomo» presenterà uno dei paradossi più radicali del cristianesimo: una formula che poteva indicare semplicemente un essere umano viene riferita a un uomo particolare, Gesù di Nazaret, ma proprio attraverso questa singolarizzazione ritorna ad interrogare l’intera umanità.
Il singolare non cancella l’universale, lo mette in questione.

La domanda di Cesarea di Filippo allora non è soltanto:
«Chi è Gesù?»
Ne sottende un’altra:
«Che cos’è l’uomo, se Gesù è il Figlio dell’uomo?»
Questa è la domanda che la confessione di Pietro non chiude affatto.
La apre.