Attraversare la soglia

Se uno entra attraverso di me, sarà salvo;
entrerà e uscirà e troverà pascolo

26 aprile 2026 – IV Domenica di Pasqua
At 2,14a.36-41
Sal 22
1Pt 2,20b-25
Gv 10,1-10

I farisei non comprendono l’immagine del buon pastore, così Gesù cambia prospettiva e si presenta come la porta dell’ovile, attraverso la quale le pecore possono entrare e uscire alla ricerca di buoni pascoli. È una porta che si apre e indica una soglia da attraversare: dà accesso ad orizzonti ampi, ad una vita piena: attraversarla significa vedere eventi, persone e circostanze da un’altra nuova angolazione. 

La porta, quindi, non è la soglia di accesso a uno spazio chiuso e limitante: non può essere trovata chiusa e non può diventare una prigione. Non è neanche una porta socchiusa dalla quale trapelano visioni segrete o spifferi inquietanti. Non delimita le costruzioni fragili delle religioni difensive.
È un passaggio aperto e stabile.
La parabola, in seguito definita “del Buon Pastore” era destinata ai farisei, abituati a costruire recinti chiusi, fondati su dogmatismi derivati da una moralità prudente e su un legalismo controllante. Le uscite risultavano spesso serrate e le pecore chiuse dentro “al sicuro”.
Non si tratta di una metafora vaga, ma di una diagnosi precisa: chi cerca potere, consenso e strumenti per  controllare l’altro rappresenta una specie di “non-porta”: falsi profeti, guide cieche, mercanti di illusioni. Le pecore non riconoscono la loro voce perché chi sbarra porte, come osservava Papa Francesco, non ha nemmeno l’odore della mandria.

L’immagine delle pecore è familiare all’immaginario cristiano, diffusa nell’arte in forme rassicuranti. Ma qui non siamo dentro una scena innocua, siamo al cuore di un messaggio di condanna rivolto a chi si considera sempre giusto e più vicino a Dio di ogni altro.
Quando Gesù dice “Io sono il buon pastore”, rompe le attese del suo tempo. Il popolo e i suoi guardiani attendevano un messia forte, un potente capo carismatico, che guidasse il suo popolo nel rivendicare la propria identità nazionale, anche in modo violento. In sintesi, nel concreto del tempo storico in cui Gesù visse, questo messia avrebbe dovuto essere capace di liberare Israele dall’imperialismo romano.
Gesù, ovviamente, non corrisponde a questa aspettativa perché non propone programmi politici, non organizza conquiste, non occupa territori, non promette rivincite. Dichiara inoltre che molti di coloro che si sono presentati come pastori prima di lui in realtà erano interessati solo al potere.

Oggi, la parabola invita a prestare attenzione e a non coinvolgersi con chi vuole trasformare le persone in gregge indistinto, facile da tosare, da guidare e da tenere sotto controllo, appropriandosi nel frattempo di tutte le energie e le risorse del gregge.
Gesù, nella metafora del buon pastore, dichiara di essere su tutt’altro piano: disposto a dare la vita per amore delle pecore, non le usa a proprio vantaggio, le conosce una ad una, le chiama per nome e questo esclude ogni tendenza a racchiudere il popolo in una massa indistinta. Non servono algoritmi per profilare tendenze, non sono identificabili attraverso numeri, categorie o statistiche. Per farsi riconoscere nell’attraversare la soglia non servono codice fiscale o SPID, né registro parrocchiale..

Tra il buon pastore e le pecore esiste un rapporto di fiducia. Se ne riconosce la voce, non perché sia più forte, ma perché non inganna e risulta familiare. Questa vicinanza è insopportabile per chi ha costruito un’idea di Dio distante, separata, regolata da un “senso del sacro” di tipo aristocratico che stabilisce confini rigidi: Dio in alto e l’uomo in basso e l’uomo chiamato a salire.
Gesù rovescia questa impostazione: è Dio ad avvicinarsi all’uomo.

Per questo motivo introduce l’immagine della porta. Una porta serve a passare, a mettere in comunicazione, a permettere il movimento. “Io sono la porta”: significa che il rapporto con Dio non è un sistema chiuso, ma un attraversamento. “Chi entra attraverso di me sarà salvato”. La salvezza non è il risultato di uno sforzo morale, né un riconoscimento ottenuto per merito; non è nemmeno una “prestazione” religiosa. Vuol dire passare attraverso Gesù, per essere in relazione con Dio e col prossimo.

È accaduto, e accade ancora, che la Chiesa venga vissuta come un recinto chiuso che ostacola il passaggio. Ma nel Vangelo la porta non è una struttura: è una persona, quindi una relazione viva, che permette di entrare e uscire, di cercare, di dubitare, di credere. “Entrerà e uscirà e troverà nutrimento”: non una semplice sopravvivenza, ma una vita in abbondanza, un “di più” che supera la pura esistenza biologica.

Questa è la promessa universalmente valida, non riservata solo ad alcuni: una vita più ampia, libera dalla paura, dai pregiudizi e dalla solitudine. Una vita che si gioca nel passaggio, nel continuo attraversamento di questa soglia.

NB: in copertina, Anonimo, La Porta.

All’imbrunire

E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme

19 aprile 2026 – III Domenica di Pasqua

At 2,14a.22-33
Sal 15
1Pt 1,17-21
Lc 24,13-35

Torniamo su quella strada che parte da Gerusalemme e scende verso Emmaus, nel pomeriggio della domenica di Pasqua.
Due discepoli addolorati, camminano fianco a fianco, convinti che tutto sia finito. Gesù è morto e, con lui, ogni loro speranza.
Chiunque abbia vissuto il crollo di un sogno, la fine improvvisa di qualcosa su cui aveva costruito il proprio futuro, riconosce immediatamente quel passo lento, quel parlare triste e ripetitivo, quel rimuginare ossessivo. Neanche chi crede è esentato dal dolore o dalle delusioni. L’unica differenza, semmai, consiste nell’accorgersi che qualcuno sta camminando al nostro fianco.
Gesù si avvicina ai due e cammina con loro: il Risorto non irrompe dall’alto, non si impone, non si preoccupa di farsi riconoscere; si adegua al passo dei discepoli e domanda qualcosa, come se chiedesse informazioni. I discepoli raccontano quel che hanno visto: il tradimento, la cattura, il processo, la condanna, la crocifissione, il definitivo tramonto della speranza in un Messia che liberasse Israele dal punto di vista spirituale, sociale, probabilmente politico, forse militare. Ogni cosa assume l’aspetto di un passato ormai morto.
Totalmente privi di categorie per pensare la resurrezione, non hanno una nozione di futuro possibile.
Si potrebbe dire che vivono in un ambito vitale chiuso, dove l’esperienza del male e del dolore diventa una cappa che copre tutto, una trappola da cui non si esce, mentre le circostanze appaiono più grandi di Dio, la sofferenza occupa tutto lo spazio dello sguardo. La preghiera sembra non attraversare il recinto di quella prigione. L’universo ha perso tutta la sua ampiezza.

Eppure, Gesù è lì, accanto a loro, e non se ne accorgono. Cammina, parla, li ascolta. Non si inalbera, non li umilia, non dice, per esempio: “Non avete capito niente”. Avrebbe potuto farlo, e con ottime ragioni. Quando Cleofa dice: “Solo tu non sai cosa è accaduto a Gerusalemme…”, lo dice proprio a Gesù, l’unico a sapere esattamente cos’è successo. Se c’è qualcuno che non ha capito nulla è proprio chi parla. Ma il Signore chiede “Cosa (è accaduto)?”. Una parola straordinaria. Non corregge, non interrompe, non impone una verità dall’alto, invita a dire, a raccontare. Permette di vuotare il sacco, di trovare parole per esprimere il dolore e la delusione. Non respinge chi soffre e non disprezza chi piange — “Beati quelli che piangono” aveva detto — ma si fa prossimo all’esperienza del dolore.

Chi vive dentro la cappa del dolore e della delusione percepisce il racconto della resurrezione come qualcosa di ridicolo: non è cattiveria, è proprio impossibilità di rappresentarla nel pensiero.
In questo senso, Cleofa non è solo ironico, è realistico, ma di un realismo chiuso, che rafforza la trappola. Questa dinamica non è così estranea a ciascuno di noi. Basti guardare ai conflitti contemporanei: mentre il linguaggio passa dall’ironia all’insulto, all’aggressività e alla violenza in un batter d’occhio; i ruoli vengono ribaltati con una sicumera quasi beffarda, come in una brutta lite familiare tra generazioni: ciascuno rivendica il proprio spazio, la propria verità, il proprio potere. Si può sostenere qualunque posizione, ma una cosa resta incompatibile con il Vangelo: la violenza in ogni forma, perpetrata in nome del Signore.

Ma Gesù prende sul serio l’incomprensione dei discepoli, probabilmente la considera esattamente per quello che è nella sua fase iniziale: qualcosa che ha bisogno di essere attraversato, spiegato, sciolto con pazienza. Dunque, cammina, ascolta, parla e lentamente, senza forzature, riaccende una fiamma.

Il punto di svolta arriva poco dopo, quando si fa sera, quasi in sordina: i discepoli sono stanchi, affamati, provati, forse proprio per questo più disponibili. Invitano quello sconosciuto a restare, forse si sentono ascoltati, consolati da quella presenza. Nel gesto quotidiano del pane condiviso accade poi ciò che non era accaduto lungo tutta la strada: i discepoli aprono lo sguardo, escono dalla trappola.
Perché proprio in quel momento? Perché hanno lasciato che le parole dell’Altro allargasse la loro prospettiva oltre i confini del loro dolore immediato. A quel punto non è più necessario vedere fisicamente il Risorto. Gesù scompare quando la loro certezza va oltre la presenza sensibile.

È come un insight improvviso: “La pietra è stata rotolata via”.
Non per far uscire Gesù (come se ne avesse avuto bisogno), ma per permettere ai discepoli di entrare nel sepolcro e accorgersi che la tomba è vuota.
Anche la loro “cappa-trappola”, che sembrava così solida, così inevitabile, si rivela per quello che è: una costruzione, una prigione senza contenuto, né presa: è vuota, perché loro ne sono usciti.

È notte, il mondo non è diventato improvvisamente luminoso, eppure i due si rimettono in cammino per tornare indietro, non continuano la strada verso Emmaus, non scappano, non cercano scuse, né alibi, tornano a Gerusalemme da dove erano partiti. Ora vedono chiaro.
A Gerusalemme scoprono che non sono gli unici a vedere chiaro: anche altri hanno fatto l’esperienza del Risorto.

Quando il passo si fa difficile, la strada appare confusa e il peso sulle spalle si fa troppo grande, non si tratta di trovare un sollievo immediato, ma di lasciarsi accompagnare, di lasciare spazio a quella domanda semplice e disarmante: “Cosa è successo?”. Si tratta di dire, di attraversare, di lasciarsi lentamente aprire gli occhi.
Le tenebre non hanno l’ultima parola. “Se dico: certo le tenebre mi nasconderanno… le tenebre stesse non possono nasconderti nulla; la notte per te è chiara come il giorno” (Sal 139).

La pietra è stata tolta, la strada, anche di notte, può essere percorsa di nuovo.

NB: in copertina, Anonimo, I discepoli di Emmaus

Alla ricerca del Risorto

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa
e c’era con loro anche Tommaso

12 aprile 2026 – II Domenica di Pasqua
At 2,42-47
Sal 117
1Pt 1,3-9
Gv 20,19-31

Chiusi nella stanza superiore e nella loro depressione, a porte e finestre chiuse, i discepoli rimuginano sul fallimento delle loro speranze.
Il dolore, il sentimento di sconfitta e la vergogna sembrano invadere e occupare l’intero campo del sentire, al punto da far perdere la capacità anche di immaginare che il Cristo possa risorgere.
Tutto quello che si può fare è tornare alla vita di prima.
I discepoli stanno pensando di tornare a fare i contadini dell’entroterra o i pescatori sul Lago di Galilea.

Nel bel mezzo di questa triste circostanza di vita, Gesù va loro incontro. Non bussa, non chiede permesso, non aspetta che siano pronti, non cancella nulla, non nega le proprie ferite, non presenta una versione ripulita di se stesso: sta. Sta, in mezzo alla sua gente.
Poco tempo prima Tommaso sembrava sospettare una sorta di allucinazione collettiva che aveva afferrato chi sosteneva di aver visto Gesù di Nazaret nuovamente vivo, ma ora gli sta davanti, mostra i segni della crocifissione ed è inoppugnabilmente vivente.

Il primo e più eloquente risultato della risurrezione è certamente il cambiamento radicale degli apostoli:
prima delusi dalla vita, dalla condanna di Gesù, dalla fine del Maestro, dalle loro stesse reazioni di terrore davanti alla possibilità di fare la stessa fine (cosa che avevano dichiarato con ingenua certezza di essere pronti a sostenere), all’improvviso si pacificano. Subentra la gioia, senso di reclusione, paura e ritiro giocano ormai un ruolo marginale. Aprono porte e finestre ed escono allo scoperto. S’incamminano per il vasto mondo per andare a raccontare quel che hanno visto, udito, sperimentato. Questi uomini, prima apparentemente codardi, saranno invece capaci di difendere il messaggio del Nazareno anche se perseguitati, torturati, bruciati, uccisi. Al mondo attonito, allibito, loro parlano di un Dio solidale, che dona la vita, perdona e risuscita.

La comunità pasquale non è una comunità pacificata, consolata, e poi basta, fine della storia e continuazione in un eremo solitario. No, la comunità pasquale è una comunità inviata a testimoniare l’inaudito a costo della sopravvivenza su questa terra. Questo è ciò che hanno fatto Pietro, Paolo e gli altri, non perché siano diventati improvvisamente forti – lo sono ancora poco e lo si vede – piuttosto perché sono stati chiamati prima, e raggiunti dopo. Da chi? Da Gesù di Nazaret, il Messia, il Figlio di Dio, il Cristo Risorto. Non dobbiamo, e forse neanche possiamo dimenticare il nucleo incandescente e al contempo liberante che risiede al cuore del mandato. Possiamo solo arrenderci all’evidenza che pace, riconciliazione e missione sono segni della presenza del Cristo vivente oggi e per il futuro.

I temperamenti e le sensibilità sono molto diversi: Pietro è lento a credere, un altro più veloce, Maria Maddalena vede attraverso le lacrime, Tommaso è più razionalista. Ognuno va per la sua strada, ma accompagnato da una Presenza che trasforma persone e circostanze attraverso l’amore, il perdono, la speranza e istituisce al cuore della vita la dimensione della testimonianza.

La fede pasquale non nasce da un lieto fine astratto e non nasce in condizioni di vita ideali.
Nasce all’interno di porte sbarrate, paure, richieste di verifica, resistenze. Proprio lì il Cristo vivente si manifesta, dona la pace, mostra le Sue ferite e rimette in movimento.

NB: in copertina: Anonimo, La soglia. L’ombra e lo specchio.

Credere senza aver visto

«Hanno portato via il Signore dal sepolcro
e non sappiamo dove l’hanno posto!»

5 aprile 2026 – Domenica di Pasqua

At 10,34a.37-43
Sal 117
Col 3,1-4/1Cor 5,6b-8
Gv 20,1-9

La fede non nasce e si sviluppa sempre nello stesso modo, non è un’unica strada e non esiste un tempo di percorrenza comune.
Nel Vangelo di questa domenica di Pasqua ci sono Maria Maddalena, Pietro e il discepolo che Gesù amava e tutti e tre reagiscono diversamente all’avvenimento. Parto dal discepolo che Gesù amava. È il più “rapido”: corre, arriva per primo, entra, vede e crede. Ma cosa vede davvero? Non vede Gesù risorto, ma una tomba vuota, delle bende, un sudario piegato. Quei segni per lui parlano chiarissimo.
Questo discepolo era andato sotto la croce, anche quando gli altri si erano dileguati. Penso avesse un rapporto talmente forte con Gesù che, repentinamente, posto davanti a quei segni, è riuscito a cogliere l’essenza della sua esperienza di discepolo. Come quando conosci e ami davvero una persona: basta poco, e capisci tutto.

Poi c’è Pietro, che appare più lento: entra nel sepolcro, guarda tutto con attenzione, vede esattamente le stesse cose viste anche dall’altro discepolo, ma rimane interdetto, non parla.
Per lui le connessioni non sono evidenti, eppure è il primo degli apostoli,  dovrebbe forse “capire per primo”.
Questo mi consola parecchio: si può anche essere molto “dentro” la Chiesa, avere una storia forte, e comunque restare lì, davanti al mistero, un po’ spenti, un po’ incapaci di entrarci.

Infine, c’è Maria Maddalena e il tono cambia. Lei non parte dai segni, parte dal dolore.
Va al sepolcro quando è ancora buio, non solo fuori, è buio anche nel cuore di lei.
Non ha un programma preciso, non va per ungere il corpo – ci aveva già pensato Nicodemo – va solo per stare lì, anche se il Maestro non c’è più. Ma quando scopre che il corpo non c’è, crolla anche quell’ultima consolazione: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno messo”. Non pensa alla risurrezione, non le passa nemmeno per la testa. Pensa solo di aver perso definitivamente Gesù.
Ripensandoci, si tratta di un modo di reagire molto comprensibile. Quando perdi qualcuno, l’assenza è insopportabile. Quando sparisce anche il corpo del defunto è come se non restasse più niente. Siamo rimasti soli. La Maddalena piange. Non interpreta e non cerca spiegazioni. Piange. Quando le chiedono “Perché piangi?”, risponde in modo semplicissimo: perché hanno portato via il corpo del Signore.
Penso che la fede pasquale passi anche da queste esperienze. Non da ragionamenti più o meno brillanti, ma dall’esperienza di un dolore attraversato fino in fondo.
Gesù è lì, davanti alla Maddalena, ma lei non lo riconosce; guarda indietro, cerca nel passato, cerca tra quello che aveva prima. Ma il Risorto è davanti.
Quando la chiama per nome, lei riconosce la voce: è una relazione che si riaccende, non un’idea che si chiarisce. Vorrebbe trattenere Gesù, ma non è possibile: deve accettare che la relazione col Risorto non è più quella di prima. C’è un passaggio importante da fare: smettere di cercare un corpo da trattenere e cominciare a vivere una presenza reale che non si può afferrare, non si può trattenere, non si può possedere.
Subito dopo la Maddalena corre dagli altri: “Ho visto il Signore”.
Era partita per piangere un morto e si ritrova dentro qualcosa di vivo.

La fede non è un’idea e non può essere dimostrata, significa sentire che Cristo è vivo, anche quando non lo puoi vedere, né toccare.
Quando svaniscono le pretese di possedere o gestire un corpo fisico, quando si sperimenta la perdita di un corpo amato ormai scomparso, è possibile accorgersi della presenza del Risorto, lì davanti a noi.

Beati, dunque, quelli fra noi che non hanno visto, ma hanno creduto.

Buona Pasqua.

NB: in copertina, Anonima, Incontro con il Risorto.

Fino alla fine

Ed ecco, il velo del tempio
si squarciò in due,
da cima a fondo,
la terra tremò,
le rocce si spezzarono

29 marzo 2026 – Domenica delle Palme

Is 50,4-7
Sal 21
Fil 2,6-11
Mt 26,14-27,66

La Passione di Gesù Cristo, non è un reportage, né una cronaca giudiziaria, ma l’ultimo passo della vita in un mondo che si muove in senso contrario al bene. Quest’ultimo passo comporta il sacrificio di un innocente.

Fin dall’inizio Gesù di Nazaret ha vissuto in tensione verso la “sua ora”, senza ignorarne il compimento: era necessario il suo sacrificio nel mondo – da innocente – per rivelare all’uomo il verso del proprio cammino e la verità sul suo Dio.
Mentre è relativamente facile comprendere che l’odio portato all’estremo genera la morte, non sembra altrettanto facile comprendere che l’amore portato all’estremo genera la vita.
Può sembrare strano, ma è così. Di più: è un’evidenza, spesso “rinnegata” anche dai migliori.
Tutti coloro che furono complici della condanna a morte del Nazareno non furono in grado di liberarsi dall’odio.
Ma i discepoli, che amavano Gesù?

Noi, come discepoli, dovremmo chiederci a quale punto del percorso verso l’amore ci troviamo. Questo è il senso ultimo dell’“ora compiuta”.
Ci ha forse migliorato?
Sì, perché la buona novella è stata uno spartiacque nella storia dell’umanità; ha frantumato in molti la convinzione di non potersi sottrarre alla logica dell’odio. Non in tutti.
Per qualche oscura ragione ci sono uomini e donne che non amano il prossimo: non tutti vogliono essere liberati dalle catene dell’odio. Le guerre ne sono la prova più evidente, rappresentano il vano tentativo di cancellare l’altro e ubbidiscono alla logica dell’odio e della schiavitù.

Il Cristo ha aperto una nuova strada, rischiosa, non c’è dubbio. Chi desidera seguirlo sa che l’amore può comportare il peso di una croce da portare: non essere corrisposti. Tuttavia, amatevi l’un l’altro come io ho amato voi non è una parola qualunque.
Essere cristiani non vuol dire coltivare la sofferenza, i sensi di colpa o il bisogno di espiazione. Tutte queste cose vanno, semmai, in direzione dell’odio verso se stessi. Cristo ha aperto una strada completamente diversa, invertendo la rotta: si può amare, anche al prezzo di un rifiuto che uccide.

I modi umani di crocifiggere il prossimo sono innumerevoli ed è forse più semplice parlare di chi è crocifisso, piuttosto che essere consapevoli delle responsabilità e dei modi della crocifissione.
Ovunque e in ogni tempo, e da molto prima degli ultimi duemila anni, le persone hanno eretto molteplici croci per i propri simili.
Col fluire del tempo cambiano i modi, ma la sostanza rimane. Per esempio, intere popolazioni vengono affamate allo scopo di renderle più “produttive”, sono così condannate all’ignoranza e alla miseria. Oppure, vengono organizzati massacri per acquisire e/o mantenere un potere che sfugge. “Quando mangiano il loro pane, mangiano il mio popolo…” (Salmo 14,4) – Cristo si unisce liberamente a coloro che vengono divorati, perché Lui stesso è la via e la vita. Non siamo soli nelle nostre prove. Lo sappiamo, ma non ci consola.
Neanche Gesù si è consolato, lo possiamo ascoltare mentre dice: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Eppure, Cristo vive in noi anche nella più grande angoscia, è sufficiente non opporvisi e accoglierlo. Lì è la salvezza, lì sarà la risurrezione. Questo è precisamente ciò che Cristo fa donando la sua vita a coloro che vogliono togliergliela, senza opporsi e abbandonandosi alla volontà del Padre.
La croce di Cristo rende manifesto l’amore infinitamente più potente dell’odio.

A chi estrae la spada per difenderlo, ordina di rinfoderarla.

NB: in copertina, Anonimo, Mt 27,51.

Lazzaro, vieni fuori!

“Liberàtelo e lasciàtelo andare”

22 marzo 2026 – V Domenica di Quaresima
Ez 37,12-14
Sal 129
Rm 8,8-11
Gv 11,1-45

La risurrezione di Lazzaro è uno dei testi più destabilizzanti del Vangelo; non tanto per ciò che narra — un morto che torna in vita — ma per le interpretazioni che inevitabilmente provoca.
È un racconto che costringe a prendere posizione.

Ci sono letture che cercano di “normalizzare” il miracolo. La prima: si tratterebbe di una guarigione. Lazzaro non era davvero morto, ma in uno stato simile alla morte. Gesù lo avrebbe semplicemente “risvegliato”. La seconda: il miracolo è reale, ma manca ancora una spiegazione scientifica, oggi, come ai tempi di Lazzaro, non la conosciamo, domani forse sì.
Entrambe queste letture hanno un tratto comune: ridurre lo scandalo, rendere il racconto compatibile con un orizzonte già noto.
Il testo di Giovanni, però, insiste proprio sul contrario: Lazzaro è veramente morto e sepolto, da ben quattro giorni, non c’è equivoco possibile; se si elimina o si “normalizza” il dato, si manipola il cuore del racconto.

Sono anche possibili interpretazioni di natura spirituale e qui tutto diventa più interessante.
Gesù, l’uomo di Nazaret, piange. Non è un dettaglio secondario, io credo in questo consista il cuore del racconto.
Gesù piange con Maria e la sua commozione non è generica, ha due radici precise: l’amicizia con Lazzaro e con le sue sorelle e l’indignazione davanti a un mondo che considera definitivamente “morto” ciò che non capisce più, ciò che non può più gestire.
Questo secondo punto è decisivo, qui siamo al centro della questione: l’abitudine tutta umana di dare per morto ciò che non si riesce a gestire. La morte, nel racconto, non è solo un evento biologico, è anche un modo di guardare l’altro. Quando la comunità dice: “è finita”, in realtà sta compiendo un gesto funebre: sta chiudendo qualcuno o qualcosa in un sepolcro, sta seppellendo.
Allora le parole di Gesù acquistano un significato preciso: “Lazzaro, vieni fuori!”. La morte diventa  dimostrazione di una verità possibile: la liberazione per un mondo precocemente senza vita, che preferisce seppellire anziché liberare.
Gesù non è venuto al mondo per incarnare questa logica, non accetta che il mondo riduca l’uomo al nulla.
Il racconto di Giovanni, per me, non ha lo scopo primario di provare il super- potere divino dell’uomo Gesù, ma di rendere manifesto il tipo di relazione al quale aspiriamo forse tutti.
Lazzaro, dopo essere stato dichiarato morto, fasciato e sepolto, torna alla vita perché Gesù si commuove.
Il pianto di Gesù Cristo non è un gesto tecnico, non è una formula, non è un rito: è l’atto libero di un uomo-Dio che ama i suoi amici, il suo pianto nasce da una relazione antica e profonda.

Così il senso del miracolo diventa chiaro: la resurrezione del corpo è possibile quando l’amore di Cristo ci coinvolge fino in fondo nella nostra vita quotidiana.
Rovesciando la prospettiva, potremmo dire che il Cristo incardina nell’amore la Sua relazione con l’uomo in maniera reale, concreta. È questa qualità del legame tra Dio e la sua creatura che commuove Gesù e rende possibile ciò che altrimenti resta impossibile.
Non è una teoria, è una questione di amore e fraternità.

La fede in un Dio creatore dell’universo, cambia completamente il problema logico: se Dio crea l’essere, perché dovrebbe essere incapace di ridare vita a un corpo?
Il dubbio, a questo punto, non è più razionale. La fede è una scelta di campo, non è una disputa tra scientisti o razionalisti o tra agnostici e sedicenti miracolisti, spalanca le porte sul senso della vita.  “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5) ci sentiremo chiedere nel mattino di Pasqua.

NB: in copertina, Anonimo, La Resurrezione di Lazzaro.

Vedere davvero

Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo

15 marzo 2026 – IV Domenica di Quaresima
1Sam 16,1b.4.6-7.10-13
Sal 22
Ef 5,8-14
Gv 9,1-41

Il capitolo nono del Vangelo di Giovanni ruota attorno a una domanda che a prima vista appare ragionevole, ma in realtà rivela un modo di pensare avulso dall’esperienza reale della vita.

I discepoli, vedendo un cieco dalla nascita, chiedono: […]«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?»[…] (Gv 9,2).
La domanda presuppone che la malattia sia necessariamente conseguenza di una colpa: se c’è una sofferenza, deve esserci qualcuno che l’ha meritata: è un modello interpretativo antico e potente, che cerca di dare un ordine morale al mondo, ma di frequente viene smentito da ciò che l’esperienza dimostra.

La teoria tradizionale ai tempi del vangelo era incentrata sull’idea di colpa genealogica. Nella tradizione d’Israele esisteva una formulazione che sosteneva questa interpretazione. Nel Decalogo si legge infatti: «[…] io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione […]» (Es 20,5).
Il testo esprime la gravità dell’infedeltà a Dio e la sua ricaduta sulla comunità.
Se questa formula viene adoperata come chiave generale per interpretare ogni evento della vita, si trasforma facilmente in una spiegazione automatica della sofferenza e la malattia diventa prova di colpa ereditata, una specie di condanna genealogica.
L’esperienza storica del popolo mette in crisi questa lettura. Il crollo improvviso della torre di Sìloe – ricordato in Lc 13,4 – dimostra che la sventura può colpire senza distinguere tra giusti e peccatori.
Il reale non si lascia ridurre così facilmente a uno schema morale. Non a caso i profeti stessi iniziarono a contestare quell’antica formula. Il Libro di Geremia afferma: “In quei giorni non si dirà più: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’! Ma ognuno morirà per la sua propria iniquità; si allegheranno i denti solo a chi mangia l’uva acerba.” (Ger 31,29-30).
Le parole del profeta introducono un principio, sempre piuttosto duro da accettare, ma nuovo: ciascuno risponderà della propria vita. In futuro – sembra spiegare – non esisterà più quella fatalità morale che ha condannato automaticamente le generazioni successive.

La risposta del Nazareno alla questione consiste ora nel rendere manifesta una “nuova” creazione. Il Cristo non entra nella logica della ricerca del colpevole, dice semplicemente: “né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.
La frase sposta, invertendolo, il verso del nostro sguardo dal passato in direzione del futuro: non si tratta di stabilire chi abbia causato la cecità prima, ma di vedere che cosa può accadere tra poco.
Il gesto che segue è sorprendente: Gesù sputa a terra, fa del fango con la saliva e lo applica sugli occhi del cieco, rievocando il linguaggio della creazione: la terra, l’impasto, la materia plasmata.
In questa prospettiva la guarigione non è soltanto un atto terapeutico, ma la creazione di una capacità che prima non esisteva.
La ricezione della nuova capacità non è un atto passivo: il cieco deve accettare di lasciarsi toccare, di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, di entrare in un processo che coinvolge il suo corpo e la sua mente. Solo dopo questo percorso egli comincia a vedere la realtà dei fatti.

La liberazione è duplice: materiale e morale. Il corpo esce dalla prigionia della malattia e la mente viene liberata dalla coercizione interpretativa che la intrappolava nell’idea falsamente moraleggiante della colpa genealogica.
A questo punto del racconto è introdotto un paradosso che rovescia l’antica formula: colui che non vedeva acquista la vista e comincia a ragionare sui fatti, mentre quelli che credono di vedere  – gli interpreti ufficiali della legge – sono ciechi, cioè le loro teorie vengono smentite dai fatti.
Chi ha riacquistato la vista non ha una teoria religiosa raffinata, ma possiede un dato incontrovertibile che non ha a che fare solo con la percezione sensibile, ma con la creazione di uno sguardo nuovo.
Poiché il miracolo avviene di sabato e non rientra nei loro schemi religiosi, gli interpreti ufficiali della Legge si sentono costretti a reinterpretare il fatto per difendere la teoria: se Gesù viola il sabato, allora deve essere un peccatore; se è un peccatore, il miracolo non può provenire da Dio; se il miracolo non può provenire da Dio, allora il cieco non è stato veramente guarito. O ci vedeva prima o non ci vede adesso.
Il ragionamento non parte dalla loro esperienza, ma dalle loro leggi, costumi e consuetudini pre-stabilite e consolidate. L’effetto potrebbe essere grave e non perché possa cambiare lo stato di vedente o non-vedente di colui che ora ci vede, ma perché è una forma di pensiero che può agire violentemente sull’integrità della persona.

Per questa ragione la conclusione del Nazareno è radicale: chi non vede può arrivare alla luce, mentre chi crede di vedere rischia di rimanere per sempre nella propria oscurità.

La disputa successiva rende ancora più evidente la logica del discorso di Gesù: i farisei sono attentissimi alla legge e alla sua interpretazione, quindi essi credono di “sapere” che Gesù è un peccatore perché sconvolge le loro pratiche religiose. Dal loro punto di vista la conclusione è inevitabile: se viola il sabato, non può venire da Dio.

Il cieco guarito, pur non avendo competenze teologiche, conosce la sua esperienza diretta del prima e del dopo la cecità. Ed è proprio questa esperienza, per lui e per tutti quelli che lo conoscevano da prima che fosse miracolato, a smentire il sistema teologico farisaico. I suoi genitori dicono di “non sapere”, impersonando una funzione pilatesca: se ne lavano le mani, non vogliono farsi testimoni di nulla.
La risposta dell’uomo nei confronti dei farisei è disarmante: “Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi” (Gv 9,30). Il suo ragionamento è semplice, ma logicamente ineccepibile: “sa” di essere stato guarito e “sa” chi lo ha guarito, non ha alcun bisogno di costruire un sistema interpretativo per difendere una qualche teoria.
La sua testimonianza diventa una provocazione radicale per coloro che si considerano custodi della verità religiosa. Possedere delle categorie interpretative fisse porta a non vedere ciò che accade davanti agli occhi: è l’immagine evangelica della luce nascosta sotto il moggio.
La verità è presente, ma le strutture mentali che pretendono di custodirla finiscono per impedirne la visione.

Il racconto del cieco nato mostra quindi due atteggiamenti opposti davanti al reale.

Da una parte esiste la tendenza a spiegare tutto con categorie tradizionali, anche quando l’esperienza e i fatti smentiscono tali categorie. Da questo nasce la menzogna, perché i fatti devono essere piegati alla teoria.
Dall’altra parte c’è la disponibilità a guardare ciò che accade davvero, senza false illusioni. Da questo nasce la scoperta di una verità inattesa.
Il paradosso è tutto qui: chi non vede comincia a vedere perché prende sul serio ciò che gli è accaduto; chi è convinto di vedere rimane cieco per difendere le proprie convinzioni anche contro l’evidenza.
Non basta possedere una teoria religiosa coerente, occorre avere il coraggio di esaminare lealmente che cosa produce in noi l’esperienza concreta del mondo.

È lì, e non altrove, che può manifestarsi a noi l’opera di Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Il tempo della guarigione

La Forza della Parola

Se tu conoscessi il dono

8 marzo 2026 – III Domenica di Quaresima
Es 17,3-7
Sal 94
Rm 5,1-2.5-8
Gv 4,5-42

Nel Vangelo di questa domenica Gesù incontra una donna della Samaria presso il pozzo di Giacobbe. È uno degli incontri più sorprendenti di tutto il Vangelo: un uomo e una donna che non dovrebbero parlarsi, appartenenti a regioni tradizionalmente in contrasto, si fermano invece a dialogare, e da quell’incontro nasce qualcosa di decisivo.
Per capirne il senso occorre partire da una constatazione semplice: nell’uomo è insita la capacità di riconoscere la propria identità e trovare la libertà. Non è un fatto imposto dall’esterno, si tratta di una nostra possibilità, da scoprirsi attraverso l’incontro con gli altri. Questa possibilità nasce a due  condizioni: provare il desiderio della libertà e accettare l’incontro. Se una di queste condizioni è assente, la ricerca si interrompe.

La prima lettura ci suggerisce il luogo simbolico di questa crisi: nel deserto, a Massa e Meriba (Esodo 17,3-7). In quel luogo il popolo ha sete, si scoraggia e comincia a prendersela con Dio, il desiderio di libertà che li aveva spinti a uscire dalla schiavitù si affievolisce, mentre prevalgono la sfiducia e il sospetto. Quel deserto non appartiene soltanto alla storia antica, la condizione “Massa e Meriba” viene determinata da vari fattori: solitudine, malattia fisica o psicologica, sventure, guerre e emerge in generale in ogni situazione di rifiuto e violenza, prevalenti sul senso dell’accoglienza e sulla benevolenza verso gli altri. In questo deserto l’uomo rischia di disconoscere la forma specificamente umana di ciò che gli permetterebbe di rialzarsi e guardare al futuro: il desiderio della libertà.

A Massa e Meriba il popolo ebbe bisogno di un segno straordinario: Mosè colpì la roccia con un bastone e dalla roccia sgorgò l’acqua.
Nel racconto della Samaritana accadde invece qualcosa di diverso. La donna non assistette a nessun prodigio, ma fu interpellata da Gesù stesso “che aveva sete”; ne nacque un dialogo e tanto bastò alla donna.
Gesù parla dell’acqua viva, poi rivela con sorprendente precisione la verità relativa alla vita di ogni persona interpellata. Non lo fa per accusare o umiliare, semplicemente porta alla luce la verità. La Samaritana, in quel momento, si rende conto di essere davanti a qualcuno che la conosce davvero. Tanto basta. Da quel dialogo nasce una trasformazione: la donna lascia la brocca, corre in città e diventa lei stessa testimone. La speranza e la fiducia, che sembravano perdute, ricominciano a circolare.

La Bibbia ci mette davanti agli occhi due strade molto diverse. Da una parte la via della violenza, che fa arretrare la possibilità della libertà. La tradizione ricorda infatti che Mosè non mise piede nella Terra Promessa proprio perché, quando gli fu chiesto da Dio di parlare alla roccia, egli la percosse (Nm 20,1-13).
Nel dialogo con la Samaritana avviene l’opposto: c’è la parola che media il dialogo, ma non c’è imposizione e non c’è alcuna forma di violenza.
Il Cristo rivela la verità sulla vita di ciascuno senza condannare.
Questa parola, molto più di un prodigio, fa rinascere la speranza e riorienta il cammino.
Il cammino verso la libertà, attraverso la fede, comincia sul terreno della speranza, dell’ascolto, della collaborazione attiva.
La Samaritana non soltanto accoglie un forestiero, apparentemente nemico, e il suo messaggio, ma entra in relazione, dialoga, partecipa coinvolgendo gli altri. Per questo la sua città comincia a cambiare.

La Terra Promessa, nella Bibbia, è il simbolo della libertà. Il Vangelo suggerisce con chiarezza che alla Terra Promessa non si arriva con la violenza. La libertà che conduce alla pacificazione e finalmente alla capacità di amare veramente, non nasce dalla forza che colpisce la roccia, ma dalla parola che apre un dialogo e fa tornare a vivere il desiderio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.(Rm 5,5).

NB: in copertina, Anonimo, La Forza della Parola

Il coraggio di tornare a valle

Signore, è bello per noi restare qui

1° marzo 2026 – II Domenica di Quaresima

Gen 12,1-4a
Sal 32
2Tm 1,8b-10
Mt 17,1-9

Nel Vangelo, il racconto della Trasfigurazione inizia fissando una data, purtroppo trascurata nel lezionario domenicale: “Sei giorni dopo”. Sei giorni dopo quale avvenimento? Dopo l’annuncio della passione ai suoi discepoli e l’indicazione della necessità di portare croce, per coloro che vogliono seguirlo. Ma sei giorni dopo, su una montagna, luogo tradizionale dell’incontro con Dio, Gesù appare trasformato e irradia uno splendore sovrumano.
Come conciliare la necessità della croce con la trasfigurazione?

Sul monte tutto è beatitudine, come se l’attesa di secoli fosse compiuta. Ci sono Mosè il legislatore ed Elia il profeta. Evocano la speranza di un’umanità che tenta di avvicinarsi al divino attraverso leggi e profezie. Rassicurati, i discepoli si sentono in piena comunione con il Maestro.
La visione dura però solo un attimo, dopo si ritorna alla vita di tutti i giorni, con la memoria dell’esperienza vissuta sul monte; memoria della beatitudine e speranza sono i segnali che illuminano il cammino quotidiano.
Sembra che la Trasfigurazione sia quasi una confidenza fatta a quei tre discepoli, uomini dalla scorza comune, misto di opacità e lucentezza come gli altri nove rimasti a valle.
Forse Gesù era andato sul monte perché si era stancato di quel mantello di quotidianità che gli gravava addosso? Voleva mostrarsi in tutta la sua divinità?  Voleva anticipare il futuro a discepoli prediletti?
Io credo piuttosto volesse manifestare la gioia, quel fremito del cuore che costringe a rivelarsi, a raccontare, a condividere, a moltiplicare.
La confidenza verso gli amici non è cosa da poco, è l’interiorità che viene svelata all’altro.
Pietro, per tutta risposta, stramazza a terra: l’interiorità di Dio, la sua essenza è di una tale bellezza che l’uomo, al suo cospetto sviene, non regge. I discepoli, lassù sulla cima, sono in fase di collaudo, l’eternità, vista dalla parte dell’uomo, potrebbe essere un esondante trasalimento davanti a tanta luce. Oggi i tre fanno le prove: Cristo depone l’abito dell’uomo e si mostra come Dio, rivela ai tre l’esperienza dell’eternità.
E il semplice pescatore della Galilea, l’uomo comune, può solo dire: “Signore, è bello per noi essere qui!”. E vuole restare in quella condizione.
Pietro forse avrebbe pure dormito all’aperto, di notte, in alta montagna, pur di scaldarsi davanti a tanta Luce (Ricordi i sonni beati di Francesco d’Assisi sulla nuda pietra?).
Pietro, dopo il trasalimento, dice le parole più belle, più umane, è come se volesse dire: “Rimani così, e noi da qui non ce ne andremo più”. Pietro ha toccato l’eternità.
D’altronde, nella valle-città laggiù, i più non capiscono quei passi d’Uomo, quelle mani che guariscono, quelle Parole che dissetano millenni di arsura. Perché tornare lì, dove la gente ci prende per folli, mentre ”è bello per noi stare qui”? Pietro dice la verità: non era solo bello, era troppo bello stare lì. Come quegli altri due viandanti di Emmaus, che forse avrebbero potuto dire “Resta con noi perché con te sembra tutto diverso”, invece di accampare la scusa della notte incipiente (Lc 24).

L’esperienza dell’eternità e della beatitudine provoca distorsioni nell’uomo e il Padre lo sa, per questo la Sua voce si fa sentire: “Questi è il Figlio mio, l’amato (…) Ascoltatelo”.
I discepoli sono quasi svenuti e la voce li soccorre e li rassicura: “Alzatevi, non temete”.
Però impariamo a tornare a valle, perché altri possano avere la nostra “fortuna”.
Noi siamo testimoni.
In quattro sono saliti e in quattro scendono “sul far del giorno”, di un nuovo giorno. Quell’uomo raggiante è con i suoi discepoli e lo sarà per l’eternità.
Pietro, anni dopo, forse anche allora sul nascere di una nuova umanità, si fece crocifiggere a testa in giù, perché non si sentiva degno di morire come il suo Maestro. Pietro aveva conosciuto la bellezza dell’eternità, aveva conservato il ricordo della trasfigurazione, della confidenza del suo Maestro e aveva conosciuto la forma della propria salvezza: un dono infinito.

In questa seconda domenica di Quaresima veniamo guidati dal deserto delle tentazioni verso il monte della trasfigurazione, cammino ascendente e liberante che porta all’esperienza dell’incontro con il Signore: luce, energia, gioia, pace. Sostiene la nostra vita biologica, apre la mente, rende finalmente capaci di amare.
Che bello, vero?

Sul Tabor non si è trasfigurato solo il Suo volto, non solo le Sue vesti, non solo i nostri sogni: si è trasfigurata la vita.
L’eternità non è un tempo infinito che ci aspetta dopo, è una qualità dell’essere che può accendersi dentro il tempo, è il tempo che, toccato da Dio, diventa pieno.
Cristo non ci ha promesso di fuggire il tempo, ma di abitarlo trasfigurati. Quando questo accade, la fede nasce come trasalimento, si fa memoria, diventa amore.

Cristo ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo (2Tm 1,10).

NB: in copertina, Anonimo, Tornare a valle.

Quando arrivano gli angeli?

«Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Mt 4,11).

22 febbraio 2026 – I Domenica di Quaresima

Gen 2,7-9;3,1-7
Sal 50
Rm 5,12-19
Mt 4,1-11

«Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Mt 4,11).

Il racconto delle tentazioni si chiude così. Non con un duello spettacolare, non con un urlo, non con una maledizione cosmica. Si chiude con un allontanarsi e un avvicinarsi: il diavolo se ne va, gli angeli arrivano.
È una scena di spostamenti interiori prima ancora che esteriori, l’aria cambia.

Quando si parla di tentazioni, la mente razionale commette quasi sempre lo stesso errore: guarda la scena dalla parte del tentato, e allora ci domandiamo: chi è stato tentato? Perché ha ceduto?
Quanto è stato forte? E soprattutto: chi è il colpevole?
Fin dall’inizio, nel giardino, funziona così. Adamo: non è colpa mia, è stata la donna. Eva: io non c’entro, è stato il serpente. Ecco il grande scaricabarile della coscienza, per cui il tentatore è sempre un altro e la responsabilità è sempre altrove, così la tentazione diventa una specie di incidente subìto, qualcosa che capita addosso. Ma il termine greco che Matteo usa – πειρασμός (peirasmòs) – non indica soltanto una seduzione maligna, indica una prova, un banco di verifica, una situazione in cui emerge chi sei davvero.
E qui il quadro cambia. Ogni prova implica una dinamica concreta. X agisce e Y subisce, oppure X e Y si accordano per fare ciò che vogliono, in barba alla giustizia.
La tentazione non è un’idea astratta: è sempre una torsione del rapporto tra X e Y, caratterizzata da qualcuno che usa e qualcuno che viene usato e comunque da chi piega la realtà a proprio vantaggio. In fondo è una questione di gestione del potere. Le tre tentazioni nel deserto ruotano tutte intorno a questo:
– usare il proprio potere per se stessi;
– usare Dio per metterlo alla prova (per forzarlo);
– usare l’adorazione (adulazione) per ottenere il dominio sul mondo.
La logica è sempre la stessa, piegare ciò che sembra giusto perchè ci conviene.

Cristo non entra in questo gioco. Non discute sul piano del potere. Non si mette sulla lunghezza d’onda di X che vuole imporsi, né su quella di Y che si giustifica o si lamenta.
Risponde con una parola che non inventa: la prende dall’Antico Testamento. Per Lui è la Parola del Padre, per i cristiani è Parola di Dio. In ogni caso, sono parole che precedono il desiderio, lo misurano, lo valutano. Non dicono: “Non posso.” Non dicono: “Non è colpa mia.” Dicono: “Sta scritto.” Il Cristo non si sottrae alla prova, ma la attraversa per quaranta giorni, restando dentro un’alleanza.
E allora succede qualcosa di sorprendente: il diavolo lo lascia, non viene distrutto, non viene fulminato, semplicemente il diavolo perde presa, perché non trova appiglio.

La tentazione vive dove trova complicità, paura, giustificazione, autoassoluzione, e quando trova una coscienza che si orienta alla giustizia invece che al vantaggio, si svuota, si dilegua.
Subito dopo – ed ecco il colpo d’ala di Matteo – si avvicinano gli angeli, simbolo della Parola, quella che ha parlato a Giuseppe, a Maria, a Pietro, a Paolo e che parla anche a noi.
È come se il Vangelo dicesse: non è che il mondo sia popolato alternativamente da diavoli o da angeli, dipende da dove guardi e da come ti orienti.
Se la mente è ossessionata dal sospetto, dalla difesa, dalla ricerca del colpevole, vedrà diavoli ovunque. Se invece si occupasse della giustizia, dell’ordine buono delle relazioni, comincerebbe a vedere altro: sostegno, servizio, presenza.
Gli angeli “lo servivano”, perché il servizio è la risposta alla logica del dominio: dove nessuno vuole dominare, qualcuno può finalmente servire.

Forse i diavoli li abbiamo soprattutto in testa, sono le logiche con cui interpretiamo la realtà.
Se smettiamo di giocare alla colpa e iniziamo a misurarci con la giustizia, cambia la scena: il deserto non scompare, ma l’aria si fa respirabile.

E allora accade anche a noi, in piccolo: il diavolo lascia e gli angeli si avvicinano.

Alla fine di questo discorso mi è tornato alla mente un passo scritto da S.Teresa d’Avila nel Libro della mia Vita, attorno al 1565 (capitolo 25, paragrafo 22), sono andato a rileggermelo e lo copio qui:

“Piaccia al Signore ch’io non sia di costoro, ma che, Sua Maestà mi doni la grazia d’intendere per riposo ciò che è riposo, per onore ciò che è onore, per diletto ciò che è diletto, e non tutto il contrario. Un gesto di disprezzo a tutti i demoni e avranno paura di me. Non capisco le paure di chi grida “Demonio! Demonio!”, mentre potremmo dire: “Dio! Dio!”, e far tremare tutti gli spiriti maligni. Sì, perché sappiamo ormai che non possono muoversi se il Signore non lo permette. Perché, dunque, nutrire questi timori? È fuor di dubbio che io ormai ho più paura di chi ne ha tanta del demonio, che del demonio stesso, perché lui non mi può far nulla, mentre costoro, specialmente se sono confessori, possono arrecarmi gran turbamento. Infatti io ho passato alcuni  anni in così gran travaglio che ora mi meraviglio di come l’abbia potuto sopportare. Sia benedetto il Signore che mi ha prestato il suo valido aiuto!”

NB: in copertina, Anonimo, Quando arrivano gli angeli