Il debito

 Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi

13 settembre 2026 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Sir 27,33-28,9
Sal 102
Rm 14,7-9
Mt 18,21-35

Continua il discorso sulla vita della comunità e, in particolare, sul perdono da accordare al fratello che ha sbagliato. Il problema viene affrontato attraverso due domande: quante volte si debba perdonare e perché si debba farlo.

La prima nasce in un contesto nel quale si cercava anche di stabilire un limite concreto al perdono: alcuni rabbini, per esempio, ritenevano che si potesse perdonare fino a tre volte. Matteo, che ama formulare con chiarezza le regole della vita comunitaria, affida allora a Pietro, il più concreto degli apostoli e quello che parla a nome degli altri, la domanda decisiva: bisogna perdonare fino a sette volte? La risposta di Gesù sposta però il discorso fuori dal calcolo: «settanta volte sette». Non si tratta più di contare, perché il perdono non ha un limite numerico.

La risposta alla seconda domanda, cioè perché si debba perdonare, richiede qualche passaggio in più, poiché Matteo la affida a una parabola i cui riferimenti non risultano oggi immediatamente comprensibili. L’immagine presuppone un grande potentato orientale, di stirpe reale, circondato da numerosi viceré o satrapi, ai quali spetta rendere conto delle entrate riscosse. Benché siano alti funzionari, questi uomini vengono chiamati servitori proprio perché restano subordinati e dipendenti dal monarca; somme enormi di denaro passano quindi attraverso le loro mani.

Matteo presenta il padrone della parabola come figura del Padre celeste e il servo come figura dell’essere umano; ma che cosa vuol dire «debito»? Il testo non lo dice esplicitamente, ma nel linguaggio di Matteo questa parola rinvia al peccato, cioè a ciò che allontana l’essere umano dalla propria vocazione. Si può leggere l’enormità della somma come un modo per rappresentare la gravità e l’accumularsi di questo smarrimento: lasciato a se stesso, l’essere umano rischierebbe di perdersi sempre più, fino a trasformare anche il mondo che abita in un luogo di sofferenza. La sproporzione rappresentata nella parabola mostra infatti quanto spesso non siamo in grado di cogliere fino in fondo il peso delle nostre azioni. Il gesto del padrone, che cancella interamente il debito, afferma allora che Dio non abbandona l’essere umano nel suo vagare, ma interviene per ricondurlo alla sua vocazione originaria trasformandone il cuore.

La seconda parte della parabola è più immediata: se abbiamo ricevuto perdono, siamo chiamati a perdonare a nostra volta chi si allontana, sbaglia o ci ferisce. Il racconto richiama così un dato elementare dell’esperienza umana: l’errore, le scelte sbagliate, le offese, le ferite, l’ostinazione e la cecità fanno parte della vita, anche se vorremmo che non fosse così. Riconoscere questa realtà e ammettere che anche noi vi contribuiamo in modi diversi, può aprirci alla comprensione di quel Padre misterioso di cui parla Gesù e che Gesù stesso ha cercato di rendere visibile con tutta la sua vita.
Chi non ha mai subito un’ingiustizia, è stato ferito da una parola, mal consigliato o trascinato dall’impulso del momento? Chi non ha mai detto qualcosa che non pensava davvero o compiuto un gesto di cui poi si è pentito? Proprio perché tutto questo appartiene alla vita umana, il perdono diventa l’unico rimedio capace di interrompere la catena delle ferite e, per questo, può essere chiamato una via privilegiata per entrare nel mistero di Dio.
Il contrario è terribile, perché la conclusione della parabola può lasciare sconcertati: il padrone consegna il servo ai carnefici e Gesù aggiunge che così farà il Padre celeste con chi rifiuta di perdonare. È una durezza tipica dello stile di Matteo, ma il senso non è che Dio intervenga dall’esterno per infliggere una punizione arbitraria; chi rifiuta il perdono entra piuttosto in una logica implacabile, nella quale le ferite non possono più essere guarite e ogni offesa continua a generarne altre, fino a produrre sofferenza e morte.

Il perdono non cancella il male né nega le ferite, ma interrompe la logica che le perpetua. Per chi legge la parabola nella fede, è proprio in questa capacità di non restituire il male ricevuto che può diventare riconoscibile qualcosa del volto di Padre. E per chi non condivide questa fede, resta comunque una possibile eredità di pensiero: una vita umana cresce quando riesce a sottrarsi al desiderio della vendetta.

NB: in copertina, Anonimo, I satrapi

Questione di disciplina?

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro

6 settembre 2026 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario
Ez 33,1.7-9
Sal 94
Rm 13,8-10
Mt 18,15-20

Quando nel Vangelo compare una procedura in quattro passaggi, come dire, ci si sente subito a casa: verbi all’imperativo, testimoni da convocare, un’assemblea a cui riferire e perfino qualcosa da legare o sciogliere. Per un attimo sembra quasi di avere trovato il regolamento condominiale del Regno di Dio. Mt 18,15-20 è stato spesso letto, non senza ragione, come un piccolo codice di disciplina ecclesiastica: parla di una colpa, di un ammonimento, di testimoni e, alla fine, della comunità.
Eppure il testo non prende l’avvio da un’istituzione che debba difendersi, comincia da «tuo fratello». Prima della colpa viene chiamata in causa la relazione tra le persone; prima della sanzione viene considerata la possibilità di guadagnare qualcuno che rischia di perdersi.
Il conflitto, del resto, non è un incidente capitato a una comunità difettosa, ma una possibilità ordinaria del vivere insieme. Gesù sembra non stupirsene, forse non immagina discepoli così spirituali da non ferirsi mai, insegna piuttosto che cosa fare quando inevitabilmente ci si trova in pieno conflitto.
Una comunità adulta non è quella che non litiga, ma quella che impedisce al conflitto di diventare umiliazione, vendetta o spettacolo.

Il primo gesto è parlare a tu per tu, non per sistemare ogni cosa in segreto, ma per proteggere la dignità di entrambi i dialoganti, lasciando alla parola il tempo di essere ascoltata e maturata.
Il pettegolezzo – per quanto spesso praticato con zelo quasi liturgico – non figura tra i sacramenti. Correggere il fratello significa anche esporsi alla possibilità che la propria lettura dei fatti debba essere corretta.
Se il colloquio fallisce, entrano in scena una o due persone. Il richiamo a Deuteronomio 19 non autorizzerebbe a costituire una piccola maggioranza contro l’accusato. I testimoni dovrebbero servire a sottrarre il giudizio all’arbitrio di una voce sola: aiutano ad accertare i fatti, non a fare pressione. La comunità evangelica non presume che chi accusa abbia ragione perché parla con maggiore sicurezza, meglio e per primo.
Infine viene chiamata in causa l’assemblea. Se neppure l’assemblea viene ascoltata, il fratello sia considerato «come un pagano e un pubblicano». Qui la lettura disciplinare tradizionale intravede facilmente l’espulsione. Nel Vangelo, però, proprio pagani e pubblicani non sono persone che Gesù smette di cercare. Il versetto può segnare un confine reale, senza trasformarlo in un giudizio ultimo sulla persona. La relazione cambia; la speranza della riconciliazione non viene per questo cancellata.
Anche il potere di legare e sciogliere diventa allora meno trionfale e assai più scomodo. Non è un timbro celeste apposto automaticamente sulle decisioni ecclesiastiche, ma la misura della responsabilità affidata alla comunità: ciò che facciamo della vita altrui ha conseguenze.
Per questa ragione la promessa seguente non è un grazioso incoraggiamento posto in fondo alla procedura: gli stessi due o tre che potrebbero presentarsi come testimoni devono ricordare sotto quale sguardo parlano. La presenza di Cristo non rende infallibile il gruppo; gli impedisce, semmai, di giudicare come se Cristo fosse assente.

Ezechiele chiama il profeta «sentinella» il suo ruolo è “avvertire”, non tacere per quieto vivere, ma neppure agire al posto dell’altro. Il profeta/sentinella è responsabile della parola che pronuncia e di quella che omette, non della coscienza altrui. Vigila senza impadronirsi delle coscienze, parla senza condannare in anticipo.
Paolo offre il criterio più breve e, allo stesso tempo, più esigente: «L’amore non fa nessun male al prossimo; pieno compimento della legge è l’amore». La disciplina cristiana va misurata sulla capacità di impedire il male e di rendere nuovamente possibile il bene, non sulla precisione adoperata per espellere chi non corrisponde ai requisiti. Se protegge l’istituzione sacrificando le persone, può essere impeccabile nella forma e avere già smarrito il Vangelo.

Naturalmente anche l’operazione opposta comporta qualche rischio. Presentare Matteo come un «manuale del discepolato» o il capitolo come una Haustafel può allargare utilmente lo sguardo, ma nessuna formula risolve il testo una volta per tutte. Il contesto illumina un passo, non ne spiana le asperità. Matteo sta parlando sul serio di una disciplina comunitaria, la questione è quale volto assuma alla presenza di Cristo.
Misericordia non significa fingere che nulla sia accaduto; non significa obbligare chi è stato ferito a riconciliarsi in fretta, né usare il colloquio privato per coprire abusi o reati.
Quando qualcuno è in pericolo, la protezione della vittima e il ricorso alle autorità competenti vengono prima della riservatezza comunitaria.
Il perdono evangelico non è una tecnica per restituire tranquillità al colpevole.
La misericordia è più severa del permissivismo e più paziente della condanna: dice la verità sul male, pone limiti quando sono necessari e continua a vedere nell’altro una persona, perfino quando non è più possibile vivere la relazione con quell’altro nello stesso modo.
La disciplina evangelica non decide chi merita di essere amato, cerca come amare senza farsi complice del male.
Forse è questo che rende il brano molto meno rassicurante di un regolamento.
I regolamenti permettono di chiudere utilmente una procedura.
Gesù lascia invece la comunità sotto la responsabilità della parola data, del limite posto e della porta che non va murata. Chiede di essere sentinelle, non sorveglianti; testimoni, non padroni della verità; fratelli e sorelle anche quando la fraternità costa.

Bastano due o tre persone perché Cristo sia in mezzo a loro.
Ne bastano altrettante, purtroppo, per creare una fazione, la differenza non sta nel numero, ma nel nome nel quale ci si riunisce e nel modo in cui, in quel nome, ci si prende cura della verità e dell’altro.

NB: in copertina, Anonimo, Questioni di disciplina?

Il mio posto

Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!

30 agosto 2026 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Ger 20,7-9
Sal 62
Rm 12,1-2
Mt 16,21-27

Pietro ha appena riconosciuto Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente, e ha ricevuto da lui parole di approvazione e promesse sorprendenti, e ora, pochi versetti dopo, questo stesso Pietro viene chiamato Satana.
Che cosa è successo?
Il capovolgimento è così brusco da lasciare interdetti: Pietro, il primo ad aver confessato davanti agli altri discepoli che Gesù è il Cristo, si ritrova quasi immediatamente apostrofato con una parola che la tradizione cristiana ha caricato, nei secoli, di significati terribili.
Eppure proprio questa parola, se riportata alla sua storia più antica, permette forse di capire meglio la scena.

La cultura occidentale ha costruito attorno a Satana una figura precisa, personale, quasi il nome proprio del principio del male. Ma nelle Scritture il termine ha una storia più complessa. L’ebraico śāṭān indica anzitutto qualcuno che si pone contro, un avversario, qualcuno che ostacola il cammino di un altro. Solo in determinati contesti assume anche la funzione più specifica dell’accusatore e, progressivamente, il nome proprio dell’Avversario per eccellenza.
Quando Gesù dice a Pietro:
«Vattene dietro di me, Satana!» non è dunque necessario immaginare che Pietro sia improvvisamente diventato il Diavolo. Pietro è, in quel momento, colui che si mette contro, e Matteo sembra quasi spiegare immediatamente il senso della parola aggiungendo: «Tu mi sei di scandalo»; skándalonè termine greco, che indica un ostacolo, qualcosa che fa inciampare.

Per capire come Pietro sia arrivato ad occupare questa posizione bisogna tornare a ciò che è appena accaduto. Gesù ha cominciato a spiegare ai discepoli che dovrà andare a Gerusalemme, soffrire molto a causa degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, essere ucciso e risuscitare il terzo giorno. A questo punto Pietro reagisce prendendolo in disparte e comincia a rimproverarlo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Le sue intenzioni potrebbero anche essere buone, probabilmente vuole proteggere Gesù, non sopportando l’idea che il Maestro debba soffrire e morire. Non credo ci sia bisogno di immaginare che non abbia sentito la parola sulla risurrezione o che il suo ascolto sia stato “distratto”. La questione potrebbe essere più radicale: Pietro ha ascoltato, ma ciò che ha ascoltato non corrisponde all’idea di Messia che porta con sé. Pochi istanti prima ha detto: «Tu sei il Cristo», adesso pretende di stabilire che cosa significhi essere il Cristo e come deve esserlo: il Cristo non può soffrire in quel modo, non può finire nelle mani dei capi religiosi, non può essere ucciso. Non che Pietro neghi il riconoscimento precedente, tenta di correggerne l’identità.

È questo il nucleo della questione: il discepolo cambia posizione, si antepone e funge da ostacolo alla realizzazione della volontà del Cristo.

Il discepolo ordinariamente segue, quindi “sta dietro”; Pietro, ora, per un istante, pensa di indicare la strada al Maestro. Non si limita a stargli dietro. Gli si mette davanti. E Gesù risponde precisamente ristabilendo le posizioni: «Dietro di me». Non è soltanto un rimprovero, è l’indicazione precisa di un luogo: lo spazio e la collocazione del discepolo: il suo posto (il nostro posto) non è davanti a Lui. È dietro a Lui. La forza della parola «Satana» qui è quasi visibile: è quello che attraversa la strada al Cristo e tenta di farlo inciampare, con l’intenzione di deviarne l’opera. Dovremmo rabbrividire davanti a questo comando, dopo averne afferrato realmente il senso: “Togliti di mezzo, non ti permettere di essere di ostacolo a Dio”.
È significativo che subito dopo Gesù si rivolga a tutti i discepoli dicendo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Il «dietro di me» rivolto a Pietro non è un inciso isolato, colloca tutti noi – i discepoli – una volta per tutte.

Il problema non consiste nell’aver ragionato troppo, nel fatto di affidarsi alla propria soggettività invece che a Dio. Troppo facile contrapporre il pensiero umano alla presunta possibilità di conoscere direttamente il pensiero divino! Anche noi ascoltiamo, interpretiamo, comprendiamo, ma sempre attraverso una prospettiva umana. Gesù parla e corregge in maniera precisa: «Tu non stai pensando secondo Dio, ma secondo gli uomini». Non sta condannando il pensiero umano, sta ponendo in questione il criterio interpretativo di Pietro: l’interpretazione degli eventi che dovranno accadere, anticipati dal Figlio dell’uomo, da Lui e per Lui  voluti ai soli fini della salvezza di tutti i figli dell’uomo, è sbagliato. È un errore. Un grossolano errore. Un grave errore.
Pietro ha trasformato la propria comprensione del bene in una misura assoluta; decide che la sofferenza di Gesù non può appartenere al suo cammino; decide ciò che deve e ciò che non deve essere. Proprio mentre crede di difendere Gesù, rischia di impedirgli di essere il Cristo. È Pietro che rischia, non il Cristo.
Le migliori intenzioni possono diventare un ostacolo quando pretendono di stabilire in anticipo quale forma debba assumere la vita dell’altro.
La scena ci tocca da vicino. Non perché dovremmo smettere di ragionare, diffidare della nostra intelligenza o rinunciare al giudizio. Niente di tutto questo: solo perché possiamo facilmente trasformare la nostra interpretazione della realtà in una posizione da cui non siamo più disposti ad ascoltare altro, nemmeno nostro Signore.
Possiamo riconoscere qualcuno, pensare di parlare per il suo bene, e, allo stesso tempo, essergli d’ostacolo nella realizzazione del suo cammino solo perché l’immagine della sua identità, che noi stessi ci siamo costruiti, è diversa da quella reale.
Possiamo amare e, proprio per amore, pretendere di sapere quale strada l’altro debba percorrere.
Possiamo perfino voler seguire qualcuno e finire, senza accorgercene, per metterci davanti.

Comprendo la ragione della durezza della risposta di Gesù. Pietro non deve essere espulso dal gruppo dei discepoli, non viene dichiarato irrimediabilmente malvagio, non gli viene detto «Sparisci», ma «Torna dietro».
Il discepolo che si è trasformato in ostacolo può tornare discepolo semplicemente cambiando posto.

Sento, infine, un’ironia terribile nella costruzione del racconto: pochi versetti prima Pietro era stato chiamato «pietra»: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Ora quella stessa pietra è diventata skándalon, pietra d’inciampo.
È cambiato il giudizio su Pietro nel giro di poco?
No. È lo stesso Pietro.
La stessa persona può diventare fondamento oppure ostacolo. Dipende anche dal posto che occupa.

La domanda che questo Vangelo lascia a ciascuno di noi non è se siamo abbastanza forti, abbastanza fedeli o abbastanza intelligenti. È più semplice e più difficile allo stesso tempo:
dove mi sono messo? Forse davanti, per indicare agli altri e perfino a Dio quale strada dovrebbero percorrere? Oppure dietro, abbastanza vicino da ascoltare e abbastanza libero da seguire?
Se Pietro deve ancora impararlo, probabilmente anche noi tutti abbiamo molto da imparare.

NB: in copertina, Anonimo, Collocazioni vitali.

Il Figlio dell’uomo

La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?
23 agosto 2026 – XXI Domenica del Tempo Ordinario

Is 22,19-23
Sal 137
Rm 11,33-36
Mt 16,13-20

«La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?»
La domanda di Gesù in Matteo 16,13 ci è diventata talmente familiare che quasi non la ascoltiamo più. Sappiamo già come continua: il Figlio dell’uomo è Gesù, Pietro lo riconosce come Cristo, Gesù approva la risposta e fonda su Pietro la sua Chiesa. La tradizione cristiana ha saldato così bene i diversi passaggi del racconto che ormai sembrano costituire un’unica affermazione.

Eppure Matteo comincia introducendo una piccola difficoltà.
Marco, nella scena parallela, fa chiedere a Gesù: «Chi dice la gente che io sia?». Luca fa sostanzialmente lo stesso. Matteo invece scrive: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?». Soltanto due versetti dopo Gesù tornerà alla forma diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?».
Possiamo certamente concluderne che Matteo identifichi Gesù con il Figlio dell’uomo. Ma non abbiamo il diritto di comportarci come se non fosse accaduto nulla tra le due domande poste da Gesù. Matteo avrebbe potuto scrivere «io» anche la prima volta e non lo ha fatto. È precisamente da questa porta che vorrei entrare per porre le mie riflessioni.

Penso che l’espressione «figlio dell’uomo» indichi originariamente l’essere umano in quanto tale: l’uomo, il mortale, qualcuno appartenente alla nostra condizione. Nella grande visione di Daniele appare qualcuno «come un figlio d’uomo», una figura dalle sembianze umane contrapposta alle bestie. L’espressione «figlio dell’uomo» non nasce con il libro di Daniele, ma in diverse forme e contesti designa già, nell’Antico Testamento, l’essere umano. In Daniele 7,13 accade però qualcosa di nuovo: a questa figura dall’ aspetto umano viene conferito un dominio straordinario.
Non dovremmo domandarci soltanto come mai un’espressione che significava “essere umano”, sia poi diventata il modo per designare Gesù.
Dovremmo domandarci anche che cosa sia accaduto all’idea di essere umano, perchè quell’espressione fosse riferita a Gesù.
Se leggiamo la storia soltanto in una direzione, partiamo dall’uomo e saliamo verso Cristo: uomo, figura apocalittica, Messia, Gesù, Figlio di Dio. Ogni nuovo significato sembra cancellare quello precedente. Alla fine «Figlio dell’uomo» diventa paradossalmente uno dei modi con cui distinguiamo Gesù dagli altri uomini.
Ma potrebbe essere accaduto qualcosa di molto diverso: l’espressione potrebbe essere diventata singolare senza cessare di essere universale.
Gesù sarebbe allora il Figlio dell’uomo non perché abbia smesso di appartenere all’umano, ma perché ciò che significa essere umano viene portato in lui fino alle sue conseguenze estreme.

Sarebbe strano che Dio si faccia uomo, e poi l’uomo debba nuovamente essere superato per poter riconoscere Dio. Dovremmo piuttosto dire che Dio fa il suo ingresso nell’umano così radicalmente che da quel momento in poi non possiamo più pensare Dio senza interrogarci sull’uomo, né l’uomo senza interrogarci su ciò che è accaduto in Gesù.
Non si tratta di conoscere quanto del divino e quanto dell’umano contenga Gesù, come se le due realtà occupassero porzioni differenti dello stesso recipiente, si tratta di chiedersi se l’apparizione di Dio nell’uomo non ci obblighi a modificare la nostra idea dell’opposizione tra divino e umano.
Ed è a questo punto, io credo, che Pietro risponde:
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
Risposta esatta.
E risposta pericolosa.
La parola «Cristo» non arriva vuota, porta con sé attese, immagini, speranze, rapporti di potere, interpretazioni precedenti. Dire «Messia» significa evocare molto più di ciò che Pietro può avere realmente compreso in quel momento.
Gesù accoglie la confessione, ma subito dopo ordina ai discepoli di non dire a nessuno che egli è il Cristo. Strano comportamento, dunque, se la questione consistesse semplicemente nell’indovinare la risposta giusta.
Forse si può pronunciare correttamente una parola e comprenderla in modo completamente sbagliato: Pietro possiede il nome prima di possederne il significato.
I versetti immediatamente successivi lo dimostreranno brutalmente: quando Gesù comincerà a parlare di sofferenza, rifiuto e morte, Pietro protesterà: il Cristo che ha appena confessato non può essere quel Cristo!
Qui ha luogo il corto circuito: Pietro ha riconosciuto Gesù e, allo stesso tempo, tenta di impedirgli di essere colui che ha riconosciuto.
Non credo sia una contraddizione accidentale del racconto, pittosto penso sia il suo centro.
Il significato precedente della parola «Messia» cerca di impadronirsi del significato nuovo, ma Gesù avverte che se volgliamo continuare ad usare questa parola, dobbiamo imparare nuovamente che cosa significa.
Forse proprio per questo Matteo ha bisogno, all’inizio della scena, del «Figlio dell’uomo». Prima che Pietro pronunci la grande definizione cristologica, nel testo rimane piantata una parola molto più inquietante: «uomo».
Il Cristo che Pietro confessa non potrà essere compreso eliminando il Figlio dell’uomo che Gesù ha appena nominato.

L’umano non è la scorza provvisoria dentro cui si nasconderebbe il divino, è il luogo nel quale la questione viene posta. Anche Pietro, del resto, viene definito attraverso una contraddizione: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Pochi versetti dopo, la pietra diventerà ostacolo: «Tu mi sei di scandalo».
La solidità sulla quale qualcosa può essere costruito e l’ostacolo sul quale si può inciampare abitano la stessa persona. Altro che monumento! Pietro è affidabile precisamente senza diventare infallibile nel senso banale della parola: può ricevere un’intuizione decisiva e un istante dopo deformarla attraverso le categorie che già possiede: può riconoscere e fraintendere, può essere pietra e inciampo.
Molto umano, verrebbe da dire. Forse inevitabilmente umano.
E proprio a quest’uomo vengono consegnate le chiavi.
Anche qui secoli di rappresentazioni hanno trasformato facilmente la chiave in un distintivo: chi possiede le chiavi possiede l’edificio.
Una chiave non serve a possedere una porta, serve ad aprirla.
Può anche chiuderla, naturalmente, ed è qui che il simbolo diventa pericoloso: ogni potere ricevuto per rendere possibile un passaggio può trasformarsi nel potere di impedire precisamente quel passaggio.
Ogni istituzione nata per custodire un accesso può finire per custodire soltanto se stessa.
Matteo aggiunge che «le porte degli inferi non prevarranno» contro la comunità costruita sulla pietra. Storicamente l’immagine dovrà essere interpretata nel proprio contesto e non abbiamo bisogno di farle dire ciò che non dice. Ma possiamo permetterci almeno, oggi, di rivolgerla contro di noi.
Le porte non marciano, non si irreggimentano, non fanno la guerra: le porte chiudono.
E allora questa Chiesa potrebbe essere sconfitta dalle porte degli inferi non tanto quando qualcosa dall’esterno la distruggesse, ma quando essa stessa imparasse troppo bene a chiudersi. Se la chiave è simbolo di proprietà, la soglia diventa frontiera e ciò che doveva consentire il passaggio viene utilizzato per impedirlo.
Sarebbe una conclusione piuttosto ironica per una comunità nata attorno a uno che continua a spostare il significato delle parole che dovrebbero contenerlo.
«Figlio dell’uomo».
«Cristo».
«Pietra».
«Chiavi».
Nessuna di queste parole rimane innocente dopo Matteo 16.
E forse neppure «uomo».
Il percorso compiuto dall’espressione «Figlio dell’uomo» presenterà uno dei paradossi più radicali del cristianesimo: una formula che poteva indicare semplicemente un essere umano viene riferita a un uomo particolare, Gesù di Nazaret, ma proprio attraverso questa singolarizzazione ritorna ad interrogare l’intera umanità.
Il singolare non cancella l’universale, lo mette in questione.

La domanda di Cesarea di Filippo allora non è soltanto:
«Chi è Gesù?»
Ne sottende un’altra:
«Che cos’è l’uomo, se Gesù è il Figlio dell’uomo?»
Questa è la domanda che la confessione di Pietro non chiude affatto.
La apre.

La geografia della salvezza

Ed ecco una donna Cananèa,
che veniva da quelle regioni,
si mise a gridare

16 agosto 2026 – XX Domenica del Tempo Ordinario
Is 56,1.6-7
Sal 66
Rm 11,13-15.29-32
Mt 15,21-28

La storia che Matteo oggi ci racconta non sembra di facile comprensione, o meglio si presta facilmente ad essere fraintesa. Parole e scene sembrano essere enigmatici. Le difficoltà del racconto della Cananea nascono soprattutto da una lettura che vede in Gesù un iniziale rifiuto dello straniero, poi corretto dalla fede della donna che lo costringerebbe ad allargare le prospettive. Ma questa interpretazione contraddice lo stesso Vangelo di Matteo: molto prima di questo episodio Gesù ha già accolto e lodato la fede di un centurione romano, annunciato l’ingresso nel Regno di popoli provenienti da oriente e occidente e richiamato la missione di Giona presso i Niniviti. La vocazione universale del Messia appartiene del resto alla tradizione biblica che Gesù conosce: la promessa ad Abramo e la luce destinata alle nazioni annunciata da Isaia.
Anche le parole «Sono stato mandato soltanto alle pecore perdute della casa d’Israele» non vengono pronunciate per respingere la donna, ma in risposta ai discepoli che vorrebbero mandarla via, che in realtà stanno reagendo alla propria difficoltà a sopportare il dolore altrui. La donna ha una figlia malata, i discepoli hanno il problema di essere disturbati dall’angoscia di lei; Gesù, invece di limitarsi a eliminare il problema che li disturba, costringe tutti a stare dentro quella situazione.
La donna stessa non sente un rifiuto nelle parole del «Figlio di Davide», al contrario si avvicina, si prostra e continua a pregare.
È proprio la sua preghiera che nel frattempo cambia. All’inizio gridava a lui da lontano perché intervenisse con il suo potere di guaritore sulla figlia malata, mantenendo ancora l’immagine di un Dio lontano, simile a un onnipotente capace di modificare magicamente le circostanze. Dopo il silenzio e le parole di Gesù, invece, la donna si avvicina e domanda: «Signore, aiutami». Non chiede più soltanto la soluzione esterna del problema: comprende che è lei stessa ad incontrare Dio sul suo cammino ed è lei ad aver bisogno di aiuto.

In questa prospettiva anche il «demone» acquista un significato diverso: non necessariamente una creatura invisibile che tormenta dall’esterno, ma ciò che diventa demoniaco quando l’uomo affida la propria vita a un idolo, per esempio all’immagine superstiziosa di un Dio-stregone che deve essere persuaso ad intervenire.
È proprio a questo punto che Gesù pronuncia l’enigmatica frase sul pane dei figli e sui cagnolini. Non sta dividendo gli esseri umani in figli di Dio e cani, né sta assimilando a un cane la donna: figlio e cagnolino rappresentano piuttosto due dimensioni presenti in ogni persona.
Il figlio è il nucleo più profondo dell’essere umano: la coscienza, il desiderio di conoscere e crescere, il soffio divino presente in ciascuno. Il cagnolino è invece la dimensione animale, sensibile e sociale: tutt’altro che disprezzabile, rappresenta i bisogni di salute, serenità, affetto, riuscita e relazioni soddisfacenti.
«Non è giusto prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» significa allora che l’azione di Dio non parte dai sintomi e dalle circostanze esteriori, ma dal centro della persona: è anzitutto il figlio che deve essere nutrito. Gesù ribadisce lo stesso principio quando invita a cercare prima il Regno di Dio, perché il resto verrà dato in aggiunta. La cananea, con la sua risposta, mostra di aver compreso questo principio; quando dà forma alle azioni degli uomini anche le briciole che cadono dalla tavola nutrono i cagnolini. È dunque legittimo sperare che la fede produca effetti concreti sulla salute, sugli affetti, sulle dipendenze, sulla sofferenza o nelle difficoltà della vita, ma la via che consente a questi frutti di giungere a maturazione inizia prima e assai più in profondità, là dove ha origine la trasformazione della persona.
Stare davanti alla malattia dell’altro, comprendere che cosa possiamo realmente fare, non farsi paralizzare dall’impotenza, imparare a essere utili lì dove si può esserlo e imparare a sopportare ciò che non si può cambiare sono esempi di ciò che possiamo chiedere nella preghiera ed esplicitano il senso delle parole della cananea: «Signore, aiutami!».
Se si viene liberati almeno un poco dal senso d’impotenza, si può vedere meglio, decidere meglio, aiutare meglio, essere più vicini al nostro prossimo e questo può produrre effetti concretissimi su chi ci sta vicino: sono già briciole che cadono dalla tavola.

Il Vangelo di questa domenica non parla soltanto della preghiera per chi soffre, parla anche di una terribile scoperta: la sofferenza di qualcuno che amiamo rivela anche la nostra povertà e questa povertà può diventare il luogo della nostra personale conversione.
Anche Gesù, durante questo tipo d’incontro, agisce cambiando qualcosa: non senz’altro la propria concezione dei pagani, ma i suoi programmi. Si era ritirato per riposare con i discepoli, ma lascia che l’apparizione di una pecora smarrita interrompa quel riposo. Tutto questo appartiene alla sapienza della vita: talvolta bisogna interrompere il servizio per prendersi cura del proprio «cagnolino» e riposare; altre volte bisogna interrompere il riposo per servire, quando la coscienza illuminata dallo Spirito lo domanda.
«Signore, aiutami» è il luogo interiore dal quale vivremo nell’orizzonte della salvezza. La nostra coscienza e il nostro cuore sono in grado di accogliere uno spostamento dall’esterno verso l’interno, dagli altri a noi stessi.

Io credo che l’intera storia non racconti affatto la conversione di Gesù dalla xenofobia all’universalismo, ma racconti la conversione della donna cananea, nell’autentica preghiera di domanda, e lo spostamento della sua prospettiva dalla magia alla fede.
La guarigione della figlia diventa il frutto, la «briciola» appunto, di qualcosa che modifica in profondità la nostra posizione “geografica” nell’economia della salvezza.

NB: in copertina, Anonimo, Il salto ontologico.

Caos domato

Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare

9 agosto 2026 – XIX Domenica del Tempo Ordinario
1Re 19,9a.11-13a
Sal 84
Rm 9,1-5
Mt 14,22-33

Gesù ordina ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda: li costringe a salire sulla barca. Subito dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci «ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda».
Questa espressione mi lascia perplesso, perché è molto lontana dal modo abituale con cui Gesù si relaziona con i suoi. Forse solo in questo passo gli viene attribuita una parola di coercizione. Risulta ancora più sorprendente se consideriamo, col senno di poi, che li sta inviando incontro ad una tempesta.
Se escludiamo che lo abbia fatto a scopo dimostrativo, per apparire l’unico salvatore, quale sarebbe allora la buona notizia? Dov’è il Vangelo? Non ci voleva liberi e vivi?
Non credo neppure ad una pedagogia divina che deliberatamente costringe alla prova, nemmeno per il nostro bene. Si può forse sostenere che da una prova dura, da un momento di dolore o di confusione, Dio può far nascere qualcosa di nuovo, qualcosa di vivo, ma è molto diverso dal sostenere che quelle prove vengono da lui, come se le fabbricasse per mettere alla prova la resistenza della nostra fede.

Sono invece convinto che Dio sia sempre all’opera per mettere ordine nel caos indifferenziato del mondo e che ogni vita nascente rappresenti l’ingresso nella sua misteriosa complessità.
La Bibbia inizia con le parole: «In principio» e credo che ogni istante possa essere un principio.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice a Nicodemo che «bisogna nascere di nuovo per vedere il regno di Dio». L’immagine della nascita è forse una chiave per comprendere l’ordine di recarsi all’altra riva attraversando il mare: siamo davanti a quella seconda nascita di cui Gesù parlava a Nicodemo.

La costrizione che Gesù impone ai suoi discepoli appartiene allo stesso ordine di quella imposta alla donna che mette al mondo un figlio: il parto è una soglia forte e talvolta dolorosa, nonostante i moderni metodi cerchino di evitare il più possibile la sofferenza fisica della madre e del bambino.
Eppure il nascituro non può rimanere nel grembo materno: significherebbe la morte di entrambi. Allo stesso modo, Gesù non può permettere ai suoi discepoli di aggrapparsi a lui fisicamente e spiritualmente all’infinito.

La scorsa settimana, nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, abbiamo visto gli apostoli tendere a controllare Gesù e, allo stesso tempo, la loro profonda dipendenza dalla sua presenza.
La loro seconda nascita, quella di cui Gesù parla a Nicodemo, consiste, a mio avviso, nella differenziazione adulta della persona sul piano spirituale ed etico: una tappa necessaria del cammino della fede.
Gesù allontana i suoi discepoli salendo sul monte a pregare, forse perché possano distinguere il Cristo miracoloso dalla persona nuova che la sua Parola fa nascere in loro: un’esperienza che segna una cesura tra ciò che si era prima e ciò che si sta diventando.
Gesù sa  che inevitabilmente i discepoli si troveranno ad affrontare le due vere prove che precedono una seconda nascita alla gioiosa complessità della vita, una seconda nascita capace di liberare l’uomo dalla “costrizione” stessa di viverla. Le due vere prove sono la paura e il dubbio.

Ho spesso ascoltato persone travolte dalla sofferenza parlare della vita come di un dono non richiesto. Io sono convinto che la vita sia davvero un dono. Per viverla nella sua pienezza, occorre almeno iniziare a superare il dubbio sull’esistenza di Dio e la paura della morte; il Cristo farà il resto.
Però, la novità ci spaventa, ci mette di fronte alle nostre paure e ai nostri dubbi. Mettersi in movimento, agire, talvolta può essere inquietante. Sembrerebbe molto più sicuro rimanere ai piedi del monte, mentre Cristo prega, piuttosto che dirigersi verso l’altra riva, attraversando il mare in tempesta.
Ma la seconda nascita è una tappa del processo di sviluppo, non la sua conclusione. E forse si realizza proprio dopo essere stati coinvolti in un «miracolo di moltiplicazione», come è avvenuto per gli apostoli.

Salendo in barca, i discepoli non abbandonano Gesù per sempre, né vengono abbandonati: crescono, instaurando con lui un rapporto diverso. Dopo la risurrezione verrà loro chiesto addirittura di precederlo in Galilea, dove egli li raggiungerà ancora, ma sotto un’altra forma.

Ora, però, si ritrovano nel pieno della tempesta.

La nascita spirituale proietta i discepoli nel mondo così com’è, con il suo tumulto, le sue tempeste, le sue ambivalenze e i suoi cambiamenti. L’acqua, che prima era calma, diventa improvvisamente turbolenta e mortale.
C’è da dire che le grandi distese d’acqua non godevano di buona fama nell’immaginario biblico, basti pensare al racconto biblico del diluvio: la tempesta rappresenta ciò che mette radicalmente in questione la possibilità stessa di sopravvivere. 
I discepoli non capiscono subito ciò che sta succedendo, vanno nel panico e si ritrovano improvvisamente nel regno del fantastico; vedono Gesù raggiungerli camminando sull’acqua e lo scambiano per un fantasma. Ma come? Se avevano assistito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, ora non potrebbe camminare sull’acqua? I discepoli perdono l’orientamento e la lucidità e, pur contando tra loro pescatori esperti, tremano senza riuscire a fare nulla di realmente efficace. Questa tempesta è un sogno o una realtà? In ogni caso genera un’angoscia tale da deformare perfino la percezione, scambiando Gesù per un fantasma.
Persi nell’oscurità e sballottati dal vento, i discepoli si trovano nella condizione del neonato che esce urlando dal grembo materno perché, per la prima volta, l’aria entra nei suoi polmoni, mentre fino a un istante prima viveva sicuro e al caldo nel ventre materno.
Così come il neonato ritroverà la madre in un mondo nuovo e sotto un’altra forma, così anche i discepoli, usciti dal regno delle fantasie spaventose, ritroveranno il Cristo.

Ciò che salva dalla tempesta è la relazione con il Signore, una relazione che si rinnova, perché il Cristo non è soltanto colui che ha moltiplicato il pane e i pesci per i cinquemila di domenica scorsa: è anche colui che è presente e potente nelle nostre vite, non soltanto in quelle degli altri.

Ci credevamo perduti, lontani, senza alcun aiuto, sul punto di essere inghiottiti dalle onde del caos. E invece il Signore è lì, ci vede come soltanto lui sa vedere, con tutto il nostro panico, e ci rassicura con il suo costante invito a non avere paura.
Non rimprovera alcuno. Si presenta nel caos come se il caos non lo sfiorasse minimamente. Lo domina, perché è capace di mettere ordine nel caos e di conferirgli un significato che riconduce alla tranquillità.
Proprio come il soffio di Dio aleggiava sulle acque della creazione, così Gesù cammina sulle acque di questa nuova nascita.

Il Cristo ha potere sul caos interiore e su quello esteriore. Per questo motivo i discepoli lo riconobbero come Figlio di Dio e noi, come loro, lo riconosciamo tale, proprio nel momento in cui prendiamo coscienza di non avere alcun potere sulla nostra vita.

NB. in copertina, Anonimo, Gesù cammina sulle acque

La logica del nutrimento

Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare

2 agosto 2026 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario
Is 55,1-3
Sal 144
Rm 8,35.37-39
Mt 14,13-21

Il racconto della moltiplicazione dei pani comincia, almeno in Matteo, con un movimento che può essere facilmente dimenticato: Gesù, avendo saputo della morte del Battista si ritira in disparte nel deserto. Forse, nel momento del dolore, ha bisogno di rimanere solo, di sottrarsi per qualche tempo agli altri. Ma gli altri lo seguono. Quando se ne accorge, cambia programma, perché, dice il testo, prova compassione.
Prima ancora dei pani e dei pesci, prima ancora del miracolo, accade dunque qualcosa di molto semplice: un uomo ferito dal dolore, che aveva cercato la solitudine, torna alla relazione con gli altri perché vede il loro bisogno.
È forse questo il primo nutrimento del racconto.
A sera intervengono i discepoli: il luogo è deserto, l’ora è tarda, pensano convenga congedare la folla perché ciascuno possa raggiungere i villaggi per comprarsi qualcosa da mangiare.
Il loro ragionamento è ineccepibile. Anzi, è proprio il tipo di ragionamento sul quale organizziamo normalmente la nostra vita. Se esiste un bisogno, esiste anche un mezzo attraverso il quale procurarsi ciò che può soddisfarlo; ciascuno dispone dei propri mezzi e, se è libero di servirsene, può provvedere a se stesso: bisogno, denaro, acquisto.
Non c’è niente di immorale in questa sequenza, è la semplice e ordinaria logica dello scambio.
Gesù però reagisce diversamente a questa logica:
Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare.
È qui che il racconto diventa sconcertante.
A ben guardare la proposta dei discepoli avrebbe avuto come effetto lo scioglimento di quella comunità provvisoria che si era formata intorno a Gesù. Ciascuno sarebbe tornato individuo, avrebbe raggiunto un luogo abitato, avrebbe adoperato il proprio denaro e avrebbe risolto privatamente il proprio bisogno. Questa sarebbe stata per gli apostoli la soluzione migliore, ma Gesù rifiuta con una affermazione quasi categorica questo passaggio; non dice che il bisogno materiale non esiste. La gente deve mangiare davvero.
Non contrappone in alcun modo un’astratta ed elevata fame spirituale alla presunta banalità della fame fisica: impedisce piuttosto che la soddisfazione del bisogno venga fatta coincidere immediatamente con la dissoluzione della relazione.
Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare.
I discepoli oppongono allora il dato concreto: hanno pochissimo, solo cinque pani e due pesci. Dal punto di vista quantitativo l’obiezione è addirittura più ragionevole della precedente. Non stanno rifiutando di condividere qualcosa di cui abbondano, dichiarano invece di non averne abbastanza.

È precisamente il poco a diventare il centro del racconto.
Il denaro appartiene all’ordine della quantità; è un mezzo concreto per ottenere altri mezzi concreti; può essere contato, speso, risparmiato o accumulato. L’accumulo produce sicurezza, o almeno promette di produrla, ma proprio perché è quantificabile introduce subito anche il confronto: quanto possiedo, quanto possiede un altro, quanto potrei perdere, quanto mi manca per ottenere quell’altra cosa…
Da questi movimenti del pensiero, possono nascerne altri, si può anche arrivare a provare tanto l’invidia, quanto la paura.
Il ricco potrebbe temere di non essere il più ricco; il povero potrebbe temere di perdere perfino quel poco che possiede. Le loro condizioni materiali sono evidentemente diversissime, ma entrambi possono cadere nello stesso equivoco: attribuire al possesso la capacità di liberarli definitivamente dall’insicurezza.

Il problema comincia quando questa logica quantitativa viene trasferita all’amore.
L’amore non è un capitale: non lo si accumula per garantirsi contro il futuro, non lo si può conservare in magazzino, non aumenta necessariamente perché ne possediamo una quantità maggiore.
L’amore esiste soltanto nella relazione e, quando esiste, può perfino accrescersi precisamente perché viene “messo in esercizio”.
Forse molti dei nostri disastri nascono dalla confusione, consapevole o inconsapevole, determinata dall’applicazione della logica quantitativa anche all’amore: “Mi vuoi bene? Quanto mi vuoi bene? Vuoi bene più a X o più a Y?”
Non “abbiamo” l’amore. L’amore semplicemente “è”, e per sua natura può soltanto essere ricevuto e dato, ma non posseduto alla stessa stregua dei beni materiali. Non possiamo assicurarci l’affetto, garantirci la presenza dell’altro, contabilizzare quanto amore abbiamo dato e quanto ne abbiamo ricevuto. Se introduciamo nella relazione le categorie del patrimonio del tipo “abbastanza”, “troppo poco”, “di più di…”, “di meno di…”, lo sottoponiamo alla logica del contabile e con ciò tende inevitabilmente a cessare di essere amore.
Nel racconto evangelico i discepoli sembrano ancora ragionare interamente secondo la logica dei mezzi: la folla ha fame e quindi bisogna permetterle di procurarsi del cibo.
Gesù li costringe invece a partecipare e a farsi personalmente coinvolgere nel problema: Voi stessi date loro da mangiare. Non dice “trovate il denaro necessario”, oppure “organizzate un sistema più efficiente”, o ancora “spiegate a ciascuno come cavarsela da solo”.
No: “date loro direttamente del cibo”.
E quelli scoprono di possederne troppo poco…
È difficile non riconoscere in questa scena un’esperienza umana molto comune. Quante volte davanti al bisogno dell’altro scopriamo di non avere abbastanza: abbastanza tempo, abbastanza forza, abbastanza competenza, abbastanza equilibrio, abbastanza generosità?
La tentazione di liberarcene può essere perfettamente ragionevole.
La richiesta evangelica non sembra quella di sentirsi o diventare improvvisamente onnipotenti. Chiede di immettere nella relazione quel poco che si ha.

A proposito del miracolo dei pani non vedrei alcuna necessità di scegliere tra fede e ragione. Si può tranquillamente credere che sia accaduto un miracolo e si può anche riconoscere che il racconto, trasmesso e rielaborato dalle prime comunità cristiane, abbia assunto una forma capace di esprimere qualcosa che gli uomini continuano a comprendere con enorme difficoltà.
Il punto, in entrambi i casi, rimane sorprendentemente simile: quando il poco viene sottratto alla difesa individuale e immesso nella relazione, la sua misura cambia.
Cinque pani continuano a essere cinque pani. E tuttavia bastano.
La povertà non diventa magicamente ricchezza e la fame fisica non può essere soddisfatta con i buoni sentimenti, ma il bisogno umano non è mai esclusivamente individuale: l’uomo può certamente procurarsi il pane da solo, ma assai più difficilmente può procurarsi da solo ciò che trasforma quel pane in vita.
Forse i discepoli comprendono questo soltanto alla fine.
Avevano pensato che la folla avesse principalmente bisogno di qualcosa da comprare. Gesù ha mostrato loro che la folla aveva bisogno anche di qualcuno che non la mandasse via.
Il miracolo non consiste soltanto nell’abbondanza finale, comincia molto prima, quando un uomo addolorato rinuncia alla propria solitudine perché si accorge degli altri. Il miracolo continua quando un gruppo di discepoli viene costretto a trasformarsi da spettatore organizzativo in parte della relazione, culmina in quel poco che, condiviso, diventa vitale.
Le dodici ceste avanzate sono secondo me la parte quasi umoristica del racconto: ciò che con tutta evidenza è poco, messo in condivisione produce persino un’eccedenza.
L’amore non sostituisce il pane, ma il pane, da solo, non ha mai potuto sostituire l’amore.

Dev’essere questa la cosa che continuiamo ostinatamente a dimenticare. Possiamo comprare quasi tutto ciò che serve a mantenerci in vita, ma non possiamo comprare ciò per cui vale veramente la pena esserlo con gioia.

Avete capito?

«Avete capito tutte queste cose?»
Gli risposero: “Sì.”

26 luglio 2026 – XVII Domenica del Tempo Ordinario
1Re 3,5.7-12
Sal 118
Rm 8,28-30
Mt 13,44-52

Le parabole del regno si susseguono quasi senza intervallo: il seminatore, la zizzania, il granello di senape, il lievito, il tesoro, la perla, la rete.
Gesù non ne offre una sola, definitiva, capace di spiegare tutto. Ne racconta molte, perché nessuna immagine può contenere interamente il mistero del regno dei cieli; una parabola illumina un aspetto e ne lascia altri nell’ombra, il regno è seme e raccolto, crescita invisibile e scelta decisiva, tesoro già presente e realtà ancora attesa.
Le parabole devono quindi essere tenute insieme, come tessere di un mosaico, se ne isoliamo una, rischiamo di scambiarne l’immagine per una definizione.

La parabola della rete è forse una delle più difficili.
La rete viene gettata nel mare e raccoglie “ogni genere” di pesci: non seleziona mentre pesca, prende tutto ciò che incontra, il buono e il cattivo, ciò che nutre e ciò che deve essere eliminato.
La separazione avviene soltanto alla fine, come in quella del seme e della zizzania.
L’immagine non serve a incoraggiare gli uomini a trasformarsi immediatamente in giudici del mondo; al contrario, nel tempo presente la rete continua a raccogliere.
Nessuno di noi possiede ancora lo sguardo pronto a distinguere perfettamente il bene dal male, soprattutto perché il confine non passa soltanto tra un uomo e l’altro, ma passa anche dentro ciascuno di noi. Il pesce cattivo non è sempre qualcun altro.
Gesù non dice neppure che, alla fine, ogni differenza diventerà irrilevante.
La misericordia non consiste nel dichiarare che il male, in fondo, non è poi così male.
Penso che il male sarà giudicato proprio perché distrugge ciò che Dio ama: è qui che l’immagine della fornace ci mette in difficoltà.
«Getteranno i cattivi nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti».
Possiamo reagire in due modi ugualmente semplicistici: immaginare un Dio vendicativo che finalmente punisce i colpevoli oppure cancellare la frase, perché la riteniamo incompatibile con la misericordia. In entrambi i casi, comunque, decidiamo in anticipo che cosa Dio debba essere, secondo la misura delle nostre categorie.

Forse la fornace non deve essere immaginata come il luogo nel quale Dio conserva eternamente il male per poterlo punire altrettanto eternamente; potrebbe essere, invece, il fuoco nel quale il male viene finalmente consumato: non un fuoco acceso contro la creatura, ma contro ciò che la deforma.
Se fosse così, si comprenderebbe meglio anche il dolore.
Essere liberati dal male non significa sempre essere liberati senza sofferenza. Ci abituiamo alle nostre deformazioni, le confondiamo con la nostra identità, finiamo persino per difenderle e quando viene bruciato ciò che ci rende schiavi, possiamo avere l’impressione che siamo noi a bruciare. Il giudizio di Dio non sarebbe allora il contrario della misericordia, ma la sua forma estrema, perché Dio non abbandona la creatura al male che la possiede.

Questo non significa che la parabola autorizzi una dottrina rassicurante che risolva tutto automaticamente e senza libertà.
Gesù non trasforma il giudizio in una formalità: il pianto e lo stridore di denti restano immagini terribili.
La Parola dice sul serio la possibilità umana di resistere al bene, di preferire la propria prigione alla libertà e di scambiare la malattia per salute.
La Parola, altrettanto sul serio, afferma la vittoria di Dio.
Noi non attendiamo un’eternità nella quale il bene e il male continuino a fronteggiarsi in perfetto equilibrio. Attendiamo la fine del male.
Ed è forse questo ciò che, nel profondo, desidera perfino il malvagio, anche quando non è ancora capace di desiderarlo: essere liberato da ciò che lo rende malvagio.

Terminata questa lunga successione di parabole, Gesù pone ai discepoli una domanda:
«Avete capito tutte queste cose?».
Rispondono: “Sì.”

Risposta magnifica e poco credibile: hanno appena ascoltato immagini che per secoli continueranno a essere interpretate, discusse e fraintese, eppure rispondono senza esitazione di avere capito tutto.
Probabilmente non hanno capito. Del resto, poco prima, Gesù aveva dovuto spiegare loro privatamente sia la parabola del seminatore, che quella della zizzania. I discepoli non sembrano quindi particolarmente qualificati per dichiarare concluso il problema del regno dei cieli.
Ma Gesù non li corregge, forse perché quel “sì” non è la risposta precisa alla sua domanda letterale «Avete capito tutto?».
No, non hanno capito tutto; nessuno comprende pienamente come possano coincidere la giustizia e la misericordia, come il giudizio possa essere salvezza, come Dio possa rispettare la libertà della creatura senza abbandonarla alla distruzione.
Il loro «sì» risponde piuttosto a una domanda nascosta:
“Accettate di continuare a seguirmi, anche senza avere capito tutto?”.
E a questa domanda i discepoli rispondono davvero: “Sì.”
Il loro “sì” non è la sicurezza di chi possiede la verità, ma l’adesione di chi si lascia condurre dentro una verità più grande di lui. Non hanno compreso il regno, ma hanno riconosciuto colui che ne parla. Non sanno ancora conciliare la fornace con la misericordia, il giudizio con l’amore, la rete che accoglie tutto con la separazione finale.
Tuttavia hanno intuito che non devono scegliere tra un Dio giusto e un Dio misericordioso, perché in Dio giustizia e misericordia non sono due forze rivali.
Siamo noi a separare la giustizia dalla misericordia, perché amiamo senza saper giudicare e giudichiamo senza saper amare.
Il discepolo non è colui che ha già risolto questa contraddizione, è colui che accetta di affidarsi a Cristo finché ciò che ora appare contraddittorio non riveli la propria unità.

«Avete capito?».
Forse la risposta più sincera sarebbe stata:
“No, ma ci fidiamo di te.”
Nel linguaggio della fede proprio questo significa dire “sì.”

NB: in copertina, Anonimo, Gesù Maestro.

Il Seme del Regno

Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo

19 luglio 2026 . XVI Domenica del Tempo Ordinario
Sap 12,13.16-19
Sal 85
Rm 8,26-27
Mt 13,24-43

Gesù usa un granello di senape come immagine di ciò che è essenziale: un piccolo seme sembra inerte, sembra non avere vita propria, eppure, dopo solo pochi giorni nella terra, comincia a germogliare. Il seme, quindi, possiede la forza della vita.

Qualsiasi seme avrebbe potuto simboleggiare questa forza, però Gesù sceglie come paragone il più piccolo di tutti, dicendo che, una volta cresciuto, sarà più grande degli altri e diventerà un grande albero. Quindi, è proprio nella piccolezza del seme, non proporzionata alla sua futura crescita, che dovremmo cercare il senso della parabola.
Il paragone non è soltanto tra il Regno di Dio e un granello di senape qualsiasi, ma tra il Regno di Dio e un granello di senape preso e seminato da qualcuno in un giardino. Descrive, insieme alle dimensioni e alle potenzialità del seme, un atto umano semplice, deliberato, che implica la scelta del seme, l’azione della semina e la decisione di seminarlo nel proprio giardino.
Avremmo potuto pensare che la fede fosse un esercizio arduo e difficile, di dover credere a cose incredibili, di dover compiere imprese eroiche, non esenti da sacrifici e privazioni, ma non è questo che viene detto qui. Tutto lo sforzo consiste nel prendere un piccolo seme e gettarlo nel nostro giardino: non è uno sforzo immane, ma è necessario farlo. Per farlo dobbiamo averne l’idea e l’intenzione.

Che senso ha quest’atto di semina?
Se l’agricoltura è stata una delle maggiori scoperte dell’umanità, risalente a circa 10.000 anni fa, tramandata di generazione in generazione fino ad oggi, la spiritualità, cui il tema agricolo rimanda, è stata scoperta quasi agli albori dell’umanità; ve ne sono tracce risalenti a più di 60.000 anni fa.
È stata ed è esplorata a fondo di generazione in generazione (forse più dell’agricoltura).
Nella storia della spiritualità, Gesù di Nazaret ha mostrato qualcosa di decisivo: noi non abbiamo un corpo, noi siamo un corpo: vediamo con gli occhi, tocchiamo con le mani, udiamo con le orecchie. Siamo dunque particolarmente sensibili alla superficie delle cose, ma non è tutto.
L’essenziale è sopito dentro di noi: la forza vitale che sta nel piccolo seme è la stessa che ci abita. Come potremmo tentare di approfondire questa realtà di per sé così misteriosa?

La scienza guarda oltre l’ovvio; ad esempio, pare che il sole sorga nel cielo, tramonti dalla parte opposta e riappaia il giorno successivo, circa allo stesso modo del giorno precedente; sappiamo bene che il movimento del sole è un’illusione, è il nostro pianeta ad orbitargli attorno a una velocità di oltre 100.000 km/h (30 Km al secondo). Noi non percepiamo questa velocità, anzi io ho proprio la sensazione di essere fermo, seduto davanti alla scrivania a scrivere.
Viviamo sulla superficie della realtà esteriore ed interiore, incontrando serie – se non insormontabili – difficoltà ad addentrarci oltre questo primo strato. Eppure sarebbe assolutamente essenziale sondare almeno ciò che siamo, perché lì si trova anche la nostra parte migliore, quella che siamo soliti chiamare la nostra “personalità”. Si noti che coloro che ci amano, in genere, apprezzano la nostra personalità, qualcosa di vivo e piuttosto unico, che ci permette di scegliere, di prendere decisioni, di amare. Anche se, a volte, ci sentiamo proprio molto piccoli e inadeguati all’impresa.
Sondare la parte migliore di se stessi è complicato, forse più complicato del sondare la parte peggiore, in ogni caso il conoscere se stessi è un tema su cui hanno lavorato i filosofi dai tempi di Socrate. Gesù dice che, attraverso la Parola, il Regno di Dio, come il granello di senape, germoglia crescendo in profondità e in altezza.
Le profondità del nostro essere, le nostre radici, come dicevo, ci sono in gran parte inaccessibili, tanto quanto il resto dell’universo sopra la nostra testa, a partire dai rami degli alberi più alti. Viviamo in superficie, muovendoci, producendo, raccogliendo, intessendo relazioni con il prossimo. Qui entra in gioco la fede: se abbiamo afferrato la Parola e l’abbiamo seminata sulla superficie delle nostre vite, Dio vedrà il meglio che è in noi e lo farà crescere, ci guarirà e perdonerà il peggio, o, almeno, questa è la nostra fede e la nostra speranza.
Gli uccelli del cielo, infatti, costruiscono i loro nidi tra i rami del Regno. Cosa intende Gesù con questo? Gli uccelli sono creature aeree meravigliose, ma sono selvatici e non sappiamo bene come addomesticarli: rappresentano le molteplici dimensioni degli uomini, in qualche modo frammentate e separate. L’albero del regno è capace di accogliere tutti i nostri pezzi di umanità: li raccoglie, li unifica, li pacifica, li cura, li protegge, li lascia liberi e vivi. Gli uomini possono abitare quest’albero della vita, come loro casa.

Il collegamento tra il seme, la sua forza vitale, l’albero e la fede si chiarisce se ricordiamo il granello di senape in Luca 17,6: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: ‘Sradicati e vai a piantarti nel mare’, ed esso vi obbedirebbe”.
Il gelso (o il sicomoro) da sradicare, diversamente dall’albero del Vangelo di questa domenica, potrebbe avere a che fare con la parte peggiore di noi stessi, o con l’immagine negativa che di noi stessi potremmo avere; qualche volta siamo delusi dalla vita e la vorremmo diversa, tal’altra soffriamo di un poderoso risentimento verso persone e situazioni passate. Il risentimento ci rimane attaccato addosso anche per anni, angosciante e persistente: sembra impossibile liberarsene.
Anche una fede minuscola sarà sufficiente per aiutarci a superare questa difficoltà.
In questo contesto Gesù probabilmente corregge una domanda degli apostoli. Subito prima aveva detto qualcosa di umanamente intollerabile: se tuo fratello pecca contro di te sette volte al giorno e sette volte ritorna dicendo: «Mi pento», tu gli perdonerai. Gli apostoli reagiscono dicendo: “Accresci in noi la fede!” Come se per riuscire a perdonare occorresse un quantitativo enorme di fede. Gesù parla del granello di senape: non è questione di avere tanta fede, come si possedesse una riserva di energia materiale, basta averla e che sia reale, cioè consista in un affidarsi alla volontà di Dio. Il testo greco dice: se aveste fede come un granello di senape. Quel “come”permette di intendere non soltanto la dimensione concreta, ma anche la natura specifica del seme: qualcosa di minuscolo, ma vivo, che contiene in sè un potenziale di crescita enorme. Gli apostoli chiedono fede in aggiunta, Gesù sembra rispondere: non dovete misurarla, dovete averla.
La fede non agisce perché psicologicamente intensa, perché uno è convintissimo o perché non ha alcun dubbio, agisce perché mette l’uomo in rapporto con Dio. La potenza del granello non deriva dalle sue dimensioni, ma perché è vivo di una vita, che non si è data da solo.
Gesù prende ad esempio un albero, forse un sicomoro, forse un gelso, magari realmente visibile ai presenti, e costruisce un’immagine volutamente assurda: un grande albero ben radicato, al semplice comando di uomini di fede, si sradicherebbe da solo e andrebbe a piantarsi non in un altro terreno, ma nel mare, dove notoriamente sia alberi di gelso che sicomori non possono vivere. Tutto questo accade perché gli è stato detto. Non è soltanto una cosa difficile: è una contraddizione visibile dell’ordine naturale. Come in Matteo la fede sposta una montagna, così in Luca sradica un albero e lo pianta nel mare. Nel contesto lucano, dunque, l’albero non rappresenta necessariamente, in maniera allegorica, un peccato preciso, tuttavia l’immagine si applica perfettamente a ciò che Gesù ha appena comandato: perdonare ripetutamente chi ci ferisce, cioè mandare il nostro risentimento a piantarsi nel mare, per ricollegarmi al mio esempio di prima.
Il risentimento mette radici, il dolore si lega alla memoria, al senso di giustizia, all’orgoglio ferito, talvolta perfino alla necessità di difendersi. Dire a un uomo: “perdona ancora” può sembrare altrettanto irragionevole che dire a un albero secolare: “sradicati e piantati nel mare”.
Gli apostoli afferrano subito la difficoltà, non rispondono “va bene”, ma “aumenta la nostra fede”. Gesù non minimizza la difficoltà, dice piuttosto che ciò che appare irrimediabilmente radicato non costituisce un limite per Dio.
Naturalmente perdonare non significa negare il male, rinunciare alla giustizia, ristabilire automaticamente la fiducia o esporsi nuovamente alla violenza; significa che il male ricevuto non deve diventare il principio determinante della nostra vita. Qui sta, secondo me, l’elemento fondamentale. La frase viene spesso letta così: “Se credessi abbastanza, potresti ottenere qualsiasi cosa”. Ma il seguito del brano impedisce questa interpretazione, subito dopo Gesù racconta la parabola del servo che, compiuto il proprio dovere, dice di essere, lui ed altri, un servo inutile, che ha fatto quanto doveva fare.
La fede che fa obbedire l’albero non trasforma il credente in un mago cui il mondo deve obbedire, al contrario, lo rende capace di obbedire a Dio anche quando il comando sembra superiore alle forze a disposizione. Il paradosso è che l’albero obbedisce al discepolo, soltanto quando il discepolo si affida a Dio con fede. La fede non è una forza con cui pieghiamo Dio alla nostra volontà; è il rapporto attraverso il quale la nostra volontà, senza essere annullata, viene resa capace di entrare nell’azione di Dio.

In conclusione, se nel nostro giardino è stata seminata la Parola, quella si amplierà, si amplificherà e porterà frutti benedetti ovunque: è il primo effetto del Regno che noi possiamo “toccare con mano”. Se altro seme dovesse crescere insieme alla Parola, alla maniera del sicomoro o anche della zizzania del Vangelo di questa domenica, non c’è da temere: al tempo opportuno sarà depotenziato e finirà in cenere. Affidarsi realmente a Dio, ascoltare e vivere il Vangelo, anche solo per pochi minuti al giorno, non soltanto farà crescere il Regno di Dio, ma sradicherà in noi tutto il male spirituale più profondamente radicato, anche quello apparentemente impossibile da rimuovere.

Un essere umano ferito, attraverso la fede in Cristo, può non essere governato per sempre dalle proprie ferite e può abitare nel Regno, dove si impara a crescere nella fede, a lasciarsi guarire, a perdonare e ad amare.

NB: in copertina, Anonimo, L’albero del regno

Se non vedo, non sento e non parlo

Molti profeti e giusti
hanno desiderato vedere ciò che voi vedete,
e non lo videro,
e ascoltare ciò che voi ascoltate,
e non l’udirono

12 luglio 2026 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Is 55,10-11
Sal 64
Rm 8,18-23
Mt 13,1-23

Potremmo oggi seguire la parabola del seme che cade su diversi tipi di terreno, oppure soffermarci sulle parole che le fanno seguito. Sta di fatto che Gesù, nel primo come nel secondo caso, ci mette di fronte all’incapacità di comprendere (Mt 13,14), traccia le ragioni dell’incomprensione (v. 15a) e infine rivela la causa principale del rifiuto di accogliere il seme della vita (v. 15b). Tutto questo rimanda, a mio avviso, alla responsabilità personale.
Si tratta di un invito a esaminare noi stessi, perché, se anche noi siamo il seme (Mt 13,38), rischiamo di diventare responsabili del rifiuto.
Gesù dice che il seme è la Parola (Mt 13,19; Mc 4,14) e, in un’altra parabola — quella del grano e della zizzania — afferma che i figli del Regno sono il seme. Quando i discepoli, nella loro vita e con le loro parole, non ispirano gli altri ad accoglierlo, diventano in qualche misura responsabili del rifiuto.

Se la vita dei cristiani assomiglia a quella di chi vive senza Dio, è difficile attribuire tutta la responsabilità a coloro che lo rifiutano.
Viviamo in un tempo nel quale ognuno si sente libero di dire e scrivere ciò che vuole, prescindendo dall’oggettività dei fatti, costruendo verità relative e spesso personali e approfittando dell’enorme possibilità di propaganda offerta dai social media. È facile che, di fronte a tutto questo, una persona “normale”, anche un buon cristiano, rimanga esterrefatta, senza riuscire a trovare le parole adatte per farsi pienamente testimone del Vangelo.
L’incomprensione diventa un fatto sorprendente:
«Il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani» (Mt 13,15). Parafrasando: le orecchie funzionano, ma non captano le risonanze; gli occhi funzionano, ma non notano le differenze; i circuiti interni sembrano scollegati. Esteriormente sembra che tutto sia chiaro, ma la realtà è diversa. È come quando qualcuno ti chiede delle indicazioni stradali: tu provi a dargliele nella maniera più chiara possibile; quello ti guarda, annuisce, sorride, ringrazia… e poi va nella direzione opposta.

Le parole di Isaia, scritte intorno al 730 a.C. e riprese dal Nazareno, descrivono bene questa specie di cortocircuito. Dio dice al profeta: io ti mando, ma il popolo rigetterà ciò che dirai (cfr. Is 6,1-10).
Le folle ascoltavano entusiaste Gesù di Nazaret, perché lo vedevano compiere miracoli. Eppure: «Anche dopo che Gesù ebbe compiuto tanti segni in loro presenza, non credevano in lui» (Gv 12,37). Sapevano che c’era, ne avevano visto il potere di guarigione, ma in molti si dimostravano indifferenti o addirittura contrari.

Oggi la cosa si ripete in maniera sconcertante. Non abbiamo mai visto tanto, sentito tanto, studiato tanto, imparato tanto, anche sulle religioni — comprese quelle degli altri —, ma non è ovvio per tutti, per esempio, che chi uccide è contro la vita, che le armi servono per uccidere, che chi spaccia danneggia il prossimo, che il razzismo è una grave forma di violenza. Talvolta la mente e il cuore sembrano vuoti.
Molti si dichiarano cristiani, ma appaiono impermeabili al Vangelo, come se fossero spiritualmente anestetizzati: si sentono indipendenti da tutti e non si rendono conto di avere bisogno di tutto.
Che cosa sta succedendo?
Giacomo aveva già ammonito i cristiani:
«Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché, se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena si è osservato, se ne va e subito dimentica com’era» (Gc 1,21-24).
E poco dopo conclude: «Se uno ritiene di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana» (v. 26).

«Sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi» (Mt 13,15): si tratta di un atto deliberato. Non siamo di fronte a problemi di udito, di cecità o di perdita della memoria, ma a un rifiuto, perché non siamo disposti a cambiare.
È lo stesso meccanismo del faraone egiziano: avvertito da Mosè e posto di fronte alla potenza di Dio, vedeva le piaghe abbattersi sul suo popolo, diventando sempre più insensibile.
Quell’uomo guardava senza vedere.

Allo stesso modo, quando Paolo annunciò il suo messaggio sulla trasformazione operata da Cristo e sull’amore di Dio per tutti, perfino coloro che lo avevano ascoltato «alzarono la voce gridando: “Toglilo di mezzo; non deve più vivere!”» (At 22,22-23).

Troppe voci si alzano, simili a quelle di bambini viziati, maleducati e prepotenti. Si fanno strada avvelenando l’aria, amplificate da un ridicolo circo e incessantemente rilanciate da un certo giornalismo sottomesso, annichilito o ideologizzato.
In ogni caso si mette in moto “la propaganda del peggio”, talvolta perfino quando si vorrebbe manifestare la propria contrarietà.
Capita che l’egocentrismo conduca ad ammirare il proprio pensiero al punto da condividere soltanto ciò che gli somiglia. Lo stesso meccanismo scatta quando leggiamo il Vangelo. Anche tra i religiosi è presente la pretesa di conoscerlo così bene — magari da decenni — da non ascoltarlo più. Così non cresciamo più, non testimoniamo più: invecchiamo soltanto.
La radice di queste resistenze è sempre la stessa: la paura che qualcosa, per noi, possa cambiare e cambiare in peggio.

Gli esseri umani — tutti — non accettano di cambiare mettendosi nelle mani di Dio. Preferiscono vivere l’inferno sulla terra piuttosto che accettare il rischio di vivere. Non sono pronti: hanno paura.
La cosa peggiore, dunque, non è il peccato — perché la tentazione è grande e la nostra forza è poca —, ma la codardia dovuta alla mancanza di fede.
In altre parole, l’essere umano è malato, ma ha paura di guarire, perché teme di dover guardare dentro se stesso e riconoscere i meccanismi dai quali si lascia governare.

Esistono diversi modi per sentirsi “giusti”, evitando di affrontare le proprie responsabilità e continuando a considerarsi innocenti.
Il primo consiste nel degradare altri esseri umani: svalutandoli, infangandoli, rendendoli impotenti, cacciandoli ed eventualmente sopprimendoli. Sono comportamenti che possono presentare diversi livelli di gravità, a partire dalla piccola offesa quotidiana. Le dittature e tutti i regimi totalitari costituiscono un esempio particolarmente calzante del massimo grado raggiungibile. Tutti i dittatori e i loro complici considerano il danno arrecato alle loro vittime un male minore o necessario, inflitto a persone ritenute in ogni caso inferiori.

Il secondo modo, senza dubbio il più potente e il più comunemente adoperato, è la negazione: un meccanismo fatto apposta per permetterci di non esercitare il pensiero. Uno o più dati oggettivi vengono eliminati dal proprio orizzonte mentale. In questo modo possiamo evitare di riflettere sulla catena delle cause e dei loro effetti.
L’economia generale della violenza, per esempio, produce sempre altra violenza e opera secondo un criterio di reciprocità quasi geometrico: tu mi fai male, io te lo restituisco al quadrato non appena posso. È il principio della vendetta, della faida, della mafia, del terrorismo e delle guerre tra Stati.
Chi adopera la negazione come strumento del proprio ragionamento non capisce nulla di ciò che è accaduto prima e non capirà nulla di ciò che accadrà dopo. Incontrerà la propria catastrofe nella convinzione di essere innocente: i colpevoli saranno sempre e comunque gli altri. Questo meccanismo funziona anche a livello individuale, nelle relazioni personali.

La svalutazione e la negazione non sono debolezze dell’intelletto, ma due inganni della mente, costretta a non capire per non vedere che siamo spesso, e volentieri, partecipi della causalità del male.

I discepoli chiedono a Gesù perché parli in parabole. Non è che comprendano più degli altri, ma chiedono spiegazioni e, per fortuna, lo ascoltano ripetutamente. Non si può dire che abbiano accolto il loro Maestro in maniera acritica o indifferente.

«Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano» (Mt 13,16).

NB: in copertina, Anonimo: Vaghe Sordità