Cercasi operai

Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani;
rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele

14 giugno 2026 – XI Domenica del Tempo Ordinario

Es 19,2-6
Sal 99
Rm 5,6-11
Mt 9,36 -10,8

Non è difficile immaginare folle stanche e sfinite; le ritroviamo anche nel nostro quotidiano e forse ne facciamo addirittura parte in prima persona. Meno evidente è la reazione del Nazareno alla loro vista: “ne sentì compassione”. Per esempio, chi prova compassione, vedendo persone oppresse e sfiancate dalle guerre, dalle malattie, dalla malnutrizione, dai problemi economici, dal lavoro estenuante e mal retribuito o dalla mancanza totale di lavoro?
Chi si rende conto che ricerca sfrenata di danaro, viaggi lussuosi in luoghi esotici ed elitari, feste in cui scorrono fiumi di alcol, in alcuni casi sono palliativi, atti a scuotere animi affetti da isolamento esistenziale per mancanza d’amore?
Soprattutto, quali soluzioni si possono trovare, che ci coinvolgano in prima persona?
La messe è immensa, dice Gesù, ma gli operai sono troppo pochi.
E poi, chi sono questi operai? Chi dovrebbe porgere il proprio aiuto, perchè la messe dia il suo frutto?
Il pensiero corre subito ai preti. Che sono pochi, in effetti. Allora, giustamente, preghiamo il Padrone della messe affinché invii personale qualificato. Forse fa parte del nostro compito di oranti laboriosi anche rivedere lo status quo del modello sacerdotale. Da un lato il modello tradizionale considera l’annuncio del Vangelo prerogativa degli “specialisti ordinati”, ma questo modello, forse adatto fino a cinquant’anni fa, rischia di essere adottato oggi come “cuscino da riposo” per “sacerdoti stagionali”.

Penso che ogni discepolo (specialmente quelli ordinati) sia invitato a rimboccarsi le maniche e a lavorare nella messe; certamente non è richiesto a tutti di risuscitare morti, guarire malati, mettere in fuga diavoli; ogni battezzato ha, però, la responsabilità di restringere i confini del male attraverso le proprie scelte di vita, gli obiettivi personali e comunitari, coerentemente con i valori evangelici; ciascuno, a proprio modo, è chiamato a rendere più tangibile e credibile una parte di questa felicità chiamata “Regno dei Cieli”. Anche se il compito assegnato può scontrarsi con le personali fragilità umane, non permette di ritrarsi, arretrando, nella propria tenda.

Ritengo che molto dipenda dagli occhiali attraverso i quali guardiamo il nostro prossimo vicino e lontano; non servono gli occhiali del sociologo, del professore di statistica, dello psicologo, del giornalista o del politico; serve “solo” uno sguardo pieno di tenerezza e di compassione, che scuote “fino alle viscere”, come succede a Gesù. Motiverà il nostro impegno e renderà consistente la nostra preghiera e il nostro impegno.

Se siamo addolorati per le sofferenze dell’umanità e preghiamo affinché gli operatori si rendano disponibili a rispondere alla chiamata di Dio, dev’esserci forse un fraintendimento di mezzo: non credo si tratti di pregare il Padre perché mandi qualcun altro al posto mio…

NB. in copertina, Anonimo, Chiamati per la messe

Il pane della vita

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo

7 giugno 2026 – Corpo e Sangue di Cristo
Dt 8,2-3.14b-16a
Sal 147
1Cor 10,16-17
Gv 6,51-58

In Cristo, il Dio del cielo e della terra è sceso nella nostra umanità, donando tutto se stesso per la salvezza del mondo, cioè per rendere gli uomini partecipi della sua vita eterna. La memoria di questo progetto divino è il rito eucaristico, istituito durante l’ultima cena, prima della condanna a morte di Gesù di Nazaret.
Chi accoglie l’ostia consacrata durante la messa compie un atto religioso non soltanto di comunione con Dio, ma contribuisce anche a tramandare nel tempo la memoria di Dio e della sua inaudita alleanza con l’uomo: Dio è dalla parte dell’umanità.

Il precedente biblico, simbolo di una vita miracolosamente donata all’uomo in difficoltà, è la manna. La manna consente al popolo d’Israele di sopravvivere durante l’attraversamento del deserto. Una volta entrato nella terra promessa, non riceverà più la manna, perché, se così possiamo dire, è passato dall’economia del deserto a quella del nostro mondo.

Gesù, nel Vangelo di questa domenica, si ricollega alla manna e sottolinea che il suo corpo, il pane della vita, sono qualcosa in più: non soltanto cibo per la sopravvivenza terrena, ma nutrimento in funzione della vita eterna nella dimensione divina. Per questo dice: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.

Il sangue, nella Bibbia, ha un significato ambivalente: è sia fonte di impurità, sia fonte di salvezza. Può essere simbolo di morte, motivo per cui l’israelita che veniva a contatto con il sangue doveva purificarsi; ma era anche segno della volontà dell’uomo di riconciliarsi con Dio; offrendo in sacrificio un animale al tempio riceveva il perdono di Dio.
È abbastanza evidente che il discorso del Cristo è rivolto a persone perfettamente a conoscenza dei riti che si svolgevano al tempio, appartenenti a una cultura millenaria di cui lui stesso faceva parte. Dobbiamo dunque immaginare l’impatto emotivo di parole simili, pronunciate per annunciare con forza che il progetto di Dio per l’uomo è la vita eterna: qualcosa di molto diverso da ciò che gli Israeliti avevano compreso fino ad allora.
È altrettanto evidente che il discorso del Cristo ha un aspetto di concretezza — mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue — che può evocare pensieri arcaici di paurose trasgressioni bibliche. All’uscita dall’arca Dio aveva autorizzato Noè a cibarsi di carne animale, ma aveva aggiunto che non avrebbe dovuto mangiare la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue. Il sottinteso culturale e religioso tradizionale è che il sangue degli animali (e a maggior ragione quello degli uomini) appartiene alla vita, e la vita non è proprietà degli uomini, ma di Dio: gli uomini la ricevono in dono.

Le parole del Cristo devono aver avuto un impatto enorme sulle persone che lo ascoltavano, forse le ha formulate in questo modo proprio per provocare gli animi e far sentire la novità radicale del Vangelo.
Gli uomini, purtroppo, sono da sempre impreparati al meglio e, spesso, perseguono il peggio a forza di menzogne. Si pensi che non riescono ancora a capire che la pace converrebbe a tutti.
Un esempio di menzogna antica? Lo storico Tacito, nei suoi Annales, parlava dei cristiani come di persone “odiate per le loro infamie”, senza specificare di quali infamie si trattasse. In altri testi, poi, l’accusa divenne ancora più mostruosa: nel dialogo di Minucio Felice, per esempio, il pagano Cecilio arriva a riferire contro i cristiani l’accusa di cannibalismo.

Tornando alla bellezza del progetto di Dio per l’uomo… noi possiamo ormai comprendere il progresso morale del senso religioso cristiano: nel regno di Dio non possono prevalere il male e la morte, perché Cristo ha dissipato l’oscurità una volta per tutte.
Noi possiamo sentire senza alcun timore che abbiamo bisogno di mangiare il pane e bere il vino alla mensa eucaristica e ricordare che Cristo ha dato tutto se stesso per noi, per renderci partecipi della vita eterna.
Nel quarto Vangelo, i segni posti da Gesù sono sempre al servizio di una parola; il pane della vita è la chiave per comprendere la moltiplicazione dei pani; la gloria di Dio si manifesta in Gesù durante le nozze di Cana; la luce di Cristo guarisce i ciechi e la risurrezione di Lazzaro preannuncia al mondo che in Cristo sono la risurrezione e la vita.

Con queste risonanze, voglio invitare a non confondere il significato dei segni con il loro valore di fede e la loro realtà: il nucleo della moltiplicazione dei pani è che Cristo è il nostro pane di oggi, quello di cui abbiamo bisogno per vivere e amare.

NB: in copertina, Anonimo, Il pane della vita.

Sulla fede

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito

31 maggio 2026 – SS.TRINITÀ – Visitazione B.V. Maria
IX domenica del Tempo Ordinario
Es 34,4b-6.8-9
Dn 3,52-56
2Cor 13,11-13
Gv 3,16-18

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.”
Questa è forse la frase più nota di tutta la Bibbia, proposta per questa domenica, una settimana dopo la Pentecoste, mentre rientriamo nel tempo liturgico ordinario.
Non è certo un caso che questa frase sia così familiare: contiene il distillato dell’intero Vangelo. Consideriamola nel suo contesto: serve da introduzione a una sorta di meditazione, seguente il dialogo tra Nicodemo e Gesù.
Nicodemo desiderava  incontrare il Nazareno per porgli alcune domande o più esattamente si presenta dicendo: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”. In qualche modo pronuncia una confessione di fede. Per farlo, si muove di notte – di nascosto, si dice, per non essere visto, per non “compromettersi” davanti ad altri.
Tutto lascia supporre che cercasse conferme e che fosse sincero, perché lo incontriamo di nuovo dopo la Passione, mentre porta mirra e aloe per la sepoltura di Gesù.

Interpellato da Nicodemo, il Cristo va dritto al punto: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Le parole sono uno sprone a cercare di capire cosa voglia dire “nascere dall’alto”. Nicodemo annaspa… e Gesù osserva: “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? […] Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?

In un potente crescendo di parola rivelatrice ascoltiamo stupefatti: “[…] bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Seguono parole sul “giudizio”, che invito a meditare personalmente.
Dopo la visita di Nicodemo, Gesù va in Giudea con i discepoli; di Nicodemo si perdono le tracce fino alla Passione.

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”
Questo è l’atto supremo di Dio per l’umanità.
La forma verbale adoperata nel racconto enfatizza la storicità di quest’atto divino. La salvezza per il tramite di Gesù Cristo apre una nuova era per l’umanità: l’ultima disponibile all’uomo.

Viviamo già negli ultimi giorni da duemila anni. Se la cosa vi lascia perplessi, mi chiederei: cosa sono duemila anni rispetto all’età dell’Universo? Cosa sono duemila anni rispetto all’eternità?
Forse si tratta di un “di più” di grazia, affinché l’annuncio arrivi fino agli estremi confini del mondo. Magari fino in fondo al cuore dell’ultimo di coloro che ancora non credono.
Che potrebbe perfino essere il vicino di casa…

Gli ultimi giorni, del resto, sono caratterizzati da una sorta di sospensione del giudizio. Il giudizio è valido in senso assoluto, ma al momento è senza effetto: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato”.
Dunque, nessuno è stato ancora condannato perché la nuova era storica inaugurata dal Cristo è un’era di salvezza, non di condanna.
E non è stata compiuta alcuna discriminazione: la salvezza è offerta al mondo intero ed è una possibilità indipendente da qualsiasi particolare e personale umana contingenza. La semplicità del mezzo con cui l’opera della salvezza è stata compiuta è sorprendente: la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Il cardinale Newman diceva che la natura della fede è “sfuggente”, tanto da essere sempre tentati di aggiungervi qualcosa d’inventato che non le appartiene. La fede non è un bene in mostra; è più simile al mezzo in cui si vive immersi, come l’acqua per i pesci o l’aria per gli uccelli. La fede è, per l’anima di chi crede, il modo spontaneo di affidarsi al Cristo. Chi crede, crede così come respira: senza neanche notarlo.

Ogni volta che aggiungiamo idee, discorsi, riflessioni o convinzioni personali entriamo nel circolo vizioso della razionalità. Come il buon Nicodemo, maestro d’Israele che non intende le cose del cielo.
Siamo soliti dire ‘ho fede’, come se tenessimo in mano una pietra preziosa, come se la fede fosse un oggetto esterno a noi, un gioiello da afferrare e chiudere in una cassaforte per usarlo quando occorre. Pericolosa illusione.
Nell’universo non esiste un oggetto chiamato “fede”.
Esistono solo persone che assumono un certo atteggiamento verso il divino, il sacro e il prossimo: si tratta di un atto di fiducia nella misericordia eterna; un atto di fiducia nei confronti di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.
Noi possiamo solo ricevere questo dono, e l’unico mezzo per riceverlo è crederci.
Del resto, quando riceviamo un regalo, perché sia tale dobbiamo accettarlo. Perfino le eredità umane si devono accettare per poterle ricevere… Perché proprio il Figlio di Dio dovrebbe sfuggire a questa regola? Avendo, tra l’altro, accettato ogni follia umana?

È attraverso la semplicità del ricevere il Cristo, che lasciamo a Dio tutta la gloria dell’agire.

Così, sia gloria a Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Padre e Figlio

Vincere la paura

Si fermò in mezzo a loro

24 maggio 2026 – Pentecoste

At 2,1-11
Sal 103
1Cor I2,3b-7.I2-13
Gv 20,19-23

Negli Atti degli Apostoli lo Spirito Santo si manifesta come fuoco e fragore di vento impetuoso, mentre nel Vangelo di Giovanni si manifesta come parola del Cristo Risorto che dona la pace, invia in missione e alita lo spirito. Negli Atti la Pentecoste è descritta come esperienza personale e collettiva, ancora al modo dell’Antico Testamento, mentre in Giovanni viene descritta e trasmessa come evento centrale del nuovo percorso di fede cristiano. Nel primo caso si riallaccia all’antica festa che cadeva cinquanta giorni dopo la pasqua ebraica, per celebrare la produttività della terra, benedetta da Dio; nel secondo caso diventa comprensione e messa in atto di un nuovo modo di celebrare la vita sulla terra dopo la resurrezione di Cristo.
Marco, a sua volta, parla della resurrezione così: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù, il Nazareno crocifisso. È risorto. Non è qui. Guardate il luogo dove lo avevano deposto”. E poi: “andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto”.

Elemento non secondario dell’intero discorso è l’effetto che la discesa dello spirito produce, in maniera differenziata in ciascuno. Qualcuno ha paura: perfino le coraggiose donne che andarono al sepolcro: “Uscirono e fuggirono dal sepolcro, perché tremavano ed erano sconvolte; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura” (Cfr. Mc 16,1-8).
D’altronde, chi oserebbe rimproverarle o biasimarle? Non è forse sconvolgente la forza di un simile avvenimento? Entusiasmo, amore, stupore e, allo stesso tempo, tremore diventano la fiamma che alimenta i cuori.
Dal silenzio sbigottito, però, nasce la capacità di trovare parole nuove e la forza di agire per amore. Se la voce si fosse inabissata nella paura, i discepoli sarebbero spariti e spariremmo anche noi oggi.

Ciò che ostacola la capacità di trasmettere il vangelo non sono gli inciampi che troviamo di continuo per via, talvolta apparentemente insormontabili. La grossa pietra che sbarra la via al sepolcro ne è un esempio.
La nostra vocazione specifica, però, è quella di rimuovere gli enormi massi che bloccano il cammino dei più fragili; credo che questo sia il vero agente di propagazione della risurrezione.
Alcuni pensano che il vero ostacolo all’autentica fede cristiana sia la Croce, perché presenta l’immagine di una chiesa triste, addolorata, incentrata sulla sofferenza e sulla morte.
Penso, al contrario, che la forza dello spirito sia proprio quella di animarci per vivere, senza rimanere vittime della paura della morte. Il nostro “sì” alla vita (a Cristo) s’incarna nella sequela spirituale e pratica del vangelo, cioè vivere e portare a maturazione i frutti dell’amore cristiano.
Come dice Paolo, “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Corinzi 15,55).
La paura è la pietra più pesante che sbarra il nostro cuore e la nostra mente ed è la stessa che nei vangeli di questo tempo, da Pasqua a Pentecoste, si ripresenta come un ritornello.
Una paura sottile s’insinua in noi davanti al fragore e alla forza dello spirito proprio mentre opera in noi stessi e nel mondo. Avviene qualcosa che ci anima e allo stesso tempo ci fa tremare rendendoci instabili: paura di sapere, di credere ai nostri occhi, di reggere la tensione, di sentirci salvi, di parlare chiaramente, di trasmettere la fede ai figli, agli amici, ai colleghi, paura di affermare con calma chi siamo e le nostre convinzioni, paura di agire per amore.
Se la paura prende il sopravvento diventa l’opposto della fede, della fiducia e della pace:
“Perché avete paura, uomini di poca fede?” (Mt 8,6), chiede Gesù durante la tempesta sul lago.
Più ci penso e più mi convinco che la paura sia l’unico ostacolo realmente paralizzante; ritorna anche nel vangelo di questa domenica, dove troviamo i discepoli “chiusi in casa per paura”.
In fondo in fondo, tutti, ma proprio tutti, cerchiamo di gestire le paure come meglio possiamo: s’inventano strategie, si creano protezioni, si stipulano polizze assicurative, ci si immerge nell’intrattenimento e negli schermi per dimenticarla.
La buona notizia è che a Pentecoste tutto questo finisce, viene spazzato via. Gli ostacoli apparentemente insormontabili vengono rimossi, mentre lo spirito frantuma tutte le false sicurezze e toglie le stampelle prima costruite (anche con cura e con pazienza…). Non resta altra scelta che uscire allo scoperto nella Galilea delle genti.

Il primo passo per vincere la paura è ricordare che Dio è già presente, già qui, già all’opera e ci precede. Con ciò, siamo rimandati all’inizio del Vangelo: Gesù venne in Galilea e annunziava il vangelo di Dio, dicendo: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo!” (Mc 1,14).
Dovremmo riuscire a mettere le cose nella giusta prospettiva: il punto focale è offrire a coloro che sono trattenuti dalla paura l’opportunità di accedere al regno di Dio. In gioco c’è la salvezza di tutti, non la sopravvivenza della Chiesa.
La Pentecoste è il tempo in cui si osa affermare il “no” di Dio alla paura e alla paura della morte, si resiste a ciò che ferisce e danneggia il Creato, si lascia che le catene paralizzanti vengano spezzate, ci si oppone all’ingiustizia che ripugna, ci si oppone all’inaccettabile che smaschera il vero nemico.
Questa battaglia si può combattere solo con la forza dello Spirito, che entra dove tutto è chiuso, apre le porte, dona la pace e crea la nostra opportunità di salvezza. Il compito dell’uomo è solo quello di non sbarrare porte e finestre, di tenere gli occhi aperti e i sensi vigili per vedere il mondo con gli occhi dello Spirito.

Cristo è la porta(Cfr. Gv 10), noi ne attraversiamo la soglia.

NB: in copertina, Anonimo, Il Vento dello Spirito

Fragilità

Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo

17 maggio 2026 – Ascensione
At 1,1-11
Sal 46
Ef 1,17-23
Mt 28,16-20

Fragilità non è debolezza. La seconda nasce dalla mancanza, dalla perdita, dalla scarsità di fronte a ciò che percepiamo come normale. La perdita indebolisce perché priva di forza, di potere, della capacità di prendere in mano le redini della nostra vita e di agire. La nostra stessa vita comincia nella fragilità: i neonati non sono deboli: sono fragili.

Dopo la morte di Gesù sulla croce, i discepoli precipitarono in una condizione di profonda impotenza. Che cosa potevano ancora fare, se la vita era loro sfuggita? La testimonianza delle donne sul Risorto aveva attenuato quella percezione, ma dopo l’Ascensione dovette rinnovarsi. Gesù si era elevato nella dimensione del “cielo”, lasciando i suoi seguaci in una solitudine amara e nell’incertezza riguardo al presente e al futuro. Non è semplice fidarsi di qualcuno che non si può vedere, toccare, e neppure ascoltare come prima.

Lo stesso problema attraversa anche oggi sia la gioventù che la vecchiaia. Quando si perde la connessione con il divino, il disorientamento diventa più grave: se la guida se ne è andata, come si discerne la meta? In quale direzione si deve andare? Se nessuno indica la strada, siamo in qualche modo condannati all’autonomia, e spesso restiamo paralizzati davanti a questioni che sfuggono alla nostra comprensione. Questi sono momenti in cui ci si sente deboli e impotenti. Con quale forza possiamo trasmettere il messaggio del vangelo? Tutto sembra non avere presa e scivola via lentamente come sabbia tra le dita.

Gli apostoli, dopo l’Ascensione si sentivano deboli, ma erano fragili di fronte al mondo. I primi cristiani, del resto, furono considerati eretici e blasfemi, banditi dalle sinagoghe, esclusi dalle piazze pubbliche, perseguitati non solo in Palestina, ma anche nei territori dell’impero. Tutto questo suscita ancora oggi dolore e genera tristezza.
Ma se la tristezza si trasformasse in amarezza, risentimento, gelosia, bisogno compulsivo di competizione e rivalsa, allora precipiteremmo in quell’oscura passione che ancora serpeggia nel mondo delle confessioni religiose: antisemitismo da una parte, rifiuto dell’islam dall’altra, paura per il futuro del cristianesimo altrove. Iran, Palestina, Siria, Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Myanmar, Indonesia e Corea del Nord sono teatri noti di questa debolezza; non si dovrebbe tacere neppure sull’indebolimento della capacità di trasmettere il vangelo nelle Americhe e nella vecchia Europa, immerse in una mondanizzazione sempre più estesa.
Quando le passioni degenerano, indeboliscono e inducono in errore. Eppure proprio chi si sente debole, disorientato, destabilizzato dalla perdita dei punti di riferimento, dei propri scopi e del senso dei propri passi, può essere ricondotto per primo alla fonte della vita. È ciò che è accaduto a Pietro e agli apostoli.
In Galilea, su quel monte, Gesù aveva insegnato: beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. I poveri in spirito non sono deboli: sono fragili e sanno di esserlo. Tutti, in fondo al cuore, abbiamo questa consapevolezza. Possiamo ammettere tranquillamente che siamo “poveri in spirito”, caratterizzati proprio dalla nostra fragilità. Ma Cristo è lì, sul monte, a dire le beatitudini, e a noi sfugge che forse siamo nel momento più favorevole per incontrarlo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo, ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra”.
Dubitiamo? Mi torna in mente Matteo: “Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano” (Mt 28,17).
Proprio coloro che si prostrano per adorarlo dubitano? Com’è possibile? Frappongono ostacoli alla loro fede nascente?
Il dubbio, tuttavia, è parte della fragilità.
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…”: battezzare e insegnare sappiamo farlo, ma come farlo ovunque? E il danno prodotto dal proselitismo aggressivo? Quando viola cuori e coscienze?
Amici devoti, pensando a figli e nipoti, si domandano: come si può trasmettere la fede senza forzare la situazione e imporre un pensiero? Allora si è inclini a rinunciare: questa è fragilità. Ci appanniamo come cristalli, restiamo con gli aloni, cadiamo, talvolta conteniamo vino annacquato, brilliamo poco. Rischiamo di essere indotti in errore. Proprio allora il Signore viene a sanare la nostra debolezza, ma non si occupa di dissipare i dubbi o di spiegare tecnicamente come fare discepoli o come educare i figli: Non ammaestra, non indottrina, non persegue il successo, perché la nostra è una storia di libertà.
La fragilità rappresenta il nostro tallone di Achille. “Si inginocchiano per adorarlo e, allo stesso tempo, dubitano”: questo è il nostro tallone di Achille. Per questo usiamo metafore come vetro, argilla, bolla di sapone.
“Abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché la straordinaria potenza sia di Dio e non nostra” (2 Cor 4,7). Portiamo dentro di noi la possibilità di indebolirci e di romperci, e sempre secondo noi stessi, lungo linee di frattura e divisioni dolorose che sono tutte nostre.
La tentazione di negare questa realtà, di fuggire, di evitarla è una causa persa. Talvolta sembra un passaggio obbligato e ci portiamo dietro ciò da cui siamo fuggiti e, fuggendo con grande energia, finiamo per alimentare agitazione, irrequietezza e ansia. Come quando, nei film dell’orrore, qualcuno, scappando da una minaccia, si chiude a chiave in casa, e poi scopre di essersi chiuso dentro con l’aggressore.

La questione non è dunque mostrare forza e muscoli per cancellare, facendo finta di disprezzarla, la nostra fragilità. L’impresa sarebbe impossibile: la fragilità è costitutiva del nostro essere.
Non possiamo costruire isole protette da ogni ostacolo, né sognare una chiesa perfetta, ma una cosa è certa: la consapevolezza della fragilità esclude la procrastinazione.
La fragilità riconosciuta e accettata, messa nelle mani della Parola è lo strumento che Cristo può adoperare per ridarci la vita. Il campo di battaglia è la Galilea delle genti, cioè questo nostro mondo, ma soprattutto la nostra esperienza concreta del mondo, così com’è ora per ciascuno di noi: filtrata dalle percezioni, dai dubbi, dalle domande, ma anche dalle aspirazioni, dal desiderio di vivere, dalla semplice creatività quotidiana. E dall’intelligenza dello spirito.

Custodisco l’immagine della voce che parla ai poveri di spirito, come il Cristo dalla montagna. Perdura negli anni ed è unicamente mia. A volte è forte, altre volte è così fragile che la minima scossa può renderla rauca, spezzarla o farla tacere.
E tuttavia è l’unico veicolo che ho per esprimere ciò che dà significato, valore, bellezza, emozione, calore ai miei passi.

Noi possiamo incarnare la voce di Cristo; non siamo deboli, siamo fragili.
Proprio qui risiede la nostra forza e la nostra speranza.

NB: in copertina, Anonimo, La Voce

Aquile e galline

Chi mi ama sarà amato dal Padre mio
e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui

10 maggio 2026 – VI Domenica di Pasqua

At 8,5-8.14-17
Sal 65
1Pt 3,15-18
Gv 14,15-21

Da piccolo, quando mi mandavano a dare il mangime alle galline, mi fermavo spesso a guardarle. Svolazzavano, facevano rumore, sollevavano polvere, tentavano di alzarsi da terra, ma rimanevano sempre in basso.

Un passo di Isaia dice:

Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi. (Cfr. Is 40,29-31).

Se la Scrittura invita l’uomo a diventare simile a un’aquila, non sarà che troppo spesso ci comportiamo invece come galline?
Pare che le aquile riescano a lasciarsi trasportare dalle correnti d’aria, percorrendo anche molti chilometri senza battere continuamente le ali. Forse, se imparassimo a lasciarci portare dal soffio dello Spirito, somiglieremmo un po’ di più alle aquile e un po’ meno alle galline.

Il vangelo di questa domenica, sotto forma di consolazione e di esortazione, è in realtà una provocazione molto seria rivolta al nostro presente.
Una delle domande più comuni tra i credenti è sempre la stessa: «Come può Dio essere presente in mezzo a noi?» Oppure: «Perché non l’ho mai visto?» «È Lui oppure no?»
Nel testo di Giovanni compaiono anche alcune parole sulle quali si rischia facilmente di inciampare, finendo nel fossato dell’estremismo religioso o dell’equivoco intellettuale.

Per esempio: il Paraclito. Che cos’è?
È una parola greca non tradotta, ma semplicemente traslitterata e adattata all’italiano. Indica lo Spirito Santo come “difensore”, “consolatore”, “intercessore”. Tre sfumature diverse che non si escludono tra loro. In qualche modo, però, esse lasciano anche intravedere una direzione: il vento dello Spirito non costringe, ma guida.

La “verità” è un’altra parola pericolosa. Una definizione molto semplice potrebbe essere questa: la verità è quando ciò che pensi, dici o scrivi corrisponde a come stanno realmente le cose.
Se dici: «Fuori piove» e fuori sta davvero piovendo, la tua frase è vera. Se fuori c’è il sole, è falsa. Detta ancora più semplicemente: la verità è l’accordo tra parole e realtà.
Appena si scava un poco, però, tutto si complica. Che cosa significa “realtà”? Le nostre percezioni sono affidabili? Esistono verità assolute o soltanto interpretazioni?
Le dispute sulla verità hanno attraversato i secoli. Talvolta hanno prodotto persino violenza religiosa e politica. Anche oggi vediamo governi, ideologie e poteri contendersi il controllo delle parole e del loro significato.
Eppure Cristo non definisce la verità come un sistema filosofico o come un possesso ideologico. Dice:

Io sono la via, la verità e la vita.

La verità, allora, non coincide con il potere, con l’erudizione o con la semplice capacità intellettuale di comprendere un testo. Non coincide neppure con lo sforzo moralistico di “guadagnarsi” la salvezza.
Per un cristiano la verità ha il volto e la voce di Gesù Cristo. È ciò che Egli ha detto. È ciò che Egli ha fatto.

Nel vangelo ascoltiamo parole impressionanti:

Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui.

Il compito che riguarda ciascuno di noi, allora, non è costruire sistemi ideologici perfetti, ma accogliere quei comandamenti e cercare di viverli.
E Gesù, su questo, è stato chiarissimo. Per esempio:

Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano. (Cfr. Mt 5,43-48)

Si potrà dire che un insegnamento simile sia difficile. Non si potrà dire, però, che esso conduca verso la guerra.
Anzi, se lo Spirito della verità diventasse davvero guida delle nostre vite, non esisterebbe più nemmeno lo spazio logico per giustificare l’odio e le armi.
Cristo non promette una teoria. Promette una presenza:

Egli sarà con voi per sempre.

Quel “voi” non riguarda soltanto i primi discepoli. Riguarda anche noi.
Giovanni ha scritto il suo vangelo affinché queste parole attraversassero i secoli e raggiungessero ogni uomo. Nessuno può dire di non esserne stato almeno sfiorato.
Forse il problema è proprio questo: continuiamo ad agitare le ali nel cortile, facendo rumore e sollevando polvere, mentre siamo chiamati a prendere quota.
Siamo invitati a diventare aquile. Non a restare galline.

NB: in copertina, Anonimo, Elevazione.

Dov’è Filippo?

Vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io

3 maggio 2026 – V Domenica di Pasqua
At 6,1-7
Sal 32
1Pt 2,4-9
Gv 14,1-12

Chi è Filippo? O, più precisamente, dov’è Filippo?

Qualche anno fa abbiamo attraversato un’esperienza senza precedenti, capace di stravolgere il nostro modo di vivere e di pensare. Ricordiamo il tempo del confinamento, l’attesa sospesa di un domani migliore, il desiderio semplice e profondo di poter incontrare e abbracciare le persone amate senza timore. I primi versetti del capitolo 14 del Vangelo di Giovanni sembrano evocare proprio questa attesa: il desiderio di un incontro finalmente possibile.

Non è difficile, allora, identificarsi con i discepoli. Essi hanno paura. Avevano immaginato un esito diverso: un Regno visibile, una giustizia immediata, una pace finalmente stabilita. Forse avevano persino immaginato un posto accanto a Lui. E invece ora si trovano davanti a una parola che li disorienta: dove Lui va, loro non possono andare.

Quando Gesù aveva annunciato la sua sofferenza e la sua morte, avevano creduto di aver frainteso. Eppure, Egli lo aveva ripetuto. La domanda resta sospesa, inevitabile: rimarremo soli?

Di fronte alla paura, il gesto umano più elementare è quello della vicinanza. Un bambino cerca la mano dell’adulto, si stringe al suo corpo, si affida a una presenza concreta che lo rassicuri. Non basta una parola: serve qualcuno. Qualcuno che dica, senza bisogno di spiegazioni, “io sono qui”.
Questo bisogno non scompare con l’età. Cambiano i volti: un amico, un compagno, una sposa, un familiare. O, più radicalmente, Dio stesso. La promessa di Gesù si colloca esattamente in questo spazio umano fondamentale: “Io sarò con voi”.
Nel Vangelo di Matteo, questa promessa appare nella forma più nota: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Nel corso dei secoli, questa affermazione è stata spesso interpretata come una condizione: come se la presenza di Cristo dipendesse dal verificarsi di un requisito minimo.

Ma chi stabilisce quando tale condizione è realmente soddisfatta? Chi può misurare la qualità di un incontro umano? Chi può decidere se due o tre persone sono davvero “nel suo nome”?
È necessario rileggere il testo.
Il Vangelo di Giovanni offre una prospettiva diversa, quasi rovesciata: “Vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”. Non è più semplicemente Cristo che viene dove siamo noi; è Lui che ci attira nel luogo in cui Egli già è.
Questa differenza non è secondaria. Suggerisce che la presenza non è il risultato di una condizione da soddisfare, ma un dono preveniente. Cristo non aspetta che siamo pronti: è già lì. Non ci attende in un futuro remoto, né dopo la morte, ma nel presente concreto della nostra esistenza.
Il testo giovanneo crea una tensione tra presente e futuro che costringe a pensare. Le parole rivolte a Filippo sono tra le più disarmanti del Vangelo: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?”. In esse risuona una domanda radicale sulla nostra capacità di riconoscere una presenza già data.
Filippo diventa così figura universale. Ognuno di noi è Filippo, nel momento in cui non riconosce ciò che già gli è accanto.
“Dove sono io, tu sarai”: la promessa, allora, non riguarda soltanto il futuro: è già in atto. Chi ascolta questa parola si trova già, misteriosamente, nel luogo di cui essa parla.

Ma perché il Vangelo insiste sul “due o tre”?
La risposta può essere cercata nella struttura stessa dell’amore. L’amore non è una condizione isolata, ma una relazione. Non si dà come proprietà di un individuo chiuso in sé, ma come apertura verso un altro. Anche quando si parla di “amare se stessi”, non si elimina la relazione: la si rende riflessiva, senza annullarla.
L’amore implica sempre almeno due poli: chi ama e chi è amato. Quando questa relazione si realizza, essa è capace di generare qualcosa di nuovo. Talvolta un figlio, ma più in generale un’opera, una forma di bellezza, un gesto di cura, una trasformazione del mondo.
In questo senso, il “due o tre” non è una soglia burocratica, ma una struttura vitale. Indica che la presenza si manifesta nella relazione, non nell’autosufficienza.
L’amore, infatti, non è chiusura, ma capacità generativa, di far emergere qualcosa che prima non c’era. Il mondo è pieno di esempi di questa fecondità: arte, cultura, solidarietà, pensiero. Tutto ciò nasce da relazioni vive.
L’amore cristiano può allora essere compreso come relazione generativa, capace di nutrire e trasformare le comunità umane.

Alla luce di questo, anche l’affermazione “dove vado io, voi non potete andare” acquista un senso nuovo. Essa si riferisce alla morte di Gesù, alla sua esperienza unica e irripetibile. In quel luogo — la croce — si compie una lotta decisiva contro il male e la morte.
Quella battaglia non è affidata a noi. È già stata combattuta.
Per questo, l’accesso nel luogo della comunione, non è più un traguardo da conquistare, ma una possibilità già aperta: possiamo entrare “così come siamo”.
Questa fiducia non elimina la lotta, ma la trasforma. Ci permette di affrontare il male non da soli, ma dentro una relazione che ci precede e ci sostiene.
“Dove sono io, tu sarai”. Non domani. Ora.

E forse la domanda iniziale può trovare una risposta: Filippo è qui. Dove ciascuno di noi si trova, nel momento in cui comincia — anche solo per un istante — a riconoscere una presenza che non ha mai smesso di esserci.

NB: in copertina, Anonimo, Filippo dov’è?

Attraversare la soglia

Se uno entra attraverso di me, sarà salvo;
entrerà e uscirà e troverà pascolo

26 aprile 2026 – IV Domenica di Pasqua
At 2,14a.36-41
Sal 22
1Pt 2,20b-25
Gv 10,1-10

I farisei non comprendono l’immagine del buon pastore, così Gesù cambia prospettiva e si presenta come la porta dell’ovile, attraverso la quale le pecore possono entrare e uscire alla ricerca di buoni pascoli. È una porta che si apre e indica una soglia da attraversare: dà accesso ad orizzonti ampi, ad una vita piena: attraversarla significa vedere eventi, persone e circostanze da un’altra nuova angolazione. 

La porta, quindi, non è la soglia di accesso a uno spazio chiuso e limitante: non può essere trovata chiusa e non può diventare una prigione. Non è neanche una porta socchiusa dalla quale trapelano visioni segrete o spifferi inquietanti. Non delimita le costruzioni fragili delle religioni difensive.
È un passaggio aperto e stabile.
La parabola, in seguito definita “del Buon Pastore” era destinata ai farisei, abituati a costruire recinti chiusi, fondati su dogmatismi derivati da una moralità prudente e su un legalismo controllante. Le uscite risultavano spesso serrate e le pecore chiuse dentro “al sicuro”.
Non si tratta di una metafora vaga, ma di una diagnosi precisa: chi cerca potere, consenso e strumenti per  controllare l’altro rappresenta una specie di “non-porta”: falsi profeti, guide cieche, mercanti di illusioni. Le pecore non riconoscono la loro voce perché chi sbarra porte, come osservava Papa Francesco, non ha nemmeno l’odore della mandria.

L’immagine delle pecore è familiare all’immaginario cristiano, diffusa nell’arte in forme rassicuranti. Ma qui non siamo dentro una scena innocua, siamo al cuore di un messaggio di condanna rivolto a chi si considera sempre giusto e più vicino a Dio di ogni altro.
Quando Gesù dice “Io sono il buon pastore”, rompe le attese del suo tempo. Il popolo e i suoi guardiani attendevano un messia forte, un potente capo carismatico, che guidasse il suo popolo nel rivendicare la propria identità nazionale, anche in modo violento. In sintesi, nel concreto del tempo storico in cui Gesù visse, questo messia avrebbe dovuto essere capace di liberare Israele dall’imperialismo romano.
Gesù, ovviamente, non corrisponde a questa aspettativa perché non propone programmi politici, non organizza conquiste, non occupa territori, non promette rivincite. Dichiara inoltre che molti di coloro che si sono presentati come pastori prima di lui in realtà erano interessati solo al potere.

Oggi, la parabola invita a prestare attenzione e a non coinvolgersi con chi vuole trasformare le persone in gregge indistinto, facile da tosare, da guidare e da tenere sotto controllo, appropriandosi nel frattempo di tutte le energie e le risorse del gregge.
Gesù, nella metafora del buon pastore, dichiara di essere su tutt’altro piano: disposto a dare la vita per amore delle pecore, non le usa a proprio vantaggio, le conosce una ad una, le chiama per nome e questo esclude ogni tendenza a racchiudere il popolo in una massa indistinta. Non servono algoritmi per profilare tendenze, non sono identificabili attraverso numeri, categorie o statistiche. Per farsi riconoscere nell’attraversare la soglia non servono codice fiscale o SPID, né registro parrocchiale..

Tra il buon pastore e le pecore esiste un rapporto di fiducia. Se ne riconosce la voce, non perché sia più forte, ma perché non inganna e risulta familiare. Questa vicinanza è insopportabile per chi ha costruito un’idea di Dio distante, separata, regolata da un “senso del sacro” di tipo aristocratico che stabilisce confini rigidi: Dio in alto e l’uomo in basso e l’uomo chiamato a salire.
Gesù rovescia questa impostazione: è Dio ad avvicinarsi all’uomo.

Per questo motivo introduce l’immagine della porta. Una porta serve a passare, a mettere in comunicazione, a permettere il movimento. “Io sono la porta”: significa che il rapporto con Dio non è un sistema chiuso, ma un attraversamento. “Chi entra attraverso di me sarà salvato”. La salvezza non è il risultato di uno sforzo morale, né un riconoscimento ottenuto per merito; non è nemmeno una “prestazione” religiosa. Vuol dire passare attraverso Gesù, per essere in relazione con Dio e col prossimo.

È accaduto, e accade ancora, che la Chiesa venga vissuta come un recinto chiuso che ostacola il passaggio. Ma nel Vangelo la porta non è una struttura: è una persona, quindi una relazione viva, che permette di entrare e uscire, di cercare, di dubitare, di credere. “Entrerà e uscirà e troverà nutrimento”: non una semplice sopravvivenza, ma una vita in abbondanza, un “di più” che supera la pura esistenza biologica.

Questa è la promessa universalmente valida, non riservata solo ad alcuni: una vita più ampia, libera dalla paura, dai pregiudizi e dalla solitudine. Una vita che si gioca nel passaggio, nel continuo attraversamento di questa soglia.

NB: in copertina, Anonimo, La Porta.

All’imbrunire

E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme

19 aprile 2026 – III Domenica di Pasqua

At 2,14a.22-33
Sal 15
1Pt 1,17-21
Lc 24,13-35

Torniamo su quella strada che parte da Gerusalemme e scende verso Emmaus, nel pomeriggio della domenica di Pasqua.
Due discepoli addolorati, camminano fianco a fianco, convinti che tutto sia finito. Gesù è morto e, con lui, ogni loro speranza.
Chiunque abbia vissuto il crollo di un sogno, la fine improvvisa di qualcosa su cui aveva costruito il proprio futuro, riconosce immediatamente quel passo lento, quel parlare triste e ripetitivo, quel rimuginare ossessivo. Neanche chi crede è esentato dal dolore o dalle delusioni. L’unica differenza, semmai, consiste nell’accorgersi che qualcuno sta camminando al nostro fianco.
Gesù si avvicina ai due e cammina con loro: il Risorto non irrompe dall’alto, non si impone, non si preoccupa di farsi riconoscere; si adegua al passo dei discepoli e domanda qualcosa, come se chiedesse informazioni. I discepoli raccontano quel che hanno visto: il tradimento, la cattura, il processo, la condanna, la crocifissione, il definitivo tramonto della speranza in un Messia che liberasse Israele dal punto di vista spirituale, sociale, probabilmente politico, forse militare. Ogni cosa assume l’aspetto di un passato ormai morto.
Totalmente privi di categorie per pensare la resurrezione, non hanno una nozione di futuro possibile.
Si potrebbe dire che vivono in un ambito vitale chiuso, dove l’esperienza del male e del dolore diventa una cappa che copre tutto, una trappola da cui non si esce, mentre le circostanze appaiono più grandi di Dio, la sofferenza occupa tutto lo spazio dello sguardo. La preghiera sembra non attraversare il recinto di quella prigione. L’universo ha perso tutta la sua ampiezza.

Eppure, Gesù è lì, accanto a loro, e non se ne accorgono. Cammina, parla, li ascolta. Non si inalbera, non li umilia, non dice, per esempio: “Non avete capito niente”. Avrebbe potuto farlo, e con ottime ragioni. Quando Cleofa dice: “Solo tu non sai cosa è accaduto a Gerusalemme…”, lo dice proprio a Gesù, l’unico a sapere esattamente cos’è successo. Se c’è qualcuno che non ha capito nulla è proprio chi parla. Ma il Signore chiede “Cosa (è accaduto)?”. Una parola straordinaria. Non corregge, non interrompe, non impone una verità dall’alto, invita a dire, a raccontare. Permette di vuotare il sacco, di trovare parole per esprimere il dolore e la delusione. Non respinge chi soffre e non disprezza chi piange — “Beati quelli che piangono” aveva detto — ma si fa prossimo all’esperienza del dolore.

Chi vive dentro la cappa del dolore e della delusione percepisce il racconto della resurrezione come qualcosa di ridicolo: non è cattiveria, è proprio impossibilità di rappresentarla nel pensiero.
In questo senso, Cleofa non è solo ironico, è realistico, ma di un realismo chiuso, che rafforza la trappola. Questa dinamica non è così estranea a ciascuno di noi. Basti guardare ai conflitti contemporanei: mentre il linguaggio passa dall’ironia all’insulto, all’aggressività e alla violenza in un batter d’occhio; i ruoli vengono ribaltati con una sicumera quasi beffarda, come in una brutta lite familiare tra generazioni: ciascuno rivendica il proprio spazio, la propria verità, il proprio potere. Si può sostenere qualunque posizione, ma una cosa resta incompatibile con il Vangelo: la violenza in ogni forma, perpetrata in nome del Signore.

Ma Gesù prende sul serio l’incomprensione dei discepoli, probabilmente la considera esattamente per quello che è nella sua fase iniziale: qualcosa che ha bisogno di essere attraversato, spiegato, sciolto con pazienza. Dunque, cammina, ascolta, parla e lentamente, senza forzature, riaccende una fiamma.

Il punto di svolta arriva poco dopo, quando si fa sera, quasi in sordina: i discepoli sono stanchi, affamati, provati, forse proprio per questo più disponibili. Invitano quello sconosciuto a restare, forse si sentono ascoltati, consolati da quella presenza. Nel gesto quotidiano del pane condiviso accade poi ciò che non era accaduto lungo tutta la strada: i discepoli aprono lo sguardo, escono dalla trappola.
Perché proprio in quel momento? Perché hanno lasciato che le parole dell’Altro allargasse la loro prospettiva oltre i confini del loro dolore immediato. A quel punto non è più necessario vedere fisicamente il Risorto. Gesù scompare quando la loro certezza va oltre la presenza sensibile.

È come un insight improvviso: “La pietra è stata rotolata via”.
Non per far uscire Gesù (come se ne avesse avuto bisogno), ma per permettere ai discepoli di entrare nel sepolcro e accorgersi che la tomba è vuota.
Anche la loro “cappa-trappola”, che sembrava così solida, così inevitabile, si rivela per quello che è: una costruzione, una prigione senza contenuto, né presa: è vuota, perché loro ne sono usciti.

È notte, il mondo non è diventato improvvisamente luminoso, eppure i due si rimettono in cammino per tornare indietro, non continuano la strada verso Emmaus, non scappano, non cercano scuse, né alibi, tornano a Gerusalemme da dove erano partiti. Ora vedono chiaro.
A Gerusalemme scoprono che non sono gli unici a vedere chiaro: anche altri hanno fatto l’esperienza del Risorto.

Quando il passo si fa difficile, la strada appare confusa e il peso sulle spalle si fa troppo grande, non si tratta di trovare un sollievo immediato, ma di lasciarsi accompagnare, di lasciare spazio a quella domanda semplice e disarmante: “Cosa è successo?”. Si tratta di dire, di attraversare, di lasciarsi lentamente aprire gli occhi.
Le tenebre non hanno l’ultima parola. “Se dico: certo le tenebre mi nasconderanno… le tenebre stesse non possono nasconderti nulla; la notte per te è chiara come il giorno” (Sal 139).

La pietra è stata tolta, la strada, anche di notte, può essere percorsa di nuovo.

NB: in copertina, Anonimo, I discepoli di Emmaus

Alla ricerca del Risorto

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa
e c’era con loro anche Tommaso

12 aprile 2026 – II Domenica di Pasqua
At 2,42-47
Sal 117
1Pt 1,3-9
Gv 20,19-31

Chiusi nella stanza superiore e nella loro depressione, a porte e finestre chiuse, i discepoli rimuginano sul fallimento delle loro speranze.
Il dolore, il sentimento di sconfitta e la vergogna sembrano invadere e occupare l’intero campo del sentire, al punto da far perdere la capacità anche di immaginare che il Cristo possa risorgere.
Tutto quello che si può fare è tornare alla vita di prima.
I discepoli stanno pensando di tornare a fare i contadini dell’entroterra o i pescatori sul Lago di Galilea.

Nel bel mezzo di questa triste circostanza di vita, Gesù va loro incontro. Non bussa, non chiede permesso, non aspetta che siano pronti, non cancella nulla, non nega le proprie ferite, non presenta una versione ripulita di se stesso: sta. Sta, in mezzo alla sua gente.
Poco tempo prima Tommaso sembrava sospettare una sorta di allucinazione collettiva che aveva afferrato chi sosteneva di aver visto Gesù di Nazaret nuovamente vivo, ma ora gli sta davanti, mostra i segni della crocifissione ed è inoppugnabilmente vivente.

Il primo e più eloquente risultato della risurrezione è certamente il cambiamento radicale degli apostoli:
prima delusi dalla vita, dalla condanna di Gesù, dalla fine del Maestro, dalle loro stesse reazioni di terrore davanti alla possibilità di fare la stessa fine (cosa che avevano dichiarato con ingenua certezza di essere pronti a sostenere), all’improvviso si pacificano. Subentra la gioia, senso di reclusione, paura e ritiro giocano ormai un ruolo marginale. Aprono porte e finestre ed escono allo scoperto. S’incamminano per il vasto mondo per andare a raccontare quel che hanno visto, udito, sperimentato. Questi uomini, prima apparentemente codardi, saranno invece capaci di difendere il messaggio del Nazareno anche se perseguitati, torturati, bruciati, uccisi. Al mondo attonito, allibito, loro parlano di un Dio solidale, che dona la vita, perdona e risuscita.

La comunità pasquale non è una comunità pacificata, consolata, e poi basta, fine della storia e continuazione in un eremo solitario. No, la comunità pasquale è una comunità inviata a testimoniare l’inaudito a costo della sopravvivenza su questa terra. Questo è ciò che hanno fatto Pietro, Paolo e gli altri, non perché siano diventati improvvisamente forti – lo sono ancora poco e lo si vede – piuttosto perché sono stati chiamati prima, e raggiunti dopo. Da chi? Da Gesù di Nazaret, il Messia, il Figlio di Dio, il Cristo Risorto. Non dobbiamo, e forse neanche possiamo dimenticare il nucleo incandescente e al contempo liberante che risiede al cuore del mandato. Possiamo solo arrenderci all’evidenza che pace, riconciliazione e missione sono segni della presenza del Cristo vivente oggi e per il futuro.

I temperamenti e le sensibilità sono molto diversi: Pietro è lento a credere, un altro più veloce, Maria Maddalena vede attraverso le lacrime, Tommaso è più razionalista. Ognuno va per la sua strada, ma accompagnato da una Presenza che trasforma persone e circostanze attraverso l’amore, il perdono, la speranza e istituisce al cuore della vita la dimensione della testimonianza.

La fede pasquale non nasce da un lieto fine astratto e non nasce in condizioni di vita ideali.
Nasce all’interno di porte sbarrate, paure, richieste di verifica, resistenze. Proprio lì il Cristo vivente si manifesta, dona la pace, mostra le Sue ferite e rimette in movimento.

NB: in copertina: Anonimo, La soglia. L’ombra e lo specchio.