Credere senza aver visto

«Hanno portato via il Signore dal sepolcro
e non sappiamo dove l’hanno posto!»

5 aprile 2026 – Domenica di Pasqua

At 10,34a.37-43
Sal 117
Col 3,1-4/1Cor 5,6b-8
Gv 20,1-9

La fede non nasce e si sviluppa sempre nello stesso modo, non è un’unica strada e non esiste un tempo di percorrenza comune.
Nel Vangelo di questa domenica di Pasqua ci sono Maria Maddalena, Pietro e il discepolo che Gesù amava e tutti e tre reagiscono diversamente all’avvenimento. Parto dal discepolo che Gesù amava. È il più “rapido”: corre, arriva per primo, entra, vede e crede. Ma cosa vede davvero? Non vede Gesù risorto, ma una tomba vuota, delle bende, un sudario piegato. Quei segni per lui parlano chiarissimo.
Questo discepolo era andato sotto la croce, anche quando gli altri si erano dileguati. Penso avesse un rapporto talmente forte con Gesù che, repentinamente, posto davanti a quei segni, è riuscito a cogliere l’essenza della sua esperienza di discepolo. Come quando conosci e ami davvero una persona: basta poco, e capisci tutto.

Poi c’è Pietro, che appare più lento: entra nel sepolcro, guarda tutto con attenzione, vede esattamente le stesse cose viste anche dall’altro discepolo, ma rimane interdetto, non parla.
Per lui le connessioni non sono evidenti, eppure è il primo degli apostoli,  dovrebbe forse “capire per primo”.
Questo mi consola parecchio: si può anche essere molto “dentro” la Chiesa, avere una storia forte, e comunque restare lì, davanti al mistero, un po’ spenti, un po’ incapaci di entrarci.

Infine, c’è Maria Maddalena e il tono cambia. Lei non parte dai segni, parte dal dolore.
Va al sepolcro quando è ancora buio, non solo fuori, è buio anche nel cuore di lei.
Non ha un programma preciso, non va per ungere il corpo – ci aveva già pensato Nicodemo – va solo per stare lì, anche se il Maestro non c’è più. Ma quando scopre che il corpo non c’è, crolla anche quell’ultima consolazione: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno messo”. Non pensa alla risurrezione, non le passa nemmeno per la testa. Pensa solo di aver perso definitivamente Gesù.
Ripensandoci, si tratta di un modo di reagire molto comprensibile. Quando perdi qualcuno, l’assenza è insopportabile. Quando sparisce anche il corpo del defunto è come se non restasse più niente. Siamo rimasti soli. La Maddalena piange. Non interpreta e non cerca spiegazioni. Piange. Quando le chiedono “Perché piangi?”, risponde in modo semplicissimo: perché hanno portato via il corpo del Signore.
Penso che la fede pasquale passi anche da queste esperienze. Non da ragionamenti più o meno brillanti, ma dall’esperienza di un dolore attraversato fino in fondo.
Gesù è lì, davanti alla Maddalena, ma lei non lo riconosce; guarda indietro, cerca nel passato, cerca tra quello che aveva prima. Ma il Risorto è davanti.
Quando la chiama per nome, lei riconosce la voce: è una relazione che si riaccende, non un’idea che si chiarisce. Vorrebbe trattenere Gesù, ma non è possibile: deve accettare che la relazione col Risorto non è più quella di prima. C’è un passaggio importante da fare: smettere di cercare un corpo da trattenere e cominciare a vivere una presenza reale che non si può afferrare, non si può trattenere, non si può possedere.
Subito dopo la Maddalena corre dagli altri: “Ho visto il Signore”.
Era partita per piangere un morto e si ritrova dentro qualcosa di vivo.

La fede non è un’idea e non può essere dimostrata, significa sentire che Cristo è vivo, anche quando non lo puoi vedere, né toccare.
Quando svaniscono le pretese di possedere o gestire un corpo fisico, quando si sperimenta la perdita di un corpo amato ormai scomparso, è possibile accorgersi della presenza del Risorto, lì davanti a noi.

Beati, dunque, quelli fra noi che non hanno visto, ma hanno creduto.

Buona Pasqua.

NB: in copertina, Anonima, Incontro con il Risorto.

Fino alla fine

Ed ecco, il velo del tempio
si squarciò in due,
da cima a fondo,
la terra tremò,
le rocce si spezzarono

29 marzo 2026 – Domenica delle Palme

Is 50,4-7
Sal 21
Fil 2,6-11
Mt 26,14-27,66

La Passione di Gesù Cristo, non è un reportage, né una cronaca giudiziaria, ma l’ultimo passo della vita in un mondo che si muove in senso contrario al bene. Quest’ultimo passo comporta il sacrificio di un innocente.

Fin dall’inizio Gesù di Nazaret ha vissuto in tensione verso la “sua ora”, senza ignorarne il compimento: era necessario il suo sacrificio nel mondo – da innocente – per rivelare all’uomo il verso del proprio cammino e la verità sul suo Dio.
Mentre è relativamente facile comprendere che l’odio portato all’estremo genera la morte, non sembra altrettanto facile comprendere che l’amore portato all’estremo genera la vita.
Può sembrare strano, ma è così. Di più: è un’evidenza, spesso “rinnegata” anche dai migliori.
Tutti coloro che furono complici della condanna a morte del Nazareno non furono in grado di liberarsi dall’odio.
Ma i discepoli, che amavano Gesù?

Noi, come discepoli, dovremmo chiederci a quale punto del percorso verso l’amore ci troviamo. Questo è il senso ultimo dell’“ora compiuta”.
Ci ha forse migliorato?
Sì, perché la buona novella è stata uno spartiacque nella storia dell’umanità; ha frantumato in molti la convinzione di non potersi sottrarre alla logica dell’odio. Non in tutti.
Per qualche oscura ragione ci sono uomini e donne che non amano il prossimo: non tutti vogliono essere liberati dalle catene dell’odio. Le guerre ne sono la prova più evidente, rappresentano il vano tentativo di cancellare l’altro e ubbidiscono alla logica dell’odio e della schiavitù.

Il Cristo ha aperto una nuova strada, rischiosa, non c’è dubbio. Chi desidera seguirlo sa che l’amore può comportare il peso di una croce da portare: non essere corrisposti. Tuttavia, amatevi l’un l’altro come io ho amato voi non è una parola qualunque.
Essere cristiani non vuol dire coltivare la sofferenza, i sensi di colpa o il bisogno di espiazione. Tutte queste cose vanno, semmai, in direzione dell’odio verso se stessi. Cristo ha aperto una strada completamente diversa, invertendo la rotta: si può amare, anche al prezzo di un rifiuto che uccide.

I modi umani di crocifiggere il prossimo sono innumerevoli ed è forse più semplice parlare di chi è crocifisso, piuttosto che essere consapevoli delle responsabilità e dei modi della crocifissione.
Ovunque e in ogni tempo, e da molto prima degli ultimi duemila anni, le persone hanno eretto molteplici croci per i propri simili.
Col fluire del tempo cambiano i modi, ma la sostanza rimane. Per esempio, intere popolazioni vengono affamate allo scopo di renderle più “produttive”, sono così condannate all’ignoranza e alla miseria. Oppure, vengono organizzati massacri per acquisire e/o mantenere un potere che sfugge. “Quando mangiano il loro pane, mangiano il mio popolo…” (Salmo 14,4) – Cristo si unisce liberamente a coloro che vengono divorati, perché Lui stesso è la via e la vita. Non siamo soli nelle nostre prove. Lo sappiamo, ma non ci consola.
Neanche Gesù si è consolato, lo possiamo ascoltare mentre dice: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Eppure, Cristo vive in noi anche nella più grande angoscia, è sufficiente non opporvisi e accoglierlo. Lì è la salvezza, lì sarà la risurrezione. Questo è precisamente ciò che Cristo fa donando la sua vita a coloro che vogliono togliergliela, senza opporsi e abbandonandosi alla volontà del Padre.
La croce di Cristo rende manifesto l’amore infinitamente più potente dell’odio.

A chi estrae la spada per difenderlo, ordina di rinfoderarla.

NB: in copertina, Anonimo, Mt 27,51.

Lazzaro, vieni fuori!

“Liberàtelo e lasciàtelo andare”

22 marzo 2026 – V Domenica di Quaresima
Ez 37,12-14
Sal 129
Rm 8,8-11
Gv 11,1-45

La risurrezione di Lazzaro è uno dei testi più destabilizzanti del Vangelo; non tanto per ciò che narra — un morto che torna in vita — ma per le interpretazioni che inevitabilmente provoca.
È un racconto che costringe a prendere posizione.

Ci sono letture che cercano di “normalizzare” il miracolo. La prima: si tratterebbe di una guarigione. Lazzaro non era davvero morto, ma in uno stato simile alla morte. Gesù lo avrebbe semplicemente “risvegliato”. La seconda: il miracolo è reale, ma manca ancora una spiegazione scientifica, oggi, come ai tempi di Lazzaro, non la conosciamo, domani forse sì.
Entrambe queste letture hanno un tratto comune: ridurre lo scandalo, rendere il racconto compatibile con un orizzonte già noto.
Il testo di Giovanni, però, insiste proprio sul contrario: Lazzaro è veramente morto e sepolto, da ben quattro giorni, non c’è equivoco possibile; se si elimina o si “normalizza” il dato, si manipola il cuore del racconto.

Sono anche possibili interpretazioni di natura spirituale e qui tutto diventa più interessante.
Gesù, l’uomo di Nazaret, piange. Non è un dettaglio secondario, io credo in questo consista il cuore del racconto.
Gesù piange con Maria e la sua commozione non è generica, ha due radici precise: l’amicizia con Lazzaro e con le sue sorelle e l’indignazione davanti a un mondo che considera definitivamente “morto” ciò che non capisce più, ciò che non può più gestire.
Questo secondo punto è decisivo, qui siamo al centro della questione: l’abitudine tutta umana di dare per morto ciò che non si riesce a gestire. La morte, nel racconto, non è solo un evento biologico, è anche un modo di guardare l’altro. Quando la comunità dice: “è finita”, in realtà sta compiendo un gesto funebre: sta chiudendo qualcuno o qualcosa in un sepolcro, sta seppellendo.
Allora le parole di Gesù acquistano un significato preciso: “Lazzaro, vieni fuori!”. La morte diventa  dimostrazione di una verità possibile: la liberazione per un mondo precocemente senza vita, che preferisce seppellire anziché liberare.
Gesù non è venuto al mondo per incarnare questa logica, non accetta che il mondo riduca l’uomo al nulla.
Il racconto di Giovanni, per me, non ha lo scopo primario di provare il super- potere divino dell’uomo Gesù, ma di rendere manifesto il tipo di relazione al quale aspiriamo forse tutti.
Lazzaro, dopo essere stato dichiarato morto, fasciato e sepolto, torna alla vita perché Gesù si commuove.
Il pianto di Gesù Cristo non è un gesto tecnico, non è una formula, non è un rito: è l’atto libero di un uomo-Dio che ama i suoi amici, il suo pianto nasce da una relazione antica e profonda.

Così il senso del miracolo diventa chiaro: la resurrezione del corpo è possibile quando l’amore di Cristo ci coinvolge fino in fondo nella nostra vita quotidiana.
Rovesciando la prospettiva, potremmo dire che il Cristo incardina nell’amore la Sua relazione con l’uomo in maniera reale, concreta. È questa qualità del legame tra Dio e la sua creatura che commuove Gesù e rende possibile ciò che altrimenti resta impossibile.
Non è una teoria, è una questione di amore e fraternità.

La fede in un Dio creatore dell’universo, cambia completamente il problema logico: se Dio crea l’essere, perché dovrebbe essere incapace di ridare vita a un corpo?
Il dubbio, a questo punto, non è più razionale. La fede è una scelta di campo, non è una disputa tra scientisti o razionalisti o tra agnostici e sedicenti miracolisti, spalanca le porte sul senso della vita.  “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5) ci sentiremo chiedere nel mattino di Pasqua.

NB: in copertina, Anonimo, La Resurrezione di Lazzaro.

Vedere davvero

Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo

15 marzo 2026 – IV Domenica di Quaresima
1Sam 16,1b.4.6-7.10-13
Sal 22
Ef 5,8-14
Gv 9,1-41

Il capitolo nono del Vangelo di Giovanni ruota attorno a una domanda che a prima vista appare ragionevole, ma in realtà rivela un modo di pensare avulso dall’esperienza reale della vita.

I discepoli, vedendo un cieco dalla nascita, chiedono: […]«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?»[…] (Gv 9,2).
La domanda presuppone che la malattia sia necessariamente conseguenza di una colpa: se c’è una sofferenza, deve esserci qualcuno che l’ha meritata: è un modello interpretativo antico e potente, che cerca di dare un ordine morale al mondo, ma di frequente viene smentito da ciò che l’esperienza dimostra.

La teoria tradizionale ai tempi del vangelo era incentrata sull’idea di colpa genealogica. Nella tradizione d’Israele esisteva una formulazione che sosteneva questa interpretazione. Nel Decalogo si legge infatti: «[…] io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione […]» (Es 20,5).
Il testo esprime la gravità dell’infedeltà a Dio e la sua ricaduta sulla comunità.
Se questa formula viene adoperata come chiave generale per interpretare ogni evento della vita, si trasforma facilmente in una spiegazione automatica della sofferenza e la malattia diventa prova di colpa ereditata, una specie di condanna genealogica.
L’esperienza storica del popolo mette in crisi questa lettura. Il crollo improvviso della torre di Sìloe – ricordato in Lc 13,4 – dimostra che la sventura può colpire senza distinguere tra giusti e peccatori.
Il reale non si lascia ridurre così facilmente a uno schema morale. Non a caso i profeti stessi iniziarono a contestare quell’antica formula. Il Libro di Geremia afferma: “In quei giorni non si dirà più: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’! Ma ognuno morirà per la sua propria iniquità; si allegheranno i denti solo a chi mangia l’uva acerba.” (Ger 31,29-30).
Le parole del profeta introducono un principio, sempre piuttosto duro da accettare, ma nuovo: ciascuno risponderà della propria vita. In futuro – sembra spiegare – non esisterà più quella fatalità morale che ha condannato automaticamente le generazioni successive.

La risposta del Nazareno alla questione consiste ora nel rendere manifesta una “nuova” creazione. Il Cristo non entra nella logica della ricerca del colpevole, dice semplicemente: “né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.
La frase sposta, invertendolo, il verso del nostro sguardo dal passato in direzione del futuro: non si tratta di stabilire chi abbia causato la cecità prima, ma di vedere che cosa può accadere tra poco.
Il gesto che segue è sorprendente: Gesù sputa a terra, fa del fango con la saliva e lo applica sugli occhi del cieco, rievocando il linguaggio della creazione: la terra, l’impasto, la materia plasmata.
In questa prospettiva la guarigione non è soltanto un atto terapeutico, ma la creazione di una capacità che prima non esisteva.
La ricezione della nuova capacità non è un atto passivo: il cieco deve accettare di lasciarsi toccare, di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, di entrare in un processo che coinvolge il suo corpo e la sua mente. Solo dopo questo percorso egli comincia a vedere la realtà dei fatti.

La liberazione è duplice: materiale e morale. Il corpo esce dalla prigionia della malattia e la mente viene liberata dalla coercizione interpretativa che la intrappolava nell’idea falsamente moraleggiante della colpa genealogica.
A questo punto del racconto è introdotto un paradosso che rovescia l’antica formula: colui che non vedeva acquista la vista e comincia a ragionare sui fatti, mentre quelli che credono di vedere  – gli interpreti ufficiali della legge – sono ciechi, cioè le loro teorie vengono smentite dai fatti.
Chi ha riacquistato la vista non ha una teoria religiosa raffinata, ma possiede un dato incontrovertibile che non ha a che fare solo con la percezione sensibile, ma con la creazione di uno sguardo nuovo.
Poiché il miracolo avviene di sabato e non rientra nei loro schemi religiosi, gli interpreti ufficiali della Legge si sentono costretti a reinterpretare il fatto per difendere la teoria: se Gesù viola il sabato, allora deve essere un peccatore; se è un peccatore, il miracolo non può provenire da Dio; se il miracolo non può provenire da Dio, allora il cieco non è stato veramente guarito. O ci vedeva prima o non ci vede adesso.
Il ragionamento non parte dalla loro esperienza, ma dalle loro leggi, costumi e consuetudini pre-stabilite e consolidate. L’effetto potrebbe essere grave e non perché possa cambiare lo stato di vedente o non-vedente di colui che ora ci vede, ma perché è una forma di pensiero che può agire violentemente sull’integrità della persona.

Per questa ragione la conclusione del Nazareno è radicale: chi non vede può arrivare alla luce, mentre chi crede di vedere rischia di rimanere per sempre nella propria oscurità.

La disputa successiva rende ancora più evidente la logica del discorso di Gesù: i farisei sono attentissimi alla legge e alla sua interpretazione, quindi essi credono di “sapere” che Gesù è un peccatore perché sconvolge le loro pratiche religiose. Dal loro punto di vista la conclusione è inevitabile: se viola il sabato, non può venire da Dio.

Il cieco guarito, pur non avendo competenze teologiche, conosce la sua esperienza diretta del prima e del dopo la cecità. Ed è proprio questa esperienza, per lui e per tutti quelli che lo conoscevano da prima che fosse miracolato, a smentire il sistema teologico farisaico. I suoi genitori dicono di “non sapere”, impersonando una funzione pilatesca: se ne lavano le mani, non vogliono farsi testimoni di nulla.
La risposta dell’uomo nei confronti dei farisei è disarmante: “Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi” (Gv 9,30). Il suo ragionamento è semplice, ma logicamente ineccepibile: “sa” di essere stato guarito e “sa” chi lo ha guarito, non ha alcun bisogno di costruire un sistema interpretativo per difendere una qualche teoria.
La sua testimonianza diventa una provocazione radicale per coloro che si considerano custodi della verità religiosa. Possedere delle categorie interpretative fisse porta a non vedere ciò che accade davanti agli occhi: è l’immagine evangelica della luce nascosta sotto il moggio.
La verità è presente, ma le strutture mentali che pretendono di custodirla finiscono per impedirne la visione.

Il racconto del cieco nato mostra quindi due atteggiamenti opposti davanti al reale.

Da una parte esiste la tendenza a spiegare tutto con categorie tradizionali, anche quando l’esperienza e i fatti smentiscono tali categorie. Da questo nasce la menzogna, perché i fatti devono essere piegati alla teoria.
Dall’altra parte c’è la disponibilità a guardare ciò che accade davvero, senza false illusioni. Da questo nasce la scoperta di una verità inattesa.
Il paradosso è tutto qui: chi non vede comincia a vedere perché prende sul serio ciò che gli è accaduto; chi è convinto di vedere rimane cieco per difendere le proprie convinzioni anche contro l’evidenza.
Non basta possedere una teoria religiosa coerente, occorre avere il coraggio di esaminare lealmente che cosa produce in noi l’esperienza concreta del mondo.

È lì, e non altrove, che può manifestarsi a noi l’opera di Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Il tempo della guarigione

La Forza della Parola

Se tu conoscessi il dono

8 marzo 2026 – III Domenica di Quaresima
Es 17,3-7
Sal 94
Rm 5,1-2.5-8
Gv 4,5-42

Nel Vangelo di questa domenica Gesù incontra una donna della Samaria presso il pozzo di Giacobbe. È uno degli incontri più sorprendenti di tutto il Vangelo: un uomo e una donna che non dovrebbero parlarsi, appartenenti a regioni tradizionalmente in contrasto, si fermano invece a dialogare, e da quell’incontro nasce qualcosa di decisivo.
Per capirne il senso occorre partire da una constatazione semplice: nell’uomo è insita la capacità di riconoscere la propria identità e trovare la libertà. Non è un fatto imposto dall’esterno, si tratta di una nostra possibilità, da scoprirsi attraverso l’incontro con gli altri. Questa possibilità nasce a due  condizioni: provare il desiderio della libertà e accettare l’incontro. Se una di queste condizioni è assente, la ricerca si interrompe.

La prima lettura ci suggerisce il luogo simbolico di questa crisi: nel deserto, a Massa e Meriba (Esodo 17,3-7). In quel luogo il popolo ha sete, si scoraggia e comincia a prendersela con Dio, il desiderio di libertà che li aveva spinti a uscire dalla schiavitù si affievolisce, mentre prevalgono la sfiducia e il sospetto. Quel deserto non appartiene soltanto alla storia antica, la condizione “Massa e Meriba” viene determinata da vari fattori: solitudine, malattia fisica o psicologica, sventure, guerre e emerge in generale in ogni situazione di rifiuto e violenza, prevalenti sul senso dell’accoglienza e sulla benevolenza verso gli altri. In questo deserto l’uomo rischia di disconoscere la forma specificamente umana di ciò che gli permetterebbe di rialzarsi e guardare al futuro: il desiderio della libertà.

A Massa e Meriba il popolo ebbe bisogno di un segno straordinario: Mosè colpì la roccia con un bastone e dalla roccia sgorgò l’acqua.
Nel racconto della Samaritana accadde invece qualcosa di diverso. La donna non assistette a nessun prodigio, ma fu interpellata da Gesù stesso “che aveva sete”; ne nacque un dialogo e tanto bastò alla donna.
Gesù parla dell’acqua viva, poi rivela con sorprendente precisione la verità relativa alla vita di ogni persona interpellata. Non lo fa per accusare o umiliare, semplicemente porta alla luce la verità. La Samaritana, in quel momento, si rende conto di essere davanti a qualcuno che la conosce davvero. Tanto basta. Da quel dialogo nasce una trasformazione: la donna lascia la brocca, corre in città e diventa lei stessa testimone. La speranza e la fiducia, che sembravano perdute, ricominciano a circolare.

La Bibbia ci mette davanti agli occhi due strade molto diverse. Da una parte la via della violenza, che fa arretrare la possibilità della libertà. La tradizione ricorda infatti che Mosè non mise piede nella Terra Promessa proprio perché, quando gli fu chiesto da Dio di parlare alla roccia, egli la percosse (Nm 20,1-13).
Nel dialogo con la Samaritana avviene l’opposto: c’è la parola che media il dialogo, ma non c’è imposizione e non c’è alcuna forma di violenza.
Il Cristo rivela la verità sulla vita di ciascuno senza condannare.
Questa parola, molto più di un prodigio, fa rinascere la speranza e riorienta il cammino.
Il cammino verso la libertà, attraverso la fede, comincia sul terreno della speranza, dell’ascolto, della collaborazione attiva.
La Samaritana non soltanto accoglie un forestiero, apparentemente nemico, e il suo messaggio, ma entra in relazione, dialoga, partecipa coinvolgendo gli altri. Per questo la sua città comincia a cambiare.

La Terra Promessa, nella Bibbia, è il simbolo della libertà. Il Vangelo suggerisce con chiarezza che alla Terra Promessa non si arriva con la violenza. La libertà che conduce alla pacificazione e finalmente alla capacità di amare veramente, non nasce dalla forza che colpisce la roccia, ma dalla parola che apre un dialogo e fa tornare a vivere il desiderio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.(Rm 5,5).

NB: in copertina, Anonimo, La Forza della Parola

Il coraggio di tornare a valle

Signore, è bello per noi restare qui

1° marzo 2026 – II Domenica di Quaresima

Gen 12,1-4a
Sal 32
2Tm 1,8b-10
Mt 17,1-9

Nel Vangelo, il racconto della Trasfigurazione inizia fissando una data, purtroppo trascurata nel lezionario domenicale: “Sei giorni dopo”. Sei giorni dopo quale avvenimento? Dopo l’annuncio della passione ai suoi discepoli e l’indicazione della necessità di portare croce, per coloro che vogliono seguirlo. Ma sei giorni dopo, su una montagna, luogo tradizionale dell’incontro con Dio, Gesù appare trasformato e irradia uno splendore sovrumano.
Come conciliare la necessità della croce con la trasfigurazione?

Sul monte tutto è beatitudine, come se l’attesa di secoli fosse compiuta. Ci sono Mosè il legislatore ed Elia il profeta. Evocano la speranza di un’umanità che tenta di avvicinarsi al divino attraverso leggi e profezie. Rassicurati, i discepoli si sentono in piena comunione con il Maestro.
La visione dura però solo un attimo, dopo si ritorna alla vita di tutti i giorni, con la memoria dell’esperienza vissuta sul monte; memoria della beatitudine e speranza sono i segnali che illuminano il cammino quotidiano.
Sembra che la Trasfigurazione sia quasi una confidenza fatta a quei tre discepoli, uomini dalla scorza comune, misto di opacità e lucentezza come gli altri nove rimasti a valle.
Forse Gesù era andato sul monte perché si era stancato di quel mantello di quotidianità che gli gravava addosso? Voleva mostrarsi in tutta la sua divinità?  Voleva anticipare il futuro a discepoli prediletti?
Io credo piuttosto volesse manifestare la gioia, quel fremito del cuore che costringe a rivelarsi, a raccontare, a condividere, a moltiplicare.
La confidenza verso gli amici non è cosa da poco, è l’interiorità che viene svelata all’altro.
Pietro, per tutta risposta, stramazza a terra: l’interiorità di Dio, la sua essenza è di una tale bellezza che l’uomo, al suo cospetto sviene, non regge. I discepoli, lassù sulla cima, sono in fase di collaudo, l’eternità, vista dalla parte dell’uomo, potrebbe essere un esondante trasalimento davanti a tanta luce. Oggi i tre fanno le prove: Cristo depone l’abito dell’uomo e si mostra come Dio, rivela ai tre l’esperienza dell’eternità.
E il semplice pescatore della Galilea, l’uomo comune, può solo dire: “Signore, è bello per noi essere qui!”. E vuole restare in quella condizione.
Pietro forse avrebbe pure dormito all’aperto, di notte, in alta montagna, pur di scaldarsi davanti a tanta Luce (Ricordi i sonni beati di Francesco d’Assisi sulla nuda pietra?).
Pietro, dopo il trasalimento, dice le parole più belle, più umane, è come se volesse dire: “Rimani così, e noi da qui non ce ne andremo più”. Pietro ha toccato l’eternità.
D’altronde, nella valle-città laggiù, i più non capiscono quei passi d’Uomo, quelle mani che guariscono, quelle Parole che dissetano millenni di arsura. Perché tornare lì, dove la gente ci prende per folli, mentre ”è bello per noi stare qui”? Pietro dice la verità: non era solo bello, era troppo bello stare lì. Come quegli altri due viandanti di Emmaus, che forse avrebbero potuto dire “Resta con noi perché con te sembra tutto diverso”, invece di accampare la scusa della notte incipiente (Lc 24).

L’esperienza dell’eternità e della beatitudine provoca distorsioni nell’uomo e il Padre lo sa, per questo la Sua voce si fa sentire: “Questi è il Figlio mio, l’amato (…) Ascoltatelo”.
I discepoli sono quasi svenuti e la voce li soccorre e li rassicura: “Alzatevi, non temete”.
Però impariamo a tornare a valle, perché altri possano avere la nostra “fortuna”.
Noi siamo testimoni.
In quattro sono saliti e in quattro scendono “sul far del giorno”, di un nuovo giorno. Quell’uomo raggiante è con i suoi discepoli e lo sarà per l’eternità.
Pietro, anni dopo, forse anche allora sul nascere di una nuova umanità, si fece crocifiggere a testa in giù, perché non si sentiva degno di morire come il suo Maestro. Pietro aveva conosciuto la bellezza dell’eternità, aveva conservato il ricordo della trasfigurazione, della confidenza del suo Maestro e aveva conosciuto la forma della propria salvezza: un dono infinito.

In questa seconda domenica di Quaresima veniamo guidati dal deserto delle tentazioni verso il monte della trasfigurazione, cammino ascendente e liberante che porta all’esperienza dell’incontro con il Signore: luce, energia, gioia, pace. Sostiene la nostra vita biologica, apre la mente, rende finalmente capaci di amare.
Che bello, vero?

Sul Tabor non si è trasfigurato solo il Suo volto, non solo le Sue vesti, non solo i nostri sogni: si è trasfigurata la vita.
L’eternità non è un tempo infinito che ci aspetta dopo, è una qualità dell’essere che può accendersi dentro il tempo, è il tempo che, toccato da Dio, diventa pieno.
Cristo non ci ha promesso di fuggire il tempo, ma di abitarlo trasfigurati. Quando questo accade, la fede nasce come trasalimento, si fa memoria, diventa amore.

Cristo ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo (2Tm 1,10).

NB: in copertina, Anonimo, Tornare a valle.

Quando arrivano gli angeli?

«Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Mt 4,11).

22 febbraio 2026 – I Domenica di Quaresima

Gen 2,7-9;3,1-7
Sal 50
Rm 5,12-19
Mt 4,1-11

«Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Mt 4,11).

Il racconto delle tentazioni si chiude così. Non con un duello spettacolare, non con un urlo, non con una maledizione cosmica. Si chiude con un allontanarsi e un avvicinarsi: il diavolo se ne va, gli angeli arrivano.
È una scena di spostamenti interiori prima ancora che esteriori, l’aria cambia.

Quando si parla di tentazioni, la mente razionale commette quasi sempre lo stesso errore: guarda la scena dalla parte del tentato, e allora ci domandiamo: chi è stato tentato? Perché ha ceduto?
Quanto è stato forte? E soprattutto: chi è il colpevole?
Fin dall’inizio, nel giardino, funziona così. Adamo: non è colpa mia, è stata la donna. Eva: io non c’entro, è stato il serpente. Ecco il grande scaricabarile della coscienza, per cui il tentatore è sempre un altro e la responsabilità è sempre altrove, così la tentazione diventa una specie di incidente subìto, qualcosa che capita addosso. Ma il termine greco che Matteo usa – πειρασμός (peirasmòs) – non indica soltanto una seduzione maligna, indica una prova, un banco di verifica, una situazione in cui emerge chi sei davvero.
E qui il quadro cambia. Ogni prova implica una dinamica concreta. X agisce e Y subisce, oppure X e Y si accordano per fare ciò che vogliono, in barba alla giustizia.
La tentazione non è un’idea astratta: è sempre una torsione del rapporto tra X e Y, caratterizzata da qualcuno che usa e qualcuno che viene usato e comunque da chi piega la realtà a proprio vantaggio. In fondo è una questione di gestione del potere. Le tre tentazioni nel deserto ruotano tutte intorno a questo:
– usare il proprio potere per se stessi;
– usare Dio per metterlo alla prova (per forzarlo);
– usare l’adorazione (adulazione) per ottenere il dominio sul mondo.
La logica è sempre la stessa, piegare ciò che sembra giusto perchè ci conviene.

Cristo non entra in questo gioco. Non discute sul piano del potere. Non si mette sulla lunghezza d’onda di X che vuole imporsi, né su quella di Y che si giustifica o si lamenta.
Risponde con una parola che non inventa: la prende dall’Antico Testamento. Per Lui è la Parola del Padre, per i cristiani è Parola di Dio. In ogni caso, sono parole che precedono il desiderio, lo misurano, lo valutano. Non dicono: “Non posso.” Non dicono: “Non è colpa mia.” Dicono: “Sta scritto.” Il Cristo non si sottrae alla prova, ma la attraversa per quaranta giorni, restando dentro un’alleanza.
E allora succede qualcosa di sorprendente: il diavolo lo lascia, non viene distrutto, non viene fulminato, semplicemente il diavolo perde presa, perché non trova appiglio.

La tentazione vive dove trova complicità, paura, giustificazione, autoassoluzione, e quando trova una coscienza che si orienta alla giustizia invece che al vantaggio, si svuota, si dilegua.
Subito dopo – ed ecco il colpo d’ala di Matteo – si avvicinano gli angeli, simbolo della Parola, quella che ha parlato a Giuseppe, a Maria, a Pietro, a Paolo e che parla anche a noi.
È come se il Vangelo dicesse: non è che il mondo sia popolato alternativamente da diavoli o da angeli, dipende da dove guardi e da come ti orienti.
Se la mente è ossessionata dal sospetto, dalla difesa, dalla ricerca del colpevole, vedrà diavoli ovunque. Se invece si occupasse della giustizia, dell’ordine buono delle relazioni, comincerebbe a vedere altro: sostegno, servizio, presenza.
Gli angeli “lo servivano”, perché il servizio è la risposta alla logica del dominio: dove nessuno vuole dominare, qualcuno può finalmente servire.

Forse i diavoli li abbiamo soprattutto in testa, sono le logiche con cui interpretiamo la realtà.
Se smettiamo di giocare alla colpa e iniziamo a misurarci con la giustizia, cambia la scena: il deserto non scompare, ma l’aria si fa respirabile.

E allora accade anche a noi, in piccolo: il diavolo lascia e gli angeli si avvicinano.

Alla fine di questo discorso mi è tornato alla mente un passo scritto da S.Teresa d’Avila nel Libro della mia Vita, attorno al 1565 (capitolo 25, paragrafo 22), sono andato a rileggermelo e lo copio qui:

“Piaccia al Signore ch’io non sia di costoro, ma che, Sua Maestà mi doni la grazia d’intendere per riposo ciò che è riposo, per onore ciò che è onore, per diletto ciò che è diletto, e non tutto il contrario. Un gesto di disprezzo a tutti i demoni e avranno paura di me. Non capisco le paure di chi grida “Demonio! Demonio!”, mentre potremmo dire: “Dio! Dio!”, e far tremare tutti gli spiriti maligni. Sì, perché sappiamo ormai che non possono muoversi se il Signore non lo permette. Perché, dunque, nutrire questi timori? È fuor di dubbio che io ormai ho più paura di chi ne ha tanta del demonio, che del demonio stesso, perché lui non mi può far nulla, mentre costoro, specialmente se sono confessori, possono arrecarmi gran turbamento. Infatti io ho passato alcuni  anni in così gran travaglio che ora mi meraviglio di come l’abbia potuto sopportare. Sia benedetto il Signore che mi ha prestato il suo valido aiuto!”

NB: in copertina, Anonimo, Quando arrivano gli angeli

Gehenna

A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà

15 febbraio 2026 – VI Domenica del Tempo Ordinario
Sir 15,16-21
Sal 118
1Cor2,6-10
Mt 5,17-37

La tradizione biblica ricorda i vecchi otri, le tombe imbiancate, le erbacce, così come ricorda la Gehenna, discarica di rifiuti nella Palestina del I secolo, situata in una stretta valle a sud-ovest di Gerusalemme. Dove ci sono esseri umani, ci sono sempre rifiuti da smaltire, la questione è antica e, ai tempi di Gesù, la Gehenna bruciava senza sosta perché l’incenerimento era l’unico modo conosciuto per eliminare rifiuti.
Perché il Vangelo medita proprio su questo?

Da diversi anni il tema di una conversione anche in senso ecologico è all’ordine del giorno, sia come problema continuo da risolvere, sia come questione etica. Sappiamo bene che non possiamo incenerire tutti i rifiuti del mondo moderno, pena la perdita della salute dell’uomo e della terra: la catastrofe è dietro l’angolo. Purtroppo spesso non si vuole vedere, ciò che preferiamo ignorare perchè “imbarazzante”; sappiamo tutti che, produrre rifiuti a dismisura per poi espellerli dall’altra parte del mondo, pur di non mettere in discussione il nostro stile di vita, costituisce per noi un serio problema materiale e morale. La domanda qui è: quale tutela ambientale in tempi di rifiuti continentali?

Anche la Gehenna di cui parla Matteo, prima di essere metafora del fuoco infernale, era il luogo dal quale le persone tendevano a prendere le distanze per definire se stesse, perché, a ben guardare, la Gehenna era il luogo ai margini del quale vivevano eremiti, appestati, lebbrosi e persone affossate nella miseria più totale. Eremiti a parte, un’umanità fragile e depauperata vive tutt’oggi ai margini delle discariche moderne disseminate qua è là per il mondo. Nelle nostre città non è raro incontrare persone che con apposito bastone frugano nei cassonetti di quartiere allo scopo di recuperare qualcosa da rivendere o che potrebbe risultare ancora utile.
I rifiuti sono dunque il lato oscuro e scivoloso del nostro mondo, sul quale proprio non vorremmo camminare, nonostante accanto ad essi troviamo un’umanitá molto varia: dagli straccivendoli del Cairo o di Emmaus ai viaggiatori in Europa, dagli smantellatori di computer del Congo ai raccoglitori di cartone di Nairobi e persino delle zone rurali.
I rifiuti mettono in luce una combinazione di ingiustizia ambientale e ingiustizia sociale e, oggi, anche la circolazione globale della spazzatura, vergognoso aspetto ombra della moderna società dei consumi. Il prezzo del benessere e del superfluo di alcuni corrisponde al costo della miseria di altri.

Il discorso di Gesù di questa domenica è molto duro. Parte della tradizione ne conserva un’interpretazione scaturita dall’immaginario giudiziario: il fuoco della Gehenna è rappresentazione della condizione infernale, frutto del giudizio divino. In parte anche Dante Alighieri la descrisse così nella cantica dell’Inferno, patrimonio incommensurabile della letteratura italiana, scritto tra il 1302 e il 1309 circa; lì hanno a che fare col fuoco eterno eretici, simoniaci, violenti contro Dio, natura e arte e consiglieri fraudolenti (di cui il più celebre resta Ulisse, che arde insieme a Diomede, a causa della trovata del cavallo di legno e di un paio di altri misfatti, tra cui il furto sacrilego del Palladio).

Credo che le immagini evocate qui dal Nazareno, però, non siano riferibili direttamente né a temi ecologici, né ad esiti processuali di un qualche tribunale divino post-mortem dell’eventuale accusato.
Gesù parla di un rischio a prova di realtà: chi produce rifiuti morali, calpestando il prossimo, diventa rifiuto. Se comprendiamo questo, possiamo accettare anche la durezza del discorso del Cristo, che diventa chiarezza, illuminando percorsi di giustizia.

Se l’immagine della Gehenna ardente ci costringe a confrontarci con lo spreco, con il nulla, con il vuoto del nostro stile di vita, la mancanza e, allo stesso tempo, il desiderio di conforto, allora sappiamo che quello è il luogo della nostra meditata riflessione, ovvero della purificazione dove non bruciano rifiuti materiali, ma tutto ciò che appesantisce, svuotandola dall’interno, la nostra vita. In questo caso, vivremo il nostro mercoledì delle ceneri consapevolmente, chiedendo anche per noi la grazia di risorgere a vita nuova.

Se la Geenna fosse invece il luogo dove intravediamo coloro che abbiamo offeso, ferito, calpestato, allora conviene correre a chiedere sinceramente perdono, scegliendo la vita piuttosto che la morte per non trasformarci volontariamente in riflessi del nulla.

Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà…

Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare…

NB: in copertina, Anonimo, Gehenna

Sulla condizione umana

Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini,
perché vedano le vostre opere buone
e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

8 febbraio 2026 – V Domenica del Tempo Ordinario
ls 58,7-10
Sal 111
1Cor 2,1-5
Mt 5,13-16

Nel Vangelo di questa domenica Gesù dichiara che la condizione essenziale dell’essere umano – essere sale e luce della terra – è un dono di Dio.

Nella Bibbia ebraica il nome di Dio è semplicemente “Io sono”, quindi l’umanità appartiene alla stirpe dell’“Io Sono”.
“Voi siete” – dice Gesù: senza alcun requisito di prestazione, senza distinguere tra la folla di curiosi che lo ascoltano. Siamo tutti  apparentati all’“Io sono” che è all’origine dell’universo; siamo dalla parte dell’essere, senza sforzo, intrinsecamente.
La nostra attenzione viene tuttavia distratta da ciò che ci circonda e ci tiene occupati; accade anche che, nonostante l’immensità del cosmo misterioso, si arrivi a pensare e ad agire come se tutto girasse attorno a noi, mentre magari siamo noi a girare in tondo.  Mt 5,13-16 ci offre il nostro fondamento teologico: possiamo dire “io sono” con calma e modestia, perché non è auto-generato, non viene da noi, è dono di Dio. Spesso perdiamo di vista questo aspetto perché ci sentiamo sopraffatti dal nulla che sembra prendere il sopravvento sul nostro essere e sul significato della nostra esistenza. Possiamo allora ricordare questo “tu sei”, “voi siete” di Gesù, che va inteso sia a livello personale, sia collettivamente. Io non sono solo, perché anche gli altri possono dire “io sono” e tutti insieme formiamo un corpo unico. Da questa prospettiva Gesù parla di noi, e quindi anche delle nostre facoltà, qualità, talenti, possibilità, indicando il modo giusto di usarli.
Siamo “sale della terra, luce del mondo”, è vero, non per nostro merito, ma per dono di Dio.
Cosa può impedire al sale di essere efficace? Le traduzioni parlano della possibilità che diventi insapore, insipido. È il caso del “troppo poco sale”: quando dimentichiamo la nostra condizione fondamentale, ne usiamo poco o nulla e i nostri atti diventano insipidi, senza sapore.
Se invece “ci mettiamo del sale” nella giusta misura, come facciamo di solito con i nostri piatti preferiti, non è il nostro agire ad essere particolarmente “sapido”, ma, come il sale si diluisce rivelando il particolare gusto di una pietanza, similmente noi possiamo aiutare gli altri ad “essere”.
Il sale conserva gli alimenti e uccide i germi. Troppo sale conserva bene, ma cambia le caratteristiche del cibo: il sapore del merluzzo è diverso da quello dello stoccafisso, e soprattutto va eliminato per renderlo commestibile.
Il sale nell’agire dei discepoli serve a mettere in risalto la bontà dell’altro, ad adoperarsi per mantenere vivo il meglio nell’altro e ad eliminare ciò che può scalfire la bellezza della vita. 

Gesù dice che noi siamo il sale della terra, quindi nasciamo con la capacità di rendere sempre più bella la vita degli altri.
Il sale non può perdere il suo sapore e probabilmente la traduzione “perde il suo sapore” è un po’ goffa. In realtà, letteralmente dice “se il sale diventa stolto”.
Come agisce il sale divenuto stolto? In qualche modo è rappresentato qui il malvagio di cui si parla nel Salmo 1, citato da Gesù poco prima nelle Beatitudini: “Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori, che non siede in compagnia degli schernitori”. Il sale-saggezza nei discepoli mette in risalto ciò che c’è di buono negli altri ed elimina ciò che potrebbe rovinarli. Il sale impazzito cerca di mettere in risalto il lato cattivo dell’altro, per ridicolizzarlo, degradarlo, rovinargli la vita. La stessa capacità di discernimento può essere messa al servizio della vita o al servizio del nulla.
Se il sale impazzisce, non si può rimediare, può essere buttato via e calpestato. Credo che, contrariamente a quanto sembra, il vero significato di questa immagine drammatica (il sale impazzito da gettare via e calpestare) sia un’iperbole finalizzata a spingere verso il giusto agire, per fare emergere la minima goccia di bontà nel cuore di quella persona il cui sale è impazzito. 

Siamo anche la luce del mondo.
L’essere della luce è il primo passo della creazione, ci dice il Genesi. La buona notizia è che noi stessi abbiamo già la capacità di essere luce. Gesù non dice di cercarla per rifletterla (questo è tutto un altro discorso) e neanche ci chiede di essere sufficientemente istruiti in anticipo (anche questo è un tutto un altro discorso).  Gesù dice “Voi siete” già “la luce del mondo”. In altri termini noi siamo, consistiamo nel punto di vista che mette in risalto la bellezza della creazione. Questo aspetto personale della nostra luce è messo in chiaro nel racconto della Pentecoste (Atti 2,3), quando la fiamma dello Spirito di Dio si separa per essere donata da Dio – individualmente – ad ogni persona, rendendo ciascuno, secondo promessa, ciascuno re, profeta e sacerdote.

I doni possono essere attivati, potenziati o, al contrario, seppelliti. Continuerebbero ad essere, ma non illuminerebbero più.
Come il sale può impazzire, la luce può deliberatamente essere messa sotto un moggio. Il moggio era uno strumento per misurare la quantità di cereali; probabilmente è un’allusione all’abitudine umana di voler misurare tutto, luce compresa. Se vuoi misurare la luce, ti precludi la possibilità di continuare a vederla attorno a te.
Nessuno potrà vedere questo mondo come lo vedi tu, o come lo vedo io. Tuttavia, anche sotto il moggio, anche se incompresa, la lampada non si spegne; rimane nascosta anche a noi stessi, quando tendiamo a valutarci, giudicarci e confrontarci invece di liberare la luce che è in noi.
Cosa accresce la luce? Possiamo immaginare una persona come una casa su un monte: nella notte, anche da lontano, vediamo le luci accese dentro le case. Qui, il discorso da personale diventa d’insieme: “voi siete la luce del mondo”.
La luce viene posta “sul candelabro”: il riferimento spirituale dei padri è la menorah, il candelabro del tempio di Gerusalemme, simbolo della presenza del Signore nel cuore dell’umanità.

Quando il nostro sale non perde sapore e la nostra luce non si indebolisce, le nostre “opere buone” sono epifania della luce del Signore.

Contro-campi

Beati i miti, perché erediteranno la terra

1° febbraio 2026 – IV Domenica del Tempo Ordinario

Sof 2,3; 3,12-13
Sal 145
1Cor 1,26-31
Mt 5,1-12a

Quando per esercitare il pensiero si tenta di formulare il contrario di una beatitudine, ci si accorge subito che non esiste una sola strada. Il contrario non è necessariamente il contrario morale, né quello sociologico, né quello logico. La beatitudine non è nemmeno un desiderio del tipo “sarebbe bello se…”, ma una parola che dichiara qualcosa al momento non evidente.
Potremmo disporre tre griglie di lettura e trovare magari un opposto semantico, o una forma di cinismo realista, oppure una forma di banalità mondana, che non sono identici, e tuttavia si rispecchiano.

Se ci esercitiamo a trovare un opposto semantico, semplicemente invertiamo i termini delle beatitudini: poveri vs ricchi; miti vs iracondi; misericordiosi vs spietati; costruttori di pace vs guerrafondai. È una logica lineare: se il Signore dice “beati i poveri in spirito”, il contrario è “infelici i ricchi in spirito”.
Questo tipo di rovesciamento ha un pregio: mantiene la forma evangelica, soltanto sostituendo il soggetto e l’esito. È l’operazione che Luca aveva intuito aggiungendo alle beatitudini i guai correlati, un modo per dire che il cielo non è senza polarità. In questo modo, il contrario semantico assume un valore rivelativo: mostra cosa accade quando si vive secondo il principio opposto a quello che Gesù propone. L’opposto semantico coinvolge categorie morali e sociali che non sono necessariamente “vizi”, ma forme di auto-sufficienza di vario genere: attaccamento alla ricchezza, volontà di dominio, aggressività, esercizio della libertà senza relazione. Il messaggio implicito è: dove non si percepisce un bisogno, non si può ricevere nulla per colmarlo.

Può succedere che, nel tentativo di pensare la forma contraria, si neghi invece l’efficacia stessa della beatitudine nel mondo. Qui si rischia di dire non “beati i ricchi”, bensì “i poveri sono infelici perché la povertà è infelicità”. È un rovesciamento pragmatico: guarda la condizione umana nella sua inerzia. Afflitti? Non troveranno consolazione. Miti? Verranno schiacciati. Affamati di giustizia? Peggio per loro: la loro fame aumenterà. Il realismo cinico non offre soluzioni, ma constata lo scacco dell’umanità. Questa posizione sembra molto vicina alla filosofia antica: il mondo è quello che è, e non cambia perché qualcuno spera che cambi. Purtroppo mostra una parte del mondo su cui Gesù parla. La beatitudine non appare credibile se non opponendosi a questo realismo crudo. D’altronde, se il mondo fosse perfettamente giusto, non servirebbero le beatitudini, mentre le beatitudini nascono dal fatto che il mondo non è (perlomeno non è ancora) perfettamente giusto.

Il terzo esercizio del pensiero ci fa lavorare forse sul registro “più basso”, quello delle convinzioni correnti, la sintassi del “beato chi ce la fa”: felice è chi possiede, chi domina, chi gode, chi vince. Questo elenco non è neanche cinico, è semplicemente ovvio, rispecchia la morale spontanea del branco, del mercato, delle carriere, della cronaca. La felicità è intesa come proprietà, protezione, successo, immunità. Questo elenco è banale e nemmeno ha la pretesa di essere profondo. Proprio per questo somiglia al vero avversario delle beatitudini, che, secondo me, non è il vizio, ma la normalizzazione del mondo così com’è.

La questione centrale sta nel fatto che le beatitudini non parlano del mondo così com’è, le beatitudini non corrispondono ad alcuno dei tre esercizi del pensiero che abbiamo esercitato attraverso la logica mondana del rovesciamento (leggi: “girare la frittata”). Le Beatitudini parlano da un regime di futuro, che irrompe nel presente: operano nello spazio di un lampo rivelatore di ciò che non è ancora o non è sempre visibile a tutti.
In altri termini, le beatitudini sono apocalittiche senza essere catastrofiche, perché in un lampo di grazia rivelano un mondo già rovesciato in regno dei cieli, prima che il mondo sia in grado di ammetterlo.

L’unico vero “contrario” è dunque questo: senza conversione continua (e quindi senza speranza) il mondo non cambia.

Prima di iniziare il suo discorso sulle beatitudini, Gesù sale in montagna perché vede troppa folla; si pone quindi in una prospettiva “dall’alto”, più ampia e, contemporaneamente i discepoli gli si avvicinano, quindi salgono con lui, lo seguono verso l’alto. Non è una nota marginale. La topografia evangelica non è mai decorativa: la folla rimane sotto, i discepoli si avvicinano e Gesù sale. È un triplice movimento. Il discorso è rivolto a tutti, ma chi non  guarda da una prospettiva più ampia non produce frutto. Chi non può muoversi e salire in montagna? Forse, chi cerca un’alternativa morale “comoda”, senza metterci il cuore, chi si limita a constatare la propria impotenza o chi si sente del tutto autosufficiente.
Le beatitudini non si limitano a rovesciare: posizionano. Non dicono: “Voi siete poveri ma un giorno starete meglio”, bensì: il mondo come lo vedete (come lo vediamo) non è l’ultimo. Il contrario della beatitudine non è tanto il peccato, quanto la chiusura ad un possibile migliore. 

La beatitudine comincia quando ti accorgi che il mondo, così com’è, non è l’ultima parola.
E allora sali.
E allora ascolti.
E allora il “felice” ricomincia a significare “aperto verso un Altro”.

NB: in copertina, Anonimo, Insegnamenti