La geografia della salvezza

Ed ecco una donna Cananèa,
che veniva da quelle regioni,
si mise a gridare

16 agosto 2026 – XX Domenica del Tempo Ordinario
Is 56,1.6-7
Sal 66
Rm 11,13-15.29-32
Mt 15,21-28

La storia che Matteo oggi ci racconta non sembra di facile comprensione, o meglio si presta facilmente ad essere fraintesa. Parole e scene sembrano essere enigmatici. Le difficoltà del racconto della Cananea nascono soprattutto da una lettura che vede in Gesù un iniziale rifiuto dello straniero, poi corretto dalla fede della donna che lo costringerebbe ad allargare le prospettive. Ma questa interpretazione contraddice lo stesso Vangelo di Matteo: molto prima di questo episodio Gesù ha già accolto e lodato la fede di un centurione romano, annunciato l’ingresso nel Regno di popoli provenienti da oriente e occidente e richiamato la missione di Giona presso i Niniviti. La vocazione universale del Messia appartiene del resto alla tradizione biblica che Gesù conosce: la promessa ad Abramo e la luce destinata alle nazioni annunciata da Isaia.
Anche le parole «Sono stato mandato soltanto alle pecore perdute della casa d’Israele» non vengono pronunciate per respingere la donna, ma in risposta ai discepoli che vorrebbero mandarla via, che in realtà stanno reagendo alla propria difficoltà a sopportare il dolore altrui. La donna ha una figlia malata, i discepoli hanno il problema di essere disturbati dall’angoscia di lei; Gesù, invece di limitarsi a eliminare il problema che li disturba, costringe tutti a stare dentro quella situazione.
La donna stessa non sente un rifiuto nelle parole del «Figlio di Davide», al contrario si avvicina, si prostra e continua a pregare.
È proprio la sua preghiera che nel frattempo cambia. All’inizio gridava a lui da lontano perché intervenisse con il suo potere di guaritore sulla figlia malata, mantenendo ancora l’immagine di un Dio lontano, simile a un onnipotente capace di modificare magicamente le circostanze. Dopo il silenzio e le parole di Gesù, invece, la donna si avvicina e domanda: «Signore, aiutami». Non chiede più soltanto la soluzione esterna del problema: comprende che è lei stessa ad incontrare Dio sul suo cammino ed è lei ad aver bisogno di aiuto.

In questa prospettiva anche il «demone» acquista un significato diverso: non necessariamente una creatura invisibile che tormenta dall’esterno, ma ciò che diventa demoniaco quando l’uomo affida la propria vita a un idolo, per esempio all’immagine superstiziosa di un Dio-stregone che deve essere persuaso ad intervenire.
È proprio a questo punto che Gesù pronuncia l’enigmatica frase sul pane dei figli e sui cagnolini. Non sta dividendo gli esseri umani in figli di Dio e cani, né sta assimilando a un cane la donna: figlio e cagnolino rappresentano piuttosto due dimensioni presenti in ogni persona.
Il figlio è il nucleo più profondo dell’essere umano: la coscienza, il desiderio di conoscere e crescere, il soffio divino presente in ciascuno. Il cagnolino è invece la dimensione animale, sensibile e sociale: tutt’altro che disprezzabile, rappresenta i bisogni di salute, serenità, affetto, riuscita e relazioni soddisfacenti.
«Non è giusto prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» significa allora che l’azione di Dio non parte dai sintomi e dalle circostanze esteriori, ma dal centro della persona: è anzitutto il figlio che deve essere nutrito. Gesù ribadisce lo stesso principio quando invita a cercare prima il Regno di Dio, perché il resto verrà dato in aggiunta. La cananea, con la sua risposta, mostra di aver compreso questo principio; quando dà forma alle azioni degli uomini anche le briciole che cadono dalla tavola nutrono i cagnolini. È dunque legittimo sperare che la fede produca effetti concreti sulla salute, sugli affetti, sulle dipendenze, sulla sofferenza o nelle difficoltà della vita, ma la via che consente a questi frutti di giungere a maturazione inizia prima e assai più in profondità, là dove ha origine la trasformazione della persona.
Stare davanti alla malattia dell’altro, comprendere che cosa possiamo realmente fare, non farsi paralizzare dall’impotenza, imparare a essere utili lì dove si può esserlo e imparare a sopportare ciò che non si può cambiare sono esempi di ciò che possiamo chiedere nella preghiera ed esplicitano il senso delle parole della cananea: «Signore, aiutami!».
Se si viene liberati almeno un poco dal senso d’impotenza, si può vedere meglio, decidere meglio, aiutare meglio, essere più vicini al nostro prossimo e questo può produrre effetti concretissimi su chi ci sta vicino: sono già briciole che cadono dalla tavola.

Il Vangelo di questa domenica non parla soltanto della preghiera per chi soffre, parla anche di una terribile scoperta: la sofferenza di qualcuno che amiamo rivela anche la nostra povertà e questa povertà può diventare il luogo della nostra personale conversione.
Anche Gesù, durante questo tipo d’incontro, agisce cambiando qualcosa: non senz’altro la propria concezione dei pagani, ma i suoi programmi. Si era ritirato per riposare con i discepoli, ma lascia che l’apparizione di una pecora smarrita interrompa quel riposo. Tutto questo appartiene alla sapienza della vita: talvolta bisogna interrompere il servizio per prendersi cura del proprio «cagnolino» e riposare; altre volte bisogna interrompere il riposo per servire, quando la coscienza illuminata dallo Spirito lo domanda.
«Signore, aiutami» è il luogo interiore dal quale vivremo nell’orizzonte della salvezza. La nostra coscienza e il nostro cuore sono in grado di accogliere uno spostamento dall’esterno verso l’interno, dagli altri a noi stessi.

Io credo che l’intera storia non racconti affatto la conversione di Gesù dalla xenofobia all’universalismo, ma racconti la conversione della donna cananea, nell’autentica preghiera di domanda, e lo spostamento della sua prospettiva dalla magia alla fede.
La guarigione della figlia diventa il frutto, la «briciola» appunto, di qualcosa che modifica in profondità la nostra posizione “geografica” nell’economia della salvezza.

NB: in copertina, Anonimo, Il salto ontologico.

Caos domato

Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare

9 agosto 2026 – XIX Domenica del Tempo Ordinario
1Re 19,9a.11-13a
Sal 84
Rm 9,1-5
Mt 14,22-33

Gesù ordina ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda: li costringe a salire sulla barca. Subito dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci «ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda».
Questa espressione mi lascia perplesso, perché è molto lontana dal modo abituale con cui Gesù si relaziona con i suoi. Forse solo in questo passo gli viene attribuita una parola di coercizione. Risulta ancora più sorprendente se consideriamo, col senno di poi, che li sta inviando incontro ad una tempesta.
Se escludiamo che lo abbia fatto a scopo dimostrativo, per apparire l’unico salvatore, quale sarebbe allora la buona notizia? Dov’è il Vangelo? Non ci voleva liberi e vivi?
Non credo neppure ad una pedagogia divina che deliberatamente costringe alla prova, nemmeno per il nostro bene. Si può forse sostenere che da una prova dura, da un momento di dolore o di confusione, Dio può far nascere qualcosa di nuovo, qualcosa di vivo, ma è molto diverso dal sostenere che quelle prove vengono da lui, come se le fabbricasse per mettere alla prova la resistenza della nostra fede.

Sono invece convinto che Dio sia sempre all’opera per mettere ordine nel caos indifferenziato del mondo e che ogni vita nascente rappresenti l’ingresso nella sua misteriosa complessità.
La Bibbia inizia con le parole: «In principio» e credo che ogni istante possa essere un principio.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice a Nicodemo che «bisogna nascere di nuovo per vedere il regno di Dio». L’immagine della nascita è forse una chiave per comprendere l’ordine di recarsi all’altra riva attraversando il mare: siamo davanti a quella seconda nascita di cui Gesù parlava a Nicodemo.

La costrizione che Gesù impone ai suoi discepoli appartiene allo stesso ordine di quella imposta alla donna che mette al mondo un figlio: il parto è una soglia forte e talvolta dolorosa, nonostante i moderni metodi cerchino di evitare il più possibile la sofferenza fisica della madre e del bambino.
Eppure il nascituro non può rimanere nel grembo materno: significherebbe la morte di entrambi. Allo stesso modo, Gesù non può permettere ai suoi discepoli di aggrapparsi a lui fisicamente e spiritualmente all’infinito.

La scorsa settimana, nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, abbiamo visto gli apostoli tendere a controllare Gesù e, allo stesso tempo, la loro profonda dipendenza dalla sua presenza.
La loro seconda nascita, quella di cui Gesù parla a Nicodemo, consiste, a mio avviso, nella differenziazione adulta della persona sul piano spirituale ed etico: una tappa necessaria del cammino della fede.
Gesù allontana i suoi discepoli salendo sul monte a pregare, forse perché possano distinguere il Cristo miracoloso dalla persona nuova che la sua Parola fa nascere in loro: un’esperienza che segna una cesura tra ciò che si era prima e ciò che si sta diventando.
Gesù sa  che inevitabilmente i discepoli si troveranno ad affrontare le due vere prove che precedono una seconda nascita alla gioiosa complessità della vita, una seconda nascita capace di liberare l’uomo dalla “costrizione” stessa di viverla. Le due vere prove sono la paura e il dubbio.

Ho spesso ascoltato persone travolte dalla sofferenza parlare della vita come di un dono non richiesto. Io sono convinto che la vita sia davvero un dono. Per viverla nella sua pienezza, occorre almeno iniziare a superare il dubbio sull’esistenza di Dio e la paura della morte; il Cristo farà il resto.
Però, la novità ci spaventa, ci mette di fronte alle nostre paure e ai nostri dubbi. Mettersi in movimento, agire, talvolta può essere inquietante. Sembrerebbe molto più sicuro rimanere ai piedi del monte, mentre Cristo prega, piuttosto che dirigersi verso l’altra riva, attraversando il mare in tempesta.
Ma la seconda nascita è una tappa del processo di sviluppo, non la sua conclusione. E forse si realizza proprio dopo essere stati coinvolti in un «miracolo di moltiplicazione», come è avvenuto per gli apostoli.

Salendo in barca, i discepoli non abbandonano Gesù per sempre, né vengono abbandonati: crescono, instaurando con lui un rapporto diverso. Dopo la risurrezione verrà loro chiesto addirittura di precederlo in Galilea, dove egli li raggiungerà ancora, ma sotto un’altra forma.

Ora, però, si ritrovano nel pieno della tempesta.

La nascita spirituale proietta i discepoli nel mondo così com’è, con il suo tumulto, le sue tempeste, le sue ambivalenze e i suoi cambiamenti. L’acqua, che prima era calma, diventa improvvisamente turbolenta e mortale.
C’è da dire che le grandi distese d’acqua non godevano di buona fama nell’immaginario biblico, basti pensare al racconto biblico del diluvio: la tempesta rappresenta ciò che mette radicalmente in questione la possibilità stessa di sopravvivere. 
I discepoli non capiscono subito ciò che sta succedendo, vanno nel panico e si ritrovano improvvisamente nel regno del fantastico; vedono Gesù raggiungerli camminando sull’acqua e lo scambiano per un fantasma. Ma come? Se avevano assistito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, ora non potrebbe camminare sull’acqua? I discepoli perdono l’orientamento e la lucidità e, pur contando tra loro pescatori esperti, tremano senza riuscire a fare nulla di realmente efficace. Questa tempesta è un sogno o una realtà? In ogni caso genera un’angoscia tale da deformare perfino la percezione, scambiando Gesù per un fantasma.
Persi nell’oscurità e sballottati dal vento, i discepoli si trovano nella condizione del neonato che esce urlando dal grembo materno perché, per la prima volta, l’aria entra nei suoi polmoni, mentre fino a un istante prima viveva sicuro e al caldo nel ventre materno.
Così come il neonato ritroverà la madre in un mondo nuovo e sotto un’altra forma, così anche i discepoli, usciti dal regno delle fantasie spaventose, ritroveranno il Cristo.

Ciò che salva dalla tempesta è la relazione con il Signore, una relazione che si rinnova, perché il Cristo non è soltanto colui che ha moltiplicato il pane e i pesci per i cinquemila di domenica scorsa: è anche colui che è presente e potente nelle nostre vite, non soltanto in quelle degli altri.

Ci credevamo perduti, lontani, senza alcun aiuto, sul punto di essere inghiottiti dalle onde del caos. E invece il Signore è lì, ci vede come soltanto lui sa vedere, con tutto il nostro panico, e ci rassicura con il suo costante invito a non avere paura.
Non rimprovera alcuno. Si presenta nel caos come se il caos non lo sfiorasse minimamente. Lo domina, perché è capace di mettere ordine nel caos e di conferirgli un significato che riconduce alla tranquillità.
Proprio come il soffio di Dio aleggiava sulle acque della creazione, così Gesù cammina sulle acque di questa nuova nascita.

Il Cristo ha potere sul caos interiore e su quello esteriore. Per questo motivo i discepoli lo riconobbero come Figlio di Dio e noi, come loro, lo riconosciamo tale, proprio nel momento in cui prendiamo coscienza di non avere alcun potere sulla nostra vita.

NB. in copertina, Anonimo, Gesù cammina sulle acque

La logica del nutrimento

Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare

2 agosto 2026 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario
Is 55,1-3
Sal 144
Rm 8,35.37-39
Mt 14,13-21

Il racconto della moltiplicazione dei pani comincia, almeno in Matteo, con un movimento che può essere facilmente dimenticato: Gesù, avendo saputo della morte del Battista si ritira in disparte nel deserto. Forse, nel momento del dolore, ha bisogno di rimanere solo, di sottrarsi per qualche tempo agli altri. Ma gli altri lo seguono. Quando se ne accorge, cambia programma, perché, dice il testo, prova compassione.
Prima ancora dei pani e dei pesci, prima ancora del miracolo, accade dunque qualcosa di molto semplice: un uomo ferito dal dolore, che aveva cercato la solitudine, torna alla relazione con gli altri perché vede il loro bisogno.
È forse questo il primo nutrimento del racconto.
A sera intervengono i discepoli: il luogo è deserto, l’ora è tarda, pensano convenga congedare la folla perché ciascuno possa raggiungere i villaggi per comprarsi qualcosa da mangiare.
Il loro ragionamento è ineccepibile. Anzi, è proprio il tipo di ragionamento sul quale organizziamo normalmente la nostra vita. Se esiste un bisogno, esiste anche un mezzo attraverso il quale procurarsi ciò che può soddisfarlo; ciascuno dispone dei propri mezzi e, se è libero di servirsene, può provvedere a se stesso: bisogno, denaro, acquisto.
Non c’è niente di immorale in questa sequenza, è la semplice e ordinaria logica dello scambio.
Gesù però reagisce diversamente a questa logica:
Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare.
È qui che il racconto diventa sconcertante.
A ben guardare la proposta dei discepoli avrebbe avuto come effetto lo scioglimento di quella comunità provvisoria che si era formata intorno a Gesù. Ciascuno sarebbe tornato individuo, avrebbe raggiunto un luogo abitato, avrebbe adoperato il proprio denaro e avrebbe risolto privatamente il proprio bisogno. Questa sarebbe stata per gli apostoli la soluzione migliore, ma Gesù rifiuta con una affermazione quasi categorica questo passaggio; non dice che il bisogno materiale non esiste. La gente deve mangiare davvero.
Non contrappone in alcun modo un’astratta ed elevata fame spirituale alla presunta banalità della fame fisica: impedisce piuttosto che la soddisfazione del bisogno venga fatta coincidere immediatamente con la dissoluzione della relazione.
Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare.
I discepoli oppongono allora il dato concreto: hanno pochissimo, solo cinque pani e due pesci. Dal punto di vista quantitativo l’obiezione è addirittura più ragionevole della precedente. Non stanno rifiutando di condividere qualcosa di cui abbondano, dichiarano invece di non averne abbastanza.

È precisamente il poco a diventare il centro del racconto.
Il denaro appartiene all’ordine della quantità; è un mezzo concreto per ottenere altri mezzi concreti; può essere contato, speso, risparmiato o accumulato. L’accumulo produce sicurezza, o almeno promette di produrla, ma proprio perché è quantificabile introduce subito anche il confronto: quanto possiedo, quanto possiede un altro, quanto potrei perdere, quanto mi manca per ottenere quell’altra cosa…
Da questi movimenti del pensiero, possono nascerne altri, si può anche arrivare a provare tanto l’invidia, quanto la paura.
Il ricco potrebbe temere di non essere il più ricco; il povero potrebbe temere di perdere perfino quel poco che possiede. Le loro condizioni materiali sono evidentemente diversissime, ma entrambi possono cadere nello stesso equivoco: attribuire al possesso la capacità di liberarli definitivamente dall’insicurezza.

Il problema comincia quando questa logica quantitativa viene trasferita all’amore.
L’amore non è un capitale: non lo si accumula per garantirsi contro il futuro, non lo si può conservare in magazzino, non aumenta necessariamente perché ne possediamo una quantità maggiore.
L’amore esiste soltanto nella relazione e, quando esiste, può perfino accrescersi precisamente perché viene “messo in esercizio”.
Forse molti dei nostri disastri nascono dalla confusione, consapevole o inconsapevole, determinata dall’applicazione della logica quantitativa anche all’amore: “Mi vuoi bene? Quanto mi vuoi bene? Vuoi bene più a X o più a Y?”
Non “abbiamo” l’amore. L’amore semplicemente “è”, e per sua natura può soltanto essere ricevuto e dato, ma non posseduto alla stessa stregua dei beni materiali. Non possiamo assicurarci l’affetto, garantirci la presenza dell’altro, contabilizzare quanto amore abbiamo dato e quanto ne abbiamo ricevuto. Se introduciamo nella relazione le categorie del patrimonio del tipo “abbastanza”, “troppo poco”, “di più di…”, “di meno di…”, lo sottoponiamo alla logica del contabile e con ciò tende inevitabilmente a cessare di essere amore.
Nel racconto evangelico i discepoli sembrano ancora ragionare interamente secondo la logica dei mezzi: la folla ha fame e quindi bisogna permetterle di procurarsi del cibo.
Gesù li costringe invece a partecipare e a farsi personalmente coinvolgere nel problema: Voi stessi date loro da mangiare. Non dice “trovate il denaro necessario”, oppure “organizzate un sistema più efficiente”, o ancora “spiegate a ciascuno come cavarsela da solo”.
No: “date loro direttamente del cibo”.
E quelli scoprono di possederne troppo poco…
È difficile non riconoscere in questa scena un’esperienza umana molto comune. Quante volte davanti al bisogno dell’altro scopriamo di non avere abbastanza: abbastanza tempo, abbastanza forza, abbastanza competenza, abbastanza equilibrio, abbastanza generosità?
La tentazione di liberarcene può essere perfettamente ragionevole.
La richiesta evangelica non sembra quella di sentirsi o diventare improvvisamente onnipotenti. Chiede di immettere nella relazione quel poco che si ha.

A proposito del miracolo dei pani non vedrei alcuna necessità di scegliere tra fede e ragione. Si può tranquillamente credere che sia accaduto un miracolo e si può anche riconoscere che il racconto, trasmesso e rielaborato dalle prime comunità cristiane, abbia assunto una forma capace di esprimere qualcosa che gli uomini continuano a comprendere con enorme difficoltà.
Il punto, in entrambi i casi, rimane sorprendentemente simile: quando il poco viene sottratto alla difesa individuale e immesso nella relazione, la sua misura cambia.
Cinque pani continuano a essere cinque pani. E tuttavia bastano.
La povertà non diventa magicamente ricchezza e la fame fisica non può essere soddisfatta con i buoni sentimenti, ma il bisogno umano non è mai esclusivamente individuale: l’uomo può certamente procurarsi il pane da solo, ma assai più difficilmente può procurarsi da solo ciò che trasforma quel pane in vita.
Forse i discepoli comprendono questo soltanto alla fine.
Avevano pensato che la folla avesse principalmente bisogno di qualcosa da comprare. Gesù ha mostrato loro che la folla aveva bisogno anche di qualcuno che non la mandasse via.
Il miracolo non consiste soltanto nell’abbondanza finale, comincia molto prima, quando un uomo addolorato rinuncia alla propria solitudine perché si accorge degli altri. Il miracolo continua quando un gruppo di discepoli viene costretto a trasformarsi da spettatore organizzativo in parte della relazione, culmina in quel poco che, condiviso, diventa vitale.
Le dodici ceste avanzate sono secondo me la parte quasi umoristica del racconto: ciò che con tutta evidenza è poco, messo in condivisione produce persino un’eccedenza.
L’amore non sostituisce il pane, ma il pane, da solo, non ha mai potuto sostituire l’amore.

Dev’essere questa la cosa che continuiamo ostinatamente a dimenticare. Possiamo comprare quasi tutto ciò che serve a mantenerci in vita, ma non possiamo comprare ciò per cui vale veramente la pena esserlo con gioia.

Avete capito?

«Avete capito tutte queste cose?»
Gli risposero: “Sì.”

26 luglio 2026 – XVII Domenica del Tempo Ordinario
1Re 3,5.7-12
Sal 118
Rm 8,28-30
Mt 13,44-52

Le parabole del regno si susseguono quasi senza intervallo: il seminatore, la zizzania, il granello di senape, il lievito, il tesoro, la perla, la rete.
Gesù non ne offre una sola, definitiva, capace di spiegare tutto. Ne racconta molte, perché nessuna immagine può contenere interamente il mistero del regno dei cieli; una parabola illumina un aspetto e ne lascia altri nell’ombra, il regno è seme e raccolto, crescita invisibile e scelta decisiva, tesoro già presente e realtà ancora attesa.
Le parabole devono quindi essere tenute insieme, come tessere di un mosaico, se ne isoliamo una, rischiamo di scambiarne l’immagine per una definizione.

La parabola della rete è forse una delle più difficili.
La rete viene gettata nel mare e raccoglie “ogni genere” di pesci: non seleziona mentre pesca, prende tutto ciò che incontra, il buono e il cattivo, ciò che nutre e ciò che deve essere eliminato.
La separazione avviene soltanto alla fine, come in quella del seme e della zizzania.
L’immagine non serve a incoraggiare gli uomini a trasformarsi immediatamente in giudici del mondo; al contrario, nel tempo presente la rete continua a raccogliere.
Nessuno di noi possiede ancora lo sguardo pronto a distinguere perfettamente il bene dal male, soprattutto perché il confine non passa soltanto tra un uomo e l’altro, ma passa anche dentro ciascuno di noi. Il pesce cattivo non è sempre qualcun altro.
Gesù non dice neppure che, alla fine, ogni differenza diventerà irrilevante.
La misericordia non consiste nel dichiarare che il male, in fondo, non è poi così male.
Penso che il male sarà giudicato proprio perché distrugge ciò che Dio ama: è qui che l’immagine della fornace ci mette in difficoltà.
«Getteranno i cattivi nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti».
Possiamo reagire in due modi ugualmente semplicistici: immaginare un Dio vendicativo che finalmente punisce i colpevoli oppure cancellare la frase, perché la riteniamo incompatibile con la misericordia. In entrambi i casi, comunque, decidiamo in anticipo che cosa Dio debba essere, secondo la misura delle nostre categorie.

Forse la fornace non deve essere immaginata come il luogo nel quale Dio conserva eternamente il male per poterlo punire altrettanto eternamente; potrebbe essere, invece, il fuoco nel quale il male viene finalmente consumato: non un fuoco acceso contro la creatura, ma contro ciò che la deforma.
Se fosse così, si comprenderebbe meglio anche il dolore.
Essere liberati dal male non significa sempre essere liberati senza sofferenza. Ci abituiamo alle nostre deformazioni, le confondiamo con la nostra identità, finiamo persino per difenderle e quando viene bruciato ciò che ci rende schiavi, possiamo avere l’impressione che siamo noi a bruciare. Il giudizio di Dio non sarebbe allora il contrario della misericordia, ma la sua forma estrema, perché Dio non abbandona la creatura al male che la possiede.

Questo non significa che la parabola autorizzi una dottrina rassicurante che risolva tutto automaticamente e senza libertà.
Gesù non trasforma il giudizio in una formalità: il pianto e lo stridore di denti restano immagini terribili.
La Parola dice sul serio la possibilità umana di resistere al bene, di preferire la propria prigione alla libertà e di scambiare la malattia per salute.
La Parola, altrettanto sul serio, afferma la vittoria di Dio.
Noi non attendiamo un’eternità nella quale il bene e il male continuino a fronteggiarsi in perfetto equilibrio. Attendiamo la fine del male.
Ed è forse questo ciò che, nel profondo, desidera perfino il malvagio, anche quando non è ancora capace di desiderarlo: essere liberato da ciò che lo rende malvagio.

Terminata questa lunga successione di parabole, Gesù pone ai discepoli una domanda:
«Avete capito tutte queste cose?».
Rispondono: “Sì.”

Risposta magnifica e poco credibile: hanno appena ascoltato immagini che per secoli continueranno a essere interpretate, discusse e fraintese, eppure rispondono senza esitazione di avere capito tutto.
Probabilmente non hanno capito. Del resto, poco prima, Gesù aveva dovuto spiegare loro privatamente sia la parabola del seminatore, che quella della zizzania. I discepoli non sembrano quindi particolarmente qualificati per dichiarare concluso il problema del regno dei cieli.
Ma Gesù non li corregge, forse perché quel “sì” non è la risposta precisa alla sua domanda letterale «Avete capito tutto?».
No, non hanno capito tutto; nessuno comprende pienamente come possano coincidere la giustizia e la misericordia, come il giudizio possa essere salvezza, come Dio possa rispettare la libertà della creatura senza abbandonarla alla distruzione.
Il loro «sì» risponde piuttosto a una domanda nascosta:
“Accettate di continuare a seguirmi, anche senza avere capito tutto?”.
E a questa domanda i discepoli rispondono davvero: “Sì.”
Il loro “sì” non è la sicurezza di chi possiede la verità, ma l’adesione di chi si lascia condurre dentro una verità più grande di lui. Non hanno compreso il regno, ma hanno riconosciuto colui che ne parla. Non sanno ancora conciliare la fornace con la misericordia, il giudizio con l’amore, la rete che accoglie tutto con la separazione finale.
Tuttavia hanno intuito che non devono scegliere tra un Dio giusto e un Dio misericordioso, perché in Dio giustizia e misericordia non sono due forze rivali.
Siamo noi a separare la giustizia dalla misericordia, perché amiamo senza saper giudicare e giudichiamo senza saper amare.
Il discepolo non è colui che ha già risolto questa contraddizione, è colui che accetta di affidarsi a Cristo finché ciò che ora appare contraddittorio non riveli la propria unità.

«Avete capito?».
Forse la risposta più sincera sarebbe stata:
“No, ma ci fidiamo di te.”
Nel linguaggio della fede proprio questo significa dire “sì.”

NB: in copertina, Anonimo, Gesù Maestro.

Il Seme del Regno

Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo

19 luglio 2026 . XVI Domenica del Tempo Ordinario
Sap 12,13.16-19
Sal 85
Rm 8,26-27
Mt 13,24-43

Gesù usa un granello di senape come immagine di ciò che è essenziale: un piccolo seme sembra inerte, sembra non avere vita propria, eppure, dopo solo pochi giorni nella terra, comincia a germogliare. Il seme, quindi, possiede la forza della vita.

Qualsiasi seme avrebbe potuto simboleggiare questa forza, però Gesù sceglie come paragone il più piccolo di tutti, dicendo che, una volta cresciuto, sarà più grande degli altri e diventerà un grande albero. Quindi, è proprio nella piccolezza del seme, non proporzionata alla sua futura crescita, che dovremmo cercare il senso della parabola.
Il paragone non è soltanto tra il Regno di Dio e un granello di senape qualsiasi, ma tra il Regno di Dio e un granello di senape preso e seminato da qualcuno in un giardino. Descrive, insieme alle dimensioni e alle potenzialità del seme, un atto umano semplice, deliberato, che implica la scelta del seme, l’azione della semina e la decisione di seminarlo nel proprio giardino.
Avremmo potuto pensare che la fede fosse un esercizio arduo e difficile, di dover credere a cose incredibili, di dover compiere imprese eroiche, non esenti da sacrifici e privazioni, ma non è questo che viene detto qui. Tutto lo sforzo consiste nel prendere un piccolo seme e gettarlo nel nostro giardino: non è uno sforzo immane, ma è necessario farlo. Per farlo dobbiamo averne l’idea e l’intenzione.

Che senso ha quest’atto di semina?
Se l’agricoltura è stata una delle maggiori scoperte dell’umanità, risalente a circa 10.000 anni fa, tramandata di generazione in generazione fino ad oggi, la spiritualità, cui il tema agricolo rimanda, è stata scoperta quasi agli albori dell’umanità; ve ne sono tracce risalenti a più di 60.000 anni fa.
È stata ed è esplorata a fondo di generazione in generazione (forse più dell’agricoltura).
Nella storia della spiritualità, Gesù di Nazaret ha mostrato qualcosa di decisivo: noi non abbiamo un corpo, noi siamo un corpo: vediamo con gli occhi, tocchiamo con le mani, udiamo con le orecchie. Siamo dunque particolarmente sensibili alla superficie delle cose, ma non è tutto.
L’essenziale è sopito dentro di noi: la forza vitale che sta nel piccolo seme è la stessa che ci abita. Come potremmo tentare di approfondire questa realtà di per sé così misteriosa?

La scienza guarda oltre l’ovvio; ad esempio, pare che il sole sorga nel cielo, tramonti dalla parte opposta e riappaia il giorno successivo, circa allo stesso modo del giorno precedente; sappiamo bene che il movimento del sole è un’illusione, è il nostro pianeta ad orbitargli attorno a una velocità di oltre 100.000 km/h (30 Km al secondo). Noi non percepiamo questa velocità, anzi io ho proprio la sensazione di essere fermo, seduto davanti alla scrivania a scrivere.
Viviamo sulla superficie della realtà esteriore ed interiore, incontrando serie – se non insormontabili – difficoltà ad addentrarci oltre questo primo strato. Eppure sarebbe assolutamente essenziale sondare almeno ciò che siamo, perché lì si trova anche la nostra parte migliore, quella che siamo soliti chiamare la nostra “personalità”. Si noti che coloro che ci amano, in genere, apprezzano la nostra personalità, qualcosa di vivo e piuttosto unico, che ci permette di scegliere, di prendere decisioni, di amare. Anche se, a volte, ci sentiamo proprio molto piccoli e inadeguati all’impresa.
Sondare la parte migliore di se stessi è complicato, forse più complicato del sondare la parte peggiore, in ogni caso il conoscere se stessi è un tema su cui hanno lavorato i filosofi dai tempi di Socrate. Gesù dice che, attraverso la Parola, il Regno di Dio, come il granello di senape, germoglia crescendo in profondità e in altezza.
Le profondità del nostro essere, le nostre radici, come dicevo, ci sono in gran parte inaccessibili, tanto quanto il resto dell’universo sopra la nostra testa, a partire dai rami degli alberi più alti. Viviamo in superficie, muovendoci, producendo, raccogliendo, intessendo relazioni con il prossimo. Qui entra in gioco la fede: se abbiamo afferrato la Parola e l’abbiamo seminata sulla superficie delle nostre vite, Dio vedrà il meglio che è in noi e lo farà crescere, ci guarirà e perdonerà il peggio, o, almeno, questa è la nostra fede e la nostra speranza.
Gli uccelli del cielo, infatti, costruiscono i loro nidi tra i rami del Regno. Cosa intende Gesù con questo? Gli uccelli sono creature aeree meravigliose, ma sono selvatici e non sappiamo bene come addomesticarli: rappresentano le molteplici dimensioni degli uomini, in qualche modo frammentate e separate. L’albero del regno è capace di accogliere tutti i nostri pezzi di umanità: li raccoglie, li unifica, li pacifica, li cura, li protegge, li lascia liberi e vivi. Gli uomini possono abitare quest’albero della vita, come loro casa.

Il collegamento tra il seme, la sua forza vitale, l’albero e la fede si chiarisce se ricordiamo il granello di senape in Luca 17,6: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: ‘Sradicati e vai a piantarti nel mare’, ed esso vi obbedirebbe”.
Il gelso (o il sicomoro) da sradicare, diversamente dall’albero del Vangelo di questa domenica, potrebbe avere a che fare con la parte peggiore di noi stessi, o con l’immagine negativa che di noi stessi potremmo avere; qualche volta siamo delusi dalla vita e la vorremmo diversa, tal’altra soffriamo di un poderoso risentimento verso persone e situazioni passate. Il risentimento ci rimane attaccato addosso anche per anni, angosciante e persistente: sembra impossibile liberarsene.
Anche una fede minuscola sarà sufficiente per aiutarci a superare questa difficoltà.
In questo contesto Gesù probabilmente corregge una domanda degli apostoli. Subito prima aveva detto qualcosa di umanamente intollerabile: se tuo fratello pecca contro di te sette volte al giorno e sette volte ritorna dicendo: «Mi pento», tu gli perdonerai. Gli apostoli reagiscono dicendo: “Accresci in noi la fede!” Come se per riuscire a perdonare occorresse un quantitativo enorme di fede. Gesù parla del granello di senape: non è questione di avere tanta fede, come si possedesse una riserva di energia materiale, basta averla e che sia reale, cioè consista in un affidarsi alla volontà di Dio. Il testo greco dice: se aveste fede come un granello di senape. Quel “come”permette di intendere non soltanto la dimensione concreta, ma anche la natura specifica del seme: qualcosa di minuscolo, ma vivo, che contiene in sè un potenziale di crescita enorme. Gli apostoli chiedono fede in aggiunta, Gesù sembra rispondere: non dovete misurarla, dovete averla.
La fede non agisce perché psicologicamente intensa, perché uno è convintissimo o perché non ha alcun dubbio, agisce perché mette l’uomo in rapporto con Dio. La potenza del granello non deriva dalle sue dimensioni, ma perché è vivo di una vita, che non si è data da solo.
Gesù prende ad esempio un albero, forse un sicomoro, forse un gelso, magari realmente visibile ai presenti, e costruisce un’immagine volutamente assurda: un grande albero ben radicato, al semplice comando di uomini di fede, si sradicherebbe da solo e andrebbe a piantarsi non in un altro terreno, ma nel mare, dove notoriamente sia alberi di gelso che sicomori non possono vivere. Tutto questo accade perché gli è stato detto. Non è soltanto una cosa difficile: è una contraddizione visibile dell’ordine naturale. Come in Matteo la fede sposta una montagna, così in Luca sradica un albero e lo pianta nel mare. Nel contesto lucano, dunque, l’albero non rappresenta necessariamente, in maniera allegorica, un peccato preciso, tuttavia l’immagine si applica perfettamente a ciò che Gesù ha appena comandato: perdonare ripetutamente chi ci ferisce, cioè mandare il nostro risentimento a piantarsi nel mare, per ricollegarmi al mio esempio di prima.
Il risentimento mette radici, il dolore si lega alla memoria, al senso di giustizia, all’orgoglio ferito, talvolta perfino alla necessità di difendersi. Dire a un uomo: “perdona ancora” può sembrare altrettanto irragionevole che dire a un albero secolare: “sradicati e piantati nel mare”.
Gli apostoli afferrano subito la difficoltà, non rispondono “va bene”, ma “aumenta la nostra fede”. Gesù non minimizza la difficoltà, dice piuttosto che ciò che appare irrimediabilmente radicato non costituisce un limite per Dio.
Naturalmente perdonare non significa negare il male, rinunciare alla giustizia, ristabilire automaticamente la fiducia o esporsi nuovamente alla violenza; significa che il male ricevuto non deve diventare il principio determinante della nostra vita. Qui sta, secondo me, l’elemento fondamentale. La frase viene spesso letta così: “Se credessi abbastanza, potresti ottenere qualsiasi cosa”. Ma il seguito del brano impedisce questa interpretazione, subito dopo Gesù racconta la parabola del servo che, compiuto il proprio dovere, dice di essere, lui ed altri, un servo inutile, che ha fatto quanto doveva fare.
La fede che fa obbedire l’albero non trasforma il credente in un mago cui il mondo deve obbedire, al contrario, lo rende capace di obbedire a Dio anche quando il comando sembra superiore alle forze a disposizione. Il paradosso è che l’albero obbedisce al discepolo, soltanto quando il discepolo si affida a Dio con fede. La fede non è una forza con cui pieghiamo Dio alla nostra volontà; è il rapporto attraverso il quale la nostra volontà, senza essere annullata, viene resa capace di entrare nell’azione di Dio.

In conclusione, se nel nostro giardino è stata seminata la Parola, quella si amplierà, si amplificherà e porterà frutti benedetti ovunque: è il primo effetto del Regno che noi possiamo “toccare con mano”. Se altro seme dovesse crescere insieme alla Parola, alla maniera del sicomoro o anche della zizzania del Vangelo di questa domenica, non c’è da temere: al tempo opportuno sarà depotenziato e finirà in cenere. Affidarsi realmente a Dio, ascoltare e vivere il Vangelo, anche solo per pochi minuti al giorno, non soltanto farà crescere il Regno di Dio, ma sradicherà in noi tutto il male spirituale più profondamente radicato, anche quello apparentemente impossibile da rimuovere.

Un essere umano ferito, attraverso la fede in Cristo, può non essere governato per sempre dalle proprie ferite e può abitare nel Regno, dove si impara a crescere nella fede, a lasciarsi guarire, a perdonare e ad amare.

NB: in copertina, Anonimo, L’albero del regno

Se non vedo, non sento e non parlo

Molti profeti e giusti
hanno desiderato vedere ciò che voi vedete,
e non lo videro,
e ascoltare ciò che voi ascoltate,
e non l’udirono

12 luglio 2026 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Is 55,10-11
Sal 64
Rm 8,18-23
Mt 13,1-23

Potremmo oggi seguire la parabola del seme che cade su diversi tipi di terreno, oppure soffermarci sulle parole che le fanno seguito. Sta di fatto che Gesù, nel primo come nel secondo caso, ci mette di fronte all’incapacità di comprendere (Mt 13,14), traccia le ragioni dell’incomprensione (v. 15a) e infine rivela la causa principale del rifiuto di accogliere il seme della vita (v. 15b). Tutto questo rimanda, a mio avviso, alla responsabilità personale.
Si tratta di un invito a esaminare noi stessi, perché, se anche noi siamo il seme (Mt 13,38), rischiamo di diventare responsabili del rifiuto.
Gesù dice che il seme è la Parola (Mt 13,19; Mc 4,14) e, in un’altra parabola — quella del grano e della zizzania — afferma che i figli del Regno sono il seme. Quando i discepoli, nella loro vita e con le loro parole, non ispirano gli altri ad accoglierlo, diventano in qualche misura responsabili del rifiuto.

Se la vita dei cristiani assomiglia a quella di chi vive senza Dio, è difficile attribuire tutta la responsabilità a coloro che lo rifiutano.
Viviamo in un tempo nel quale ognuno si sente libero di dire e scrivere ciò che vuole, prescindendo dall’oggettività dei fatti, costruendo verità relative e spesso personali e approfittando dell’enorme possibilità di propaganda offerta dai social media. È facile che, di fronte a tutto questo, una persona “normale”, anche un buon cristiano, rimanga esterrefatta, senza riuscire a trovare le parole adatte per farsi pienamente testimone del Vangelo.
L’incomprensione diventa un fatto sorprendente:
«Il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani» (Mt 13,15). Parafrasando: le orecchie funzionano, ma non captano le risonanze; gli occhi funzionano, ma non notano le differenze; i circuiti interni sembrano scollegati. Esteriormente sembra che tutto sia chiaro, ma la realtà è diversa. È come quando qualcuno ti chiede delle indicazioni stradali: tu provi a dargliele nella maniera più chiara possibile; quello ti guarda, annuisce, sorride, ringrazia… e poi va nella direzione opposta.

Le parole di Isaia, scritte intorno al 730 a.C. e riprese dal Nazareno, descrivono bene questa specie di cortocircuito. Dio dice al profeta: io ti mando, ma il popolo rigetterà ciò che dirai (cfr. Is 6,1-10).
Le folle ascoltavano entusiaste Gesù di Nazaret, perché lo vedevano compiere miracoli. Eppure: «Anche dopo che Gesù ebbe compiuto tanti segni in loro presenza, non credevano in lui» (Gv 12,37). Sapevano che c’era, ne avevano visto il potere di guarigione, ma in molti si dimostravano indifferenti o addirittura contrari.

Oggi la cosa si ripete in maniera sconcertante. Non abbiamo mai visto tanto, sentito tanto, studiato tanto, imparato tanto, anche sulle religioni — comprese quelle degli altri —, ma non è ovvio per tutti, per esempio, che chi uccide è contro la vita, che le armi servono per uccidere, che chi spaccia danneggia il prossimo, che il razzismo è una grave forma di violenza. Talvolta la mente e il cuore sembrano vuoti.
Molti si dichiarano cristiani, ma appaiono impermeabili al Vangelo, come se fossero spiritualmente anestetizzati: si sentono indipendenti da tutti e non si rendono conto di avere bisogno di tutto.
Che cosa sta succedendo?
Giacomo aveva già ammonito i cristiani:
«Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché, se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena si è osservato, se ne va e subito dimentica com’era» (Gc 1,21-24).
E poco dopo conclude: «Se uno ritiene di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana» (v. 26).

«Sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi» (Mt 13,15): si tratta di un atto deliberato. Non siamo di fronte a problemi di udito, di cecità o di perdita della memoria, ma a un rifiuto, perché non siamo disposti a cambiare.
È lo stesso meccanismo del faraone egiziano: avvertito da Mosè e posto di fronte alla potenza di Dio, vedeva le piaghe abbattersi sul suo popolo, diventando sempre più insensibile.
Quell’uomo guardava senza vedere.

Allo stesso modo, quando Paolo annunciò il suo messaggio sulla trasformazione operata da Cristo e sull’amore di Dio per tutti, perfino coloro che lo avevano ascoltato «alzarono la voce gridando: “Toglilo di mezzo; non deve più vivere!”» (At 22,22-23).

Troppe voci si alzano, simili a quelle di bambini viziati, maleducati e prepotenti. Si fanno strada avvelenando l’aria, amplificate da un ridicolo circo e incessantemente rilanciate da un certo giornalismo sottomesso, annichilito o ideologizzato.
In ogni caso si mette in moto “la propaganda del peggio”, talvolta perfino quando si vorrebbe manifestare la propria contrarietà.
Capita che l’egocentrismo conduca ad ammirare il proprio pensiero al punto da condividere soltanto ciò che gli somiglia. Lo stesso meccanismo scatta quando leggiamo il Vangelo. Anche tra i religiosi è presente la pretesa di conoscerlo così bene — magari da decenni — da non ascoltarlo più. Così non cresciamo più, non testimoniamo più: invecchiamo soltanto.
La radice di queste resistenze è sempre la stessa: la paura che qualcosa, per noi, possa cambiare e cambiare in peggio.

Gli esseri umani — tutti — non accettano di cambiare mettendosi nelle mani di Dio. Preferiscono vivere l’inferno sulla terra piuttosto che accettare il rischio di vivere. Non sono pronti: hanno paura.
La cosa peggiore, dunque, non è il peccato — perché la tentazione è grande e la nostra forza è poca —, ma la codardia dovuta alla mancanza di fede.
In altre parole, l’essere umano è malato, ma ha paura di guarire, perché teme di dover guardare dentro se stesso e riconoscere i meccanismi dai quali si lascia governare.

Esistono diversi modi per sentirsi “giusti”, evitando di affrontare le proprie responsabilità e continuando a considerarsi innocenti.
Il primo consiste nel degradare altri esseri umani: svalutandoli, infangandoli, rendendoli impotenti, cacciandoli ed eventualmente sopprimendoli. Sono comportamenti che possono presentare diversi livelli di gravità, a partire dalla piccola offesa quotidiana. Le dittature e tutti i regimi totalitari costituiscono un esempio particolarmente calzante del massimo grado raggiungibile. Tutti i dittatori e i loro complici considerano il danno arrecato alle loro vittime un male minore o necessario, inflitto a persone ritenute in ogni caso inferiori.

Il secondo modo, senza dubbio il più potente e il più comunemente adoperato, è la negazione: un meccanismo fatto apposta per permetterci di non esercitare il pensiero. Uno o più dati oggettivi vengono eliminati dal proprio orizzonte mentale. In questo modo possiamo evitare di riflettere sulla catena delle cause e dei loro effetti.
L’economia generale della violenza, per esempio, produce sempre altra violenza e opera secondo un criterio di reciprocità quasi geometrico: tu mi fai male, io te lo restituisco al quadrato non appena posso. È il principio della vendetta, della faida, della mafia, del terrorismo e delle guerre tra Stati.
Chi adopera la negazione come strumento del proprio ragionamento non capisce nulla di ciò che è accaduto prima e non capirà nulla di ciò che accadrà dopo. Incontrerà la propria catastrofe nella convinzione di essere innocente: i colpevoli saranno sempre e comunque gli altri. Questo meccanismo funziona anche a livello individuale, nelle relazioni personali.

La svalutazione e la negazione non sono debolezze dell’intelletto, ma due inganni della mente, costretta a non capire per non vedere che siamo spesso, e volentieri, partecipi della causalità del male.

I discepoli chiedono a Gesù perché parli in parabole. Non è che comprendano più degli altri, ma chiedono spiegazioni e, per fortuna, lo ascoltano ripetutamente. Non si può dire che abbiano accolto il loro Maestro in maniera acritica o indifferente.

«Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano» (Mt 13,16).

NB: in copertina, Anonimo: Vaghe Sordità

Il giogo che non schiaccia

Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.

5 luglio 2026 / XIV Domenica del Tempo Ordinario
Zc 9,9-10
Sal 144
Rm 8,9.11-13
Mt 11,25-30

«Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi».
Questo invito dovrebbe essere un balsamo per il cuore. Chi di noi può dire di vivere con un cuore davvero leggero, senza sentire, anche fisicamente, il peso delle proprie preoccupazioni? Eppure la proposta di Gesù sembra paradossale, perché non promette semplicemente l’abolizione di ogni peso: offre un altro giogo, legato però alla sua dolcezza e alla sua umiltà di cuore.

In senso concreto, il giogo è uno strumento di legno posto di solito sul collo di due animali da tiro, per esempio due buoi, perché possano trainare insieme un aratro o un carro. La parola, dunque, è legata all’idea di un carico da portare, o meglio da trascinare.
Nel linguaggio biblico il giogo indica l’esistenza di un vincolo che mette qualcuno nella condizione di trainare un peso. In senso figurato può significare oppressione, dominio, sottomissione, schiavitù: la costrizione a portare un peso imposto da qualcuno o da qualcosa.Il giogo proposto da Gesù, leggiamo nel Vangelo di questa domenica, è invece dolce, e il suo peso è leggero.
Nella Bibbia troviamo diversi passi che aiutano a comprendere questa immagine. Mosè, per esempio, sente il peso del popolo sulle proprie spalle, forse anche perché si trova davanti a una libertà diversa da come l’aveva immaginata: «Mosè disse al Signore: “Perché hai trattato così male il tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, tanto che tu mi hai messo addosso il carico di tutto questo popolo?”» (Nm 11,11). Poco oltre, il Signore lo sostiene costituendo degli aiutanti: «Io scenderò e parlerò in quel luogo con te; prenderò lo spirito che è su di te per metterlo su di loro, perché portino con te il carico del popolo e tu non lo porti più da solo» (Nm 11,17).
Nei Salmi, il peso opprimente è spesso qualcosa che può essere rimosso soltanto dentro l’alleanza con Dio: «Getta sul Signore il tuo peso ed egli si prenderà cura di te» (Sal 54,23). La rimozione del peso implica un duplice movimento, di Dio e dell’umanità: «Ho tolto il peso dalle sue spalle, le sue mani hanno deposto il fardello» (Sal 80,7). Dio toglie il peso, ma l’uomo deve anche lasciare ciò che continua a stringere tra le mani.
Nel Siracide, il giogo può indicare l’alleanza con i potenti, più che con Dio: una forma di dipendenza nata dalla sete di potere o da un falso sé ideale, privo di basi reali. «Non portare un peso troppo grave, non associarti ad uno più forte e più ricco di te. Come una pentola di coccio farà società con una caldaia? Questa l’urterà e quella andrà in frantumi» (Sir 13,2). D’altra parte, il giogo può anche essere legato a un insegnamento scomodo al quale sottoporsi, come accade nel caso della sapienza: «Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l’istruzione. Essa è vicina e si può trovare» (Sir 51,26).

Prima di parlare del suo giogo, Gesù si rivolge al Padre e lo benedice per una logica che spesso ci travolge: i piccoli e gli umili ricevono una comprensione del cuore capace di accogliere i pensieri di Dio meglio di quanto non accada ai grandi e ai sapienti. Poi Gesù afferma la propria identità in relazione al Padre: un amore, una conoscenza profonda, una comunione che egli intende rivelarci. Da qui nasce l’invito: «Prendete il mio giogo», perché proprio lì troveremo ristoro.

Mi chiedo allora: quale carico traino oggi? C’è qualcosa che mi schiaccia, qualcosa che mi pesa al punto da farmi sentire come un animale da soma?
Alla luce del Vangelo posso riconoscere, come tutti, ciò che riguarda le mie false rappresentazioni. Che cosa vedo negli altri come un difetto, e invece mi appartiene? Che cosa vedo negli altri come un pregio, e vorrei mi appartenesse? Chi sono, per me, “gli altri”? Amici, conoscenti, colleghi, familiari, genitori, fratelli, personaggi pubblici? Se esistono vincoli che non rispecchiano la logica del giogo dolce e del carico leggero, in che misura ho contribuito io stesso a instaurarli?
Se trovassi un carico troppo pesante, forse vorrei deporlo, e magari non saprei come fare.
Potrebbe anche accadermi di resistere al giogo leggero di cui parla Cristo. Potrei sentire di non averlo realmente scelto. Ma tutto questo può far parte di un percorso di fede più lungo, meno immediato, meno “spontaneo”?
Si può non essere subito “piccoli” e beati come coloro che aderiscono alla fede cristiana con semplicità e naturalezza. Si può essere “grandi” e sentirsi ancora poco amati, aggrapparsi a certezze fasulle, costruite su ciò che uno immagina di essere per sempre, magari con orgoglio. Penso che questo sia uno dei significati più forti della benedizione di Gesù al Padre: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». La considero una parte potentissima del messaggio evangelico, soprattutto per quei percorsi di fede che non sono affatto lisci. È il caso di molte conversioni adulte.

Accettando il giogo dolce e il carico leggero, non siamo chiamati a esaurire le nostre risorse fisiche e morali in un’umiltà obbligata, simulata, o appena appena reale. Potremmo forse darla da bere a un amico poco sapiente, ma il Signore vede benissimo questo tipo di resistenza.
Allora, che cosa posso fare?
Posso condividere con Lui anche questa resistenza. In questo modo depongo il peso.
Quanto al giogo leggero, posso verificare nella mia vita ciò che dicono le Scritture: esso può essere portato soltanto in alleanza con il Signore, perché il pezzo di legno che poggia sul mio collo è sostenuto prima di tutto da Cristo stesso, che cammina al mio fianco, adeguandosi al mio passo.

Così aro il “mio” campo, in attesa dei frutti di una terra fertile e promessa, sapendo che il “mio” campo è terra di Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Il giogo

Amare

Chi accoglie voi accoglie me,
e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato

28 giugno 2026 – XIII Domenica del tempo Ordinario
2Re 4,8-11. 14-16
Sal 88
Rm 6,3-4.8-11
Mt 10,37-42

Gesù sembra esigere dai suoi discepoli che non amino altri più di Lui: neanche i genitori o i figli. Curiosamente, non si parla del coniuge… Che non esistano mariti o mogli capaci di amarsi come Cristo li ha amati?

Il discorso, come spesso avviene, non è facilissimo da afferrare. Sembra al limite del tollerabile, anche per chi, seguendo Cristo, accetta di entrare nel mondo del divino, dove tutto è eccessivo e sproporzionato rispetto alle apparenti debolezze umane.
Il discorso di Gesù, però, è più sfumato di quanto sembri a prima vista. La difficoltà nasce dall’ordinario modo di intendere l’amore, nella sua accezione più comune e sentimentale. Difetto di educazione affettiva o di una sana formazione cristiana?
Più preciso della traduzione italiana delle nostre Bibbie, il testo greco del Vangelo distingue due modalità dell’“io amo”: una, tutta umana, che tradurrei con “mi piace”, e una, più impegnativa, per la quale terrei il verbo italiano “amare”.
Riservo il “mi piace” a tutto quello che, appunto, mi piace per certi aspetti dell’oggetto “d’amore”: aspetti che potrebbero dipendere dai miei gusti, dalla mia età o da qualità che immagino appartenere all’oggetto amato. Questa forma, che tradurrei con “mi piace”, non è di tipo incondizionato e soprattutto non è “per sempre”: dipende dai gusti, che col tempo cambiano; dall’età, che ha desideri diversi nei vari periodi della vita; dall’immaginazione, che può anche vedere qualità non realmente appartenenti all’oggetto “amato”.
Bisognerebbe sempre avere la capacità di porsi delle domande senza paura delle risposte sincere che diamo, prima di tutto, a noi stessi. Credo che gli esseri umani siano dotati di un’intelligenza delle cose superiore alle aspettative, ma, quando si parla di amore, siano fin troppo attanagliati dalla paura di perdere qualcosa o qualcuno.

D’altra parte, quando Cristo dice: “chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”, è fuori luogo immaginare che, quando amiamo, le situazioni conflittuali escludano la dimensione della croce. Anzi, le situazioni conflittuali rappresentano bene questa dimensione.
La crocifissione, cioè l’evento storico della condanna alla crocifissione di Gesù di Nazaret e, per estensione, il martirio cruento di ogni essere umano innocente, sono la situazione estrema della dimensione della croce, come i martiri della cristianità dimostrano. Non è il destino riservato a ogni cristiano.
Ognuno di noi, però, sperimenta ogni giorno che cosa voglia dire amare sul serio e quanto non sia sempre facile, gioioso e spontaneo. Esiste una dimensione non estrema della croce, che si manifesta proprio quando ci accorgiamo di non essere capaci di amare nello stesso modo in cui Cristo ha amato noi, quando ci accorgiamo di non essere capaci di amare incondizionatamente.
Lo vediamo in maniera chiara, per esempio, in alcune crisi familiari.
L’attaccamento alla famiglia, al padre, alla madre, ai figli non è in contrapposizione all’amore per Cristo: si tratta di comprendere che l’amore cristiano parte veramente dal presupposto di vedere Dio in ogni situazione. Questo non esclude la tentazione di comportarsi come se Dio non ci fosse; in questi frangenti, la fiducia nella presenza di Cristo, anche nelle situazioni in cui ci accorgiamo di amare poco e male, orienterà i nostri passi verso una maggiore consapevolezza e, di conseguenza, verso le scelte più adatte. Ad amare e a sentirsi amati s’impara lungo tutta una vita.

Sono convinto che Cristo sostenga i suoi discepoli contro ogni collusione con la menzogna, la falsità, il ricatto, l’ipocrisia e la violenza (che li allontanerebbero da Lui), senza sacrificare la loro libertà. Se ci crediamo e abbiamo fede, possiamo riconoscere che Dio non ci abbandona. Le Sue soluzioni sono infinite, vanno molto oltre ciò che noi, da soli, riusciamo a immaginare. Per questo è necessario rimanere aperti all’inaspettato con fede.
D’altra parte, tutto ciò che le persone fanno realmente per amore può essere frainteso, osteggiato, non compreso, ridicolizzato.
Il dono della vita rimane simbolo dell’amore più grande: che si tratti di una realtà fondamentale come le radici familiari, dell’accoglienza di un nuovo nato, o di piccoli gesti quotidiani di rispetto e condivisione anche nella diversità delle opinioni.

Essere degni di Cristo vuol dire riconoscerlo e cercare di imitarlo in ogni situazione, nei gesti e nelle azioni, cominciando dall’apparente banalità di offrire un bicchiere di acqua fresca a chi ha sete.

NB: in copertina, Anonimo, L’Insegnamento e la Cura

Non abbiate paura

Due passeri non si vendono forse per un soldo?
Eppure neanche uno di essi cadrà a terra
senza che il Padre vostro lo voglia.

21 giugno 2026 – XII Domenica del Tempo Ordinario
Ger 20,10-13
Sal 68
Rm 5,12-15
Mt 10,26-33

Il brano del Vangelo di Matteo che ascoltiamo questa domenica è costruito intorno a un comando ripetuto: non abbiate paura. Non è un invito generico al coraggio, né una frase consolatoria buona per ogni occasione. Gesù parla ai discepoli in un momento in cui la missione comincia a mostrare il suo volto difficile: chi annuncia il Vangelo non entra in un mondo neutrale, ma in un mondo attraversato da poteri, resistenze, incomprensioni, ostilità. La parola di Dio non viene sempre accolta come una luce desiderata. A volte, proprio perché illumina, disturba.
“Non li temete dunque”, dice Gesù.
Il primo punto è questo: non bisogna dare alla paura il diritto di governare la coscienza. Ci sono persone, situazioni, giudizi, pressioni sociali che possono intimidirci, ferire la nostra immagine, isolarci, farci sentire fuori posto, ma nessun potere umano possiede l’ultima parola sulla verità. Ciò che è nascosto sarà svelato, ciò che è segreto sarà manifestato, quindi la verità può essere coperta, rimandata, ostacolata, ma non cancellata.
Questo è un tema molto forte, perché non riguarda soltanto la fine dei tempi o il giudizio futuro, ma anche il modo in cui viviamo adesso.
Spesso accettiamo di abitare nella penombra: sappiamo qualcosa, intuiamo qualcosa, ma preferiamo non dirlo; comprendiamo che una parola sarebbe necessaria, ma scegliamo di tacere; vediamo un’ingiustizia, ma ci convinciamo che non è il momento di parlare. Gesù invece dice: quello che vi è stato detto nelle tenebre, ditelo nella luce; quello che avete ascoltato all’orecchio, predicatelo sui tetti.
Non si tratta di esibizionismo religioso, non vuol dire parlare sempre, parlare troppo, imporsi sugli altri. Significa che la parola ricevuta non può restare chiusa in una stanza interiore; la fede cristiana non è una dottrina privata da custodire come un possesso personale, è una parola che chiede di diventare visibile e udibile. Chi ha ascoltato davvero, prima o poi deve anche parlare. E parlare, nel Vangelo, non significa soltanto pronunciare discorsi di ordine religioso, significa vivere in modo tale che la propria vita non smentisca ciò che diciamo di credere.

Il versetto più duro è quello in cui Gesù dice di non temere coloro che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima. È una frase che non va addolcita troppo in fretta. Il corpo può essere colpito: la vita umana è fragile, esposta, vulnerabile e il cristianesimo non nega questa fragilità, trasformandola in eroismo astratto. Gesù distingue tra ciò che può essere ferito dall’esterno e ciò che può essere perduto dall’interno; il male più grande non è subire una violenza, ma perdere la propria anima, cioè consegnare la parte più profonda di sé alla menzogna, alla paura, al compromesso con ciò che distrugge.
Qui il Vangelo ci costringe a una domanda molto seria: di che cosa abbiamo veramente paura? Temiamo il giudizio degli altri, la solitudine, la perdita di stima, l’insuccesso, la marginalità? Sono paure comprensibili, umane. Per evitare queste paure, però, rischiamo di accettare qualcosa di più dannoso: diventare falsi, vivere divisi, rinnegare ciò che sappiamo essere vero.
Il Vangelo non chiede di non provare paura, chiede di non obbedirle come fosse il nostro padrone.

Poco dopo il discorso cambia tono: Gesù parla dei passeri – venduti per poco – e dei capelli del capo, tutti contati. Dopo aver evocato la Geenna, cioè la possibilità terribile della perdizione, introduce un’immagine di tenerezza estrema. Neanche un passero cade a terra senza che il Padre lo sappia e gli uomini valgono più di molti passeri. La grandezza di Dio non è lontananza, la sua signoria non è indifferenza. Il Padre non domina il mondo dall’alto come un sovrano distratto; conosce anche ciò che a noi sembra minimo, trascurabile, senza valore.
Questa immagine corregge una falsa idea di Dio. Il timore di Dio non è terrore davanti a un potere arbitrario è consapevolezza che la vita è seria, che la verità è seria, che l’anima è seria. Proprio perché il Creatore prende sul serio la nostra anima, prende sul serio anche la nostra piccolezza. Conta i capelli del capo non perché abbia bisogno di misurare, ma perché nulla di noi gli è estraneo; la nostra fragilità non cade fuori dal suo sguardo.

Il comando “non abbiate paura” non nasce da una teoria ottimistica della vita, ma dalla relazione con il Padre. Gesù non dice di non avere paura perché tutto andrà bene nel senso più facile del termine; non dice “non vi accadrà nulla”, dice qualcosa di più profondo: non abbiate paura perché la vostra vita è custodita da Dio anche quando è esposta. Il vostro valore non dipende da chi vi approva o vi rifiuta; perché nessuna minaccia esterna può decidere che cosa siete davanti al Padre.

La conclusione del brano è decisiva: chi riconoscerà Cristo davanti agli uomini, sarà riconosciuto da lui davanti al Padre; chi lo rinnegherà davanti agli uomini, sarà da lui rinnegato. Anche qui il linguaggio è severo, ma limpido. La fede non è soltanto un sentimento interiore, arriva il momento in cui deve assumere una forma pubblica. Riconoscere Cristo davanti agli uomini significa non vergognarsi del Vangelo quando il Vangelo diventa scomodo; significa non separare la fede dalla vita; significa non usare il silenzio come rifugio quando il silenzio diventa complicità.
Rinnegare Cristo, d’altra parte, non significa soltanto pronunciare un rifiuto esplicito. Si può rinnegare anche adattandosi sempre, lasciando che ogni circostanza decida per noi, riducendo la fede a un linguaggio ornamentale, buono per i momenti solenni, ma incapace di orientare le scelte. Il rinnegamento può essere rumoroso, ma può anche essere educato, discreto, quasi invisibile. È il momento in cui, per paura degli uomini, smettiamo di appartenere alla verità che abbiamo ricevuto.

Il Vangelo non invita a un cristianesimo aggressivo, ma a un cristianesimo libero. Libero dalla paura di perdere consenso, dalla necessità di piacere a tutti, dalla tentazione di nascondere la luce per non disturbare le tenebre. La parola ricevuta all’orecchio diventa parola nella luce; la fede custodita nel cuore diventa vita riconoscibile; la fiducia nel Padre diventa coraggio quotidiano.
Gesù non promette ai suoi discepoli un cammino senza ostacoli, promette qualcosa di più essenziale: una vita conosciuta, custodita, in cui perfino ciò che sembra minimo non sarà dimenticato. Se Dio non dimentica un passero, non dimenticherà chi, pur fragile e impaurito, cerca di restare fedele alla parola ricevuta.

Non abbiate paura.
La paura esiste, ma non è Dio; il mondo non è innocuo, ma non possiede l’ultima parola. Non siamo forti, ma siamo nelle mani del Padre.

NB: in copertina, Anonimo, Non abbiate paura

Cercasi operai

Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani;
rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele

14 giugno 2026 – XI Domenica del Tempo Ordinario

Es 19,2-6
Sal 99
Rm 5,6-11
Mt 9,36 -10,8

Non è difficile immaginare folle stanche e sfinite; le ritroviamo anche nel nostro quotidiano e forse ne facciamo addirittura parte in prima persona. Meno evidente è la reazione del Nazareno alla loro vista: “ne sentì compassione”. Per esempio, chi prova compassione, vedendo persone oppresse e sfiancate dalle guerre, dalle malattie, dalla malnutrizione, dai problemi economici, dal lavoro estenuante e mal retribuito o dalla mancanza totale di lavoro?
Chi si rende conto che ricerca sfrenata di danaro, viaggi lussuosi in luoghi esotici ed elitari, feste in cui scorrono fiumi di alcol, in alcuni casi sono palliativi, atti a scuotere animi affetti da isolamento esistenziale per mancanza d’amore?
Soprattutto, quali soluzioni si possono trovare, che ci coinvolgano in prima persona?
La messe è immensa, dice Gesù, ma gli operai sono troppo pochi.
E poi, chi sono questi operai? Chi dovrebbe porgere il proprio aiuto, perchè la messe dia il suo frutto?
Il pensiero corre subito ai preti. Che sono pochi, in effetti. Allora, giustamente, preghiamo il Padrone della messe affinché invii personale qualificato. Forse fa parte del nostro compito di oranti laboriosi anche rivedere lo status quo del modello sacerdotale. Da un lato il modello tradizionale considera l’annuncio del Vangelo prerogativa degli “specialisti ordinati”, ma questo modello, forse adatto fino a cinquant’anni fa, rischia di essere adottato oggi come “cuscino da riposo” per “sacerdoti stagionali”.

Penso che ogni discepolo (specialmente quelli ordinati) sia invitato a rimboccarsi le maniche e a lavorare nella messe; certamente non è richiesto a tutti di risuscitare morti, guarire malati, mettere in fuga diavoli; ogni battezzato ha, però, la responsabilità di restringere i confini del male attraverso le proprie scelte di vita, gli obiettivi personali e comunitari, coerentemente con i valori evangelici; ciascuno, a proprio modo, è chiamato a rendere più tangibile e credibile una parte di questa felicità chiamata “Regno dei Cieli”. Anche se il compito assegnato può scontrarsi con le personali fragilità umane, non permette di ritrarsi, arretrando, nella propria tenda.

Ritengo che molto dipenda dagli occhiali attraverso i quali guardiamo il nostro prossimo vicino e lontano; non servono gli occhiali del sociologo, del professore di statistica, dello psicologo, del giornalista o del politico; serve “solo” uno sguardo pieno di tenerezza e di compassione, che scuote “fino alle viscere”, come succede a Gesù. Motiverà il nostro impegno e renderà consistente la nostra preghiera e il nostro impegno.

Se siamo addolorati per le sofferenze dell’umanità e preghiamo affinché gli operatori si rendano disponibili a rispondere alla chiamata di Dio, dev’esserci forse un fraintendimento di mezzo: non credo si tratti di pregare il Padre perché mandi qualcun altro al posto mio…

NB. in copertina, Anonimo, Chiamati per la messe