Il giogo che non schiaccia

Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.

5 luglio 2026 / XIV Domenica del Tempo Ordinario
Zc 9,9-10
Sal 144
Rm 8,9.11-13
Mt 11,25-30

«Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi».
Questo invito dovrebbe essere un balsamo per il cuore. Chi di noi può dire di vivere con un cuore davvero leggero, senza sentire, anche fisicamente, il peso delle proprie preoccupazioni? Eppure la proposta di Gesù sembra paradossale, perché non promette semplicemente l’abolizione di ogni peso: offre un altro giogo, legato però alla sua dolcezza e alla sua umiltà di cuore.

In senso concreto, il giogo è uno strumento di legno posto di solito sul collo di due animali da tiro, per esempio due buoi, perché possano trainare insieme un aratro o un carro. La parola, dunque, è legata all’idea di un carico da portare, o meglio da trascinare.
Nel linguaggio biblico il giogo indica l’esistenza di un vincolo che mette qualcuno nella condizione di trainare un peso. In senso figurato può significare oppressione, dominio, sottomissione, schiavitù: la costrizione a portare un peso imposto da qualcuno o da qualcosa.Il giogo proposto da Gesù, leggiamo nel Vangelo di questa domenica, è invece dolce, e il suo peso è leggero.
Nella Bibbia troviamo diversi passi che aiutano a comprendere questa immagine. Mosè, per esempio, sente il peso del popolo sulle proprie spalle, forse anche perché si trova davanti a una libertà diversa da come l’aveva immaginata: «Mosè disse al Signore: “Perché hai trattato così male il tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, tanto che tu mi hai messo addosso il carico di tutto questo popolo?”» (Nm 11,11). Poco oltre, il Signore lo sostiene costituendo degli aiutanti: «Io scenderò e parlerò in quel luogo con te; prenderò lo spirito che è su di te per metterlo su di loro, perché portino con te il carico del popolo e tu non lo porti più da solo» (Nm 11,17).
Nei Salmi, il peso opprimente è spesso qualcosa che può essere rimosso soltanto dentro l’alleanza con Dio: «Getta sul Signore il tuo peso ed egli si prenderà cura di te» (Sal 54,23). La rimozione del peso implica un duplice movimento, di Dio e dell’umanità: «Ho tolto il peso dalle sue spalle, le sue mani hanno deposto il fardello» (Sal 80,7). Dio toglie il peso, ma l’uomo deve anche lasciare ciò che continua a stringere tra le mani.
Nel Siracide, il giogo può indicare l’alleanza con i potenti, più che con Dio: una forma di dipendenza nata dalla sete di potere o da un falso sé ideale, privo di basi reali. «Non portare un peso troppo grave, non associarti ad uno più forte e più ricco di te. Come una pentola di coccio farà società con una caldaia? Questa l’urterà e quella andrà in frantumi» (Sir 13,2). D’altra parte, il giogo può anche essere legato a un insegnamento scomodo al quale sottoporsi, come accade nel caso della sapienza: «Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l’istruzione. Essa è vicina e si può trovare» (Sir 51,26).

Prima di parlare del suo giogo, Gesù si rivolge al Padre e lo benedice per una logica che spesso ci travolge: i piccoli e gli umili ricevono una comprensione del cuore capace di accogliere i pensieri di Dio meglio di quanto non accada ai grandi e ai sapienti. Poi Gesù afferma la propria identità in relazione al Padre: un amore, una conoscenza profonda, una comunione che egli intende rivelarci. Da qui nasce l’invito: «Prendete il mio giogo», perché proprio lì troveremo ristoro.

Mi chiedo allora: quale carico traino oggi? C’è qualcosa che mi schiaccia, qualcosa che mi pesa al punto da farmi sentire come un animale da soma?
Alla luce del Vangelo posso riconoscere, come tutti, ciò che riguarda le mie false rappresentazioni. Che cosa vedo negli altri come un difetto, e invece mi appartiene? Che cosa vedo negli altri come un pregio, e vorrei mi appartenesse? Chi sono, per me, “gli altri”? Amici, conoscenti, colleghi, familiari, genitori, fratelli, personaggi pubblici? Se esistono vincoli che non rispecchiano la logica del giogo dolce e del carico leggero, in che misura ho contribuito io stesso a instaurarli?
Se trovassi un carico troppo pesante, forse vorrei deporlo, e magari non saprei come fare.
Potrebbe anche accadermi di resistere al giogo leggero di cui parla Cristo. Potrei sentire di non averlo realmente scelto. Ma tutto questo può far parte di un percorso di fede più lungo, meno immediato, meno “spontaneo”?
Si può non essere subito “piccoli” e beati come coloro che aderiscono alla fede cristiana con semplicità e naturalezza. Si può essere “grandi” e sentirsi ancora poco amati, aggrapparsi a certezze fasulle, costruite su ciò che uno immagina di essere per sempre, magari con orgoglio. Penso che questo sia uno dei significati più forti della benedizione di Gesù al Padre: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». La considero una parte potentissima del messaggio evangelico, soprattutto per quei percorsi di fede che non sono affatto lisci. È il caso di molte conversioni adulte.

Accettando il giogo dolce e il carico leggero, non siamo chiamati a esaurire le nostre risorse fisiche e morali in un’umiltà obbligata, simulata, o appena appena reale. Potremmo forse darla da bere a un amico poco sapiente, ma il Signore vede benissimo questo tipo di resistenza.
Allora, che cosa posso fare?
Posso condividere con Lui anche questa resistenza. In questo modo depongo il peso.
Quanto al giogo leggero, posso verificare nella mia vita ciò che dicono le Scritture: esso può essere portato soltanto in alleanza con il Signore, perché il pezzo di legno che poggia sul mio collo è sostenuto prima di tutto da Cristo stesso, che cammina al mio fianco, adeguandosi al mio passo.

Così aro il “mio” campo, in attesa dei frutti di una terra fertile e promessa, sapendo che il “mio” campo è terra di Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Il giogo

Amare

Chi accoglie voi accoglie me,
e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato

28 giugno 2026 – XIII Domenica del tempo Ordinario
2Re 4,8-11. 14-16
Sal 88
Rm 6,3-4.8-11
Mt 10,37-42

Gesù sembra esigere dai suoi discepoli che non amino altri più di Lui: neanche i genitori o i figli. Curiosamente, non si parla del coniuge… Che non esistano mariti o mogli capaci di amarsi come Cristo li ha amati?

Il discorso, come spesso avviene, non è facilissimo da afferrare. Sembra al limite del tollerabile, anche per chi, seguendo Cristo, accetta di entrare nel mondo del divino, dove tutto è eccessivo e sproporzionato rispetto alle apparenti debolezze umane.
Il discorso di Gesù, però, è più sfumato di quanto sembri a prima vista. La difficoltà nasce dall’ordinario modo di intendere l’amore, nella sua accezione più comune e sentimentale. Difetto di educazione affettiva o di una sana formazione cristiana?
Più preciso della traduzione italiana delle nostre Bibbie, il testo greco del Vangelo distingue due modalità dell’“io amo”: una, tutta umana, che tradurrei con “mi piace”, e una, più impegnativa, per la quale terrei il verbo italiano “amare”.
Riservo il “mi piace” a tutto quello che, appunto, mi piace per certi aspetti dell’oggetto “d’amore”: aspetti che potrebbero dipendere dai miei gusti, dalla mia età o da qualità che immagino appartenere all’oggetto amato. Questa forma, che tradurrei con “mi piace”, non è di tipo incondizionato e soprattutto non è “per sempre”: dipende dai gusti, che col tempo cambiano; dall’età, che ha desideri diversi nei vari periodi della vita; dall’immaginazione, che può anche vedere qualità non realmente appartenenti all’oggetto “amato”.
Bisognerebbe sempre avere la capacità di porsi delle domande senza paura delle risposte sincere che diamo, prima di tutto, a noi stessi. Credo che gli esseri umani siano dotati di un’intelligenza delle cose superiore alle aspettative, ma, quando si parla di amore, siano fin troppo attanagliati dalla paura di perdere qualcosa o qualcuno.

D’altra parte, quando Cristo dice: “chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”, è fuori luogo immaginare che, quando amiamo, le situazioni conflittuali escludano la dimensione della croce. Anzi, le situazioni conflittuali rappresentano bene questa dimensione.
La crocifissione, cioè l’evento storico della condanna alla crocifissione di Gesù di Nazaret e, per estensione, il martirio cruento di ogni essere umano innocente, sono la situazione estrema della dimensione della croce, come i martiri della cristianità dimostrano. Non è il destino riservato a ogni cristiano.
Ognuno di noi, però, sperimenta ogni giorno che cosa voglia dire amare sul serio e quanto non sia sempre facile, gioioso e spontaneo. Esiste una dimensione non estrema della croce, che si manifesta proprio quando ci accorgiamo di non essere capaci di amare nello stesso modo in cui Cristo ha amato noi, quando ci accorgiamo di non essere capaci di amare incondizionatamente.
Lo vediamo in maniera chiara, per esempio, in alcune crisi familiari.
L’attaccamento alla famiglia, al padre, alla madre, ai figli non è in contrapposizione all’amore per Cristo: si tratta di comprendere che l’amore cristiano parte veramente dal presupposto di vedere Dio in ogni situazione. Questo non esclude la tentazione di comportarsi come se Dio non ci fosse; in questi frangenti, la fiducia nella presenza di Cristo, anche nelle situazioni in cui ci accorgiamo di amare poco e male, orienterà i nostri passi verso una maggiore consapevolezza e, di conseguenza, verso le scelte più adatte. Ad amare e a sentirsi amati s’impara lungo tutta una vita.

Sono convinto che Cristo sostenga i suoi discepoli contro ogni collusione con la menzogna, la falsità, il ricatto, l’ipocrisia e la violenza (che li allontanerebbero da Lui), senza sacrificare la loro libertà. Se ci crediamo e abbiamo fede, possiamo riconoscere che Dio non ci abbandona. Le Sue soluzioni sono infinite, vanno molto oltre ciò che noi, da soli, riusciamo a immaginare. Per questo è necessario rimanere aperti all’inaspettato con fede.
D’altra parte, tutto ciò che le persone fanno realmente per amore può essere frainteso, osteggiato, non compreso, ridicolizzato.
Il dono della vita rimane simbolo dell’amore più grande: che si tratti di una realtà fondamentale come le radici familiari, dell’accoglienza di un nuovo nato, o di piccoli gesti quotidiani di rispetto e condivisione anche nella diversità delle opinioni.

Essere degni di Cristo vuol dire riconoscerlo e cercare di imitarlo in ogni situazione, nei gesti e nelle azioni, cominciando dall’apparente banalità di offrire un bicchiere di acqua fresca a chi ha sete.

NB: in copertina, Anonimo, L’Insegnamento e la Cura

Non abbiate paura

Due passeri non si vendono forse per un soldo?
Eppure neanche uno di essi cadrà a terra
senza che il Padre vostro lo voglia.

21 giugno 2026 – XII Domenica del Tempo Ordinario
Ger 20,10-13
Sal 68
Rm 5,12-15
Mt 10,26-33

Il brano del Vangelo di Matteo che ascoltiamo questa domenica è costruito intorno a un comando ripetuto: non abbiate paura. Non è un invito generico al coraggio, né una frase consolatoria buona per ogni occasione. Gesù parla ai discepoli in un momento in cui la missione comincia a mostrare il suo volto difficile: chi annuncia il Vangelo non entra in un mondo neutrale, ma in un mondo attraversato da poteri, resistenze, incomprensioni, ostilità. La parola di Dio non viene sempre accolta come una luce desiderata. A volte, proprio perché illumina, disturba.
“Non li temete dunque”, dice Gesù.
Il primo punto è questo: non bisogna dare alla paura il diritto di governare la coscienza. Ci sono persone, situazioni, giudizi, pressioni sociali che possono intimidirci, ferire la nostra immagine, isolarci, farci sentire fuori posto, ma nessun potere umano possiede l’ultima parola sulla verità. Ciò che è nascosto sarà svelato, ciò che è segreto sarà manifestato, quindi la verità può essere coperta, rimandata, ostacolata, ma non cancellata.
Questo è un tema molto forte, perché non riguarda soltanto la fine dei tempi o il giudizio futuro, ma anche il modo in cui viviamo adesso.
Spesso accettiamo di abitare nella penombra: sappiamo qualcosa, intuiamo qualcosa, ma preferiamo non dirlo; comprendiamo che una parola sarebbe necessaria, ma scegliamo di tacere; vediamo un’ingiustizia, ma ci convinciamo che non è il momento di parlare. Gesù invece dice: quello che vi è stato detto nelle tenebre, ditelo nella luce; quello che avete ascoltato all’orecchio, predicatelo sui tetti.
Non si tratta di esibizionismo religioso, non vuol dire parlare sempre, parlare troppo, imporsi sugli altri. Significa che la parola ricevuta non può restare chiusa in una stanza interiore; la fede cristiana non è una dottrina privata da custodire come un possesso personale, è una parola che chiede di diventare visibile e udibile. Chi ha ascoltato davvero, prima o poi deve anche parlare. E parlare, nel Vangelo, non significa soltanto pronunciare discorsi di ordine religioso, significa vivere in modo tale che la propria vita non smentisca ciò che diciamo di credere.

Il versetto più duro è quello in cui Gesù dice di non temere coloro che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima. È una frase che non va addolcita troppo in fretta. Il corpo può essere colpito: la vita umana è fragile, esposta, vulnerabile e il cristianesimo non nega questa fragilità, trasformandola in eroismo astratto. Gesù distingue tra ciò che può essere ferito dall’esterno e ciò che può essere perduto dall’interno; il male più grande non è subire una violenza, ma perdere la propria anima, cioè consegnare la parte più profonda di sé alla menzogna, alla paura, al compromesso con ciò che distrugge.
Qui il Vangelo ci costringe a una domanda molto seria: di che cosa abbiamo veramente paura? Temiamo il giudizio degli altri, la solitudine, la perdita di stima, l’insuccesso, la marginalità? Sono paure comprensibili, umane. Per evitare queste paure, però, rischiamo di accettare qualcosa di più dannoso: diventare falsi, vivere divisi, rinnegare ciò che sappiamo essere vero.
Il Vangelo non chiede di non provare paura, chiede di non obbedirle come fosse il nostro padrone.

Poco dopo il discorso cambia tono: Gesù parla dei passeri – venduti per poco – e dei capelli del capo, tutti contati. Dopo aver evocato la Geenna, cioè la possibilità terribile della perdizione, introduce un’immagine di tenerezza estrema. Neanche un passero cade a terra senza che il Padre lo sappia e gli uomini valgono più di molti passeri. La grandezza di Dio non è lontananza, la sua signoria non è indifferenza. Il Padre non domina il mondo dall’alto come un sovrano distratto; conosce anche ciò che a noi sembra minimo, trascurabile, senza valore.
Questa immagine corregge una falsa idea di Dio. Il timore di Dio non è terrore davanti a un potere arbitrario è consapevolezza che la vita è seria, che la verità è seria, che l’anima è seria. Proprio perché il Creatore prende sul serio la nostra anima, prende sul serio anche la nostra piccolezza. Conta i capelli del capo non perché abbia bisogno di misurare, ma perché nulla di noi gli è estraneo; la nostra fragilità non cade fuori dal suo sguardo.

Il comando “non abbiate paura” non nasce da una teoria ottimistica della vita, ma dalla relazione con il Padre. Gesù non dice di non avere paura perché tutto andrà bene nel senso più facile del termine; non dice “non vi accadrà nulla”, dice qualcosa di più profondo: non abbiate paura perché la vostra vita è custodita da Dio anche quando è esposta. Il vostro valore non dipende da chi vi approva o vi rifiuta; perché nessuna minaccia esterna può decidere che cosa siete davanti al Padre.

La conclusione del brano è decisiva: chi riconoscerà Cristo davanti agli uomini, sarà riconosciuto da lui davanti al Padre; chi lo rinnegherà davanti agli uomini, sarà da lui rinnegato. Anche qui il linguaggio è severo, ma limpido. La fede non è soltanto un sentimento interiore, arriva il momento in cui deve assumere una forma pubblica. Riconoscere Cristo davanti agli uomini significa non vergognarsi del Vangelo quando il Vangelo diventa scomodo; significa non separare la fede dalla vita; significa non usare il silenzio come rifugio quando il silenzio diventa complicità.
Rinnegare Cristo, d’altra parte, non significa soltanto pronunciare un rifiuto esplicito. Si può rinnegare anche adattandosi sempre, lasciando che ogni circostanza decida per noi, riducendo la fede a un linguaggio ornamentale, buono per i momenti solenni, ma incapace di orientare le scelte. Il rinnegamento può essere rumoroso, ma può anche essere educato, discreto, quasi invisibile. È il momento in cui, per paura degli uomini, smettiamo di appartenere alla verità che abbiamo ricevuto.

Il Vangelo non invita a un cristianesimo aggressivo, ma a un cristianesimo libero. Libero dalla paura di perdere consenso, dalla necessità di piacere a tutti, dalla tentazione di nascondere la luce per non disturbare le tenebre. La parola ricevuta all’orecchio diventa parola nella luce; la fede custodita nel cuore diventa vita riconoscibile; la fiducia nel Padre diventa coraggio quotidiano.
Gesù non promette ai suoi discepoli un cammino senza ostacoli, promette qualcosa di più essenziale: una vita conosciuta, custodita, in cui perfino ciò che sembra minimo non sarà dimenticato. Se Dio non dimentica un passero, non dimenticherà chi, pur fragile e impaurito, cerca di restare fedele alla parola ricevuta.

Non abbiate paura.
La paura esiste, ma non è Dio; il mondo non è innocuo, ma non possiede l’ultima parola. Non siamo forti, ma siamo nelle mani del Padre.

NB: in copertina, Anonimo, Non abbiate paura

Cercasi operai

Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani;
rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele

14 giugno 2026 – XI Domenica del Tempo Ordinario

Es 19,2-6
Sal 99
Rm 5,6-11
Mt 9,36 -10,8

Non è difficile immaginare folle stanche e sfinite; le ritroviamo anche nel nostro quotidiano e forse ne facciamo addirittura parte in prima persona. Meno evidente è la reazione del Nazareno alla loro vista: “ne sentì compassione”. Per esempio, chi prova compassione, vedendo persone oppresse e sfiancate dalle guerre, dalle malattie, dalla malnutrizione, dai problemi economici, dal lavoro estenuante e mal retribuito o dalla mancanza totale di lavoro?
Chi si rende conto che ricerca sfrenata di danaro, viaggi lussuosi in luoghi esotici ed elitari, feste in cui scorrono fiumi di alcol, in alcuni casi sono palliativi, atti a scuotere animi affetti da isolamento esistenziale per mancanza d’amore?
Soprattutto, quali soluzioni si possono trovare, che ci coinvolgano in prima persona?
La messe è immensa, dice Gesù, ma gli operai sono troppo pochi.
E poi, chi sono questi operai? Chi dovrebbe porgere il proprio aiuto, perchè la messe dia il suo frutto?
Il pensiero corre subito ai preti. Che sono pochi, in effetti. Allora, giustamente, preghiamo il Padrone della messe affinché invii personale qualificato. Forse fa parte del nostro compito di oranti laboriosi anche rivedere lo status quo del modello sacerdotale. Da un lato il modello tradizionale considera l’annuncio del Vangelo prerogativa degli “specialisti ordinati”, ma questo modello, forse adatto fino a cinquant’anni fa, rischia di essere adottato oggi come “cuscino da riposo” per “sacerdoti stagionali”.

Penso che ogni discepolo (specialmente quelli ordinati) sia invitato a rimboccarsi le maniche e a lavorare nella messe; certamente non è richiesto a tutti di risuscitare morti, guarire malati, mettere in fuga diavoli; ogni battezzato ha, però, la responsabilità di restringere i confini del male attraverso le proprie scelte di vita, gli obiettivi personali e comunitari, coerentemente con i valori evangelici; ciascuno, a proprio modo, è chiamato a rendere più tangibile e credibile una parte di questa felicità chiamata “Regno dei Cieli”. Anche se il compito assegnato può scontrarsi con le personali fragilità umane, non permette di ritrarsi, arretrando, nella propria tenda.

Ritengo che molto dipenda dagli occhiali attraverso i quali guardiamo il nostro prossimo vicino e lontano; non servono gli occhiali del sociologo, del professore di statistica, dello psicologo, del giornalista o del politico; serve “solo” uno sguardo pieno di tenerezza e di compassione, che scuote “fino alle viscere”, come succede a Gesù. Motiverà il nostro impegno e renderà consistente la nostra preghiera e il nostro impegno.

Se siamo addolorati per le sofferenze dell’umanità e preghiamo affinché gli operatori si rendano disponibili a rispondere alla chiamata di Dio, dev’esserci forse un fraintendimento di mezzo: non credo si tratti di pregare il Padre perché mandi qualcun altro al posto mio…

NB. in copertina, Anonimo, Chiamati per la messe

Il pane della vita

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo

7 giugno 2026 – Corpo e Sangue di Cristo
Dt 8,2-3.14b-16a
Sal 147
1Cor 10,16-17
Gv 6,51-58

In Cristo, il Dio del cielo e della terra è sceso nella nostra umanità, donando tutto se stesso per la salvezza del mondo, cioè per rendere gli uomini partecipi della sua vita eterna. La memoria di questo progetto divino è il rito eucaristico, istituito durante l’ultima cena, prima della condanna a morte di Gesù di Nazaret.
Chi accoglie l’ostia consacrata durante la messa compie un atto religioso non soltanto di comunione con Dio, ma contribuisce anche a tramandare nel tempo la memoria di Dio e della sua inaudita alleanza con l’uomo: Dio è dalla parte dell’umanità.

Il precedente biblico, simbolo di una vita miracolosamente donata all’uomo in difficoltà, è la manna. La manna consente al popolo d’Israele di sopravvivere durante l’attraversamento del deserto. Una volta entrato nella terra promessa, non riceverà più la manna, perché, se così possiamo dire, è passato dall’economia del deserto a quella del nostro mondo.

Gesù, nel Vangelo di questa domenica, si ricollega alla manna e sottolinea che il suo corpo, il pane della vita, sono qualcosa in più: non soltanto cibo per la sopravvivenza terrena, ma nutrimento in funzione della vita eterna nella dimensione divina. Per questo dice: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.

Il sangue, nella Bibbia, ha un significato ambivalente: è sia fonte di impurità, sia fonte di salvezza. Può essere simbolo di morte, motivo per cui l’israelita che veniva a contatto con il sangue doveva purificarsi; ma era anche segno della volontà dell’uomo di riconciliarsi con Dio; offrendo in sacrificio un animale al tempio riceveva il perdono di Dio.
È abbastanza evidente che il discorso del Cristo è rivolto a persone perfettamente a conoscenza dei riti che si svolgevano al tempio, appartenenti a una cultura millenaria di cui lui stesso faceva parte. Dobbiamo dunque immaginare l’impatto emotivo di parole simili, pronunciate per annunciare con forza che il progetto di Dio per l’uomo è la vita eterna: qualcosa di molto diverso da ciò che gli Israeliti avevano compreso fino ad allora.
È altrettanto evidente che il discorso del Cristo ha un aspetto di concretezza — mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue — che può evocare pensieri arcaici di paurose trasgressioni bibliche. All’uscita dall’arca Dio aveva autorizzato Noè a cibarsi di carne animale, ma aveva aggiunto che non avrebbe dovuto mangiare la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue. Il sottinteso culturale e religioso tradizionale è che il sangue degli animali (e a maggior ragione quello degli uomini) appartiene alla vita, e la vita non è proprietà degli uomini, ma di Dio: gli uomini la ricevono in dono.

Le parole del Cristo devono aver avuto un impatto enorme sulle persone che lo ascoltavano, forse le ha formulate in questo modo proprio per provocare gli animi e far sentire la novità radicale del Vangelo.
Gli uomini, purtroppo, sono da sempre impreparati al meglio e, spesso, perseguono il peggio a forza di menzogne. Si pensi che non riescono ancora a capire che la pace converrebbe a tutti.
Un esempio di menzogna antica? Lo storico Tacito, nei suoi Annales, parlava dei cristiani come di persone “odiate per le loro infamie”, senza specificare di quali infamie si trattasse. In altri testi, poi, l’accusa divenne ancora più mostruosa: nel dialogo di Minucio Felice, per esempio, il pagano Cecilio arriva a riferire contro i cristiani l’accusa di cannibalismo.

Tornando alla bellezza del progetto di Dio per l’uomo… noi possiamo ormai comprendere il progresso morale del senso religioso cristiano: nel regno di Dio non possono prevalere il male e la morte, perché Cristo ha dissipato l’oscurità una volta per tutte.
Noi possiamo sentire senza alcun timore che abbiamo bisogno di mangiare il pane e bere il vino alla mensa eucaristica e ricordare che Cristo ha dato tutto se stesso per noi, per renderci partecipi della vita eterna.
Nel quarto Vangelo, i segni posti da Gesù sono sempre al servizio di una parola; il pane della vita è la chiave per comprendere la moltiplicazione dei pani; la gloria di Dio si manifesta in Gesù durante le nozze di Cana; la luce di Cristo guarisce i ciechi e la risurrezione di Lazzaro preannuncia al mondo che in Cristo sono la risurrezione e la vita.

Con queste risonanze, voglio invitare a non confondere il significato dei segni con il loro valore di fede e la loro realtà: il nucleo della moltiplicazione dei pani è che Cristo è il nostro pane di oggi, quello di cui abbiamo bisogno per vivere e amare.

NB: in copertina, Anonimo, Il pane della vita.

Sulla fede

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito

31 maggio 2026 – SS.TRINITÀ – Visitazione B.V. Maria
IX domenica del Tempo Ordinario
Es 34,4b-6.8-9
Dn 3,52-56
2Cor 13,11-13
Gv 3,16-18

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.”
Questa è forse la frase più nota di tutta la Bibbia, proposta per questa domenica, una settimana dopo la Pentecoste, mentre rientriamo nel tempo liturgico ordinario.
Non è certo un caso che questa frase sia così familiare: contiene il distillato dell’intero Vangelo. Consideriamola nel suo contesto: serve da introduzione a una sorta di meditazione, seguente il dialogo tra Nicodemo e Gesù.
Nicodemo desiderava  incontrare il Nazareno per porgli alcune domande o più esattamente si presenta dicendo: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”. In qualche modo pronuncia una confessione di fede. Per farlo, si muove di notte – di nascosto, si dice, per non essere visto, per non “compromettersi” davanti ad altri.
Tutto lascia supporre che cercasse conferme e che fosse sincero, perché lo incontriamo di nuovo dopo la Passione, mentre porta mirra e aloe per la sepoltura di Gesù.

Interpellato da Nicodemo, il Cristo va dritto al punto: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Le parole sono uno sprone a cercare di capire cosa voglia dire “nascere dall’alto”. Nicodemo annaspa… e Gesù osserva: “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? […] Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?

In un potente crescendo di parola rivelatrice ascoltiamo stupefatti: “[…] bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Seguono parole sul “giudizio”, che invito a meditare personalmente.
Dopo la visita di Nicodemo, Gesù va in Giudea con i discepoli; di Nicodemo si perdono le tracce fino alla Passione.

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”
Questo è l’atto supremo di Dio per l’umanità.
La forma verbale adoperata nel racconto enfatizza la storicità di quest’atto divino. La salvezza per il tramite di Gesù Cristo apre una nuova era per l’umanità: l’ultima disponibile all’uomo.

Viviamo già negli ultimi giorni da duemila anni. Se la cosa vi lascia perplessi, mi chiederei: cosa sono duemila anni rispetto all’età dell’Universo? Cosa sono duemila anni rispetto all’eternità?
Forse si tratta di un “di più” di grazia, affinché l’annuncio arrivi fino agli estremi confini del mondo. Magari fino in fondo al cuore dell’ultimo di coloro che ancora non credono.
Che potrebbe perfino essere il vicino di casa…

Gli ultimi giorni, del resto, sono caratterizzati da una sorta di sospensione del giudizio. Il giudizio è valido in senso assoluto, ma al momento è senza effetto: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato”.
Dunque, nessuno è stato ancora condannato perché la nuova era storica inaugurata dal Cristo è un’era di salvezza, non di condanna.
E non è stata compiuta alcuna discriminazione: la salvezza è offerta al mondo intero ed è una possibilità indipendente da qualsiasi particolare e personale umana contingenza. La semplicità del mezzo con cui l’opera della salvezza è stata compiuta è sorprendente: la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Il cardinale Newman diceva che la natura della fede è “sfuggente”, tanto da essere sempre tentati di aggiungervi qualcosa d’inventato che non le appartiene. La fede non è un bene in mostra; è più simile al mezzo in cui si vive immersi, come l’acqua per i pesci o l’aria per gli uccelli. La fede è, per l’anima di chi crede, il modo spontaneo di affidarsi al Cristo. Chi crede, crede così come respira: senza neanche notarlo.

Ogni volta che aggiungiamo idee, discorsi, riflessioni o convinzioni personali entriamo nel circolo vizioso della razionalità. Come il buon Nicodemo, maestro d’Israele che non intende le cose del cielo.
Siamo soliti dire ‘ho fede’, come se tenessimo in mano una pietra preziosa, come se la fede fosse un oggetto esterno a noi, un gioiello da afferrare e chiudere in una cassaforte per usarlo quando occorre. Pericolosa illusione.
Nell’universo non esiste un oggetto chiamato “fede”.
Esistono solo persone che assumono un certo atteggiamento verso il divino, il sacro e il prossimo: si tratta di un atto di fiducia nella misericordia eterna; un atto di fiducia nei confronti di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.
Noi possiamo solo ricevere questo dono, e l’unico mezzo per riceverlo è crederci.
Del resto, quando riceviamo un regalo, perché sia tale dobbiamo accettarlo. Perfino le eredità umane si devono accettare per poterle ricevere… Perché proprio il Figlio di Dio dovrebbe sfuggire a questa regola? Avendo, tra l’altro, accettato ogni follia umana?

È attraverso la semplicità del ricevere il Cristo, che lasciamo a Dio tutta la gloria dell’agire.

Così, sia gloria a Dio.

NB: in copertina, Anonimo, Padre e Figlio

Vincere la paura

Si fermò in mezzo a loro

24 maggio 2026 – Pentecoste

At 2,1-11
Sal 103
1Cor I2,3b-7.I2-13
Gv 20,19-23

Negli Atti degli Apostoli lo Spirito Santo si manifesta come fuoco e fragore di vento impetuoso, mentre nel Vangelo di Giovanni si manifesta come parola del Cristo Risorto che dona la pace, invia in missione e alita lo spirito. Negli Atti la Pentecoste è descritta come esperienza personale e collettiva, ancora al modo dell’Antico Testamento, mentre in Giovanni viene descritta e trasmessa come evento centrale del nuovo percorso di fede cristiano. Nel primo caso si riallaccia all’antica festa che cadeva cinquanta giorni dopo la pasqua ebraica, per celebrare la produttività della terra, benedetta da Dio; nel secondo caso diventa comprensione e messa in atto di un nuovo modo di celebrare la vita sulla terra dopo la resurrezione di Cristo.
Marco, a sua volta, parla della resurrezione così: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù, il Nazareno crocifisso. È risorto. Non è qui. Guardate il luogo dove lo avevano deposto”. E poi: “andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto”.

Elemento non secondario dell’intero discorso è l’effetto che la discesa dello spirito produce, in maniera differenziata in ciascuno. Qualcuno ha paura: perfino le coraggiose donne che andarono al sepolcro: “Uscirono e fuggirono dal sepolcro, perché tremavano ed erano sconvolte; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura” (Cfr. Mc 16,1-8).
D’altronde, chi oserebbe rimproverarle o biasimarle? Non è forse sconvolgente la forza di un simile avvenimento? Entusiasmo, amore, stupore e, allo stesso tempo, tremore diventano la fiamma che alimenta i cuori.
Dal silenzio sbigottito, però, nasce la capacità di trovare parole nuove e la forza di agire per amore. Se la voce si fosse inabissata nella paura, i discepoli sarebbero spariti e spariremmo anche noi oggi.

Ciò che ostacola la capacità di trasmettere il vangelo non sono gli inciampi che troviamo di continuo per via, talvolta apparentemente insormontabili. La grossa pietra che sbarra la via al sepolcro ne è un esempio.
La nostra vocazione specifica, però, è quella di rimuovere gli enormi massi che bloccano il cammino dei più fragili; credo che questo sia il vero agente di propagazione della risurrezione.
Alcuni pensano che il vero ostacolo all’autentica fede cristiana sia la Croce, perché presenta l’immagine di una chiesa triste, addolorata, incentrata sulla sofferenza e sulla morte.
Penso, al contrario, che la forza dello spirito sia proprio quella di animarci per vivere, senza rimanere vittime della paura della morte. Il nostro “sì” alla vita (a Cristo) s’incarna nella sequela spirituale e pratica del vangelo, cioè vivere e portare a maturazione i frutti dell’amore cristiano.
Come dice Paolo, “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Corinzi 15,55).
La paura è la pietra più pesante che sbarra il nostro cuore e la nostra mente ed è la stessa che nei vangeli di questo tempo, da Pasqua a Pentecoste, si ripresenta come un ritornello.
Una paura sottile s’insinua in noi davanti al fragore e alla forza dello spirito proprio mentre opera in noi stessi e nel mondo. Avviene qualcosa che ci anima e allo stesso tempo ci fa tremare rendendoci instabili: paura di sapere, di credere ai nostri occhi, di reggere la tensione, di sentirci salvi, di parlare chiaramente, di trasmettere la fede ai figli, agli amici, ai colleghi, paura di affermare con calma chi siamo e le nostre convinzioni, paura di agire per amore.
Se la paura prende il sopravvento diventa l’opposto della fede, della fiducia e della pace:
“Perché avete paura, uomini di poca fede?” (Mt 8,6), chiede Gesù durante la tempesta sul lago.
Più ci penso e più mi convinco che la paura sia l’unico ostacolo realmente paralizzante; ritorna anche nel vangelo di questa domenica, dove troviamo i discepoli “chiusi in casa per paura”.
In fondo in fondo, tutti, ma proprio tutti, cerchiamo di gestire le paure come meglio possiamo: s’inventano strategie, si creano protezioni, si stipulano polizze assicurative, ci si immerge nell’intrattenimento e negli schermi per dimenticarla.
La buona notizia è che a Pentecoste tutto questo finisce, viene spazzato via. Gli ostacoli apparentemente insormontabili vengono rimossi, mentre lo spirito frantuma tutte le false sicurezze e toglie le stampelle prima costruite (anche con cura e con pazienza…). Non resta altra scelta che uscire allo scoperto nella Galilea delle genti.

Il primo passo per vincere la paura è ricordare che Dio è già presente, già qui, già all’opera e ci precede. Con ciò, siamo rimandati all’inizio del Vangelo: Gesù venne in Galilea e annunziava il vangelo di Dio, dicendo: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo!” (Mc 1,14).
Dovremmo riuscire a mettere le cose nella giusta prospettiva: il punto focale è offrire a coloro che sono trattenuti dalla paura l’opportunità di accedere al regno di Dio. In gioco c’è la salvezza di tutti, non la sopravvivenza della Chiesa.
La Pentecoste è il tempo in cui si osa affermare il “no” di Dio alla paura e alla paura della morte, si resiste a ciò che ferisce e danneggia il Creato, si lascia che le catene paralizzanti vengano spezzate, ci si oppone all’ingiustizia che ripugna, ci si oppone all’inaccettabile che smaschera il vero nemico.
Questa battaglia si può combattere solo con la forza dello Spirito, che entra dove tutto è chiuso, apre le porte, dona la pace e crea la nostra opportunità di salvezza. Il compito dell’uomo è solo quello di non sbarrare porte e finestre, di tenere gli occhi aperti e i sensi vigili per vedere il mondo con gli occhi dello Spirito.

Cristo è la porta(Cfr. Gv 10), noi ne attraversiamo la soglia.

NB: in copertina, Anonimo, Il Vento dello Spirito

Fragilità

Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo

17 maggio 2026 – Ascensione
At 1,1-11
Sal 46
Ef 1,17-23
Mt 28,16-20

Fragilità non è debolezza. La seconda nasce dalla mancanza, dalla perdita, dalla scarsità di fronte a ciò che percepiamo come normale. La perdita indebolisce perché priva di forza, di potere, della capacità di prendere in mano le redini della nostra vita e di agire. La nostra stessa vita comincia nella fragilità: i neonati non sono deboli: sono fragili.

Dopo la morte di Gesù sulla croce, i discepoli precipitarono in una condizione di profonda impotenza. Che cosa potevano ancora fare, se la vita era loro sfuggita? La testimonianza delle donne sul Risorto aveva attenuato quella percezione, ma dopo l’Ascensione dovette rinnovarsi. Gesù si era elevato nella dimensione del “cielo”, lasciando i suoi seguaci in una solitudine amara e nell’incertezza riguardo al presente e al futuro. Non è semplice fidarsi di qualcuno che non si può vedere, toccare, e neppure ascoltare come prima.

Lo stesso problema attraversa anche oggi sia la gioventù che la vecchiaia. Quando si perde la connessione con il divino, il disorientamento diventa più grave: se la guida se ne è andata, come si discerne la meta? In quale direzione si deve andare? Se nessuno indica la strada, siamo in qualche modo condannati all’autonomia, e spesso restiamo paralizzati davanti a questioni che sfuggono alla nostra comprensione. Questi sono momenti in cui ci si sente deboli e impotenti. Con quale forza possiamo trasmettere il messaggio del vangelo? Tutto sembra non avere presa e scivola via lentamente come sabbia tra le dita.

Gli apostoli, dopo l’Ascensione si sentivano deboli, ma erano fragili di fronte al mondo. I primi cristiani, del resto, furono considerati eretici e blasfemi, banditi dalle sinagoghe, esclusi dalle piazze pubbliche, perseguitati non solo in Palestina, ma anche nei territori dell’impero. Tutto questo suscita ancora oggi dolore e genera tristezza.
Ma se la tristezza si trasformasse in amarezza, risentimento, gelosia, bisogno compulsivo di competizione e rivalsa, allora precipiteremmo in quell’oscura passione che ancora serpeggia nel mondo delle confessioni religiose: antisemitismo da una parte, rifiuto dell’islam dall’altra, paura per il futuro del cristianesimo altrove. Iran, Palestina, Siria, Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Myanmar, Indonesia e Corea del Nord sono teatri noti di questa debolezza; non si dovrebbe tacere neppure sull’indebolimento della capacità di trasmettere il vangelo nelle Americhe e nella vecchia Europa, immerse in una mondanizzazione sempre più estesa.
Quando le passioni degenerano, indeboliscono e inducono in errore. Eppure proprio chi si sente debole, disorientato, destabilizzato dalla perdita dei punti di riferimento, dei propri scopi e del senso dei propri passi, può essere ricondotto per primo alla fonte della vita. È ciò che è accaduto a Pietro e agli apostoli.
In Galilea, su quel monte, Gesù aveva insegnato: beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. I poveri in spirito non sono deboli: sono fragili e sanno di esserlo. Tutti, in fondo al cuore, abbiamo questa consapevolezza. Possiamo ammettere tranquillamente che siamo “poveri in spirito”, caratterizzati proprio dalla nostra fragilità. Ma Cristo è lì, sul monte, a dire le beatitudini, e a noi sfugge che forse siamo nel momento più favorevole per incontrarlo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo, ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra”.
Dubitiamo? Mi torna in mente Matteo: “Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano” (Mt 28,17).
Proprio coloro che si prostrano per adorarlo dubitano? Com’è possibile? Frappongono ostacoli alla loro fede nascente?
Il dubbio, tuttavia, è parte della fragilità.
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…”: battezzare e insegnare sappiamo farlo, ma come farlo ovunque? E il danno prodotto dal proselitismo aggressivo? Quando viola cuori e coscienze?
Amici devoti, pensando a figli e nipoti, si domandano: come si può trasmettere la fede senza forzare la situazione e imporre un pensiero? Allora si è inclini a rinunciare: questa è fragilità. Ci appanniamo come cristalli, restiamo con gli aloni, cadiamo, talvolta conteniamo vino annacquato, brilliamo poco. Rischiamo di essere indotti in errore. Proprio allora il Signore viene a sanare la nostra debolezza, ma non si occupa di dissipare i dubbi o di spiegare tecnicamente come fare discepoli o come educare i figli: Non ammaestra, non indottrina, non persegue il successo, perché la nostra è una storia di libertà.
La fragilità rappresenta il nostro tallone di Achille. “Si inginocchiano per adorarlo e, allo stesso tempo, dubitano”: questo è il nostro tallone di Achille. Per questo usiamo metafore come vetro, argilla, bolla di sapone.
“Abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché la straordinaria potenza sia di Dio e non nostra” (2 Cor 4,7). Portiamo dentro di noi la possibilità di indebolirci e di romperci, e sempre secondo noi stessi, lungo linee di frattura e divisioni dolorose che sono tutte nostre.
La tentazione di negare questa realtà, di fuggire, di evitarla è una causa persa. Talvolta sembra un passaggio obbligato e ci portiamo dietro ciò da cui siamo fuggiti e, fuggendo con grande energia, finiamo per alimentare agitazione, irrequietezza e ansia. Come quando, nei film dell’orrore, qualcuno, scappando da una minaccia, si chiude a chiave in casa, e poi scopre di essersi chiuso dentro con l’aggressore.

La questione non è dunque mostrare forza e muscoli per cancellare, facendo finta di disprezzarla, la nostra fragilità. L’impresa sarebbe impossibile: la fragilità è costitutiva del nostro essere.
Non possiamo costruire isole protette da ogni ostacolo, né sognare una chiesa perfetta, ma una cosa è certa: la consapevolezza della fragilità esclude la procrastinazione.
La fragilità riconosciuta e accettata, messa nelle mani della Parola è lo strumento che Cristo può adoperare per ridarci la vita. Il campo di battaglia è la Galilea delle genti, cioè questo nostro mondo, ma soprattutto la nostra esperienza concreta del mondo, così com’è ora per ciascuno di noi: filtrata dalle percezioni, dai dubbi, dalle domande, ma anche dalle aspirazioni, dal desiderio di vivere, dalla semplice creatività quotidiana. E dall’intelligenza dello spirito.

Custodisco l’immagine della voce che parla ai poveri di spirito, come il Cristo dalla montagna. Perdura negli anni ed è unicamente mia. A volte è forte, altre volte è così fragile che la minima scossa può renderla rauca, spezzarla o farla tacere.
E tuttavia è l’unico veicolo che ho per esprimere ciò che dà significato, valore, bellezza, emozione, calore ai miei passi.

Noi possiamo incarnare la voce di Cristo; non siamo deboli, siamo fragili.
Proprio qui risiede la nostra forza e la nostra speranza.

NB: in copertina, Anonimo, La Voce

Aquile e galline

Chi mi ama sarà amato dal Padre mio
e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui

10 maggio 2026 – VI Domenica di Pasqua

At 8,5-8.14-17
Sal 65
1Pt 3,15-18
Gv 14,15-21

Da piccolo, quando mi mandavano a dare il mangime alle galline, mi fermavo spesso a guardarle. Svolazzavano, facevano rumore, sollevavano polvere, tentavano di alzarsi da terra, ma rimanevano sempre in basso.

Un passo di Isaia dice:

Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi. (Cfr. Is 40,29-31).

Se la Scrittura invita l’uomo a diventare simile a un’aquila, non sarà che troppo spesso ci comportiamo invece come galline?
Pare che le aquile riescano a lasciarsi trasportare dalle correnti d’aria, percorrendo anche molti chilometri senza battere continuamente le ali. Forse, se imparassimo a lasciarci portare dal soffio dello Spirito, somiglieremmo un po’ di più alle aquile e un po’ meno alle galline.

Il vangelo di questa domenica, sotto forma di consolazione e di esortazione, è in realtà una provocazione molto seria rivolta al nostro presente.
Una delle domande più comuni tra i credenti è sempre la stessa: «Come può Dio essere presente in mezzo a noi?» Oppure: «Perché non l’ho mai visto?» «È Lui oppure no?»
Nel testo di Giovanni compaiono anche alcune parole sulle quali si rischia facilmente di inciampare, finendo nel fossato dell’estremismo religioso o dell’equivoco intellettuale.

Per esempio: il Paraclito. Che cos’è?
È una parola greca non tradotta, ma semplicemente traslitterata e adattata all’italiano. Indica lo Spirito Santo come “difensore”, “consolatore”, “intercessore”. Tre sfumature diverse che non si escludono tra loro. In qualche modo, però, esse lasciano anche intravedere una direzione: il vento dello Spirito non costringe, ma guida.

La “verità” è un’altra parola pericolosa. Una definizione molto semplice potrebbe essere questa: la verità è quando ciò che pensi, dici o scrivi corrisponde a come stanno realmente le cose.
Se dici: «Fuori piove» e fuori sta davvero piovendo, la tua frase è vera. Se fuori c’è il sole, è falsa. Detta ancora più semplicemente: la verità è l’accordo tra parole e realtà.
Appena si scava un poco, però, tutto si complica. Che cosa significa “realtà”? Le nostre percezioni sono affidabili? Esistono verità assolute o soltanto interpretazioni?
Le dispute sulla verità hanno attraversato i secoli. Talvolta hanno prodotto persino violenza religiosa e politica. Anche oggi vediamo governi, ideologie e poteri contendersi il controllo delle parole e del loro significato.
Eppure Cristo non definisce la verità come un sistema filosofico o come un possesso ideologico. Dice:

Io sono la via, la verità e la vita.

La verità, allora, non coincide con il potere, con l’erudizione o con la semplice capacità intellettuale di comprendere un testo. Non coincide neppure con lo sforzo moralistico di “guadagnarsi” la salvezza.
Per un cristiano la verità ha il volto e la voce di Gesù Cristo. È ciò che Egli ha detto. È ciò che Egli ha fatto.

Nel vangelo ascoltiamo parole impressionanti:

Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui.

Il compito che riguarda ciascuno di noi, allora, non è costruire sistemi ideologici perfetti, ma accogliere quei comandamenti e cercare di viverli.
E Gesù, su questo, è stato chiarissimo. Per esempio:

Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano. (Cfr. Mt 5,43-48)

Si potrà dire che un insegnamento simile sia difficile. Non si potrà dire, però, che esso conduca verso la guerra.
Anzi, se lo Spirito della verità diventasse davvero guida delle nostre vite, non esisterebbe più nemmeno lo spazio logico per giustificare l’odio e le armi.
Cristo non promette una teoria. Promette una presenza:

Egli sarà con voi per sempre.

Quel “voi” non riguarda soltanto i primi discepoli. Riguarda anche noi.
Giovanni ha scritto il suo vangelo affinché queste parole attraversassero i secoli e raggiungessero ogni uomo. Nessuno può dire di non esserne stato almeno sfiorato.
Forse il problema è proprio questo: continuiamo ad agitare le ali nel cortile, facendo rumore e sollevando polvere, mentre siamo chiamati a prendere quota.
Siamo invitati a diventare aquile. Non a restare galline.

NB: in copertina, Anonimo, Elevazione.

Dov’è Filippo?

Vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io

3 maggio 2026 – V Domenica di Pasqua
At 6,1-7
Sal 32
1Pt 2,4-9
Gv 14,1-12

Chi è Filippo? O, più precisamente, dov’è Filippo?

Qualche anno fa abbiamo attraversato un’esperienza senza precedenti, capace di stravolgere il nostro modo di vivere e di pensare. Ricordiamo il tempo del confinamento, l’attesa sospesa di un domani migliore, il desiderio semplice e profondo di poter incontrare e abbracciare le persone amate senza timore. I primi versetti del capitolo 14 del Vangelo di Giovanni sembrano evocare proprio questa attesa: il desiderio di un incontro finalmente possibile.

Non è difficile, allora, identificarsi con i discepoli. Essi hanno paura. Avevano immaginato un esito diverso: un Regno visibile, una giustizia immediata, una pace finalmente stabilita. Forse avevano persino immaginato un posto accanto a Lui. E invece ora si trovano davanti a una parola che li disorienta: dove Lui va, loro non possono andare.

Quando Gesù aveva annunciato la sua sofferenza e la sua morte, avevano creduto di aver frainteso. Eppure, Egli lo aveva ripetuto. La domanda resta sospesa, inevitabile: rimarremo soli?

Di fronte alla paura, il gesto umano più elementare è quello della vicinanza. Un bambino cerca la mano dell’adulto, si stringe al suo corpo, si affida a una presenza concreta che lo rassicuri. Non basta una parola: serve qualcuno. Qualcuno che dica, senza bisogno di spiegazioni, “io sono qui”.
Questo bisogno non scompare con l’età. Cambiano i volti: un amico, un compagno, una sposa, un familiare. O, più radicalmente, Dio stesso. La promessa di Gesù si colloca esattamente in questo spazio umano fondamentale: “Io sarò con voi”.
Nel Vangelo di Matteo, questa promessa appare nella forma più nota: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Nel corso dei secoli, questa affermazione è stata spesso interpretata come una condizione: come se la presenza di Cristo dipendesse dal verificarsi di un requisito minimo.

Ma chi stabilisce quando tale condizione è realmente soddisfatta? Chi può misurare la qualità di un incontro umano? Chi può decidere se due o tre persone sono davvero “nel suo nome”?
È necessario rileggere il testo.
Il Vangelo di Giovanni offre una prospettiva diversa, quasi rovesciata: “Vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”. Non è più semplicemente Cristo che viene dove siamo noi; è Lui che ci attira nel luogo in cui Egli già è.
Questa differenza non è secondaria. Suggerisce che la presenza non è il risultato di una condizione da soddisfare, ma un dono preveniente. Cristo non aspetta che siamo pronti: è già lì. Non ci attende in un futuro remoto, né dopo la morte, ma nel presente concreto della nostra esistenza.
Il testo giovanneo crea una tensione tra presente e futuro che costringe a pensare. Le parole rivolte a Filippo sono tra le più disarmanti del Vangelo: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?”. In esse risuona una domanda radicale sulla nostra capacità di riconoscere una presenza già data.
Filippo diventa così figura universale. Ognuno di noi è Filippo, nel momento in cui non riconosce ciò che già gli è accanto.
“Dove sono io, tu sarai”: la promessa, allora, non riguarda soltanto il futuro: è già in atto. Chi ascolta questa parola si trova già, misteriosamente, nel luogo di cui essa parla.

Ma perché il Vangelo insiste sul “due o tre”?
La risposta può essere cercata nella struttura stessa dell’amore. L’amore non è una condizione isolata, ma una relazione. Non si dà come proprietà di un individuo chiuso in sé, ma come apertura verso un altro. Anche quando si parla di “amare se stessi”, non si elimina la relazione: la si rende riflessiva, senza annullarla.
L’amore implica sempre almeno due poli: chi ama e chi è amato. Quando questa relazione si realizza, essa è capace di generare qualcosa di nuovo. Talvolta un figlio, ma più in generale un’opera, una forma di bellezza, un gesto di cura, una trasformazione del mondo.
In questo senso, il “due o tre” non è una soglia burocratica, ma una struttura vitale. Indica che la presenza si manifesta nella relazione, non nell’autosufficienza.
L’amore, infatti, non è chiusura, ma capacità generativa, di far emergere qualcosa che prima non c’era. Il mondo è pieno di esempi di questa fecondità: arte, cultura, solidarietà, pensiero. Tutto ciò nasce da relazioni vive.
L’amore cristiano può allora essere compreso come relazione generativa, capace di nutrire e trasformare le comunità umane.

Alla luce di questo, anche l’affermazione “dove vado io, voi non potete andare” acquista un senso nuovo. Essa si riferisce alla morte di Gesù, alla sua esperienza unica e irripetibile. In quel luogo — la croce — si compie una lotta decisiva contro il male e la morte.
Quella battaglia non è affidata a noi. È già stata combattuta.
Per questo, l’accesso nel luogo della comunione, non è più un traguardo da conquistare, ma una possibilità già aperta: possiamo entrare “così come siamo”.
Questa fiducia non elimina la lotta, ma la trasforma. Ci permette di affrontare il male non da soli, ma dentro una relazione che ci precede e ci sostiene.
“Dove sono io, tu sarai”. Non domani. Ora.

E forse la domanda iniziale può trovare una risposta: Filippo è qui. Dove ciascuno di noi si trova, nel momento in cui comincia — anche solo per un istante — a riconoscere una presenza che non ha mai smesso di esserci.

NB: in copertina, Anonimo, Filippo dov’è?