Fragilità

Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo

17 maggio 2026 – Ascensione
At 1,1-11
Sal 46
Ef 1,17-23
Mt 28,16-20

Fragilità non è debolezza. La seconda nasce dalla mancanza, dalla perdita, dalla scarsità di fronte a ciò che percepiamo come normale. La perdita indebolisce perché priva di forza, di potere, della capacità di prendere in mano le redini della nostra vita e di agire. La nostra stessa vita comincia nella fragilità: i neonati non sono deboli: sono fragili.

Dopo la morte di Gesù sulla croce, i discepoli precipitarono in una condizione di profonda impotenza. Che cosa potevano ancora fare, se la vita era loro sfuggita? La testimonianza delle donne sul Risorto aveva attenuato quella percezione, ma dopo l’Ascensione dovette rinnovarsi. Gesù si era elevato nella dimensione del “cielo”, lasciando i suoi seguaci in una solitudine amara e nell’incertezza riguardo al presente e al futuro. Non è semplice fidarsi di qualcuno che non si può vedere, toccare, e neppure ascoltare come prima.

Lo stesso problema attraversa anche oggi sia la gioventù che la vecchiaia. Quando si perde la connessione con il divino, il disorientamento diventa più grave: se la guida se ne è andata, come si discerne la meta? In quale direzione si deve andare? Se nessuno indica la strada, siamo in qualche modo condannati all’autonomia, e spesso restiamo paralizzati davanti a questioni che sfuggono alla nostra comprensione. Questi sono momenti in cui ci si sente deboli e impotenti. Con quale forza possiamo trasmettere il messaggio del vangelo? Tutto sembra non avere presa e scivola via lentamente come sabbia tra le dita.

Gli apostoli, dopo l’Ascensione si sentivano deboli, ma erano fragili di fronte al mondo. I primi cristiani, del resto, furono considerati eretici e blasfemi, banditi dalle sinagoghe, esclusi dalle piazze pubbliche, perseguitati non solo in Palestina, ma anche nei territori dell’impero. Tutto questo suscita ancora oggi dolore e genera tristezza.
Ma se la tristezza si trasformasse in amarezza, risentimento, gelosia, bisogno compulsivo di competizione e rivalsa, allora precipiteremmo in quell’oscura passione che ancora serpeggia nel mondo delle confessioni religiose: antisemitismo da una parte, rifiuto dell’islam dall’altra, paura per il futuro del cristianesimo altrove. Iran, Palestina, Siria, Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Myanmar, Indonesia e Corea del Nord sono teatri noti di questa debolezza; non si dovrebbe tacere neppure sull’indebolimento della capacità di trasmettere il vangelo nelle Americhe e nella vecchia Europa, immerse in una mondanizzazione sempre più estesa.
Quando le passioni degenerano, indeboliscono e inducono in errore. Eppure proprio chi si sente debole, disorientato, destabilizzato dalla perdita dei punti di riferimento, dei propri scopi e del senso dei propri passi, può essere ricondotto per primo alla fonte della vita. È ciò che è accaduto a Pietro e agli apostoli.
In Galilea, su quel monte, Gesù aveva insegnato: beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. I poveri in spirito non sono deboli: sono fragili e sanno di esserlo. Tutti, in fondo al cuore, abbiamo questa consapevolezza. Possiamo ammettere tranquillamente che siamo “poveri in spirito”, caratterizzati proprio dalla nostra fragilità. Ma Cristo è lì, sul monte, a dire le beatitudini, e a noi sfugge che forse siamo nel momento più favorevole per incontrarlo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo, ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra”.
Dubitiamo? Mi torna in mente Matteo: “Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano” (Mt 28,17).
Proprio coloro che si prostrano per adorarlo dubitano? Com’è possibile? Frappongono ostacoli alla loro fede nascente?
Il dubbio, tuttavia, è parte della fragilità.
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…”: battezzare e insegnare sappiamo farlo, ma come farlo ovunque? E il danno prodotto dal proselitismo aggressivo? Quando viola cuori e coscienze?
Amici devoti, pensando a figli e nipoti, si domandano: come si può trasmettere la fede senza forzare la situazione e imporre un pensiero? Allora si è inclini a rinunciare: questa è fragilità. Ci appanniamo come cristalli, restiamo con gli aloni, cadiamo, talvolta conteniamo vino annacquato, brilliamo poco. Rischiamo di essere indotti in errore. Proprio allora il Signore viene a sanare la nostra debolezza, ma non si occupa di dissipare i dubbi o di spiegare tecnicamente come fare discepoli o come educare i figli: Non ammaestra, non indottrina, non persegue il successo, perché la nostra è una storia di libertà.
La fragilità rappresenta il nostro tallone di Achille. “Si inginocchiano per adorarlo e, allo stesso tempo, dubitano”: questo è il nostro tallone di Achille. Per questo usiamo metafore come vetro, argilla, bolla di sapone.
“Abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché la straordinaria potenza sia di Dio e non nostra” (2 Cor 4,7). Portiamo dentro di noi la possibilità di indebolirci e di romperci, e sempre secondo noi stessi, lungo linee di frattura e divisioni dolorose che sono tutte nostre.
La tentazione di negare questa realtà, di fuggire, di evitarla è una causa persa. Talvolta sembra un passaggio obbligato e ci portiamo dietro ciò da cui siamo fuggiti e, fuggendo con grande energia, finiamo per alimentare agitazione, irrequietezza e ansia. Come quando, nei film dell’orrore, qualcuno, scappando da una minaccia, si chiude a chiave in casa, e poi scopre di essersi chiuso dentro con l’aggressore.

La questione non è dunque mostrare forza e muscoli per cancellare, facendo finta di disprezzarla, la nostra fragilità. L’impresa sarebbe impossibile: la fragilità è costitutiva del nostro essere.
Non possiamo costruire isole protette da ogni ostacolo, né sognare una chiesa perfetta, ma una cosa è certa: la consapevolezza della fragilità esclude la procrastinazione.
La fragilità riconosciuta e accettata, messa nelle mani della Parola è lo strumento che Cristo può adoperare per ridarci la vita. Il campo di battaglia è la Galilea delle genti, cioè questo nostro mondo, ma soprattutto la nostra esperienza concreta del mondo, così com’è ora per ciascuno di noi: filtrata dalle percezioni, dai dubbi, dalle domande, ma anche dalle aspirazioni, dal desiderio di vivere, dalla semplice creatività quotidiana. E dall’intelligenza dello spirito.

Custodisco l’immagine della voce che parla ai poveri di spirito, come il Cristo dalla montagna. Perdura negli anni ed è unicamente mia. A volte è forte, altre volte è così fragile che la minima scossa può renderla rauca, spezzarla o farla tacere.
E tuttavia è l’unico veicolo che ho per esprimere ciò che dà significato, valore, bellezza, emozione, calore ai miei passi.

Noi possiamo incarnare la voce di Cristo; non siamo deboli, siamo fragili.
Proprio qui risiede la nostra forza e la nostra speranza.

NB: in copertina, Anonimo, La Voce

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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