Chi mi ama sarà amato dal Padre mio
e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui
10 maggio 2026 – Vi Domenica di Pasqua
At 8,5-8.14-17
Sal 65
1Pt 3,15-18
Gv 14,15-21
Da piccolo, quando mi mandavano a dare il mangime alle galline, mi fermavo spesso a guardarle. Svolazzavano, facevano rumore, sollevavano polvere, tentavano di alzarsi da terra, ma rimanevano sempre in basso.
Un passo di Isaia dice:
Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi. (Cfr. Is 40,29-31).
Se la Scrittura invita l’uomo a diventare simile a un’aquila, non sarà che troppo spesso ci comportiamo invece come galline?
Pare che le aquile riescano a lasciarsi trasportare dalle correnti d’aria, percorrendo anche molti chilometri senza battere continuamente le ali. Forse, se imparassimo a lasciarci portare dal soffio dello Spirito, somiglieremmo un po’ di più alle aquile e un po’ meno alle galline.
Il vangelo di questa domenica, sotto forma di consolazione e di esortazione, è in realtà una provocazione molto seria rivolta al nostro presente.
Una delle domande più comuni tra i credenti è sempre la stessa: «Come può Dio essere presente in mezzo a noi?» Oppure: «Perché non l’ho mai visto?» «È Lui oppure no?»
Nel testo di Giovanni compaiono anche alcune parole sulle quali si rischia facilmente di inciampare, finendo nel fossato dell’estremismo religioso o dell’equivoco intellettuale.
Per esempio: il Paraclito. Che cos’è?
È una parola greca non tradotta, ma semplicemente traslitterata e adattata all’italiano. Indica lo Spirito Santo come “difensore”, “consolatore”, “intercessore”. Tre sfumature diverse che non si escludono tra loro. In qualche modo, però, esse lasciano anche intravedere una direzione: il vento dello Spirito non costringe, ma guida.
La “verità” è un’altra parola pericolosa. Una definizione molto semplice potrebbe essere questa: la verità è quando ciò che pensi, dici o scrivi corrisponde a come stanno realmente le cose.
Se dici: «Fuori piove» e fuori sta davvero piovendo, la tua frase è vera. Se fuori c’è il sole, è falsa. Detta ancora più semplicemente: la verità è l’accordo tra parole e realtà.
Appena si scava un poco, però, tutto si complica. Che cosa significa “realtà”? Le nostre percezioni sono affidabili? Esistono verità assolute o soltanto interpretazioni?
Le dispute sulla verità hanno attraversato i secoli. Talvolta hanno prodotto persino violenza religiosa e politica. Anche oggi vediamo governi, ideologie e poteri contendersi il controllo delle parole e del loro significato.
Eppure Cristo non definisce la verità come un sistema filosofico o come un possesso ideologico. Dice:
Io sono la via, la verità e la vita.
La verità, allora, non coincide con il potere, con l’erudizione o con la semplice capacità intellettuale di comprendere un testo. Non coincide neppure con lo sforzo moralistico di “guadagnarsi” la salvezza.
Per un cristiano la verità ha il volto e la voce di Gesù Cristo. È ciò che Egli ha detto. È ciò che Egli ha fatto.
Nel vangelo ascoltiamo parole impressionanti:
Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui.
Il compito che riguarda ciascuno di noi, allora, non è costruire sistemi ideologici perfetti, ma accogliere quei comandamenti e cercare di viverli.
E Gesù, su questo, è stato chiarissimo. Per esempio:
Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano. (Cfr. Mt 5,43-48)
Si potrà dire che un insegnamento simile sia difficile. Non si potrà dire, però, che esso conduca verso la guerra.
Anzi, se lo Spirito della verità diventasse davvero guida delle nostre vite, non esisterebbe più nemmeno lo spazio logico per giustificare l’odio e le armi.
Cristo non promette una teoria. Promette una presenza:
Egli sarà con voi per sempre.
Quel “voi” non riguarda soltanto i primi discepoli. Riguarda anche noi.
Giovanni ha scritto il suo vangelo affinché queste parole attraversassero i secoli e raggiungessero ogni uomo. Nessuno può dire di non esserne stato almeno sfiorato.
Forse il problema è proprio questo: continuiamo ad agitare le ali nel cortile, facendo rumore e sollevando polvere, mentre siamo chiamati a prendere quota.
Siamo invitati a diventare aquile. Non a restare galline.
NB: in copertina, Anonimo, Elevazione.