Dov’è Filippo?

Vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io

3 maggio 2026 – V Domenica di Pasqua
At 6,1-7
Sal 32
1Pt 2,4-9
Gv 14,1-12

Chi è Filippo? O, più precisamente, dov’è Filippo?

Qualche anno fa abbiamo attraversato un’esperienza senza precedenti, capace di stravolgere il nostro modo di vivere e di pensare. Ricordiamo il tempo del confinamento, l’attesa sospesa di un domani migliore, il desiderio semplice e profondo di poter incontrare e abbracciare le persone amate senza timore. I primi versetti del capitolo 14 del Vangelo di Giovanni sembrano evocare proprio questa attesa: il desiderio di un incontro finalmente possibile.

Non è difficile, allora, identificarsi con i discepoli. Essi hanno paura. Avevano immaginato un esito diverso: un Regno visibile, una giustizia immediata, una pace finalmente stabilita. Forse avevano persino immaginato un posto accanto a Lui. E invece ora si trovano davanti a una parola che li disorienta: dove Lui va, loro non possono andare.

Quando Gesù aveva annunciato la sua sofferenza e la sua morte, avevano creduto di aver frainteso. Eppure, Egli lo aveva ripetuto. La domanda resta sospesa, inevitabile: rimarremo soli?

Di fronte alla paura, il gesto umano più elementare è quello della vicinanza. Un bambino cerca la mano dell’adulto, si stringe al suo corpo, si affida a una presenza concreta che lo rassicuri. Non basta una parola: serve qualcuno. Qualcuno che dica, senza bisogno di spiegazioni, “io sono qui”.
Questo bisogno non scompare con l’età. Cambiano i volti: un amico, un compagno, una sposa, un familiare. O, più radicalmente, Dio stesso. La promessa di Gesù si colloca esattamente in questo spazio umano fondamentale: “Io sarò con voi”.
Nel Vangelo di Matteo, questa promessa appare nella forma più nota: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Nel corso dei secoli, questa affermazione è stata spesso interpretata come una condizione: come se la presenza di Cristo dipendesse dal verificarsi di un requisito minimo.

Ma chi stabilisce quando tale condizione è realmente soddisfatta? Chi può misurare la qualità di un incontro umano? Chi può decidere se due o tre persone sono davvero “nel suo nome”?
È necessario rileggere il testo.
Il Vangelo di Giovanni offre una prospettiva diversa, quasi rovesciata: “Vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”. Non è più semplicemente Cristo che viene dove siamo noi; è Lui che ci attira nel luogo in cui Egli già è.
Questa differenza non è secondaria. Suggerisce che la presenza non è il risultato di una condizione da soddisfare, ma un dono preveniente. Cristo non aspetta che siamo pronti: è già lì. Non ci attende in un futuro remoto, né dopo la morte, ma nel presente concreto della nostra esistenza.
Il testo giovanneo crea una tensione tra presente e futuro che costringe a pensare. Le parole rivolte a Filippo sono tra le più disarmanti del Vangelo: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?”. In esse risuona una domanda radicale sulla nostra capacità di riconoscere una presenza già data.
Filippo diventa così figura universale. Ognuno di noi è Filippo, nel momento in cui non riconosce ciò che già gli è accanto.
“Dove sono io, tu sarai”: la promessa, allora, non riguarda soltanto il futuro: è già in atto. Chi ascolta questa parola si trova già, misteriosamente, nel luogo di cui essa parla.

Ma perché il Vangelo insiste sul “due o tre”?
La risposta può essere cercata nella struttura stessa dell’amore. L’amore non è una condizione isolata, ma una relazione. Non si dà come proprietà di un individuo chiuso in sé, ma come apertura verso un altro. Anche quando si parla di “amare se stessi”, non si elimina la relazione: la si rende riflessiva, senza annullarla.
L’amore implica sempre almeno due poli: chi ama e chi è amato. Quando questa relazione si realizza, essa è capace di generare qualcosa di nuovo. Talvolta un figlio, ma più in generale un’opera, una forma di bellezza, un gesto di cura, una trasformazione del mondo.
In questo senso, il “due o tre” non è una soglia burocratica, ma una struttura vitale. Indica che la presenza si manifesta nella relazione, non nell’autosufficienza.
L’amore, infatti, non è chiusura, ma capacità generativa, di far emergere qualcosa che prima non c’era. Il mondo è pieno di esempi di questa fecondità: arte, cultura, solidarietà, pensiero. Tutto ciò nasce da relazioni vive.
L’amore cristiano può allora essere compreso come relazione generativa, capace di nutrire e trasformare le comunità umane.

Alla luce di questo, anche l’affermazione “dove vado io, voi non potete andare” acquista un senso nuovo. Essa si riferisce alla morte di Gesù, alla sua esperienza unica e irripetibile. In quel luogo — la croce — si compie una lotta decisiva contro il male e la morte.
Quella battaglia non è affidata a noi. È già stata combattuta.
Per questo, l’accesso nel luogo della comunione, non è più un traguardo da conquistare, ma una possibilità già aperta: possiamo entrare “così come siamo”.
Questa fiducia non elimina la lotta, ma la trasforma. Ci permette di affrontare il male non da soli, ma dentro una relazione che ci precede e ci sostiene.
“Dove sono io, tu sarai”. Non domani. Ora.

E forse la domanda iniziale può trovare una risposta: Filippo è qui. Dove ciascuno di noi si trova, nel momento in cui comincia — anche solo per un istante — a riconoscere una presenza che non ha mai smesso di esserci.

NB: in copertina, Anonimo, Filippo dov’è?

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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