Se uno entra attraverso di me, sarà salvo;
entrerà e uscirà e troverà pascolo
26 aprile 2026 – IV Domenica di Pasqua
At 2,14a.36-41
Sal 22
1Pt 2,20b-25
Gv 10,1-10
I farisei non comprendono l’immagine del buon pastore, così Gesù cambia prospettiva e si presenta come la porta dell’ovile, attraverso la quale le pecore possono entrare e uscire alla ricerca di buoni pascoli. È una porta che si apre e indica una soglia da attraversare: dà accesso ad orizzonti ampi, ad una vita piena: attraversarla significa vedere eventi, persone e circostanze da un’altra nuova angolazione.
La porta, quindi, non è la soglia di accesso a uno spazio chiuso e limitante: non può essere trovata chiusa e non può diventare una prigione. Non è neanche una porta socchiusa dalla quale trapelano visioni segrete o spifferi inquietanti. Non delimita le costruzioni fragili delle religioni difensive.
È un passaggio aperto e stabile.
La parabola, in seguito definita “del Buon Pastore” era destinata ai farisei, abituati a costruire recinti chiusi, fondati su dogmatismi derivati da una moralità prudente e su un legalismo controllante. Le uscite risultavano spesso serrate e le pecore chiuse dentro “al sicuro”.
Non si tratta di una metafora vaga, ma di una diagnosi precisa: chi cerca potere, consenso e strumenti per controllare l’altro rappresenta una specie di “non-porta”: falsi profeti, guide cieche, mercanti di illusioni. Le pecore non riconoscono la loro voce perché chi sbarra porte, come osservava Papa Francesco, non ha nemmeno l’odore della mandria.
L’immagine delle pecore è familiare all’immaginario cristiano, diffusa nell’arte in forme rassicuranti. Ma qui non siamo dentro una scena innocua, siamo al cuore di un messaggio di condanna rivolto a chi si considera sempre giusto e più vicino a Dio di ogni altro.
Quando Gesù dice “Io sono il buon pastore”, rompe le attese del suo tempo. Il popolo e i suoi guardiani attendevano un messia forte, un potente capo carismatico, che guidasse il suo popolo nel rivendicare la propria identità nazionale, anche in modo violento. In sintesi, nel concreto del tempo storico in cui Gesù visse, questo messia avrebbe dovuto essere capace di liberare Israele dall’imperialismo romano.
Gesù, ovviamente, non corrisponde a questa aspettativa perché non propone programmi politici, non organizza conquiste, non occupa territori, non promette rivincite. Dichiara inoltre che molti di coloro che si sono presentati come pastori prima di lui in realtà erano interessati solo al potere.
Oggi, la parabola invita a prestare attenzione e a non coinvolgersi con chi vuole trasformare le persone in gregge indistinto, facile da tosare, da guidare e da tenere sotto controllo, appropriandosi nel frattempo di tutte le energie e le risorse del gregge.
Gesù, nella metafora del buon pastore, dichiara di essere su tutt’altro piano: disposto a dare la vita per amore delle pecore, non le usa a proprio vantaggio, le conosce una ad una, le chiama per nome e questo esclude ogni tendenza a racchiudere il popolo in una massa indistinta. Non servono algoritmi per profilare tendenze, non sono identificabili attraverso numeri, categorie o statistiche. Per farsi riconoscere nell’attraversare la soglia non servono codice fiscale o SPID, né registro parrocchiale..
Tra il buon pastore e le pecore esiste un rapporto di fiducia. Se ne riconosce la voce, non perché sia più forte, ma perché non inganna e risulta familiare. Questa vicinanza è insopportabile per chi ha costruito un’idea di Dio distante, separata, regolata da un “senso del sacro” di tipo aristocratico che stabilisce confini rigidi: Dio in alto e l’uomo in basso e l’uomo chiamato a salire.
Gesù rovescia questa impostazione: è Dio ad avvicinarsi all’uomo.
Per questo motivo introduce l’immagine della porta. Una porta serve a passare, a mettere in comunicazione, a permettere il movimento. “Io sono la porta”: significa che il rapporto con Dio non è un sistema chiuso, ma un attraversamento. “Chi entra attraverso di me sarà salvato”. La salvezza non è il risultato di uno sforzo morale, né un riconoscimento ottenuto per merito; non è nemmeno una “prestazione” religiosa. Vuol dire passare attraverso Gesù, per essere in relazione con Dio e col prossimo.
È accaduto, e accade ancora, che la Chiesa venga vissuta come un recinto chiuso che ostacola il passaggio. Ma nel Vangelo la porta non è una struttura: è una persona, quindi una relazione viva, che permette di entrare e uscire, di cercare, di dubitare, di credere. “Entrerà e uscirà e troverà nutrimento”: non una semplice sopravvivenza, ma una vita in abbondanza, un “di più” che supera la pura esistenza biologica.
Questa è la promessa universalmente valida, non riservata solo ad alcuni: una vita più ampia, libera dalla paura, dai pregiudizi e dalla solitudine. Una vita che si gioca nel passaggio, nel continuo attraversamento di questa soglia.
NB: in copertina, Anonimo, La Porta.