All’imbrunire

E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme

19 aprile 2026 – III Domenica di Pasqua

At 2,14a.22-33
Sal 15
1Pt 1,17-21
Lc 24,13-35

Torniamo su quella strada che parte da Gerusalemme e scende verso Emmaus, nel pomeriggio della domenica di Pasqua.
Due discepoli addolorati, camminano fianco a fianco, convinti che tutto sia finito. Gesù è morto e, con lui, ogni loro speranza.
Chiunque abbia vissuto il crollo di un sogno, la fine improvvisa di qualcosa su cui aveva costruito il proprio futuro, riconosce immediatamente quel passo lento, quel parlare triste e ripetitivo, quel rimuginare ossessivo. Neanche chi crede è esentato dal dolore o dalle delusioni. L’unica differenza, semmai, consiste nell’accorgersi che qualcuno sta camminando al nostro fianco.
Gesù si avvicina ai due e cammina con loro: il Risorto non irrompe dall’alto, non si impone, non si preoccupa di farsi riconoscere; si adegua al passo dei discepoli e domanda qualcosa, come se chiedesse informazioni. I discepoli raccontano quel che hanno visto: il tradimento, la cattura, il processo, la condanna, la crocifissione, il definitivo tramonto della speranza in un Messia che liberasse Israele dal punto di vista spirituale, sociale, probabilmente politico, forse militare. Ogni cosa assume l’aspetto di un passato ormai morto.
Totalmente privi di categorie per pensare la resurrezione, non hanno una nozione di futuro possibile.
Si potrebbe dire che vivono in un ambito vitale chiuso, dove l’esperienza del male e del dolore diventa una cappa che copre tutto, una trappola da cui non si esce, mentre le circostanze appaiono più grandi di Dio, la sofferenza occupa tutto lo spazio dello sguardo. La preghiera sembra non attraversare il recinto di quella prigione. L’universo ha perso tutta la sua ampiezza.

Eppure, Gesù è lì, accanto a loro, e non se ne accorgono. Cammina, parla, li ascolta. Non si inalbera, non li umilia, non dice, per esempio: “Non avete capito niente”. Avrebbe potuto farlo, e con ottime ragioni. Quando Cleofa dice: “Solo tu non sai cosa è accaduto a Gerusalemme…”, lo dice proprio a Gesù, l’unico a sapere esattamente cos’è successo. Se c’è qualcuno che non ha capito nulla è proprio chi parla. Ma il Signore chiede “Cosa (è accaduto)?”. Una parola straordinaria. Non corregge, non interrompe, non impone una verità dall’alto, invita a dire, a raccontare. Permette di vuotare il sacco, di trovare parole per esprimere il dolore e la delusione. Non respinge chi soffre e non disprezza chi piange — “Beati quelli che piangono” aveva detto — ma si fa prossimo all’esperienza del dolore.

Chi vive dentro la cappa del dolore e della delusione percepisce il racconto della resurrezione come qualcosa di ridicolo: non è cattiveria, è proprio impossibilità di rappresentarla nel pensiero.
In questo senso, Cleofa non è solo ironico, è realistico, ma di un realismo chiuso, che rafforza la trappola. Questa dinamica non è così estranea a ciascuno di noi. Basti guardare ai conflitti contemporanei: mentre il linguaggio passa dall’ironia all’insulto, all’aggressività e alla violenza in un batter d’occhio; i ruoli vengono ribaltati con una sicumera quasi beffarda, come in una brutta lite familiare tra generazioni: ciascuno rivendica il proprio spazio, la propria verità, il proprio potere. Si può sostenere qualunque posizione, ma una cosa resta incompatibile con il Vangelo: la violenza in ogni forma, perpetrata in nome del Signore.

Ma Gesù prende sul serio l’incomprensione dei discepoli, probabilmente la considera esattamente per quello che è nella sua fase iniziale: qualcosa che ha bisogno di essere attraversato, spiegato, sciolto con pazienza. Dunque, cammina, ascolta, parla e lentamente, senza forzature, riaccende una fiamma.

Il punto di svolta arriva poco dopo, quando si fa sera, quasi in sordina: i discepoli sono stanchi, affamati, provati, forse proprio per questo più disponibili. Invitano quello sconosciuto a restare, forse si sentono ascoltati, consolati da quella presenza. Nel gesto quotidiano del pane condiviso accade poi ciò che non era accaduto lungo tutta la strada: i discepoli aprono lo sguardo, escono dalla trappola.
Perché proprio in quel momento? Perché hanno lasciato che le parole dell’Altro allargasse la loro prospettiva oltre i confini del loro dolore immediato. A quel punto non è più necessario vedere fisicamente il Risorto. Gesù scompare quando la loro certezza va oltre la presenza sensibile.

È come un insight improvviso: “La pietra è stata rotolata via”.
Non per far uscire Gesù (come se ne avesse avuto bisogno), ma per permettere ai discepoli di entrare nel sepolcro e accorgersi che la tomba è vuota.
Anche la loro “cappa-trappola”, che sembrava così solida, così inevitabile, si rivela per quello che è: una costruzione, una prigione senza contenuto, né presa: è vuota, perché loro ne sono usciti.

È notte, il mondo non è diventato improvvisamente luminoso, eppure i due si rimettono in cammino per tornare indietro, non continuano la strada verso Emmaus, non scappano, non cercano scuse, né alibi, tornano a Gerusalemme da dove erano partiti. Ora vedono chiaro.
A Gerusalemme scoprono che non sono gli unici a vedere chiaro: anche altri hanno fatto l’esperienza del Risorto.

Quando il passo si fa difficile, la strada appare confusa e il peso sulle spalle si fa troppo grande, non si tratta di trovare un sollievo immediato, ma di lasciarsi accompagnare, di lasciare spazio a quella domanda semplice e disarmante: “Cosa è successo?”. Si tratta di dire, di attraversare, di lasciarsi lentamente aprire gli occhi.
Le tenebre non hanno l’ultima parola. “Se dico: certo le tenebre mi nasconderanno… le tenebre stesse non possono nasconderti nulla; la notte per te è chiara come il giorno” (Sal 139).

La pietra è stata tolta, la strada, anche di notte, può essere percorsa di nuovo.

NB: in copertina, Anonimo, I discepoli di Emmaus

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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