Indignazione

Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino

7 dicembre 2025 – II Domenica di Avvento
Is 11,1-10
Sal 71
Rm 15,4-9
Mt 3,1-12

L’inizio di un messaggio è importante, dall’incipit si può capire il succo del discorso: “razza di vipere!”: è la voce dell’indignazione ad animare le parole del Battista.
Non è un incipit molto amichevole, va contro le comuni regole della buona creanza, non è fatto di parole gentili e non è il massimo per instaurare una relazione di fiducia. Il Battista si rivolge a sadducei e farisei senza mezzi termini.
L’invettiva è oggi una spirale discendente collettiva con conseguenze drammatiche.

Ma quali caratteristiche rendono “vipere” farisei e sadducei agli occhi del Battista?
I primi sono quelli che si concentrano su norme, consuetudini e tradizione orale, i secondi costituiscono una specie di élite aristocratica, concentrata sulla legge scritta, negante resurrezione, angeli e vita eterna. Nei vangeli, farisei e sadducei sono quelli che hanno autorità sul popolo, e la esercitano in modo presuntuoso, ipocrita e sprezzante. A questi è riservato l’appellativo di “vipere”, animali striscianti e velenosi. Siamo sicuri di essere esenti da simili atteggiamenti? Se ne siamo esenti, quanto diventiamo radicali come il Battista confrontandoci con gente simile, quanto rimaniamo indifferenti o quanto siamo “complici”?
Potremmo per esempio dire “razza di vipere” a chi attenta alla libertà di stampa? A chi nega la validità del diritto internazionale? A chi progetta leggi solo per eluderne altre? A chi cavalca la menzogna per piaggeria e collusione col potere? A chi scala le istituzioni senza averne le competenze?
Giovanni sfida questo tipo di persone tanto sulla coerenza, quanto sulla capacità veritativa dei loro assunti. Molti tra farisei e sadducei vanno da lui sulle rive del Giordano per farsi battezzare: evidentemente fingono, se Giovanni li apostrofa così duramente, per smascherare la menzogna. Li sfida anche sull’autenticità e la legittimità della loro identità: “non crediate di poter dire dentro di voi: ‘Abbiamo Abramo per padre!’”.
Rivendicare una “posizione” anche culturale nel proprio albero genealogico non ha di per sé alcun valore se se ne contraddice l’etica di base. Non esistiamo come membri di una genealogia, ma come partecipanti attivi di una fraternità contemporanea. La nostra identità culturale e religiosa non è uno scudo protettivo e legittimante che salva la faccia davanti a qualsiasi contraddizione.

C’è infine un’altra osservazione essenziale: Giovanni, inserendosi nella tradizione profetica biblica sfida proprio i potenti, gli arroganti che a lui si rivolgono, per metterli davanti alla verità della loro condizione e offrire una possibilità di conversione. Non esita ad evocare il rischio che l’ira di Dio si abbatta sulle teste degli operatori di iniquità e aggiunge, amplificando il tema: “Colui che viene dopo di me […] è più forte di me. […] Egli ha in mano il ventilabro e separerà il grano dalla pula. Raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile”.
L’espressione “razza di vipere” non è sola prerogativa del Battista, infatti, anche Gesù la adopera, rendendo la sua lingua insolitamente tagliente nella condanna. La parola del Nazareno è importante, ha peso, ed è capace di soppesare le parole altrui. Se non è ciò che entra nella bocca che contamina l’uomo, ma ciò che esce dalla sua bocca (cfr Mt 15,11), possiamo pensare che la vipera dalla lingua biforcuta, sia uno stretto parente simbolico del serpente che fin dall’inizio ha corrotto l’umanità.
Questa “lingua biforcuta” è il pungiglione che separa l’umanità da Dio e la rende volatile come la pula: le parole velenose sono impurità senza peso destinate a finire nel nulla.
Il Battista prima e il Nazareno dopo ci insegnano a soppesare le nostre parole e quelle dei nostri interlocutori.
“Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34); molti farisei e sadducei andarono sulle rive del Giordano ad ascoltare e a farsi battezzare da Giovanni, quel Giovanni che poi fu decapitato forse per tagliare la testa alla parola vera; molti poi seguirono Gesù, che fu crocifisso dalle false accuse di tutte le lingue velenose che in nome del proprio interesse, e forse di una grande atavica paura dell’Eterno, barattarono l’antidoto con il veleno, la verità con la falsità, l’eternità con la caducità, la libertà con la schiavitù.

Cristo non è un giudice terribile e vendicativo, è l’Eterno che viene a condividere la vita degli uomini, perché gli uomini hanno ineludibilmente bisogno della grazia di Dio e di sentire la Sua presenza per non essere pula spazzata dal vento.
Abbiamo iniziato con l’espressione d’indignazione di Giovanni Battista, e ora concludiamo – o meglio iniziamo nuovamente – solo pochissimi versetti più avanti, con le parole di Dio stesso su Gesù: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”(Mt 3,17).
Dall’indignazione all’azione; l’avvento è anche questo, un altro nuovo inizio.

NB: in copertina, Anonimo, L’indignazione del Battista

Entrare nell’arca

 Il Signore vostro verrà

30 novembre 2025 – I Domenica di Avvento
Is 2,1-5
Sal 121
Rm 13,11-14
Mt 24,37-44

Oggi è diverso da ieri? E domani sarà diverso da oggi? Se ieri e oggi le cose sono andate più o meno bene, speriamo che me la cavi anche domani e magari senza troppe ansie. Come dire che desideriamo tutti una vita tranquilla. E se poi chiediamo a qualcuno com’è andata la giornata non raramente ci sentiremo rispondere: “Tutto normale, niente di nuovo”.
Ciò che evoca il testo di oggi è di natura completamente diversa.
Possiamo chiamarlo “Ciò-che-accadde-al-tempo-di-Noè”, oppure anche “La-venuta-del-Figlio-dell’Uomo”: pare si tratti di un cataclisma. Ciò che lo caratterizza è che nessuno se lo aspetta. Però del cataclisma che fu il diluvio narrato nel Genesi, Gesù non dice che “spazzò via tutti”, ma che “spazzò via tutto” , vale a dire “ogni cosa”.
Gesù sta probabilmente dicendo che alla venuta improvvisa e inaspettata del Figlio dell’uomo ogni cosa sarà spazzata via, ad ogni modo uno verrà “preso” e l’altro “lasciato”. Dunque, non è neanche del tutto appropriato dire che un cataclisma rappresenta la fine dei tempi.

La verità è che non ne sappiamo nulla di questa fine dei tempi e io accetto questa mia ignoranza.
Sembra che i contemporanei di Noè vivessero all’oscuro anche della loro ignoranza: cosa molto pericolosa è essere ignoranti dell’ignoranza! Socrate lo diceva in un altro modo: “So di non sapere”, si vede che aveva più di un sospetto sulla reale, fragile condizione dell’uomo!
Se uno vive nella beata ignoranza della fine dei tempi che spazza via ogni cosa, si dedica ogni giorno a compiti ordinari, tanto utili, quanto necessari: mangiare, bere, riprodursi. Può mai essere che uno debba pensare ad “entrare nell’arca”?

Entrare nell’arca? E che vuol dire?
Forse sarebbe meglio non pensare a Noè e all’opera di costruzione o edificazione di uno spazio abitativo e protettivo, ma ricordarsi che la nostra ordinaria condizione di vita è un tempo molto diverso da come lo percepiamo solitamente.
Gesù dice infatti:  “Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”. (Mt 7,24-27).
Entrare nell’arca significa dedicare del tempo a una “pratica” che può sembrarci addirittura superflua, perché non soddisfa alcun desiderio, non produce nulla in termini di profitto, non sembra proteggere da alcunché e ha un solo scopo: impedirci di coltivare dentro di noi l’ignoranza dell’ignoranza e la fine dei tempi.
Forse vivremo un solo cataclisma, una sola fine dei tempi, o forse ne vivremo diversi. Entrare nell’arca significa rifiutarsi di vivere nell’ignoranza della reale condizione umana; nel linguaggio del Vangelo, “entrare nell’arca” è detto “vegliare”.

Vegliare è un comando del Cristo. Vegliamo, non perché sappiamo che ci sarà la fine dei tempi, ma al contrario, perché non sappiamo né quando, né dove, né come ci coglierà. Quel che è certo è che nulla rimarrà uguale a prima e che saremo o “presi” o “lasciati”. Pensate a quanto potrebbe essere disorientante assopirsi, non sperimentare il cambiamento radicale che ci coinvolge, e ritrovarsi all’improvviso in un mondo totalmente diverso.
Una metafora di questo è ciò che accade ai giovani missionari: vengono catapultati in terra straniera senza sapere nulla di nulla, mentre credono di sapere tutto. Eccoli, mi pare di vederli – mi permetto di dirlo solo perché tutti abbiamo sperimentato questo inizio – in breve ci si accorge di non sapere nulla di nulla, neanche l’ABC dei sapori e degli odori, per non parlare delle parole… e delle persone… Alcuni pensano di aumentare la vigilanza, accumulando previsioni, raddoppiando le cautele per non farsi cogliere all’improvviso, alcuni sperando di non essere presi, altri per essere certi di essere presi! Anche in missione, infatti, c’è chi non vede l’ora di tornare a casa e chi si butta dentro “il nuovo mondo” a capo fitto.
Ma, se il cataclisma non dovesse coincidere con la fine dei tempi universale e dovessimo, per esempio, uscire miracolosamente da una malattia gravissima, non sarebbe meglio essere stati lasciati piuttosto che presi?
Eppure, il padrone di casa – questo sembra dire il Vangelo – siccome non conosce l’ora dell’arrivo dei ladri, cioè non sa quando arriverà la fine del tempo abituale e tranquillo che conosce, si lascia prendere dal sonno: dorme. In ciascuno di noi, infatti, coesistono due atteggiamenti contraddittori; ricordo che quando ero in missione e avevo già sperimentato drammaticamente l’arrivo dei ladri in casa di notte, armi alla mano, dovendo poi rimanere da solo in casa per un certo periodo, avevo paura e allora mi capitò di pensare: “Vado a dormire in lavanderia (una baracca adiacente alla casa). Se i ladri entrano, non penseranno che sono lì.” In breve, però, prevalse il buon senso e rimasi, fiducioso e in preghiera nel mio letto, cercando di tenere a bada la paura. Da questo imparai che essere vigili, cioè non coltivare l’ignoranza della fine dei tempi, è ciò che permette di trovare la pace. Chi veglia nella prospettiva della fine dei tempi è un essere completamente pacifico, completamente fiducioso.
Se esaminiamo l’immagine che abbiamo della fine dei tempi, ci rendiamo conto che la pensiamo esclusivamente terribile e catastrofica. Eppure, non ne sappiamo nulla. Perché allora immaginiamo qualcosa di terribile, di doloroso, di tragico? Perché la fine dei tempi dovrebbe assomigliare solo a un cataclisma di sofferenza? Perché, invece di essere sconcerto e shock, non potrebbe essere meraviglia e gioia? E perché l’esperienza dell’attraversamento di quel valico da una condizione all’altra del tempo – dal finito all’eterno – dovrebbe poi essere tanto diversa da quella vissuta alla nascita, che comunque non ricordiamo?

Comprendiamo forse ora perché questo brano di Vangelo è stato inserito – grazie alla profonda saggezza dei nostri padri – proprio nella liturgia della prima domenica di avvento.
Il Vangelo non è un anestetico contro la sofferenza e la paura, è Parola che apre alla grazia.

Quando Noè entrò nell’arca, e dovette cessare di attendere alle attività quotidiane consuete, forse, non fece altro che vivere il tempo della presenza di Dio in ogni cosa.
Per questo fu in grado di tornare pacificamente alla vita.

NB: in copertina, Anonimo, Nell’arca

Il paradiso

 «In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradis

23 novembre 2025 – Cristo Re
2Sam 5,1-3
Sal 121
Col 1,12-20
Lc 23,35-43

Quanto tempo restava da vivere a quei tre uomini sulla croce? C’era ancora del tempo per qualcosa? E per cosa? Osare ancora vivere, anche negli ultimi istanti, o abbandonarsi all’ineluttabile fine?
“Oggi sarai con me in paradiso”.
Quei tre uomini stanno morendo di una morte lenta e infame e uno di loro promette per l’oggi, per l’adesso stesso dell’agonia e della morte, il paradiso.
Come immaginare un evento simile e la prosecuzione dello scenario promesso?
Noi siamo tutti “al di qua” e immaginiamo la scena dalla parte del nostro tempo sulla base di ciò che sappiamo o crediamo di sapere: sappiamo della deposizione, di Giuseppe di Arimatea, delle donne, di Giovanni e di Maria e di tutti gli altri che sono fuggiti.
Dov’è, dunque, il paradiso in cui si trovano Gesù e il buon ladrone?
Difficile immaginare il paradiso!
Luca usa proprio questa parola: “paradiso” e lo fa mentre racconta la Passione.
Si tratta forse di quella condizione che descrive al capitolo 16, al versetto 22. Il paradiso è quel luogo di consolazione – il “seno di Abramo” – in cui si trova Lazzaro, che sulla terra sembrava un miserabile, sempre sdraiato ad elemosinare il pane sulla soglia della ricchezza?
Esiste l’idea che un certo tipo di paradiso sia promesso, solo dopo la loro morte, ai “diseredati”.
Ma la domanda vera, secondo me, è un’altra: il paradiso è per domani e comunque sempre per “dopo” o è per l’oggi? Qui leggiamo “Oggi sarai con me in paradiso”. Un “oggi” costretto da un verbo declinato al futuro…, l’unica prospettiva – puramente grammaticale – possibile dall’“al-di-qua”.
Credo che l’oggi di cui parla il Cristo non debba essere immaginato come un dopo-mondo temporale, un dopo-tempo. Il paradiso dev’essere un “fuori-tempo” noto “ora” ai viventi che lo abitano da un’altra prospettiva ai noi interdetta.
Succede però, purtroppo, che “dal di qua” nel nostro tempo e nel nostro mondo, ci sia chi si prende gioco dei viventi, siano essi vivi, morti o morenti. Costoro – quelli che sarcasticamente remano contro  “la vita eterna”– stanno costruendo “ora” l’inferno per sé e per gli altri, proprio come il ricco epulone.
“Oggi”, il qui e ora, l’hic et nunc – l’ “adesso” per cui chiediamo a Maria di pregare per noi, oltre che nel momento della nostra morte – è l’oggi in cui lo Spirito del Dio vivente soffia vicinissimo e si fa presente anche ai vivi.

Questa non è una mia farneticazione: è la Parola di Dio ad affermare fin dentro l’esperienza dell’al-di-qua, il suo esserci, il suo essere presente, qui, attorno a noi, per noi. Ecco perché la fede è un consenso. Nessuno sarà trascinato per forza nella vita eterna, io credo… la libertà dei figli di Dio contempla anche la tragica, deliberata scelta, di rifiutare l’eredità.
L’esperienza del buon ladrone parte da un intimo consenso, semplice, senza tante elucubrazioni, nasce da un’intima adesione alla presenza del Dio vivente che sussurra: “Oggi sei con me in paradiso”: parola stupenda, parola del Vangelo, parola di Dio per chi ha la benedizione di ascoltarla, parola di vita per tutti, parola di vita per i viventi, parola di vita che risuscita.

Perché la parola “paradiso” non è usurpazione o rasserenante promessa?
Di fronte alle croci issate ci rendiamo conto che di quei tre uomini uno è innocente, il motivo della sua condanna è esposto sopra la croce per iscritto: “Re dei Giudei”.
Il diritto romano non condanna senza motivo, e il motivo della condanna, che viene esposto al nostro sguardo, non può essere quello, perchè non è un reato essere “Re dei Giudei”.

Il Nazareno è innocente: questa è la verità.

Come egli stesso dice, quelli che lo crocifiggono non sanno quello che fanno. Lui invece sapeva cosa stava facendo fin dal principio.

Lui ha deciso ogni sua azione, non è rimasto immobile davanti alla miseria, alla sconfitta o alla fame.

I “capetti”, i soldati, i violenti, i bulli, gli sciocchi sogghignano?

Lui non si è mai preso gioco di alcuno. Non ha mai riso di altri. Vedeva solo esseri umani, li guardava tutti, anche gli stolti, i traditori e le puttane. In ciascuno di questi vedeva la vita, ovvero l’incomparabile dignità dei viventi, la promessa del domani e del dopodomani, la necessità della risurrezione per volontà di un Dio creatore che chiamava Padre.

I soldati si divertono, la loro violenza è eccitata dalla debolezza di quell’uomo, lo dissetano con l’aceto, perché, nella loro viltà, affossati in un al-di-qua privo di speranza, non sopportano la regalità dell’innocente che perdona i suoi giustizieri.
Uno dei malfattori, crocifisso al suo lato, addirittura lo insulta, trovando tempo per l’irrisione pur in quella agghiacciante precarietà che lo riguarda orribilmente… anzi, per essere molto vicini al testo greco, lo bestemmia: “Salva te stesso e noi con te”, istigando al contempo i soldati: “Scenda dalla croce se è il Figlio di Dio”. La bestemmia consiste nel pensare che l’onnipotenza di Dio sia a libera disposizione di un essere umano, che possa essere usata da un essere umano.

Questo Re dei Giudei, un uomo che adempie la Legge e i Profeti, deve morire, di morte oltraggiosa, per aver individuato e denunciato ciò che di più morboso, violento e ingiusto caratterizza gli esseri umani, e – cosa insopportabile per i cosiddetti “empi” consapevoli, ma ipocriti, – aver perdonato la viltà del peccato contro la vita.

Guardiamo al “buon ladrone”, l’altro malfattore, nell’ultimo istante si inserisce nella corrente della vita, riconoscendo la verità della condizione che sta vivendo. L’incontro con la verità, quella che Pilato non capisce neanche come termine linguistico e con lui molti altri, si manifesta nell’unità del vivente e della persona, nell’esperienza dell’al-di-qua, che il povero Lazzaro subisce, il Re dei Giudei scegli, il buon ladrone scopre.
Dunque, è esattamente nel nostro al-di-qua, fino all’ultimo istante, che possiamo realizzare ciò che il buon ladrone ha realizzato. E allora, non avremo vissuto invano.
Si scopre anche che il buon ladrone non è crocifisso accanto a uno qualunque: il suo prossimo è Gesù di Nazaret, un uomo così vivo, che ha tanto amato i vivi e la vita, da poter nominare, anche nell’agonia, la vita, la vera vita, la vera unità della persona e delle sue azioni, un’unità che non toglie nulla a nessuno, unità che si dona e che vive di questa parola: “Oggi, in verità, sei con me in paradiso”.

Prego perché nessuno aspetti l’ultimo respiro per entrare nella vita del risorto e accorgersi della vera identità del suo prossimo.
Possiamo essere benedetti nella nostra vita, nella verità, ogni volta che lo Spirito si manifesta e si fa a noi prossimo. Possiamo essere già oggi, insieme con Lui, in paradiso. Sarà la folgorazione, la comprensione di un attimo, che illuminerà il resto della vita di tutti i giorni.
Non dev’essere un caso che dalle prime pagine della Bibbia si parli di un paradiso terrestre.

Celebrare Cristo Re dell’Universo è riconoscere e celebrare la regale dignità di ogni persona nella verità che unifica ogni essere umano.

NB: in copertina, Anonimo, Cristo Re dell’Universo

Singoli, comunità e istituzione

Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto

16 novembre 2025 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Ml 3,19-20
Sal 97
2Ts 3,7-12
Lc 21,5-19

La pagina odierna si apre con l’annuncio della distruzione del Tempio e si chiude con: “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”.
Tanto per cominciare vorrei azzardare un paragone. Mi sembra che la spiritualità personale si sviluppi sul modello della crescita degli esseri viventi dotati di endoscheletro, come i vertebrati di cui facciamo parte: la nostra spiritualità è ciò che mantiene in posizione eretta il nostro “corpo morale”, è il nostro endoscheletro interiore. Più solido è, più i nostri muscoli possono svilupparsi e acquisire potenza; quanto più diamo spazio allo Spirito, tanto più le nostre azioni acquisiscono spessore etico.
Le istituzioni, invece, non sono tenute insieme da uno scheletro interno proprio, ma da una struttura di origine esterna costituita da un regolamento che ne definisce la forma e il funzionamento. Si potrebbe anche dire che le istituzioni si sviluppano come i bruchi. C’è il bruco che divora tutto e poi muore e quello che diventa crisalide. Quando il processo arriva al culmine si manifesta un cambiamento radicale: o la nuova formazione fallisce o… si trasforma in farfalla, e questo non avviene a costo zero. Quando si verifica il cambiamento radicale, quando è necessario passare da bruco a farfalla, il bruco diventa una crisalide e deve rompere il guscio per permettere alla farfalla di emergere. L’evoluzione radicale di un’istituzione comporta necessariamente una rottura: la struttura che la definiva si rompe per far posto alla definizione di una nuova struttura. Questo è il problema principale dell’istituzione: la coscienza morale e politica dell’istituzione equivale alla coscienza condivisa del gruppo che opera al suo interno; se la coscienza dei singoli è fasulla oppure opaca e l’istanza morale fa acqua da tutte le parti, l’istituzione è destinata prima o poi a crollare. E verrebbe da dire, speriamo prima di fare danni irreparabili!

Nel frattempo, quando la coscienza dei singoli è corrotta, immancabilmente irrompe qualcuno con la vocazione del tiranno che prende le decisioni su base personale e assume momentaneamente il controllo della comunità. È ciò che, secondo me, sta succedendo ora, c’è un personaggio di vasta fama e forte ascendente sul mondo intero, che aspira a mantenere il controllo politico-economico sull’intera comunità internazionale.

Ma Gesù ha mostrato la via per cambiare individualmente e ha denunciato pubblicamente i mali che affliggono le istituzioni, dimostrando che se un’intera istituzione è pervertita e opera sfidando la giustizia, significa che i singoli sono corrotti e che prima o dopo avrà luogo un evento esterno o interno finalizzato a offrire un’opportunità di consapevolezza collettiva e dunque di cambiamento di rotta. Se il cambiamento di rotta non ha luogo, l’istituzione è destinata al tracollo e, con tutta probabilità, all’ascesa del tiranno. Così è avvenuto per la distruzione del tempio ad opera di Tito e così era già successo una volta con Nabucodonosor.

L’etica cristiana ripudia totalmente il ruolo del tiranno, colui che decide per gli altri.
Il Messia, infatti, Gesù, non fu un capo-popolo, né un politico populista, tanto meno un tiranno. Istituì una nuova comunità improntata al principio della libertà e della fratellanza: al centro dell’attenzione della coscienza comunitaria, cioè all’interno dell’istituzione-chiesa, c’è la comunità nel suo insieme, che deve procedere unita come un solo corpo, e non può per alcun motivo lasciare indietro le sue frange più deboli.
Duemila anni fa, con Gesù di Nazaret e i suoi apostoli, è nata per la prima volta una comunità che facendo proprio il principio della pari dignità di ogni essere umano in ragione della figliolanza divina, della provenienza di ciascuno da Dio come fratello in Cristo, già dall’inizio ha stabilito l’inconsistenza fraudolenta di ogni tipo di barriera abusivamente posta dagli uomini tra classi sociali, popoli, lingue, razze, confini e culture.
Che cos’è in fin dei conti la “cattolicità”? L’etimo di “cattolico” deriva dal greco antico “katholikós” che significa “universale” o “completo”. Il termine indicava originariamente l’essere “tutto intero” o “completo”.
La chiesa primitiva nasce come istituzione che opera sfidando la falsa giustizia instauratasi nell’impero e nel tempio, istituzioni vecchie non più capaci di prendersi cura dei più deboli, inclini a farsi complici dei più forti che si arricchiscono a spese dei più umili. Tanto l’impero, quanto il tempio, storicamente, hanno preparato da sé la propria condanna, inclusi i “danni collaterali”. 

Trovo il vangelo di oggi altamente istruttivo, quasi fosse un manuale di sopravvivenza su come affrontare i momenti di crisi : le guerre, le manipolazioni politiche che seminano discordia tra la gente, le rivelazioni cospiratorie, il terrorismo, le minacce di guerra che si mutano in sanguinosi conflitti sono tutti segni di istituzioni decadenti in procinto di trasformarsi in qualcosa di meglio o di collassare.

Ne traggo tre lezioni e riguardano la perseveranza:
– nella fede
– nella comunione con il Signore
– nella preghiera.

“Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita” (Lc 21,19).
Rimanere sul cammino spirituale ed etico insegnatoci da Gesù dà senso alla nostra vita. Non arrendiamoci, manteniamo fede e speranza e nemmeno un capello del nostro capo andrà perduto (cfr Lc 21,17).

La perseveranza sarà per noi l’occasione di rendere testimonianza al Cristo (cfr Lc 21,13); essa è d’altronde la prova dell’alleanza che Dio ha voluto stabilire con noi. Ricordiamo la conclusione del Discorso della Montagna: “Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i torrenti, la tempesta si abbatté su quella casa, ma essa non crollò, perché le sue fondamenta erano sulla roccia” (Mt 7,24-25).

La preghiera, infine,  è ciò che ci consente di rimanere saldi: “Non dormite, pregate in ogni momento; allora avrete la forza di superare qualsiasi cosa accada e di comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Lc 21,36).
Vegliamo e preghiamo: è nella preghiera che troveremo la forza di perseverare.
La rilevanza del testo evangelico di questa domenica consiste nel ricordarci come vivere da cristiani quando tutto il resto del mondo vacilla intorno a noi.

Sale della terra per conservare il gusto della vita e luce del mondo per illuminare le scelte future, sappiamo che “l’orizzonte istituzionale di governance” della Chiesa passa attraverso l’amore e la giustizia per tutti.

NB: In copertina, Anonimo, Della corruzione: la caduta delle istituzioni

Oltre le distinzioni

Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità

9 novembre 2025 – Dedicazione della Basilica Lateranense
1Re 8,22-23.27-30
Sal 94
1Pt 2,4-9
Gv 4,19-24

Il testo evangelico di questa domenica è potente ed evocativo. La controversia dottrinale su quale sia il luogo più adatto all’adorazione, rischia di apparire in tutta la sua futilità, perché il Cristo afferma che è venuto il momento di adorare Dio in spirito e verità.
Per Gesù, l’Ebraismo e il Samaritanesimo dovevano essere forme di verità utili, ma parziali; venuto per condurre gli uomini verso l’uomo nuovo, non pone certo l’accento su quale dei due monti sia fisicamente più adatto per l’adorazione! Lascia da parte ogni distinzione basata su principi umani.

Oggi è costume intellettuale porsi al di sopra delle controversie religiose e dottrinali, dichiarandole inconfutabilmente inutili, salvo poi rimetterle al centro dell’attenzione mediatica, quando si vuole convincere il resto del mondo, che proprio dalle distinzioni religiose derivano i conflitti armati, come nel caso dell’attuale guerra in medioriente. L’intellettuale “adattato” si guarda bene dal mettere al centro dell’attenzione la vera causa del conflitto: la volontà egemonica di predominio economico e culturale, comodamente mascherata da questioni religiose antiche. Probabilmente i più accaniti difensori dell’importanza geografico/religiosa del monte Sion, sono proprio coloro che hanno interessi molto più economici che religiosi…
La mia personale impressione – non mi se ne voglia – è che dietro l’ideologia che sostiene l’uso delle armi e della violenza per motivi etnico-religiosi, laddove ci sia ancora un credente a farla propria – e non un ateo – viga la stessa forma di adorazione esteriore denunciata nell’Antico testamento dal profeta Isaia:  “Questo popolo si avvicina a me con la bocca e mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me” (Is 29,13).

Per comprendere meglio la questione dobbiamo chiederci che cosa intendesse esattamente Gesù con le parole dirette alla Samaritana: “Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. 

La dimensione della fede non contempla la controversia dottrinale; Dio è spirito e va adorato “in verità”, oltre il luogo fisico e oltre la minore o maggiore idoneità del luogo fisico. Dio lo si può adorare ovunque, purché il suo solido altare sia stabilito nel cuore fedele. Non è questione di sinagoga, o di chiesa o di moschea, è questione di adesione del cuore alla realtà dello spirito.

Oggi festeggiamo la Dedicazione della basilica Lateranense, luogo fisico in cui la comunità cristiana può radunarsi per celebrare la liturgia. Le chiese sono il luogo dell’adorazione, della preghiera comunitaria, della celebrazione eucaristica, che sostiene e vivifica i singoli. Ma ciascun credente si sente parte del Corpo di Cristo, perché adora lo spirito anche nell’autenticità della preghiera personale; è così che lo spirito prende dimora nel cuore dell’uomo. Il cuore si fa simbolo del tempio interiore, senza il quale nessuna comunione con Dio e con il prossimo può realizzarsi.

Accogliendo questa nuova concezione di Dio nei nostri cuori, svanisce anche ogni conflitto, perché Dio è adorato come Spirito e conosciuto come Verità. Dio è oltre i conflitti tra uomini: i conflitti sono il regno della menzogna.

Ovunque adoriamo il Padre con la massima sincerità, lì siamo nel regno dell’Amore Infinito.

NB: in copertina, Anonimo, Gesù e la Samaritana.

Valichi

Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori

2 novembre 2025 – Commemorazione dei defunti
Gb 19,1.23-27
Sal 26
Rm 5,5-11
Gv 6,37-40

Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori“: così dice il Cristo.
Se in linea di principio c’è la possibilità di essere cacciati fuori, allora deve esserci anche qualcuno che caccia fuori.
Se non è il Signore, chi è?

Fin dai tempi in cui Paolo scriveva, si è pensato che esista un’istanza accusatrice che parla all’orecchio dei mortali, svalutando i loro comportamenti e instillando dubbi e paure. Fu ben presto chiaro, dal grandioso inizio del Genesi, che è proprio il tentatore quello che provoca, sfida, svaluta, separa e fa cadere. Con il tipico stile strisciante, insinuante e sibillino, semina dubbi e paure per creare discordia e assoggettare l’umano. Perché? Perché è invidioso di Dio e sa di essere annientato dal Cristo.
Nel frattempo, è riuscito a prendere in giro quei due allocchi di Adamo ed Eva, che vivevano già in una condizione paradisiaca; nella grandiosa allegoria della tentazione per antonomasia, riportata all’inizio del Genesi, risiede tutto il dramma esistenziale dell’uomo e della donna di ogni tempo.
Oggi, abbiamo capito che il serpente non equivale solo a cause e motivi esterni, anzi,  spesso si sovrappone alla nostra coscienza con accuse, condanne e sensi di colpa fuorviati che invece di aprire la via alla redenzione, tendono a distruggerne la possibilità.
Così siamo sempre noi non solo a fare del male agli altri, ma anche e prima di tutto a noi stessi.
Penso che in parecchi, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito quella sgradevole vocina sussurrare: “Guarda che hai combinato, adesso è finita; sei un buono a nulla, non servi a niente.”
Si badi bene che il problema qui non è quello che la vocina dice, ma la nostra reazione. Di per sé, il senso di colpa per aver combinato qualcosa che non va, è un sentimento utile, ma solo se è uno strumento per lasciarsi rialzare. Se c’è una voce di condanna senza appello dentro di me, vuol dire che sono io ad auto-condannarmi, cadendo nel tranello demoniaco, perché non esiste nessuno fuori di me che può condannarmi per l’eternità. Il Cristo ha detto: “Colui che viene a me, io non lo caccerò”.
Nel vangelo è detto molto chiaramente che il compito del Cristo (cioè fare la volontà del Padre) è esattamente quello di assumere su di sé questa accusa, questa maledizione, questo “peccato del mondo” che consiste nel dare credito a quella voce falsa e tendenziosa che vuole dominarci.
E dunque, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (Rm 8,31).
Pensiamo al figliol prodigo, giovane di belle speranze che, ridotto a relitto, torna a casa pensando di subire una meritata punizione. Con sua grande sorpresa si vede invece accolto a braccia aperte, accudito, rifocillato, vestito a nuovo e onorato con un sontuoso banchetto (Cfr Lc 15,11-32).
Dev’esserci un vitello grasso per ciascuno di noi, solo che si faccia un onesto esame di coscienza, che consenta un autentico pentimento. Smancerie, esili quanto disperanti autocommiserazioni, lamentele non giovano. Ci vuole del coraggio, certo, per guardare in faccia la realtà, ma soprattutto ci vuole la fede. Non mi rialzo da solo… ma il Cristo sta aspettando lì che io mi lasci rialzare…

San Paolo, tanto per fare un esempio alto, non è certo uomo che abbia riflettuto sulla bellezza dell’amore di Dio nella quiete del suo comodo studiolo. Le sue tribolazioni non sono un catalogo di difficoltà, ma il racconto di esperienze reali: “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese” (Cor 11,24-28).
Ma in mezzo a tutto questo c’è una certezza: Dio non abbandona mai.  “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,35.37-39).
Paolo usa le categorie del suo tempo: potenze celesti, segni astrologici, forze dall’alto e dal basso, angeli o demoni, che possono essere riletti oggi anche come tutto ciò che altera, intossica, inquina, deturpa la nostra vita, procurando angoscia.
“Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio”: ogni volta che respiriamo boccate di angoscia, perché nell’aria sembra essere finito l’ossigeno e ci sentiamo morire, la stessa certezza di Paolo può diventare la nostra.
La pietà raddrizza. La pietà sbriciola la menzogna e la paura, anche la paura del dolore e della sofferenza.
Oggi commemoriamo i defunti; ognuno di noi sa quanto i nostri cari ci mancano ed è anche facile che la nostra mente corra a quando ineludibilmente toccherà a noi. E se quel passo fosse un vero e proprio valico verso la pace? Un passaggio, niente di più, dal buio alla luce: “Io lo so che il mio redentore è vivo!”, “Chi viene a me, non lo scaccerò, dice il Signore.”
Di più: se fossimo certi di poter attraversare questo valico verso la pace e la pienezza della vita eterna, chi di noi avrebbe più l’oltracotanza di segnare confini su questa terra di ostacolo ai nostri simili?
Siamo eredi di un lascito d’infinita bontà: “Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori” (Gv 6,37).

Cristo ha creato un valico tra la sua divinità e la nostra umanità, perché noi tutti potessimo raggiungerlo. “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace.” (Ef 2,14-15).

Eredi di questo enorme lascito di speranza per tutta l’umanità, che ha cambiato una volta per tutte il nostro modo di stare al mondo, dobbiamo imprimere nella memoria nostra e dei nostri figli che l’invidia della libertà non ha fatto registrare la scomparsa di Dio e che non intendiamo sottostare alla diabolica mancanza di fiducia dei detrattori della vita.
La voce, che a livello più generale, sia politico che strategico,  sta debilitando le menti e i cuori di una parte dell’Europa e del mondo occidentale, deve essere urgentemente sostituita dalla consapevolezza di aver già conseguito e goduto di una libertà e di un’accoglienza che ora, in varie forme, si vuole negare ad altri.
L’attraversamento dell’ultima frontiera non è la morte; l’ultima frontiera è rappresentata da quella sciocca superbia che ci fa sentire addirittura grandi peccatori, se non può farci credere di esser stati grandi santi. La morte non è la dogana, cui pagare il dazio, e soprattutto Dio non è l’addetto alle verifiche dei passaporti. Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,19). Ora, possiamo finalmente dire, con Giobbe e a gran voce:
“Io so che il mio redentore è vivo!” (Gb 19,25).

NB: in copertina, Anonimo, Commemorazione dei defunti

Ottusità

«O Dio, abbi pietà di me peccatore»

26 ottobre 2025 – XXX Domenica del Tempo Ordinario
Sir 35,12-14.16-18
Sal 33
2Tm 4,6-8.16-18
Lc 18,9-14

Due uomini, un fariseo e un pubblicano, salgono al tempio per pregare; tutto sembra sottolineare la contrastante posizione esistenziale dei due: il fariseo è uno che si sente “a posto”, “perbene”, degno di ricevere onori e degno dell’amicizia di Dio, il pubblicano invece sa di essere un peccatore, si mantiene un po’ distante, esita, proprio perché si sente tutt’altro che “a posto”, tutt’altro che in pace con la coscienza e si batte ripetutamente il petto.
Il comportamento dei due non è poi così scontato da analizzare; in fin dei conti il primo è un uomo irreprensibile, prega, medita, va al tempio, non sembra malevolo. È forse sbagliato digiunare due volte a settimana, versare la decima, essere onesti, giusti e scrupolosi? Certo che no, ma allora cosa proprio non funziona in quest’uomo?
E il secondo, il pubblicano? Cosa c’è di bello nella sua storia? È forse un modello da imitare? Collabora con i romani e il sistema fiscale dell’epoca gli permette di arricchirsi scandalosamente a danno della gente comune. Forse esercita loscamente la sua professione e il suo modo di pregare sembra un po’ teatrale; che stia recitando una commedia?

Gesù, che certo non indulge in lezioserie moralistiche, sembra assolvere l’uomo quasi troppo velocemente, come se si trattasse di un caso chiarissimo ed esemplificativo del nuovo ordine delle cose. In genere, quando racconta le sue parabole, Gesù spinge i suoi interlocutori ad esercitare una sorta di spirito critico e il più delle volte conclude il racconto con una domanda o un commento che inducono alla riflessione. Qui non è così, la parabola si conclude con un’affermazione perentoria: “Chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato”. Non interessa affatto cosa ne pensa l’uditorio: il pubblicano è riconosciuto giusto, il fariseo no.
C’è il rischio di rimanere disorientati? Allora dobbiamo dedurre che il bene non è sempre così bene e il male non è sempre così male?
È necessario comprendere in profondità che il buon ebreo virtuoso non è giustificabile, solo perché si sente perfetto e in ogni caso migliore degli altri. Con questo atteggiamento pestilenziale squalifica il resto del mondo e distrugge ogni possibilità di fratellanza.
Egli mostra, ostenta, giudica e fa spazio alla bestia di superbia priva di carità che ha occupato il suo essere. Si rivolge a Dio a testa alta, come fosse un suo pari; è pronto a valutare al ribasso il prossimo, mentre precipita rovinosamente dall’inutile piedistallo sul quale si è tronfiamente collocato.
Da questo brevissimo brano, trasuda l’ego ipertrofico del fariseo, quell’IO straordinario che fa tutto benissimo e meglio degli altri, mentre rimbomba come il misero ragliare di un mulo testardo.

E il pubblicano? Lui, semplicemente, non corre questo rischio, perché sa già di essere un asino!
Non è innocente, e lo sa. Non si aspetta nulla dagli uomini. Neanche ha reclami da fare a Dio.
Ha coscienza di essere un peccatore e tuttavia si espone a Dio così com’è, tenendosi a rispettosa distanza, in secondo piano, conoscendosi indegno di Dio.
Questo lo rende profondamente diverso dal fariseo. Lui non è migliore o peggiore del fariseo, ma ha la piena avvertenza della sua irrimediabile fragilità ferita.
Quella fragilità ferita che ha piena avvertenza di sé troverà grazia agli occhi di Dio.

Né i peccati, né le virtù altrui ci rendono migliori o peggiori di quel che siamo.
Riconoscersi peccatori è una grazia, è il dono che apre la via verso la pace con se stessi, con gli altri e con Dio. Solo perché perdonati, possiamo seguire le orme di Cristo.
Possa ciascuno di noi ricordare sempre che per ogni istante di vita c’è un futuro possibile di redenzione e di pace; vale per il pubblicano che torna a casa giustificato, ma vale anche per il fariseo, ancora smarrito nella sua autosufficienza.

NB: in copertina, Anonimo, Il fariseo e il pubblicano

Perseveranza

Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, le farò giustizia

19 ottobre 2025 – XXIX Domenica del Tempo ordinario

Es 17,8-13
Sal 120
2 Tm 3,14-4,2
Lc 18,1-8

Oggi ascoltiamo un’altra parabola: una vedova reclama giustizia da un giudice ingiusto.

La vedova nella Bibbia è l’esempio classico ed estremo di una persona senza risorse (Es 22,22-24; Sal 146,9; Is 1,17. 23; Ger 7,6-7), incapace di corrompere un giudice ingiusto per vincere una causa. L’oggetto della controversia potrebbe essere stato una disputa con chi voleva confiscare la proprietà di una vedova incapace di saldare un debito (come in 2 Re 4,1).
Nel nostro caso il cattivo giudice, che non teme Dio e che non ha riguardo per nessuno, finisce, comunque, per pronunciarsi a favore di una vedova e a rendergli giustizia.

Questa, per me, è una parabola spiazzante. Dio, o il suo Regno, sono sempre al centro delle parabole e mi chiedo se Dio possa mai essere questo giudice ingiusto, cioè senza giustizia, che non si preoccupa e che non teme nessuno.
Faccio fatica a pensarlo. Qualcuno dice che, se quest’uomo, per sua natura ingiusto e con tanti difetti, esaudisce la richiesta della vedova, a maggior ragione Dio, che non è né ingiusto né insensibile, esaudirà le nostre preghiere. Questo sillogismo andrebbe poi di pari passo con l’insegnamento di un’altra parabola: quella dell’amico importuno che ottiene ciò che desidera a forza di insistere. Alla fine di questa seconda parabola il Nazareno concludeva dicendo: “quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? […] Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,5-13). 
Tra queste due parabole esiste, però, una grande differenza: l’amico importuno non viene descritto come cattivo e ingiusto o addirittura senza timor di Dio. 
Probabilmente queste due parabole non sono l’una la continuazione dell’altra e tanto meno le due facce d’una stessa medaglia. 
Penso che la storia del giudice ingiusto e della vedova dica qualcosa di diverso a partire dalla conclusione: “Il figlio dell’uomo, quando tornerà, troverà la fede sulla terra?” 

Vorrei allora provare a rileggere questo brano partendo da un’altra parabola, quella dei talenti, dove l’ultimo servitore, quello che sotterra il talento ricevuto, giustifica la sua inazione dicendo: “So che sei un uomo duro, che raccogli dove non hai seminato […] ho avuto paura e ho nascosto ciò che mi avevi affidato” (Mt 25,24-25). 
Dio può essere paragonato a un uomo duro, che raccoglie dove non ha seminato? Trovo  questa “confessione di fede” falsa e fuorviante proprio come quella di un Dio paragonato ad un giudice ingiusto. Sbagliare teologia porta sempre ad una pessima antropologia… sbagliarsi su Dio equivale a sbagliarsi sugli altri: un errore fatale.
Mi viene da pensare che questo giudice ingiusto, distante e duro, sia un’altra falsa immagine di Dio che Gesù denuncia. 

La parabola sarebbe allora una critica alle teologie farisaiche e fuorvianti, e decisamente false. Non a caso il testo ripete più volte che questo giudice è un giudice di ingiustizia (iniquo e fallace) e che non teme Dio. Ora, credo che Gesù voglia farci uscire da questo tipo di religione annunciando un Dio di grazia, di tenerezza e d’amore. 
Purtroppo anche oggi molti, anche se cristiani, hanno un’immagine di Dio che assomiglia molto a un giudice ingiusto che castiga o che ricompensa in base alle opere, e che ascolta soltanto se la preghiera si fa insistente, incessante… ossessionate e impertinente. 
Giovanni, nel suo vangelo, dice: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17). 
Dio non “rende giustizia”, non premia o punisce, non chiede conto, ma grazia e perdona… “fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi” (Mt 5,45).
Nel preambolo del Padre Nostro il Nazareno afferma: “non siate come i pagani che credono di essere ascoltati a forza di chiedere, perché Dio sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (Mt 6,7-8). Dio allora non può essere come questo giudice ingiusto che esaudisce le nostre preghiere a forza di insistere o che si lascia impressionare dalla nostra fede o dalle nostre opere, ma semplicemente perché ci ama. 

Pregare significherebbe assillare Dio? Non è piuttosto mettersi al suo servizio? 
Il Dio che si rivela a Mosè in Esodo 3 sul monte Oreb, non dice “ho ascoltato la preghiera”, ma “ho visto la sofferenza dei miei figli e sono sceso per liberarli” (Es 3,7). 
Leggo in quest’ottica tutto il mistero dell’Incarnazione. Tutta la vita del Nazareno è stata questo immergersi nella condizione umana senza paura e senza infingimenti, 

Le parole conclusive della parabola sono cariche di significato. Gesù dice: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?” Quasi a dire: cambieranno le cose? Ci sarà giustizia? Equità? Verità? Le relazioni tra gli uomini cambieranno?
Il Nazareno pone la domanda ma non risponde. 
Potremmo dedurre che la fede sarà in declino? Stando a quanto Matteo dice verso la fine del suo vangelo “l’amore di molti si raffredderà” (Mt 24,12) potremmo anche supporlo. 
La cosa certa è che la palla ora è nel nostro campo. 
L’apostolo Pietro afferma: “Questo anzitutto dovete sapere, che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, […] e diranno: ‘Dov’è la promessa della sua venuta?’” (2 Pt 3,3-4). E poco oltre afferma che è attraverso la preghiera e l’impegno perseverante che attendiamo e affrettiamo “la venuta del giorno di Dio” […]. E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,12-13).

Pregare costantemente allora è non perdersi d’animo. Insistere nella preghiera è darsi da fare perché chi è giudice sia al servizio della giustizia. Perchè chi si fa la guerra smetta di farla, perchè la corsa agli armamenti cessi e si riscopra il sogno di Isaia “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra. Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore” (Is 2,4-5)

Detto altrimenti: “Venga il tuo regno! Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”.

“Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo.
Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto.
Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza” (Sal 84,11-14).

Uno su dieci

“Gli vennero incontro dieci lebbrosi”

12 ottobre 2025 – XXVII Domenica del Tempo ordinario

2 Re 5,14-17
Sal 97
2 Tim 2,8-13
Lc 17,11-19

Uno su dieci
E gli altri?
Ci eravamo lasciati la settimana scorsa con queste parole: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). 
Gesù parlava ai discepoli, e oggi parla a noi lettori. 
Servi inutili? Cosa vuol dire? Chi è il servo? 

La condizione del servo – o dello schiavo, a seconda delle traduzioni – è di non appartenere a se stesso, neppure al suo corpo o alla sua volontà. Riceve ordini, ingiunzioni, e fa del suo meglio per fare ciò che deve essere fatto. Non aspetta qualcosa in cambio o una ricompensa.
All’epoca, ma succede ancora oggi, il “padrone” di un servo o di uno schiavo aveva diritto di vita e di morte su di lui, e la morte dello schiavo, poteva essere l’ultima punizione. 
Difficile vedersi oggi come servi o immaginarsi come schiavi. 

L’altro giorno una frase mi ha lasciato perplesso seppure l’avessi sentita tante altre volte: “perché dovrei accontentarmi di qualcosa quando posso avere tutto?” Mi è suonata come un programma di vita. Sarà stata dettata da una buona dose di “presunta” onnipotenza e pronunciata da un io ipertrofico che non ha paura di nulla? 
Mi chiedo se sia poi possibile essere “onnipotenti” e al sicuro da tutto. Ad esempio: siamo immuni dall’invecchiamento? Siamo mai al sicuro da incontri inaspettati con ciò che la vita secerne di sporco e di brutto? 

La condizione umana, quella dei comuni mortali, è tale che, almeno per certi aspetti, sia paragonabile alla condizione dello schiavo: ci apparteniamo poco, e a volte non ci apparteniamo affatto. 
Il Figlio di Dio non ha certo l’abitudine di edulcorare la sua parola o di indorare la pillola. Insegna attraverso la sua parola e con le sue azioni. Se così non fosse, cadrebbe anche lui sotto l’accusa di essere un altro fariseo tra i farisei. 
Dopo aver affermato che il discepolo è un servitore o uno schiavo qualunque, il Nazareno continua il suo cammino verso Gerusalemme. Sarà lui stesso lo schiavo e il servitore inutile? 

Sulla strada gli vengono incontro dieci lebbrosi. Non è necessario immaginare una lebbra devastante.  A quei tempi qualsiasi macchia sulla pelle, specialmente se trasudava, veniva chiamata lebbra.  Questo bastava a emarginare dalla convivenza. Una volta allontanato ed emarginato il lebbroso – o il presunto tale – chi avrebbe potuto ri-ammetterlo nella società affermando e attestando la sua guarigione?  Era quindi necessario rivolgersi al sacerdote che, dopo ripetuti esami, riabilitava il malcapitato, lo dichiarava guarito e procedeva alla sua formale riabilitazione. 
Ma un lebbroso può mai completamente guarire? Ricordo molto bene la “Léproserie de la Dibamba” (il lebbrosario della Dibamba, a Douala in Camerun), un villaggio isolato sulla riva del  grande fiume da cui prende il nome. Un “non luogo” che frequentavo almeno una volta la settimana. I lebbrosi, anche dopo la loro avvenuta e certificata guarigione, non lasciavano il lebbrosario ma vi rimanevano perché quella era diventata, negli anni, la loro casa, il loro ambiente, il loro villaggio.  
Il corpo può guarire, ma il rapporto con la vita guarisce nella stessa misura e con lo stesso tempo? E le voci, i rumori e i mormorii del quartiere o del paese? 
Anche se le voci si attenuano rimangono impresse dentro… questo rumore continua ad essere percepito come un eco interiore… che risuona come i colpi cadenzati di un tamburo nelle notti e nei giorni, inconsciamente, come un mantra… come il ticchettio di una vecchia sveglia che impedisce di prendere sonno.
Siamo abituati a vedere il Nazareno come un abile guaritore: parla, tocca e guarisce. Oggi siamo di fronte a una situazione veramente particolare. A questi poveretti Gesù dice soltanto di andare a mostrarsi ai sacerdoti. “Ora avvenne che mentre essi andavano, furono purificati”. 
La potenza del Figlio di Dio agisce così, a distanza, senza contatto, senza gesto? Suppongo di sì. Ma forse faremmo meglio a vedere il Figlio di Dio come il servo inutile di cui parla tutto il vangelo. Il Figlio di Dio, sovranamente libero, si fa schiavo delle circostanze, schiavo della vita che mette sulla sua strada uomini provati, malati, esclusi e che si auto-escludono. Diventa lo schiavo, nel senso letterale del termine, perché mobilita, a vantaggio di questi dieci lebbrosi, le capacità e le facoltà che sono sue, obbedendo all’ingiunzione della vita che vuole vivere. Fa dunque, come ha detto, fa ciò che si deve fare, e conduce anche i suoi interlocutori a fare ciò che si deve fare. 
Mi viene da pensare che qui non ci sia un miracolo divino, ma che ci sia “soltanto” un miracolo umano. Quando una persona o tutto un gruppo è convinto di essere emarginato, così convinto da mantenersi ai margini della società, il sentimento di marginalità è così forte che nessun segnale di integrazione o di guarigione può più giungere. Quindi vedo queste dieci persone, così occupate a far sapere che sono lebbrose,  che nessuno gli si avvicina abbastanza per vedere che sono già guarite. Sono come intrappolati nella loro mente da non accorgersi e da non vedere che la gabbia della malattia è aperta, che possono finalmente uscire. 
Nessun miracolo divino quindi nell’intervento di Gesù, ma solo il miracolo umano della vicinanza e della prossimità sufficiente per dire a chi era provato dalla malattia, che è vivo, che la vita è data, e che non è soltanto permessa o promessa.
Andarono, si mostrarono ai sacerdoti, furono dichiarati guariti, tutti, ma solo uno tornò indietro a ringraziare. Lo schiavo non si aspetta ringraziamenti. Credo che qui non ci si debba perdere in ovvie considerazioni sulle buone maniere o ci si debba scagliare contro l’ingratitudine! Siamo certamente contenti della loro guarigione, siamo felici che i sacerdoti li abbiano dichiarati guariti (il Vangelo però non ci dice nulla della loro riabilitazione o del rilascio del certificato di avvenuta guarigione). 

Ai tempi del Vangelo di Luca, come ai giorni nostri, una guarigione può essere il risultato di un processo di cura, di un protocollo eseguito correttamente o di procedure rispettate. Tutto questo non esige un ringraziamento per coloro che hanno contribuito o collaborato alla guarigione. Il mondo è tale che se anche tutte le malattie e le sofferenze fossero superate, anche se non ci fosse più sudore, sangue o lacrime, non sarebbe ancora il regno di Dio. Perché, ci insegna Luca, il regno di Dio non entra tra i fatti osservabili scientificamente e empiricamente. Ciò non significa che ci si debba accontentare dello stato del mondo, così come lo osserviamo, senza mai intervenire, per quanto si possa, cercando di cambiarlo. Quello che facciamo può essere visto, osservato. Ma ciò che non si vede è questa disposizione che fa agire senza alcuna inibizione dovuta al riconoscimento o al misconoscimento, al premio o alla punizione. Ciò che non si vede è la posizione del Figlio di Dio, la posizione del testimone della risurrezione. Chi vive della risurrezione non si aspetta dal suo atto di fede un supplemento di vita per sé. Il regno di Dio è in lui per la decisione presa di agire e per il suo agire. Questa posizione è così discreta, persino così segreta, che il suo atto sarà, il più delle volte, diciamo nove volte su dieci – per parafrasare la proporzione di questo brano… oppure, chiosandone un altro, di uno su cento (cfr Lc 15,4-7) –  ripreso dall’ordinario delle cose, considerato normale, naturale, meritato o immeritato. Credo si debba essere estranei a una certa logica delle cose, a una certa logica della religione, da essere in qualche modo uno “straniero” per individuare ciò che è gratuito, misericordioso, immeritato, ciò che è dato. Questo è il luogo della fede. 

Riuscirà il discepolo di Gesù, il lettore del Vangelo di Luca, il credente, a sottrarsi a questa familiarità con il proprio maestro e a considerare normale tutto ciò che riceve? Questo è ciò che, per me, questo testo invita a fare. Questo è ciò che la vita ci invita a fare. Questo straniero (o Samaritano, a seconda delle traduzioni) è dichiarato salvato, non in virtù del suo ritorno dal guaritore, né in virtù della sua giusta confessione di fede e neppure perché si è prostrato. Viene dichiarato salvato perché non ha perso di vista lo straordinario dell’essere vivo. Ha trovato in se stesso il Regno di Dio. Ha trovato la libertà. Non ha avuto bisogno di un riconoscimento ufficiale per scoprirsi guarito. Lo era, lo è diventato grazie a quell’incontro con chi non ha avuto paura di lui, con chi non aveva pregiudizi, con chi si è avvicinato e si è lasciato avvicinare.
Il Regno di Dio non era una cosa lontana, era tra di loro. E gli altri nove? E la loro salvezza? 
Quanto alla salvezza degli altri nove, Dio solo lo sa!

Un granello di fede

Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe

5 ottobre 2025 – XVII Domenica del Tempo ordinario
Ab 1,2-3;2,2-4
Sal 94
2 Tim 1,6-8.13-14
Lc 17,5-10

Quando i discepoli di Gesù di Nazareth parlano, fanno spesso domande insolite, manifestando un’incomprensione piuttosto massiccia di ciò che sta loro accadendo a causa dell’irruzione del Maestro nelle loro vite: lo seguono da vicino, condividono i pasti con lui, ascoltano il suo insegnamento, assistono alle sue azioni. Ora sembra emergere da un lungo silenzio una nuova richiesta: “Accresci in noi la fede”.
Da buoni cristiani, cerchiamo un significato molto serio nella risposta di Gesù: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, direste a questo gelso: ‘Sradicati e trapiantati nel mare’, ed esso vi obbedirebbe!
Nel fiume d’inchiostro speso per illustrare questa affermazione, l’interpretazione più popolare corrisponde alla credenza nella fattibilità assoluta, per il tramite della fede in Cristo, di qualcosa che desideriamo ardentemente; la fede ci darebbe un potere straordinario, quello della volontà libera da ogni limite materiale fino a sfidare le leggi della fisica, una specie di potere magico.
Questa interpretazione può indurre, infatti, in ragionamenti illusori: se la realtà ci resiste significa che la nostra fede è carente. Del resto, molti portano con sé il ricordo di un desiderio, di un auspicio o almeno di un progetto non realizzato. Sarà stato per mancanza di fede?
Le parole di Gesù sono davvero da prendere in questo senso?
Se aveste fede quanto un granello di senape…”. Di fronte a questo detto e ad altri caratterizzati dallo stesso tono, la teologia contemporanea è arrivata anche a chiedersi: “Gesù proferiva anche risposte umoristiche? Aveva un particolare senso dell’umorismo?”
“Sarebbe sorprendente – diceva un mio ​​professore di Teologia Sistematica – se la Bibbia, che parla di tutto ciò che riguarda l’essere umano, facesse a meno dell’umorismo”.
L’idea di umorismo, come noi la conosciamo, era diversa nel primo secolo dopo Cristo: pare che tra il riso e la derisione fosse riconosciuta come piccola virtù l’eutrapelia, nel senso di una certa predisposizione a fare osservazioni sottili, spiritose, a offrire un’interpretazione benigna e sorridente, a “volgere in bene”, come suggerisce l’etimologia greca del termine, alcuni fatti della vita reale. Sembra che Gesù fosse ben dotato anche di questa piccola virtù.
Tommaso d’Aquino sosteneva che l’eutrapelia fosse una sorta di riposo per la mente, una forma di rilassamento e di piacere, utile per porre rimedio alla stanchezza della concentrazione prolungata. La capacità del pensare andrebbe in frantumi se non conoscesse momenti di riposo. Sempre secondo San Tommaso, le attività collegate a questo tipo di rilassamento della mente corrispondono all’intrattenimento, allo svago, al gioco, allo scherzo.
Se accettiamo il principio che Gesù non era un superuomo, ma tanto pienamente uomo, quanto pienamente Dio, non è impossibile che di tanto in tanto scherzasse, prendendo bonariamente in giro i suoi a scopo “didattico”. Credo questo non sfuggisse neppure alla mia illetterata, ma pragmatica nonna. Chiosava allegramente questo brano dicendo: “pensa un po’ che miracolo inutile! Far muovere le montagne, chiedere a un albero di andare a piantarsi nel mare a cosa serve, a chi serve?”.
Se avessimo l’idea che un piccolo seme di fede, la vera fede, potrebbe permetterci di compiere grandi miracoli, ma inutili al nostro prossimo, mia nonna avrebbe pensato che siamo… un po’ stupidi. Non abbiamo ancora visto muoversi il Terminillo o il Gran Sasso, o spostarsi la grande quercia del mio paese per andare a piantarsi nel lago di Garda. E neanche abbiamo visto un credente attraversare lo Stretto di Messina camminando sulle acque. Gli umani, però, restano amanti dello straordinario e avidi di miracoli inutili tanto quanto duemila anni fa.

Il vero tema di riflessione posto dal vangelo di questa domenica non è la capacità di compiere miracoli,  ma la natura della fede predicata da Gesù di Nazaret.
Gesù, subito dopo, inizia a parlare ai suoi apostoli del servizio, di ciò che deve essere fatto, e fatto bene, perché ci compete.

Cos’è la fede, in definitiva, per Gesù?
Anche se non ne dà mai una definizione, esaminando i passi in cui la menziona, ci rendiamo conto che non è una bacchetta magica, non rende onnipotente il pensiero sulla materia. Gesù ne parla sempre come di una dinamica relazionale, per noi piuttosto sorprendente. È fatta prima di tutto di perseveranza. Si pensi non solo alla perseveranza, ma anche all’ingegnoso sforzo di quegli uomini, che non essendo in grado di avvicinarsi a Gesù con il loro amico disteso su una barella, si ostinano a raggiungere il Maestro, passando per un tetto, togliendo alcune tegole e calando la barella dall’alto pur di portare il malato davanti a Gesù, perché lo guarisca (Lc 5,17-26). Il Nazareno non sottolinea la fede dell’uomo in barella, ma quella di coloro che lo portavano.
Poco più avanti, ci imbattiamo nella fede di un centurione, che è romano e certamente crede in altri dèi, eppure è perseverante e sicuro che il suo servo potrà essere guarito, purché il Cristo lo dica. Ciò che l’uomo chiede a Gesù, con l’aiuto di molti intermediari, non è per sé, ma per uno dei suoi servi che egli ama in modo particolare (Lc 7,1-10).
Poco dopo, Gesù mette in luce anche la fede di una donna, peccatrice secondo l’opinione dell’evangelista e anche secondo quella dei farisei (Lc 7,36-50).
Assai diversamente, nei discepoli sorpresi da una tempesta sul lago, Gesù osserva non esserci fede. Nonostante la Sua presenza, prevalgono il pessimismo e la paura, gli ostacoli principali (Lc 8,22-25). “Dov’è la vostra fede?” chiede Gesù ai suoi discepoli. Manca la fiducia, che spinge all’azione.

C’è anche il caso della donna che Gesù guarisce, dicendo: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace” (Luc 8, 43-48). Ciò che questa donna ha fatto, toccare la veste del Cristo di nascosto per ottenere la guarigione, non solo era proibito dalla legge, ma secondo i codici dell’epoca, avrebbe dovuto essere punita per questo: si era avvicinata a Gesù da dietro, facendosi strada tra la folla mentre era impura, soffrendo di una cronica perdita di sangue. Laddove i suoi contemporanei vedevano solo peccato grave e trasgressione, Gesù arriva a parlare di fede che salva.
Qui, la fede diventa addirittura trasgressione di tutti i codici culturali, morali e religiosi che alienano e disumanizzano.
Dalla risposta di Gesù alla richiesta di accrescimento della fede, apprendiamo pure, che la fede è gratitudine e riconoscenza e che gratitudine e riconoscenza fanno parte della dinamica relazionale tra Dio e uomo.
Non è la fede, per esempio, a guarire in quel giorno dieci lebbrosi tutti insieme; il gesto del Nazareno è gratuito. Solo uno dei lebbrosi guariti tornerà per ringraziarlo, e a questo Gesù risponderà: “Alzati, la tua fede ti ha salvato”.
Riguardo a cosa sarebbe salvo, un uomo già guarito dalla sua malattia fisica?
Intanto è l’unico che non chiederà alcun permesso al sommo sacerdote per riprendere il suo posto nella società. Quindi, nella fede di questo “salvato” c’è libertà.
Poco più avanti, sulla strada per Gerusalemme, un cieco sul ciglio della strada apprende del passaggio di Gesù e comincia a gridare per richiamarne l’attenzione ancora e ancora, nonostante la folla, e ancora più forte quando gli altri cercano di farlo tacere (Lc 18,35-43). Nell’incontro con Gesù, la fede si rivela, non solo come desiderio di relazione, ma come espressione di un bisogno.

La fede, infine, è fragile; l’evangelista dice che Gesù stesso prega affinché la fede di Pietro non venga meno nella prova del Venerdì Santo (“Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” – Lc 22,32).
La fede non ha nulla a che fare con le credenze che si attaccano a degli oggetti o a delle formule.
È allo stesso tempo fragile e forte; a volte è una lotta concreta,  sempre inscritta nell’interazione con gli altri e con Dio.
La fede è una forza che ci spinge ad essere, nella verità, e ad agire per il bene di un altro.

Non è onnipotenza del pensiero che ci renderebbe capaci di invertire il corso naturale delle cose, non è la bacchetta magica, che forse gli apostoli desideravano.
Gesù invece risponde che la fede in sé non è nulla finché non è al servizio di qualcun altro, ed è questo il senso della seconda parte della sua risposta, troppo spesso separata dalla prima nelle nostre Bibbie.
La fede non serve a nulla, se non serve a qualcuno. Non è una questione di moralità, è una questione di salvezza per l’altro e per noi stessi.

Se una persona non ha altro orizzonte oltre se stessa, non può avere alcuna aspirazione di salvezza per l’altro. Non è necessario preoccuparsi della propria salvezza nell’aldilà; Cristo se ne è già preso pienamente cura.
Nella nostra vita qui sulla terra, tuttavia, bisogna dirlo, è da noi stessi che spesso abbiamo bisogno di essere salvati. Ecco perché, “quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato dato da fare, dite: siamo servi senza particolari meriti, senza particolari necessità”. Abbiamo a disposizione tutto ciò che serve.
Paolo di Tarso lo dice in un altro modo, “Anche se avessi tutta la fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E anche se distribuissi a piene mani tutte le mie risorse e dessi la mia vita per vantarmi, ma non avessi la carità, non servirei a nulla.” (1 Corinti 13).

Se dunque c’è una richiesta che possiamo fare insieme, una preghiera, è forse questa: che ci venga aggiunta in dono non la fede che chiedono gli apostoli, ma quella di cui ci parla Gesù, nutrita dalla fiducia, dalla carità, dalla gratitudine e forse anche, in aggiunta, ci sia fatta la grazie di quest’altra piccola virtù dell’eutrapelia, che si dice sia figlia della temperanza… permette di mantenere le distanze dall’ira e dall’aggressività e, in ogni circostanza, aiuta ad evitare lo scoramento di fronte all’assurdo.

NB: in copertina, Anonimo, Gesù ammaestra i discepoli