Marta e Maria

Una sola è la cosa di cui c’è bisogno

20 luglio 2025 – XVI Domenica del Tempo Ordinario

Gn 18,1-10
Sal 14
Col 1,24-28
Lc 10,38-42

Le figure di Marta e Maria tradizionalmente rappresentano due modalità di discepolato che a volte è difficile conciliare nella vita quotidiana: servizio e ascolto.
Quando Marta si lamenta con Gesù perché sua sorella non le viene in aiuto nel servizio, Gesù risponde: “Marta, Marta…”; sembra il modo di rivolgersi ad una persona cara per farle notare qualcosa di cui non si è ancora accorta. Non la sta rimproverando, né le sta dicendo che sarebbe preferibile per lei comportarsi come Maria; sta probabilmente facendole notare che la sorella agisce sotto una diversa spinta motivazionale. È come se Gesù dicesse a Marta: “Fermati un po’, guarda te stessa e tua sorella e ascolta quello che ti dico…”.
Il senso generale del discorso riguarda più che altro il tema dell’ “agitazione”, che accompagna di solito chi è impegnato nel “fare” con la preoccupazione di “fare bene” e “fare in fretta”: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose…”.
Gesù si rivolge a Marta, ponendola in ascolto proprio su ciò che più la pre-occupa, e le pesa. L’accento, credo, non è posto sul “fare” del servizio, contrapposto al “non-fare” della contemplazione, piuttosto sul fare frenetico di chi svolge un compito quasi automaticamente, quando lo svolgerebbe magari diversamente, con più serenità e maggiore creatività.
La psicologia insegna che una lieve tensione rende migliore il risultato, ma se la pressione cresce, superando una certa soglia, la prestazione peggiora, ma sapere questo non è poi così utile perché a noi interessa più la persona che la sua prestazione. “Una sola cosa è necessaria – osserva Gesù – Maria ha scelto la parte buona, che non le sarà tolta”. L’essenziale consiste nello scegliere di mantenersi in una condizione tranquilla, senza preoccupazioni o distrazioni, per poter ascoltare la Parola che dona la pace, cioè la parte migliore che non ci può essere tolta.
Saper “mollare” occupazioni, preoccupazioni e tensioni varie, anche per pochi minuti è importante.
Dunque, Maria non è migliore di Marta, anzi forse è predisposta ad avere un po’ “la testa tra le nuvole”… come diremmo oggi, dall’alto del nostro attivismo.

Ho trovato interessante vedere come reagiscono Marta e Maria negli altri due passaggi evangelici in cui compaiono.
Le troviamo nel Vangelo di Giovanni (11,20-37) in una situazione quasi identica: Marta attiva e Maria passiva, ma in un contesto completamente diverso. Non si tratta di una visita “tranquilla” di Gesù alle due sorelle, ci ritroviamo dentro un evento drammatico: Lazzaro, il fratello di Marta e Maria, è molto malato. Sappiamo che Gesù “amava Marta, sua sorella, e Lazzaro” (Gv 11, 5) e le due sorelle lo avvertono della malattia del fratello, ma Lazzaro muore prima dell’arrivo di Gesù. Quello che accade suscita due diverse reazioni: chi mostra una fede assoluta è Marta, non altrettanto sembra di vedere in Maria. L’impressione è che la stessa storia rifletta due realtà differenti. Marta corre incontro a Gesù e quasi lo rimprovera di essere in ritardo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio ​​fratello non sarebbe morto!” E poi: “Ma so che quello che chiedi a Dio, Dio te lo darà”. Per Marta Gesù è stato “lento”, ma la speranza è che lui possa ancora fare qualcosa. Maria, invece, sembra confinata nella tristezza e nella sfiducia: sta seduta, circondata da chi cerca di consolarla. Quando finalmente si alza per andare incontro a Gesù, gli muove lo stesso rimprovero della sorella: “Signore, se tu fossi stato qui, mio ​​fratello non sarebbe morto!” Non parla oltre però, piange e commuove col suo pianto.

Troviamo ancora Marta e Maria nel capitolo successivo di Giovanni, durante una cena, stavolta con Lazzaro risorto (Lc 12,1-8).

Durante questo pasto, Marta “serve”, come nel racconto di Luca, e Maria versa profumo sui piedi di Gesù, in un gesto di fede generosa (lo stesso che Giuda denuncerà come un inutile spreco).

Queste tre storie presentano Marta e Maria come due persone molto diverse, ma tutt’altro che circoscrivibili in categorie separate: c’è un momento in cui Marta si agita invano e un altro in cui il suo modo di essere la fa camminare con fede incrollabile.
C’è un tempo in cui il suo modo di essere rinchiude Maria nella nostalgia e nel dolore e un altro in cui la rende più disponibile, attratta e ricettiva nei confronti della Parola.

Se ognuno di noi guardasse a se stesso, si accorgerebbe che si può passare da una dimensione all’altra, siamo un po’ Marta e un po’ Maria a fasi alterne.
Si può essere presi da preoccupazioni, nostalgie, fatica o lutti, e si può reagire lavorando di più o ritirandosi nella sofferenza, ma, a  volte, mossi dalla fede, possiamo recuperare la capacità di ascolto e con essa la speranza e la fiducia.
Può succedere in diversi momenti della vita, così come allo stesso tempo, in diverse parti del nostro essere interiore. A volte siamo Marta, a volte Maria, e spesso sia Marta che Maria.
Questa storia potrebbe anche risuonare come un invito ad articolare i diversi tempi della nostra esistenza e le tensioni che ci attraversano. Preoccupazione e fiducia, lavoro e grazia, impegno e ascolto, servizio e preghiera, come due sorelle in noi. In fondo, qual è la parte migliore che non ci sarà tolta? Rimanere in Cristo, questo non ci sarà mai tolto e questo si sceglie; quel che è certo è che Maria ha scelto e che tutti possono scegliere.

Non c’è inevitabilità in questo, c’è l’opportunità di decidere cosa vivere e come viverlo.
L’impegno non necessita di preoccupazione e tumulto e la pace è gioiosa e contagiosa.

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Un uomo

Gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono,
lasciandolo mezzo morto

13 luglio 2025 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Dt 30,10-14
Sal 18
Col 1,15-20
Lc 10,25-37

Cosa possiamo evincere dalla storia del buon samaritano? Che un religioso può mancare di umanità e che un laico di diversa fede può comportarsi meglio? Naturalmente, questo non è falso, ma è come accarezzare la superficie delle cose.
Al tempo del Maestro vigeva una norma stabilita in Nm 19,11-16: “Chiunque toccherà un morto – qualunque corpo umano – rimarrà impuro per sette giorni. Si purificherà con acqua lustrale il terzo giorno e sarà in stato di purezza il settimo giorno. […] Chi tocca un morto – un essere umano morto – e non si purifica, rende impura la dimora del Signore. Questo sarà quindi tagliato fuori da Israele. Poiché su di lui non è stata aspersa l’acqua lustrale, è impuro, rimane in uno stato di impurità.” Questa norma rispecchia in fondo la consueta repulsione verso la malattia e la morte che tutti gli esseri umani provano, ma anche impone con la forza della legge dei principi di igiene probabilmente difficili da spiegare a un gruppo umano di duemila anni fa, dedito per lo più alla pastorizia. Forse, se il sacerdote si fosse fermato a soccorrere l’uomo sul ciglio della strada avrebbe rischiato di non poter entrare al tempio e … si capisce che se uno va di fretta, magari non ha molto tempo per purificarsi…è un comportamento che talora mettiamo in atto anche oggi, tanto è vero che chi rischia per salvare un altro, generalmente è considerato un santo o un eroe.
Che cosa non va riguardo al comportamento del sacerdote? L’uomo obbedisce a ciò che la legge comanda, se lascia morire un uomo per la strada, dal punto di vista della stessa legge non può essere giudicato colpevole di nulla. Oggi, almeno, in certe circostanze, sarebbe un reato di omissione di soccorso.
La parabola, però, pone l’accento non  tanto sulla mancanza di umanità dell’uomo, quanto sulla scarsa o nulla attualità della legge all’epoca in vigore. Qui non è lo specialista del diritto ad essere chiamato in causa, ma il diritto stesso e il suo statuto, configurato come l’insieme di norme che un gruppo umano si è dato.
Paralleli con l’attualità non mancherebbero: chi “fa” il diritto? Chi legifera? Su quali presupposti etici impliciti?
Gesù interroga il suo interlocutore, probabilmente notando l’impostazione “legalistica” della domanda: “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”
La vita eterna, se ci crediamo, è un dono e non si ottiene perché la si vuole, ma la si riceve per amore; credo che Gesù dunque volesse aprire la mente del suo interlocutore per consentirgli di gettare uno sguardo più chiaro e leale su se stesso e sul mondo. In certi casi, applicare una norma alla cieca, perché “si fa così”, può avere conseguenze molto gravi, addirittura può mettere in pericolo la vita degli altri. Spesso l’applicazione meticolosa e puntigliosa di un principio porta a trascurare l’essenziale e può avere conseguenze disastrose.

La parabola del buon samaritano, vero caso da manuale, è destinata solo agli uomini del tempo di Gesù? Non credo proprio. Tant’è che a volte mi chiedono se la nostra chiesa permette questo o quell’altro comportamento. La Chiesa non è un’organizzazione che deve approvare o invalidare le scelte etiche dei contemporanei, siano essi parrocchiani o meno, sarebbe un totale fraintendimento del suo messaggio, che è e resta lo stesso messaggio di amore portato nel mondo dal Cristo. L’amore sfugge ad ogni codificazione, non perché chi ama sia esonerato dal rispettare le norme, ma perché vivere nell’amore significa prestare la nostra attenzione e le nostre cure alla vita e alla pace del nostro prossimo non a ciò che ci è permesso o proibito.
Questo vuol dire vivere nella libertà, spezzare le catene delle nostre personali schiavitù, che ci rendono simili a quel sacerdote, cieco di fronte alla realtà e privo di compassione.

Gesù, maestro di vita, porta l’umanità fuori dalla disumanità delle leggi antiche e anche di un “diritto internazionale” oggi pronto a giustificare il riarmo e la guerra in nome di una regola implicita che è sotto gli occhi di tutti coloro che la vogliono vedere.

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La casa nel regno

Non passare di casa in casa

Is 66,10-14
Sal 65
Gal 6,14-18
Lc 10,1-12.17-20


È tempo di partenze, tempo di viaggi, chi vive in città cerca di sfuggire al caldo e di trascorrere le ferie andando dove il clima è più mite; indossa abiti e scarpe comode, porta con sé valigie, borse, documenti di riconoscimento e denaro; non con simile attrezzatura dovrebbe partire un discepolo, tuttavia bisogna ammettere che il missionario moderno, quando va in missione, prima spedisce imponenti bagagli e poi parte con scarpe comode, 43 kg di valigie in stiva e bagaglio a mano talmente stipato che la cerniera rischia di esplodere da un momento all’altro.
Evidentemente la mia descrizione è un po’ caricaturale, ma siamo veramente lontani dal “niente borsa, nessuna bisaccia, senza sandali”. Mi si potrà obiettare che il significato sostanziale delle parole di Gesù è che nulla deve appesantire il passo dei discepoli all’infuori di un’autentica vocazione alla propagazione del Vangelo, e questo è senz’altro vero.
Anche la modalità della trasmissione del messaggio cristiano è sfrondata da ogni elemento superfluo, non c’è altro da dire se non: “Il regno di Dio è giunto a voi”, preceduto da: “Pace a questa casa”. Adattato al contesto, non sembra essere una comunicazione complicata.
Gesù invia i suoi discepoli in missione nella semplicità totale, in una sorta di felice sobrietà.
Troppo semplice, troppo radicale, troppo sobrio per essere preso sul serio?
Inoltre sono inviati “a due a due”, e con il comando di agire in un certo modo in “qualsiasi casa” si trovino ad entrare.
La premessa al versetto 3 “Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi” dimostra che Gesù ha perfettamente presente la realtà del mondo e dalle terrene avversità, esprime con chiarezza che i discepoli potranno anche fronteggiare rifiuto e ostilità, ma questo non è un motivo per sprofondare nello scoraggiamento, potremmo dire “fa parte del gioco”, e il discepolo che si trovi in una simile situazione, lascerà il luogo del rifiuto liberamente, senza rimorsi e senza alcun debito verso chi lo ha rifiutato.
L’annuncio del Vangelo è prima di tutto un “mettersi in cammino” senza zavorre e attaccamenti particolari, per avere la libertà di incontrare il prossimo, perché è in quel preciso evento che si realizza la presenza del Cristo, come scritto in Mt 18,20: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.
Questo incontro è caratterizzato da un saluto particolare: “Pace a questa casa”. È un saluto che non ammette ambiguità, si dà e si riceve nella reciprocità, chi lo dà, lo riceve anche per sé.
Questo è il presupposto per poter dire ad un altro: “È venuto il Regno di Dio per te che mi stai ascoltando”. Queste parole sono al tempo stesso gesto di guarigione, gesto ordinato da un imperativo altrettanto semplice e chiaro: “Guarite i malati che vi si trovano” (v. 9).
Si badi bene che Gesù affida questa missione non soltanto ai dodici discepoli a lui più vicini, ma anche agli “altri settantadue discepoli”, che, secondo l’interpretazione accreditata dalla tradizione, corrispondono alle settantadue nazioni di Genesi 10. Si tratta della totalità umana che popola la terra dopo il diluvio.
Soffermiamoci un attimo sul tema centrale, sull’oggetto dell’annuncio: il “Regno di Dio”.
Che cosa è concretamente? Come lo descrivono i Vangeli e le lettere di Paolo?
Bisognerebbe evitare per quanto possibile ogni fantasia puramente umana, cioè ogni proiezioni del desiderio di infinità, eternità ed onnipotenza su un essere superiore, che normalmente coincide con l’immaginazione di una divinità extragalattica, con potere di vita e di morte su tutto l’universo, immaginato alla maniera di un mega-imperatore terreno.
Gesù spiega molto bene al rappresentante dell’Impero romano, potenza suprema del suo tempo, che il suo regno non è di questo mondo” (cfr Gv 18,36). Il Regno di Dio è invisibile e tuttavia presente in questo mondo, alla maniera di un seme gettato nella terra, di cui il seminatore ignora se porterà frutto o meno; normalmente nessuno vede quel che accade all’interno del seme che ha piantato nel vaso sul proprio terrazzo, mentre è ancora coperto dalla terra.
Entrare nel Regno di Dio significa comprendere il miracolo della vita nascente, cioè esattamente quello che celebriamo liturgicamente ogni 25 dicembre nel Natale del Signore. È un mistero nascosto nelle potenzialità continua di questo mondo; accogliere il mistero del Natale come celebrazione religiosa di una nuova vita nascente, significa entrare nel regno di Dio. Non si tratta di accedere in uno spazio localizzato, ma di sperimentare un nuovo modo di “essere” nel mondo.
Possiamo ben capire perché Gesù, ai farisei che gli domandavano quando sarebbe venuto il Regno di Dio, risponde: “Il Regno di Dio non viene come un fatto osservabile. Non si dirà: “Eccolo qui”, oppure “Eccolo là”, perché il Regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,20-21).
Il Regno di Dio – altra similitudine – è come un granello di senape che cresce segretamente, misteriosamente nella terra prima di diventare una pianta che nessuno avrebbe immaginato prima, oppure è simile a una perla o a un tesoro nascosto in un campo.
Chi è entrato nel Regno o chi lo annuncia non è dotato di poteri speciali come i cesari, i tiranni, i dittatori o i più moderni capi di governo  di questo mondo. Tuttavia hanno un potere molto reale in questo mondo. Per questo i discepoli che tornano dalla loro missione sono pieni di gioia, perché hanno sperimentato che il potere ricevuto permette loro di contenere anche i poteri dannosi: “Signore” – dicono – “anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. I demoni, nella tradizione biblica, sono una manifestazione dell’avversario di Dio e degli uomini, di colui che divide, seminando discordia e sfiducia.
All’epoca di Gesù, i demoni erano considerati responsabili di varie malattie e infermità, comprese quelle nervose o mentali, per questo, liberare un posseduto da un demone era considerato un atto di guarigione nei confronti di un malato. Nel Regno di Dio il potere è reale in senso assoluto ed è di gran lunga superiore ad ogni altro tipo di potere, nessun altro genere di potere può avere la meglio sulla forza del regno, nè ieri, nè oggi.

La forza del regno è una serena certezza dell’esistenza di Dio, il cui amore è più forte dell’odio, della paura e della violenza. È la serena certezza che i nomi degli operatori di pace sono scritti nei cieli, e questa consapevolezza diventa nel discepolo fonte di gioia e gratitudine verso Dio.
I discepoli non sono superiori ad alcuno, non hanno conoscenze o poteri superiori ad altri, la loro forza consiste nell’essere conosciuti, riconosciuti e sostenuti dalla potenza dell’amore del Creatore.

Questa forza, una volta scoperta, può appartenere ad ogni discepolo e il primo demone da cacciare sarà la tentazione di camminare da soli, il secondo, una volta entrati in una casa, la tentazione di trovarne un’altra migliore. Superate queste due tentazioni, lì dove saranno due o tre riuniti nel suo nome nascerà una comunità, un ramo del regno frondoso e carico di frutti, fonte di gioia e di gratitudine verso Dio.

Dunque, andiamo fiduciosi per le strade del mondo, con la sola forza del Vangelo, e fermiamoci, per il tempo che ci sarà concesso, in quella casa che risponderà pacificamente al nostro saluto di pace: lì, fiorirà e darà frutto un nuovo rigoglioso ramo del Regno.

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In quel tempo…

29 giugno 2025 – Festa dei SS. Pietro e Paolo

At 12,1-11
Sal 33
2Tim 4,6-8.17-18
Mt 16,13-19

Leggo: “In quel tempo, il re Erode…”. Mi soffermo, rileggo (stupefatto): “In quel tempo, il re Erode fece catturare alcuni membri della Chiesa per maltrattarli; fece persino uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro.” 

Questo Re Erode è un Erode di terza generazione: dopo Erode il Grande, menzionato nel racconto della natività in Luca 1, ed Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, che ebbe un ruolo nel processo di Gesù (Luca 23,6-12), arriva ora un degno erede dei primi due: Erode 3.0, noto anche come Agrippa I, il quale non smentisce la tradizione di famiglia. Durante il suo regno, il primo apostolo, Giacomo, fratello di Giovanni, fu assassinato e Pietro carcerato. Si ricordi che Erode Antipa era quello che si era messo con la moglie di suo fratello, Erode Filippo. La moglie dei due si chiamava Erodiade, e siccome la questione era sotto gli occhi di tutti e dava scandalo, il Battista condannava pubblicamente la condotta di Erode Antipa, il quale gli fece tagliare la testa, istigato naturalmente dalla malvagia Erodiade. Il nome “Erode” non è dunque una garanzia…infatti tendenzialmente non viene adoperato come nome di battesimo. Mi è capitato, invece, di trovare un piccolo Barabba, ma questa è un’altra storia, forse i genitori volevano chiamarlo Barnaba e si sono sbagliati, ma non ho mai incontrato nessuno che volesse chiamare il figlio Erode.
Per tornare al testo, fu mentre Erode 3.0 “maltrattava” i membri della Chiesa, che Pietro si ritrovò imprigionato. Con attenzione minuta ad ogni dettaglio, Luca descrive come Pietro fosse incatenato a due soldati e sorvegliato da altri due. Una situazione disperata, eppure questo avveniva “durante i giorni degli Azzimi” (Atti 12,3). È come se Luca volesse avvertire che il lettore sta facendo il proprio ingresso dentro una storia pasquale. “Quella notte” è simile, nel ricordo, a quell’altra notte in cui il popolo d’Israele lasciò l’Egitto. È nella notte, oggi, che a Pasqua i cristiani attendono la luce della Resurrezione, ma è nella notte di duemila anni fa che i discepoli erano chiusi nel terrore e nel dolore dopo la morte di Gesù, nulla sapendo ancora della resurrezione.
Ora mi colpisce che Pietro sia stato liberato dall’Angelo nei giorni degli Azzimi, i giorni della Pasqua ebraica, quelli che ricordano proprio la decisione di mettersi in cammino perché non è più tempo di attendere, nemmeno le poche ore affinché il pane lieviti: il da farsi va fatto subito.
Non è un caso, quindi, che Pietro dopo aver capito che l’angelo l’aveva liberato realmente e che non era stato solo un sogno, una volta rientrato in se stesso, dice: “Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva”.
Sogno o son desto? Ho letto bene? E i miei commentari tralasciano questa connessione? Confermano esplicitamente, dal punto di vista degli studi storici, che gli ebrei attendevano anche la morte di Pietro, ma non forniscono spiegazioni adeguate al perché. È un argomento molto delicato e io voglio essere chiaro, perché questo tema ha causato un’infinità di equivoci nella storia delle religioni monoteistiche.

Questo brano degli Atti è un racconto pasquale, cioè una storia di liberazione miracolosa, carica di speranza, che prende in prestito il vocabolario dal cuore della storia ebraica della Pasqua e situa “gli ebrei” dalla parte dell’oppressore, del re, del faraone, di Erode, di coloro che cercano di uccidere e umiliare il prossimo, come loro stessi sono stati uccisi e umiliati nel passato.
Il discorso va esaminato con grande attenzione e a cuore aperto per non incorrere in vari tipi diversi di ambiguità che, ripeto, hanno causato teorie fuorviate, fallaci e divisive. Non sono gli uomini, ebrei, cristiani o musulmani ad essere migliori o peggiori in base alla loro appartenenza confessionale, sono le loro teorie assurde e le attese derivate dalle teorie assurde ad essere gravemente fallaci, così come Pietro comprende in pieno dopo la propria liberazione.
La presa di coscienza della sua liberazione deriva direttamente dalla risposta data d’impeto a Gesù, nel momento in cui, di punto in bianco, il Maestro aveva posto ai discepoli la domanda fatidica, mettendoli davanti alla responsabilità della loro scelta: chi stanno seguendo loro? Il grande profeta, celebrato dall’opinione pubblica? L’uomo saggio? Il leader atteso dai partiti nazionalisti che sognano di restaurare la grandezza di Israele? Niente di tutto questo: Pietro segue, in Gesù, il Figlio del Dio vivente.
La domanda, molto personale, è rivolta a ciascuno di noi, e la risposta cristiana non può che essere la stessa di Pietro. Ora io mi chiedo, o forse vorrei chiederlo sia ai leader politici laici occidentali che si ispirano al principio “si vis pacem, para bellum”, sia ai leader politici religiosi del medio-oriente: “Ma chi seguite voi?” Quale Dio, in tutta onestà, può chiedere che gli uomini si terrorizzino e uccidano a vicenda per onorarlo come migliore tra tutti gli dei? Che razza di ragionamento primitivo può giustificare la corsa agli armamenti e la guerra dimostrativa o preventiva o difensiva, nella quale muoiono migliaia di innocenti e non chi decide quelle guerre?
Qui non si tratta di essere a favore o contro uno stato o una confessione religiosa, qui si tratta “solo” di salvaguardare la vita di tutti e di non giocare ambiguamente col principio del male, che deriva in primis dal misconoscimento del principio del bene comune. Sarebbe molto meglio smettere di parlare sia di principi religiosi che democratici e dire chiaramente che in gioco sono esclusivamente, e in modo poco mascherato, gli interessi economici delle grandi potenze industriali del mondo. Per salvaguardare il primato della potenza economica  e del dominio del più forte, lo strumento da adoperare sono armi e guerra. Il principio della deterrenza può essere difeso solo in nome della paura. Una paura che viene inoculata e somministrata scientemente.
Immaginate quale liberazione sarebbe per l’umanità intera se i leader del mondo smettessero improvvisamente di avere paura: una vera pasqua di resurrezione globale.
Noi potremmo oggi pensare che ci siano novelli Erode 4.0 in giro per il mondo. E se Erode smettesse improvvisamente di avere paura? E se dedicasse, come dovrebbe anche solo in nome del principio democratico, tutte le proprie risorse intellettuali e morali al bene della comunità che governa, invece di votarsi ad una fine miserabile (ogni Erode finisce sempre male: la storia lo insegna)? Si metterebbe un punto e si passerebbe ad un nuovo capitolo del grande libro della storia: Fine degli Erodi. Fine delle attese destituite di fondamento da parte delle “fazioni l’un contra l’altra armate”. Nuovo inizio di una classe politica saggia: un sogno, una visione, o una realtà prossima? Anche a non essere cristiani, si può capire che la pace è una necessità e non si prepara con le armi; si tratterebbe di una soluzione che salvaguarda la terra, le nazioni, il benessere dell’umanità. Oggi è possibile, proprio a cominciare dalle politiche della vecchia Europa che è stata capace di vivere il periodo di pace più lungo dal 1945 ad oggi.
Si vis pacem, para bellum, lo dicevano gli antichi, che non avevano la bomba atomica! Di che deterrenza stiamo parlando? Come fanno a stare insieme Green deal e riarmo? Ma che razza di schizofrenia è?
Forse celebrare i Santi Pietro e Paolo da cristiani vuol dire anche questo: preparare la pace, non sentirsi eredi degli imperatori romani, non incarnare Erode e neanche temere Erode e tantomeno ebrei e musulmani.
La missione di Pietro, ormai liberato dall’Angelo, oggi, è anche questa.

Dice Paolo nella seconda lettura: “Il tempo della dipartita è giunto. Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa. Ho conservato la fede” (2 Timoteo 4,6b-7).

Quando scrive: Ho combattuto la buona battaglia, il termine per “combattimento”, l’etimo della parola   “agonia”,  risale al greco antico ἀγωνία (agōnía), che significa “lotta” o “combattimento” Alla fine della sua prima lettera, questo è anche ciò che chiede a Timoteo quando gli dice: “Combatti la buona battaglia della fede” (1 Timoteo 6,12). Ogni cristiano dovrà combattere per tutta la vita contro le proprie naturali tendenze negative (Romani 7,14-24) e contro le oscurità del mondo (Efesini 6,12) per difendere la propria fede. Tutti coloro che sono fedeli a Gesù Cristo sono impegnati in questa lotta e chiamati.

Paolo non ha scelto il nemico sbagliato, perché combatte la buona battaglia. Per lui, l’unica cosa che conta è la causa di Gesù Cristo, cioè l’osservanza della regola aurea, l’amore verso Dio e verso il prossimo, che sono poi la stessa cosa. Non gli è mai venuto in mente di lasciare il campo di battaglia o anche solo di ritirarsi un po’ per paura, perché si era affidato a Gesù Cristo, che sulla via di Damasco, apparendogli da risorto, gli aveva chiesto: “Perché mi perseguiti?”
Paolo aveva compreso e, senza riserve, aveva rivoluzionato la propria vita e il suo vecchio modo di vedere le cose; quando terminò la sua corsa, senza rimpianti, nel ripercorrere il proprio passato disse: “Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa. Ho conservato la fede”.
Che ogni cristiano, nel piccolo della propria esistenza, possa avere al momento opportuno, la salda coscienza di pronunciare le stesse parole con la stessa convinzione.

A tutti i cristiani e ai cari amici romani in particolare auguro una buona festa dei SS. Pietro e Paolo.

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Moltiplicazione

Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.

22 giugno 2025 – Corpus Domini

Gn 14,18-20
Sal 109
1Cor 11,23-26
Lc 9,11-17

I discepoli sono stanchi e senza mezzi, vedono la folla in attesa di cure e di cibo; la benedizione di Gesù trasforma l’impotenza dei discepoli a sfamare quelle persone nell’improvvisa capacità di fronteggiare la situazione ben oltre il necessario. Chi ne beneficerà? Per chi saranno le dodici ceste di resto? La storia non lo specifica. Chi può compiere oggi un tale miracolo? 

Ascoltiamo questo miracolo come dei bambini che ascoltano una bella storia a lieto fine, grazie a Gesù che non si lascia impressionare dal disfattismo dei discepoli. Ma c’è un secondo livello e riguarda l’adulto disilluso che noi spesso siamo. Perfino l’adulto disilluso può lasciarsi ispirare dal vento dello Spirito e ricordare che siamo a Betsaida, la casa delle provviste. La parola Beth in ebraico significa casa – come in Betlemme. Mentre Gesù nasce a Betlemme (la casa del pane), compie il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci a Betsaida. In ebraico tsaïda significa provvista, cibo, e tsaïd significa selvaggina, pesca, cattura. Entrambe le parole derivano dal verbo tsoud che significa catturare, prendere. Il nome “Betsaida”, quindi, può significa sia casa del cibo, sia casa della cattura. Il cibo a cui si riferisce il brano è il pane, é anche il pesce. Cosa c’entrano i pesci in questa storia? In precedenza, (al capitolo 5), dopo aver mandato i discepoli a pescare in una zona così pescosa da rischiare la rottura delle reti, Gesù recluta Pietro, Giacomo e Giovanni, con una promessa: catturerai uomini vivi. Catturare vivo, in greco \textit{zogréo}, è l’equivalente del verbo ebraico tsoud. Allora possiamo dire che se tutto questo accade a Betsaida, e nella vicenda c’è una questione di pesci, forse Gesù sta realizzando la sua promessa di fare dei discepoli pescatori di uomini vivi. Per catturare uomini vivi, i discepoli che seguono Cristo devono a loro volta essere in vita ed essere garanti, in qualche modo, che anche coloro di cui si prendono cura rimangano vivi e non trascorrano l’esistenza come morti senza cervello alla ricerca di un guru. L’uomo ha bisogno di un cibo spirituale solido: la Torah/Pentateuco, l’equivalente dei cinque pani.

Ma il pane necessità anche del pesce per sfamare sul serio. I pesci vivono nell’acqua, simbolicamente nuotano nella Parola di Dio. I pesci simboleggiano gli uomini che vivono nella Parola di Dio, per questo il ​​pesce è un simbolo cristiano. È interessante notare che se i pani sono cinque, come i libri della Torah, i pesci sono due, come a voler sottolineare che ci vogliono almeno due persone in relazione per “sfamare” le folle.

Quello che ci rende vivi è la Parola incarnata nel nostro agire quotidiano e la moltiplicazione del pesce è proprio l’effetto moltiplicatore della Parola e della testimonianza, che restituisce l’identità e il senso della vita.

Il messaggio centrale del testo è: “Date voi stessi loro da mangiare”.

Anche noi, spesso, come i discepoli, siamo stanchi e vorremmo riposarci, siamo travolti da una folla di persone che non sono mai felici, che si sentono sempre prive di qualcosa e di qualcuno che si prenda cura di loro. Ci diciamo che noi non passeremo la notte lì, con quelle persone, d’altronde tutto ciò che possiamo fare è solo una goccia nell’oceano del mare dei bisogni.

Ma Gesù dice: “Date voi stessi da mangiare”.  Ma non abbiamo niente! La richiesta è di andare incontro all’altro e di servirlo con ciò che Lui ci dà in abbondanza.

Abbiamo paura di fallire?

È l’obbligo di raggiungere risultati che ci paralizza: abbiamo paura di fallire.

I nostri 5 pani da condividere sono lo spirito che ci tiene in vita: la nostra Bibbia e le meditazioni che ispira in noi, le riflessioni che provoca, gli scambi – a volte vigorosi – che provoca. Per affrontare le sfide del nostro tempo, non ci manca nulla.

I Vangeli sono il filo conduttore delle nostre vite.

  • Il nostro Dio è un Dio che libera dalle servitù, dove soffia il suo Spirito, lì c’è la libertà.(Cor 3,17)
  • Noi non abbiamo, noi siamo: a che serve avere tutto l’oro del mondo se perdiamo noi stessi? (Mc 8,36; Mt 16,26; Lc 12,13-21)
  • Noi lasciamo andare ogni preoccupazione, perché Dio è fedele e non permetterà che saremo provati oltre le nostre forze. (1Cor 10,13)
  • Noi osiamo la fiducia: “Se davvero avessi una fede grande come un granello di senape, diresti a questo sicomoro: “Sradicati e va’ a piantarti nel mare, ed esso ti obbedirebbe”(Mc 11,22; Mt 21,21; Lc 16,17)
  • La nostra forza è nella nostra debolezza, la grazia ci basta, perché la sua potenza si manifesta perfetta nella nostra debolezza. (2Cor 12,9)

Questo è il pane solido capace di nutrire noi e il nostro prossimo durante tutto il cammino della vita. Se rileggiamo la parabola del Buon Samaritano scopriamo che non si tratta di fare l’impossibile e curare tutta la miseria del mondo, si tratta solo di chinarsi al momento giusto per dare una mano a chi abbiamo incontrato lungo il cammino.

Questo è ciò che condividiamo: acqua per alimentare la riflessione in un periodo di profondi cambiamenti e di atrocità folli, testimonianza dei frutti che questa spiritualità suscita in noi. Crediamo sia possibile restituire a ciascuno autorità sulla propria vita e il diritto di rivedere il senso delle proprie azioni, ciascuno al proprio livello, anche se sembrano briciole. Se tutti si rendessero conto che la briciola è alla loro portata, l’infinità delle briciole diventerebbe una benedizione su questo mondo, ancora una volta sull’orlo della catastrofe. Non dobbiamo assumerci un obbligo di risultato: non ci appartiene. Non ci resta che mettere in pratica ciò che abbiamo ricevuto seguendo l’insegnamento del nostro maestro, andare a pescare, anche se c’è chi ha a riva ha già arrostito il pesce per noi.

Detto altrimenti, smetterla di imbottire il nostro pane con la guerra, la violenza, il sopruso e la disumanità, lasciarsi invitare senza paura a Bethsaida per diventare corpo di quella umanità nuova fatta di donne e uomini che sono il corpo del Cristo.

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Che cos’è l’uomo?

Lo spirito della verità vi guiderà a tutta la verità,
perché non parlerà da se stesso,
ma dirà tutto ciò che avrà udito
e vi annuncerà le cose future

Prv 8,22-31
Sal 8
Rm 5,1-5
Gv 16,12-15

Il Vangelo di questa domenica è un estratto del discorso di addio di Gesù ai suoi discepoli e può aprire il nostro sguardo sulla realtà della Santissima Trinità, che oggi celebriamo.
Gesù, presentatosi già prima come “Verità”, evoca la discesa dello “spirito” come Spirito della Verità, che perpetuerà la sua missione nella storia. Come il Figlio ha rivelato il volto del Padre, lo
Spirito di Verità condurrà i discepoli a conoscere il mistero del Figlio, morto e risorto.
La Festa della Santissima Trinità è apparsa in Europa nel Medioevo, ma il riferimento trinitario è onnipresente nella nostra liturgia e nelle nostre preghiere dal segno della croce all’ultima invocazione nella maggior parte delle preghiere liturgiche.
L’unità della Trinità è per noi l’unità di ciò che Dio ci manifesta di sé.
I cristiani hanno impiegato diversi secoli per arrivare a formulare la realtà di un unico Dio in tre persone nelle confessioni di fede, tuttavia, non si tratta tanto di capire cosa sia, ma di entrare in questo movimento di amore, fonte dell’unità e della comunione tra gli uomini.

Le letture di questa domenica sono accompagnate dal Salmo 8, fatto di parole che potrebbero essere catalogate tra i vertici della produzione poetica universale e che esprimono la forza dell’armonia tra cielo e terra, tra uomo e Dio, insieme alla serena certezza di un ordine benefico di tutte le cose. Sono versetti che ci prendono per mano e ci conducono ad abbracciare con lo sguardo, in un solo movimento, da una parte l’immensità dei cieli e della terra, dall’altra i lattanti, i bambini, cioè le più piccole, le più fragili fra le creature, che rappresentano l’innocenza e il futuro dell’umanità e della terra da preservare e rispettare. (O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza, con la bocca di bambini e di lattanti: hai posto una difesa contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli. – Sal 8,2-3).
Da tutto questo emerge la sapienza e la bellezza della creazione cantata in Proverbi 8.
San Paolo sottolinea, dal canto suo, quella funzione dello Spirito che ci rende capaci di provare l’amore di Dio, dal momento in cui, sperimentando ciò che Cristo ha fatto per noi, riusciamo ad intuire il mistero del Figlio morto e risorto, affinché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (cfr anche Gv 3,16). Attraverso lo Spirito, siamo in grado di stabilire tra noi legami di amore e di comunione, ad immagine della Santissima Trinità. È di questo amore che Cristo ci invita ad essere testimoni nel mondo.

Potremmo immaginare che sia proprio per la grandiosità dei cieli e della terra che Dio debba essere onorato e che sia nella maestà della creazione che dobbiamo trovare le prove, i segni, le intuizioni della sua grandezza. Ma non è questo che dice e fa il Dio della Bibbia.
Oggi, invece e purtroppo, è manifesto alle coscienze di tutti il degradante inganno perpetrato da coloro che, urlando da destra e da sinistra la loro appartenenza religiosa alle fedi monoteistiche, espongono e condannano i bambini alla morte, alla miseria, alla fame, mentre sono proprio i bambini che, come dice il salmista, dovrebbero cantare con la loro bocca la gloria del Signore.
La sofferenza dei bambini, che esiste, che ci piaccia o no, è stata la ragione ultima per cui si è detto che è impossibile che Dio esista, altrimenti non potrebbe accettare un mondo simile e non ne sarebbe il creatore.

Allora, in tutto questo procedere del mondo, ebrei, cristiani e musulmani, in questo oceano di miseria e angoscia, in questa assurdità che ci sta schiacciando, cosa siamo noi esseri umani?
Assolutamente nulla? È questo terrore che abilita ad uccidere i bambini?
È forse l’invidia dell’Eterno che porta a scegliere di essere un nulla? A voler essere solo la parentesi di un istante finito dentro quella eternità che non apparterrà mai a chi non ci crede?
Il salmista ci ha forse liberato dalle fasce dei neonati per portarci in questo mondo da vecchi aridi, miscredenti, o peggio da atei mascherati da credenti a tempo determinato?
Se noi ci illudessimo che la menzogna e l’ingiustizia avranno sempre l’ultima parola, avremmo sbagliato lo scopo del nostro essere al mondo.

Chiedo perdono a tutti i fratelli e le sorelle che si sentissero offesi dalle mie parole, ma sono cristiano, credente e per giunta religioso, e il mio scopo è almeno provare a comunicare la fede in un Dio misericordioso e amorevole, salvatore di tutti coloro che si espongono alla forza dello Spirito e diventano per questo finalmente capaci di amare.
Ognuno di noi conta agli occhi di Dio, e ognuno di noi conta più di tutto, più di tutta la creazione, più dei cieli, più della terra, più della natura e più degli angeli stessi. Sì, ognuno di noi conta più degli angeli; siamo inferiori solo a Dio. Questo è ciò che ci dice il Salmo 8. Dice che la gloria più grande di Dio non sono le stelle, né le montagne, né la vastità del mare, ma piuttosto l’uomo e la donna, e non uno qualsiasi, ma proprio “io”, e “tu”, e “noi”.
La Natura in sé non è divina, le stelle non sono dèi, la terra, i campi e il mare non sono divinità, men che meno siamo noi umani ad essere divini. Tutto ciò che è reale, e ci sembra anche bello e buono da fagocitare, da possedere, da controllare, non deve essere confuso con Dio.
Dio è più grande di tutto ciò che esiste, persino al di là dello spazio, del tempo e della durata. Per questo il suo “nome è magnifico” e non può avere fine né origine. Questo è il Dio in cui crediamo. L’uomo, invece, cioè ognuno di noi, è unico e proprio la sua eccezionalità dà ad ogni vita un valore infinito e assoluto.
Questo ideale morale, questa idea di umanità, il valore unico di ognuno di noi perché “di poco inferiore a Dio”, è l’orizzonte dei Diritti Umani, è ciò che fonda l’uguaglianza di tutti davanti alla legge: ognuno di noi è unico, una vita che non è mai esistita prima e che non esisterà mai più dopo uguale: non possiamo essere clonati. Su questa base possiamo affermare che “Tutti gli uomini nascono liberi e uguali nei diritti”, ed è espressa precisamente nel Salmo 8.
Da questa unicità scaturisce un’immensa responsabilità verso noi stessi e verso gli altri e l’imperativo etico di rimanere liberi da tutte le seduzioni dell’invidia di ciò che invece non potremo mai essere: déi.

L’autore della Lettera agli Ebrei non si sbagliava quando scriveva che “Dio non si serve degli angeli, ma della discendenza di Abramo” per “liberare tutti quelli che per timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la vita” (Eb 2,15). Certamente, la Chiesa ha interpretato questo brano della Lettera agli Ebrei come riferito anzitutto a Cristo, in quanto “Figlio dell’uomo” di cui parla il salmo. Ma noi che beneficiamo della sua grazia e che affermiamo la nostra fede in lui, noi che portiamo il nome di cristiani, dobbiamo agire sulle sue orme. In questo contesto, la parabola del seminatore (Lc 8,4-8) ci mostra cosa dobbiamo fare, cosa ciascuno di noi può fare: sgombrare i sentieri oscuri, togliere i sassi che ostacolano il cammino, togliere le spine dal sottobosco e spianare la strada affinché la luce possa entrare e toccare i semi della Parola seminati dal seminatore.Sta a noi coltivare con amore il terreno spirituale nel quale siamo radicati.
“Che cos’è l’uomo perché tu ti interessi di lui?”
Chi sono io perché tu ti interessi così tanto di me?
A queste domande, Dio stesso risponde nel salmo:
“Tu sei la mia gloria, sopra ogni creatura!”

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Dall’ascolto all’azione

Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto

8 giugno 2025 – Pentecoste

At 2,1-11
Sal 103
Rm 8,8-17
Gv 14,15-16.23-26

Il cristianesimo è un modo di vivere secondo un insieme di valori incarnati da Cristo e trasmessi dai vangeli. Quindi il cristianesimo non è una conoscenza esoterica, né un’ideologia, per questo anche oggi i discepoli devono guardarsi dalle due tentazioni dello gnosticismo e del pelagianesimo, che esaltano a dismisura il primo la conoscenza e il secondo lo sforzo personale.
Nel vangelo di oggi gli apostoli vengono rassicurati che, una volta andato via il Signore, non rimarranno senza sostegno. Verrà inviato loro il paraclito perché mantengano vivo il ricordo delle parole del Cristo, perché possano realizzare la loro missione; lo spirito dimorerà in loro e sarà loro consigliere, consolatore e difensore quando il mondo li chiamerà in causa istigandoli a comportarsi in maniera difforme dalla via predicata da Gesù di Nazaret.
In altri termini lo Spirito è la luce interiore che illumina il cammino, l’energia che consente di compiere azioni migliori più di quanto potessimo noi stessi immaginare. 

Quando Giovanni scriveva il suo vangelo, gli apostoli e le loro prime comunità si trovavano in una situazione difficile: presi in giro, cacciati dai luoghi di culto, perseguitati. Per essere testimoni hanno bisogno della memoria, della speranza, di una visione del mondo dettata dall’amore, per questo il Cristo promette di inviare il paraclito, di cui Pietro parla nella sua epistola.
Di fronte all’aggressività degli avversari, lo Spirito invita alla testimonianza “per amore”, quindi alla non-violenza come caratteristica principale. San Pietro ribadisce questo concetto:  “Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi. Ma fatelo con dolcezza e rispetto” (1 Pt 3,15-16).
La nostra speranza consiste nel credere che siamo accompagnati ogni giorno dalla presenza del Signore e che la nostra vita non finisce con la morte del corpo.

Di fronte a questa speranza chi ci incontra da non-credente ci interroga e si interroga, spesso incredulo.

Nel nostro mondo emerge con chiarezza la violenza: non abbiamo mai smesso di contare le vittime innocenti, nonostante nello stesso mondo siano state anche scritte le carte dei diritti dell’uomo e dei bambini e tanti siano coloro che si adoperano perché cessino le violenze.
Il cuore umano dunque non è solo “buono”, ma può volendo, istigare a compiere ogni bassezza.
Le persone gentili, benevole e amorevoli sono propriamente un dono di Dio a vantaggio del nostro mondo: rompono la spirale infernale della mancanza di rispetto, dell’aggressività e della violenza. Quando il rispetto e la gentilezza sono presenti nelle famiglie e nelle comunità, lì prosperano la pace e l’armonia. La mitezza e il rispetto non sono solo doti caratteristiche della buona educazione, sono anche virtù evangeliche ( “Beati i miti…). La gentilezza e il rispetto creano un clima di fiducia, disinnescano molti spiriti bellicosi e creano spazio per gli interrogativi sulla speranza.

Cos’è il paraclito? I traduttori della Bibbia hanno traslitterato una parola greca. Si tratta dello stessa stesso Spirito che aleggia sulle acque all’inizio del Genesi e di cui si parla negli Atti degli Apostoli e nel libro del profeta Daniele.
Pare che i primi cristiani discutessero attorno a questo paraclito e si chiedessero se fosse sempre lo stesso operante in tutti i discepoli: in Pietro, come in Giovanni, in Paolo come in Giacomo. L’etimologia greca lo indica come colui che viene, quando è invocato.
Se sei solo e non riesci assolutamente a fare qualcosa, facilmente sei capace di chiamare qualcuno perché ti aiuti. In condizioni più serie, che riguardano il comportamento morale e le relazioni con gli altri, o la malattia e la sofferenza, chiamiamo spesso qualcuno accanto a noi, un amico, un consigliere, un “paraclito” appunto.
La situazione dei discepoli di Gesù, nel momento descrittto da Giovanni, è probabilmente molto più grave: il maestro sta salutando, se ne sta andando al Padre. Come faranno ora?

Gli apostoli si chiedono che ne sarà del loro essere discepoli, e noi ci chiediamo cosa avremmo fatto al loro posto e soprattutto come facciamo oggi.
Intanto, grazie ai discepoli, il Vangelo ci è stato trasmesso e io credo che la trasmissione effettiva, nelle parole e negli atti, sia segno della presenza del Paraclito. Quando una persona ha preso atto della verità attorno alla propria condizione umana, cioè dell’esistenza di Dio in senso generale e in rapporto a se stesso come individuo e sceglie di vivere in questa verità in pensiero, parole ed opere, attualizza la trasmissione del Vangelo.
Finché siamo all’ombra di un maestro, non abbiamo motivo di apparire in piena luce, e finché c’è lui, possiamo far sapere che gli somigliamo e che lo seguiamo, senza mai riconoscere ciò che siamo e, in definitiva, assumerci la responsabilità del nostro parlare e del nostro agire.

È solo (grande verità umana) quando il maestro smette di parlare, scompare e muore che sapremo chi sono e quanto valgono i suoi discepoli.

Esiste una verità anche nella condanna: il principe di questo mondo è già stato condannato, è così.

Chi è il principe di questo mondo ancora?
Il consenso alla fatalità dell’ordine fittizio costruito sull’idolatria del potere, del denaro, della violenza.
L’inesorabile dubbio sulla fine di un’era, che sperimenta oggi una parte della generazione non più giovane, ma neanche decrepita – i nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta del cosiddetto “secolo breve” – anche se fosse fondato, non rappresenterebbe la fine del Vangelo, né della sua trasmissione, perché siamo parte di una corrente diversa che include ogni cambiamento epocale. Troppo difficile? Troppo complicato? Troppo doloroso in alcuni casi?
Il Paraclito è dove questa verità è predicata e vissuta ed è dove ritorna la gioia che resta promessa e sempre ritorna.
Anche la menzogna è un fatto reale, solo che è già morta dall’inizio e millanta una speranza falsa.
Possiamo sperare di essere compresi quando testimonieremo la verità, ciascuno con il proprio dire e con il proprio modo di testimoniare, nella mitezza, nel rispetto, nell’amore per il Signore e per il prossimo (che è la stessa cosa).

Da questo altri potranno riconoscere la comune discendenza e la nostra e la loro identità.

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Sono proprio io!

E nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli
la conversione e il perdono dei peccati,
cominciando da Gerusalemme.

1° giugno 2025 – Festa dell’Ascensione

At 1,1-11
Sal 46
Eb 9,24-28;10,19-23
Lc 24,46-53

Nei vv. 44-49 del Vangelo di questa domenica Gesù pone nella Scrittura la chiave di lettura del suo destino come aveva già fatto con i discepoli di Emmaus v. 26s), ma c’è un nuovo elemento rappresentato dall’annuncio della “conversione per il perdono dei peccati” a tutte le nazioni.
Si tratta di un progetto che occuperà l’intero libro degli Atti, e, in un certo modo, occupa anche tutti noi  oggi.
Il progressivo programma di riconoscimento del Risorto culmina nella Parola che costituisce testimoni i discepoli, grazie alla Scrittura: “Così sta scritto” (Lc 24,46), perché Dio agisce nella Scrittura, suscitando ovunque la forza di liberazione così risvegliata.
Luca, con un colpo di genio letterario, permette ai suoi lettori – noi compresi – di unirsi al movimento salvifico che va dalle parole di Gesù alle Scritture e dalle Scritture al destino di Gesù “morto e risorto il terzo giorno”.
Se rileggiamo a partire dal versetto 33, possiamo forse orientarci meglio.
Luca descrive in vari modi sia la gioia che la paura di chi incontra il Risorto, utilizzando  un linguaggio quasi poetico, che mira a rendere prossimo al lettore il mistero della risurrezione.
La frase “increduli di gioia” mi sorprende, mi delizia e  mi interroga, del resto, mi dico, come si può esprimere l’incontro con il Risorto, se non poeticamente? Ci vuole tempo perché gli occhi si aprano.
Mi viene in mente l’ossimoro di 1 Re 19,12 dove Dio si fa conoscere al disperato Elia con “una voce di fine silenzio”, spesso indebolita nelle traduzioni da “brezza leggera” o “spiro sottile”. In parallelo penso al racconto di Emmaus il versetto v. 31 dello stesso capitolo: “Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero; e divenne loro invisibile”.  (traduzione TOB). Così come viene riconosciuto, diviene invisibile e lo si scopre presente nell’assenza. Necessariamente si è “increduli per la gioia” come effetto soteriologico o esistenziale dell’apparizione del Risorto, riconosciuto dai segni del suo destino storico, dai segni della sua passione. Che effetto può produrre questo sul lettore? Sono rivelazioni paradossali che rimettono in moto, animano persone altrimenti profondamente scoraggiate. I due discepoli, infatti, partono immediatamente da Emmaus per tornare a Gerusalemme e “riferire”, (v. 35).
Di fronte alla sorpresa e al terrore suscitati dalla sua improvvisa apparizione, il Risorto, mangiando davanti ai discepoli, li salvaguarda dal commettere l’errore di pensarlo un puro spirito: è vivo come persona, è tutt’uno con la sua storia, è coerente con le sue parole. Dice solo quello che già sanno, ribadisce che la vera forza divina si esprime attraverso la parola. Questa parola eleva, libera, restituisce l’essere e permette di rileggere il passato alla luce della Scrittura liberandosi dal “peccato” che imprigiona la vita.

Dopo aver avuto la “prova mediante testimonianza”, si tratta di trovare la forza per testimoniare l’annuncio della conversione in vista del perdono a tutte le nazioni?
Qual è lo scopo della storia?
Penso sia essenziale per ancorare la fede al corpo, o, se si preferisce, riportare il corpo nella fede, magari consolidare la fede attraverso le emozioni e riconciliarle se necessario. Naturalmente, si tratta di rendere i discepoli (e i lettori) testimoni.
Il processo del passaggio attraverso il corpo è tutt’altro che banale per fondare questa missione. Ci si potrebbe meravigliare dell’enfasi posta sul corpo del Risorto. Ma la mentalità greca, e, forse ancora di più quella dell’uomo moderno, rifiuta l’idea di una risurrezione corporea; desidera realmente un Risorto, ma lo concepisce semmai come un’essenza soprannaturale. Ecco perché l’evangelista arriva fino a comporre un racconto in cui Gesù chiede di essere toccato per verificare la sua corporeità, e dove mangia esattamente come faceva prima di morire.
Se Gesù venisse confuso con un qualche fluido spirituale, sarebbe molto più semplice manipolarne le descrizioni come fanno gli amanti del soprannaturale di ogni epoca; questo rischio è presente e Luca se ne tutela affermando con concretezza la vera identità del Risorto e indicando il luogo privilegiato per riconoscerlo: il pasto.
In tre occasioni Gesù mangia con i suoi discepoli dopo il Venerdì Santo (Lc 24,30.43; Gv 21,13). Questa frequenza è sintomatica del luogo d’incontro per eccellenza: il pasto condiviso.
Liturgicamente si tratta dell’Eucaristia, ricordo dell’ultima cena, il pasto durante il quale Gesù riunisce il suo popolo, ricorda il dono della sua vita, e chiede di ripetere i gesti che permettono all’assemblea dei credenti di essere corpo di Cristo.
La Chiesa è fondata su questa promessa di essere il corpo visibile di Cristo nel mondo.
Inoltre, l’insistenza sul corpo del Risorto non può che incoraggiarci a tenere conto della nostra condizione fisica.
È bene notare, però, che il nostro brano non descrive un Eucaristia; Gesù qui mangia da solo e segna una distanza dai suoi discepoli, un’esperienza ancora attuale.
Mentre nessuno afferma di aver visto Gesù risorgere (a differenza di molti dipinti), è sempre per iniziativa del Cristo che avviene l’incontro e quindi i discepoli affermano di avere visto Gesù risorto. Ad un certo punto, come in un lampo di consapevolezza, riconoscono la stessa persona che avevano conosciuto prima della Passione e, letteralmente, si mette in moto la loro memoria, apparentemente perduta.
Questo evento è percepibile attraverso l’esercizio della fede. Le Scritture ci permettono di riflettere sul senso della vita e della morte di Gesù per poterne comprendere il significato. L’esperienza della presenza del Cristo risorto oggi non è tanto diversa da quella dei discepoli, ma se abbiamo potuto riconoscere Gesù con l’aiuto della memoria, dobbiamo fare riferimento alla Scrittura per confrontare la nostra esperienza di questa Presenza con quella del Gesù di cui parlano i Vangeli. Si tratta di ripensare tutto alla luce della risurrezione.
Per Luca, il pentimento, predicato da Giovanni Battista come da Gesù, è la prima parola della Buona Novella, e il Cristo invita al pentimento mostrando l’amore infinito e straordinario di Dio a chi meno se lo aspetta.
Luca non dice nulla su come i discepoli predicassero il pentimento. Gli Atti degli Apostoli, invece, registrano tre chiamate al pentimento, tutte da Pietro (At,2,38;3,19;5,31). Non è un caso che Luca presenti Pietro come apostolo per eccellenza della penitenza; fu infatti il Cristo a suscitare in lui il pentimento, con un solo sguardo, quando, la notte del suo arresto, fu rinnegato tre volte proprio da Pietro. L’insegnamento riguardante il peccato, il perdono, la conversione e la testimonianza rappresenta il nucleo centrale del testo lucano. Nella logica risolutiva della narrazione di Luca, l’azione trasformativa avviene proprio nel momento in cui il Cristo dice: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».  Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro (vv 41-43).
Gesù risolve il blocco dei discepoli mostrandosi risorto in carne ed ossa prima di rivelarsi loro attraverso la Scrittura: “aprì loro la mente perché comprendessero le Scritture”.
Il Cristo prima abbatte l’incredulità e poi apre l’intelligenza, rendendo comprensibile ciò che prima sembrava impossibile. Tramite questa dinamica i discepoli diventano testimoni del Cristo Risorto.
Il Cristo è Colui che è, ed insegna l’origine del linguaggio dell’Essere a noi tutti, che abbiamo la mente confusa, annebbiata, costretta da falsati paradigmi di una pretenziosa logica razionale, che quando rimaniamo al di qua dell’incontro, continuiamo a saper dire solo:“io qui, io lì”.
Quando il Cristo si manifesta come persona, lo fa inaspettatamente e con una meravigliosa formula sovrana che a Lui solo appartiene. Sembra dire: Mi riconosci? Sono proprio Io!

In quel momento, ci è possibile vedere con chiarezza quale relazione abbiamo instaurato con il Signore.
E sarà una grazia.

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La pace è per l’uomo

Lo Spirito Santo v’insegnerà ogni cosa

25 maggio 2025 – VI Domenica di Pasqua

At 15,1-2.22-29
Sal 65
Ap 21,10-14.22-23
Gv 14,23-29

Ho sempre pensato che la pace e le preoccupazioni non vanno d’accordo, almeno fino al giorno in cui ho capito che la tranquillità del cuore dev’ essere coltivata proprio a partire dalle preoccupazioni.
Ho imparato nel tempo che la preghiera per il risanamento altrui porta con sé il primo passo per conoscere la propria malattia. Le preoccupazioni riguardo ai fratelli rendono visibili le proprie parti ferite.

Il Salmo 23, tanto caro ai cristiani di tutte le generazioni, fa riferimento in maniera sottile a questa dinamica: “Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici” (v.5).
I nemici non sono solo esterni, ci sono anche avversari interni, che ostacolano progetti e speranze, appannando la visione della propria vita e di quella di coloro che amiamo.
Spesso occupiamo un posto che mette in evidenza la prospettiva più problematica su eventi e persone; la prospettiva è sempre personale e più frequentemente mette in rilievo quello che percepiamo come ostacolo. Le situazioni quotidiane sono la mensa imbandita cui fa riferimento il salmo. L’invito alla mensa non è per evitarla, cercando una strategia di allontanamento o una via di fuga, ma un invito a portare ciò che si è e a condividere il pasto.
Cosa può aiutare, nelle situazioni più difficili, a resistere ai nostri avversari, senza soccombere ai loro attacchi o affondare sotto i loro colpi? Come restare in piedi nella prova, in una pace che supera ogni comprensione?
Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.
La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. (Fil 4,4-7).

Un mio amico, qualche giorno fa, ha avuto un infarto; oggi, grazie a Dio, è a casa, sano e salvo, ma tutta la famiglia ha vissuto momenti difficilissimi, mentre lui dice che due gesti lo hanno salvato: chiedere aiuto e affidarsi alla forza della preghiera altrui.
Qualche settimana fa un altro amico mi ha telefonato per dirmi che sua moglie era prossima alla fine, non c’era più nulla da fare, solo pregare.
Lo sconforto che ci pervade accanto ad una persona amata che se ne va, e perfino la rabbia che talvolta afferra di fronte alla sua sofferenza e alla sua morte, possono essere alleviati dall’altrui preghiera e benevolenza. Sperimentare la fraternità dei cuori lascia un segno indelebile, allevia il dolore e dona la forza per andare avanti. La preghiera ha il potere di trasfigurare il volto del mondo; quando forma comunità, non solo diventa balsamo, ma sposta le montagne.
Mantenere salda la speranza durante le turbolenze si può apprendere, la fede è come un muscolo: per svilupparsi ha bisogno di esercizio.

Quanto più si attraversano momenti difficili, tanto più è importante “prendersi la briga” di fermarsi durante la giornata alla presenza del Signore. Se la tempesta interna è troppo forte, io mi fermo anche ogni ora per qualche minuto.
Gesù era anche un uomo e ha certamente sofferto come tale, le Sue parole nel Getsemani lo esprimono chiaramente: “L’anima mia è triste da morire” (Mt 26,38). La risurrezione non gli ha evitato di vedere l’abisso del male davanti a sé e di esserne partecipe, pur nella convinzione che proprio in quel calice era il germe universale del moto della vita.
Il versetto 5 del Salmo 23 esprime bene questa idea: “Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca”.
Quando ci sediamo di fronte a ciò che ci fa male, di fronte a ciò che ci spaventa, in quello stesso istante, ci viene concessa una benedizione.
Questo, logicamente, non significa che ogni difficoltà viene magicamente risolta o che possiamo evitare di lasciare questo mondo, o che dovremmo essere masochisticamente lieti di attraversare la sofferenza e la morte, ma che nei momenti bui è possibile, attraverso la fede e l’amore, mantenere quella pace di fondo, che tiene accesa la fiamma dei viventi. Come dice il versetto precedente dello stesso salmo: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me” (v. 4).

La pace delle Scritture, “che supera ogni intelligenza” (Fil 4,7), non ha nulla a che vedere con l’aspettativa dello sradicamento di ogni male esterno nel mondo. Al contrario, il cristiano compie un cammino interiore, prendendo in carico la propria condizione di essere umano, prendendo…tutto il pacchetto: beni terreni, godimenti, malanni e sciagure.
Quando camminiamo all’ombra dei nostri guai, dovremmo poter ricordare che oltre le nuvole c’è comunque il sole. La pace trova il suo fondamento nella fede, nella capacità di decentrarsi e considerare che la nostra personale  esistenza e la prospettiva del nostro sguardo, con tutte le sue emozioni e preoccupazioni, non intacca la realtà viva e trascendente che ci abita.
La luce è la condizione di fondo, le nuvole sono formazioni destinate a dileguarsi, la luce, del resto, può illuminare solo la materia. La pace, secondo me, deriva dall’accettazione della propria realtà materiale: non siamo noi la luce, possiamo solo esserne illuminati e accogliere la pace del Cristo Risorto.

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Gloria

Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli:
se avete amore gli uni per gli altri

18 maggio 2025 – V Domenica di Pasqua
At 14,21-27
Sal 144
Ap 21,1-5
Gv 13,31-35

Il testo del Vangelo di oggi è molto breve: cinque versetti di grande densità, un messaggio di Gesù ai suoi discepoli, trasmesso dopo che Giuda è appena uscito dal cenacolo per compiere la sua opera; la passione di Gesù è iniziata ed è questo il momento scelto per un discorso di concisa essenzialità. Cosa viene detto di così fondamentale? Gesù dice di essere stato glorificato in Dio e che Dio è stato glorificato in lui. Il verbo glorificare si ripete cinque volte, si parla della gloria di Dio.

Cosa significa essere glorificato?
Nell’Antico Testamento la parola “gloria” ha un significato leggermente diverso da quello che ha per noi in italiano. Quando si usa il termine “gloria”, ci si riferisce principalmente alla fama che circonda e precede, per esempio, un artista, uno sportivo, un capo militare o comunque persone che si distinguono in un determinato settore.
Nell’Antico Testamento la gloria non è legata tanto alla fama, quanto a ciò che ha peso realmente nell’economia morale di un uomo.
Sostenere il peso della gloria di cui è stato glorificato il Cristo, non riguarda il solo essere umano, troppo fragile e vulnerabile, ma riguarda Dio e il rapporto dell’uomo con Dio.
Ireneo di Lione diceva che la gloria di Dio è l’uomo vivente. Caratteristica della gloria di Dio è che può essere donata, condivisa senza depauperamento di chi la dona. Per questo “il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui”.

Nel contesto del Vangelo di questa domenica, l’opera del male, che sempre punta ad incrinare e distruggere la vita dell’uomo e il rapporto dell’uomo con Dio, prende l’avvio dall’agire più o meno consapevole di Giuda, uno dei dodici, uno degli amici di Gesù di Nazaret. Ciò che segue rende manifesta la gloria di Dio nell’atto di riversarsi sull’umanità: l’uomo è vivente in eterno in forza della sua relazione con Dio, al di là di ogni possibile opera del male.
In effetti, sarebbe stato difficile prevedere l’esito della Passione di Cristo da questo breve discorso; nè Giuda l’avrebbe immaginato, né altri. Gli apostoli solo più tardi comprenderanno in pieno quello che hanno vissuto.

Fulcro della relazione che unisce in comunione Dio Padre e il Cristo è quello stesso amore che il Cristo chiede circoli tra i suoi discepoli.
La gloria si riversa dal divino all’umano, quando lo Spirito scende sulle persone dal cuore aperto. La gloria di Dio è, infatti, per gli uomini, negli uomini, non esiste alcun dio lontano, chiuso in se stesso, distaccato dalla sorte della sua creazione.
La gioia che gli esseri umani provano nell’amarsi autenticamente e nell’essere interamente in quel che fanno e producono è un riflesso della gloria di Dio. Quando sperimentiamo la mancanza d’amore, anche tutto il resto cui siamo normalmente attaccati ci sembra privo di valore e d’interesse, qualunque attività non serve a calmare una certa agitazione vana e sterile, accompagnata da un senso di noia; le giornate scorrono in un’atmosfera paragonabile al suono vuoto e sgradevole del metallo risonante (cfr 1Cor 13,1).
Voglio precisare che un senso di fondo di totale mancanza d’amore non viene dall’esterno.
L’amore per un altro o per gli altri, in senso anche vocazionale e missionario, sblocca e scioglie ogni eccessiva preoccupazione per se stessi e per il proprio futuro, rende bella ogni attività, perché è svolta per qualcuno; come si dice, si agisce per amore e non più per forza. Questa beata condizione potrebbe indurci ad una riflessione sulla benevolenza, qualità così rara, a trovarsi in giro. Normalmente siamo impegnati a giudicare e a valutare persone e situazioni, e a prendere posizione a torto o a ragione, in qualsiasi caso e non sembra che la società goda per questo di migliore salute.
La gloria di Dio si manifesta visibilmente quando il cuore chiuso si trasforma in cuore benevolente, mentre pensieri e azioni si fanno letteralmente più belli. Allora siamo anche testimoni della presenza di Dio.

Potremmo iniziare a rivolgerci agli altri con gentilezza, con premura affettuosa, desiderando per loro il meglio, quel meglio che desidereremmo per noi stessi se fossimo nelle loro condizioni.
Sono i gesti della piccola bontà di ogni giorno ad essere importanti; la gloria di Dio si manifesterà in sovrappiù, perché nell’amore per il prossimo riposa la gloria divina.

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