Cercare

Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo

Giovanni 6,24-35 – Domenica, 1° agosto 2021,
Diciottesimasima Domenica del Tempo Ordinario

Nel vangelo di questa domenica Giovanni trasmette con parole semplici un insegnamento di profonda saggezza riguardante la persona di Gesù e la sua opera.
Gesù ha appena sfamato cinquemila persone nel deserto con cinque pani d’orzo e due pesci, le provviste di un ragazzo lungimirante. Il giorno dopo, la folla inizia a cercarlo, ma non è più là. Già, perché Gesù si muove e averlo trovato una volta non significa averlo trovato per sempre, indipendentemente dal nostro agire; bisogna, in effetti, seguirlo.
La folla, trovatolo nuovamente di là dal mare, chiede: “Rabbi, quando sei venuto qua?”
La risposta non è articolata sul quando, sull’elemento temporale. Sembra piuttosto una spiegazione di natura psicologica sulla motivazione che spinge a ricercarlo: mi cercate – dice il Maestro – perché vi siete saziati, non perché avete “visto” i segni.
Evidentemente il segno dovrebbe essere bastevole di per sé: chi lo “vede” sa che non viene solo placata e soddisfatta la fame fisica, ma anche ogni forma di avidità.
In altri termini, invece di chiederci quando e dove potremmo nuovamente placare la nostra fame, potremmo riconoscere di avere sempre a portata di mano lo stesso miracolo.
Come è possibile?
Tenendo presente proprio l’insegnamento di questa domenica: Gesù di Nazaret stesso è il pane che andiamo cercando di qua e di là in momenti diversi. Come la manna nell’Antico Testamento, Egli scende dal cielo, è “dal cielo”, proviene da quella dimensione aperta ad accogliere nel proprio spazio le nostre semplici vite; è lì che il miracolo si compie e la nostra oscura avidità si placa, lasciando il passo alla sazietà.
Lo scopo del miracolo è quello di rivelare la vera natura di Gesù, la Sua provenienza: messaggero di Dio, figlio dell’uomo, pronuncia sulla terra le parole del Padre, compiendo la Sua opera.
I miracoli sono “segni”, atti che invitano a credere.

I contemporanei reagiscono in modi diversi: alcuni, senza neppure contestare, rifiutano qualsiasi atto di fede nella persona di Gesù. Altri rimangono allo stadio dello stupore: vedono e sentono la meraviglia, ma si fermano a metà strada, ammettono che Dio ha dato a Gesù poteri straordinari, ma lo inquadrano come profeta, niente di più: questi sono quelli che vogliono raggiungerLo il giorno dopo la moltiplicazione dei pani.
C’è poi la reazione di chi percepisce il significato dei segni; sono quelli che riescono a credere in Gesù, a riconoscere chi è: non solo un rabbino la cui parola “commuove”, non solo un uomo che compie meraviglie sorprendenti, ma uno che vive una relazione unica con il Padre che Lo ha inviato, è colui che può dire: “Il Padre ed io siamo uno”.
Anche noi dovremmo poter dire lo stesso.
Possiamo?
A questo punto la domanda centrale si trasforma, non più quando e dove saziarsi, ma cosa fare per lavorare all’ “opera di Dio”?.
La risposta è tanto semplice, per alcuni poco “costosa”, per altro così “costosa” da sembrare impossibile: credere.
Credere è un’opera; ed è anche l’unica veramente importante, perché se la fede in Gesù è radicata nel cuore di un uomo, tutto il resto seguirà.
Il Cristo, per me, non è solo uno splendido ideale di uomo donato a noi tutti, non è solo il Galileo le cui parabole continuano a commuovermi: è colui che il Padre ha “segnato con il suo sigillo”, l’unico che può farci attraversare la vita e la morte, perché è anche la manifestazione stessa in carne ed ossa del principio che ci fa essere qui, ora.

Siamo lenti, non solo a capire, ma anche a fidarci: abbiamo sempre un sospetto residuale: “Ma tu che segno fai?”
Ancora?
Dopo la moltiplicazione?
Gesù si spiega a lungo, in un discorso sul pane della vita, di cui oggi leggiamo solo la prima frase, perché per lo più siamo lontani dal pane della sazietà, molto lontani dalla manna: il popolo della Galilea pretende da Gesù prodigi più grandi e duraturi di quelli di Mosè …
Gesù non risponde a livello del miracolo: lascia ai discepoli i segni della nuova Alleanza, che ogni giorno si rinnovano per ciascuno, attraverso i quali tutto è già dato a colui che crede.
Vorremmo rassicurazioni immediate; che il Cristo fosse facilmente raggiungibile con l’intelligenza o con la memoria, che saltino fuori prove e gioie, che una volta risponda, chissà, alle nostre spettacolari aspettative in termini di successo rapido ed efficace. Insomma ci piacerebbe un dio prestante e performativo! Ma non è Apollo …, non è Giove…
Gesù non è un organizzatore di eventi, non prende parte all’escalation verso il prodigioso.
I nuovi segni sono semplici e raccontano sempre la stessa eterna verità: “Sono davanti a te e questo è il mio corpo.”
Chi di noi è così cristiano da poterlo ripetere?
Il Cristo sembra sempre altrove, dall’altra parte, ritirato chissà dove; la gente continua a cercarlo, ma non vede i segni, e non li ripete…con fiducia…

E lo riconobbero allo spezzare il pane…
I discepoli di Emmaus non lo stavano cercando e non si aspettavano d’incontrarlo…però l’hanno riconosciuto attraverso il segno.

NB: Per l’origine dell’immagine in copertina clicca qui: Duccio di Buoninsegna, I discepoli incontrano il Cristo sulla via di Emmaus, particolare della Maestà, custodita nel Duomo di Siena.

Criteri del “noi”

C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci

Giovanni 6,1-15 – Domenica, 25 luglio 2021,
Diciassettesima Domenica del Tempo Ordinario

Provo a rileggere il racconto evangelico di questa domenica ricordando un passo dell’Antico Testamento nel quale il Signore – nella notte della liberazione dalla schiavitù in Egitto – ordina al suo popolo di mangiare in piedi del pane azzimo, fianchi cinti e sandali ai piedi; iniziava così il cammino verso la terra promessa, durante il quale, nel deserto, il cibo cadeva dal cielo sotto forma di manna.
Nel racconto di Giovanni Gesù offre cibo a 5000 uomini, invitandoli a sedersi sull’erba, rendendo grazie e distribuendo i 5 pani e i 2 pesci di un ragazzo “qualunque” .
Le due immagini sono molto diverse: nel libro dell’Esodo è rappresentato l’inizio di un lungo peregrinare verso la terra promessa, sostenuto dal Signore, mentre nel vangelo di Giovanni è rappresentata una festa con cibo in abbondanza per tutti, subito.
La moltiplicazione dei pani è presente in tutti i vangeli, addirittura due volte sia in Marco che in Matteo: è l’unico miracolo presente sei volte nel Nuovo Testamento. Tra una versione e l’altra ci sono varianti, ma nel complesso il processo è quasi identico.
Ci sono molte interpretazioni di questo testo. I razionalisti vedono il senso del miracolo nella capacità di vivere privi di tutto il superfluo, così come Gesù e la folla che si trovano nel deserto. Nella stessa direzione alcuni sostengono che alla base della moltiplicazione … ci sia una divisione: il cibo si moltiplica perché viene con-diviso. La divisione del poco però difficilmente genera una folla sazia, quindi il senso dev’essere cercato altrove.
Se avesse avuto luogo un grande picnic ascetico, sarebbero troppe le sei versioni e sarebbero troppi anche i dodici canestri di cibo avanzato; i canestri parlano chiaramente di una strana sovrabbondanza.
Alcuni propongono di leggere questo testo come lo sviluppo della moltiplicazione dei pani fatta dal profeta Eliseo (2 Re 4,42-44) che con venti pagnotte d’orzo nutrì un centinaio di persone e anche lì ci fu un avanzo. L’interpretazione è interessante perché l’attesa del Messia avrebbe potuto generare l’aspettativa di un potenziamento rispetto agli eventi di per sé già straordinari dell’Antico Testamento e ottenere una conferma da un miracolo del genere: da venti pagnotte che sfamano cento uomini con l’avanzo, si passa a cinque pani e due pesci che ne sfamano 5000 con l’avanzo.
Altri ancora vedono in questo testo una rappresentazione simbolica dell’insegnamento di Gesù alla folla e una prefigurazione del grande pasto messianico alla fine dei tempi.
Le varie interpretazioni – e ce ne sono altre – non si escludono a vicenda, tuttavia io credo che il vero miracolo consista nella trasformazione della massa in una comunità pacificata attraverso tre elementi: il dono, il rendere grazie, la distribuzione. A quel punto ce n’è per tutti. E con l’avanzo.
Non sarebbe così forse anche oggi?
In questo testo ciò che stupisce non è che una folla possa mangiare, ma che questa folla non si disperda per mangiare, ciascuno per conto proprio.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci è un insegnamento in azione, non più in parole, ed è l’unica volta che una folla si costituisce come comunità riunita attorno al Cristo.
Nei Vangeli, Gesù incontra persone singole, o si muove con una folla eterogenea senza riferimento, una moltitudine senza nome e senza progetto. Qui, per la prima volta, c’è un progetto, anzi un doppio progetto: da una parte i discepoli capiscono di avere una precisa responsabilità rispetto alla folla: “Date loro da mangiare” e, dall’altro, la folla sperimenta che ciò a cui tende è l’essere insieme condividendo la vita stessa dentro un orizzonte di senso comune e molto più ampio.
Queste sono le condizioni del “noi”: il dono, il rendere grazie e la distribuzione. Si vedano i tre sommari negli Atti degli Apostoli: 2,42-48; 4,32-35; 5,12-16. Su questi tre criteri si fonda la prima comunità cristiana.
Non sono più le “pecore senza pastore” di domenica scorsa. Questa espressione, spesso usata nell’Antico Testamento, si riferiva a Israele in una posizione di angoscia a causa della scomparsa o della defezione dei suoi leader; un’allusione abbastanza trasparente, è probabile che l’evangelista, usandola, volesse segnalare il modo in cui i leader politici e religiosi della sua epoca trascuravano e/o ignoravano la loro funzione.
Nel vangelo di domenica scorsa veniva detto che Gesù alla vista di quella folla senza pastore “si commosse”, quindi, dovremmo chiederci, cosa produce spontaneamente il nascere di un gruppo, più o meno grande che sia, dalla famiglia, via via, fino agli abitanti di una nazione, per arrivare al cosiddetto popolo? Cosa occorre perché il popolo non sia semplicemente un’accozzaglia di individui, provenienti dai villaggi d’intorno, ognuno guidato dal proprio ristretto e solitario orizzonte? E dalla propria e solitaria fame?
Gesù non si comporta come un leader alla ricerca di followers o di iscritti al partito, fa esattamente il contrario. Quando capisce che vogliono farlo re, si ritira in (alta) montagna.
Gesù per prima cosa offre un insegnamento; il primo elemento della costituzione di una comunità è l’insegnamento. Anche Luca nei citati sommari degli Atti degli Apostoli mette in rilievo l’importanza dell’ascolto della Parola. Per percepire il bene comune e lavorare per costruirlo insieme si deve essere sufficientemente informati; l’insegnamento è fondamentale per creare una base comune di comprensione del mondo. La folla è definita spesso come “insegnata”; qui si va oltre: non solo è “insegnata”, ma è anche nutrita.
Dunque, la sfida è: riuniti per nutrirsi tutti o sparsi per mangiare da soli?
Il miracolo si compie rispondendo alla sfida attraverso i tre criteri dell’offrire spontaneamente (il dono), del ringraziare (il rendere grazie) e del distribuire (il condividere).
Cristo organizza la folla in gruppi, la “installa” in uno spazio – all’inizio del testo era un “luogo deserto”, senza denominazione, vale a dire disponibile – questo spazio deserto diventa il luogo della nascita della comunità.
È la comunità cristiana che nasce sotto i nostri occhi in questo testo: esperienza in cui viene abolita, da subito, la distanza tra il fine e i mezzi. Non c’è fine (ottenere il nutrimento), né mezzo per ottenerlo (il denaro per comprarlo), c’è un atto che riempie lo spazio di significato del soggetto e fa in modo che ciò che passa attraverso di noi e che succede in noi sia superato a favore di un bene comune del quale possiamo godere appieno tutti.
Si arriva a percepire che, nel dono spontaneo, non solo la riconoscenza o la restituzione neanche vengono richieste (il ragazzo non reclama nulla, non ci pensa proprio, non parla), ma che il dono cammina, per così dire, sulle proprie gambe. Se ci si assume la responsabilità di un altro per dono (per amore) si viene trasportati da questo dono, si obbedisce a questo dono…e ce ne sarà d’avanzo.
Qui viene fondata un’esperienza sociale fondamentale: attraverso il dono la comunità riunita sperimenta le proprie basi e queste ricollegano la persona alla propria comunità oltre le regole cristallizzate e istituzionalizzate. Si tratta di un’esperienza che concretizza la tensione tra individuo e società, tra libertà di ciascuno e obbligo morale individuale.
Gesù fa esattamente l’opposto del leader: si ritira e lascia che la folla diventi comunità e che la comunità gestisca da sola i dodici cestini di resti.
Il testo della moltiplicazione dei pani evidenzia le due dimensioni antinomiche del cristianesimo: quella del Deus Absconditus e quella del Dio-uomo; in altre parole, qualsiasi filosofia attorno a Dio deve superare due insidie: la tentazione d’isolare Dio dal mondo a tal punto da renderlo estraneo all’uomo o unirlo tanto al mondo fino a perdere il senso dell’infinita differenza tra Dio e l’uomo.
La comunità cristiana poggia sulla trascendenza del divino e si nutre dell’immanenza del dono.
La moltiplicazione dei pani e dei pesci è un testo di transizione: non si può rimanere bloccati sui resti che vengono raccolti. Questi sono la premessa di nuove comunità, resti che ci sono destinati affinché tutti possano vivere insieme del dono iniziale.

Gesù: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» 
Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo!»
Andrea: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?»

Nella trasmissione dell’insegnamento il Primo provoca, il secondo obietta, il terzo, intuendo, indica la soluzione.

È ancora qui quello con i cinque pani e i due pesci?

NB. in copertina foto da una raffigurazione nelle Catacombe di San Callisto a Roma, per l’originale clicca qui

Riposarsi

Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto e riposatevi un po’.

Marco 6,30-34 – Domenica, 18 luglio 2021,
Sedicesima Domenica del Tempo Ordinario

Una grande folla può sembrare un gregge e se le persone si accalcano disordinatamente attorno a chi le guarisce dai loro malanni, la compassione può afferrarci.
Le folle, più in generale, cercano un leader, un punto di riferimento umano che incarni le loro aspettative. Di fronte a queste pecore che chiedono una guida, qualcuno potrebbe essere tentato dall’idea di diventare un mentore, per addestrarle tutte come un solo uomo.
Il Nazareno si fa “maestro” laddove incontra bisogno e speranza, piegandosi alla realtà del mondo e alla vita degli uomini, tra i quali egli stesso si è fatto uomo; Gesù diventa “pastore” per rispondere alla prostrazione di uomini e donne privati di una direzione vitale. Il Cristo Pastore, quindi, non addestra un gregge, chiama per nome ogni persona, additandole la via. Così facendo, però, fa esplodere il gregge, fa a pezzi la colonia, perchè lacera i vincoli servili che si instaurano facilmente tra gli esseri umani.
Il Cristo non viene per radunare un gregge, una massa indifferenziata di pecore sbandate, ma invita ciascuno a parte, anzi in dis-parte, per un sentiero specifico; conoscendo ogni cosa, con ciascuno coltiva un legame unico, mantenendo un attaccamento, un’amicizia, potremmo dire, singolare. ll Cristo non ha nulla a che fare con la moltitudine gregaria, cerca il legame individuale, l’attaccamento intimo, la relazione libera, perché l’incontro esiste solo nel particolare, nel distinto, tra qualcuno e qualcun altro, fuori dal gruppo, fuori dal clan.
L’unione tra due persone è vera solo nella totale libertà di entrambi, fuori da ogni influenza, coercizione o schiavitù. La comunione nell’incontro non è dissoluzione nell’altro o assorbimento dell’uno nell’altro come nell’amore romantico; tantomeno può essere rappresentata dall’obbedienza cieca che s’immola per principio. Questi tre atteggiamenti relazionali rappresentano altrettanti pericoli di fronte ai quali la cautela è d’obbligo e non hanno nulla di “cristiano”.
In linea generale non è la pecora obbediente che mobilita il pastore, ma quella smarrita; il pastore può addirittura abbandonare il gregge per re-instaurare il legame con quella particolare pecora che vede a rischio altrove. Il Cristo non diffonde la sua sapienza come una quantità di materia omogenea distribuita in scatola, usando stampini per contenerla e offrirla a tutti in piccole dosi. L’insegnamento è donato, per compassione, a ciascuno; ascoltarlo non dipende dall’appartenenza all’ovile, né dalla fedeltà ad alcuna corrente, ma da una disposizione e poi da una decisione personale.
Ciò che possiamo chiamare salvezza nasce da un’apertura senza riserve all’altro; dipende dalla decisione di vivere per sempre con quell’altro, piuttosto che da soli. Si sceglie: il movimento piuttosto che l’immobilità, l’inaspettato piuttosto che il previsto, il nascente piuttosto che il morente, la vita piuttosto che la morte.
Il movimento del Cristo, il suo muoversi a compassione, il suo essere visceralmente commosso, è il risultato che emana dalla sofferenza di chi non ha più appartenenza, di chi è stato sradicato a forza dalla propria terra d’origine, tradito da un inganno.
Chi è questo, così mal messo?

Tutti. Sono io, sei tu, è lui, è lei; sono tutti quelli che appartengono a quella folla instabile, che corre a destra e a manca, che va dove tira il vento, influenzata dall’influencer più vicino. Lì, se non si va alla stessa velocità, se si esita, si è sospinti, stretti, forse si può essere anche travolti o calpestati o spingere altri ad essere travolti.
In un movimento di gregge, senza una guida saggia che operi in noi, non esiste discernimento individuale e decisione personale; si è solo trascinati lì dove va la massa. È questa folla indiscriminata, instabile, che turba, che commuove, una folla senza pastore, la stessa che poi – in queste stesse condizioni – è capace di gridare a gran voce “crocifiggilo!”

Il fenomeno gregario è sempre esistito, ed esiste anche oggi. La massa si aggrega dove la cosiddetta “riprova sociale” indica, inducendo tutti coloro che non sanno cosa fare o cosa pensare a adottare con molta naturalezza il punto di vista altrui.
Si pensi alle recensioni online oggi così diffuse, ai fabbricatori di opinioni, oppure all’atteggiamento di chi cerca un ristorante, un albergo, così come uno stile d’abbigliamento e perfino un luogo di culto: il più delle volte andrà in un luogo dove semplicemente c’è già molta gente.
La riprova sociale indica la direzione della mandria, di tutti quelli che non osano o non sentono la necessità di consultare troppo se stessi.
Per il ristorante o il vestito il rischio è limitato, ma quando c’è qualcuno che, ad esempio, costruisce o propaga menzogne, oppure istiga alla violenza, gli effetti della riprova sociale e i meccanismi gregari possono essere disastrosi.
Il racconto evangelico di questa domenica mette in luce il punto di vista cristiano su questo stato di cose, quando all’interno dei gruppi umani vige la mancanza di discernimento.
L’invito è: “Venite in disparte, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”: venite “voi stessi”, o venite “voi-altri”: c’è un momento specifico per ciascuno di noi nel quale è necessario prendere le distanze da quella situazione.
Venite in disparte: separarsi dalla folla è l’opposto dell’atteggiamento gregario.
Infine: “in un luogo deserto”: in solitudine.
L’esito è il “ri-poso”, ovvero il posarsi nuovamente, avendo abbattuto l’istinto gregario e avendo trovato la propria direzione.
Non è un caso che il Vangelo di domenica prossima ci parli della moltiplicazione dei pani; per vivere uniti in noi stessi occorre prima trovare il Significato e la Via.
Alcuni si disperdono, altri rimangono, altri si spostano geograficamente, altri no.

La sosta nella Parola, nel luogo in dis-parte nel quale il Cristo parla donando la pace, non è per correre insieme indistintamente, ma per ricostruire insieme ordinatamente. Non sbagliamoci proprio sul Pastore…per favore.

NB: in copertina, foto di un particolare di un dipinto custodito nella Pinacoteca di Siena.

A due a due

Se in qualche luogo
non vi accogliessero
e non vi ascoltassero,
andatevene
e scuotete la polvere sotto i vostri piedi
come testimonianza per loro

Marco 6,7-13 – Domenica, 11 luglio 2021,
Quindicesima Domenica del Tempo Ordinario

Il testo di oggi appare, con alcune variazioni, in tre vangeli su quattro. Gesù manda i suoi discepoli in missione e dà loro autorità sugli spiriti impuri. Ci si potrebbe chiedere come sia possibile se lo Spirito Santo non è ancora sceso su di loro. Ora, però, questi uomini esercitano un’autorità sugli spiriti impuri… Evidentemente non è la loro, ma quella della Parola. Da lì viene questa forza; una forza che sradica progressivamente l’abitudine tutta umana di raccontarsi delle mezze verità o anche delle frottole intere…, una forza che stabilisce un altro ordine: l’ordine della verità.
Isaia l’aveva detto: “Così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.” (55,11).
La forza del Vangelo è potenza di liberazione, e, spesso, liberazione proprio dallo spirito di contestazione, strumentale al proprio tornaconto, che si oppone sempre alla Parola in sé, mentre questa non può essere né diminuita, né aumentata perché non ci appartiene, non ne siamo i proprietari.
C’è dell’altro: i discepoli sono tenuti ad una certa, particolare forma di comportamento “ecologico”: “Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro”.
Questione molto seria.
Nel Testo Sacro possiamo trovare diverse espressioni che esprimono lo stesso ordine di pensiero:
tra i paralleli cito Luca 10,10-11: “Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Qui è espresso l’invito a compiere un gesto addirittura sulla pubblica piazza: scuotere la polvere contro qualcuno. Leggo il “contro” come “restituire al mittente”, staccarsi, non avendo e non volendo avere nulla a che fare con quella polvere.
In Giosuè 7,6 invece cospargersi il capo di polvere è un segno di lutto: “Giosuè si stracciò le vesti, si prostrò con la faccia a terra davanti all’arca del Signore fino alla sera e con lui gli anziani di Israele e sparsero polvere sul loro capo.”
In Isaia 47,1 sedersi nella polvere è segno manifesto di afflizione estrema: “Scendi e siedi sulla polvere, vergine figlia di Babilonia. Siedi a terra, senza trono, figlia dei Caldei, poiché non sarai più chiamata tenera e voluttuosa”.
In Giobbe 7,21 giacere nella polvere significa senza mezzi termini essere morto. Straordinario è qui il tono della preghiera rivolta al Signore: “Perché non cancelli il mio peccato e non dimentichi la mia iniquità? Ben presto giacerò nella polvere, mi cercherai, ma più non sarò!” – Il grido di un innamorato pentito…
Nel Salmo 72,9 “leccare la polvere” è segno di sottomissione: “Gli abitanti del deserto s’inchineranno davanti a lui, e i suoi nemici leccheranno la polvere.”
Gettare polvere contro qualcuno è segno di orrore; in 2 Samuele 16,13: “Davide e la sua gente continuarono il cammino e Simeì camminava sul fianco del monte, parallelamente a Davide, e, cammin facendo, imprecava contro di lui, gli tirava sassi e gli lanciava polvere”, così come in Atti 22,23 “… continuavano a urlare, a gettar via i mantelli e a lanciar polvere in aria” – gli Israeliti, che si scandalizzavano alla testimonianza di Paolo di Tarso.

Perché i Sinottici riportano queste parole di Gesù sulla polvere? Perché era necessario scuotersi di dosso proprio la polvere della città che non aveva accolto la testimonianza? E perchè il gesto doveva essere pubblico, compiuto nelle piazze?
Cosa succederebbe se quella polvere non fosse scossa via, oggi come allora?
Conservare sui propri abiti i residui del rifiuto della Parola e del rifiuto della testimonianza dei suoi inviati, per l’antico quanto saggio redattore biblico, significava voler correre il rischio di soggiacere agli spiriti immondi: menzogna e violenza.
E’ questo il tipo di polvere che i discepoli sono invitati a non portare addosso e deve essere scrollata via con un gesto che indichi senza mezzi termini la volontà d’intraprendere la via della giustizia.
Anche oggi questo tipo di gestualità simbolica assumerebbe il suo rilievo. Si pensi  a tutte le forme di svalutazione della persona che sottilmente, e con ragioni capziose, contagiano le menti più…polverose del nostro tempo: pregiudizi razziali, fobia delle diversità, stereotipi di pensiero che mirano soltanto ad incatenare il prossimo nelle maglie asfissianti dei nostri circuiti neuronali condizionati dal risentimento…Questo è soggiacere agli “spiriti immondi”.
Quando permettiamo che questa polvere si appiccichi alle nostre vesti, o rivesta i passi del nostro cammino perché l’abbiamo attaccata proprio sotto i nostri piedi, dobbiamo intendere l’ordine del Cristo alla lettera. Facciamo pure un gesto semplice, scuotiamo la maglietta come se vi fosse caduta sopra della fuliggine; forse servirà a ricordare di quale pasta siamo fatti: di terra, come Adamo, ma non destinati a finire completamente in polvere, grazie a Dio per l’eredità del Suo Regno.
Il villaggio che non accoglie la Parola nella Bibbia è definito “pagano”: è una vera e propria provocazione.
Gli Israeliti si scrollavano di dosso la polvere “pagana” prima di entrare nella “terra santa”.
In Atti 18,6 quando Paolo lascia la sinagoga di Corinto, scuote la polvere dai suoi vestiti: “Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani”.
Con queste parole Paolo inverte la consueta pratica di scrollarsi di dosso la polvere: scuote la polvere prima di percorrere il cammino inverso, prima di andare dai gentili (nella casa di Tizio Giusto): chi rifiuta il vangelo in “terra santa” diventa “pagano”, cioè dovrà affrontare per proprio conto il giudizio di Dio. (cfr Atti 13,51).
Quando Gesù proclama il Regno, non dice: “Pentiti perché hai peccato”, perché il peccato non è la questione fondamentale, la questione centrale è la fedeltà. Pentirsi significa dire di no a tutto ciò in cui si è voluto credere e a cui ci si è voluti aggrappare pur di poter abbracciare qualcosa d’altro che è situato nel territorio dell’ingiustizia, nella falsa speranza di poter essere padroni di una casa che non è la propria in esclusiva, di poter essere padroni del mondo, della propria vita, di quella degli altri, di una capacità di giudizio assoluta.
Il pentimento è la chiamata a cambiare idea su … praticamente ogni cosa: a cambiare regno, a cambiare l’ordine del pensare e del sentire. Un’altra “regola” vige per scacciare i demoni e non c’è posto per le menti polverose e corrotte dei sistemi clericali o laici delle leggi e delle ordinanze esteriori.
Pentirsi del peccato? Sì, certo. Ma è molto di più: è un’intera economia, un’intera mentalità, un intero modo di vivere, un intero sistema di cose da lasciare; cambia il modo di esistere, il modo di percepire la propria origine, quello che pensiamo di essere, lo scopo della nostra vita.
E le guarigioni operate sono un segno e, quando avvengono, quel segno è un messaggio: il Regno di Dio è qui, la forza della Sua potenza è all’opera.

“Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare” (Lc 10,19).
Ci risiamo, il serpente, quello delle origini di tutti i guai, l’immondo che s’insinua…lo stesso al quale fu detto: “sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita”.
E se il vangelo di oggi iniziasse proprio  come una nuova genesi? “Incominciò a mandarli a due a due”,  nuovi Adamo ed Eva col potere di…schiacciare la testa a chi insidia il calcagno. Bisognerebbe lasciare a Dio quel che è di Dio, e al serpente la polvere.

NB: in copertina, Guido Reni, Pietro e Paolo, PD

Le chiavi di casa

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria,
tra i suoi parenti e in casa sua

Marco 6,1-6 – Domenica, 4 luglio 2021,
Quattordicesima Domenica del Tempo Ordinario

Ricordo di aver incontrato una volta un uomo che voleva pormi delle domande; era venuto a trovarmi – disse – perché desiderava che condividessi con lui gli scritti segreti di Gesù. Rimase deluso, quando gli risposi che non ero a conoscenza di scritti segreti.
Qualche anno dopo venne un altro che voleva informazioni sui vangeli apocrifi nella convinzione che proprio lì fosse la chiave della vita, di proposito esclusa dal canone del Nuovo Testamento. Gli parlai un po’ degli scritti apocrifi, insistendo soprattutto sul fatto che erano accessibili a tutti, non era difficile neppure procurarseli e poteva anche leggerli, intanto.
Alcuni sono convinti che altri – pochi – siano in possesso di una conoscenza “speciale”, di una chiave segreta per aprire porte misteriose.
Questo solleva diverse domande:
La soluzione d’ogni problema dipende da una conoscenza segreta e/o speciale?
Se sì, questa conoscenza è in possesso di un élite particolare e accessibile ad un gruppo limitato di persone? A quale prezzo? Per quale motivo? 
Trovo che il racconto evangelico di oggi abbatta ogni dubbio in proposito.

Gesù ritorna nel villaggio dove è cresciuto, dove ha lavorato come falegname, probabilmente avendo esercitato lo stesso mestiere del padre.
Il lavoro del falegname comportava una vasta gamma di compiti: posa di travi, produzione di porte e telai di finestre, di mobili del tipo letti, tavoli, sgabelli, armadi, cassapanche…. 
Giustino, un padre della chiesa, affermava che Gesù costruisse anche aratri e gioghi per animali… L’esercizio di questo mestiere esigeva dunque una certa destrezza e una certa forza fisica; il che ci allontana dalla maggior parte delle innocenti e deboli forme assunte dalle consuete pie rappresentazioni del Nazareno: uomo dallo sguardo ispirato che pialla, accarezzandolo, il legno nel leggendario laboratorio di Giuseppe.
Tuttavia, questo falegname parlava dentro la sinagoga e il suo insegnamento stupiva tutti.
La gente di lì, gente “normale”, comune, non lo considerava normale:

Ma chi pensa di essere? Sì, sarà anche un guaritore, ma come è possibile? È figlio di quella gente, Giuseppe, Maria, brave persone, per l’amor di Dio, ma gente semplice, come noi. Conosciamo i suoi fratelli, le sue sorelle, da anni! Non ci posso credere!

Fermiamoci un momento.
Ci sono anche quelli che dicono:
Va bene, ma comunque Lui era il Figlio di Dio! Per forza che faceva i miracoli!
Schema presente oggi in tante persone molto pie, nonostante sia in contraddizione con il mistero dell’Incarnazione.

 Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana” (Filippesi 2,7).

Cosa fanno in generale gli uomini, durante la loro permanenza sulla terra?
Imparano. Imparano dalle proprie esperienze, ascoltando, guardando gli altri, leggendo…
Come potrebbe essere stato altrimenti per l’uomo Gesù?
Questo Gesù che torna a Nazaret è lo stesso che è cresciuto con la sua famiglia esercitando il mestiere di artigiano falegname: è proprio Lui che ha ascoltato le osservazioni di suo padre e di sua madre, che ha osservato gli eventi della vita quotidiana, che ha interagito con i suoi fratelli e sorelle, che ha prestato attenzione alla natura – molte delle sue parabole lo dimostrano: si parla di seminatori, di semi di senape, di gigli di campo e di uccelli dell’aria, di pesca e di selezione dei pesci -, che ha ascoltato le notizie del giorno – cita, ad esempio, le diciotto persone rimaste uccise in seguito alla caduta della torre di Siloe (Luca 13,4) -, che ha letto la Torah.
È questa saggezza che meraviglia la gente di Nazaret? Perché i contemporanei si stupiscono di Gesù?
Se fosse venuto da Roma o da Atene, o se fosse stato un famoso fariseo di Gerusalemme come Gamaliele, la gente sarebbe stata meno sorpresa? Forse sì. Perché?
Perché esiste la credenza che il segreto della vita sia al di fuori di noi stessi, difficilmente accessibile, e che forse addirittura una piccola élite sparsa per il mondo ne abbia le chiavi.
Perciò coloro che affermano di essere o si comportano come guru appaiono talvolta addirittura credibili.

La falsità di una simile credenza è precisamente ciò che il vangelo di questa domenica mette in luce.
La gente di Nazaret cercava un guru e invece trovò il figlio del falegname all’angolo della strada.
La cecità cerca la luce nel segreto esoterico…cerca lontano ciò che è vicino.
Il Nazareno ha rivelato che Dio è presente ovunque ed è dato a ciascuno di scoprirlo, purché lo si cerchi.
Nel mio quotidiano – oggi – c’è esattamente tutto ciò che cerco.
È una questione misteriosa? Sì, in effetti, ma evidente per chi accoglie il tempo della vita. 
Il tempo della vita: ecco le chiavi di casa.

NB: in copertina Perugino, Consegna delle chiavi a San Pietro (particolare), PD. Per l’origine del file, clicca qui

Malattia e salute

Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita

Marco 5,21-43 – Domenica, 27 giugno 2021,
Tredicesima Domenica del Tempo Ordinario

Questo vangelo presenta due storie di miracoli intrecciate: quella di una donna e quella di un uomo. Entrambi si trovano in una situazione-limite; la donna ha lottato furiosamente per dodici anni allo scopo di riacquistare la salute; l’uomo sta per perdere la figlia. Nel momento in cui ogni altro tentativo sembra loro vano, cercano l’aiuto del Nazareno.
Davanti ad una vita diminuita, che sta vuotandosi, la donna supera il tabù e, da impura alla quale è vietato avvicinare uomo, buca il muro della folla per sfiorare il mantello del Cristo; l’uomo, invece, un capo, un notabile della sinagoga, esasperato all’approssimarsi del lutto peggiore, si precipita da chi non avrebbe forse mai pensato di avvicinare, corre dal rabbi “guaritore”.
Mi è sempre sembrato rilevante che Gesù durante il percorso verso la casa di Giairo, quando si rende conto che qualcuno lo ha toccato, si ferma per vedere chi è stato: vuole proprio vedere il volto di quella persona. Non “lascia correre” per giungere più rapidamente dalla figlia di Giairo; la sua volontà di conoscere chi l’ha toccato provoca una risposta da parte della donna, che forse sperava di passare inosservata; a quel punto sente di dover parlare e “dice la verità”. L’ultimo passaggio del miracolo: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male” offre alla donna anche l’opportunità di comprendere: non è il suo coraggio nel chiedere che l’ha salvata, ma la certezza di guarire, anche solo sfiorando il Cristo.
Il modo in cui Marco ci racconta questa storia mostra che anche l’evangelista è certo di ciò che è avvenuto e riferisce ciò che ha visto; voglio dire, il discorso si svolge su un piano che non attesta tanto la storicità del miracolo, quanto piuttosto la fede non solo della donna e di Giairo, ma anche quella di chi riferisce, di colui che trasmette la testimonianza. Tutta la sequenza del racconto illustra la situazione del credente, dell’uomo o della donna di fede.
Guardiamo al secondo miracolo: la risurrezione della figlia di Giairo. Da una parte la casa può rappresentare la Chiesa, nella quale il Cristo entra accompagnato dai pilastri della fede, i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, d’altronde è proprio questo tipo di fede che tras-porta la bambina dal sonno alla vita. Si noti che quelli che prendono in giro Gesù, i “miscredenti”, ovvero quelli che hanno minor fede, non sono invitati ad entrare. Inoltre, una volta svegliata la bambina prendendola per mano, Gesù raccomanda di darle da mangiare e di fare silenzio sull’accaduto.
Entrambe le raccomandazioni hanno diversi livelli di interpretazione. Far silenzio potrà voler dire che molti non sono ancora pronti per una simile fede … sono ancora miscredenti … , ma, ed è ciò che più mi rende convinto del mio, del nostro ruolo di testimoni, l’invito a dar da mangiare alla bambina è un chiaro riferimento al pane in senso eucaristico, in ogni caso di qualcosa che evidentemente era mancato a quella bimba, figlia di un notabile della sinagoga sempre indaffarato; si parla, credo, di testimonianza e trasmissione della Parola che nutre.
È grande la forza sprigionata dalla Parola, ed è la stessa forza che Gesù sente uscire da sé quando l’emorroissa si fa guarire; la donna intuisce che solo Lui può aiutarla, ha la certezza improvvisa che il risanamento (altrimenti impossibile) sia possibile solo per contatto diretto , sia pure limitato ad un lembo della veste del Cristo.

Mi viene in mente quella percezione della realtà che alcuni chiamano destino; sono certo che ferisca la persona più di qualsiasi dubbio; sento ancora le voci ascoltate intorno alla bara di una persona cara, morta di cancro a 28 anni: “Era il suo destino”.
No. Credere che una forza del genere “destino” stia guidando la nostra vita, significa credere che una situazione di vita diminuita debba essere anche accettata con rassegnazione.
La rassegnazione ad un percorso di morte non è fede, è nichilismo.
Ci vuole la straordinaria energia della fede per combattere questa percezione, perché la realtà quotidiana, così come quella in cui vivevano Pietro, Giovanni, Giacomo e lo stesso Gesù, è così complessa, così difficile, in certi momenti così spaventosa, che solo una fede intuitiva può strappare improvvisamente il velo della rassegnazione e permettere che si riveli tutto il vivente della Parola incarnata; quello stesso vivente che risiede anche dentro ognuno di noi. Solo per fede, per fiducia estrema, può sorgere quel profondo desiderio di vita, quella luce che talvolta sembra essere dall’altra parte della montagna. La fede frantuma la logica del destino.

L’inizio di ogni miracolo è proprio lì dove chiaro appare il coraggio di “mollare”, affidandosi al Cristo vivente.

Dormire sul cuscino

Se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva

Marco 4,35-41 – Domenica, 20 giugno 2021,
Dodicesima Domenica del Tempo Ordinario


Sarà l’estate che arriva, sarà la stanchezza accumulata durante tutto l’anno, ma la voglia di dormire appoggiando la testa su un bel cuscino qualche volta diventa proprio un desiderio forte …
Più ci penso, più ho l’impressione che questa Parola indichi la possibilità di un pericolo per noi proprio là, dove mai penseremmo che sia.
Certo, ci sono tempeste anche nella nostra vita, tempeste che spazzano via tutto, che sconvolgono, che destabilizzano: conflitti, lutti, catastrofi, pandemie. Sono eventi che accadono fuori di noi, che ci cadono addosso, spaventosi perché minacciano di distruggere tutto quello che ci sta a cuore. Questa dev’essere stata la percezione dei discepoli durante la tempesta, quella sera mentre cercavano di passare all’altra riva.
La tempesta è un fenomeno noto su quel lago: lo specchio d’acqua si trova ad almeno 200 metri sotto il livello del mare, circondato da alte colline. La gente del posto sa bene che l’aspetto del lago può cambiare in breve; soprattutto dopo giorni di calura, il vento può alzarsi e soffiare con improvvisa violenza fino a cadere quasi verticalmente sulla superficie dell’acqua, provocando onde simili a quelle di una tempesta marina. Poi, altrettanto improvvisamente, il vento cala, tutto si ferma e torna la calma; dopo, resta difficile credere all’accaduto. Ma per quelli che sono in barca sul lago quando questo fenomeno si produce, la situazione è molto pericolosa, perché rischiano la vita.
Allo stesso modo nessuno di noi può sentirsi al totale riparo da certe forze naturali o da certi eventi tragici che sembrano colpire alla cieca. Allora diventa “normale” gridare la propria angoscia a Dio, chiedergli di liberarci dal pericolo, domandargli dov’è: sembra proprio non vedere, non rendersi conto… forse sta dormendo…
Lo scopo del testo di oggi potrebbe non essere tanto quello d’insegnare come gridare e chiedere aiuto, quanto un invito a rovesciare la prospettiva. I discepoli gridano il loro terrore, ma Gesù sembra addirittura “infastidito”, tant’è che li rimprovera, li biasima per la mancanza di fede. In questa storia oltre al sonno di Gesù un dettaglio dà da pensare: il cuscino.
Com’è possibile dormire su un cuscino, dentro una piccola barca da pesca, sballottata dalle onde, già piena d’acqua, mentre il vento infuria?
C’è qualcosa di surreale, come se Gesù in quel momento si trovasse su un altro pianeta, su un altro piano rispetto ai discepoli – e a noi – come se avesse tutt’altro atteggiamento rispetto a quello che ci aspettiamo debba avere.
Eppure è altrettanto vero che il pericolo più grande nelle nostre vite personali spesso non è dove pensiamo che sia. Il più delle volte siamo spaventati da possibili calamità esterne, da temporali, fulmini e saette che cadono dall’esterno sul nostro piano individuale e soprattutto a prescindere dalla nostra volontà. Il pericolo più serio potrebbe essere in quel momento dentro di noi, potrebbe essere la nostra reazione e la nostra angoscia: paura di perdere terreno, di rimanere indietro, di perdere qualcosa, qualcuno, di non farcela, di trovarsi permanentemente sull’orlo dell’abisso, che può sommergerci da un momento all’altro; paura di sprofondare, di soffocare, di annegare.
Ci sono tempeste del genere, e sono sicuramente le peggiori; ci si trova ad avere paura di tutto, perfino delle proprie sensazioni, dei propri pensieri, delle proprie emozioni; non ci ritroviamo più, letteralmente perdiamo la bussola; vorremmo metterci al riparo, ma non sappiamo come. Può capitare di sentirsi presi in un vortice, trascinati in fondo, nell’abisso della nostra stessa disperazione. Senza speranza.
Questo credo sia il pericolo più grande per la nostra vita: la paura, che si trasforma in angoscia e diventa disperazione: una tempesta di lago, una tempesta che viene dall’interno, non dall’esterno; più pericolosa – per il singolo – di uno tsunami.
Forse questa Parola vuole indicare non come chiedere aiuto, piuttosto come dormire, come chiudere le porte alle nostre spaventose sensazioni durante la tempesta di lago.
Questo “dormire su un cuscino” è una metafora del “fidarsi”, dell’“avere fede”. È difficile dormire quando si ha paura, non ci si addormenta quando la mente è irrequieta. Fidarsi di Dio vuol dire sentire che in fondo non si ha nulla da temere, né dalla realtà esterna, né dalle forze profonde che si agitano dentro di noi.
E come si fa?
Non c’è niente da fare di speciale; per “non fare” occorre anche un po’ capire che durante la tempesta di lago, dentro la nostra barca già piena d’acqua, mentre tutto sembra perduto, proprio lì con noi, c’è anche Dio, più autorevole di qualsiasi tempesta.
Finché non ci accorgiamo di questo, non possiamo neanche cominciare a fidarci sul serio e quanto più ci disperiamo, tanto più il mare e il vento ruggiscono, e le onde diventano montagne.
L’unica forza che può fermare il vento è veramente la fede.  È stato per una fiducia assoluta che Gesù si è addormentato – in Dio – ed è stato in grado di fermare la tempesta.
La fede è il cuscino sul quale possiamo – in barba a qualsiasi elucubrazione concettuale – riposare al riparo dalle onde.
La nostra pace può donare pace anche agli altri, a coloro che ci circondano, che hanno intrapreso la nostra stessa strada, e può “svegliare” anche chi sembra cedere alla disperazione.
Questo non significa in alcun modo che non ci saranno più tempeste, ma che possiamo permetterci di appoggiare la testa sul cuscino perfino in mezzo alla peggiore tempesta.
Avremo fatto poco o niente, ma il pericolo sarà svanito. La fiducia, la fede nella presenza di Dio con noi, nella nostra stessa imbarcazione, calma le tempeste e guida verso l’altra riva…
Troppo spesso a quest’altra riva annettiamo significati oscuri, che nulla hanno a che fare con quel che Gesù voleva e vuole dirci.

E come i discepoli “lo presero con sé, così com’era, nella barca” … penso che anche noi siamo messi in salvo, così come siamo…

NB. In copertina Bruegel Jan, origine del file PD

Crescita

In privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa

Marco 4,26-34 – Domenica, 13 giugno 2021,
Undicesima Domenica del Tempo Ordinario

Anni Venti del XXI secolo: guardo le nostre chiese e provo un certo disagio, forse più che una punta di scoraggiamento; il cristianesimo sembra perdere velocità: è in declino. Vedo meno persone in chiesa (e non sarà solo l’effetto della pandemia), poco impatto sulla società, istituzioni che invecchiano, indifferenza generale. Qualcuno dice: “Prima era meglio!”.
Questo mi tocca molto da vicino, a volte mi esaspera: ho impostato la mia esistenza sulla missione.

Il testo di oggi parla del Regno, e certo non in termini di declino, piuttosto di crescita; la metafora è quella del seme.
Il chicco di grano cresce, indipendentemente da ciò che fa l’agricoltore, che dorma o sia sveglio, di notte e di giorno; il seme germina e cresce, il contadino non sa come, gli sfugge la questione, proprio mentre il seme si sta sviluppando.
Tutte le piante crescono e si sviluppano, se trovano terra adatta e se il cielo (ed eventualmente l’agricoltore) dà loro l’acqua e la luce necessarie.
Guardando un campo di grano nel mese di maggio non vediamo nulla di questo processo, ma le cose cambiano con il passare dei giorni: dal verde brillante dei primi di giugno al giallo sfolgorante di fine mese fino al castano delle zolle rovesciate in luglio dopo la mietitura.
La crescita è lenta e il nostro occhio non è in grado di percepire movimenti così lenti; oggi ci è possibile rivedere sullo schermo di un pc il processo di crescita del seme in time-lapse e si rimane sbigottiti.
Non esiste qualcosa di paragonabile ad un simile video per rivedere in time-lapse la vita di una persona o la storia del Regno; solo la memoria può aiutarci.
Cos’è che fa sviluppare il seme e crescere la pianta?
Niente di meno che la forza della vita, il mistero sconosciuto.
Il filosofo Emmanuel Kant l’ha definita così: “Il potere di una sostanza di determinarsi e di agire in virtù di un principio interno.”
Ogni essere vivente ha in sé questo enorme potenziale fin dall’inizio; anzi, da molto prima, da sempre; reca in se stesso un principio per svilupparsi “non si sa come”, di notte e di giorno, cosciente o meno che sia della cosa. Questo processo, questo progresso è il cuore e l’origine del Regno.

Ad un certo punto della storia dell’umanità “germoglia” Gesù di Nazaret, l’uomo che di se stesso ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita.”
Duemila anni fa, s’immaginava che l’atteso Regno di Dio dovesse consistere in un’irruzione gloriosa del Messia nella storia: “qualcuno” che avrebbe stabilito definitivamente la pace e la felicità per tutti gli uomini, liberando il suo popolo da ogni servitù presente, futura e passata.
Oggi non è forse la stessa cosa?
Aspettiamo il liberatore! Dal fardello delle tasse, dalla precarietà della malattia, dall’oscurità della disoccupazione. Qualcuno che ci ristori, finalmente! Ci si aspetta un vero drago…o forse Man-drake…
Invece… invece mi ritrovo con Gesù, nato in una stalla, in mezzo a gente povera, che annuncia il Regno, paragonabile ad un granello di senapa o ad un chicco di grano… un Regno ordinario, senza potere, né economico, né politico, quindi senza gloria: singolarmente privo di spessore.
Si capisce perché molti si allontanino da questo Gesù, che offre come speranza solo la banalità dei giorni comuni: meglio rifugiarsi nelle slot machine… o comprare un gratta e vinci… o tentare di vincere al super-enalotto… per uscire dall’ordinario…o darsi al bere … o fumare come una ciminiera, nell’illusione di rilassarsi. Altro che semi di grano e senape…

Ma io so che il seme opera lentamente, nel tempo, inesorabilmente, anche se non lo vedo, anche quando è seminato nuovamente da poco; a volte io come molti mi fermo ai dettagli e non riesco a vedere il quadro generale. La mia visione è limitata nel tempo e nello spazio, mentre molto altro trascende non solo i confini dello spazio geografico, ma anche quelli del tempo.
Ho visto e vedo crescere il Regno nelle persone che ho incontrato, in me stesso, ho conosciuto seminatori e so bene che ognuno di noi, talvolta imponderabilmente, partecipa a questa crescita continua.
Forse l’unica domanda da porsi oggi sarebbe: “Ma io a che punto sono in questo processo di cui faccio inesorabilmente parte? Quale è il mio principio vitale?

Spiegava le parabole in privato ai discepoli… visto che spesso non capisco a volte mi viene da pensare, ma io sono suo discepolo, oppure ho ancora e sempre bisogno di spiegazioni?

NB: in copertina, Van Gogh, Campi di grano, PD.

Mangiare tutto

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Marco 14,16-20; 14.22-26 – Domenica, 6 giugno 2021, Corpus Domini

Un giorno, diversi anni fa, al termine del pranzo nella canonica di una chiesa camerunese dove ero ospite, andai a riporre come al solito il piatto sul carrello; improvvisamente mi sentii redarguire aspramente da una donna, una suora, perché avevo lasciato briciole e tracce di cibo nel piatto: avrei dovuto mangiare tutto!
Non è stato semplice all’inizio della mia missione adattarmi ai cibi, ai sapori, agli odori nuovi e dunque doveva capitare spesso che lasciassi qualcosa. Mi fu anche spiegato che la suora che mi aveva rimproverato aveva conosciuto la guerra e la carestia e non accettava che qualcosa fosse lasciato nel piatto di chi aveva cibo a sufficienza.
Il tema non è nuovo, è molto delicato e immagino che ciascuno potrebbe fare osservazioni in merito, confrontando le proprie reazioni e le abitudini familiari con quelle di altri.
Al di là di qualsiasi riflessione di tipo psicologico, da quel momento, quell’avvenimento per me ha avuto un significato tutto particolare. Si lascia nel piatto qualcosa perché non si ha più fame, o perché non piace o forse anche senza pensarci, per un’abitudine; e certamente non esiste una norma universale o una legge cui adeguarsi su questo argomento. Tuttavia, per me, da allora, ha preso anche il significato di prendere tutto ciò che la vita mi riserva, il bello e il brutto, il più e il meno.

Quando si rievoca l’ultimo pasto di Gesù con i suoi discepoli: “Gesù prese il pane … e disse:” Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese il calice … e disse loro:” Questo è il mio sangue … “”, troviamo nei cristiani di oggi tutta una serie di sentimenti e percezioni.
Per alcuni è soprattutto il momento della transustanziazione, che richiama tutta la nostra venerazione; per altri è la celebrazione dell’istituzione dell’Eucaristia; per altri ancora, è la ripetizione di parole familiari, quasi un’abitudine di ascolto irrinunciabile, che rassicura e precede il rito della comunione, il rito che fa di una mensa una messa.
Per me è anche l’ultimo pasto di Gesù prima dell’arresto e della condanna: un momento tragico, nel senso letterale del termine, è la sintesi del significato essenziale incarnato nell’uomo Gesù. Qui è riassunta l’intera motivazione della nascita, dell’insegnamento e della morte del Nazareno. È il lascito per gli amici e i testimoni da parte di chi ha dato tutta la propria vita, tutto se stesso, materialmente e moralmente, carne e sangue, per indicare l’unica via d’uscita dal buio nel quale ciclicamente gli esseri umani tendono a ricadere.
“Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere l’opera sua.” (Gv 4,34). Queste parole sono pronunciate da Gesù stesso, ma ogni cristiano potrebbe pronunciarle per se stesso, perché tutti siamo potenzialmente inviati con lo stesso scopo.
Ecco perché “mangiare tutto ciò che c’è nel piatto” può diventare metafora dell’accettare tutto ciò che la vita mi dà e anche tutto ciò che la vita mi toglie, tutto ciò che mi piace, e tutto ciò che non mi piace, il più e il meno, il bello e il brutto. Non mi è dato fare diversamente.
Ogni volta che celebro l’Eucaristia qualcosa riecheggia in me, come se dicessi a me stesso: “Lo so, è così, lo ricordo: è l’essenziale”; mi sento nella stessa stanza, allo stesso tempo, attorno alla stessa mensa condivisa dai discepoli. È anche a me, tra gli altri, che il Cristo si è rivolto e si rivolge, in un presente reale. Allo stesso modo che con Pietro, Giovanni, Andrea, o con i discepoli di Emmaus, il Cristo presiede sempre il pasto: è una presenza reale.
Ho conosciuto un sacerdote che rifiutava di sedere sulla sedia del presidente dell’Eucaristia quando celebrava, perché quella era riservata al Cristo, il vero presidente.

Infine, c’è una dimensione che forse cattura davvero la nostra attenzione solo quando si tratta di mangiare il pane della comunione.
Perché il pane e il vino? Perché evocare il corpo e il sangue di Gesù, e prima ancora perché Gesù ha scelto proprio il pane e il vino per istituire il memoriale a fondamento della Sua chiesa?
Il pane è al cuore della nostra alimentazione, il vino è al centro della nostra festa. Senz’altro, ma né il pane, né il vino sono cibo o bevanda che si prenda direttamente da un albero o la si trovi in giro per i campi. Sia il pane, che il vino, nella loro semplicità, richiedono la vita e l’opera dell’uomo.
Siamo noi il pane e il vino, anche noi siamo “il frutto della terra e del lavoro dell’uomo”; il frutto di quel lavoro che ciascun uomo deve compiere su se stesso, se vuole emanciparsi dalle tenebre.
Afferrare questo, mangiare questo pane, bere da questo calice vuol dire riconoscere che Gesù, il vivente, si può trovare solo al centro della nostra vita e delle nostre feste, e può agire solo attraverso ciò che costituisce il nostro essere, la nostra personalità, il nostro soffio nel presente.

Quando mangio il pane, quando dico Amen, dico di sì a ciò che costituisce la mia vita, accetto di mangiare tutto quello che c’è nel mio piatto, le cose belle come quelle che lo sono di meno, proprio come Gesù ha detto di sì alla Sua vita.
A volte ci sono cose amare nel mio piatto. Le mangerò? Tutte? È un vero e proprio crocevia.
In questo momento penso ai genitori e ai figli che sostengono le disabilità o degli uni o degli altri. Proteggere e custodire la vita, anche quando nasce malformata o si sta spegnendo deformata, è uno dei molti modi di celebrare l’Eucaristia, consumare tutto ciò che c’è nel piatto e bere tutto ciò che c’è nel calice.

Nel Nome di chi?

Gli undici, intanto, andarono in Galilea

Matteo 28,16-20 – Domenica, 30 maggio 2021, Santissima Trinità.

Il calendario liturgico contempla per questa domenica la celebrazione della Trinità e mi soffermo in particolare sulla missione degli Apostoli, così come comandata dal Risorto al versetto 19:
“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Battezzare nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vuol dire basarsi sul mistero della Trinità; si tratta di un “mistero”, perché non solo è una “verità” non appieno comprensibile dalla ragione umana – in quanto la eccede – ma anche perché, allo stesso tempo, è oggetto di una “dichiarazione” su Dio: il dogma trinitario.
Il dogma afferma che esiste un solo Dio in tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; il Padre è Dio, il Figlio è Dio e lo Spirito Santo è Dio, ma il Padre non è il Figlio, il Figlio non è lo Spirito Santo e lo Spirito Santo non è il Padre.
Se è vero che la Trinità non è di facile comprensione, è vero anche che l’affermazione del dogma non è contraria alla ragione, non costituisce una “contraddizione logica”.
La mentalità comune guarda con sospetto a simili affermazioni, ma basterebbe pensare agli sviluppi della fisica moderna, per capire che la stessa natura ci sbatte costantemente davanti agli occhi questioni non pienamente comprensibili, almeno a partire dalla teoria della relatività in poi.
Una teoria scientifica, ad ogni modo, può essere anche falsificata da ulteriori ricerche; il dogma trinitario no, perché non si basa su fatti osservati e misurati oggettivamente, ma sull’insegnamento contenuto nei vangeli e sull’esperienza religiosa dei fedeli, tramandata in ogni tempo.
La dottrina trinitaria è “strana” e sorprendente, ma accettare di trovarla strana ed esserne sorpresi non implica necessariamente una fiducia cieca, basata sul nulla.
Cosa rende possibile a me personalmente credere alla verità della Trinità e al dogma trinitario?
La scelta di fare affidamento sui testi sacri della tradizione giudaico-cristiana, e in particolar modo, sull’insegnamento di Gesù di Nazaret, contenuto nei quattro vangeli.
Certamente è vero che la parola “Trinità” non esiste nella Bibbia; il concetto delle tre distinte Persone divine e della loro unità, però, è presente nelle Scritture e nel Vangelo e quindi per me è perfettamente legittimo avere fede nella dottrina trinitaria che si basa sulla Parola.
Nel Nuovo Testamento diversi passaggi si riferiscono alle tre Persone della Trinità: non mi soffermo sull’Annunciazione, sul sogno di Giuseppe, sul battesimo di Gesù e sulla Trasfigurazione, ma sui passi in cui Gesù stesso fa riferimento al Padre e allo Spirito.
Gesù Cristo, la Parola incarnata, chiarisce più volte questo insegnamento nei discorsi riportati dagli evangelisti:
“Io e il Padre siamo una cosa sola.” (Gv. 10,30).
“Anche se non volete credere a me, credete almeno opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre”. (Gv.10,38).
“Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto. Gli disse Filippo: ‘Signore, mostraci il Padre e ci basta.’ Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi dire: mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me?”. (Gv.14,7-10).
“Tutto ciò che è mio è tuo, Padre; ciò che è tuo è mio” (Lc, 15,31); qui siamo dentro la narrazione della parabola del figliol prodigo, dove è chiaramente illustrata la dinamica dell’amore in prospettiva cristiana e la funzione delle tre componenti: il padre, il figlio e l’amore che si attua nell’accoglienza incondizionata di colui che ne ha maggiore bisogno, generando gratitudine spontanea nell’amato.
Prima di ascendere al Cielo, Gesù annuncia agli Apostoli che il Padre invierà loro lo Spirito per consolarli e illuminarli. Nel vangelo di oggi, manifestandosi da vivo dopo la risurrezione, trasmette un’informazione inaudita agli undici, stesi-faccia-a-terra, adoranti, stupefatti, tuttavia ancora increduli.
Qual è questa informazione inaudita?
Al Cristo è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Gli undici ricevono un comando stringente: “Andate, insegnate a tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 19).
Voi, se foste stati uno di quegli undici pescatori, dopo aver visto il Cristo risorto, ascoltato le sue Parole prima e dopo la risurrezione, cosa avreste fatto?

A questo punto, per declinare questa fede nella pratica, occorre anche chiedersi che cosa voglia dire: “battezzare nel Nome…” e “insegnare ad osservare tutto ciò che ha comandato” (Cfr. v. 20).
Ora, il contenuto dell’insegnamento non è segreto, è uno ed è sempre lo stesso: “amatevi gli uni gli altri”. Il contenuto è allo stesso tempo l’unico comandamento “nuovo” lasciato dal Cristo. Ecco cosa c’è da insegnare, dopo averlo appreso e praticato. Battezzare in e nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo instaura immediatamente una relazione tra il battezzante, il battezzato, i testimoni (il padrino/la madrina) e la comunità dei fedeli. Questo è il sacramento del battesimo, ma andiamo a vedere che cosa significa instaurare una relazione in base al comando “amatevi gli uni gli altri”.
L’amore presuppone una relazione personale e una pluralità di persone. L’amore richiede non due sole componenti – l’amato e l’amante – ma tre: l’amante, l’amato e la relazione d’amore tra i due, che li unisca. Questo non vale solo per il matrimonio, ma anche per il comportamento dei singoli verso l’altro, verso la comunità di appartenenza, e in generale nei confronti di tutta la comunità umana. Il Cristo chiede di amarsi gli uni gli altri, proprio perché l’amore in se stesso contiene l’alterità e la pluralità alla quale relazionarsi nel Suo Nome.
Oggi, chi si oppone a ciò che considera ingiusto, è capace di scrivere su un cartello e mostrarlo pubblicamente: “Non nel mio nome!”; è un’affermazione categorica e fortissima che richiama a qualcosa di inscritto negli uomini da sempre; se c’è un sentimento del “giusto” è perché chi lo sente, sta imparando ad amare. Il passo ulteriore verso la comprensione è ciò che faranno gli apostoli: non si opporranno al male nel proprio nome, ma faranno del bene nel Nome di Dio.
Necessita qui una prospettiva di respiro assai più ampio del nostro fiato corto, anche se è già una gran bella cosa affermare la propria posizione contro l’ingiustizia.
L’amore dunque per esserci, richiede la pluralità dell’essere. Se nella vita di tutti i giorni manca una di queste tre dimensioni – l’amante, l’amato o la relazione d’amore, ovvero il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, l’amore ne risulterà diminuito. Dove lo Spirito soffia, e sappiamo che soffia dove vuole, succedono cose importanti nella vita quotidiana delle persone.
E soffia per il bene di che ne ha più bisogno. E sappiamo che niente ci rende più felici dell’amore corrisposto o dell’accoglienza ricevuta, e niente ci fa più soffrire del rifiuto e della mancanza d’amore. Sentirsi amati ed accolti e poter essere liberamente amorevoli e accoglienti rappresenta la realizzazione più profonda della nostra natura. L’amore non si può “pretendere” e l’amore non si può dare “per dovere”; la relazione d’amore, il soffio di Dio, è lì dove l’amante ama spontaneamente e l’amato se ne sorprende perché lo sente come un dono assoluto del quale può essere solo grato. Così, diventiamo quello che siamo.
Io sono convinto che l’amore sia un movimento costante attraverso il quale le tre Persone sono legate in un’unica Unità, e che questo movimento emani direttamente da Dio e sia Dio stesso.
Per conseguenza noi amiamo, siamo in Dio (siamo, in grazia di Dio) quando agiamo per il bene di un altro e compiamo con amore ogni nostro gesto. Nel tempo, con libertà.
È così che possiamo rendere vivo tutto lo “spessore” del nostro essere “umani: la profondità del sentire, la solidità delle basi radicate sulla terra, l’altezza, non come “successo” in ciò che facciamo, ma come esercizio, come allenamento ad affinare se stessi in vista del prossimo.
“Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.” (Efesini 3,17-19).
Gesù ci precede in Galilea, sul monte, ad un appuntamento già fissato per ciascuno di noi nel cuore della nostra stessa incarnazione. La Galilea è il luogo della prima vita del “Galileo” e dei nostri personali percorsi di esistenza: dimora della Sua incarnazione, della condivisione con i discepoli, dei miracoli della misericordia, dell’amore per i peccatori, casa di debolezza dalla quale si credeva non potesse uscire nulla di buono e, proprio per questo, luogo del presente in continua trasformazione, ebbro dello spirito che soffia donando la pace.

Battezzati e battezzanti nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, non siamo più in Giudea… siamo in Galilea … e il nostro non è più l’oscuro mondo della violenza dove il Nazareno è stato messo a morte, in nome della tirannia del passato e dell’errore, soggiorno di religione arrogante, roccaforte di bugie, teatro di giudizi che piangono e che condannano, che ruggiscono in nome del potere dell’uomo sull’uomo e della sua sclerosi, recinto di resistenza –  silente e mortale – allo scuotimento di un Dio che risorge ogni giorno.

NB: per informazioni sull’illustrazione in copertina vedi qui