Serpente di bronzo

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto,
così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo

Domenica, 14 marzo 2021 – Quarta Domenica di Quaresima
Vangelo: Gv 3,14-21 –

L’episodio del serpente innalzato da Mosè nel deserto è narrato nel Libro dei Numeri (21, 4-9).
A quell’epoca, gli Israeliti cominciavano a mormorare contro Dio e contro Mosè, pensando: abbiamo fame, abbiamo sete, ne abbiamo abbastanza di quello che Dio ci dà ogni giorno, non avremmo dovuto lasciare l’Egitto. Era meglio prima. Quello che era “meglio prima” coincideva in quel caso con la schiavitù in Egitto.
Penso che l’inerzia e il lamento sterile impediscano di cooperare al bene comune.
Si può mettere in dubbio che ogni cosa sia finalizzata al bene o, forse più oscuramente, essere inquieti di fronte a tutto il male del mondo. C’è anche chi deliberatamente coopera al male.

Anche oggi la gente si lamenta; non è poi così facile credere che qualcuno agisca disinteressatamente per il nostro bene. Succede. Anche se in precedenza abbiamo avuto chiare prove di essere stati benvoluti.
Un terreno simile offre occasioni di mordere a vari tipi di serpenti.

Tornando alla vicenda biblica quando gli Israeliti nel deserto si fanno prendere dal panico, vanno a cercare Mosè. Perché? Perché faccia qualcosa! Lui che è tanto bravo e sicuro della sua fede! E lui – Mosè – fa l’unica cosa che può fare: intercede presso Dio. Dio, interrogato, gli dà un antidoto, una specie di ricetta contro il veleno della bestia strisciante:

“Fatti un serpente e mettilo su un palo; chi è stato morso e lo guarda, resterà in vita.” (Numeri 21, 8).
In altre parole: “Il serpente ti morde? Guarda il serpente!”
Sembra che la soluzione non consista nel mormorare contro, nel commiserarsi, nel subire, e neanche nel tramare contrapponendosi.
La soluzione consisterebbe piuttosto nel guardare attentamente ciò che morde, ferisce, assilla. L’atto stesso del “guardare” salva.
Nel momento in cui ci sentiamo più deboli e guardiamo a ciò che ci fa stare male, in quel luogo preciso risuona sempre l’inizio della salvezza: “Adamo, dove sei?”
Là dove il serpente morde, da quel luogo arriva anche la liberazione; quando l’uomo guarda a quel luogo,  Dio persiste, dimora e affiora. Inoltre, assume tutte le forme attraverso le quali si esprime la tentazione: se il serpente insinua che Dio non dona e non salva, Dio si fa tale e invita a guardarlo. “Adamo, dove sei?” Lì comincia la redenzione. Gradualmente il panorama si schiarisce. Noi dovremmo essere “astuti come serpenti e semplici come colombe”, così dirà un giorno Gesù ai suoi discepoli (Matteo 10, 16); il criterio che fa la differenza tra la tentazione vissuta senza Dio e la tentazione vissuta con Dio, è proprio la presenza di Dio. Un serpente-con-Dio salva, un serpente-senza-Dio uccide.
Non esiste una “grammatica dei simboli” semplicistica nella Bibbia, del tipo “serpente = peccato”.
L’immagine del serpente è ripetuta più volte nel testo sacro.
Quando Mosè si avvicina al roveto ardente, sente la voce di Dio (Esodo 3-4). Il Signore lo manda dal suo popolo, perché ne diventi guida per l’uscita dalla schiavitù. Mosè è riluttante! Pensa di non saper parlare, che la gente non lo ascolterà, … tutto ciò che spaventa Mosè nella sua debolezza umana, diventa, quando accetta di usarlo per ordine di Dio, il segno stesso dell’autorità divina. Dio chiede a Mosè di gettare a terra il suo bastone, e il bastone diventa un serpente, poi gli ordina di prendere in mano quel serpente e il rettile diventa di nuovo un bastone (Esodo 4, 1-5). Il bastone e il serpente sono la stessa realtà nella mano di Mosè.
Mosè intercede quando i serpenti mordono il popolo, perché conosce la realtà del serpente domato, la forma della morte trasformata in strumento di azione vivificante.
Mosè conosce il metodo di Dio e Gesù insegnerà anche a riconoscere la tentazione-con-Dio, da quella senza-Dio: se ne vedano i frutti; l’albero lo riconoscerete dal frutto (Mt 7,20). Quando Dio chiama (“Adamo, dove sei?”) nel cuore stesso della tentazione e della morte e Adamo lo ascolta, allora, il serpente diventa un ramo fiorito, lo scettro del capo, un albero che guarisce.
“Prenderanno i serpenti nelle loro mani” dice Gesù Risorto per autenticare la missione di tutti i suoi discepoli a venire (Marco 16,18). Si riferisce così, tra le altre cose, alla storia di Mosè e Aronne: il discepolo che cammina nel nome del Signore vedrà i luoghi più velenosi diventare luoghi del Suo trionfo.

Quando noi guardiamo il crocifisso, pensiamo al Signore che soffre: tutto quello è vero. Ma ci fermiamo prima di arrivare al centro di quella verità: in questo momento, Tu sembri il più grande peccatore, Ti sei fatto peccato. Ha preso su di sé tutti i nostri peccati, si è annientato fino ad adesso. La croce, è vero, è un supplizio, c’è la vendetta dei dottori della Legge, di quelli che non volevano Gesù: tutto questo è vero. Ma la verità che viene da Dio è che Lui è venuto al mondo per prendere i nostri peccati su di sé al punto di farsi peccato. Tutto peccato. I nostri peccati sono lì.
Dobbiamo abituarci a guardare il crocifisso sotto questa luce, che è la più vera, è la luce della redenzione. In Gesù fatto peccato vediamo la sconfitta totale di Cristo. Non fa finta di morire, non fa finta di non soffrire, solo, abbandonato … “Padre, perché mi hai abbandonato?” (cf. Mt 27,46; Mc 15,34). Un serpente: io sono alzato come un serpente, come quello che è tutto peccato.
” Queste le parole di Francesco nell’omelia del 31 marzo 2020.

“Come il serpente di bronzo fu innalzato da Mosè nel deserto, così deve essere innalzato il figlio dell’uomo”.
Gesù annuncia la sua crocifissione come una “scena primitiva” di tentazione mortale trasfigurata in un incontro di gloria. C’è davvero un serpente su un albero, ci sono molte donne ai suoi piedi che stanno ascoltando, ma l’albero è la croce, il serpente è il Figlio, e le donne sono testimoni della vita data dal Padre: le prime ad accoglierla, le prime a portarla, a darla alla luce, a vederla risorgere.

Collera

Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe,
e i cambiavalute seduti al banco


Domenica, 7 marzo 2021 – Terza Domenica di Quaresima
Vangelo: Gv 2,13-25

Non mancano anche in questa Quaresima le pubblicazioni che esortano i fedeli a vivere la riconciliazione con il loro prossimo.
Se guardiamo al Gesù che fabbrica una sferza di cordicelle e rovescia tavoli, forse dovremmo pensare che c’è una differenza tra riconciliarsi e accettare l’inaccettabile.
Quando è giusto – e forse necessario – indignarsi fino a … rovesciare i “piani d’appoggio” altrui?
Una volta, nel mio zelo apostolico, ho offerto i vangeli da leggere a un amico non credente; li ha letti (cosa che già lo differenzia da molti cristiani) e mi ha poi così sintetizzato la sua impressione: “Una serie di rimproveri e di miracoli”. Impressione – ammettiamolo – un po’ parziale, comunque c’è del vero. Gesù spesso redarguisce, s’indigna, rimprovera; poi opera miracoli. Non fa “solo” questo, ovviamente, ma anche questo.
Noi discepoli, che d’altronde non facciamo miracoli, quand’è che ci dovremmo indignare? Davanti a cosa? Come riconosciamo il momento giusto per integrare questo sentimento nella nostra vita cristiana? Mi sembra che non essere capaci di indignarsi quando necessario equivalga a rendersi tacitamente complici dell’ingiustizia e contribuisca a mancare l’obiettivo finale; il significato del verbo “peccare”, in ebraico e in greco biblico, ha proprio il significato di fallire la mira mancando il bersaglio.

Gesù caccia i mercanti fuori dal tempio; secondo il Vangelo di Giovanni, questa è la prima manifestazione pubblica di Gesù adulto a Gerusalemme. Possiamo pensare che fosse solo infastidito dal fetore di tutti questi animali venduti, comprati, sgozzati? Oppure “soffocato” dall’aria della “capitale”?
No, perché Gesù agisce con premeditazione, prende il tempo necessario per mettere insieme una sferza di cordicelle e persegue il suo intento: caccia persone e animali, sparpaglia a terra il denaro, ribalta i tavoli. E pronuncia parole tanto sferzanti quanto le sue cordicelle: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato.” I suoi discepoli le ricorderanno molto tempo dopo, scoprendone in pieno il senso (Giovanni 2,22): la casa del Padre – quindi l’intero creato e non solo il tempio – non è un luogo di mercato. È chiaro? Non ancora, dipende dall’oggetto di compravendita: è sulla vita che non possiamo mercanteggiare. 
Un essere umano, una persona, richiede considerazione: dovremmo ricordare regolarmente di esserci, di non essere oggetti, né conseguenze di capriccio altrui; il luogo in cui ci troviamo, il nostro raggio d’azione, non è il campo di nessuno sul quale ciascuno può passare con la propria ruspa per fare ciò che ritiene più opportuno per sé.
Il regime della persona è la presenza, l’incontro e il dialogo come premessa per la riconciliazione e per la pacificazione. La vita è tutto ciò che è, è tutta la ricchezza che abbiamo, non c’è nulla che possa essere rifiutato, ma ogni situazione richiede l’instaurazione di un rapporto con qualcun altro: è l’inizio di un dialogo come premessa ad una relazione “giusta” con gli altri e implica la necessità di prendere del tempo per parlarsi, per accordarsi, per parlare di nuovo quando non ci si è capiti. Se ci troveremo davanti ad un … “orecchio da mercante” potrà succedere che ci sentiremo indignati.
Il tempio in cui risiede Dio, che sia l’albero della conoscenza, l’albero della vita, il tempio di Gerusalemme o una Persona, non è un luogo banale, dove è possibile pagare una tassa per avere in cambio una benedizione, un favore o un lasciapassare; non è un luogo dove si entra pagando con un bonus comitiva, nella speranza di trovare  uno specialista in Dio, pronto a sostituirci in ciò che tocca a noi compiere.
Nel tempio si entra per incontrare Dio e non ci sono istruzioni preconfezionate per il comportamento migliore o rituali già pronti, sostitutivi di un faccia a faccia personale.
Questa dev’essere la ragione della collera di Gesù: quando Dio come Persona viene ignorato, quando la macchina per vivere insieme funziona meccanicamente, da sola, come un ingranaggio automatico, quando l’”io sono” scompare, svanendo a favore del “si fa così”, “fanno tutti così,” “abbiamo sempre pregato così,” “ci chiediamo da dove vieni, se ignori che funziona così”, allora, forse, è venuto il momento d’indignarsi.
Riuscire a farlo quando una persona viene scambiata per un oggetto è al contempo una prova d’amore e la testimonianza che tutti gli esseri umani sono persone, che i dispositivi liturgici e sociali, soprattutto quelli oliati dal denaro, non salvano e non sono sufficienti.

Gesù aiuta le persone in pericolo di vita (quella vera); se non dicesse ai mercanti, ai cambiavalute, ai fedeli, ai farisei, ai sacerdoti che i loro meschini imbrogli non portano in alcun luogo, a che titolo lo considereremmo il Cristo, il Salvatore?
Gesù con la sua indignazione apre un orizzonte, manifesta quest’altra realtà che germina ovunque nella quotidianità e che chiamiamo Regno; nel Regno le persone vive vivono secondo logiche diverse da quella del mercanteggiamento sulla vita.
La collera di Gesù permette di bucare il guscio del “che ci trovi di male, se si è sempre fatto cosi”, riabilita tutti gli “invisibili”, che non hanno cittadinanza, che vivono secondo Dio, pur non avendo il bandolo della matassa in mano e tanto meno denaro e potere.
La zelo inaugurale del Cristo è una leva che fa cadere il rivestimento plumbeo delle meschinità consolidate come abitudini; è proprio grazie a questo zelo, a questa furia inaugurale che possono apparire in piena luce una prostituta massaggiatrice di piedi, un centurione romano fuori da qualsiasi logica spiritualizzante, un bandito crocifisso, alcune vedove inosservate, alcune persone tormentate dai demoni e infine anche i morti – quelli apparentemente viventi – in attesa di risurrezione.
Quando ignoriamo Dio e il Cristo come Persona, ignoriamo molte altre persone che sfuggono alle norme e alle forme.
Indignarsi vuol dire dare voce a chi non ha voce, è ricordare che esistiamo tutti, non solo qualcuno. La collera di Gesù non è una porta aperta verso un qualche tipo di guerra santa; al contrario segna la richiesta evangelicamente ineludibile di guardare verso tutti quelli che il mondo non vede, e in particolare verso coloro che una certa concezione di religione sistematicamente rifiuta alla maniera di chi indossa un impermeabile per ripararsi dalla pioggia.
Per alcuni che non amano essere scossi, che hanno arrangiato il loro piccolo mondo in base all’esclusivo proprio benessere o hanno creduto di adoperare gli altri come ombrelli contro il temporale, la collera di Gesù è inquietante. 
C’è un intero insegnamento biblico su questo sentimento. Mentre la parola collera fa paura, non spaventa invece, per esempio, la parola “amicizia”. È un gran peccato!
Ogni parola, qualunque essa sia, può essere pericolosa, se usata in contesti molto diversi: può essere ascoltata nella sua risonanza vivificante, nel significato del Regno, o può essere ascoltata nel suo senso umano, fin troppo umano. Gesù afferma di essere “amico” dei suoi discepoli (Luca 12, 4); Pilato che consegna Gesù ad Erode diventa “amico” di Erode (Luca 23,12): si tratta dello stesso termine in entrambi i casi e tuttavia sono due modi opposti di vivere l’amicizia. Per Gesù e il suo popolo l’amicizia è una relazione data da Dio, per Pilato ed Erode l’amicizia è complicità nel crimine.
La parola “collera” subisce la stessa sorte: può essere la collera di un manipolatore che cerca di spaventare l’altro e allora non ha assolutamente nulla a che fare con quella di Gesù, utile a rammentare l’esistenza di Dio e le persone dei “piccoli” sistematicamente dimenticati dal mondo. La prima distrugge la vita, la seconda la promuove.
Abbiamo un immenso tesoro di possibilità per esprimerci; questo è ciò che Gesù illustra continuamente; possiamo comportarci in molti modi, secondo l’ispirazione dello Spirito Santo che suggerisce gesti e parole utili nei momenti opportuni. A volte prevale l’indignazione e parliamo anche in modo sferzante, a volte restiamo in silenzio, a volte parliamo in segreto, a volte parliamo in pubblico, a volte restiamo, a volte ce ne andiamo.
Nulla ci viene negato e tutto è possibile quando lavoriamo per l’avvento della vita di Dio.

“Il Dio della gloria scatena il tuono.” (Salmo 28, 3).

Il Venerdì Santo si ricorda come la nostra esistenza materiale e spirituale – la nostra carne, che è la stessa di Gesù di Nazaret – possa essere offerta agli altri; donare la propria esistenza, la propria vita individuale ad un altro, significa anche che ciascuno ha la propria storia personale all’interno della quale potrà donarsi in un modo specifico che appartiene solo a lui ( o a lei); i modi di donarsi agli altri nella prospettiva evangelica sono tanti quanti gli uomini e le donne che abitano la terra.
Vite vissute in modi molto differenti l’uno dall’altro possono rappresentare lo stesso tipo di dono. Nel corso della storia molti cristiani si sono trovati nella condizione di offrire la propria vita in maniera radicale, fino al limite massimo consentito, quello rappresentato da Gesù che muore crocifisso: è il caso di tutti i martiri cristiani; piuttosto che rinnegare il Cristo e il suo vangelo hanno seguito l’esempio di Gesù di Nazaret.

Il Sabato Santo tutto tace: resta solo il silenzio. D’altronde, cosa si potrebbe dire davanti a Gesù morto sulla croce, sepolto e chiuso in una tomba?

Occhi per vedere

E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno,
se non Gesù solo con loro.
Domenica, 28 febbraio 2021 – Seconda Domenica di Quaresima
Vangelo: Mc 9,2-10

La trasfigurazione è un fatto miracoloso agli occhi dei discepoli. Assistere alla trasfigurazione è un’esperienza nota? Già vissuta? Rara? Improvvisa? Graduale? Serve allenarsi ad avere occhi per vedere? Ci sono esperienze propedeutiche?
Alcuni, credenti o meno, hanno già visto la trasfigurazione.
Se in una forma dell’essere dotata della parvenza dell’assolutamente noto, si manifestasse un aspetto completamente sconosciuto, potrebbe trattarsi di una realtà trasfigurata? Penso di sì, ma per avere la certezza che sia la stessa esperienza dei tre discepoli, questa realtà trasfigurata dovrebbe rivelare la presenza che è alla sua origine: Dio.
Non c’è da sbagliarsi; non si tratterebbe né di visione da santoni, né di stato alterato di coscienza, né di suggestione o altro del genere.

Sarà capitato a tutti di osservare a volte, nella carne fragile del creato, un fervore, uno splendore, un bagliore; forse ricordando questo fatto, possiamo provare a immaginare di cosa si tratti.
Il nocciolo della questione è che la carne, ovvero la materia che ci costituisce, testimonia continuamente la presenza in essa della vita, e insieme testimonia di non essere in alcun modo l’origine della vita che la anima.
La vita viene da altrove: dallo spirito che aleggia nel creato fin dall’inizio (cfr Genesi 1)
Ciò che a volte troviamo di bello in certi corpi avvizziti e vacillanti o nelle rughe dei volti provati dal tempo, è il segno della presenza di questa origine, mentre le apparenze “carnali” raccontano soltanto del logorio incessante del tempo, e di un decadimento inesorabile.
La carne, incapace di rendersi viva da sola, è abitata e rivelata dalla stessa vita che diede origine al creato.
Gesù oggi invita tre dei suoi discepoli a fare questo tipo di esperienza: percepire, nel suo corpo conosciuto, la luce di una vita sconosciuta che viene da altrove. Questa luce si manifesta ampiamente in tutto ciò che compone visivamente la persona di Gesù: il corpo e le vesti; si irradia sullo spazio intorno, nel quale altri possono “coabitare”; intorno a Gesù ci sono infatti Mosè ed Elia, mentre l’atmosfera è tale da incutere timore e Pietro dice: “E’ bello per noi stare qui”.
Si tratta quindi di una condizione non ordinaria del vivere, che Gesù ha deciso di rivelare ai tre discepoli; il visibile è il luogo del mistero. Nel visibile, che pochissimi sanno vedere, Dio si rivela quotidianamente.

Ci sono persone che, a volte senza conoscere Dio, sono consapevoli dell’origine della vita che anima i loro corpi; sanno che viene da lontano, che non la si controlla e non la si fabbrica. Lo hanno capito, lo sanno e basta, lo sentono col corpo, col cervello, col cuore e per questa ragione si aprono ad accoglierla con naturalezza.
Ci sono altri – e possono essere anche credenti – che immaginano di poter padroneggiare ogni esperienza, ogni dettaglio della loro vita, tutto quello che sono e tutto quello che possono sembrare agli altri. Ovviamente non sanno nulla della realtà trasfigurata, rimangono chiusi e quindi non ricevono nulla, la loro carne rimane affare privato, loro dominio. Probabilmente proprio di queste persone Gesù disse: “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti.”
Sono quelli che si lusingano di essere stati in grado di aver fatto derivare tutto ciò che sono da loro stessi e dalla loro intelligenza. C’è anche un modo di dire che denota questa modalità di pensiero, non a caso legato spesso soltanto alla condizione economica e al prestigio sociale: “Io mi sono fatto da solo.” Oppure (con tono di stima): “Quello si è fatto da solo!”
A pensarci bene è un’affermazione che può far sorridere.
Bisognerebbe forse ricordare il racconto di Matteo 4,1-17 nel passo delle tentazioni, quando Gesù, portato dallo Spirito nel deserto, viene “provato” per mezzo di visioni esorbitanti e “si vede” posto prima sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme e successivamente sempre più in alto, su un “monte altissimo”. Sappiamo che erano visioni provocate da forze oscure, che chiedevano in cambio qualcosa di orribile, oltre che di impossibile (Tutte queste cose io ti darò, se…).
Nel vangelo di oggi invece Gesù stesso conduce tre dei suoi discepoli su “un alto monte”, ma ai tre non viene chiesto assolutamente nulla, nessuna prova, e non viene fatta alcuna richiesta “esorbitante”; è proprio Gesù, invece, a manifestarsi nella Sua vera essenza, a rivelare la Sua origine, che è là, all’inizio, alla sorgente della vita; Gesù si rivela come figlio del Padre che è nei cieli; anche questo può intimorire, infatti Pietro e gli altri due discepoli si spaventano, non sanno bene cosa dire, cosa fare, finché quella grande visione non si trasforma per loro in una nube che li ricopre della propria ombra, mentre nelle loro orecchie rimbomba chiarissimo il senso di quel che hanno visto.
Gesù è trasfigurato. Oggi. Ogni giorno continua ad allenare i suoi discepoli a vedere gli esseri trasfigurati che ciascuno incontra lungo la propria strada; Gesù non solo ci addestra, ma ci insegna anche a distinguere e a contrastare la disgustosa finzione di chi vorrebbe essere adorato al suo posto. Il Cristo educa i suoi discepoli a vedere come Dio vede: alla luce dello Spirito di cui è ricolmo.
Dopo la trasfigurazione i discepoli tornano a vedere “Gesù con loro” – come sempre; nella prospettiva ordinaria non siamo sempre “vedenti”, non ci accorgiamo che la carne si trasfigura continuamente, eppure quando l’abbiamo vista una volta, ne conserviamo il ricordo e il Cristo è con noi. Egli chiede anche oggi, ai discepoli che per la prima volta hanno occhi per vedere, di non dire nulla; la trasfigurazione non è un miracolo isolato, è un condizione di vita e ci vuole del tempo per acclimatarsi ad essa prima di poterne parlare.

Ogni Eucaristia è nello stesso registro della trasfigurazione: c’è del pane, c’è del vino, c’è il corpo del Cristo, c’è la vita che brilla fin dall’inizio nei corpi visibili del nostro prossimo più prossimo.

Nuovo inizio

Il tempo è compiuto

21 febbraio 2021 – Prima Domenica di Quaresima
Vangelo: Mc 1,12-15

L’inizio del Vangelo di Marco è come un panorama immenso osservato da lontano, ripreso da un drone: si sorvola un deserto sul quale un uomo grida al vento, poi un corso d’acqua, le cui sponde sono gremite di folle; all’improvviso uno squarcio luminoso si apre nel cielo e si ode una voce, mentre un uomo s’immerge nelle acque del fiume.
È una visione simile a quella della prima pagina della Bibbia: lo Spirito soffia e le grandi aree della creazione – il cielo, l’acqua, la terra, l’aria – diventano visibili al nostro occhio: sta emergendo un nuovo mondo. Marco ne parla come dell’avvento del Cristo, un altro inizio autentico e possibile; Gesù nel deserto è l’uomo nuovo, il nuovo Adamo, che ricomincia tutto da capo, questa volta senza smarrire il senso di Dio lungo il percorso.
Come mai?
Per offrire agli uomini un’altra possibilità: un nuovo cominciamento.
Gesù trascorre quaranta giorni nel deserto, perché quei quaranta giorni, in realtà, servono a noi, per ri-unirci a Lui; sono quaranta giorni donati per poter ricominciare a vivere.
Se pensi di avere una vita segnata da false partenze, ecco, questa è un’occasione unica; il Signore non è avaro di nuovi inizi, per coloro che sono tra i partenti.

La Quaresima è come una cura.
Durante una cura, ci vuole del tempo per rimettersi, è necessario abituarsi alla guarigione, dobbiamo ri-abituare il nostro corpo e la nostra mente – la carne – alla salute, in modo consapevole e deliberato.
Per altro, senza porre domande superflue, sapendo che non ci sono già tutte le risposte pronte per ogni dubbio. Quando ci si mette in cura, i risultati si vedono dopo, prima la si fa.
Prendiamola come un “trattamento termale atipico”: ci si immerge nelle acque battesimali, con il Nazareno, per riscoprire che all’inizio c’è il Padre e il Padre è nei cieli. Come scriveva Simone Weil, il Padre è nei cieli e non altrove, se crediamo di avere un Padre quaggiù, non è lui, è un falso Dio.
Questo perché ciò che non possiamo raggiungere, il Dio trascendente che chiamiamo Padre, è la nostra vera patria. (Cfr A proposito del Pater, in “Attesa di Dio”, Adelphi, 2008).
Non è quindi la limitazione che inaugura la mia vita, e neanche il peccato originale, ovvero l’eterna tentazione di rifiutare che il Padre sia all’inizio di ogni cosa; la mia debolezza, le mie carenze o le mie ferite sono reali, ma non sono infinite, né eterne.
Ciò che è all’inizio di me, di te, di tutti noi è lo Spirito che il Padre ha inviato su di noi; se vedo questo, posso ricominciare. Dopo le tentazioni. Dopo la Quaresima.
La vita sulla terra, ogni vita, è un’occasione unica non solo per ciascuno, ma per l’intero creato; è un dono gratuito, del quale nessuno scienziato è in grado di spiegare l’origine; sarebbe veramente un peccato sprecarla o distruggerla. Non siamo esseri in stato di mancanza permanente, ma non da riparare e da riconnettere alla maniera di una macchina; ecco perché l’origine materiale della vita può essere spiegata solo da ipotesi e la medicina può curare il corpo e non la vita che lo anima.
La vita è già dall’inizio, tutta intera, perfetta così com’è, già donata, perfino quando comincia con una malattia; siamo uomini e donne che iniziano con tutto l’equipaggiamento per essere beati, ma generalmente non ce ne avvediamo, spesso, purtroppo, fino alla morte.

L’inizio del Vangelo di Marco ci riporta all’inizio del Genesi: la vita e la luce sono all’origine, ci fondano e bilanciano, sia che lo si riconosca, sia che lo si neghi, sia che lo si accetti, sia che lo si rifiuti.
Una forza avversa – potente, ma non onnipotente e destinata a non prevalere – sfida continuamente il Creatore, cercando di umiliare le creature. Il suo scopo è far passare la carne creata per un nulla senza avvenire, allo scopo di asservirla.
Perché?
Di fondo, suppongo, che questo nemico della vita sia invidioso tanto di Dio quanto dell’uomo; non potendo essere né l’uno, né l’altro, tenta continuamente di distruggere con l’inganno tutto ciò che vive nella bellezza, nella bontà e nella pace.
Gesù, il nuovo Adamo, affronta questa forza avversa, come è già accaduto agli inizi della nostra storia (cfr Genesi 3).
Che perfino Gesù sia esposto alle tentazioni e debba affrontarle davanti all’avversario, mi appare come un’idea fuorviante, se non del tutto falsa. Credo che Gesù si sottometta alla prova con lo scopo di scovare e smascherare la forza subdola, così come Quaresima segue a martedì grasso, all’ultimo giorno del carnevale in cui è ancora possibile mascherarsi. Noi abbiamo la possibilità di risorgere in Cristo, perché il Nazareno ha strappato ogni maschera, lottando a viso aperto. Per questo la Quaresima è un invito per tutti noi ad abbassare e a gettare la maschera; se non lo facciamo in prima persona, qualcun altro s’incaricherà di smascherarci.

Cosa significa che il male, in quanto menzogna maligna e distruttiva, ci tenta?
Significa che cerca, usando l’insipienza di noi uomini e donne e provando a manipolarci, di far credere che non ci sia alcun Padre all’origine, che noi, anche da soli e ciascuno per proprio conto, siamo bastevoli a noi stessi, autosufficienti, e che la vita sarebbe di uno sciocco squallore se non si possedessero denaro, successo e potere. Gli esiti di un simile convincimento – nella storia passata e in quella contemporanea – sono davanti agli occhi di tutti; previsioni pessimistiche sul futuro sono ancora possibili.
Si dirà: Gesù nel deserto – solo, provato, senz’acqua, senza cibo – e poi arrestato e giustiziato, è davvero il Figlio per antonomasia di questo Padre così attento e amorevole?
Credo che Gesù renda manifesto come in un luogo inospitale, nel quale si potrebbe anche morire, in realtà nessuno muore, ma per rimanere pienamente vivi occorre proprio resistere a quella forza ingannevole, opprimente, sfidante e pressante, che chiamiamo “male”.
Non si respinge il nemico con le contrapposizioni violente o gli esorcismi mirabolanti compiuti dietro fasci di luci artificiali, o ancora con i sofismi lucidati alle scuole della falsa retorica; il nemico è respinto dalla presenza serena del Figlio, sicuro del Padre e abita in tutti coloro che, accettando il Cristo e il suo Vangelo, sono certi della vita contro ogni falsa apparenza.
Il mondo si ordina da sé attorno al Figlio, l’uomo nuovo, circondato da fiere e servito da angeli, proprio quando tutti i registri della creazione sono manifesti. Nessun movimento, nessuna esplorazione del creato avvengono senza il soffio dello Spirito.
Quando partiamo dalle nostre ferite e dai nostri errori, tendiamo a dire: “Sto male: questo succede a Me, non puoi capire!”
Quando partiamo da Dio come inizio e origine dell’immensa molteplicità dell’essere, percepiamo molto altro a proposito di noi stessi e delle persone più diverse, che abbiamo l’opportunità d’incontrare; il dono dello Spirito consente l’immersione in una realtà più profonda che ci apparenta tutti.
“Il tempo è compiuto” proclama Gesù dopo la sua “cura” nel deserto; secondo la Bibbia, non appena abbracciamo le ricchezze dell’inizio, entriamo nella realizzazione, nel compimento. In effetti, il compimento – la fine di un’opera completa – è il nome che diamo all’inizio, quando lo accogliamo come il tempo del Dio che ci inaugura.

“Il tempo è compiuto.”
Eccomi. Mi metto in movimento, vivo, attraverso anche il deserto, ma senza preoccuparmi soverchiamente di chi tenta d’ingannarmi, perché la vita mi contiene, perché non è solo il Cristo ad essere in me, ma sono io ad essere portato in Lui, fin dall’inizio, e rimango in Lui come infinitesimale tralcio di una vite perenne.

NB: prima pubblicazione di questa riflessione su https://centro-documentazione.saveriani.org/tramites/297-nuovo-inizio, 20/02/2021
(url consultato il 2 maggio 2024), data di trasferimento della rubrica “Tramites” sul dominio sentieri.org.
Le riflessioni precedenti, scritte tra il 23 ottobre 2016 e il 13 febbraio 2021, saranno presto consultabili sulle pagine d’archivio di questo sito, oltre che sulla rubrica Tramites del CDSR.

Aggiornato il 2 maggio 2024