Occhi per vedere

La trasfigurazione è un fatto miracoloso agli occhi dei discepoli. Assistere alla trasfigurazione è un’esperienza nota? Già vissuta? Rara? Improvvisa? Graduale? Serve allenarsi ad avere occhi per vedere? Ci sono esperienze propedeutiche?
Alcuni, credenti o meno, hanno già visto la trasfigurazione.
Se in una forma dell’essere dotata della parvenza dell’assolutamente noto, si manifestasse un aspetto completamente sconosciuto, potrebbe trattarsi di una realtà trasfigurata? Penso di sì, ma per avere la certezza che sia la stessa esperienza dei tre discepoli, questa realtà trasfigurata dovrebbe rivelare la presenza che è alla sua origine: Dio.
Non c’è da sbagliarsi; non si tratterebbe né di visione da santoni, né di stato alterato di coscienza, né di suggestione o altro del genere.

Sarà capitato a tutti di osservare a volte, nella carne fragile del creato, un fervore, uno splendore, un bagliore; forse ricordando questo fatto, possiamo provare a immaginare di cosa si tratti.
Il nocciolo della questione è che la carne, ovvero la materia che ci costituisce, testimonia continuamente la presenza in essa della vita, e insieme testimonia di non essere in alcun modo l’origine della vita che la anima.
La vita viene da altrove: dallo spirito che aleggia nel creato fin dall’inizio (cfr Genesi 1)
Ciò che a volte troviamo di bello in certi corpi avvizziti e vacillanti o nelle rughe dei volti provati dal tempo, è il segno della presenza di questa origine, mentre le apparenze “carnali” raccontano soltanto del logorio incessante del tempo, e di un decadimento inesorabile.
La carne, incapace di rendersi viva da sola, è abitata e rivelata dalla stessa vita che diede origine al creato.
Gesù oggi invita tre dei suoi discepoli a fare questo tipo di esperienza: percepire, nel suo corpo conosciuto, la luce di una vita sconosciuta che viene da altrove. Questa luce si manifesta ampiamente in tutto ciò che compone visivamente la persona di Gesù: il corpo e le vesti; si irradia sullo spazio intorno, nel quale altri possono “coabitare”; intorno a Gesù ci sono infatti Mosè ed Elia, mentre l’atmosfera è tale da incutere timore e Pietro dice: “E’ bello per noi stare qui”.
Si tratta quindi di una condizione non ordinaria del vivere, che Gesù ha deciso di rivelare ai tre discepoli; il visibile è il luogo del mistero. Nel visibile, che pochissimi sanno vedere, Dio si rivela quotidianamente.

Ci sono persone che, a volte senza conoscere Dio, sono consapevoli dell’origine della vita che anima i loro corpi; sanno che viene da lontano, che non la si controlla e non la si fabbrica. Lo hanno capito, lo sanno e basta, lo sentono col corpo, col cervello, col cuore e per questa ragione si aprono ad accoglierla con naturalezza.
Ci sono altri – e possono essere anche credenti – che immaginano di poter padroneggiare ogni esperienza, ogni dettaglio della loro vita, tutto quello che sono e tutto quello che possono sembrare agli altri. Ovviamente non sanno nulla della realtà trasfigurata, rimangono chiusi e quindi non ricevono nulla, la loro carne rimane affare privato, loro dominio. Probabilmente proprio di queste persone Gesù disse: “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti.”
Sono quelli che si lusingano di essere stati in grado di aver fatto derivare tutto ciò che sono da loro stessi e dalla loro intelligenza. C’è anche un modo di dire che denota questa modalità di pensiero, non a caso legato spesso soltanto alla condizione economica e al prestigio sociale: “Io mi sono fatto da solo.” Oppure (con tono di stima): “Quello si è fatto da solo!”
A pensarci bene è un’affermazione che può far sorridere.
Bisognerebbe forse ricordare il racconto di Matteo 4,1-17 nel passo delle tentazioni, quando Gesù, portato dallo Spirito nel deserto, viene “provato” per mezzo di visioni esorbitanti e “si vede” posto prima sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme e successivamente sempre più in alto, su un “monte altissimo”. Sappiamo che erano visioni provocate da forze oscure, che chiedevano in cambio qualcosa di orribile, oltre che di impossibile (Tutte queste cose io ti darò, se…).
Nel vangelo di oggi invece Gesù stesso conduce tre dei suoi discepoli su “un alto monte”, ma ai tre non viene chiesto assolutamente nulla, nessuna prova, e non viene fatta alcuna richiesta “esorbitante”; è proprio Gesù, invece, a manifestarsi nella Sua vera essenza, a rivelare la Sua origine, che è là, all’inizio, alla sorgente della vita; Gesù si rivela come figlio del Padre che è nei cieli; anche questo può intimorire, infatti Pietro e gli altri due discepoli si spaventano, non sanno bene cosa dire, cosa fare, finché quella grande visione non si trasforma per loro in una nube che li ricopre della propria ombra, mentre nelle loro orecchie rimbomba chiarissimo il senso di quel che hanno visto.
Gesù è trasfigurato. Oggi. Ogni giorno continua ad allenare i suoi discepoli a vedere gli esseri trasfigurati che ciascuno incontra lungo la propria strada; Gesù non solo ci addestra, ma ci insegna anche a distinguere e a contrastare la disgustosa finzione di chi vorrebbe essere adorato al suo posto. Il Cristo educa i suoi discepoli a vedere come Dio vede: alla luce dello Spirito di cui è ricolmo.
Dopo la trasfigurazione i discepoli tornano a vedere “Gesù con loro” – come sempre; nella prospettiva ordinaria non siamo sempre “vedenti”, non ci accorgiamo che la carne si trasfigura continuamente, eppure quando l’abbiamo vista una volta, ne conserviamo il ricordo e il Cristo è con noi. Egli chiede anche oggi, ai discepoli che per la prima volta hanno occhi per vedere, di non dire nulla; la trasfigurazione non è un miracolo isolato, è un condizione di vita e ci vuole del tempo per acclimatarsi ad essa prima di poterne parlare.

Ogni Eucaristia è nello stesso registro della trasfigurazione: c’è del pane, c’è del vino, c’è il corpo del Cristo, c’è la vita che brilla fin dall’inizio nei corpi visibili del nostro prossimo più prossimo.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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