Nuovo inizio

L’inizio del Vangelo di Marco è come un panorama immenso osservato da lontano, ripreso da un drone: si sorvola un deserto sul quale un uomo grida al vento, poi un corso d’acqua, le cui sponde sono gremite di folle; all’improvviso uno squarcio luminoso si apre nel cielo e si ode una voce, mentre un uomo s’immerge nelle acque del fiume.
È una visione simile a quella della prima pagina della Bibbia: lo Spirito soffia e le grandi aree della creazione – il cielo, l’acqua, la terra, l’aria – diventano visibili al nostro occhio: sta emergendo un nuovo mondo. Marco ne parla come dell’avvento del Cristo, un altro inizio autentico e possibile; Gesù nel deserto è l’uomo nuovo, il nuovo Adamo, che ricomincia tutto da capo, questa volta senza smarrire il senso di Dio lungo il percorso.
Come mai?
Per offrire agli uomini un’altra possibilità: un nuovo cominciamento.
Gesù trascorre quaranta giorni nel deserto, perché quei quaranta giorni, in realtà, servono a noi, per ri-unirci a Lui; sono quaranta giorni donati per poter ricominciare a vivere.
Se pensi di avere una vita segnata da false partenze, ecco, questa è un’occasione unica; il Signore non è avaro di nuovi inizi, per coloro che sono tra i partenti.

La Quaresima è come una cura.
Durante una cura, ci vuole del tempo per rimettersi, è necessario abituarsi alla guarigione, dobbiamo ri-abituare il nostro corpo e la nostra mente – la carne – alla salute, in modo consapevole e deliberato.
Per altro senza porre domande superflue, sapendo che non ci sono già tutte le risposte pronte per ogni dubbio. Quando ci si mette in cura, i risultati si vedono dopo, prima la si fa.
Prendetela come un “trattamento termale atipico”: ci si immerge nelle acque battesimali, con il Nazareno, per riscoprire che all’inizio c’è il Padre e il Padre è nei cieli. Come scriveva Simone Weil, il Padre è nei cieli e non altrove, se crediamo di avere un Padre quaggiù, non è lui, è un falso Dio.
Questo perché ciò che non possiamo raggiungere, il Dio trascendente che chiamiamo Padre, è la nostra vera patria. (Cfr A proposito del Pater, in “Attesa di Dio”, Adelphi, 2008).
Non è quindi la limitazione che inaugura la mia vita, e neanche il peccato originale, ovvero l’eterna tentazione di rifiutare che il Padre sia all’inizio di ogni cosa; la mia debolezza, le mie carenze o le mie ferite sono reali, ma non sono infinite, né eterne.
Ciò che è all’inizio di me, di te, di tutti noi è lo Spirito che il Padre ha inviato su di noi; se vedo questo, posso ricominciare. Dopo le tentazioni. Dopo la Quaresima.
La vita sulla terra, ogni vita, è un’occasione unica non solo per ciascuno, ma per l’intero creato; è un dono gratuito, del quale nessuno scienziato è in grado di spiegare l’origine; sarebbe veramente un peccato sprecarla o distruggerla. Non siamo esseri in stato di mancanza permanente, da riparare e da riconnettere alla maniera di una macchina; ecco perché l’origine materiale della vita può essere spiegata solo da ipotesi e la medicina può curare il corpo e non la vita che lo anima.
La vita è già dall’inizio, tutta intera, perfetta così com’è, già donata, perfino quando comincia con una malattia; siamo uomini e donne che iniziano con tutto l’equipaggiamento per essere beati, ma generalmente non ce ne avvediamo, spesso, purtroppo, fino alla morte.

L’inizio del Vangelo di Marco ci riporta all’inizio del Genesi: la vita e la luce sono all’origine, ci fondano e bilanciano, sia che lo si riconosca, sia che lo si neghi, sia che lo si accetti, sia che lo si rifiuti.
Una forza avversa – potente, ma non onnipotente e destinata a non prevalere – sfida continuamente il Creatore, cercando di umiliare le creature. Il suo scopo è far passare la carne creata per un nulla senza avvenire, per meglio asservirla.
Perché?
Di fondo, suppongo, che questo nemico della vita sia invidioso tanto di Dio quanto dell’uomo; non potendo essere né l’uno, né l’altro, tenta continuamente di distruggere con l’inganno tutto ciò che vive nella bellezza, nella bontà e nella pace.
Gesù, il nuovo Adamo, affronta questa forza avversa, come è già accaduto agli inizi della nostra storia (cfr Genesi 3).
Che perfino Gesù sia esposto alle tentazioni e debba affrontarle davanti all’avversario, mi appare come un’idea fuorviante, se non del tutto falsa. Credo che Gesù si sottometta alla prova con lo scopo di scovare e smascherare la forza subdola, così come Quaresima segue a martedì grasso, all’ultimo giorno del carnevale in cui ci si possa ancorare mascherare. Noi abbiamo la possibilità di risorgere in Cristo, perché il Nazareno ha strappato ogni maschera, lottando a viso aperto. Per questo la Quaresima è un invito per tutti noi ad abbassare e a gettare la maschera; se non lo facciamo in prima persona, qualcun altro s’incaricherà di smascherarci.

Cosa significa che il male, in quanto menzogna maligna e distruttiva, ci tenta?
Significa che cerca, usando l’insipienza di noi uomini e donne e provando a manipolarci, di far credere che non ci sia alcun Padre all’origine, che noi, anche da soli e ciascuno per proprio conto, siamo bastevoli a noi stessi, autosufficienti, e che la vita sarebbe di uno sciocco squallore se non si possedessero denaro, successo e potere. Gli esiti di un simile convincimento – nella storia passata e in quella contemporanea – sono davanti agli occhi di tutti; previsioni pessimistiche sul futuro sono ancora possibili.
Si dirà: Gesù nel deserto – solo, provato, senz’acqua, senza cibo – e poi arrestato e giustiziato, è davvero il Figlio per antonomasia di questo Padre così attento e amorevole?
Credo che Gesù manifesti come anche in un luogo inospitale, nel quale si potrebbe morire, in realtà non si muore e per rimanere pienamente vivi occorre proprio resistere a quella forza opprimente, che si mostra sfidante, pressante ed ingannevolmente onnipotente.
Ciò che respinge il nemico non sono le contrapposizioni violente, o gli esorcismi mirabolanti compiuti dietro fasci di luci artificiali, o ancora i sofismi lucidati alla scuola della falsa retorica; il nemico è respinto dalla presenza serena del Figlio, sicuro del Padre; è la stessa presenza di tutti coloro che accettano di stare con Lui, certi della vita contro ogni falsa apparenza.
Il mondo si ordina da sé attorno al Figlio: è l’uomo nuovo, circondato da fiere e servito da angeli, quando tutti i registri della creazione sono manifesti. Nessun movimento, nessuna esplorazione del creato avvengono senza il soffio dello Spirito.
Quando partiamo dalle nostre ferite e dai nostri errori, tendiamo a dire: “Sto male: questo succede a Me, non puoi capire!”
Quando partiamo da Dio come l’inizio e l’origine dell’immensa molteplicità dell’essere, percepiamo molto altro a proposito di noi stessi e delle persone più diverse, che abbiamo l’occasione d’incontrare; lo Spirito che ci viene dato ci fa immergere in una realtà più profonda che ci apparenta tutti.
“Il tempo è compiuto” proclama Gesù dopo la sua “cura” nel deserto; secondo la Bibbia, non appena abbracciamo le ricchezze dell’inizio, entriamo nella realizzazione, nel compimento. In effetti, il compimento – la fine di un’opera completa – è il nome che diamo all’inizio, quando lo accogliamo come il tempo del Dio che ci inaugura.

“Il tempo è compiuto.”
Eccomi. Mi metto in movimento, vivo, attraverso anche il deserto, senza preoccuparmi … delle bestie che tentano d’ingannarmi, perché la vita mi contiene, perché non è solo il Cristo ad essere in me, ma sono io ad essere portato in Lui, fin dall’inizio, e rimango in Lui come piccolo tralcio di vite infinita.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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