A due a due

Se in qualche luogo
non vi accogliessero
e non vi ascoltassero,
andatevene
e scuotete la polvere sotto i vostri piedi
come testimonianza per loro

Marco 6,7-13 – Domenica, 11 luglio 2021,
Quindicesima Domenica del Tempo Ordinario

Il testo di oggi appare, con alcune variazioni, in tre vangeli su quattro. Gesù manda i suoi discepoli in missione e dà loro autorità sugli spiriti impuri. Ci si potrebbe chiedere come sia possibile se lo Spirito Santo non è ancora sceso su di loro. Ora, però, questi uomini esercitano un’autorità sugli spiriti impuri… Evidentemente non è la loro, ma quella della Parola. Da lì viene questa forza; una forza che sradica progressivamente l’abitudine tutta umana di raccontarsi delle mezze verità o anche delle frottole intere…, una forza che stabilisce un altro ordine: l’ordine della verità.
Isaia l’aveva detto: “Così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.” (55,11).
La forza del Vangelo è potenza di liberazione, e, spesso, liberazione proprio dallo spirito di contestazione, strumentale al proprio tornaconto, che si oppone sempre alla Parola in sé, mentre questa non può essere né diminuita, né aumentata perché non ci appartiene, non ne siamo i proprietari.
C’è dell’altro: i discepoli sono tenuti ad una certa, particolare forma di comportamento “ecologico”: “Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro”.
Questione molto seria.
Nel Testo Sacro possiamo trovare diverse espressioni che esprimono lo stesso ordine di pensiero:
tra i paralleli cito Luca 10,10-11: “Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Qui è espresso l’invito a compiere un gesto addirittura sulla pubblica piazza: scuotere la polvere contro qualcuno. Leggo il “contro” come “restituire al mittente”, staccarsi, non avendo e non volendo avere nulla a che fare con quella polvere.
In Giosuè 7,6 invece cospargersi il capo di polvere è un segno di lutto: “Giosuè si stracciò le vesti, si prostrò con la faccia a terra davanti all’arca del Signore fino alla sera e con lui gli anziani di Israele e sparsero polvere sul loro capo.”
In Isaia 47,1 sedersi nella polvere è segno manifesto di afflizione estrema: “Scendi e siedi sulla polvere, vergine figlia di Babilonia. Siedi a terra, senza trono, figlia dei Caldei, poiché non sarai più chiamata tenera e voluttuosa”.
In Giobbe 7,21 giacere nella polvere significa senza mezzi termini essere morto. Straordinario è qui il tono della preghiera rivolta al Signore: “Perché non cancelli il mio peccato e non dimentichi la mia iniquità? Ben presto giacerò nella polvere, mi cercherai, ma più non sarò!” – Il grido di un innamorato pentito…
Nel Salmo 72,9 “leccare la polvere” è segno di sottomissione: “Gli abitanti del deserto s’inchineranno davanti a lui, e i suoi nemici leccheranno la polvere.”
Gettare polvere contro qualcuno è segno di orrore; in 2 Samuele 16,13: “Davide e la sua gente continuarono il cammino e Simeì camminava sul fianco del monte, parallelamente a Davide, e, cammin facendo, imprecava contro di lui, gli tirava sassi e gli lanciava polvere”, così come in Atti 22,23 “… continuavano a urlare, a gettar via i mantelli e a lanciar polvere in aria” – gli Israeliti, che si scandalizzavano alla testimonianza di Paolo di Tarso.

Perché i Sinottici riportano queste parole di Gesù sulla polvere? Perché era necessario scuotersi di dosso proprio la polvere della città che non aveva accolto la testimonianza? E perchè il gesto doveva essere pubblico, compiuto nelle piazze?
Cosa succederebbe se quella polvere non fosse scossa via, oggi come allora?
Conservare sui propri abiti i residui del rifiuto della Parola e del rifiuto della testimonianza dei suoi inviati, per l’antico quanto saggio redattore biblico, significava voler correre il rischio di soggiacere agli spiriti immondi: menzogna e violenza.
E’ questo il tipo di polvere che i discepoli sono invitati a non portare addosso e deve essere scrollata via con un gesto che indichi senza mezzi termini la volontà d’intraprendere la via della giustizia.
Anche oggi questo tipo di gestualità simbolica assumerebbe il suo rilievo. Si pensi  a tutte le forme di svalutazione della persona che sottilmente, e con ragioni capziose, contagiano le menti più…polverose del nostro tempo: pregiudizi razziali, fobia delle diversità, stereotipi di pensiero che mirano soltanto ad incatenare il prossimo nelle maglie asfissianti dei nostri circuiti neuronali condizionati dal risentimento…Questo è soggiacere agli “spiriti immondi”.
Quando permettiamo che questa polvere si appiccichi alle nostre vesti, o rivesta i passi del nostro cammino perché l’abbiamo attaccata proprio sotto i nostri piedi, dobbiamo intendere l’ordine del Cristo alla lettera. Facciamo pure un gesto semplice, scuotiamo la maglietta come se vi fosse caduta sopra della fuliggine; forse servirà a ricordare di quale pasta siamo fatti: di terra, come Adamo, ma non destinati a finire completamente in polvere, grazie a Dio per l’eredità del Suo Regno.
Il villaggio che non accoglie la Parola nella Bibbia è definito “pagano”: è una vera e propria provocazione.
Gli Israeliti si scrollavano di dosso la polvere “pagana” prima di entrare nella “terra santa”.
In Atti 18,6 quando Paolo lascia la sinagoga di Corinto, scuote la polvere dai suoi vestiti: “Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani”.
Con queste parole Paolo inverte la consueta pratica di scrollarsi di dosso la polvere: scuote la polvere prima di percorrere il cammino inverso, prima di andare dai gentili (nella casa di Tizio Giusto): chi rifiuta il vangelo in “terra santa” diventa “pagano”, cioè dovrà affrontare per proprio conto il giudizio di Dio. (cfr Atti 13,51).
Quando Gesù proclama il Regno, non dice: “Pentiti perché hai peccato”, perché il peccato non è la questione fondamentale, la questione centrale è la fedeltà. Pentirsi significa dire di no a tutto ciò in cui si è voluto credere e a cui ci si è voluti aggrappare pur di poter abbracciare qualcosa d’altro che è situato nel territorio dell’ingiustizia, nella falsa speranza di poter essere padroni di una casa che non è la propria in esclusiva, di poter essere padroni del mondo, della propria vita, di quella degli altri, di una capacità di giudizio assoluta.
Il pentimento è la chiamata a cambiare idea su … praticamente ogni cosa: a cambiare regno, a cambiare l’ordine del pensare e del sentire. Un’altra “regola” vige per scacciare i demoni e non c’è posto per le menti polverose e corrotte dei sistemi clericali o laici delle leggi e delle ordinanze esteriori.
Pentirsi del peccato? Sì, certo. Ma è molto di più: è un’intera economia, un’intera mentalità, un intero modo di vivere, un intero sistema di cose da lasciare; cambia il modo di esistere, il modo di percepire la propria origine, quello che pensiamo di essere, lo scopo della nostra vita.
E le guarigioni operate sono un segno e, quando avvengono, quel segno è un messaggio: il Regno di Dio è qui, la forza della Sua potenza è all’opera.

“Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare” (Lc 10,19).
Ci risiamo, il serpente, quello delle origini di tutti i guai, l’immondo che s’insinua…lo stesso al quale fu detto: “sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita”.
E se il vangelo di oggi iniziasse proprio  come una nuova genesi? “Incominciò a mandarli a due a due”,  nuovi Adamo ed Eva col potere di…schiacciare la testa a chi insidia il calcagno. Bisognerebbe lasciare a Dio quel che è di Dio, e al serpente la polvere.

NB: in copertina, Guido Reni, Pietro e Paolo, PD

Le chiavi di casa

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria,
tra i suoi parenti e in casa sua

Marco 6,1-6 – Domenica, 4 luglio 2021,
Quattordicesima Domenica del Tempo Ordinario

Ricordo di aver incontrato una volta un uomo che voleva pormi delle domande; era venuto a trovarmi – disse – perché desiderava che condividessi con lui gli scritti segreti di Gesù. Rimase deluso, quando gli risposi che non ero a conoscenza di scritti segreti.
Qualche anno dopo venne un altro che voleva informazioni sui vangeli apocrifi nella convinzione che proprio lì fosse la chiave della vita, di proposito esclusa dal canone del Nuovo Testamento. Gli parlai un po’ degli scritti apocrifi, insistendo soprattutto sul fatto che erano accessibili a tutti, non era difficile neppure procurarseli e poteva anche leggerli, intanto.
Alcuni sono convinti che altri – pochi – siano in possesso di una conoscenza “speciale”, di una chiave segreta per aprire porte misteriose.
Questo solleva diverse domande:
La soluzione d’ogni problema dipende da una conoscenza segreta e/o speciale?
Se sì, questa conoscenza è in possesso di un élite particolare e accessibile ad un gruppo limitato di persone? A quale prezzo? Per quale motivo? 
Trovo che il racconto evangelico di oggi abbatta ogni dubbio in proposito.

Gesù ritorna nel villaggio dove è cresciuto, dove ha lavorato come falegname, probabilmente avendo esercitato lo stesso mestiere del padre.
Il lavoro del falegname comportava una vasta gamma di compiti: posa di travi, produzione di porte e telai di finestre, di mobili del tipo letti, tavoli, sgabelli, armadi, cassapanche…. 
Giustino, un padre della chiesa, affermava che Gesù costruisse anche aratri e gioghi per animali… L’esercizio di questo mestiere esigeva dunque una certa destrezza e una certa forza fisica; il che ci allontana dalla maggior parte delle innocenti e deboli forme assunte dalle consuete pie rappresentazioni del Nazareno: uomo dallo sguardo ispirato che pialla, accarezzandolo, il legno nel leggendario laboratorio di Giuseppe.
Tuttavia, questo falegname parlava dentro la sinagoga e il suo insegnamento stupiva tutti.
La gente di lì, gente “normale”, comune, non lo considerava normale:

Ma chi pensa di essere? Sì, sarà anche un guaritore, ma come è possibile? È figlio di quella gente, Giuseppe, Maria, brave persone, per l’amor di Dio, ma gente semplice, come noi. Conosciamo i suoi fratelli, le sue sorelle, da anni! Non ci posso credere!

Fermiamoci un momento.
Ci sono anche quelli che dicono:
Va bene, ma comunque Lui era il Figlio di Dio! Per forza che faceva i miracoli!
Schema presente oggi in tante persone molto pie, nonostante sia in contraddizione con il mistero dell’Incarnazione.

 Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana” (Filippesi 2,7).

Cosa fanno in generale gli uomini, durante la loro permanenza sulla terra?
Imparano. Imparano dalle proprie esperienze, ascoltando, guardando gli altri, leggendo…
Come potrebbe essere stato altrimenti per l’uomo Gesù?
Questo Gesù che torna a Nazaret è lo stesso che è cresciuto con la sua famiglia esercitando il mestiere di artigiano falegname: è proprio Lui che ha ascoltato le osservazioni di suo padre e di sua madre, che ha osservato gli eventi della vita quotidiana, che ha interagito con i suoi fratelli e sorelle, che ha prestato attenzione alla natura – molte delle sue parabole lo dimostrano: si parla di seminatori, di semi di senape, di gigli di campo e di uccelli dell’aria, di pesca e di selezione dei pesci -, che ha ascoltato le notizie del giorno – cita, ad esempio, le diciotto persone rimaste uccise in seguito alla caduta della torre di Siloe (Luca 13,4) -, che ha letto la Torah.
È questa saggezza che meraviglia la gente di Nazaret? Perché i contemporanei si stupiscono di Gesù?
Se fosse venuto da Roma o da Atene, o se fosse stato un famoso fariseo di Gerusalemme come Gamaliele, la gente sarebbe stata meno sorpresa? Forse sì. Perché?
Perché esiste la credenza che il segreto della vita sia al di fuori di noi stessi, difficilmente accessibile, e che forse addirittura una piccola élite sparsa per il mondo ne abbia le chiavi.
Perciò coloro che affermano di essere o si comportano come guru appaiono talvolta addirittura credibili.

La falsità di una simile credenza è precisamente ciò che il vangelo di questa domenica mette in luce.
La gente di Nazaret cercava un guru e invece trovò il figlio del falegname all’angolo della strada.
La cecità cerca la luce nel segreto esoterico…cerca lontano ciò che è vicino.
Il Nazareno ha rivelato che Dio è presente ovunque ed è dato a ciascuno di scoprirlo, purché lo si cerchi.
Nel mio quotidiano – oggi – c’è esattamente tutto ciò che cerco.
È una questione misteriosa? Sì, in effetti, ma evidente per chi accoglie il tempo della vita. 
Il tempo della vita: ecco le chiavi di casa.

NB: in copertina Perugino, Consegna delle chiavi a San Pietro (particolare), PD. Per l’origine del file, clicca qui

Malattia e salute

Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita

Marco 5,21-43 – Domenica, 27 giugno 2021,
Tredicesima Domenica del Tempo Ordinario

Questo vangelo presenta due storie di miracoli intrecciate: quella di una donna e quella di un uomo. Entrambi si trovano in una situazione-limite; la donna ha lottato furiosamente per dodici anni allo scopo di riacquistare la salute; l’uomo sta per perdere la figlia. Nel momento in cui ogni altro tentativo sembra loro vano, cercano l’aiuto del Nazareno.
Davanti ad una vita diminuita, che sta vuotandosi, la donna supera il tabù e, da impura alla quale è vietato avvicinare uomo, buca il muro della folla per sfiorare il mantello del Cristo; l’uomo, invece, un capo, un notabile della sinagoga, esasperato all’approssimarsi del lutto peggiore, si precipita da chi non avrebbe forse mai pensato di avvicinare, corre dal rabbi “guaritore”.
Mi è sempre sembrato rilevante che Gesù durante il percorso verso la casa di Giairo, quando si rende conto che qualcuno lo ha toccato, si ferma per vedere chi è stato: vuole proprio vedere il volto di quella persona. Non “lascia correre” per giungere più rapidamente dalla figlia di Giairo; la sua volontà di conoscere chi l’ha toccato provoca una risposta da parte della donna, che forse sperava di passare inosservata; a quel punto sente di dover parlare e “dice la verità”. L’ultimo passaggio del miracolo: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male” offre alla donna anche l’opportunità di comprendere: non è il suo coraggio nel chiedere che l’ha salvata, ma la certezza di guarire, anche solo sfiorando il Cristo.
Il modo in cui Marco ci racconta questa storia mostra che anche l’evangelista è certo di ciò che è avvenuto e riferisce ciò che ha visto; voglio dire, il discorso si svolge su un piano che non attesta tanto la storicità del miracolo, quanto piuttosto la fede non solo della donna e di Giairo, ma anche quella di chi riferisce, di colui che trasmette la testimonianza. Tutta la sequenza del racconto illustra la situazione del credente, dell’uomo o della donna di fede.
Guardiamo al secondo miracolo: la risurrezione della figlia di Giairo. Da una parte la casa può rappresentare la Chiesa, nella quale il Cristo entra accompagnato dai pilastri della fede, i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, d’altronde è proprio questo tipo di fede che tras-porta la bambina dal sonno alla vita. Si noti che quelli che prendono in giro Gesù, i “miscredenti”, ovvero quelli che hanno minor fede, non sono invitati ad entrare. Inoltre, una volta svegliata la bambina prendendola per mano, Gesù raccomanda di darle da mangiare e di fare silenzio sull’accaduto.
Entrambe le raccomandazioni hanno diversi livelli di interpretazione. Far silenzio potrà voler dire che molti non sono ancora pronti per una simile fede … sono ancora miscredenti … , ma, ed è ciò che più mi rende convinto del mio, del nostro ruolo di testimoni, l’invito a dar da mangiare alla bambina è un chiaro riferimento al pane in senso eucaristico, in ogni caso di qualcosa che evidentemente era mancato a quella bimba, figlia di un notabile della sinagoga sempre indaffarato; si parla, credo, di testimonianza e trasmissione della Parola che nutre.
È grande la forza sprigionata dalla Parola, ed è la stessa forza che Gesù sente uscire da sé quando l’emorroissa si fa guarire; la donna intuisce che solo Lui può aiutarla, ha la certezza improvvisa che il risanamento (altrimenti impossibile) sia possibile solo per contatto diretto , sia pure limitato ad un lembo della veste del Cristo.

Mi viene in mente quella percezione della realtà che alcuni chiamano destino; sono certo che ferisca la persona più di qualsiasi dubbio; sento ancora le voci ascoltate intorno alla bara di una persona cara, morta di cancro a 28 anni: “Era il suo destino”.
No. Credere che una forza del genere “destino” stia guidando la nostra vita, significa credere che una situazione di vita diminuita debba essere anche accettata con rassegnazione.
La rassegnazione ad un percorso di morte non è fede, è nichilismo.
Ci vuole la straordinaria energia della fede per combattere questa percezione, perché la realtà quotidiana, così come quella in cui vivevano Pietro, Giovanni, Giacomo e lo stesso Gesù, è così complessa, così difficile, in certi momenti così spaventosa, che solo una fede intuitiva può strappare improvvisamente il velo della rassegnazione e permettere che si riveli tutto il vivente della Parola incarnata; quello stesso vivente che risiede anche dentro ognuno di noi. Solo per fede, per fiducia estrema, può sorgere quel profondo desiderio di vita, quella luce che talvolta sembra essere dall’altra parte della montagna. La fede frantuma la logica del destino.

L’inizio di ogni miracolo è proprio lì dove chiaro appare il coraggio di “mollare”, affidandosi al Cristo vivente.

Dormire sul cuscino

Se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva

Marco 4,35-41 – Domenica, 20 giugno 2021,
Dodicesima Domenica del Tempo Ordinario


Sarà l’estate che arriva, sarà la stanchezza accumulata durante tutto l’anno, ma la voglia di dormire appoggiando la testa su un bel cuscino qualche volta diventa proprio un desiderio forte …
Più ci penso, più ho l’impressione che questa Parola indichi la possibilità di un pericolo per noi proprio là, dove mai penseremmo che sia.
Certo, ci sono tempeste anche nella nostra vita, tempeste che spazzano via tutto, che sconvolgono, che destabilizzano: conflitti, lutti, catastrofi, pandemie. Sono eventi che accadono fuori di noi, che ci cadono addosso, spaventosi perché minacciano di distruggere tutto quello che ci sta a cuore. Questa dev’essere stata la percezione dei discepoli durante la tempesta, quella sera mentre cercavano di passare all’altra riva.
La tempesta è un fenomeno noto su quel lago: lo specchio d’acqua si trova ad almeno 200 metri sotto il livello del mare, circondato da alte colline. La gente del posto sa bene che l’aspetto del lago può cambiare in breve; soprattutto dopo giorni di calura, il vento può alzarsi e soffiare con improvvisa violenza fino a cadere quasi verticalmente sulla superficie dell’acqua, provocando onde simili a quelle di una tempesta marina. Poi, altrettanto improvvisamente, il vento cala, tutto si ferma e torna la calma; dopo, resta difficile credere all’accaduto. Ma per quelli che sono in barca sul lago quando questo fenomeno si produce, la situazione è molto pericolosa, perché rischiano la vita.
Allo stesso modo nessuno di noi può sentirsi al totale riparo da certe forze naturali o da certi eventi tragici che sembrano colpire alla cieca. Allora diventa “normale” gridare la propria angoscia a Dio, chiedergli di liberarci dal pericolo, domandargli dov’è: sembra proprio non vedere, non rendersi conto… forse sta dormendo…
Lo scopo del testo di oggi potrebbe non essere tanto quello d’insegnare come gridare e chiedere aiuto, quanto un invito a rovesciare la prospettiva. I discepoli gridano il loro terrore, ma Gesù sembra addirittura “infastidito”, tant’è che li rimprovera, li biasima per la mancanza di fede. In questa storia oltre al sonno di Gesù un dettaglio dà da pensare: il cuscino.
Com’è possibile dormire su un cuscino, dentro una piccola barca da pesca, sballottata dalle onde, già piena d’acqua, mentre il vento infuria?
C’è qualcosa di surreale, come se Gesù in quel momento si trovasse su un altro pianeta, su un altro piano rispetto ai discepoli – e a noi – come se avesse tutt’altro atteggiamento rispetto a quello che ci aspettiamo debba avere.
Eppure è altrettanto vero che il pericolo più grande nelle nostre vite personali spesso non è dove pensiamo che sia. Il più delle volte siamo spaventati da possibili calamità esterne, da temporali, fulmini e saette che cadono dall’esterno sul nostro piano individuale e soprattutto a prescindere dalla nostra volontà. Il pericolo più serio potrebbe essere in quel momento dentro di noi, potrebbe essere la nostra reazione e la nostra angoscia: paura di perdere terreno, di rimanere indietro, di perdere qualcosa, qualcuno, di non farcela, di trovarsi permanentemente sull’orlo dell’abisso, che può sommergerci da un momento all’altro; paura di sprofondare, di soffocare, di annegare.
Ci sono tempeste del genere, e sono sicuramente le peggiori; ci si trova ad avere paura di tutto, perfino delle proprie sensazioni, dei propri pensieri, delle proprie emozioni; non ci ritroviamo più, letteralmente perdiamo la bussola; vorremmo metterci al riparo, ma non sappiamo come. Può capitare di sentirsi presi in un vortice, trascinati in fondo, nell’abisso della nostra stessa disperazione. Senza speranza.
Questo credo sia il pericolo più grande per la nostra vita: la paura, che si trasforma in angoscia e diventa disperazione: una tempesta di lago, una tempesta che viene dall’interno, non dall’esterno; più pericolosa – per il singolo – di uno tsunami.
Forse questa Parola vuole indicare non come chiedere aiuto, piuttosto come dormire, come chiudere le porte alle nostre spaventose sensazioni durante la tempesta di lago.
Questo “dormire su un cuscino” è una metafora del “fidarsi”, dell’“avere fede”. È difficile dormire quando si ha paura, non ci si addormenta quando la mente è irrequieta. Fidarsi di Dio vuol dire sentire che in fondo non si ha nulla da temere, né dalla realtà esterna, né dalle forze profonde che si agitano dentro di noi.
E come si fa?
Non c’è niente da fare di speciale; per “non fare” occorre anche un po’ capire che durante la tempesta di lago, dentro la nostra barca già piena d’acqua, mentre tutto sembra perduto, proprio lì con noi, c’è anche Dio, più autorevole di qualsiasi tempesta.
Finché non ci accorgiamo di questo, non possiamo neanche cominciare a fidarci sul serio e quanto più ci disperiamo, tanto più il mare e il vento ruggiscono, e le onde diventano montagne.
L’unica forza che può fermare il vento è veramente la fede.  È stato per una fiducia assoluta che Gesù si è addormentato – in Dio – ed è stato in grado di fermare la tempesta.
La fede è il cuscino sul quale possiamo – in barba a qualsiasi elucubrazione concettuale – riposare al riparo dalle onde.
La nostra pace può donare pace anche agli altri, a coloro che ci circondano, che hanno intrapreso la nostra stessa strada, e può “svegliare” anche chi sembra cedere alla disperazione.
Questo non significa in alcun modo che non ci saranno più tempeste, ma che possiamo permetterci di appoggiare la testa sul cuscino perfino in mezzo alla peggiore tempesta.
Avremo fatto poco o niente, ma il pericolo sarà svanito. La fiducia, la fede nella presenza di Dio con noi, nella nostra stessa imbarcazione, calma le tempeste e guida verso l’altra riva…
Troppo spesso a quest’altra riva annettiamo significati oscuri, che nulla hanno a che fare con quel che Gesù voleva e vuole dirci.

E come i discepoli “lo presero con sé, così com’era, nella barca” … penso che anche noi siamo messi in salvo, così come siamo…

NB. In copertina Bruegel Jan, origine del file PD

Crescita

In privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa

Marco 4,26-34 – Domenica, 13 giugno 2021,
Undicesima Domenica del Tempo Ordinario

Anni Venti del XXI secolo: guardo le nostre chiese e provo un certo disagio, forse più che una punta di scoraggiamento; il cristianesimo sembra perdere velocità: è in declino. Vedo meno persone in chiesa (e non sarà solo l’effetto della pandemia), poco impatto sulla società, istituzioni che invecchiano, indifferenza generale. Qualcuno dice: “Prima era meglio!”.
Questo mi tocca molto da vicino, a volte mi esaspera: ho impostato la mia esistenza sulla missione.

Il testo di oggi parla del Regno, e certo non in termini di declino, piuttosto di crescita; la metafora è quella del seme.
Il chicco di grano cresce, indipendentemente da ciò che fa l’agricoltore, che dorma o sia sveglio, di notte e di giorno; il seme germina e cresce, il contadino non sa come, gli sfugge la questione, proprio mentre il seme si sta sviluppando.
Tutte le piante crescono e si sviluppano, se trovano terra adatta e se il cielo (ed eventualmente l’agricoltore) dà loro l’acqua e la luce necessarie.
Guardando un campo di grano nel mese di maggio non vediamo nulla di questo processo, ma le cose cambiano con il passare dei giorni: dal verde brillante dei primi di giugno al giallo sfolgorante di fine mese fino al castano delle zolle rovesciate in luglio dopo la mietitura.
La crescita è lenta e il nostro occhio non è in grado di percepire movimenti così lenti; oggi ci è possibile rivedere sullo schermo di un pc il processo di crescita del seme in time-lapse e si rimane sbigottiti.
Non esiste qualcosa di paragonabile ad un simile video per rivedere in time-lapse la vita di una persona o la storia del Regno; solo la memoria può aiutarci.
Cos’è che fa sviluppare il seme e crescere la pianta?
Niente di meno che la forza della vita, il mistero sconosciuto.
Il filosofo Emmanuel Kant l’ha definita così: “Il potere di una sostanza di determinarsi e di agire in virtù di un principio interno.”
Ogni essere vivente ha in sé questo enorme potenziale fin dall’inizio; anzi, da molto prima, da sempre; reca in se stesso un principio per svilupparsi “non si sa come”, di notte e di giorno, cosciente o meno che sia della cosa. Questo processo, questo progresso è il cuore e l’origine del Regno.

Ad un certo punto della storia dell’umanità “germoglia” Gesù di Nazaret, l’uomo che di se stesso ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita.”
Duemila anni fa, s’immaginava che l’atteso Regno di Dio dovesse consistere in un’irruzione gloriosa del Messia nella storia: “qualcuno” che avrebbe stabilito definitivamente la pace e la felicità per tutti gli uomini, liberando il suo popolo da ogni servitù presente, futura e passata.
Oggi non è forse la stessa cosa?
Aspettiamo il liberatore! Dal fardello delle tasse, dalla precarietà della malattia, dall’oscurità della disoccupazione. Qualcuno che ci ristori, finalmente! Ci si aspetta un vero drago…o forse Man-drake…
Invece… invece mi ritrovo con Gesù, nato in una stalla, in mezzo a gente povera, che annuncia il Regno, paragonabile ad un granello di senapa o ad un chicco di grano… un Regno ordinario, senza potere, né economico, né politico, quindi senza gloria: singolarmente privo di spessore.
Si capisce perché molti si allontanino da questo Gesù, che offre come speranza solo la banalità dei giorni comuni: meglio rifugiarsi nelle slot machine… o comprare un gratta e vinci… o tentare di vincere al super-enalotto… per uscire dall’ordinario…o darsi al bere … o fumare come una ciminiera, nell’illusione di rilassarsi. Altro che semi di grano e senape…

Ma io so che il seme opera lentamente, nel tempo, inesorabilmente, anche se non lo vedo, anche quando è seminato nuovamente da poco; a volte io come molti mi fermo ai dettagli e non riesco a vedere il quadro generale. La mia visione è limitata nel tempo e nello spazio, mentre molto altro trascende non solo i confini dello spazio geografico, ma anche quelli del tempo.
Ho visto e vedo crescere il Regno nelle persone che ho incontrato, in me stesso, ho conosciuto seminatori e so bene che ognuno di noi, talvolta imponderabilmente, partecipa a questa crescita continua.
Forse l’unica domanda da porsi oggi sarebbe: “Ma io a che punto sono in questo processo di cui faccio inesorabilmente parte? Quale è il mio principio vitale?

Spiegava le parabole in privato ai discepoli… visto che spesso non capisco a volte mi viene da pensare, ma io sono suo discepolo, oppure ho ancora e sempre bisogno di spiegazioni?

NB: in copertina, Van Gogh, Campi di grano, PD.

Mangiare tutto

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Marco 14,16-20; 14.22-26 – Domenica, 6 giugno 2021, Corpus Domini

Un giorno, diversi anni fa, al termine del pranzo nella canonica di una chiesa camerunese dove ero ospite, andai a riporre come al solito il piatto sul carrello; improvvisamente mi sentii redarguire aspramente da una donna, una suora, perché avevo lasciato briciole e tracce di cibo nel piatto: avrei dovuto mangiare tutto!
Non è stato semplice all’inizio della mia missione adattarmi ai cibi, ai sapori, agli odori nuovi e dunque doveva capitare spesso che lasciassi qualcosa. Mi fu anche spiegato che la suora che mi aveva rimproverato aveva conosciuto la guerra e la carestia e non accettava che qualcosa fosse lasciato nel piatto di chi aveva cibo a sufficienza.
Il tema non è nuovo, è molto delicato e immagino che ciascuno potrebbe fare osservazioni in merito, confrontando le proprie reazioni e le abitudini familiari con quelle di altri.
Al di là di qualsiasi riflessione di tipo psicologico, da quel momento, quell’avvenimento per me ha avuto un significato tutto particolare. Si lascia nel piatto qualcosa perché non si ha più fame, o perché non piace o forse anche senza pensarci, per un’abitudine; e certamente non esiste una norma universale o una legge cui adeguarsi su questo argomento. Tuttavia, per me, da allora, ha preso anche il significato di prendere tutto ciò che la vita mi riserva, il bello e il brutto, il più e il meno.

Quando si rievoca l’ultimo pasto di Gesù con i suoi discepoli: “Gesù prese il pane … e disse:” Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese il calice … e disse loro:” Questo è il mio sangue … “”, troviamo nei cristiani di oggi tutta una serie di sentimenti e percezioni.
Per alcuni è soprattutto il momento della transustanziazione, che richiama tutta la nostra venerazione; per altri è la celebrazione dell’istituzione dell’Eucaristia; per altri ancora, è la ripetizione di parole familiari, quasi un’abitudine di ascolto irrinunciabile, che rassicura e precede il rito della comunione, il rito che fa di una mensa una messa.
Per me è anche l’ultimo pasto di Gesù prima dell’arresto e della condanna: un momento tragico, nel senso letterale del termine, è la sintesi del significato essenziale incarnato nell’uomo Gesù. Qui è riassunta l’intera motivazione della nascita, dell’insegnamento e della morte del Nazareno. È il lascito per gli amici e i testimoni da parte di chi ha dato tutta la propria vita, tutto se stesso, materialmente e moralmente, carne e sangue, per indicare l’unica via d’uscita dal buio nel quale ciclicamente gli esseri umani tendono a ricadere.
“Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere l’opera sua.” (Gv 4,34). Queste parole sono pronunciate da Gesù stesso, ma ogni cristiano potrebbe pronunciarle per se stesso, perché tutti siamo potenzialmente inviati con lo stesso scopo.
Ecco perché “mangiare tutto ciò che c’è nel piatto” può diventare metafora dell’accettare tutto ciò che la vita mi dà e anche tutto ciò che la vita mi toglie, tutto ciò che mi piace, e tutto ciò che non mi piace, il più e il meno, il bello e il brutto. Non mi è dato fare diversamente.
Ogni volta che celebro l’Eucaristia qualcosa riecheggia in me, come se dicessi a me stesso: “Lo so, è così, lo ricordo: è l’essenziale”; mi sento nella stessa stanza, allo stesso tempo, attorno alla stessa mensa condivisa dai discepoli. È anche a me, tra gli altri, che il Cristo si è rivolto e si rivolge, in un presente reale. Allo stesso modo che con Pietro, Giovanni, Andrea, o con i discepoli di Emmaus, il Cristo presiede sempre il pasto: è una presenza reale.
Ho conosciuto un sacerdote che rifiutava di sedere sulla sedia del presidente dell’Eucaristia quando celebrava, perché quella era riservata al Cristo, il vero presidente.

Infine, c’è una dimensione che forse cattura davvero la nostra attenzione solo quando si tratta di mangiare il pane della comunione.
Perché il pane e il vino? Perché evocare il corpo e il sangue di Gesù, e prima ancora perché Gesù ha scelto proprio il pane e il vino per istituire il memoriale a fondamento della Sua chiesa?
Il pane è al cuore della nostra alimentazione, il vino è al centro della nostra festa. Senz’altro, ma né il pane, né il vino sono cibo o bevanda che si prenda direttamente da un albero o la si trovi in giro per i campi. Sia il pane, che il vino, nella loro semplicità, richiedono la vita e l’opera dell’uomo.
Siamo noi il pane e il vino, anche noi siamo “il frutto della terra e del lavoro dell’uomo”; il frutto di quel lavoro che ciascun uomo deve compiere su se stesso, se vuole emanciparsi dalle tenebre.
Afferrare questo, mangiare questo pane, bere da questo calice vuol dire riconoscere che Gesù, il vivente, si può trovare solo al centro della nostra vita e delle nostre feste, e può agire solo attraverso ciò che costituisce il nostro essere, la nostra personalità, il nostro soffio nel presente.

Quando mangio il pane, quando dico Amen, dico di sì a ciò che costituisce la mia vita, accetto di mangiare tutto quello che c’è nel mio piatto, le cose belle come quelle che lo sono di meno, proprio come Gesù ha detto di sì alla Sua vita.
A volte ci sono cose amare nel mio piatto. Le mangerò? Tutte? È un vero e proprio crocevia.
In questo momento penso ai genitori e ai figli che sostengono le disabilità o degli uni o degli altri. Proteggere e custodire la vita, anche quando nasce malformata o si sta spegnendo deformata, è uno dei molti modi di celebrare l’Eucaristia, consumare tutto ciò che c’è nel piatto e bere tutto ciò che c’è nel calice.

Nel Nome di chi?

Gli undici, intanto, andarono in Galilea

Matteo 28,16-20 – Domenica, 30 maggio 2021, Santissima Trinità.

Il calendario liturgico contempla per questa domenica la celebrazione della Trinità e mi soffermo in particolare sulla missione degli Apostoli, così come comandata dal Risorto al versetto 19:
“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Battezzare nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vuol dire basarsi sul mistero della Trinità; si tratta di un “mistero”, perché non solo è una “verità” non appieno comprensibile dalla ragione umana – in quanto la eccede – ma anche perché, allo stesso tempo, è oggetto di una “dichiarazione” su Dio: il dogma trinitario.
Il dogma afferma che esiste un solo Dio in tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; il Padre è Dio, il Figlio è Dio e lo Spirito Santo è Dio, ma il Padre non è il Figlio, il Figlio non è lo Spirito Santo e lo Spirito Santo non è il Padre.
Se è vero che la Trinità non è di facile comprensione, è vero anche che l’affermazione del dogma non è contraria alla ragione, non costituisce una “contraddizione logica”.
La mentalità comune guarda con sospetto a simili affermazioni, ma basterebbe pensare agli sviluppi della fisica moderna, per capire che la stessa natura ci sbatte costantemente davanti agli occhi questioni non pienamente comprensibili, almeno a partire dalla teoria della relatività in poi.
Una teoria scientifica, ad ogni modo, può essere anche falsificata da ulteriori ricerche; il dogma trinitario no, perché non si basa su fatti osservati e misurati oggettivamente, ma sull’insegnamento contenuto nei vangeli e sull’esperienza religiosa dei fedeli, tramandata in ogni tempo.
La dottrina trinitaria è “strana” e sorprendente, ma accettare di trovarla strana ed esserne sorpresi non implica necessariamente una fiducia cieca, basata sul nulla.
Cosa rende possibile a me personalmente credere alla verità della Trinità e al dogma trinitario?
La scelta di fare affidamento sui testi sacri della tradizione giudaico-cristiana, e in particolar modo, sull’insegnamento di Gesù di Nazaret, contenuto nei quattro vangeli.
Certamente è vero che la parola “Trinità” non esiste nella Bibbia; il concetto delle tre distinte Persone divine e della loro unità, però, è presente nelle Scritture e nel Vangelo e quindi per me è perfettamente legittimo avere fede nella dottrina trinitaria che si basa sulla Parola.
Nel Nuovo Testamento diversi passaggi si riferiscono alle tre Persone della Trinità: non mi soffermo sull’Annunciazione, sul sogno di Giuseppe, sul battesimo di Gesù e sulla Trasfigurazione, ma sui passi in cui Gesù stesso fa riferimento al Padre e allo Spirito.
Gesù Cristo, la Parola incarnata, chiarisce più volte questo insegnamento nei discorsi riportati dagli evangelisti:
“Io e il Padre siamo una cosa sola.” (Gv. 10,30).
“Anche se non volete credere a me, credete almeno opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre”. (Gv.10,38).
“Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto. Gli disse Filippo: ‘Signore, mostraci il Padre e ci basta.’ Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi dire: mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me?”. (Gv.14,7-10).
“Tutto ciò che è mio è tuo, Padre; ciò che è tuo è mio” (Lc, 15,31); qui siamo dentro la narrazione della parabola del figliol prodigo, dove è chiaramente illustrata la dinamica dell’amore in prospettiva cristiana e la funzione delle tre componenti: il padre, il figlio e l’amore che si attua nell’accoglienza incondizionata di colui che ne ha maggiore bisogno, generando gratitudine spontanea nell’amato.
Prima di ascendere al Cielo, Gesù annuncia agli Apostoli che il Padre invierà loro lo Spirito per consolarli e illuminarli. Nel vangelo di oggi, manifestandosi da vivo dopo la risurrezione, trasmette un’informazione inaudita agli undici, stesi-faccia-a-terra, adoranti, stupefatti, tuttavia ancora increduli.
Qual è questa informazione inaudita?
Al Cristo è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Gli undici ricevono un comando stringente: “Andate, insegnate a tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 19).
Voi, se foste stati uno di quegli undici pescatori, dopo aver visto il Cristo risorto, ascoltato le sue Parole prima e dopo la risurrezione, cosa avreste fatto?

A questo punto, per declinare questa fede nella pratica, occorre anche chiedersi che cosa voglia dire: “battezzare nel Nome…” e “insegnare ad osservare tutto ciò che ha comandato” (Cfr. v. 20).
Ora, il contenuto dell’insegnamento non è segreto, è uno ed è sempre lo stesso: “amatevi gli uni gli altri”. Il contenuto è allo stesso tempo l’unico comandamento “nuovo” lasciato dal Cristo. Ecco cosa c’è da insegnare, dopo averlo appreso e praticato. Battezzare in e nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo instaura immediatamente una relazione tra il battezzante, il battezzato, i testimoni (il padrino/la madrina) e la comunità dei fedeli. Questo è il sacramento del battesimo, ma andiamo a vedere che cosa significa instaurare una relazione in base al comando “amatevi gli uni gli altri”.
L’amore presuppone una relazione personale e una pluralità di persone. L’amore richiede non due sole componenti – l’amato e l’amante – ma tre: l’amante, l’amato e la relazione d’amore tra i due, che li unisca. Questo non vale solo per il matrimonio, ma anche per il comportamento dei singoli verso l’altro, verso la comunità di appartenenza, e in generale nei confronti di tutta la comunità umana. Il Cristo chiede di amarsi gli uni gli altri, proprio perché l’amore in se stesso contiene l’alterità e la pluralità alla quale relazionarsi nel Suo Nome.
Oggi, chi si oppone a ciò che considera ingiusto, è capace di scrivere su un cartello e mostrarlo pubblicamente: “Non nel mio nome!”; è un’affermazione categorica e fortissima che richiama a qualcosa di inscritto negli uomini da sempre; se c’è un sentimento del “giusto” è perché chi lo sente, sta imparando ad amare. Il passo ulteriore verso la comprensione è ciò che faranno gli apostoli: non si opporranno al male nel proprio nome, ma faranno del bene nel Nome di Dio.
Necessita qui una prospettiva di respiro assai più ampio del nostro fiato corto, anche se è già una gran bella cosa affermare la propria posizione contro l’ingiustizia.
L’amore dunque per esserci, richiede la pluralità dell’essere. Se nella vita di tutti i giorni manca una di queste tre dimensioni – l’amante, l’amato o la relazione d’amore, ovvero il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, l’amore ne risulterà diminuito. Dove lo Spirito soffia, e sappiamo che soffia dove vuole, succedono cose importanti nella vita quotidiana delle persone.
E soffia per il bene di che ne ha più bisogno. E sappiamo che niente ci rende più felici dell’amore corrisposto o dell’accoglienza ricevuta, e niente ci fa più soffrire del rifiuto e della mancanza d’amore. Sentirsi amati ed accolti e poter essere liberamente amorevoli e accoglienti rappresenta la realizzazione più profonda della nostra natura. L’amore non si può “pretendere” e l’amore non si può dare “per dovere”; la relazione d’amore, il soffio di Dio, è lì dove l’amante ama spontaneamente e l’amato se ne sorprende perché lo sente come un dono assoluto del quale può essere solo grato. Così, diventiamo quello che siamo.
Io sono convinto che l’amore sia un movimento costante attraverso il quale le tre Persone sono legate in un’unica Unità, e che questo movimento emani direttamente da Dio e sia Dio stesso.
Per conseguenza noi amiamo, siamo in Dio (siamo, in grazia di Dio) quando agiamo per il bene di un altro e compiamo con amore ogni nostro gesto. Nel tempo, con libertà.
È così che possiamo rendere vivo tutto lo “spessore” del nostro essere “umani: la profondità del sentire, la solidità delle basi radicate sulla terra, l’altezza, non come “successo” in ciò che facciamo, ma come esercizio, come allenamento ad affinare se stessi in vista del prossimo.
“Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.” (Efesini 3,17-19).
Gesù ci precede in Galilea, sul monte, ad un appuntamento già fissato per ciascuno di noi nel cuore della nostra stessa incarnazione. La Galilea è il luogo della prima vita del “Galileo” e dei nostri personali percorsi di esistenza: dimora della Sua incarnazione, della condivisione con i discepoli, dei miracoli della misericordia, dell’amore per i peccatori, casa di debolezza dalla quale si credeva non potesse uscire nulla di buono e, proprio per questo, luogo del presente in continua trasformazione, ebbro dello spirito che soffia donando la pace.

Battezzati e battezzanti nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, non siamo più in Giudea… siamo in Galilea … e il nostro non è più l’oscuro mondo della violenza dove il Nazareno è stato messo a morte, in nome della tirannia del passato e dell’errore, soggiorno di religione arrogante, roccaforte di bugie, teatro di giudizi che piangono e che condannano, che ruggiscono in nome del potere dell’uomo sull’uomo e della sua sclerosi, recinto di resistenza –  silente e mortale – allo scuotimento di un Dio che risorge ogni giorno.

NB: per informazioni sull’illustrazione in copertina vedi qui

Questione di fiato

Molte cose ho ancora da dirvi,
ma per il momento non siete ancora capaci di portarne il peso

Giovanni 15,26-27; 16,12-15 – Domenica, 23 maggio 2021, Domenica di Pentecoste.

Leggendo il Vangelo di Giovanni per questa Festa della Pentecoste, mi soffermo in particolare sui versetti 12 e 13 del capitolo 16.
Gesù afferma di avere molto altro da dire, ma questo altro non può essere detto perché i discepoli non hanno ancora la capacità di sopportarlo; verrà il momento opportuno nel quale udranno e capiranno.
Il discorso è articolato su due piani, che chiamerei l’uno narrativo e l’altro profetico:

Sul piano narrativo viene presentato quel particolare momento, in cui Gesù disse quelle parole ai suoi discepoli; sul piano profetico l’evangelista sta dicendo alla comunità cristiana, quali saranno gli effetti dello Spirito di verità nella chiesa nascente.
Durante il suo ministero terreno, Gesù non disse tutto “il suo”, ma il suo insegnamento sarebbe stato continuato in futuro dallo Spirito di verità. Questa trasmissione attraverso lo Spirito avrebbe permesso ai credenti di ogni tempo la comprensione e l’attualizzazione del messaggio cristiano.
Il discorso, rivolto dunque a noi anche oggi, ci avverte che la discesa dello Spirito – celebrata a Pentecoste – è un evento che ci riguarda molto da vicino e personalmente.
In effetti basterebbe pensare alle questioni pratiche e ai nuovi dilemmi etici che sorgono al giorno d’oggi; come rapportarsi a tali novità con lo stesso spirito con il quale Gesù vi si sarebbe rapportato? In altri termini, Lui cosa ne direbbe? Nello Spirito che annuncia le cose a venire, possiamo senz’altro leggere un riferimento concreto alla vita del Cristo – la morte, la risurrezione, l’ascensione – ma anche il riferimento alla vita concreta delle persone e alla comprensione del messaggio evangelico nel nostro presente.
Questo fu subito vero già per gli apostoli: “E si ricordarono delle sue parole….” (Gv 2,17; 2,22; 12,16; Lc 24,8).
Solo “dopo” ci si accorge del senso di quegli insegnamenti, prima magari letti o ascoltati tante volte nebulosamente, come inscritti dentro un orizzonte limitato dalla propria prospettiva mentale. L’orizzonte del Vangelo sembra col tempo allargarsi nel confronto concreto con la vita quotidiana e diventare più ampio di qualsiasi prospettiva il singolo o l’istituzione possano avere già avuto.

Oggi, come potremmo avere una parola “cristiana” su temi nuovi di cui non si parla nei vangeli? C’è uno Spirito di verità, che non è solo un concetto teologico, ma una realtà già percepita e presente in tanta parte della comunità cristiana e non-cristiana. C’è chi sente la necessità e – vorrei dire – l’obbligo morale di ascoltare i segni dei tempi per continuare a costruire un mondo migliore per sé, per i propri figli, per gli altri. E non solo tra i cristiani.
La questione però si fa molto complicata se la stessa comunità cristiana o una parte di essa utilizza i segni dei tempi per difendere strenuamente posizioni statiche ed inattuali. Anche quando queste posizioni fossero autenticamente fondate, la loro inattualità e rigidezza le renderebbe un insegnamento vano; spesso coloro che le sostengono non si accorgono di confondere lo spirito di verità con la spinta verso l’esercizio dell’autorità.
La Pentecoste è per me una sfida ad accogliere e sostenere tutta la verità che irrompe, come forza ispiratrice, proprio nelle situazioni in cui ho… il fiato troppo corto: c’è una realtà, fin troppo spesso in stridente contrasto col messaggio evangelico, ma non sarà arroccandomi – o “riposizionandomi” – dietro un muro di giudizi per me “veri”, che potrò uscire per andare incontro al prossimo!
Con la Pentecoste celebriamo anche la possibilità tutta umana di parlare e agire con giustizia e saggezza; per farlo occorre abbandonare egoismi e risentimenti, superare paure e imparare a immedesimarsi negli altri, sapendo che leggi e norme servono laddove gli uomini non hanno ancora imparato ad amare e quindi non sanno essere giusti senza il timore della punizione.
Qualche esempio?

Per esempio: in Italia abbiamo già una Costituzione che garantisce il rispetto del diritto a non essere discriminati per ragioni di confessione religiosa, provenienza geografica, orientamento sessuale, ma occorre ancora scrivere e approvare leggi sulle quali si discute molto solo per riaffermare diritti, già affermati dai padri costituenti: abbiamo il fiato corto.

Per esempio: il conflitto israelo-palestinese dura da decenni. Come mai si fatica tanto a riconoscere il diritto di ogni popolo ad avere una propria identità e una propria collocazione geografica? Non è ancora chiaro che il diritto ad avere un territorio vale per tutti i popoli? Eppure, questo diritto viene sbandierato da più parti, ma negato, guarda caso, proprio da chi ha maggiormente sperimentato la tremenda sofferenza dell’esule; il popolo di Dio ha il fiato corto, non riesce a includere le minoranze nella propria umanità.

Per esempio: si celebra il quinto compleanno dell’Amoris Laetitia, ma a parte i passi in avanti della discussione in sé sui divorziati che desiderano sposarsi in chiesa, non ci sono stati cambiamenti significativi. Abbiamo il fiato corto.

Per esempio: è chiaro che un’unione tra partner delle stesso sesso non è uguale a un’unione tra partner di sesso diverso, e penso che tutti lo vedono; ma negare la benedizione a una coppia omosessuale – che la chiede – non ha per me alcun senso.
Posso appellarmi all’amore cristiano e non benedire qualcuno?
Se l’amore cristiano si contraddistingue perché è aperto alla vita, posso anche essere sicuro che la vita coincide unicamente con la possibilità di procreare?
Tante coppie cristiane decidono di convivere e hanno figli fuori del matrimonio religioso; altre ancora non vogliono avere figli; o si accetta di accompagnare e benedire tutti – omosessuali, eterosessuali, conviventi, sposati civilmente, sposati in chiesa e single incalliti – o rischiamo di volere con arroganza una chiesa di perfetti, arroccata e tutt’altro che in uscita.
Chi può permettersi di negare una benedizione e poi sinceramente “accompagnare verso la conversione”? Tra l’altro proprio chi deve “vedere” meglio e convertirsi (ammesso che l’accompagnatore benedicente non abbia la stessa necessità di “vedere” meglio) ha bisogno di molte benedizioni!
Può una conversione scaturire da una negata benedizione? Le vie del Signore sono certamente infinite, ma noi abbiamo il fiato corto; c’è anche scritto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo!” (Mt 4,7; Lc 4,12).

Poi: l’ultimo esempio e per oggi mi taccio. Come mai tanti religiosi non sentono la necessità di fare un po’ di outing? Si badi, non sto escogitando un richiamo populista al “mal comune mezzo gaudio”, cui appellarsi nel riconoscersi peccatori tra i peccatori, ma sto enunciando un convincimento: i chierici non sono diversi dagli altri, non sono migliori; siamo spesso molto lontani da quell’amatevi gli uni gli altri di due domeniche fa. E poi, un po’ di outing non sarebbe più conforme allo Spirito di verità? O non siamo capaci di portare il peso di qualche scomoda verità?

Vieni Santo Spirito, vieni respiro di Dio…

NB: in copertina, Van Gogh, Notte Stellata (PD)

Camminare

Parleranno lingue nuove

Marco 16,15-20 – Domenica 13 maggio 2021 – Ascensione del Signore

All’unanimità, gli studiosi concordano sul fatto che questa parte che conclude il vangelo di Marco non è stata scritta dallo stesso autore.
Non solo il vocabolario e lo stile sono diversi, ma i versetti da 10 a 20 formano un testo conclusivo che si ispira al vangelo di Luca. S’ipotizza che una conclusione sulla paura delle donne e la tomba vuota fosse inaccettabile e quindi ne servisse una migliore.
Riassumiamo l’essenziale: Gesù invita a diffondere nel mondo la buona novella che ha proclamato per tutta la sua vita, confermando che l’accoglienza nella fede di questa buona novella sarà liberatoria, ovvero renderà possibile cacciare il male in tutte le sue forme.
Da parte loro, i discepoli rispondono alla chiamata alla missione e vedono avverarsi la promessa di Gesù.

Qual è la chiave comprendere questa storia? Le scene precedenti insistono sull’incredulità dei discepoli che non credono alle parole di Maria Maddalena, né a quelle dei due discepoli di Emmaus. Sarà necessario che Gesù stesso giunga, si faccia riconosce e li rimproveri per la loro incredulità. Questo, prima di mandarli in missione. 
Il Vangelo di Marco, secondo l’ipotesi prima citata si sarebbe interrotto bruscamente al versetto 8 del capitolo 16, lasciando così ai posteri un finale incompiuto o sospeso. I versetti dal 9 al 20 sono postumi.
In quale registro leggere fino al versetto 8?  Nel registro simbolico (tomba vuota da un lato e giovane in veste bianca dall’altro) oppure nel registro dell’annuncio (messaggio pasquale e appuntamento in Galilea)?
Il versetto 8, però, ci dice che le donne, prese dalla paura, tacquero. Il che pone un serio problema alla fine di un Vangelo.
Alcuni studiosi ritengono che la menzione della Galilea nelle parole del giovane vestito di bianco ai versetti 16, 5-8, crei un arco narrativo atto a rinviare il lettore all’inizio del vangelo. Si tratterebbe di un invito a ricominciare sempre dall’inizio; il messaggio della risurrezione, con l’appuntamento in Galilea, rimanda all’esordio della missione di Gesù, luogo dal quale costantemente chiama i suoi discepoli a seguirlo. Anche il lettore, perciò, è invitato a rileggere, a ricominciare la lettura del Vangelo più e più volte.  Gesù dovrà ancora essere seguito. La menzione della Galilea non solo rimanda alla Parola già pronunciata alla fine dell’Ultima Cena (14,28), ma anche all’inizio del racconto evangelico e alla predicazione in Galilea. Si tratta di un invito a rileggere il vangelo non più e soltanto come la storia di un uomo – Gesù di Nazareth – e dei suoi discepoli, ma come la scoperta del Cristo in quell’uomo, e di una comunità di donne e uomini che non hanno paura di continuare a parlarne, nei suoi discepoli.
Il riferimento alla Galilea segna una tappa importante nella trama del Secondo Vangelo: da un lato, rimanda a un tempo che sfugge alla narrazione (si potrebbe, in questo senso, parlare di un rimando al tempo dell’esistenza personale di chi legge ); dall’altro costringe a ritornare all’inizio del racconto, ad ascoltare il Gesù terreno per cogliere la Sua dimensione reale e la nostra dimensione in relazione alla Sua.
Può darsi che il finale così concepito sia il mezzo essenziale per evidenziare con incisività che la fine è in realtà l’inizio di una nuova vita.
Come viene restituito il destinatario della buona novella al mondo reale alla fine di questa narrazione?
Il mandato missionario è una realtà, ma è pur vero che ci sentiamo a disagio quando Marco, sembra ignorare il principio logico secondo cui una fine è tale proprio perché non c’è nulla che segue. Ci troviamo di fronte ad un bivio decisivo: o la scorciatoia, la fuga – silenziosa o rumorosa che sia -, o la scelta di proclamare la buona notizia con tutto ciò che ne consegue.
In Marco, il lettore non ha accesso alcuno al commento del narratore; in secondo luogo, nessuna parola del Risorto chiarisce le condizioni dell’esistenza post-pasquale. Il lettore, nonostante tutta la formazione ricevuta attraverso continui rinvii intratestuali e perfino attraverso l’uso dell’ironia, può sentirsi vittima di una trappola. Spetta quindi a chi legge sentirsi chiamato in questione dalla lettura, avere il coraggio ideale di entrare in rapporto personale con ciò che è scritto e solo dopo forse, trovare il coraggio per la scelta. Scelta che è di esserci, affinché il mondo della storia non crolli con l’ultimo versetto (16,8).
Il brusco passaggio dal mondo della storia al proprio mondo reale costringe il lettore a impegnarsi in tre direzioni: la prima, a monte della propria esperienza, consiste nel tornare al testo, al fine di contrastare gli effetti devastanti della banalizzazione, dell’ironia e del sarcasmo che il mondo non lesina nei confronti delle religioni; la seconda punta alla ricerca del coinvolgimento personale in una comunità interpretativa al fine di stabilire una relazione di confronto e di ricerca con altri; la terza, scoprendo e non negando il potenziale destabilizzante del Secondo Vangelo, accettare la messa in questione dell’immagine di sé, in pubblico, in mezzo alla comunità.
Questa prospettiva soltanto può togliere l’ambiguità tra politica e spiritualità, restituendo a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio; non esiste un partito di Dio, non esiste una teocrazia, che non sia anche dittatura.
Tra la rilettura del passato e l’apertura al futuro, il lettore è incoraggiato a ristrutturare ogni giorno la propria esistenza non solo per restare umano, ma per poter aspirare a dirsi cristiano.
C’è un necessario ricorso – dato l’impatto della comunicazione indiretta – alla comunità interpretativa, che risulta poi essere anche la storica destinataria del Vangelo: a partire da luogo in cui “due o tre sono riuniti nel Suo Nome”. Questa comunità storica, che si trasforma continuamente nel tempo, riesce a comunicare soltanto ciò in cui crede autenticamente. È lo shock di un finale che era rimasto sospeso e che ora riporta il lettore al mondo reale, in modo abbastanza brutale: le donne hanno parlato.
Marco conduce il lettore verso un approdo rischioso e impegnativo, lo prende di mira e quel lettore, oggi, siamo tutti noi.
E i versetti postumi del Vangelo di oggi sono forse l’unica risposta possibile dei discepoli.
Dopo aver ripercorso il vangelo dall’inizio potranno respingere il male nelle sue forme più perniciose (demoni), uscendo dalla prigione del proprio ristretto modo di vedere (parleranno e comprenderanno lingue nuove) e avranno la garanzia che eventi dannosi visti come catastrofi (serpenti e veleni mortali) non li distruggeranno. Chi crede sinceramente inoltre ha un’influenza benefica sul prossimo, perché agisce per aiutarlo a stare meglio (i malati guariranno).
Questo processo, questo cammino, trasforma l’assenza del Gesù storico, del “crocifisso”, in una nuova presenza, alla quale diamo il nome di “Dio” e della cui realtà siamo certi. Allora si capisce perché con tanta enfasi si può annunciare (ripetutamente, a se stessi prima e agli altri dopo – cioè agli Uni e agli Altri) che “Cristo è veramente risorto e mi/ci precede in Galilea”.

Siamo pronti per quest’avventura?
Mi chiedo – non senza timore – se si tratti semplicemente della Sua Ascensione… o se per sbaglio non debba essere anche la mia e in generale la nostra, un nuovo percorso, dalla fine ad un nuovo inizio.

Gli Uni e gli Altri

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi
e la vostra gioia sia piena

Giovanni 15,9-17– Domenica, 9 maggio 2021, Sesta Domenica di Pasqua.

“Amatevi gli uni gli altri.” Queste parole risuonano ancora una volta. Sono diventate lo slogan del cristianesimo. Al punto da diventare perfino una trappola.
Il cristiano dovrebbe provare sentimenti di amore per tutti gli uomini; amore reciproco di tutti con tutti: impossibile! Eppure siamo su questo, giudicati e condannati, nel nome stesso del vangelo, che ci piaccia o non ci piaccia.
L’obiezione più comune che molti si sentono porre è: “Conosci il vangelo, ti dici cristiano, ma non mi sembri così ben disposto verso tutti!”. 

“Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.”
“Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone.”
“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi.”
“Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga.”

Ultimamente qualcuno ha commentato le mie riflessioni sul Vangelo, dicendo pressappoco così: “Ehi, amico! Il tuo Dio è un po’ troppo assertivo! D’altronde, stiamo parlando di monoteismi e certo non ci aspettiamo il pluralismo…” E – aggiungo io – tanto meno la parola sincera, l’ascolto senza pregiudizi, e, per gli addetti ai lavori, una vera concertazione e la sinodalità.
Va bene, allora mettiamola giù un po’ più dura: il mio Dio dice che io sono suo amico, solo se faccio quello che dice lui. Bada, che mi chiama amico e non più servo (sottinteso: come invece mi spetterebbe di essere chiamato). Comunque Lui mi ha “promosso” e mi dice tutto ciò di cui è a conoscenza, perché glielo ha detto suo padre. Aggiunge che non sono stato io a volerlo come amico, ma che è lui che mi ha scelto. E per giunta mi ha costituito, mi … ci ha mandato (nel mondo) e si aspetta anche che produca un risultato durevole e permanente nel tempo.
Capisco: c’è di che rimanere perplessi; esistono genitori, professori e superiori che ragionano in modo apparentemente molto simile!
Ora vi riporto, in sintesi ed estremamente semplificato, un “dialogo tipo” assai frequente:

Lei/lui, con aria sospettosa: “Tu mi stai prendendo in giro”
Lui/lei, con aria innocente: “Non è vero! Perché dici così?
Lei/lui: “Mi nascondi qualcosa”
Lui/lei: “ Cosa te lo fa pensare?”
Lei/lui, con aria rivelatrice, tra il materno o il paterno: “Non fai quello che io ritengo tu dovresti fare: mi aspettavo meglio.”
Lui/lei, in preda al panico: “Ma che pretendi?”
Lei/lui, tra l’irato e il deluso: “Che tu mi rispetti e mi voglia bene come dici!”
Lui/lei, ormai perdente: “Perché tu lo fai sempre? Ti ricordo che tu hai voluto che vivessimo insieme!”
Lei/lui, ormai disfatta/o: “Non è vero, sei stato tu.”

E’ una tipica discussione tra partners infelici.

Accuse, tentativi di colpi di stato, si vuole prendere il potere con una strategia soft (!), di tipo colpevolizzante e svalutante: non mi ami, ne soffro, quindi è colpa tua se sono infelice, non fai o addirittura non sei abbastanza.
Strategia bugiarda, volendo far credere a un altro che la propria vita e la propria felicità dipendano da lui o da lei: come se lui o lei fossero una divinità. Nello  stesso momento in cui si tenta di conquistare/ influenzare/dominare/possedere l’altro, gli si regalano i mezzi per assoggettarci in una relazione che, a mio modesto avviso, tutt’altro è che d’amore e tanto meno d’amicizia, ammesso che amore e amicizia possano essere la stessa cosa o che l’uno includa l’altra.

Il tipo di relazione che emerge in questo caso si basa su un equivoco, su un vero fraintendimento.
Chi accusa parte dal sentimento di non sentirsi preso in considerazione nel qui e ora, il che può anche essere vero, perché non sempre sentirsi in questa condizione dipende da un trauma infantile – diciamolo. Ma chi risponde sta comunque ammettendo di non sapere o di non capire e infatti nega quello che all’altro sembra un’evidenza.

Sta proprio qui la chiave di comprensione che fa la differenza tra il “chiamare amici” del Nazareno e una certa, frequente concezione dell’amore, che idealizza il sentimento amoroso a tal punto da immaginare di poter possedere l’altro, tutto, per forza, esattamente così come vorremmo che fosse, esattamente commisurato ai nostri bisogni; un tipo di sentimento che certamente non si può avere per tutti e che non ha come base il rispetto della libertà per l’altro di essere come è.

Questa necessità di tenere l’altro tutto per sé è spesso alla radice di molte relazioni che sono ancora lontane da quell’ “amatevi gli uni gli altri” di cui si parla nel Vangelo di questa domenica. Comprendere questo rappresenta solo un inizio “laico” per cominciare a realizzare che il cristianesimo non è una visione teorica a metà strada tra l’utopia e il buonismo da una parte, e la teocrazia dall’altra.

“Amico”, titolo raro, usato spesso a torto e di traverso, per legare in una complicità che non ha ragion d’essere, perché non è basata sul rispetto dell’altro. Non si sceglie di essere amici: lo si è per qualche insondabile ragione che ha determinato un incontro. C’è perfino la sensazione di essere stati condotti a quell’incontro; di essere stati scelti apposta.

Non è per desiderio che si diventa amici, ma per elezione. Ci si riconosce tali, ma solo un altro può dichiarare “Tu sei mio amico”. E può farlo solo faccia a faccia: in presenza. Non sono io che posso stabilire l’amicizia di un altro nei miei confronti, posso solo offrire la mia, che (peraltro) potrebbe anche essere rifiutata.

E devo essere sveglio, quando mi dichiaro amico di qualcuno, perchè questo non mi dà legittimamente alcuna forma di potere su di lui. Ed è lo stesso quando mi dico amico di Gesù Cristo: non ho alcuna forma di potere su questo Dio del monoteismo. Se pensassi il contrario, sarei un impostore.

Dobbiamo abbandonare la convenzionalità e i sofismi della lingua dell’abitudine, per percepire il peso della verità di quel che andiamo dicendo, quando sosteniamo di amare qualcuno: un fratello, un padre, un partner, ma anche “i poveri”, “i malati”, il “prossimo”. Non si ama la propria felicità altalenante , si ama un altro: è molto diverso. Chi ci riesce rende più liberi tutti quelli che incontra e sa che questa meravigliosa possibilità, riservata soltanto agli esseri umani, non è l’imperativo di un Dio capriccioso, ma il dono di un Dio che non costringerà mai nessuno ad amarlo.

“Ama e fa ciò che vuoi”, diceva giustamente sant’Agostino; e Lui ci chiamerà “amici”.

NB. In copertina, Gustav Klimt, “Morte e Vita”, PD.