Questione di fiato

Molte cose ho ancora da dirvi,
ma per il momento non siete ancora capaci di portarne il peso

Giovanni 15,26-27; 16,12-15 – Domenica, 23 maggio 2021, Domenica di Pentecoste.

Leggendo il Vangelo di Giovanni per questa Festa della Pentecoste, mi soffermo in particolare sui versetti 12 e 13 del capitolo 16.
Gesù afferma di avere molto altro da dire, ma questo altro non può essere detto perché i discepoli non hanno ancora la capacità di sopportarlo; verrà il momento opportuno nel quale udranno e capiranno.
Il discorso è articolato su due piani, che chiamerei l’uno narrativo e l’altro profetico:

Sul piano narrativo viene presentato quel particolare momento, in cui Gesù disse quelle parole ai suoi discepoli; sul piano profetico l’evangelista sta dicendo alla comunità cristiana, quali saranno gli effetti dello Spirito di verità nella chiesa nascente.
Durante il suo ministero terreno, Gesù non disse tutto “il suo”, ma il suo insegnamento sarebbe stato continuato in futuro dallo Spirito di verità. Questa trasmissione attraverso lo Spirito avrebbe permesso ai credenti di ogni tempo la comprensione e l’attualizzazione del messaggio cristiano.
Il discorso, rivolto dunque a noi anche oggi, ci avverte che la discesa dello Spirito – celebrata a Pentecoste – è un evento che ci riguarda molto da vicino e personalmente.
In effetti basterebbe pensare alle questioni pratiche e ai nuovi dilemmi etici che sorgono al giorno d’oggi; come rapportarsi a tali novità con lo stesso spirito con il quale Gesù vi si sarebbe rapportato? In altri termini, Lui cosa ne direbbe? Nello Spirito che annuncia le cose a venire, possiamo senz’altro leggere un riferimento concreto alla vita del Cristo – la morte, la risurrezione, l’ascensione – ma anche il riferimento alla vita concreta delle persone e alla comprensione del messaggio evangelico nel nostro presente.
Questo fu subito vero già per gli apostoli: “E si ricordarono delle sue parole….” (Gv 2,17; 2,22; 12,16; Lc 24,8).
Solo “dopo” ci si accorge del senso di quegli insegnamenti, prima magari letti o ascoltati tante volte nebulosamente, come inscritti dentro un orizzonte limitato dalla propria prospettiva mentale. L’orizzonte del Vangelo sembra col tempo allargarsi nel confronto concreto con la vita quotidiana e diventare più ampio di qualsiasi prospettiva il singolo o l’istituzione possano avere già avuto.

Oggi, come potremmo avere una parola “cristiana” su temi nuovi di cui non si parla nei vangeli? C’è uno Spirito di verità, che non è solo un concetto teologico, ma una realtà già percepita e presente in tanta parte della comunità cristiana e non-cristiana. C’è chi sente la necessità e – vorrei dire – l’obbligo morale di ascoltare i segni dei tempi per continuare a costruire un mondo migliore per sé, per i propri figli, per gli altri. E non solo tra i cristiani.
La questione però si fa molto complicata se la stessa comunità cristiana o una parte di essa utilizza i segni dei tempi per difendere strenuamente posizioni statiche ed inattuali. Anche quando queste posizioni fossero autenticamente fondate, la loro inattualità e rigidezza le renderebbe un insegnamento vano; spesso coloro che le sostengono non si accorgono di confondere lo spirito di verità con la spinta verso l’esercizio dell’autorità.
La Pentecoste è per me una sfida ad accogliere e sostenere tutta la verità che irrompe, come forza ispiratrice, proprio nelle situazioni in cui ho… il fiato troppo corto: c’è una realtà, fin troppo spesso in stridente contrasto col messaggio evangelico, ma non sarà arroccandomi – o “riposizionandomi” – dietro un muro di giudizi per me “veri”, che potrò uscire per andare incontro al prossimo!
Con la Pentecoste celebriamo anche la possibilità tutta umana di parlare e agire con giustizia e saggezza; per farlo occorre abbandonare egoismi e risentimenti, superare paure e imparare a immedesimarsi negli altri, sapendo che leggi e norme servono laddove gli uomini non hanno ancora imparato ad amare e quindi non sanno essere giusti senza il timore della punizione.
Qualche esempio?

Per esempio: in Italia abbiamo già una Costituzione che garantisce il rispetto del diritto a non essere discriminati per ragioni di confessione religiosa, provenienza geografica, orientamento sessuale, ma occorre ancora scrivere e approvare leggi sulle quali si discute molto solo per riaffermare diritti, già affermati dai padri costituenti: abbiamo il fiato corto.

Per esempio: il conflitto israelo-palestinese dura da decenni. Come mai si fatica tanto a riconoscere il diritto di ogni popolo ad avere una propria identità e una propria collocazione geografica? Non è ancora chiaro che il diritto ad avere un territorio vale per tutti i popoli? Eppure, questo diritto viene sbandierato da più parti, ma negato, guarda caso, proprio da chi ha maggiormente sperimentato la tremenda sofferenza dell’esule; il popolo di Dio ha il fiato corto, non riesce a includere le minoranze nella propria umanità.

Per esempio: si celebra il quinto compleanno dell’Amoris Laetitia, ma a parte i passi in avanti della discussione in sé sui divorziati che desiderano sposarsi in chiesa, non ci sono stati cambiamenti significativi. Abbiamo il fiato corto.

Per esempio: è chiaro che un’unione tra partner delle stesso sesso non è uguale a un’unione tra partner di sesso diverso, e penso che tutti lo vedono; ma negare la benedizione a una coppia omosessuale – che la chiede – non ha per me alcun senso.
Posso appellarmi all’amore cristiano e non benedire qualcuno?
Se l’amore cristiano si contraddistingue perché è aperto alla vita, posso anche essere sicuro che la vita coincide unicamente con la possibilità di procreare?
Tante coppie cristiane decidono di convivere e hanno figli fuori del matrimonio religioso; altre ancora non vogliono avere figli; o si accetta di accompagnare e benedire tutti – omosessuali, eterosessuali, conviventi, sposati civilmente, sposati in chiesa e single incalliti – o rischiamo di volere con arroganza una chiesa di perfetti, arroccata e tutt’altro che in uscita.
Chi può permettersi di negare una benedizione e poi sinceramente “accompagnare verso la conversione”? Tra l’altro proprio chi deve “vedere” meglio e convertirsi (ammesso che l’accompagnatore benedicente non abbia la stessa necessità di “vedere” meglio) ha bisogno di molte benedizioni!
Può una conversione scaturire da una negata benedizione? Le vie del Signore sono certamente infinite, ma noi abbiamo il fiato corto; c’è anche scritto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo!” (Mt 4,7; Lc 4,12).

Poi: l’ultimo esempio e per oggi mi taccio. Come mai tanti religiosi non sentono la necessità di fare un po’ di outing? Si badi, non sto escogitando un richiamo populista al “mal comune mezzo gaudio”, cui appellarsi nel riconoscersi peccatori tra i peccatori, ma sto enunciando un convincimento: i chierici non sono diversi dagli altri, non sono migliori; siamo spesso molto lontani da quell’amatevi gli uni gli altri di due domeniche fa. E poi, un po’ di outing non sarebbe più conforme allo Spirito di verità? O non siamo capaci di portare il peso di qualche scomoda verità?

Vieni Santo Spirito, vieni respiro di Dio…

NB: in copertina, Van Gogh, Notte Stellata (PD)

Camminare

Parleranno lingue nuove

Marco 16,15-20 – Domenica 13 maggio 2021 – Ascensione del Signore

All’unanimità, gli studiosi concordano sul fatto che questa parte che conclude il vangelo di Marco non è stata scritta dallo stesso autore.
Non solo il vocabolario e lo stile sono diversi, ma i versetti da 10 a 20 formano un testo conclusivo che si ispira al vangelo di Luca. S’ipotizza che una conclusione sulla paura delle donne e la tomba vuota fosse inaccettabile e quindi ne servisse una migliore.
Riassumiamo l’essenziale: Gesù invita a diffondere nel mondo la buona novella che ha proclamato per tutta la sua vita, confermando che l’accoglienza nella fede di questa buona novella sarà liberatoria, ovvero renderà possibile cacciare il male in tutte le sue forme.
Da parte loro, i discepoli rispondono alla chiamata alla missione e vedono avverarsi la promessa di Gesù.

Qual è la chiave comprendere questa storia? Le scene precedenti insistono sull’incredulità dei discepoli che non credono alle parole di Maria Maddalena, né a quelle dei due discepoli di Emmaus. Sarà necessario che Gesù stesso giunga, si faccia riconosce e li rimproveri per la loro incredulità. Questo, prima di mandarli in missione. 
Il Vangelo di Marco, secondo l’ipotesi prima citata si sarebbe interrotto bruscamente al versetto 8 del capitolo 16, lasciando così ai posteri un finale incompiuto o sospeso. I versetti dal 9 al 20 sono postumi.
In quale registro leggere fino al versetto 8?  Nel registro simbolico (tomba vuota da un lato e giovane in veste bianca dall’altro) oppure nel registro dell’annuncio (messaggio pasquale e appuntamento in Galilea)?
Il versetto 8, però, ci dice che le donne, prese dalla paura, tacquero. Il che pone un serio problema alla fine di un Vangelo.
Alcuni studiosi ritengono che la menzione della Galilea nelle parole del giovane vestito di bianco ai versetti 16, 5-8, crei un arco narrativo atto a rinviare il lettore all’inizio del vangelo. Si tratterebbe di un invito a ricominciare sempre dall’inizio; il messaggio della risurrezione, con l’appuntamento in Galilea, rimanda all’esordio della missione di Gesù, luogo dal quale costantemente chiama i suoi discepoli a seguirlo. Anche il lettore, perciò, è invitato a rileggere, a ricominciare la lettura del Vangelo più e più volte.  Gesù dovrà ancora essere seguito. La menzione della Galilea non solo rimanda alla Parola già pronunciata alla fine dell’Ultima Cena (14,28), ma anche all’inizio del racconto evangelico e alla predicazione in Galilea. Si tratta di un invito a rileggere il vangelo non più e soltanto come la storia di un uomo – Gesù di Nazareth – e dei suoi discepoli, ma come la scoperta del Cristo in quell’uomo, e di una comunità di donne e uomini che non hanno paura di continuare a parlarne, nei suoi discepoli.
Il riferimento alla Galilea segna una tappa importante nella trama del Secondo Vangelo: da un lato, rimanda a un tempo che sfugge alla narrazione (si potrebbe, in questo senso, parlare di un rimando al tempo dell’esistenza personale di chi legge ); dall’altro costringe a ritornare all’inizio del racconto, ad ascoltare il Gesù terreno per cogliere la Sua dimensione reale e la nostra dimensione in relazione alla Sua.
Può darsi che il finale così concepito sia il mezzo essenziale per evidenziare con incisività che la fine è in realtà l’inizio di una nuova vita.
Come viene restituito il destinatario della buona novella al mondo reale alla fine di questa narrazione?
Il mandato missionario è una realtà, ma è pur vero che ci sentiamo a disagio quando Marco, sembra ignorare il principio logico secondo cui una fine è tale proprio perché non c’è nulla che segue. Ci troviamo di fronte ad un bivio decisivo: o la scorciatoia, la fuga – silenziosa o rumorosa che sia -, o la scelta di proclamare la buona notizia con tutto ciò che ne consegue.
In Marco, il lettore non ha accesso alcuno al commento del narratore; in secondo luogo, nessuna parola del Risorto chiarisce le condizioni dell’esistenza post-pasquale. Il lettore, nonostante tutta la formazione ricevuta attraverso continui rinvii intratestuali e perfino attraverso l’uso dell’ironia, può sentirsi vittima di una trappola. Spetta quindi a chi legge sentirsi chiamato in questione dalla lettura, avere il coraggio ideale di entrare in rapporto personale con ciò che è scritto e solo dopo forse, trovare il coraggio per la scelta. Scelta che è di esserci, affinché il mondo della storia non crolli con l’ultimo versetto (16,8).
Il brusco passaggio dal mondo della storia al proprio mondo reale costringe il lettore a impegnarsi in tre direzioni: la prima, a monte della propria esperienza, consiste nel tornare al testo, al fine di contrastare gli effetti devastanti della banalizzazione, dell’ironia e del sarcasmo che il mondo non lesina nei confronti delle religioni; la seconda punta alla ricerca del coinvolgimento personale in una comunità interpretativa al fine di stabilire una relazione di confronto e di ricerca con altri; la terza, scoprendo e non negando il potenziale destabilizzante del Secondo Vangelo, accettare la messa in questione dell’immagine di sé, in pubblico, in mezzo alla comunità.
Questa prospettiva soltanto può togliere l’ambiguità tra politica e spiritualità, restituendo a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio; non esiste un partito di Dio, non esiste una teocrazia, che non sia anche dittatura.
Tra la rilettura del passato e l’apertura al futuro, il lettore è incoraggiato a ristrutturare ogni giorno la propria esistenza non solo per restare umano, ma per poter aspirare a dirsi cristiano.
C’è un necessario ricorso – dato l’impatto della comunicazione indiretta – alla comunità interpretativa, che risulta poi essere anche la storica destinataria del Vangelo: a partire da luogo in cui “due o tre sono riuniti nel Suo Nome”. Questa comunità storica, che si trasforma continuamente nel tempo, riesce a comunicare soltanto ciò in cui crede autenticamente. È lo shock di un finale che era rimasto sospeso e che ora riporta il lettore al mondo reale, in modo abbastanza brutale: le donne hanno parlato.
Marco conduce il lettore verso un approdo rischioso e impegnativo, lo prende di mira e quel lettore, oggi, siamo tutti noi.
E i versetti postumi del Vangelo di oggi sono forse l’unica risposta possibile dei discepoli.
Dopo aver ripercorso il vangelo dall’inizio potranno respingere il male nelle sue forme più perniciose (demoni), uscendo dalla prigione del proprio ristretto modo di vedere (parleranno e comprenderanno lingue nuove) e avranno la garanzia che eventi dannosi visti come catastrofi (serpenti e veleni mortali) non li distruggeranno. Chi crede sinceramente inoltre ha un’influenza benefica sul prossimo, perché agisce per aiutarlo a stare meglio (i malati guariranno).
Questo processo, questo cammino, trasforma l’assenza del Gesù storico, del “crocifisso”, in una nuova presenza, alla quale diamo il nome di “Dio” e della cui realtà siamo certi. Allora si capisce perché con tanta enfasi si può annunciare (ripetutamente, a se stessi prima e agli altri dopo – cioè agli Uni e agli Altri) che “Cristo è veramente risorto e mi/ci precede in Galilea”.

Siamo pronti per quest’avventura?
Mi chiedo – non senza timore – se si tratti semplicemente della Sua Ascensione… o se per sbaglio non debba essere anche la mia e in generale la nostra, un nuovo percorso, dalla fine ad un nuovo inizio.

Gli Uni e gli Altri

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi
e la vostra gioia sia piena

Giovanni 15,9-17– Domenica, 9 maggio 2021, Sesta Domenica di Pasqua.

“Amatevi gli uni gli altri.” Queste parole risuonano ancora una volta. Sono diventate lo slogan del cristianesimo. Al punto da diventare perfino una trappola.
Il cristiano dovrebbe provare sentimenti di amore per tutti gli uomini; amore reciproco di tutti con tutti: impossibile! Eppure siamo su questo, giudicati e condannati, nel nome stesso del vangelo, che ci piaccia o non ci piaccia.
L’obiezione più comune che molti si sentono porre è: “Conosci il vangelo, ti dici cristiano, ma non mi sembri così ben disposto verso tutti!”. 

“Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.”
“Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone.”
“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi.”
“Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga.”

Ultimamente qualcuno ha commentato le mie riflessioni sul Vangelo, dicendo pressappoco così: “Ehi, amico! Il tuo Dio è un po’ troppo assertivo! D’altronde, stiamo parlando di monoteismi e certo non ci aspettiamo il pluralismo…” E – aggiungo io – tanto meno la parola sincera, l’ascolto senza pregiudizi, e, per gli addetti ai lavori, una vera concertazione e la sinodalità.
Va bene, allora mettiamola giù un po’ più dura: il mio Dio dice che io sono suo amico, solo se faccio quello che dice lui. Bada, che mi chiama amico e non più servo (sottinteso: come invece mi spetterebbe di essere chiamato). Comunque Lui mi ha “promosso” e mi dice tutto ciò di cui è a conoscenza, perché glielo ha detto suo padre. Aggiunge che non sono stato io a volerlo come amico, ma che è lui che mi ha scelto. E per giunta mi ha costituito, mi … ci ha mandato (nel mondo) e si aspetta anche che produca un risultato durevole e permanente nel tempo.
Capisco: c’è di che rimanere perplessi; esistono genitori, professori e superiori che ragionano in modo apparentemente molto simile!
Ora vi riporto, in sintesi ed estremamente semplificato, un “dialogo tipo” assai frequente:

Lei/lui, con aria sospettosa: “Tu mi stai prendendo in giro”
Lui/lei, con aria innocente: “Non è vero! Perché dici così?
Lei/lui: “Mi nascondi qualcosa”
Lui/lei: “ Cosa te lo fa pensare?”
Lei/lui, con aria rivelatrice, tra il materno o il paterno: “Non fai quello che io ritengo tu dovresti fare: mi aspettavo meglio.”
Lui/lei, in preda al panico: “Ma che pretendi?”
Lei/lui, tra l’irato e il deluso: “Che tu mi rispetti e mi voglia bene come dici!”
Lui/lei, ormai perdente: “Perché tu lo fai sempre? Ti ricordo che tu hai voluto che vivessimo insieme!”
Lei/lui, ormai disfatta/o: “Non è vero, sei stato tu.”

E’ una tipica discussione tra partners infelici.

Accuse, tentativi di colpi di stato, si vuole prendere il potere con una strategia soft (!), di tipo colpevolizzante e svalutante: non mi ami, ne soffro, quindi è colpa tua se sono infelice, non fai o addirittura non sei abbastanza.
Strategia bugiarda, volendo far credere a un altro che la propria vita e la propria felicità dipendano da lui o da lei: come se lui o lei fossero una divinità. Nello  stesso momento in cui si tenta di conquistare/ influenzare/dominare/possedere l’altro, gli si regalano i mezzi per assoggettarci in una relazione che, a mio modesto avviso, tutt’altro è che d’amore e tanto meno d’amicizia, ammesso che amore e amicizia possano essere la stessa cosa o che l’uno includa l’altra.

Il tipo di relazione che emerge in questo caso si basa su un equivoco, su un vero fraintendimento.
Chi accusa parte dal sentimento di non sentirsi preso in considerazione nel qui e ora, il che può anche essere vero, perché non sempre sentirsi in questa condizione dipende da un trauma infantile – diciamolo. Ma chi risponde sta comunque ammettendo di non sapere o di non capire e infatti nega quello che all’altro sembra un’evidenza.

Sta proprio qui la chiave di comprensione che fa la differenza tra il “chiamare amici” del Nazareno e una certa, frequente concezione dell’amore, che idealizza il sentimento amoroso a tal punto da immaginare di poter possedere l’altro, tutto, per forza, esattamente così come vorremmo che fosse, esattamente commisurato ai nostri bisogni; un tipo di sentimento che certamente non si può avere per tutti e che non ha come base il rispetto della libertà per l’altro di essere come è.

Questa necessità di tenere l’altro tutto per sé è spesso alla radice di molte relazioni che sono ancora lontane da quell’ “amatevi gli uni gli altri” di cui si parla nel Vangelo di questa domenica. Comprendere questo rappresenta solo un inizio “laico” per cominciare a realizzare che il cristianesimo non è una visione teorica a metà strada tra l’utopia e il buonismo da una parte, e la teocrazia dall’altra.

“Amico”, titolo raro, usato spesso a torto e di traverso, per legare in una complicità che non ha ragion d’essere, perché non è basata sul rispetto dell’altro. Non si sceglie di essere amici: lo si è per qualche insondabile ragione che ha determinato un incontro. C’è perfino la sensazione di essere stati condotti a quell’incontro; di essere stati scelti apposta.

Non è per desiderio che si diventa amici, ma per elezione. Ci si riconosce tali, ma solo un altro può dichiarare “Tu sei mio amico”. E può farlo solo faccia a faccia: in presenza. Non sono io che posso stabilire l’amicizia di un altro nei miei confronti, posso solo offrire la mia, che (peraltro) potrebbe anche essere rifiutata.

E devo essere sveglio, quando mi dichiaro amico di qualcuno, perchè questo non mi dà legittimamente alcuna forma di potere su di lui. Ed è lo stesso quando mi dico amico di Gesù Cristo: non ho alcuna forma di potere su questo Dio del monoteismo. Se pensassi il contrario, sarei un impostore.

Dobbiamo abbandonare la convenzionalità e i sofismi della lingua dell’abitudine, per percepire il peso della verità di quel che andiamo dicendo, quando sosteniamo di amare qualcuno: un fratello, un padre, un partner, ma anche “i poveri”, “i malati”, il “prossimo”. Non si ama la propria felicità altalenante , si ama un altro: è molto diverso. Chi ci riesce rende più liberi tutti quelli che incontra e sa che questa meravigliosa possibilità, riservata soltanto agli esseri umani, non è l’imperativo di un Dio capriccioso, ma il dono di un Dio che non costringerà mai nessuno ad amarlo.

“Ama e fa ciò che vuoi”, diceva giustamente sant’Agostino; e Lui ci chiamerà “amici”.

NB. In copertina, Gustav Klimt, “Morte e Vita”, PD.

Vite

Rimanete in me e io in voi

Giovanni 15,1-8 – Domenica, 2 maggio 2021, Quinta Domenica di Pasqua.

L’immagine della vite ricorre più volte nell’Antico Testamento e sembra che Gesù l’adoperi per trasmettere ai discepoli il senso e la forza (vis) del proprio insegnamento.
La pianta di vite era onnipresente nel bacino del Mediterraneo e lo è ancora oggi, ma ci si può chiedere in quale misura il richiamo alla somiglianza tra la vigna e il popolo di Dio venga compreso oggi nelle società urbanizzate.
La vite, quanto il gregge la scorsa domenica, ci avvicinano alla Scrittura e al contesto agricolo-pastorale nel quale accadono i fatti narrati; il testo è parte di un lungo discorso iniziato al capitolo 13 (dopo l’Ultima Cena) che termina al capitolo 17 con la preghiera sacerdotale e ha il suo culmine nel comando lasciato al versetto 17 del capitolo 15: “Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”, la parola di Gesù forse più nota.
Esiste una certa confusione intorno a questo comando: l’ordine di amare, come se l’amore fosse una condizione assoluta da poter vivere a comando.
L’amore è spesso vissuto nel registro di una forte emozionalità, dentro una condizione nella quale, mentre non ne comprendiamo bene l’origine, allo stesso tempo comprendiamo con certezza che gioia è “presenza dell’amato”, tristezza è “mancanza dell’amato”, sia quando proprio non c’è (per esempio “è partito”), sia quando (peggio del peggio) ci ha lasciati o addirittura traditi. Detto in altri termini, l’amore è una questione molto seria … un vero … rompicapo.

Torniamo ai primi versetti di Giovanni 15, con l’immagine della vite e dei tralci, così spesso citata: “Io sono la vite, voi siete i tralci” Essere tralcio, rimanere nella vite vuol dire essere parte integrante di un processo che conduce … al grappolo d’uva: a portare frutto.
La fine dell’acino d’uva è quella di essere cibo, di essere bevanda, se pigiato e trasformato in mosto, o di marcire nel terreno e in quest’ultimo caso i semi contenuti in esso possono dare vita a nuove piante.
Questa parabola contiene anche avvertimenti che non dovrebbero essere equivocati:
“Ogni tralcio che è in me e che non porta frutto, lui (il vignaiolo) lo taglia” e “Se uno non rimane in me, è gettato via”. Anche qui dobbiamo fare prima di tutto riferimento al contesto storico (circa l’85 d.C.): i discepoli erano perseguitati ed esclusi dai luoghi di culto (la Sinagoga), quindi “si stavano radicalizzando” in risposta alla destabilizzazione causata dalle reazioni esterne alla loro piccola comunità. La loro finalità era probabilmente quella di fare chiarezza e di invitare i seguaci timorosi e titubanti a prendere una posizione decisa e determinata: chiamati a schierarsi in modo chiaro e risoluto.
Questo contesto di crisi restituisce tutto il senso della doppia polemica contenuta nella parabola della vite, quella che prende di mira i tralci sterili, ma anche l’opposizione tra Gesù, vera vite, e un Israele squalificato. Gesù non dice “Io sono la vite”, ma Giovanni gli fa dire “Io sono la vera vite”.

Giovanni è colui che scrive più chiaramente, senza ambiguità sulle caratteristiche di questa nuova chiesa che costruisce e istituisce un rapporto unico e autentico con il Cristo e con la buona novella rappresentata dalla sua predicazione.
Giovanni si rivolge a persone di cultura ebraica e il “comando” si connette con Esodo 20, potendo Gesù parlare con l’autorità di chi dice “Io sono”: l’identità, il vero nome di Dio, la vera vite come via, verità e vita; la vigna rappresenta in potenza l’umanità intera. Per questo i discepoli sono inviati e l’unico ulteriore e naturale nuovo comandamento è amarsi gli uni gli altri come il Cristo ha esemplificato. In altri termini una sola strada è possibile contro la protervia e la barbarie, e certamente non è la vendetta come ai tempi di Caino e Abele, ma il perdono in nome dell’amore e la giustizia in nome della comunità. La vigna, infatti – il Figlio e i suoi discepoli -, la vera vite coltivata dal Padre, proprio in base al nuovo comandamento non può che essere una comunità di “giusti”. L’impegno è forte, la scelta di appartenervi dev’essere decisa: Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto”. (Sal 84,11-13). Così si pregava in Palestina ai tempi di Gesù, così pregano le comunità cristiane in tutto il mondo anche oggi. Perché la scelta di rimanere nella vigna dev’essere costantemente rinnovata e soprattutto consapevole. Dobbiamo sapere di che si tratta.
Talvolta l’amore diventa esigente, porta a decisioni che possono apparire perfino brutali, quali il taglio, la potatura, interventi necessari per far crescere più forte la pianta, per permettere che ogni tralcio possa essere nutrito da linfa abbondante.
Cosa succederebbe se la potatura non venisse praticata? Semplice: sarebbe colonizzata da succhioni e polloni (rami sterili e legnosi che si estendono dalla pianta senza portare frutto, depauperandola), i rami andrebbero dappertutto, si allungherebbero, si aggroviglierebbero, si renderebbero inestricabile, si esaurirebbero in pochi anni, e morirebbero prima i più deboli e poi i più forti. I più forti, rimasti ormai soli.
Non è questa la descrizione della vita di molti dei nostri contemporanei?
Potremmo dire che Gesù tra l’ultima cena e la passione “scolpisce” con la Sua Parola le verità fondamentali del proprio insegnamento, iscrivendosi nella tradizione religiosa del suo tempo e del suo ambiente, rifondando dall’interno la prima alleanza tra Dio e Israele. Per questo si parla di una seconda alleanza (nuova ed eterna), perché il discorso del Cristo è strutturalmente rinnovato e rinnovante.

L’amore non è vincolo (o comando) per titubanti, opportunisti, trasformisti e doppiogiochisti, ma condizione necessaria e sufficiente (conditio sine qua non) per rimanere, dimorare, salvaguardare, proteggere la vita e le vite: la vite, i tralci e i frutti.

Il pastore e la porta

Ascolteranno la mia voce

Giovanni 10,11-18 – Domenica, 25 aprile 2021, Quarta Domenica di Pasqua.

Il primo pastore che troviamo nella Bibbia è Abele. Rappresenta tutti i nomadi, una componente dell’umanità “preferita” da Dio rispetto ai contadini sedentari simboleggiati da Caino. E sebbene Abele sia lo sconfitto nella storia, il mestiere di pastore fu esercitato da tutti i patriarchi, poi dai re Saul e Davide. E nel Nuovo Testamento, i pastori furono i primi a cantare la gloria davanti al Salvatore nato a Betlemme. La stessa figura di Dio è espressa in questi termini dal Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore”.
È questa la figura che Giovanni riprende nel suo Vangelo, presentando Gesù come “il buon pastore”. Usa anche un’altra metafora, quella della porta delle pecore: “Io sono la porta delle pecore, se qualcuno entra per me, sarà salvato”. Questo scivolare di immagini tra la porta che si apre per le pecore e il pastore che le ama, dice qualcosa sulla persona inafferrabile di Cristo. Non è anche l’agnello? (Tanto per mettere altra carne al fuoco …)
Gesù come “buon pastore” si oppone a chi fa il mestiere solo per il salario e, cedendo ad un unico interesse, è portato ad abbandonare il gregge appena arriva il lupo.
D’altra parte, il buon pastore dà la vita per le sue pecore perché è con loro in una stretta relazione. Dà la vita, oltre che letteralmente nel senso in cui l’ha data il Nazareno, anche proprio nell’impegno quotidiano che dura tutta “una” vita.

Ma che tipo di uomo è questo Gesù, Figlio dell’Uomo, buon pastore?
Talvolta gli studi biblici, ispirandosi alla ricerca di tipo umanistico, indagano sulla costruzione dell’immagine del maschile nella Bibbia.
Ogni cultura ha il suo ideale di uomo, che cambia con il tempo che passa.
Oggi, per esempio, sono in voga diversi stereotipi del maschile, ne ho messi insieme una decina, ma ce ne sarebbero degli altri: il macho; il workaholic (lavoro lavoro lavoro…e poi ancora lavoro); il trofeo (viene esibito alle amiche – o agli amici – su WhatsApp); il freebird (spirito libero in costante ricerca senza oggetto specifico); il Lumbersexual – il boscaiolo urbano – (barbuto, stile, Che-Guevara mal compreso); lo Yummie (young-urban-male, 25/30 anni, aspetto che “buca”, vestito-calzato-griffato totale, “aura” pervasa di oggettistica high tech); lo spornosexual, ibrido che va a sport e sesso = ferreo codice estetico con muscoli evidenziati da t-shirt super stretch incollata su tricipite d’acciaio e tartaruga addominale, capello cortissimo,  jeans all’avanguardia (possibilmente con strappo simulato a riprova dell’esplosività del muscolo) sneakers, tatuatissimo, spesso unto e/o ingellatissimo, perché dedito alla cosmesi specifica per il maschile che “spacca”); il dilf, (versione maschile della bambola sexy over 40): sotto i 50, barbetta semi-incolta, tempia sale e pepe, pancetta rassicurante non invasiva, insomma il perfetto babbo, corteggiato dalle compagne di scuola della figlia. I dilf – infatti – hanno prole, spesso a differenza degli altri, e quindi hanno dalla propria parte la “maturità” che va oltre la semplice cura del deltoide e sanno mostrare apertamente le emozioni; l’hipster, giovane in controtendenza, seguace di ogni forma di cultura alternativa, esprime la propria insofferenza delle regole seguendo codici comportamentali e di costume considerati rivoluzionari nella seconda metà del secolo ventesimo. Infine il nerd: modesta prestanza fisica, aspetto insignificante, spesso grassottello, compensa la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessivo-compulsiva e una notevole inclinazione per le nuove tecnologie.

Duemila anni fa le immagini stereotipate saranno state forse meno numerose di oggi, ma molto diverse. Ciononostante ciascuno porta con sé una rappresentazione del Nazareno di oggi … legata a ieri. Il Gesù di Zeffirelli? Ma poi sarà stato bruno o biondo? Palestinese…tipo certamente non scandinavo…Il Gesù di Pasolini? Era bello Gesù? Alcuni dicono che “per forza” il figlio di Dio dev’essere bello!
Il punto è che Gesù nell’epoca in cui è vissuto, è stato visto dai più come un poco di buono, degno di finire come è finito. Nulla è stato scritto nei vangeli sulla sua presunta avvenenza o sulle sue caratteristiche fisiche.
Giovanni ce ne offre un’immagine, ne fa un modello da seguire, prendendo in prestito una metafora proveniente dal suo contesto culturale: quella del pastore, pronto a dare la propria vita per le pecore. Quindi cerchiamo di capire quale orizzonte mentale ci dischiude quest’immagine. Pensate al “Buon Pastore”; sono sicuro che scatta in automatico il ricordo del “santino”, dell’immaginetta che molti conservano a ricordo della prima comunione.
Cosa ci voleva per essere un uomo “vero” ai tempi di Gesù? Intanto il controllo di sé e delle proprie emozioni almeno nelle interazioni pubbliche: un uomo doveva mostrare la sua influenza tanto nelle parole quanto nelle azioni. Mostrare coraggio e forza in situazioni di combattimento era molto apprezzato. In breve, un uomo doveva fare qualsiasi cosa per essere riconosciuto come leader da altri uomini. Proprio come oggi…
Nei Vangeli, Gesù viene presentato come un predicatore, che attrae il popolo, come uno straordinario interprete della Torah, come un uomo capace di compiere prodigi, molto oltre il normale. Quando viene contestato pubblicamente da altri studiosi di sesso maschile, ha sempre la risposta pronta, è difficile contrapporre obiezioni immediate: bisogna pensare, inventare una dietrologia e cercare di “stanarlo” pubblicamente, mostrando la sua presunta colpevolezza, provocandolo a parlare contro Dio, contro il tempio o contro i Romani. Vale a dire contro il potere politico o il potere religioso.
Ma Gesù è così convincente quando parla come quando resta in silenzio, che riesce a trasmettere ciò che intende dire perfino a coloro che sono considerati “inabili alla comprensione” dalla mentalità corrente: i poveri, i malati, i bambini e … le donne.
Un gruppo di uomini del popolo lo riconosce addirittura come “guida spirituale”.
Tuttavia, il tipo di morte cui va incontro, cambia completamente il ritratto della suo essere uomo: Già Cicerone nel 70 a.C, illustrava con veemenza come la crocifissione fosse in se stessa una condanna indegna di un uomo: “Incatenare un cittadino romano è un crimine, picchiarlo con le verghe è un’offesa; metterlo a morte è quasi parricidio, ma legarlo a una croce! Non ci sono parole per descrivere un atto così malvagio.” (Cicerone, In Verrem, II,5,170). Per gli antichi la crocifissione rappresentava l’esecuzione che toglieva in senso assoluto ogni forma di dignità all’essere umano. 
La crocifissione di Gesù è uno scandalo talmente umiliante e allo stesso tempo minaccioso, che nemmeno i suoi seguaci, tranne tre donne e un uomo, hanno il coraggio di farsi vedere ai piedi della croce.
Sarà proprio Giovanni, presumibilmente il discepolo presente al momento della crocifissione, a darci la chiave di lettura di questa scena: Gesù viene crocifisso perché è una vittima dei Romani, torturata come gli schiavi, ma risorge perché è il “Buon Pastore”, è il Figlio di Dio, all’origine della vita. Il tentativo di cancellare l’umano che è in ogni uomo attraverso l’umiliazione estrema della tortura mortale è in definitiva l’orrore che Caino riserva ad Abele: un orrore inutile, che serve solo a mettere in luce “la banalità del male”, come avrebbe detto Hannah Arendt.

L’immagine bucolico/campestre del buon pastore non ha nulla a che vedere con le rappresentazioni sentimentali che ancora scorgo qua e là nelle pubblicazioni di stampo più o meno religioso. E forse neanche col Gesù biondo, bello e con gli occhi azzurri o con quello bruno, dagli occhi orientaleggianti.

I pastori del mondo biblico restano ai margini dalla società, lontani dalla città; sono avvezzi a vivere più in compagnia degli animali, che degli uomini e trascorrono la loro vita occupandosi del gregge (cfr Ezechiele 34,31). La figura del pastore è in netto contrasto con quella dei re e dei governanti che non sono all’altezza del compito (cfr. Ezechiele 34,1-16): costoro sono soliti prendersi cura dei loro interessi personali prima di ogni altra cosa.

Gesù non governa una città o uno stato. E’ il pastore (buono), la porta (delle sue pecore) e l’agnello; Gesù è la verità (il buon pastore), la via (la porta) e la vita (l’agnello che sempre nasce in tutti i tempi).
Gesù non viene giustiziato perché è debole o vittima, ma perché è la vita e la protegge ovunque in base alla legge dell’amore. Per questa ragione si espone alle abitudini del mondo, compito affidatogli dal Padre, per porre fine una volta per tutte alle illusioni della morte e allo spirito di vendetta.
So che questo può apparire anche inquietante, talvolta incredibile. Ma è necessario prendere del tempo di riflessione per pensarci e vedere dove alberga, anche nelle nostre situazioni quotidiane, questo istinto di vendetta, che porta diritto verso la condanna e l’odio.
Non credo che chi collaborò alla condanna di Gesù tra gli anziani della sinagoga e del tempio ignorasse questa questione. Possiamo mai pensare che uomini, attenti studiosi della Parola, rimanessero sordi proprio al racconto delle origini e a ciò che è già scritto nel Genesi?
Possiamo ben comprendere a questo punto non solo l’affermazione sulla vita: “Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10,18), ma anche quell’altra al versetto 16: “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.” La vita è la stessa ovunque.
Il buon pastore, non è un mercenario: non fugge quando viene il lupo, perché il suo fine è curare e proteggere le pecore per farle vivere.
La reazione a questo discorso causa divisioni. Alcuni dicono che Gesù è posseduto da un demone, che è un pazzo e non dovrebbe essere ascoltato. D’altra parte, le “vere pecore”, quelli e quelle che lo conoscono e lo seguono, accettano l’interpretazione che propone Giovanni della morte e della risurrezione.

Forse questo brano di vangelo può aiutarci a riflettere sulle nostre concezioni di ciò che è un “vero uomo” nella nostra cultura. Comprendere che spesso il successo è misurato sulla quantità del suo denaro, sulla sua fama, o sul suo potere, ci fa capire che in fondo in fondo noi stessi rischiamo di pensare che sia anche giusto in senso assoluto. Vorremmo anche noi essere uomini di successo? A quali costi? Siamo forse disposti a danneggiare la vita degli altri per raggiungere il successo? Questo ci donerà l’immortalità?

È un discorso molto ampio, che implica la responsabilità sia individuale che collettiva dell’intera comunità umana: Nei confronti delle persone e del pianeta.
Quali sono oggi i valori associati al nostro agire? Dove pensiamo di andare?

Seguire il buon pastore e passare attraverso la porta delle pecore vuol dire scegliere di amare, piuttosto che essere indifferenti, vuol dire scegliere di proteggere piuttosto che abbandonare, è vivere in mezzo ai vivi per gli altri.

Non è questione di stereotipi da identificare o nei quali identificarsi, è questione dell’unica possibilità di accesso alla nostra umanità. Un solo popolo, un solo gregge, pur proveniente da sentieri diversi.

NB. In copertina, particolare dalla Wikipedia

Toccare, offrire, chiedere

“Avete qui qualche cosa da mangiare?”


Luca 24,35-38 – Domenica, 18 aprile 2021. Terza Domenica di Pasqua.

I due discepoli che stavano andando ad Emmaus sono appena rientrati a Gerusalemme perché hanno riconosciuto il Risorto nell’uomo incontrato per via. Vanno a raccontare la cosa ai compagni. In quel momento Gesù riappare di nuovo e loro – ci risiamo – si spaventano e pensano che sia un fantasma. C’è qualcosa che non quadra in questa storia. Perché questi hanno ancora dubbi e si spaventano?
Luca racconta, e i biblisti insegnano che il suo racconto ha valore soprattutto apologetico, perché rivolto a persone di cultura greca, per le quali credere alla risurrezione dei morti risultava un tantino problematico. D’altronde potrebbe essere un tantino problematico anche per qualcuno di noi.
Comunque Paolo ad Atene non aveva convinto quasi nessuno: “Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: ‘Su questo ti sentiremo un’altra volta.’” (At 17,32). Luca però insiste sul fatto che Gesù risorto ha un corpo di carne e ossa e che mangia il pesce arrostito con i discepoli.
Questa storia oggi – per me – assume un aspetto del tutto nuovo.
Non ho incontrato Gesù a Gerusalemme, e neanche ad Atene, dove non sono mai stato, ma sono certo di averlo incontrato più volte in vari posti. Magari si potrà dire: “Questo ce lo dici un’altra volta…”
Gesù ha predicato in lungo e in largo per la Palestina, dicendo che Lui vive in ogni persona che incontriamo. Purtroppo, noi lo riconosciamo raramente, o per il suo modo di spezzare e offrirci il pane, o quando ci chiede del pane: “Avete qui qualcosa da mangiare?”
Per me mangiare con altri intorno ad un tavolo si è rivelato spesso il momento del riconoscimento, ma non succede sempre, evidentemente.
C’è una condizione personale dentro la quale è possibile offrire il proprio pane o chiederlo senza sentirsi a disagio, ma sono tali le incrostazioni delle abitudini, degli usi, dell’agire e del reagire, che talvolta ci confondiamo anche su questo.
Chi “dà” senza problemi, chi “invita al proprio desco” per così dire, in genere non si aspetta nulla in cambio perché questa forma del dare è vissuta attivamente come un’offerta che fa piacere per primo a chi la fa.
Esiste, e non è un male di per sé, il “dare” in attesa di una contropartita, l’invito di convenienza, ma questo non è ciò di cui parla il vangelo.
La confusione è generata  dal fatto che spesso, parecchi cristiani – e molto a lungo – hanno creduto di “dover” offrire, per meritare… la vita eterna.
Invitare al proprio desco, vale a dire offrire pace, affetto e anche cibo a qualcuno, per far piacere a un Dio che per questo ci ricompenserà, è un discorso da bambini. Va bene agli albori della coscienza, allo svezzamento dalla barbarie. La questione è molto più profonda e radicale.
Alcuni si offrono, si prestano, invitano, sono gentili in vista di un ritorno tangibile o emotivo; sono brave persone, va bene, ma l’aspettativa di reciprocità, presenza, considerazione o riconoscimento a tutti i costi ha una radice che va ben al di là degli usi e delle gentilezze più o meno formali. La sana reazione ad un invito a pranzo ricevuto da una persona cui vogliamo bene, consiste in un meraviglioso sentimento di gratitudine: non dovremo cucinare e mangiare da soli…?

Se c’è una relazione “vitale” tra due persone o all’interno di una famiglia o tra un gruppo di amici, l’offrire dell’uno è intimamente connesso col senso di gratitudine dell’altro.

È vero anche che possono capitare diversi incidenti: chi riceve troppo, chi è molto “invitato” si abitua e non è detto che viva la gratitudine o un sincero desiderio di reciprocità; chi dà troppo per sentirsi riconosciuto e gratificato, si svuota e si deprime. In questo modo falliscono le relazioni.
Esiste una “reciprocità”, di cui spesso si parla, ma non è la conseguenza deterministicamente certa del dono evangelico di cui ci diciamo portatori. È bene sottolineare che la “reciprocità” potrebbe già essere un buon frutto del legame sociale, ma non è la caratteristica fondante della relazione d’amore in senso evangelico: il tralcio, per quanto si adoperi a produrre uva, non sarà mai in grado di restituire le stesse cure avute dal vignaiolo, per il semplice fatto che qualsiasi esito abbia la raccolta, dipende esclusivamente dal vignaiolo l’aver piantato e fatto crescere la vigna.
C’è un altro aspetto nel vangelo di oggi, che allarga l’orizzonte anche sul saper chiedere: “Avete qui qualcosa da mangiare?” Gesù stesso vuole condividere il pasto con i suoi discepoli, lo sa e lo chiede. Gli offriranno del pesce arrostito. Vale a dire quello che i discepoli mangiano abitualmente, perché sono dei pescatori.
Alcuni non hanno difficoltà ad invitare, ma si sentono in imbarazzo già quando si tratta di ricevere un regalo o un complimento, figuriamoci dunque a chiedere…di essere invitati a pranzo!

Cosa temiamo quando ci sentiamo a disagio nel chiedere? Di fare brutta figura? D’impegnarci troppo? Di essere coinvolti nella reciprocità? Non ci sentiamo liberi? Non crediamo di meritare ciò che chiediamo? Siamo esorbitanti nella richiesta?
Queste sono questioni che non riguardano affatto la semplicità del chiedere di Gesù: “C’è qualcosa da mangiare qui?” Sappiamo anche che soleva dire “chiedete e vi sarà dato” oppure “ciò che chiederete nel mio nome l’otterrete”. Chiedere nel suo nome significa trovare la pace, quella che offre il Cristo quando lo riconosciamo.
E se ci pensiamo bene, in effetti, non c’è altro da fare a questo mondo che offrire ciò che siamo e chiedere ciò di cui abbiamo veramente bisogno.
La discordia che il discorso del Cristo può portare all’interno di qualsiasi comunità riguarda sempre la dinamica dell’offrire, del ricevere e del chiedere.
Se tutti fossimo sempre in grado di offrire tutto ciò che possiamo dare, vivremmo pacificati, e probabilmente sapremmo anche ricevere liberamente dagli altri.
Accettare di essere al mondo, intanto, è il primo passo, anche perché non ci sono altre possibilità. O meglio ce n’è un’altra che non sarà utile per nessuno: la schiavitù del lamento, dell’ostilità, del ricatto, di un grigiore etico, che può diventare notte e polvere da un momento all’altro. Possiamo contribuire attivamente – purtroppo – anche a costruire il nostro personale inferno in questa vita: nella nostra e in quella di chi ci vive accanto.
Se accetto di condividere la vita con gli altri, e quindi il cibo e la parola (le parole del dialogo quotidiano, come la Parola in senso molto più ampio), se anch’io riesco a chiedere “C’è qualcosa da mangiare qui?”, allora sono veramente risorto in carne ed ossa, liberato dalla schiavitù della morte, dal dovermi sempre sentire inferiore a quello che vorrei essere, perché so bene di non essere né eterno, né onnipotente, né creatore, perché so bene di aver bisogno degli altri e che gli altri hanno bisogno anche di me.
Non siamo noi il vignaiolo!
D’altronde quando siamo pacificamente riuniti intorno ad una tavola non è forse quello il momento di maggiore vulnerabilità, ma anche di maggiore gioia?
Basta un nulla, infatti, per scatenare l’allegria o il disagio sulla mensa familiare. E questo ci dovrebbe fare riflettere: “Cosa mangiamo qui? Cosa ci offriamo reciprocamente?” Quali sentimenti aleggiano sulla mensa comune? È sempre un’agape fraterna?
Quando ci lasciamo toccare, guardare, così come siamo, senza giudicare, senza falsi moralismi, cercando d’intessere autenticamente le nostre relazioni familiari o amicali, allora può svilupparsi quell’amore, quella comprensione che ci nutre realmente.
“Avete qualcosa da mangiare?” chiede Gesù. Dove possiamo trovarlo questo Gesù risorto nel ventunesimo secolo per offrirgli del pesce arrostito?
Non ad altezze o profondità irraggiungibili, ma molto vicino; vicino come sono vicini il padre, la madre, il figlio, l’amico, la moglie quando possiamo abbracciarli, vicino come quando condividiamo cibo e parole con la gioia di farlo.
La liturgia domenicale ci lascia due segni importanti per evocare questi due diversi tipi di vicinanza, entrambi molto fisici, molto corporei: la stretta di mano durante lo scambio di pace (dove ancora si pratica) e la comunione del pane e del vino (spesso ridotta alla piccola ostia). Sono segni istituiti per ricordare, per “fare memoria” della realtà profonda e liberatoria che è vicinissima a noi in ogni istante della nostra vita, purché siamo in grado di riconoscerla.

Basta lasciarsi toccare, saper offrire e saper chiedere.

NB: in copertina, Caravaggio, Cena di Emmaus (Fonte wikipedia,PD)

Credenti

Pur non avendo visto…
Giovanni 20,19-31 – Domenica, 11 aprile 2021. Ottava di Pasqua.

La tomba è spalancata, trasformata nel luogo dell’assenza della morte.
La porta del luogo dove sono radunati i discepoli invece è chiusa. Sono barricati dentro; nella prostrazione e nella paura, quel luogo rischia di trasformarsi in un luogo di assenza della vita. Proprio in questo frangente sopraggiunge Gesù con un chiaro messaggio di pace, mostrando mani e costato: i discepoli lo riconoscono e ne gioiscono.
Tommaso non c’è. Didimo (questo è il suo soprannome, che significa “il gemello”) è assente.
Per otto giorni le parole dei suoi compagni non sono sufficienti per convincerlo che Gesù è vivo.
Si può capire: come si fa a credere che il Maestro, morto e sepolto, riappaia vivo e venga a trovarci?
E come mai, se l’apparizione è stata riconosciuta messaggera di pace e gioia, le porte del luogo dove si è realizzata, anche otto giorno dopo, sono ancora chiuse?
Il comportamento dei discepoli testimoni dell’apparizione – ancora barricati e paurosi – contraddice il significato del messaggio: invalida la testimonianza.
Tommaso, detto Didimo, vuole vedere e toccare Gesù vivo, portatore dei segni delle torture subite, altrimenti non crederà.
A pensarci bene, il voler vedere e toccare in questo caso assume connotazioni drammatiche: c’è un proverbio che mi viene in mente, “girare il coltello nella piaga”.
Forse questo toccare per indagare sulla verità rischia di essere apportatore di ulteriore sofferenza?
Forse Didimo pensa che la piaga non sia anche la sua? Non è di Didimo?
Ma forse anche lui è ferito, sebbene di una ferita meno evidente.
Probabilmente la morte del Maestro ha colpito profondamente anche Tommaso, ed ecco perché otto giorni dopo anche lui è ancora chiuso con gli altri.
E Gesù ritorna. Si fa vedere e toccare e poi lascia questo insegnamento:
“Beati quelli che pur non avendo visto crederanno.”
Quindi il Maestro c’è, è vivo e porta “consolazione” e “pace”, si fa messaggero di una condizione assoluta per noi … accessibile. Colui che gli uomini hanno tentato di far sparire, di disumanizzare, di cancellare – e perfino di disincarnare attraverso una falsa spiritualità o attraverso le incrostazioni del condizionamento culturale – è vivo.
Il Cristo è vivo, in mezzo a chi lo ha tradito, in mezzo a chi è fuggito e poi si è rinchiuso nella paura.
Io credo che per accostarsi alla carne di un altro ci siano due atteggiamenti molto diversi: uno di cura e premura attraverso il quale siamo in grado di curare le nostre e le altrui ferite, l’altro d’indagine razionale, attraverso il quale conduciamo un’inchiesta per sentirci preventivamente sicuri di non essere presi in giro.
Nel primo caso siamo disposti a voler bene, nel secondo pure, ma non abbiamo fiducia nell’altro. Entrambi gli atteggiamenti appartengono ai discepoli.
Alla vigilia della sua passione, Gesù si avvicina al corpo dei discepoli, ne tocca i piedi per lavarli e asciugarli: un atteggiamento di cura e premura, un atteggiamento d’amore. Quella stessa sera, durante l’ultima cena, consacra il pane e il vino come simbolo presente e futuro del suo corpo e del suo sangue. In questo modo – “prendetene e mangiatene tutti” – lascia che si mettano le mani su di lui, che lo si tocchi, che lo si afferri, sia per amarlo, sia per indagarlo, sia per ucciderlo. È così!
Il discorso non cambia, la verità rimane sempre la stessa. E la moltitudine che ha assistito e seguito l’incarnazione nel Gesù storico, continuerà ad agire in uno di questi modi: come i discepoli, come Pietro, come Giovanni, come Tommaso, come Maria di Magdala, che lo amano e/o lo indagano, ma anche come Caifa, Pilato e gli amici di Barabba, come coloro che sembra proprio lo abbiano rifiutato.
Infatti la verità rende liberi.
Liberi da cosa?
Di credere, di non credere, di essere più o meno razionali, più o meno disposti ad amare. Anche più o meno disposti ad odiare.
La verità, però, rimane inalterata: gli esseri umani vivono il tempo storico delle loro vite individuali raggruppandosi qui e là per le vie del mondo, e il tempo assoluto del Cristo, il tempo della Vita, quella condizione consolatoria e messaggera di pace.
Gesù, nel suo movimento verso Tommaso, detto Didimo – gemello nostro – permette l’indagine degli increduli. Tommaso alla fine esclama: “Mio Signore! Mio Dio!”
E noi?
Gesù non indaga, non condanna; gli uomini e le donne sanno indagare ed eventualmente condannare sia se stessi che gli altri.
Gesù ama, si offre, si lascia toccare, perdona, lascia che la vita sia, tutta non una parte sola.
Forse è questa percezione che manca ai discepoli per vincere la propria e l’altrui incredulità?
Ci raggruppiamo dentro le chiese – e le case comunitarie – ma siamo in grado di aprire la porta ed uscire?
O forse ci siamo assuefatti all’isolamento e rimaniamo barricati dentro?
Se apriamo le porte, possiamo toccare ed essere toccati dalle situazioni della vita e non saranno sempre semplici da affrontare, ma è proprio alla frazione del corpo che riconosciamo il Cristo, la Vita e i suoi testimoni.

È solo alla frazione del Suo e nostro pane, che riconosciamo Gesù vivo e i suoi discepoli attuali.

NB: in copertina, particolare tratto da Caravaggio, “La vocazione di Matteo”, Roma, S. Luigi dei Francesi.

Vedere

Vide e credette.
Giovanni 20,1-9 – Domenica, 4 aprile 2021, Pasqua.

L’adesione al Cristo non è un accessorio della vita cristiana.
Il Giovedì Santo si ricorda l’istituzione dell’eucarestia, con la convinzione che il pane, così come fu benedetto, spezzato e condiviso da Gesù durante l’ultima cena, rappresenti la nostra esistenza materiale e spirituale – la nostra carne – secondo la prospettiva evangelica. Si tratta della stessa carne con la quale è venuto al mondo Gesù di Nazaret.

Il Venerdì Santo si ricorda come la nostra esistenza materiale e spirituale – la nostra carne, che è la stessa di Gesù di Nazaret – possa essere offerta agli altri; donare la propria esistenza, la propria vita individuale ad un altro, significa anche che ciascuno ha la propria storia personale all’interno della quale potrà donarsi in un modo specifico che appartiene solo a lui ( o a lei); i modi di donarsi agli altri nella prospettiva evangelica sono tanti quanti gli uomini e le donne che abitano la terra.
Vite vissute in modi molto differenti l’uno dall’altro possono rappresentare lo stesso tipo di dono. Nel corso della storia molti cristiani si sono trovati nella condizione di offrire la propria vita in maniera radicale, fino al limite massimo consentito, quello rappresentato da Gesù che muore crocifisso: è il caso di tutti i martiri cristiani; piuttosto che rinnegare il Cristo e il suo vangelo hanno seguito l’esempio di Gesù di Nazaret.

Il Sabato Santo tutto tace: resta solo il silenzio. D’altronde, cosa si potrebbe dire davanti a Gesù morto sulla croce, sepolto e chiuso in una tomba?

Poi viene la Domenica: Pasqua. Di “resurrezione”: la nostra carne – quella stessa con la quale è venuto nel mondo Gesù di Nazaret – risorge.
Torna utile ricordare il versetto di Paolo: “Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria.”

Ecco il punto: vedere la Vita che si manifesta: Maria di Magdala vide la pietra ribaltata; l’altro discepolo vide le bende; Pietro vide il sudario.
E noi? Cosa vediamo noi?
Ogni giorno, lo sappiamo, possiamo essere quelli che attraversano il Mar Rosso inseguiti dagli eserciti del Faraone (Esodo 14); ogni giorno possiamo essere Daniele che prega nella fossa dei leoni (Daniele 6, 17-25), Giobbe sul mucchio di letame (Libro di Giobbe), Ester vagante nel palazzo di Assuero (Ester 4,16). Susanna che convoca Dio tra i giudici (Daniele 13), Anna, supplice nel santuario (1 Samuele 1, 9-18) oppure il Salmista … che spera contro ogni speranza. (Salmo 70)

Ma quando siamo anche Maria di Magdala? E l’altro discepolo? E Pietro?
Possiamo esserlo ogni giorno?
Ad ascoltare l’esperienza comune, la carne risorta, quella nostra che risorge con il Cristo, non si manifesta così spesso e neanche in maniera così evidente.
La risurrezione del Cristo “si manifesta” quando vediamo il “di più” che eccede i nostri corpi e che annienta la morte e tutti i suoi correlati mondani (vestizione, funerali, sepoltura, liturgie, fiori e culti vari). Il Cristo risorto annuncia anche la nostra Resurrezione: ora, oltre che “dopo”. Annuncia che anche la nostra carne può essere “donata”, “condivisa” e “glorificata”. Il Cristo Risorto manifesta la liberazione avvenuta, distrugge l’ostacolo a vedere e ad essere “la nostra vita”; la Chiesa parla di unificazione con il Cristo: bisogna finalizzarsi ad essere tutt’uno con il Cristo.
Ecco. Chiaro? Questo è quello che (per i sacerdoti prima di tutti gli altri) dovrebbe essere chiaro, almeno idealmente e a livello di comprensione personale.

In effetti, il mondo non fa che negare questa liberazione con l’omicidio in tutte le sue forme, da quello brutale e sanguinoso, fino all’abuso di potere, dal più turpe al più banale.
Ogni volta che appare la parola della verità, della trasparenza, la parola che vive, risuscitata perché non ha più bisogno di mentire e di nascondersi, spunta una voce anonima che oppone il linguaggio dei morti: “Moltiplicano le loro pene quelli che corrono dietro a un dio straniero.
Io non spanderò le loro libagioni di sangue, né pronuncerò con le mie labbra i loro nomi”. (Salmo 16,3). 

Questo può accadere sempre: abbiamo nella memoria la passione di Gesù, ma non dimentichiamo il massacro degli innocenti ordinato da Erode già all’incarnazione del Verbo (Mt 2, 16). Neanche i discepoli a tutta prima credono alla verità riportata da Maria di Magdala: non ci credono, non è possibile! – “Non ho altro pane che le mie lacrime, sono ammaccato fino alle ossa, io che sento ogni giorno dire: Dov’è il tuo Dio?” (Salmo 41).
Nella morte, ogni giorno, siamo battezzati con Cristo.
Non sempre c’è sangue e per questo motivo siamo inclini a credere che sia qualcosa di meno che una vera morte. Ma non è così. Si muore ogni giorno anche di una cottura a fuoco lento, fatta di piccole e reiterate sottomissioni alla schiavitù della morte, di misere negazioni contro l’unico, inoppugnabile fatto: la vita risorge ogni giorno. A Pasqua? No, tutti i giorni.

Ma noi siamo anche Abramo che ostinatamente e in buona fede crede sempre di dover sacrificare qualcosa a Dio, che Dio si aspetti da lui un sacrificio, con la spada o senza spada: comunque un sacrificio, che assume il lugubre tanfo di una fede morta e rinsecchita, in attesa di punizione.

Non è la stessa situazione di molti? Non vi ci siete mai trovati? Io sì.
Gloria del consenso informato all’immolazione?
Forse, se acconsentiamo al sacrificio, risparmiamo versamenti di sangue?
Pasqua.
Battezzati nella morte con Cristo – la fossa, il fango, l’umiliazione, il mar Rosso – familiari con la sofferenza (Isaia 53, 3), siamo anche risorti con lui.
Siamo Noè che esce dall’arca per una nuova creazione (Genesi 8-9).
Siamo Davide vittorioso sul gigante Golia (1 Samuele 17,49).
Siamo gli amici dello sposo. (Mc 2,19.
Siamo Giuditta trionfante su Oloferne (Giuditta 13).
Siamo Maria di Magdala e rivendichiamo il Cristo vivente (Gv 20,18).
Siamo Nicodemo, rinati dall’alto (Gv 3, 3). 
Abbiamo visto e crediamo. Risorti. Liberi. Liberi da ogni catena.
Non c’è in me uno spazio determinato e puro che contenga il Risorto: no! Sono tutto risollevato, abitato dal Risorto, vivo per la Parola che vive. E non sono io a risorgere, da solo, l’ha fatto Lui, l’ha voluto Lui, una volta per tutte. E per tutti.

Non è forse questa una buona notizia?
La nostra bellezza distrutta viene restaurata a immagine del Cristo. siamo attesi nella sala delle nozze, lì dove si realizza la promessa al Ladrone e quella a Maddalena.
Andremo all’invito?
Abiteremo la nostra carne compiuta?
La stessa di Dio?
La pietra è rotolata via: colpita da una forza tremenda che spalanca la tomba.
È il tremendum della meraviglia, dello stupore, che produce tremore.
Tremore? Sì. Perché ci riguarda. E poi: che ne sarà di chi si è dato per morto prima della manifestazione?
La tomba è vuota. Il morto non è lì. La morte non è. Il suo potere indiscusso è giunto al termine, la maledizione tolta, il terrore abbattuto. Rimane la gloria della vita. Una vittoria totale.
Un percorso, una via che – iniziata con queste parole: “mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai». (Gn 3,19), – finisce così:

«Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15, 55).
Di cuore auguro a noi tutti una quotidiana e continua Pasqua di resurrezione.

NB: in copertina, Beato Angelico, Noli me tangere.

L’inganno e la pietra

Chi ci rotolerà via la pietra?

28 marzo 2021 – Domenica delle Palme
Vangelo: Marco 14 e 15

La Domenica delle Palme offre la lettura della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. 
Oggi mi soffermo sulla seconda parte del primo versetto (cap. 14): “I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo”.
Non proprio un lavoro da preti e da intellettuali.
Un lavoro da criminali?
Certamente anche oggi non mancano categorie umane che hanno imparato molto bene la tecnica dell’inganno descritta nel vangelo odierno.
A partire da Socrate, che pone a sé e ad altri domande a proposito del vero e dell’opinione, inizia ufficialmente il grande percorso della cultura occidentale di matrice greca.
Contemporaneamente, dai Sofisti in poi, tutti hanno imparato a farsi difensori delle più disparate cause, puntellate da “ottime” ragioni. Da allora, ogni argomentazione ben trovata può essere utilizzata per servire qualsiasi causa, sia in nome della giustizia, che in nome della menzogna, in genere mascherata da giustizia. In quest’ultimo caso siamo di fronte all’inganno, il cui obiettivo finale è spesso il mantenimento del potere e/o l’accumulo di denaro.

L’uccisione di Gesù di Nazaret richiede l’inganno, in particolare che si finga di servire una ragione superiore alla vita stessa. Infatti, l’ultima “ottima” ragione invocata dal sinedrio sarà: salvare l’onore di Dio: “Ha bestemmiato!” (Mc 14, 64).
La trappola è esecrabile, spregevole, ma ha funzionato.

Dal momento in cui il Cristo dice: “Io lo sono” fino ad oggi, basta che un sommo sacerdote faccia una grande gesticolazione, incitando l’opinione pubblica per girarla dalla sua parte, si strappi le vesti, accusando qualcuno di blasfemia e bestemmia, che senza meno compaiono a frotte folle anonime che invocano l’anatema: “Tutti dissero che meritava la morte” (Mc 14, 63-64).
Una volta imbastita per bene la menzogna, colui che si vuole distruggere, diventa oggetto di derisione.
La derisione dell’imputato è la drammatizzazione della menzogna, quando la massa anonima non ha più ritegno: “Alcuni cominciarono a sputargli addosso, gli coprirono il volto con un velo e lo picchiarono dicendo: “Sii un profeta, dicci chi ti ha colpito!” E le guardie lo schiaffeggiano (Mc 14,65). La verità viene squalificata con un crescendo di colpi e calunnie pubbliche.
Ma questo non è ancora sufficiente per garantire la sconfitta dell’imputato e la vittoria dell’accusa.
L’imputato deve essere ancora condotto davanti al governatore romano, Pilato, che è il solo ad avere il potere di pronunciare la condanna.
Come dire che alla causa religiosa si aggiunge poi la causa politica.
Pilato è furbo, si accorge dell’ “invidia” di sacerdoti e scribi (Mc 15,10), e, rivolgendosi alla folla, li provoca indirettamente, chiamando in causa il popolo:
“Che cosa devo fare allora di colui che chiamate il re dei giudei?”
La massa anonima non brilla come si sa, il caso è delicato, chiedere la liberazione del “Re dei Giudei” potrebbe suonare come ribellione contro il potere di Roma, si rischiano rappresaglie; sacerdoti e scribi sobillano il popolo. 
Finalmente tutte le “ottime” ragioni convergono verso l’obiettivo finale: “Crocifiggilo!”, grida la folla. Come dire: “E basta! Sbarazzatecene una volta per tutte!”
Gesù diventa un giocattolo nelle mani dei suoi aguzzini: “cominciarono a inchinarsi davanti a lui: ” Salve, re dei Giudei! ” (Mc 15, 18-19). Siamo alla crudeltà gratuita, esercitata per puro piacere da chi, sentendosi più forte perché giustificato dal gruppo, si appropria di chi è più debole al solo scopo di umiliarlo fino ad annientarlo.
Più tardi, quando Gesù sarà sulla croce, continueranno tutti insieme ad insultarlo: “Salva te stesso, scendi dalla croce! “… Allo stesso modo, i capi dei sacerdoti lo schernivano con gli scribi … Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano” (Mc 15,30), sottolinea l’evangelista.
Un vero disastro: la sconfitta abissale dell’uomo.
Finalmente morto, schiodato dalla croce, Gesù viene avvolto in un sudario e posto nella tomba. E sopra la tomba un macigno gigante: “rotolarono una pietra contro l’ingresso del sepolcro” (Mc 15,46).
Come dire: “Finalmente è finita! Non ci darà più grane!” Il fatidico “ci abbiamo messo una pietra sopra”.

E ora: “Chi ci rotolerà via la pietra per sgomberare l’ingresso del sepolcro?” (Mc 16,3).
Questa è la domanda che tutti potremmo porre a noi stessi.
Non soltanto gli umiliati e gli offesi, ma anche coloro che hanno umiliato ed offeso.
L’autentica buona notizia non è solo per coloro che sono afflitti, perseguitati, insultati, è anche – e soprattutto – per gli sconfitti dal male “ora”, perché non sono stati sconfitti definitivamente, sono ancora sulla via dove si può essere perdonati. Per loro risuonano le parole: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.” Ci sono persone – anche tra sacerdoti non sommi e scribi – che non sanno quello che fanno, e altri che lo sanno bene: questi ultimi sono “ora” gli sconfitti del male. Per costoro “ora” è il momento di vedere e di chiedere:
“Chi ci rotolerà via la pietra per sgomberare l’ingresso del sepolcro?”
Bisogna crederci, bisogna aver conservato la fede, altrimenti questa domanda, l’unica forse veramente autentica, non potrà mai essere posta.

Il Cristo non ha ancora detto la sua ultima parola. La storia non è finita.

NB: in copertina, Magritte, Il Castello dei Pirenei, 1959; per la fonte dell’immagine clicca qui.

L’ora

Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire?
Padre, salvami da quest’ora?
Ma per questo sono giunto a quest’ora!

21 marzo 2021 – Quinta Domenica di Quaresima
Vangelo: Gv 12,20-33

Tutti i vangeli sono incentrati sulla passione e sulla risurrezione. Il vangelo di Giovanni sembra quasi un conto alla rovescia: tutto converge verso “l’ora”.
“Non è ancora giunta la mia ora” dice Gesù all’inizio del vangelo (Gv 2, 4) a sua madre che lo spinge al centro della scena pubblica durante le nozze di Cana.
“E’ giunto il momento. Ed è questo … ” dice Gesù alla Samaritana. (Gv 4, 23).
Oggi degli stranieri (alcuni greci) cercano di vedere Gesù: “L’ora è venuta”, risponde il Maestro.

Tutte le fasi della Sua vita conducono a questa “ora” cruciale, quella del passaggio da questo mondo al Padre. (Gv 13, 1).
A Cana Gesù ha versato il vino della gioia, in Samaria ha dato la risposta risolutiva ad una donna affaticata, ora a Gerusalemme si manifesta anche agli stranieri.
Ad ogni ora, Gesù entra più profondamente nell’ora: si carica di tutti gli incontri che un uomo può avere in una vita, raccoglie tutte le ore che ha vissuto, per riunificarle in un’ora unica, piena e compiuta, che ha l’aspetto di un presente istantaneo e assoluto. Potrebbe essere sinonimo di “adesso”. Non è facile da immaginare, Gesù evoca perfino la possibilità di una liberazione da quel frangente: “Padre, liberami da quest’ora“. In ogni caso è un’ora da affrontare, una ricapitolazione, ordinata, posta nella mano del Padre. Porta a scoprire che ogni attimo è stato già abitato dal Padre, visitato dallo Spirito e ha la consistenza della carne che l’ha vissuto.
L’ora del Padre è quando ci rendiamo conto che non esiste sfasamento orario tra il tempo del Padre e il tempo della nostra carne, quando ci rendiamo conto che i due tempi coincidono, anzi sono lo stesso tempo. Questa “messa in fase” definitiva nei Vangeli è designata dall’espressione “passione, morte e risurrezione”.
Quando il nostro tempo incarnato, completo del nostro vissuto, qualunque esso sia, si adegua in senso assoluto al tempo di Dio, ogni ora – comprese quelle difficili, complicate, perse, agitate, troppo veloci, troppo lente – si svela nella sua piena dimensione.
Questo dev’essere ciò che deve aver vissuto il bandito crocifisso accanto a Gesù: la sua vita devastata dal crimine si compie attraverso il riconoscimento del Cristo e passa in pochi istanti dall’inverno, all’ora, all’adesso della primavera. (Lc 23, 39-43).
Sembra un paradosso, lo so, ma perde tutta l’apparenza del paradosso se pensiamo all’altro bandito: sembra non riconosca il Cristo e non riesca ad appropriarsi del senso della propria ultima terribile vicenda, che addirittura lo accumuna a quello che sta lì accanto a lui e dice di essere il Figlio di Dio.
Qui affiora forse anche uno degli aspetti più tragici della libertà che appartiene all’uomo e alla donna: non volere riconoscere il Cristo, non mollare, non chiedergli neanche di presentarsi. Questo è il punto: non siamo noi a poter incontrare il Cristo, tramite i nostri ragionamenti, è Lui che si manifesta, ed è tanto delicato da farlo solo se uno lo cerca e glielo chiede …

Quando Gesù parla della sua prossima ora, non evoca una tragedia personale, parla dell’esperienza che – a vari livelli – conoscono tutti quelli che sono aperti alla vita.
Qualsiasi essere che circoli in questo mondo come una persona vivente e non come un morto che cammina, sa che sta andando verso la “sua” ora: un istante in cui sarà messo alle strette, interrogato, dove tutte le ore della sua vita, specialmente quelle che gli sembravano prive di senso, acquisteranno tutto il loro significato e saranno “giustificate”: l’ora in cui tutti i pendoli saranno rimessi all’ora esatta e dunque suoneranno al momento giusto.

Prima di arrivare alla sua ora, Gesù ha già conosciuto le ore dell’accusa, dell’ostilità. Sa qual è la posta in gioco: la vita di ogni essere umano.
La passione che si avvicina, la prova, la morte porteranno a compimento tutte le ore episodiche della sua esistenza terrena, così come accade per ogni persona: i molteplici episodi in cui siamo in contrasto con le logiche circostanti, in cui siamo malvisti, sgraditi, un giorno culminano in un “affare” più preciso e minaccioso: l’ora si avvicina, ed è l’ora in cui le scelte fatte a tastoni possono diventare scelte deliberate.
Si rischia, secondo le situazioni, la pelle, la reputazione, la posizione, la faccia, il futuro, la credibilità, si può andare verso un sì e verso un no e allo stesso tempo si ha la piena consapevolezza, di non voler agire diversamente.

Mentre Gesù passa da questo mondo al Padre, attesta che nulla è perduto nelle nostre vite, per chi resta nel Padre. “Chi perde la sua vita in questo mondo la conserva per la vita eterna”: perdere la vita, in senso lato, cioè nel senso di qualsiasi perdita che appaia impossibile da vivere o da tollerare, non è una rinuncia stoica al mondo o un atto di eroismo; è “sapere” che il mio pendolo sta scoccando l’ora esatta, quella che assicura la vita, perché lo Spirito ha già glorificato la vita e di nuovo la glorificherà. (Gv 12,28).

È un modo per dire che tutto finisce per sistemarsi?
Sì, perché è l’ora in cui le apparenze non hanno più corso. Si risorge. Ci vogliono “tre giorni”, un lasso di tempo, perché tutto questo si manifesti … e non tutti ci crederanno.
Gesù morì sulla croce e fu posto nel sepolcro dove rimase per tre giorni.
Quale puntualità è, quella del Padre? Quando Gesù viene crocifisso, i passanti gli dicono di scendere di lì, Lui potrebbe farlo se fosse veramente il Figlio del Dio!
L’ora del Padre è … una lieta continuazione, non giunge come un lieto fine alla maniera dei film romantici o della cavalleria all’ultimo minuto.

“Sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!” (2 Cor 6,9-10).
L’ora del Padre è quella in cui mi affido, chiedo e scopro di essere un uomo libero che non ha più dubbi su chi custodisca la sua vita.