L’inganno e la pietra

La Domenica delle Palme offre la lettura della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. 
Oggi mi soffermo sulla seconda parte del primo versetto (cap. 14): “I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo”.
Non proprio un lavoro da preti e da intellettuali.
Un lavoro da criminali?
Certamente anche oggi non mancano categorie umane che hanno imparato molto bene la tecnica dell’inganno descritta nel vangelo odierno.
A partire da Socrate, che pone a sé e ad altri domande a proposito del vero e dell’opinione, inizia ufficialmente il grande percorso della cultura occidentale di matrice greca.
Contemporaneamente, dai Sofisti in poi, tutti hanno imparato a farsi difensori delle più disparate cause, puntellate da “ottime” ragioni. Da allora, ogni argomentazione ben trovata può essere utilizzata per servire qualsiasi causa, sia in nome della giustizia, che in nome della menzogna, in genere mascherata da giustizia. In quest’ultimo caso siamo di fronte all’inganno, il cui obiettivo finale è spesso il mantenimento del potere e/o l’accumulo di denaro.

L’uccisione di Gesù di Nazaret richiede l’inganno, in particolare che si finga di servire una ragione superiore alla vita stessa. Infatti, l’ultima “ottima” ragione invocata dal sinedrio sarà: salvare l’onore di Dio: “Ha bestemmiato!” (Mc 14, 64).
La trappola è esecrabile, spregevole, ma ha funzionato.

Dal momento in cui il Cristo dice: “Io lo sono” fino ad oggi, basta che un sommo sacerdote faccia una grande gesticolazione, incitando l’opinione pubblica per girarla dalla sua parte, si strappi le vesti, accusando qualcuno di blasfemia e bestemmia, che senza meno compaiono a frotte folle anonime che invocano l’anatema: “Tutti dissero che meritava la morte” (Mc 14, 63-64).
Una volta imbastita per bene la menzogna, colui che si vuole distruggere, diventa oggetto di derisione.
La derisione dell’imputato è la drammatizzazione della menzogna, quando la massa anonima non ha più ritegno: “Alcuni cominciarono a sputargli addosso, gli coprirono il volto con un velo e lo picchiarono dicendo: “Sii un profeta, dicci chi ti ha colpito!” E le guardie lo schiaffeggiano (Mc 14,65). La verità viene squalificata con un crescendo di colpi e calunnie pubbliche.
Ma questo non è ancora sufficiente per garantire la sconfitta dell’imputato e la vittoria dell’accusa.
L’imputato deve essere ancora condotto davanti al governatore romano, Pilato, che è il solo ad avere il potere di pronunciare la condanna.
Come dire che alla causa religiosa si aggiunge poi la causa politica.
Pilato è furbo, si accorge dell’ “invidia” di sacerdoti e scribi (Mc 15,10), e, rivolgendosi alla folla, li provoca indirettamente, chiamando in causa il popolo:
“Che cosa devo fare allora di colui che chiamate il re dei giudei?”
La massa anonima non brilla come si sa, il caso è delicato, chiedere la liberazione del “Re dei Giudei” potrebbe suonare come ribellione contro il potere di Roma, si rischiano rappresaglie; sacerdoti e scribi sobillano il popolo. 
Finalmente tutte le “ottime” ragioni convergono verso l’obiettivo finale: “Crocifiggilo!”, grida la folla. Come dire: “E basta! Sbarazzatecene una volta per tutte!”
Gesù diventa un giocattolo nelle mani dei suoi aguzzini: “cominciarono a inchinarsi davanti a lui: ” Salve, re dei Giudei! ” (Mc 15, 18-19). Siamo alla crudeltà gratuita, esercitata per puro piacere da chi, sentendosi più forte perché giustificato dal gruppo, si appropria di chi è più debole al solo scopo di umiliarlo fino ad annientarlo.
Più tardi, quando Gesù sarà sulla croce, continueranno tutti insieme ad insultarlo: “Salva te stesso, scendi dalla croce! “… Allo stesso modo, i capi dei sacerdoti lo schernivano con gli scribi … Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano” (Mc 15,30), sottolinea l’evangelista.
Un vero disastro: la sconfitta abissale dell’uomo.
Finalmente morto, schiodato dalla croce, Gesù viene avvolto in un sudario e posto nella tomba. E sopra la tomba un macigno gigante: “rotolarono una pietra contro l’ingresso del sepolcro” (Mc 15,46).
Come dire: “Finalmente è finita! Non ci darà più grane!” Il fatidico “ci abbiamo messo una pietra sopra”.

E ora: “Chi ci rotolerà via la pietra per sgomberare l’ingresso del sepolcro?” (Mc 16,3).
Questa è la domanda che tutti potremmo porre a noi stessi.
Non soltanto gli umiliati e gli offesi, ma anche coloro che hanno umiliato ed offeso.
L’autentica buona notizia non è solo per coloro che sono afflitti, perseguitati, insultati, è anche – e soprattutto – per gli sconfitti dal male “ora”, perché non sono stati sconfitti definitivamente, sono ancora sulla via dove si può essere perdonati. Per loro risuonano le parole: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.” Ci sono persone – anche tra sacerdoti non sommi e scribi – che non sanno quello che fanno, e altri che lo sanno bene: questi ultimi sono “ora” gli sconfitti del male. Per costoro “ora” è il momento di vedere e di chiedere:
“Chi ci rotolerà via la pietra per sgomberare l’ingresso del sepolcro?”
Bisogna crederci, bisogna aver conservato la fede, altrimenti questa domanda, l’unica forse veramente autentica, non potrà mai essere posta.

Il Cristo non ha ancora detto la sua ultima parola. La storia non è finita.

NB: in copertina, Magritte, Il Castello dei Pirenei, 1959; per la fonte dell’immagine clicca qui.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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