Gli Uni e gli Altri

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi
e la vostra gioia sia piena

Giovanni 15,9-17– Domenica, 9 maggio 2021, Sesta Domenica di Pasqua.

“Amatevi gli uni gli altri.” Queste parole risuonano ancora una volta. Sono diventate lo slogan del cristianesimo. Al punto da diventare perfino una trappola.
Il cristiano dovrebbe provare sentimenti di amore per tutti gli uomini; amore reciproco di tutti con tutti: impossibile! Eppure siamo su questo, giudicati e condannati, nel nome stesso del vangelo, che ci piaccia o non ci piaccia.
L’obiezione più comune che molti si sentono porre è: “Conosci il vangelo, ti dici cristiano, ma non mi sembri così ben disposto verso tutti!”. 

“Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.”
“Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone.”
“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi.”
“Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga.”

Ultimamente qualcuno ha commentato le mie riflessioni sul Vangelo, dicendo pressappoco così: “Ehi, amico! Il tuo Dio è un po’ troppo assertivo! D’altronde, stiamo parlando di monoteismi e certo non ci aspettiamo il pluralismo…” E – aggiungo io – tanto meno la parola sincera, l’ascolto senza pregiudizi, e, per gli addetti ai lavori, una vera concertazione e la sinodalità.
Va bene, allora mettiamola giù un po’ più dura: il mio Dio dice che io sono suo amico, solo se faccio quello che dice lui. Bada, che mi chiama amico e non più servo (sottinteso: come invece mi spetterebbe di essere chiamato). Comunque Lui mi ha “promosso” e mi dice tutto ciò di cui è a conoscenza, perché glielo ha detto suo padre. Aggiunge che non sono stato io a volerlo come amico, ma che è lui che mi ha scelto. E per giunta mi ha costituito, mi … ci ha mandato (nel mondo) e si aspetta anche che produca un risultato durevole e permanente nel tempo.
Capisco: c’è di che rimanere perplessi; esistono genitori, professori e superiori che ragionano in modo apparentemente molto simile!
Ora vi riporto, in sintesi ed estremamente semplificato, un “dialogo tipo” assai frequente:

Lei/lui, con aria sospettosa: “Tu mi stai prendendo in giro”
Lui/lei, con aria innocente: “Non è vero! Perché dici così?
Lei/lui: “Mi nascondi qualcosa”
Lui/lei: “ Cosa te lo fa pensare?”
Lei/lui, con aria rivelatrice, tra il materno o il paterno: “Non fai quello che io ritengo tu dovresti fare: mi aspettavo meglio.”
Lui/lei, in preda al panico: “Ma che pretendi?”
Lei/lui, tra l’irato e il deluso: “Che tu mi rispetti e mi voglia bene come dici!”
Lui/lei, ormai perdente: “Perché tu lo fai sempre? Ti ricordo che tu hai voluto che vivessimo insieme!”
Lei/lui, ormai disfatta/o: “Non è vero, sei stato tu.”

E’ una tipica discussione tra partners infelici.

Accuse, tentativi di colpi di stato, si vuole prendere il potere con una strategia soft (!), di tipo colpevolizzante e svalutante: non mi ami, ne soffro, quindi è colpa tua se sono infelice, non fai o addirittura non sei abbastanza.
Strategia bugiarda, volendo far credere a un altro che la propria vita e la propria felicità dipendano da lui o da lei: come se lui o lei fossero una divinità. Nello  stesso momento in cui si tenta di conquistare/ influenzare/dominare/possedere l’altro, gli si regalano i mezzi per assoggettarci in una relazione che, a mio modesto avviso, tutt’altro è che d’amore e tanto meno d’amicizia, ammesso che amore e amicizia possano essere la stessa cosa o che l’uno includa l’altra.

Il tipo di relazione che emerge in questo caso si basa su un equivoco, su un vero fraintendimento.
Chi accusa parte dal sentimento di non sentirsi preso in considerazione nel qui e ora, il che può anche essere vero, perché non sempre sentirsi in questa condizione dipende da un trauma infantile – diciamolo. Ma chi risponde sta comunque ammettendo di non sapere o di non capire e infatti nega quello che all’altro sembra un’evidenza.

Sta proprio qui la chiave di comprensione che fa la differenza tra il “chiamare amici” del Nazareno e una certa, frequente concezione dell’amore, che idealizza il sentimento amoroso a tal punto da immaginare di poter possedere l’altro, tutto, per forza, esattamente così come vorremmo che fosse, esattamente commisurato ai nostri bisogni; un tipo di sentimento che certamente non si può avere per tutti e che non ha come base il rispetto della libertà per l’altro di essere come è.

Questa necessità di tenere l’altro tutto per sé è spesso alla radice di molte relazioni che sono ancora lontane da quell’ “amatevi gli uni gli altri” di cui si parla nel Vangelo di questa domenica. Comprendere questo rappresenta solo un inizio “laico” per cominciare a realizzare che il cristianesimo non è una visione teorica a metà strada tra l’utopia e il buonismo da una parte, e la teocrazia dall’altra.

“Amico”, titolo raro, usato spesso a torto e di traverso, per legare in una complicità che non ha ragion d’essere, perché non è basata sul rispetto dell’altro. Non si sceglie di essere amici: lo si è per qualche insondabile ragione che ha determinato un incontro. C’è perfino la sensazione di essere stati condotti a quell’incontro; di essere stati scelti apposta.

Non è per desiderio che si diventa amici, ma per elezione. Ci si riconosce tali, ma solo un altro può dichiarare “Tu sei mio amico”. E può farlo solo faccia a faccia: in presenza. Non sono io che posso stabilire l’amicizia di un altro nei miei confronti, posso solo offrire la mia, che (peraltro) potrebbe anche essere rifiutata.

E devo essere sveglio, quando mi dichiaro amico di qualcuno, perchè questo non mi dà legittimamente alcuna forma di potere su di lui. Ed è lo stesso quando mi dico amico di Gesù Cristo: non ho alcuna forma di potere su questo Dio del monoteismo. Se pensassi il contrario, sarei un impostore.

Dobbiamo abbandonare la convenzionalità e i sofismi della lingua dell’abitudine, per percepire il peso della verità di quel che andiamo dicendo, quando sosteniamo di amare qualcuno: un fratello, un padre, un partner, ma anche “i poveri”, “i malati”, il “prossimo”. Non si ama la propria felicità altalenante , si ama un altro: è molto diverso. Chi ci riesce rende più liberi tutti quelli che incontra e sa che questa meravigliosa possibilità, riservata soltanto agli esseri umani, non è l’imperativo di un Dio capriccioso, ma il dono di un Dio che non costringerà mai nessuno ad amarlo.

“Ama e fa ciò che vuoi”, diceva giustamente sant’Agostino; e Lui ci chiamerà “amici”.

NB. In copertina, Gustav Klimt, “Morte e Vita”, PD.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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