Credenti

Caravaggio - Vocazione di Matteo - Public Domain

Pur non avendo visto…
Giovanni 20,19-31 – Domenica, 11 aprile 2021. Ottava di Pasqua.

La tomba è spalancata, trasformata nel luogo dell’assenza della morte.
La porta del luogo dove sono radunati i discepoli invece è chiusa. Sono barricati dentro; nella prostrazione e nella paura, quel luogo rischia di trasformarsi in un luogo di assenza della vita. Proprio in questo frangente sopraggiunge Gesù con un chiaro messaggio di pace, mostrando mani e costato: i discepoli lo riconoscono e ne gioiscono.
Tommaso non c’è. Didimo (questo è il suo soprannome, che significa “il gemello”) è assente.
Per otto giorni le parole dei suoi compagni non sono sufficienti per convincerlo che Gesù è vivo.
Si può capire: come si fa a credere che il Maestro, morto e sepolto, riappaia vivo e venga a trovarci?
E come mai, se l’apparizione è stata riconosciuta messaggera di pace e gioia, le porte del luogo dove si è realizzata, anche otto giorno dopo, sono ancora chiuse?
Il comportamento dei discepoli testimoni dell’apparizione – ancora barricati e paurosi – contraddice il significato del messaggio: invalida la testimonianza.
Tommaso, detto Didimo, vuole vedere e toccare Gesù vivo, portatore dei segni delle torture subite, altrimenti non crederà.
A pensarci bene, il voler vedere e toccare in questo caso assume connotazioni drammatiche: c’è un proverbio che mi viene in mente, “girare il coltello nella piaga”.
Forse questo toccare per indagare sulla verità rischia di essere apportatore di ulteriore sofferenza?
Forse Didimo pensa che la piaga non sia anche la sua? Non è di Didimo?
Ma forse anche lui è ferito, sebbene di una ferita meno evidente.
Probabilmente la morte del Maestro ha colpito profondamente anche Tommaso, ed ecco perché otto giorni dopo anche lui è ancora chiuso con gli altri.
E Gesù ritorna. Si fa vedere e toccare e poi lascia questo insegnamento:
“Beati quelli che pur non avendo visto crederanno.”
Quindi il Maestro c’è, è vivo e porta “consolazione” e “pace”, si fa messaggero di una condizione assoluta per noi … accessibile. Colui che gli uomini hanno tentato di far sparire, di disumanizzare, di cancellare – e perfino di disincarnare attraverso una falsa spiritualità o attraverso le incrostazioni del condizionamento culturale – è vivo.
Il Cristo è vivo, in mezzo a chi lo ha tradito, in mezzo a chi è fuggito e poi si è rinchiuso nella paura.
Io credo che per accostarsi alla carne di un altro ci siano due atteggiamenti molto diversi: uno di cura e premura attraverso il quale siamo in grado di curare le nostre e le altrui ferite, l’altro d’indagine razionale, attraverso il quale conduciamo un’inchiesta per sentirci preventivamente sicuri di non essere presi in giro.
Nel primo caso siamo disposti a voler bene, nel secondo pure, ma non abbiamo fiducia nell’altro. Entrambi gli atteggiamenti appartengono ai discepoli.
Alla vigilia della sua passione, Gesù si avvicina al corpo dei discepoli, ne tocca i piedi per lavarli e asciugarli: un atteggiamento di cura e premura, un atteggiamento d’amore. Quella stessa sera, durante l’ultima cena, consacra il pane e il vino come simbolo presente e futuro del suo corpo e del suo sangue. In questo modo – “prendetene e mangiatene tutti” – lascia che si mettano le mani su di lui, che lo si tocchi, che lo si afferri, sia per amarlo, sia per indagarlo, sia per ucciderlo. È così!
Il discorso non cambia, la verità rimane sempre la stessa. E la moltitudine che ha assistito e seguito l’incarnazione nel Gesù storico, continuerà ad agire in uno di questi modi: come i discepoli, come Pietro, come Giovanni, come Tommaso, come Maria di Magdala, che lo amano e/o lo indagano, ma anche come Caifa, Pilato e gli amici di Barabba, come coloro che sembra proprio lo abbiano rifiutato.
Infatti la verità rende liberi.
Liberi da cosa?
Di credere, di non credere, di essere più o meno razionali, più o meno disposti ad amare. Anche più o meno disposti ad odiare.
La verità, però, rimane inalterata: gli esseri umani vivono il tempo storico delle loro vite individuali raggruppandosi qui e là per le vie del mondo, e il tempo assoluto del Cristo, il tempo della Vita, quella condizione consolatoria e messaggera di pace.
Gesù, nel suo movimento verso Tommaso, detto Didimo – gemello nostro – permette l’indagine degli increduli. Tommaso alla fine esclama: “Mio Signore! Mio Dio!”
E noi?
Gesù non indaga, non condanna; gli uomini e le donne sanno indagare ed eventualmente condannare sia se stessi che gli altri.
Gesù ama, si offre, si lascia toccare, perdona, lascia che la vita sia, tutta non una parte sola.
Forse è questa percezione che manca ai discepoli per vincere la propria e l’altrui incredulità?
Ci raggruppiamo dentro le chiese – e le case comunitarie – ma siamo in grado di aprire la porta ed uscire?
O forse ci siamo assuefatti all’isolamento e rimaniamo barricati dentro?
Se apriamo le porte, possiamo toccare ed essere toccati dalle situazioni della vita e non saranno sempre semplici da affrontare, ma è proprio alla frazione del corpo che riconosciamo il Cristo, la Vita e i suoi testimoni.

È solo alla frazione del Suo e nostro pane, che riconosciamo Gesù vivo e i suoi discepoli attuali.

NB: in copertina, particolare tratto da Caravaggio, “La vocazione di Matteo”, Roma, S. Luigi dei Francesi.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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