Toccare, offrire, chiedere

“Avete qui qualche cosa da mangiare?”


Luca 24,35-38 – Domenica, 18 aprile 2021. Terza Domenica di Pasqua.

I due discepoli che stavano andando ad Emmaus sono appena rientrati a Gerusalemme perché hanno riconosciuto il Risorto nell’uomo incontrato per via. Vanno a raccontare la cosa ai compagni. In quel momento Gesù riappare di nuovo e loro – ci risiamo – si spaventano e pensano che sia un fantasma. C’è qualcosa che non quadra in questa storia. Perché questi hanno ancora dubbi e si spaventano?
Luca racconta, e i biblisti insegnano che il suo racconto ha valore soprattutto apologetico, perché rivolto a persone di cultura greca, per le quali credere alla risurrezione dei morti risultava un tantino problematico. D’altronde potrebbe essere un tantino problematico anche per qualcuno di noi.
Comunque Paolo ad Atene non aveva convinto quasi nessuno: “Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: ‘Su questo ti sentiremo un’altra volta.’” (At 17,32). Luca però insiste sul fatto che Gesù risorto ha un corpo di carne e ossa e che mangia il pesce arrostito con i discepoli.
Questa storia oggi – per me – assume un aspetto del tutto nuovo.
Non ho incontrato Gesù a Gerusalemme, e neanche ad Atene, dove non sono mai stato, ma sono certo di averlo incontrato più volte in vari posti. Magari si potrà dire: “Questo ce lo dici un’altra volta…”
Gesù ha predicato in lungo e in largo per la Palestina, dicendo che Lui vive in ogni persona che incontriamo. Purtroppo, noi lo riconosciamo raramente, o per il suo modo di spezzare e offrirci il pane, o quando ci chiede del pane: “Avete qui qualcosa da mangiare?”
Per me mangiare con altri intorno ad un tavolo si è rivelato spesso il momento del riconoscimento, ma non succede sempre, evidentemente.
C’è una condizione personale dentro la quale è possibile offrire il proprio pane o chiederlo senza sentirsi a disagio, ma sono tali le incrostazioni delle abitudini, degli usi, dell’agire e del reagire, che talvolta ci confondiamo anche su questo.
Chi “dà” senza problemi, chi “invita al proprio desco” per così dire, in genere non si aspetta nulla in cambio perché questa forma del dare è vissuta attivamente come un’offerta che fa piacere per primo a chi la fa.
Esiste, e non è un male di per sé, il “dare” in attesa di una contropartita, l’invito di convenienza, ma questo non è ciò di cui parla il vangelo.
La confusione è generata  dal fatto che spesso, parecchi cristiani – e molto a lungo – hanno creduto di “dover” offrire, per meritare… la vita eterna.
Invitare al proprio desco, vale a dire offrire pace, affetto e anche cibo a qualcuno, per far piacere a un Dio che per questo ci ricompenserà, è un discorso da bambini. Va bene agli albori della coscienza, allo svezzamento dalla barbarie. La questione è molto più profonda e radicale.
Alcuni si offrono, si prestano, invitano, sono gentili in vista di un ritorno tangibile o emotivo; sono brave persone, va bene, ma l’aspettativa di reciprocità, presenza, considerazione o riconoscimento a tutti i costi ha una radice che va ben al di là degli usi e delle gentilezze più o meno formali. La sana reazione ad un invito a pranzo ricevuto da una persona cui vogliamo bene, consiste in un meraviglioso sentimento di gratitudine: non dovremo cucinare e mangiare da soli…?

Se c’è una relazione “vitale” tra due persone o all’interno di una famiglia o tra un gruppo di amici, l’offrire dell’uno è intimamente connesso col senso di gratitudine dell’altro.

È vero anche che possono capitare diversi incidenti: chi riceve troppo, chi è molto “invitato” si abitua e non è detto che viva la gratitudine o un sincero desiderio di reciprocità; chi dà troppo per sentirsi riconosciuto e gratificato, si svuota e si deprime. In questo modo falliscono le relazioni.
Esiste una “reciprocità”, di cui spesso si parla, ma non è la conseguenza deterministicamente certa del dono evangelico di cui ci diciamo portatori. È bene sottolineare che la “reciprocità” potrebbe già essere un buon frutto del legame sociale, ma non è la caratteristica fondante della relazione d’amore in senso evangelico: il tralcio, per quanto si adoperi a produrre uva, non sarà mai in grado di restituire le stesse cure avute dal vignaiolo, per il semplice fatto che qualsiasi esito abbia la raccolta, dipende esclusivamente dal vignaiolo l’aver piantato e fatto crescere la vigna.
C’è un altro aspetto nel vangelo di oggi, che allarga l’orizzonte anche sul saper chiedere: “Avete qui qualcosa da mangiare?” Gesù stesso vuole condividere il pasto con i suoi discepoli, lo sa e lo chiede. Gli offriranno del pesce arrostito. Vale a dire quello che i discepoli mangiano abitualmente, perché sono dei pescatori.
Alcuni non hanno difficoltà ad invitare, ma si sentono in imbarazzo già quando si tratta di ricevere un regalo o un complimento, figuriamoci dunque a chiedere…di essere invitati a pranzo!

Cosa temiamo quando ci sentiamo a disagio nel chiedere? Di fare brutta figura? D’impegnarci troppo? Di essere coinvolti nella reciprocità? Non ci sentiamo liberi? Non crediamo di meritare ciò che chiediamo? Siamo esorbitanti nella richiesta?
Queste sono questioni che non riguardano affatto la semplicità del chiedere di Gesù: “C’è qualcosa da mangiare qui?” Sappiamo anche che soleva dire “chiedete e vi sarà dato” oppure “ciò che chiederete nel mio nome l’otterrete”. Chiedere nel suo nome significa trovare la pace, quella che offre il Cristo quando lo riconosciamo.
E se ci pensiamo bene, in effetti, non c’è altro da fare a questo mondo che offrire ciò che siamo e chiedere ciò di cui abbiamo veramente bisogno.
La discordia che il discorso del Cristo può portare all’interno di qualsiasi comunità riguarda sempre la dinamica dell’offrire, del ricevere e del chiedere.
Se tutti fossimo sempre in grado di offrire tutto ciò che possiamo dare, vivremmo pacificati, e probabilmente sapremmo anche ricevere liberamente dagli altri.
Accettare di essere al mondo, intanto, è il primo passo, anche perché non ci sono altre possibilità. O meglio ce n’è un’altra che non sarà utile per nessuno: la schiavitù del lamento, dell’ostilità, del ricatto, di un grigiore etico, che può diventare notte e polvere da un momento all’altro. Possiamo contribuire attivamente – purtroppo – anche a costruire il nostro personale inferno in questa vita: nella nostra e in quella di chi ci vive accanto.
Se accetto di condividere la vita con gli altri, e quindi il cibo e la parola (le parole del dialogo quotidiano, come la Parola in senso molto più ampio), se anch’io riesco a chiedere “C’è qualcosa da mangiare qui?”, allora sono veramente risorto in carne ed ossa, liberato dalla schiavitù della morte, dal dovermi sempre sentire inferiore a quello che vorrei essere, perché so bene di non essere né eterno, né onnipotente, né creatore, perché so bene di aver bisogno degli altri e che gli altri hanno bisogno anche di me.
Non siamo noi il vignaiolo!
D’altronde quando siamo pacificamente riuniti intorno ad una tavola non è forse quello il momento di maggiore vulnerabilità, ma anche di maggiore gioia?
Basta un nulla, infatti, per scatenare l’allegria o il disagio sulla mensa familiare. E questo ci dovrebbe fare riflettere: “Cosa mangiamo qui? Cosa ci offriamo reciprocamente?” Quali sentimenti aleggiano sulla mensa comune? È sempre un’agape fraterna?
Quando ci lasciamo toccare, guardare, così come siamo, senza giudicare, senza falsi moralismi, cercando d’intessere autenticamente le nostre relazioni familiari o amicali, allora può svilupparsi quell’amore, quella comprensione che ci nutre realmente.
“Avete qualcosa da mangiare?” chiede Gesù. Dove possiamo trovarlo questo Gesù risorto nel ventunesimo secolo per offrirgli del pesce arrostito?
Non ad altezze o profondità irraggiungibili, ma molto vicino; vicino come sono vicini il padre, la madre, il figlio, l’amico, la moglie quando possiamo abbracciarli, vicino come quando condividiamo cibo e parole con la gioia di farlo.
La liturgia domenicale ci lascia due segni importanti per evocare questi due diversi tipi di vicinanza, entrambi molto fisici, molto corporei: la stretta di mano durante lo scambio di pace (dove ancora si pratica) e la comunione del pane e del vino (spesso ridotta alla piccola ostia). Sono segni istituiti per ricordare, per “fare memoria” della realtà profonda e liberatoria che è vicinissima a noi in ogni istante della nostra vita, purché siamo in grado di riconoscerla.

Basta lasciarsi toccare, saper offrire e saper chiedere.

NB: in copertina, Caravaggio, Cena di Emmaus (Fonte wikipedia,PD)

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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