Fiducia in riserva

«Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».

Marco 10,17-30 – Domenica, 10 ottobre 2021,
Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario

Gesù, dopo aver discusso con un certo brio in mezzo ai farisei su cosa sia la relazione tra uomo e donna, ha fatto un bagno di folla; alcuni genitori hanno portato davanti a Lui i propri figli perché li benedicesse; li ha benedetti, li ha abbracciati e ha colto l’occasione per completare il Suo insegnamento invitando tutti a “ricevere il Regno come dei bambini”.  Era il Vangelo di domenica scorsa.
A questo punto della narrazione si presenta un “tale” che non ha avuto la possibilità o non ha osato intervenire prima, e, incapace di resistere, pone finalmente la fatidica domanda:
«Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Dev’essere credente, un uomo pio; fin dalla giovinezza ha creduto nei comandamenti, li ha rispettati e messi in pratica: è un vero israelita; parla la stessa lingua di Gesù, il decalogo. Ma ora, come dice anche Paolo, da quella Legge sembra derivare una pratica che giunge ad estremi di coerenza. Forse difficili da guardare.

Osservare i comandamenti fin dalla giovane età, a cosa porta? Dovrebbe soddisfare i requisiti essenziali della fede. Il nostro “tale” ha sempre fatto tutto bene. In che cosa si potrebbe biasimarlo?
Anche oggi, come quel “tale” zelante e pio, tutti facciamo questa esperienza: l’osservanza della Legge lascia sempre un retrogusto di incompiuto, una sorta di insoddisfazione dovuta alla sensazione del limite.
Ecco allora che Gesù propone una cosa folle: il “tale” venda quello che ha, dia i suoi averi a chi ne ha bisogno, diventi finalmente ricco di un tesoro incommensurabile, e poi … cominci a mettere un piede davanti all’altro, sapendo solo di muovere passi sulle orme del Cristo.
Ecco una decisione fondamentale per chi sente un desiderio che va oltre l’osservanza della Legge.
Cosa insegna Gesù a quel “tale”?
Una “Legge” che conduce alla vita: mi insegna a non regolare i miei affari da solo, come fossi l’unico nato da donna sulla terra; a non cercare di salvare la mia pelle facendo affidamento solo sulle mie forze. So che non salvo la mia vita da solo, perché lo farà qualcun altro, che chiamo Padre. Questo Padre offre nelle mille circostanze della mia esistenza quotidiana i suoi percorsi originali e insoliti. Non obbedisco alla Legge come fine in sé, obbedisco per scoprire concretamente il Padre.
Tuttavia, come mai Gesù insegna che è più facile per un cammello passare per la cruna d’un ago, che per un ricco accedere alla vita eterna?
Il fatto è che mi posso permettere di vivere in povertà perché il Padre mi manda ogni giorno lo Spirito che traccia il cammino.

C’è un modo di essere ricchi (e per ricchezza intendo l’abbondanza di qualsiasi avere: danaro, potere, successo, ma anche sapere, conoscenze, abilità) che assomiglia al modo di quel “tale” di osservare scrupolosamente la Legge: uno si convince e crede di essere incontestabile: “Ho quello che serve, faccio quello che serve, in che cosa mi si potrebbe biasimare?”
A questo punto del ragionamento in genere la propria ricchezza, esteriore o interiore, è già divenuta un alibi, un argomento per esistere sempre altrove da dove si è.
Spesso ho a che fare con persone che la sanno molto lunga su tutto: sono così ricchi di conoscenza che io davvero non posso dire una sola parola, senza che citino questo o quell’altro libro sullo stesso argomento, chiedendo dettagli sulle date, sulle citazioni esatte di un versetto della Bibbia, dando inizio ad un dibattito e a mille imprescindibili precisazioni, in base alle quali la ricchezza di conoscenze si trasforma da una risorsa per il miglioramento di tutti, ad un utile di tipo individuale, che blocca la comunità.
Il brano di oggi svela perfettamente l’ambiguità del desiderio umano; ci pone alla presenza di un uomo che crede di desiderare la “vita eterna”. Già dalle sue prime parole si intuisce la duplicità del suo desiderio: erede di grandi beni, desidera anche quell’altra “eredità”, la vita eterna. Il resto della storia rivela perfettamente quale dei suoi due desideri – mantenere la sua ricchezza e il suo status sociale o avere la vita eterna – sarà il più forte. All’inizio, il “tale” stesso ignora dove vada veramente il suo desiderio e quando lo scopre, (grazie all’insegnamento di Gesù), incapace di superare quell’ostacolo, continua a camminare da solo. Nel frattempo, noi impariamo che la ricchezza da sola, di qualsiasi tipo, non è in grado di dare la felicità; il che non significa ovviamente che la miseria possa essere utile; sia la ricchezza che l’indigenza non sono persone… non possono fare nulla per noi.
La relazione con gli altri, in senso cristiano, equivale a “seguire il Cristo” ed è al centro della “Legge”. L’amore, il bene comune, viene poi preferito a tutto. Ma perché si possa provare a realizzare un’etica simile occorre un elemento imprescindibile: la fiducia nell’altro.
Se questa non c’è…possiamo ritornare tristi sui nostri passi. E non saremo peggiori del “tale” pio e zelante del Vangelo, ma il nostro reale desiderio sarà davanti ai nostri occhi. 

Nei versetti 23-25, Gesù oppone gli aggettivi “facile” e “difficile”, che diventano poi sottilmente, un’opposizione tra “impossibile” e “possibile”.
Forse il fallimento del ricco nasce proprio dall’illusione di “dover fare qualcosa in più per ereditare la Vita” (v. 17). Come una spada a doppio taglio, la Parola di Dio mette a nudo le intenzioni e i pensieri profondi di chi la ascolta. Alla fine dell’incontro con questa Parola, ciascuno di noi potrebbe essere messo a confronto col proprio reale desiderio e potrebbe scoprire cosa non vuole abbastanza.
Si tratta di un invito a passare dalla preoccupazione di “essere in regola”, alla familiarità con il nucleo fondante dell’identità di ciascuno, che, proiettandosi nel volto degli altri, ci trasforma tanto, quanto glielo permettiamo. Cade così la nostra psicologia superficiale con tutte le sue illusioni ed emergono le nostre ferite e le nostre intenzioni velate. La tristezza – o peggio, la moderna depressione – risultano causate dall’ambiguità di quel desiderio e dalla scelta di non amare, per non rischiare. La paura di perdere la ricchezza (materiale, psicologica, intellettuale che sia) segnala un tipo di indigenza che è l’opposto della fede: il dubbio di non essere abbastanza, di non valere, di essere trascurabili. Nessun tipo di ricchezza potrà risolvere questa incertezza.

Ci leghiamo così a ciò che ci fa apparire, con ciò rinunciando alla nostra personale ed essenziale verità di uomini e donne liberi, da una parte chiudendo le porte alla vita, dall’altra ripiegando sull’idolatria.
In questa situazione “Chi può essere salvato?”, si chiedono gli apostoli. Nessuno?
Gesù ci invita prima all’osservanza della Legge, ai “comandamenti”, e poi ad andare oltre attraverso una risposta amorosa. Il giovane ricco – un altro esemplare umano che si ripresenta invariato nel tempo dentro e fuori il recinto – deve lasciare l’attaccamento a tutto ciò che ha come nel Vangelo di domenica scorsa bisognava lasciare il padre e la madre per essere uno con la persona amata.

Spetta a quel giovane passare alla nuova Alleanza, cioè dalla Legge all’amore. Non si affida la vita ad un testo scritto, ma ad una persona nella quale abbiamo fiducia.
“Vieni e seguimi” è una chiamata matrimoniale, per la quale ogni uomo deve “lasciare suo padre e sua madre”, tutta la sua eredità, tutto ciò che costituisce il suo passato, tutto ciò su cui contava.
È lo stesso percorso degli Apostoli quando decidono di seguire Gesù.
È sempre necessario lasciare “Ur in Caldea”, per incamminarsi verso la terra promessa; durante il cammino si fa il possibile, sapendo che non c’è un impossibile “in più” che qualcuno pretende, ma anche che “tutto è possibile presso Dio”.

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Essere insieme

Marco 10,2-16 – Domenica, 3 ottobre 2021,
Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario

Visto che i preti parlano di matrimonio da secoli senza averne esperienza diretta, oggi lo farò anch’io …
Alcuni farisei si avvicinano a Gesù per metterlo alla prova; mi sembrano uomini che chiedono di potersi sbarazzare delle loro mogli e probabilmente sono gli stessi che porteranno a Gesù una donna colta in flagrante adulterio (Gv 8,3-11), dicendo che Mosè aveva loro ordinato di lapidare donne di siffatto genere… Già, ma in quel flagrante reato sfugge il “complice” maschile, perchè sembra sempre che i maschi, in questo genere di cose, non abbiano alcuna responsabilità. Finalmente un uomo – Gesù – si mette a terra – sullo stesso piano? – con la condannata, e … corre insieme a lei il rischio di essere lapidato. È il Cristo che si fa peccato non perché sia peccatore, ma perchè entra nei panni dell’uomo da tutt’altra prospettiva.

Nel vangelo di oggi Gesù dice ai farisei che Mosè aveva emanato quella regola a causa della durezza del loro cuore. Quindi, si rivolge ai cuori di pietra dei farisei di tutti i tempi, che in genere sono sempre pronti a tendere trappole. Costoro affermano pretenziosamente di conoscere il bene e il male, il conveniente e lo sconveniente, ciò che offende Dio e ciò che lo lusinga; a questi maschi-maestri-ciechi, Gesù fa capire che sono un po’ confusi, cioè confondono loro stessi con Dio e interdicono e ordinano in Suo nome. Gesù li espone così al cospetto del Signore, sottraendo loro lo scudo di qualsiasi norma, che esuli dalla legge dell’amore. Ricorda infatti che, all’inizio, uomo e donna furono creati diversi, perché divenissero una sola carne e ciò che Dio unisce, l’uomo non può separarlo; l’uomo e la donna non hanno alcun potere generante, originario, fondante sia nel creare, sia nell’unire, sia nel separare. In effetti, chi può affermare di conoscere e di poter decidere in senso assoluto ciò che è unito nella carne? Questo mistero è grande: chi può sapere quando due esseri formano una sola carne? Chi potrebbe dire che questi esseri lì sono uno? Quando e in quale momento della loro storia? Tra chi si realizzerà questa unione e fino a quando? È unito ciò che Dio riunisce, e non ciò che gli uomini o un’istituzione sanciscono. 

Credo che la comunione nella carne richieda partner situati nell’attitudine a dare, non a dominare; partner disposti a servire la vita dell’altro e non ad utilizzarla. 
Le coppie che fanno una sola carne, in questa comunione nella salute e nella malattia, si liberano dalla passione individuale, per situarsi nel “voler amare”, nel voler dedicare la propria vita a questo, nel desiderio della felicità e del bene dell’altro: argomento complesso, che non inneggia senz’altro alla rinuncia del rispetto o della cura per se stessi, ma svuota di valore qualsiasi sentimento “coniugale” che non sia orientato al bene dell’altro. Se sono “coniugato” veramente, sono anche unito in una sola carne. In ipotesi, perfino nella sofferenza dell’altro che se ne va.

Ad aiutarci nella riflessione viene anche la prima lettura tratta dal Genesi, alla quale Gesù rimanda e che offre indicazioni da non travisare come fossero l’enunciazione di una teoria sul rapporto maschio-femmina; non si possono scaricare sul testo le domande del femminismo e del dibattito transgender del XXI secolo. Siamo davanti ad una poetica della relazione e non davanti ad un codice giuridico ancora in assenza di un’etica adeguata e condivisa.
Il lirismo di Genesi dà spunti di riflessione, se non altro per il nome dato all’uomo e alla donna. Adamo viene dalla terra, dal simbolo del femminile per eccellenza; Eva viene dalla carne già animata di Adamo, creata simile e in funzione di aiuto. In altri termini, Eva senza Adamo sarebbe inconcepibile, ma è vero anche il contrario, Adamo senza Eva sarebbe altrettanto inconcepibile. Il racconto di Genesi è strutturato per sottolineare l’intento unitario originario, che non è sottoposto a qualche variazione decisionale nel tempo storico. La divisione tra uomo e donna, in Genesi 3,12 e 3,16, è data come frutto dell’errore. “In principio”, dice Gesù, cioè nel proposito di Dio, le differenze sono destinate ad essere unite, non ad essere separate.

Ma cosa succede se si continua a leggere il testo? Dopo il peccato originale, inizia una catena di conseguenze: scoperto l’errore, Adamo incolpa Eva, e in certo senso anche Dio che gliel’ha messa accanto, scaricando così la propria responsabilità sulla donna; Eva ammette di essersi fatta ingannare e scarica la colpa sul serpente. Il pasticcio è fatto. In tutto il racconto non sfugge però che i termini usati per indicare il dominio dell’uomo sulla donna in Genesi 3,16 somiglia molto al dominio sugli animali concesso all’uomo in 1,26, e che, allo stesso tempo, facendo uscire la donna dalla costola dell’uomo, l’autore biblico introduce un’immagine opposta a quella della nascita ordinaria di ciascuno di noi dal grembo femminile.
Vendetta patriarcale? Invidia dell’uomo, che non può fisicamente partorire? Come qualcuno ha sostenuto?
Rimane comunque curioso il destino biblico di Adamo ed Eva; potremmo perfino sostenere che la condanna ricevuta da Eva sia meno tremenda di quella inflitta a Adamo. Come confrontare l’insidia al calcagno, i dolori del parto, la perenne preoccupazione intorno all’uomo, con la difficoltà continua nel procacciarsi di che vivere, la fatica del lavoro e soprattutto la fine ingloriosa? Del maschio si dice che è “polvere” e che “in polvere ritornerà”. (3,19).
Se di vendetta patriarcale si tratta, Adamo è messo molto male, perchè di Eva si dice “vivente” e di “Adamo”, polvere prima e polvere dopo.

Il testo di Genesi 2 presenta l’unità dell’uomo e della donna come una conquista: “Diventeranno una sola carne”. L’unità è dunque data come un “possibile”, un “fare”, ed è l’uomo che deve “muoversi”, è l’uomo che deve lasciare suo padre e sua madre (Gn 2,24) in un affrancamento continuo dalla sua natura di figlio piccolo; la donna esce dall’uomo e tuttavia è l’uomo che deve partire, lasciare le sue radici, per raggiungerla.
Gesù cita questo testo e tutto va nella direzione non della divisione, ma dell’unità.
I farisei – loro – introducono una doppia divisione: prima la rottura del “ripudio”, ma anche una rottura più sottile: lo statuto esistenziale dell’uomo e quello della donna sono considerati talmente diversi, che i farisei contemplano la possibilità del ripudio solo da parte dell’uomo.
Cristo – finalmente un Uomo – ripristina l’uguaglianza, parlando anche del ripudio dell’uomo da parte della donna, ma non rimane sul piano giuridico dei farisei. Queste rotture sono il risultato della “durezza di cuore”, cioè del peccato. Gesù parla di conflitto solo per proiettare l’immagine dell’unità da conquistare. È questa unità che ritengo essere la proposta del Cristo.

Quello che uomini e donne devono attraversare è tipico dell’intera avventura umana: ogni qual volta troviamo divisione, la soluzione sta nel camminare verso un’unità possibile, una grossa scommessa, ma non riusciremo mai a superare le nostre divisioni e la nostra violenza (tra stati, classi, popoli, culture e religioni) se prima non avremo superato la prima tra le divisioni: quella tra uomo e donna. Questa unità non è né fusione, né livellamento, ma articolazione delle differenze, come in un corpo vivente.
È essere insieme. 

NB: Immagine di copertina, fonte

Corpo a corpo

Marco 9,38-43.45.47-48 – Domenica, 26 settembre 2021,
Ventiseiesima Domenica del tempo Ordinario

Qui la prospettiva non è più morbida di quella di domenica scorsa.
Tagliarsi una mano, un piede, cavarsi un occhio. Sul serio? Una nuova legge basata su pratiche crudeli, arcaiche e autolesionistiche? No, per fortuna: Gesù parla la lingua della Bibbia.
Nell’Antico Testamento difficilmente troveremo un termine che indichi il corpo nel suo insieme; si nomina piuttosto quella parte del corpo che compie l’azione o il gesto principale nel contesto della frase. Si tratta di figure retoriche che, mentre arricchiscono lo stile, rendono più incisivo il senso del messaggio, perché fanno appello diretto alle capacità immaginative e rinforzano il ricordo di ciò che viene detto. Alcuni esempi:
“Come sono belli i piedi del messaggero che porta la buona notizia” (Is 52,7): non immaginiamo il movimento del corpo, ma quello di una sua parte; oppure “Fai secondo quello che la tua mano troverà”; “Fa’ ciò che sembra buono ai tuoi occhi”; “La bocca che dice la sua lode”, e così via.
È un modo di esprimersi antico e sembra voler trasmettere l’idea che tutto il corpo di chi crede, parte per parte, membro per membro, si conformerà a Dio, e che neanche un pezzetto rimarrà fuori da questo stupefacente processo.
La mia mano, il mio braccio, il mio piede, quando si muovono nell’ottica evangelica, passano a Dio; è come se non mi appartenessero più, e fossero esclusivamente strumenti dell’azione di Dio.

Le mie mani si muovono così?
Penso alla mano di Mosè, stesa davanti al Mar Rosso (Es 14, 16 e 21), per farmi un’idea della cosa.
Mosè, all’inizio, quando incontrò Dio presso il roveto ardente, fu educato con un metodo singolare: il Signore gli chiese di mettere la mano sotto la veste, contro il petto, e poi di ritirarla. Lui lo fece e se la ritrovò coperta di lebbra; richiesto una seconda volta di compiere lo stesso gesto, la ritirò di nuovo sana (Es 4,6-7); in questo modo imparò molto praticamente che la sua mano – parte del suo corpo e strumento d’azione – apparteneva a Dio, ne disponeva solo presso di lui, così come disponeva solo presso di Lui della propria bocca e della propria lingua – parimenti parti del corpo e strumenti del linguaggio. Mosè obiettò che non era così bravo a parlare e quindi assolutamente inadatto al compito che il Signore voleva assegnargli, ma il Signore lo invitò nella nuvola, o nella tenda del convegno, per parlargli e Mosè ne uscì in grado di ripetere le parole di Dio.
Il Deuteronomio inizia così: “Queste sono le parole di Mosè”; in altri termini l’uomo che aveva la bocca difettosa, balbuziente, pronuncia le parole di apertura di un libro che è Parola di Dio. Alla fine del Deuteronomio, è detto, letteralmente, che Mosè, morì “sulla bocca di Dio” (Dt 34,5), per dire che morì in Dio: sulla soglia della terra promessa la parola e il soffio di vita di Mosè si fusero con la Parola e il Soffio di Dio.

Ancora mi tornano in mente le mani alzate di Mosè (Es 17,8-14), la divina sciatica di Giacobbe, (Gn 32,26-33), i piedi e le gambe di Davide, (2 Sam 22,34 e 37); il grembo di Rachele e Anna (Gn 30, 22-23 e 1 Sam 1); la circoncisione dei maschi a partire da Abramo (Gn 17) – che indica l’appartenenza a Dio dell’organo generativo: questione raramente intesa nel suo significato originario e purtroppo spesso affrontata in maniera superficiale.

In tutti questi casi, i protagonisti delle narrazioni vivono l’esperienza concreta di avere un braccio-con-Dio, una gamba-con-Dio, un grembo-con-Dio, un membro-con-Dio.
È come se il Signore dicesse a ciascuno: “Guarda bene, tu immagini di possedere un corpo tuo e di controllarlo, ma non è vero: non esiste alcun corpo tuo, se non è in-me”.
Lo so, fa impressione, ma questa è la storia, questa è l’avventura della carne proposta nella Bibbia fin dalla prima pagina, dalla creazione di Adamo ed Eva. Basti pensare ad un fatto semplice: ci accorgiamo che non abbiamo il controllo, per esempio, su alcune malattie e dunque in genere chiamiamo Dio in causa per lamentarcene; ma se compiamo un’impresa di natura fisica eccellente, non chiamiamo così velocemente Dio in causa per rallegrarcene. Come mai?

Se un corpo non compie un consapevole passaggio a Dio durante la vita sulla terra (e non è che lo compiano solo i veri cristiani, attenzione, ci sono altri oltre la siepe!), se un corpo non compie questo passaggio, dicevo, non è niente: passa e basta.

Forse questa riflessione può aiutare a comprendere le parole categoriche e durissime di Gesù, che assumono ai miei occhi un senso più ampio: se vedi che questa o quella parte di te resiste dall’essere-con-Dio, rimuovila, buttala nel cestino, con l’altra spazzatura, così finirà nell’inceneritore insieme agli altri rifiuti, ovvero – molto concretamente – nella Geenna, il nome della discarica di Gerusalemme dove all’epoca bruciavano continuamente i rifiuti.

La mutazione, l’evoluzione della specie di cui parla la Scrittura è il compimento carnale in Dio, annunciato dal Cristo. Se il mio gesto è eseguito in Dio, la mia carne è trasformata.

In questo senso, la donna che massaggia con l’unguento i piedi di Gesù rappresenta il passaggio del corpo al Cristo, compiuto in Dio; il suo è un gesto trasformato: unge i piedi del Messia, lo riconosce, lo cura, lo ringrazia, collabora al suo cammino, perché ha riconosciuto l’unto di Dio; ha esaltato il corpo del Cristo. Ancora una volta qui i piedi sono una parte per il tutto, i piedi diventano l’emblema del significato dell’avvento del Messia. In ultima analisi, la Maddalena concretizza un atto che rende visibile, manifesto il versetto di Isaia: “Come sono belli i piedi del messaggero che porta la buona notizia”.
Il corpo che appartiene a Dio diventa un canale di trasmissione della vita.


Penso ancora a Elia e ad Eliseo: ciascuno dei due si sdraia su un giovane morto. “Occhi sui suoi occhi, bocca sulla bocca, mani sulle sue mani” è detto di Eliseo che giace sul figlio della Sunamita (2 Re 4,34); di Elia è specificato: “Si è messo alle misure del ragazzo” (1 Re 17,21). In altre parole Elia ed Eliseo si configurano ai quei corpi senza vita e attraverso il loro corpo, vivente in-Dio, i morti tornano in vita.

Gesù adopera parole veementi e durissime, ma siamo in grado di comprenderle ancora meglio se torniamo indietro di qualche versetto, là dove è narrato del fallimento dei suoi discepoli nel curare un bambino posseduto da uno spirito che lo gettava a terra. Il padre di quel bambino si era rivolto così a Gesù: “I tuoi discepoli non hanno avuto la forza”.
La collera deve aver afferrato l’uomo Gesù, che reagisce con tutta l’energia delle sue parole: via, strappare mani, piedi e occhi e gettarli nella spazzatura se non sanno compiere il bene in favore della vita donata fin da principio: non servono a nulla, non sanno fare nulla!
Suonano nella stessa direzione, sebbene assai più morbide, le parole di Francesco di qualche giorno fa: la Chiesa ferma, se non è in cammino, ammala il popolo di Dio.
Quanta verità c’è in queste parole ognuno lo vede: una Chiesa ferma è come la mano ricoperta di lebbra di Mosè.
Nessuno del resto può operare guarigioni in nome del Cristo se non è dei suoi: se c’è qualcuno che opera guarigioni in nome del Cristo, vuol dire che è conformato a Dio. Anche se i discepoli non sono d’accordo … È urgente, dunque, che la carne dei discepoli – tutta – passi a Dio, lasciandosi trasformare e risanare.

Il corpo del Cristo è il prototipo del corpo completamente immerso in Dio, vettore di vita e risurrezione.
L’avvertimento per noi oggi potrebbe essere: non c’è bisogno che ti strappi la mano che ha ferito la vita, come se tu avessi il potere di fare tutto da solo; occorre che tu ti accorga della tua vera condizione e attenda con fede il risanamento della tua mano coperta di lebbra.

NB: In copertina, Matisse, La Danse, riproduzione a scopo educativo.

Comparazioni

«Di che cosa stavate discutendo per la strada?»

Marco 9,30-37 – Domenica, 19 settembre 2021,
Venticinquesima Domenica del tempo Ordinario

“Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”: in un contesto confidenziale, Gesù consegna una parola serissima ai suoi discepoli. Al solito non afferrano subito, non capiscono e non osano neppure interrogarlo. Nel frattempo parlano tra loro; discutendo di cosa? Di chi fra loro sia il più grande.

Restiamo attoniti e imbarazzati dalla sproporzione tra la gravità dell’annuncio di Gesù e la disputa dei discepoli.
È lecito ipotizzare che, dando per scontata la verità della comunicazione, i discepoli si preoccupassero della successione? Chi mai poteva essere all’altezza? Il più grande!

Come dei bambini, i discepoli si confrontano, misurano i propri attributi, vantaggi e svantaggi, valutano l’eventuale possibilità di vittoria: giocano, forse perché il destino del figlio dell’uomo li terrorizza: esorcizzano la paura?
Gesù pazientemente s’informa sulle loro discussioni e illustra quali siano le qualità del più grande; quella più importante sembra essere il contrario di ciò che di norma si pensa: il più grande è l’ultimo, chi serve tutti. Anzi: il più grande è quello che serve il più piccolo dei bambini.

Questo tipo di grande, così impopolare nel pensiero comune, finisce per disturbare tutti quelli che non vi si riconoscono.
Il brano della Sapienza (prima lettura 2,12.17-20), non a caso, descrive la prova dei giusti: “Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’inciampo”.
Sono lezioni di saggezza che attraversano i secoli: l’uomo giusto spesso disturba chi non lo è, o, come dice un mio confratello:
“Non c’è niente di più irritante di un buon esempio!”
Il giusto fa torto, per sua stessa natura, quindi è necessario difendersene per continuare a vivere, senza “intralcio”. Al giusto, per conseguenza, si tenderanno trappole e tranelli; nelle piccole beghe quotidiane lo si criticherà per partito preso, cercando di svalutarlo agli occhi del prossimo; in altri contesti lo si tormenterà, e, cosa tanto incredibile quanto vera, lo si perseguiterà soprattutto per sfidare Dio a salvarlo (o anche – nelle piccole beghe quotidiane – per sfidare una presunta autorità terrena e vicina, dalla quale ci si sente dipendenti).
Questo è il meccanismo della prova: l’empio perseguita il giusto, non perché non creda in Dio, al contrario sa benissimo chi è Dio e qual è il suo potere, ma lo avversa fino in fondo a costo della propria distruzione per invidia, ribellione e senso d’impotenza.
Questa aberrazione – è il caso di dire “infernale” – procura sofferenza a tutti; la perfidia, ad esempio, è una tela di ragno nella quale può restare incollata la vittima, ma anche chi la tesse: la tela è la casa di chi la tesse e dentro le maglie che la strutturano è confinata la libertà del ragno.
Il pio, in verità, è fondamentalmente diverso, non ha “una casa”, una sovrastruttura mentale nella quale incasellare se stesso, gli altri e le categorie di grande e di piccolo. Non è in competizione, men che mai per il potere e il successo.
Il suo adoperarsi per la vita e per gli altri, indipendentemente dalla loro grandezza, viene da un naturale ed invincibile senso di appartenenza alla medesima realtà: adoperandosi per gli altri, automaticamente e senza avvedersene, si adopera anche per se stesso; è l’unico modo sensato di occuparsi dell’uomo, piuttosto che avversarlo.
Chi è di volta in volta il primo, il più grande, il più forte, il più intelligente, il più preparato, il più sveglio, il più furbo, il più bello, il più colto, il più titolato, il più lodevole?
Ovunque siamo, in famiglia, al lavoro, in comunità, che si tratti di settori umanitari, politici, culturali o religiosi, siamo sempre in mezzo a questioni di comparazione degli attributi. Ciascuno ritiene di essere il migliore e, anche se non ci crede o sa che non è vero, vuole dimostrarlo a tutti i costi, se non altro per poterci credere un po’ di più.
Questi sono meccanismi psicologici, ma ben diverso è lo scopo degli empi: quelli “tutto il giorno intrattengono la guerra” (Sal 39), cominciando dall’offesa verbale – subdola, sorda, poco appariscente e reiterata – fino alle raffinate strategie dei gruppi umani, che conducono ai conflitti internazionali, lungo una scala che scende a livelli via via sempre più orribili, in opposizione netta alla vita, alla libertà e ai diritti umani.
Gesù, così come è scritto nella Sapienza e in altri testi della Bibbia, dice che “il Figlio dell’uomo” è consegnato nelle mani degli uomini.

Mi riguarda? Riguarda la mia situazione? Che posto occupo in questa storia?
Mi metto in competizione con chi “medita il male”? Gioco il mio ruolo da … empio?
O mi espongo alla prova e alla condanna degli uomini? Mi consegno, cedo, mi offro nelle mani degli altri uomini?

Ma… “nelle mani degli uomini, lo uccideranno”! I bambini – si sa – si divertono con i regali e … finiscono per rovinare e rompere i giocattoli … tanto c’è chi li ricompra …

Carne offerta, sangue versato.
Quindi questo è il mio destino?
È il rischio che corro pure io?
Lo corrono tutti, in effetti.
“Lo uccideranno, Dio lo libererà”.
Gesù, il giusto tra i giusti, il primo, il primogenito, apre la strada:
“Non temere questi ragazzi intorno a noi”.
Liberato, mi libera.
Non è un destino, è una vocazione.
Quella di essere uomo.
Mi appartengono le gare d’infanzia?
No.
Sono abbastanza grande?
Spero.
Qualunque cosa accada?
Sì.
Il sentiero viene da molto in alto,
dalla montagna, da molto molto lontano;
continua molto vicino.
L’ho intravisto.
“Di chi dovrei aver paura?”
Sì certo, ma quant’è dura.

La vita da uomo neutralizza la morte dell’uomo.

Trasformare lo sguardo

“Ma voi, chi dite che io sia?”

Marco 8,27-35 – Domenica, 12 settembre 2021,
Ventiquattresima Domenica del tempo Ordinario

Rileggo il racconto evangelico di questa domenica nel contesto della mia esperienza, in particolare di quello che la mia famiglia, mia madre Augusta prima di tutti, ha attraversato anni fa, mentre mio padre si avvicinava agli ultimi momenti della sua vita.
Non è soltanto la mia storia, ma anche quella di tante famiglie, vicine e lontane, che si trovano oggi a vivere la stessa situazione e non sono poche. 

Gesù pone ai suoi discepoli la domanda: “E voi, chi dite che io sia?”.
Pietro dà una risposta forte, che sembra molto migliore di quella delle altre persone interpellate da Gesù: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia.
Immagino che se mia madre fosse stata interpellata allo stesso modo, avrebbe risposto:
“Tu sei Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, che salva tutti quelli che credono in Lui e Lo pregano”.
Eppure, è probabile che entrambe le risposte riflettano un malinteso su chi sia veramente Gesù, e dunque anche su chi sia veramente Dio – e noi, intesi come “credenti”.
Per molte generazioni di credenti, Dio è stato visto come il Padrone del mondo e della storia, Colui che influenza e controlla gli eventi, Colui che premia i buoni e punisce i malvagi, Colui al quale si deve rendere ogni omaggio e ogni ringraziamento. Questa percezione traspare nell’affermazione che Gesù è il Messia; per Pietro questo Messia dovrebbe restaurare il regno di Davide, ovvero un regno in cui finalmente le leggi di Dio e i suoi fedeli trionfino.
Ovviamente, oggi ci difendiamo da una visione simile; quando ci troviamo di fronte alla durezza della vita, della sofferenza e della morte, però, ci rendiamo conto che parte di quella visione è ancora radicata dentro di noi.
“Non riconosco più mio marito” – disse mia madre un bel giorno – “non è più l’uomo che ho sposato”. In effetti l’uomo che aveva sposato era stato forte, intraprendente, energico e si prendeva cura di tutto. Ora invece era un essere debole, molto debole. In passato pregavano insieme, la domenica andavano insieme a messa, avevano dedicato la loro vita alla famiglia e al lavoro: onesti fino a rimetterci… Non sarebbe stato normale che Dio facesse un miracolo, o almeno un’eccezione nel loro caso?
Questo modo di pensare è esattamente il senso del rimprovero di Pietro a Gesù, quando Gesù annuncia apertamente ciò che lo attende. Dunque ciò che Pietro si aspetta debba essere il Messia, non è ciò che il Messia è.
Non solo l’auspicato miracolo non avverrà – “Se sei il Messia, salva te stesso” sarà considerata una tentazione diabolica, tanto quanto il rimprovero di Pietro a Gesù di oggi – ma sofferenza e morte rimangono… per la resurrezione ci vogliono… tre giorni…
Ma oggi – che nostro padre o nostra madre non riusciamo più a riconoscerli nella loro vecchiaia e debolezza e malattia – il Messia esiste?
Nonostante le apparenze, nel cuore della sua malattia, mio ​​padre ebbe dei comportamenti tali da permettere a mia madre (e a me) di compiere un percorso incredibile, durante il quale la paura fu domata e la morte assunse un altro aspetto, perché fu vista con altri occhi; all’improvviso, dove io mi aspettavo solo lacrime e pianto di dolore, vidi la relazione d’amore all’opera come una forza misteriosa.
Allora, cos’era successo? E perché uno per sperimentare un fenomeno simile, deve trovarsi in mezzo alla sofferenza e alla prospettiva della morte? E perché ci vuole un viaggio così lungo?
Non ho una risposta precisa, ma se il Cristo ha redarguito così aspramente Pietro, il quale non reputava conveniente che Gesù parlasse apertamente della propria sofferenza e della propria morte, sono propenso a credere che simili percorsi portino in sé qualcosa di essenziale alla nostra identità di uomini e donne.
La risposta definitiva a queste domande deve essere equivalente alla domanda sull’identità del Messia e di Dio stesso.
Ci avviciniamo a tentoni a questa risposta, solo in modo negativo, morendo prima di tutto ad una vecchia visione delle cose e delle persone, lasciando a noi stessi la libertà di sperimentare un qualcosa che trasformerà radicalmente il nostro sguardo.
Il vangelo di oggi porta un messaggio sorprendente: Gesù convoca la folla per dire quello che ha da dire: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.
La folla viene informata, quella conoscenza è per tutti. Marco ha anche raccontato l’episodio, che è stato tramandato, forse perché a partire da quell’episodio, qualcuno attraverso i secoli è stato in grado di raccontarci la sua storia, avendo già avuto accesso ad una parte di questo mistero.

Noi siamo in movimento, dobbiamo solo lasciare che la vita ci trasformi giorno dopo giorno per sperimentare la trasformazione dello sguardo.
È davvero quello che vogliamo?

Sordomuti

Disse: “Effatà”, subito gli si aprirono gli orecchi,
si sciolse il nodo della sua lingua
e parlava correttamente.

Marco 7,31-37 – Domenica, 5 settembre 2021,
Ventitreesima Domenica del tempo Ordinario

Dita, orecchie, saliva, una lingua toccata: se per caso avessimo dimenticato di avere un corpo, adesso ce lo ricordiamo.
Gesù si avvicina al corpo dell’altro in maniera diretta, intima, tattile e la carne dell’altro lo riconosce; è un contatto che avviene però con discrezione, con pudore: “lo prese in disparte”. Il luogo dove agisce la Parola – nel gesto e nel suono – è qui il corpo, fatto di carne.
Questa fatto dice qualcosa sull’agire individuale e sull’agire di gruppo.
La folla ha portato davanti al Nazareno l’uomo sordo e muto, perché il Nazareno lo guarisca: è un movimento di gruppo; ma Gesù reagisce, portando il malato “in disparte”, in un faccia a faccia più personale.
L’uomo è muto; Gesù lo toglie dalla folla, che già crede di sapere cosa Gesù farà, come in uno scenario mentale preconfezionato: gli imporrà le mani! Gesù non impone le mani, compie altri gesti e dice una sola parola.
È avvenuto sempre così, per quanto ne so: il Cristo, del quale senz’altro qualcuno ti ha già parlato, ti prende in disparte e agisce con gesti e parola, ti tocca lì dove occorre che tu riprenda a vivere, lì dove sei già morto, servendosi di ciò che tu e Lui avete in comune; in questo caso, la saliva.
Può fare impressione sentire questo racconto. Un Dio…come dire…disinibito?No, un passo in più: un Dio che è fatto anche della nostra stessa carne e quindi, quando tocca, ti “aggancia”, ti apparenta a se stesso, ti ricorda chi sei e di cosa sei fatto. Ed è immediato: vedi e senti.
Quello che il Cristo è e ha, diventa ciò che anche tu sei e ciò che anche tu hai: la Parola del Padre, da ascoltare, da annunciare. Anche tu, quando il Cristo ti tocca (e possono chiederlo in tanti per te), guarisci, perché finalmente esci dall’illusione e ascolti quello che c’è veramente da ascoltare e quello che c’è veramente da dire.
Il Cristo porta la parola del Padre e dunque restituisce la parola perduta; il Cristo ascolta e pronuncia la stessa Parola del Padre, ciò che è all’origine di ogni capacità di pensiero e di vita; ascolta tutti coloro che gli parlano o lo invocano; allo stesso tempo restituisce la capacità di ascoltare e di parlare veracemente; in questo senso, dicevo, ti aggancia, ti appaia a Lui, ti apparenta in una relazione con l’assoluto e ti ricollega alla comune discendenza nel luogo a ciò deputato sulla terra: il corpo.
“Disse: “Effatà”, subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”.
“Gli si aprirono gli orecchi.” A chi? A Gesù? No: all’uomo
“Parlava correttamente.” Chi? Gesù? No: l’uomo.
“Comandò loro di non dirlo a nessuno “. Chi? L’uomo? No: Gesù.
Solo leggendo attentamente comprendi di volta in volta quale sia il soggetto della frase, dentro una logica d’identità originaria comune, che si manifesta nella relazione faccia a faccia.
Quando Gesù è con un uomo o con una donna, manifesta la sua affinità con lui/lei in maniera così chiara e forte che quell’altro o quell’altra si configurano a lui. Questo non significa che l’altro o l’altra perdono la propria personalità, diluendola misticamente nell’infinito, ma al contrario che acquisiscono lo stesso Spirito del Padre e del Figlio che agisce in noi tutti; in altre parole è così che ritroviamo la nostra unità personale, parlando e agendo come cristiani autentici.
Solo toccati così, possiamo essere restituiti alla folla, che non parlerà più al posto nostro. Toccati dal Cristo, possiamo parlare e agire, avendo deliberatamente scelto di farlo in una direzione precisa e ciascuno diventa capace di ascoltare e vagliare ciò che viene detto; c’è una misura con la quale confrontare ogni azione e ogni parola: l’azione e la parola del Padre – e del Figlio, che si è incarnato per rivelare la Parola del Padre.

Gesù chiede alla folla di non dire nulla su quella guarigione!
E invece quelli, più viene detto loro di tacere, più vanno in giro ad avvertire tutti…
D’altronde, sembrerebbe anche comprensibile: pubblicizzano Gesù, evangelizzano a modo loro, propagandano la fede… ma non è quello che ha detto Gesù qui: non hanno sentito bene. Probabilmente hanno perfino buone orecchie, loro che non hanno bisogno di guarigione; hanno anche un apparato fonatorio che funziona bene, loro che annunciano il miracolo ai quattro venti. A quanto pare, però, non ascoltano e parlano fuori tempo e fuori luogo. Credono di riunirsi attorno alla persona di Gesù, ma non ascoltano ciò che Gesù sta dicendo proprio in quel momento; un vero peccato…
“Effatà, apriti”: non si tratta di aprirsi sempre, a tutto e a tutti. No!
Mi apro perché me lo impone il Cristo con una forza che, quando si presenta, la riconosco: in circostanze specifiche, che nessun altro può conoscere, se non attraverso un successivo racconto. Ed è sempre difficile a dire; è personale, riservato, attiene alla relazione con il Cristo.

L’unità della Chiesa, l’unità all’interno delle comunità e dei gruppi non si ottiene con slogan, né con parole d’ordine, pensierini preconfezionati, buoni sentimenti sbandierati, che solo per questo già diventano molto meno apprezzabili nella loro presunta bontà.
L’unità – la comunione – si realizza passo dopo passo, ascoltando, non indebitamente, e non certo per caso o per imposizione…

“Effatà “: apriti a Cristo che viene, allo Spirito che libera, al Padre che ti genera. Apriti e sarai utile all’unità del “corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1,18).

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Mani

«Ascoltatemi tutti e intendete bene:
non c’è nulla fuori dell’uomo che,
entrando in lui, possa contaminarlo;
sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo»

Marco 7,1-8; 14-15; 21-23 – Domenica, 29 agosto 2021,
Ventiduesima Domenica del tempo Ordinario

Gesù di Nazaret non si riconosce nel modo fariseo di concepire la pratica religiosa e non esita a dirlo: sta estendendo la critica alla pratica ritualistica della fede dei profeti veterotestamentari.
Non è la sola ripetizione del rito, che avvicina a Dio, ma l’effettiva pratica dell’intenzione che sostanzia il rito. In questo caso si tratta di un segno di pulizia esterna che rimanda ad una purificazione spirituale: si lavano le mani, e con questo, si vuol significare un atteggiamento di pulizia interiore.

Quotidianamente compiamo molti atti per meccanica abitudine: possiamo salutare una persona più volte al giorno, ma non le garantiamo il nostro rispetto solo facendo questo.
Allo stesso modo, le sole mani pulite non sono il green pass dell’anima e gli apostoli, che non erano uomini di sinagoga, né di chiesa, non è che fossero dei “no-wash”: semplicemente non erano ancora assuefatti alle pratiche ritualistiche, svuotate del loro senso.
D’altronde di un ipocrita malevolo che appaia sempre preciso, elegante e educato nel suo atteggiamento esteriore, potremmo dire che è un vero “sepolcro imbiancato”.

Ma c’è dell’altro nel discorso di Gesù.
Ciò che rende le mani immonde – tanto da non poter toccare cibo (o Parola) senza prima lavarsi – non è la sporcizia che viene dalla realtà esterna, ma l’impulso malevolo che attraversa le nostre menti. Gesù opera un cambiamento di prospettiva, dando un senso morale e non solo rituale alla purezza: la condotta morale che si adegua al rito testimonia saggezza e sincerità, mentre la vuota e meccanica ripetizione di atti religiosi è solo ipocrisia, inganno.

E oggi, che in continuazione non solo mi lavo le mani prima di mangiare, ma vado in giro con l’amuchina in tasca, cosa direbbe Gesù?
Certo capirebbe, ma forse mi farebbe notare che sì, va bene, curo la mia anima leggendo e riflettendo sulla Sacra Parola nell’intimo del mio scrittoio, usando le mani per digitare, e mi chiederebbe come e quando uso le mani anche per curare il prossimo e il mondo che mi circonda; potrei commentare che le riflessioni sulla Sua Parola sono in ogni caso una forma della cura, eppure sarei costretto ad ammettere, che, in generale – nel nostro essere un grande gruppo di pescatori – ci siamo un po’ allontanati dal modello.
Oggi, corriamo il rischio di credere che la fede sia una realtà unicamente personale ed intima, estranea al mondo esterno, ma ci sentiamo rassicurati dal fatto che qualcuno – bontà sua – ci legge e ci ascolta; insomma, una sorta di pratica felice, separata dal concreto tribolare quotidiano.
Così poi, ascoltando le news dal mondo, ci troviamo a dire: “Ma in che razza di mondo viviamo?”
Eppure, nella Sacra Scrittura la fede non esiste senza pratica e senza appartenenza ad una comunità: questo è ciò che Mosè ricorda al popolo nella prima lettura. Perché? Perché la fede non è solo una realtà intellettuale, è un’esperienza che si realizza in relazione con altri.
Motivo per cui ci vuole una vita – e forse neanche basta – perché i nostri cuori diventino “mondi”, e lo possono diventare solo “usando le mani” per fare del bene ad altri. Non saranno certo le mani ben disinfettate con le quali accogliamo la particola a renderci persone vive, sincere e amorevoli!
Abbiamo bisogno di praticare, in senso etico e in senso religioso.
D’altra parte, le “mani immonde” sono anche mani che manipolano, mani nemiche, in ultima analisi. E le mani amiche dove sono?
In Une saison en enfer, Arthur Rimbaud scriveva: “La mano con la piuma vale la mano con gli aratri – Che secolo di mani! “. Deplorava però di non trovare una sola mano amica, nell’era in cui la mano-strumento avrebbe eclissato la mano fraterna.
La degradazione della mano, prima ossessivamente ritualistica e poi manipolatrice, viene da molto lontano e si può trovarne l’origine all’inizio della metafisica. Facendo l’elogio della mano, Aristotele vedeva in essa non solo il segno dell’intelligenza umana, ma soprattutto lo strumento degli strumenti. Dall’alba della nostra tradizione culturale, le mani sono mascherate da quello che possono fare: costruire, scrivere, dipingere, suonare, gesticolare, cucire, cucinare.
E percuotere, anche uccidere.
Ma le mani che si congiungono, che si stringono, che si protendono ad aiutare, che accarezzano, diventano parole, non sono più semplici strumenti.
Quando lo strumento soppianta la parola, scompare la singolarità che imprime alle cose e si trasforma in una macchina produttrice di oggetti inanimati, siano essi merce o riti.
All’inizio del regno della macchina da scrivere, una lettera dattiloscritta era ancora considerata una mancanza di educazione. Oggi, una lettera scritta a mano appare come una cosa quasi assurda, obsoleta e indesiderata: ostacola la lettura che si vuole “veloce”! Grazie alla scrittura a macchina tutti gli uomini ormai si assomigliano troppo, perchè il gesto formatore è soppiantato.
Quando, nella peggiore delle ipotesi, consideriamo la mano come un artiglio, una morsa, un’arma, può giungere il momento in cui l’umanità che la guida svanisce, magari dietro un dispositivo elettronico, mentre la comunicazione anonima e anomica si maschera da relazione umana.

La crisi del coronavirus potrebbe aver accelerato questo movimento di degradazione, venuto da lontano, dandogli una nuova legittimità: per motivi di salute – apparentemente inoppugnabili – “portiamo la mano” sul vivere comune, avendo ormai perso le mani.

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Dove andremo?

«Questa Parola è dura; chi può ascoltarla?»

Giovanni 6,60-69 – Domenica, 22 agosto 2021,
Ventunesima Domenica del tempo Ordinario

Gesù parla, ma il suo discorso è inaudito, scandaloso, si tratta di mangiare sangue e carne.
I suoi discepoli pensano che quelle parole siano dure, chi può intenderle?
Cosa rende così dure quelle parole?
Una parola – se ce n’è veramente una – è sempre dura da sentire, perché proviene da qualcun altro, è altra, e quindi è diversa, viva, libera.
Una parola – se ce n’è veramente una – è nell’autenticità di chi la pronunzia ed esige pari autenticità in chi la ascolta.
Una parola – se ce n’è veramente una – mi dice l’altro e la differenza radicale che mi distingue da lui.
Gesù sapeva bene che i suoi discepoli mormoravano e si lamentavano di lui (Giovanni 6,61); così come la folla anche loro protestano e mormorano; l’affermazione fatta in precedenza dal Maestro è inaudita: se non mangi la carne del Figlio dell’uomo e se non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te (Giovanni 6, 53).
Mangiare la carne e bere il sangue di qualcuno è davvero disgustoso e scandaloso, ma la questione qui è che dall’alba del mondo il genere umano, nel suo insieme, piuttosto che mangiare la carne, la disprezza e ne fa carne da macello. Ha cominciato Caino, il resto è stato solo tirocinio e perfezionamento: si pensi alla schiavismo, ai campi di concentramento nazisti, ai pogrom, alle epurazioni staliniste e ai gulag, alle pulizie etniche, ai genocidi, alle faide, ai trafficanti di esseri umani, armi e droga, ai rifiuti tossici sversati nei mari e nel Terzo Mondo, al terrorismo di ogni specie, ai femminicidi e … mi fermo … 
Il comportamento malvagio e criminale non si è estinto: una parte dell’umanità continua a disprezzare e distruggere la carne di una parte di se stessa: uomo contro uomo.
Ecco, il Cristo vuole essere l’ultima vittima, il Suo sogno – il sogno di Dio – è che il mondo impari a cibarsi della Sua parola, non a distruggerla e faccia memoria di quell’ultimo, tremendo sacrificio umano, perpetrato con la crocifissione.
Il Cristo offre, una volta per tutte, al mondo che la rivendica, la Sua carne e il Suo sangue, perchè nessuno dopo di Lui debba più pagare un prezzo simile.
Gli uomini non l’hanno capito.
Preferiscono ammazzarsi l’un l’altro, piuttosto che vivere uno accanto all’altro.
Fondamentalmente è una cosa stupida, ancor prima che criminale.
Ma è davvero quella Parola dura di Gesù che porta gli apostoli a mormorare, o non sarà forse che mormorano perché quella voce dice l’assoluta verità?
Non sarà principalmente e piuttosto perché l’offerta del Cristo è un regalo così difficile da accettare, che talora si fa perfino finta di non capirlo?
Non sarà, soprattutto, perché qui c’è un Uomo che si dona, e fa imbestialire l’uomo animale comune? Un Uomo che, attraverso un amore immenso e sensato – non folle come comunemente si crede – sa riconoscere nell’altro il suo prossimo, fatto a propria somiglianza?
Pare cosa molto difficile a realizzarsi, questa.
Solo chi condivide una simile modalità d’amare – per miracolo, cioè appunto perché è attratto dal Padre – può farlo, e perciò può a sua volta offrirsi in pasto agli altri.
Fare del male a qualcuno, ferirlo, spargere sangue sembra abituale; sequestrare, violare, violentare la carne di un altro, in apparenza, non sembra neanche eccessivamente rischioso. Sì, i processi, la galera, nei casi più eclatanti che taluni fingono di non vedere o non sapere, la verità non è venuta e forse non verrà mai a galla. Almeno per le nostre menti “nate a vaneggiare”.
Gli uomini non riescono proprio ad essere amorevoli, non sono capaci.
Una manica di scellerati?
Forse sì, almeno in parte: solo un miracolo può trasformarli e così salvarli da loro stessi.
È così delicato, arduo e pericoloso accettare in verità il dono che un altro fa di se stesso … È più facile, con una folla, scandalizzarsi davanti a carne e sangue offerti, che scandalizzarsi davanti all’assassinio di un innocente. È difficile fidarsi di qualcuno e della sua parola …
E dunque: da chi andremo?
Senza dubbio solo una forza divina può spingere la nostra povertà, proprio nel senso della nostra miseria morale, ad accogliere il regalo del Cristo: la sua carne, il suo sangue, la sua parola.

Gustate e vedete quanto è buono il Signore … (Salmo 33,9).

NB: in copertina Marc Chagall, La Crucifixion Blanche, 1938.

Assunzione

Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza
per sempre

Luca 1,39-56 – Domenica, 15 agosto 2021,
Assunzione di Maria

In questi giorni si parla molto del VI rapporto IPCC  che “delinea le nuove conoscenze scientifiche in merito ai cambiamenti climatici, ai loro effetti e agli scenari futuri”.

Questa calura estiva così soffocante fa da cassa di risonanza alle informazioni che invadono i media e catalizzano l’attenzione sui possibili, preoccupanti scenari ambientali futuri, dovuti al cambiamento climatico.
Le notizie sono preoccupanti, l’atmosfera si fa cupa, siamo alle prese con i segni di un fallimento dell’intelligenza umana.
I contagi sono in aumento, le soluzioni trovate, per qualcuno, sono in disaccordo con altri valori considerati essenziali e si parla anche di una terza dose.
Molti portano sulle proprie spalle la croce di una disoccupazione mai auspicata.
Nel mio ambiente corrono voci di ridimensionamento, di progetti che devono essere abbandonati per mancanza di fondi e di “personale”; nel frattempo le chiese si svuotano, gli scandali rimbalzano, si cerca con tutte le forze di far continuare a funzionare una struttura forse ormai stanca; la retorica è posta sugli anziani e sui nonni (nei giorno scorsi si è celebrata la prima giornata mondiale dei nonni, con  annesso decreto di indulgenza plenaria). Mi permetto di essere lievemente polemico perché in tempi normali, se avessi fatto scelte diverse, ora potrei essere tranquillamente nonno di molti nipoti; l’età c’è!

In questa plumbea atmosfera l’incontro tra Maria ed Elisabetta è almeno tanto stupefacente, quanto incongruo rispetto all’esperienza del presente collettivo.
La prima si è alzata piena di energia e ha attraversato velocemente una regione di montagna per raggiungere il villaggio al sud del paese dove abita sua cugina. Quest’ultima, vedendola, grida con tutte le sue forze la propria gioia, perché si accorge che stanno accadendo cose così meravigliose da aprire alla speranza un intero popolo. Si ha l’impressione che Elisabetta stia vedendo l’alba del mondo, quando la luce fa la sua comparsa sfolgorante e illumina un panorama grandioso che diventa sempre più nitido. In effetti, stanno per nascere Giovanni e Gesù ed è l’avvento di un cambiamento radicale: tutto è possibile.
Per noi oggi il cambiamento annunciato sembra non corrispondere a questa situazione.
Tuttavia, mi tornano in mente gli occhi brillanti di un’amica quando ha saputo di aver avuto una bimba in adozione; il suo corpo era quasi danzante, sembrava non posasse i piedi sulla terra, praticamente volava.
Ripenso anche agli occhi beati di un amico vedovo che, mi raccontava di essersi sorpreso a parlare per ore, senza sosta, con una donna della quale si era innamorato.
Allora mi domando: ma noi, che apparteniamo a un mondo cupo, come ci poniamo davanti a questo umano che esulta di gioia?
È forse uno shock? Sembra una barzelletta, oppure, a ben vedere, siamo un po’ invidiosi? Non potremmo passare attraverso la stessa esperienza? Sarebbe possibile? O siamo solo dei poveri illusi? Posso arrivare ad essere come Maria e attraversare le montagne pieno di energie? Posso essere visionario come Elisabetta e vedere realizzato oltre misura, e in anteprima, il sogno di un mondo nuovo? Come faccio?
Elisabetta risponde: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?  Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”.
Credo di capire che il bambino vorremmo vederlo fuori di noi, già pronto, già adulto e forte, mentre in realtà è ancora invisibile: sta formandosi. Bisogna essere un po’ visionari come Elisabetta – o lungimiranti – per intuire prima un mondo nuovo; probabilmente solo la fede piena può vederlo nascere. Ciascuno di noi porta con sé la stessa opportunità che accada, lo stesso mistero, lo stesso mondo che chiede di nascere. Per ora vediamo solo in modo confuso un mondo vecchio, che appare piuttosto al tramonto che all’alba: “Ora la nostra visione è confusa, come in un antico specchio; ma un giorno saremo, faccia a faccia, dinanzi a Dio. Ora lo conosco solo in parte, ma un giorno lo conoscerò pienamente come lui conosce me”. (1Cor,13).
D’altronde i discepoli, che avevano pescato invano tutta la notte, risposero a Gesù “sulla tua parola, continueremo a pescare”; poi scopriranno l’alba del mondo.
Penso sia necessario guardare con grande attenzione, mentre continuiamo a fare – al nostro meglio – ciò che c’è da fare: allora forse scorgeremo i germogli di quel che sta nascendo, ed eviteremo la trappola di proiettare le nostre aspettative sul futuro, volendolo subito e come noi immaginiamo debba essere, cioè identico ai nostri presunti bisogni, a nostra immagine e somiglianza. Mentre nascere è sempre diventare altro.

Le due donne rimasero insieme tre mesi, fino a quando Elisabetta diede alla luce un bambino dal nome nuovo: nessuno si era mai chiamato Giovanni nella sua famiglia. Giovanni prenderà una strada diversa da quella di suo padre, quella del deserto e annuncerà la possibilità di un cambiamento salvifico.
Fuori dalla città, più tardi, nascerà Gesù: anche Lui prenderà una strada diversa da quella di Giuseppe, percorrerà strade e sentieri, entrerà nelle case, nei villaggi e nelle città e a tutti -anche oggi – continua a chiedere di nascere e crescere, riconoscendosi figli legittimi in un mondo che è il nostro.
Potremmo anche smettere di metterlo a ferro e fuoco.

NB: in copertina l’incontro tra Maria ed Elisabetta; clicca qui per saperne di più.

Valori nutritivi

E tutti saranno ammaestrati da Dio

Giovanni 6,41-51 – Domenica, 8 agosto 2021,
Diciannovesima Domenica del Tempo Ordinario

Qual è il valore nutritivo di un alimento? Oggi siamo abituati a leggere le etichette sui prodotti per conoscere meglio ciò che mangiamo, per mangiare “sano”, come si usa dire; l’alimentazione sana dà forza ed energia. Non voglio affrontare questo tema, ma mi pongo una domanda simile ad un altro livello: cos’è veramente nutriente e ci dà forza a livello umano e spirituale?
In questo caso, per trovare una risposta, non abbiamo a disposizione etichette che servano da guida. Io so che ci sono vite la cui forza mi attrae. Cosa ha nutrito queste persone e ha dato loro la forza di diventare ciò che sono? Da questa prospettiva vorrei rileggere il vangelo di oggi.

Gesù dice: “Io sono il pane della vita”; parla di un nutrimento unico e molto particolare, tale da essere fonte di una forza che non muore, sorgente di una vita senza limitazioni.
La liturgia di oggi offre un estratto di 11 versetti, appartenenti ad una sequenza più lunga, che si apre riallacciandosi al racconto contenuto in Esodo, 16,4-35: “Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi …”. I padri che mangiarono il pane dal cielo nel deserto, però, sono morti – dice oggi Gesù. La manna durava un solo giorno, scendeva ogni giorno per sei giorni la settimana in misura perfetta e adeguata a ciascuno; il sesto giorno scendeva in misura doppia per consentire il riposo sabbatico; il popolo d’Israele si nutrì di manna durante tutta la traversata del deserto. Il pane sceso dal cielo oggi, insegna Gesù di Nazaret parlando di se stesso, è più della manna, perchè dura in eterno. Eccola, dunque, la sorgente di vita illimitata, secondo Giovanni.

L’Evangelista, con il suo racconto, intende rispondere ad una domanda che ai suoi tempi molti si ponevano: come può Gesù di Nazaret venire dal cielo, così come afferma, se è nato qui, sulla terra, e tutti conosciamo il padre e la madre?
Nella misura in cui ci si apre a questo brano, a questa Parola, perché ci si lascia ammaestrare da Dio, si riconosce che la Parola del Figlio è la stessa del Padre; entrambe (ed Entrambi) sono una cosa sola, proclamano gli stessi valori, puntano nella stessa direzione. Gesù di Nazaret, “di cui conosciamo il padre e la madre”, proprio quell’uomo che ha percorso le strade della Palestina, è anche il Cristo, il volto stesso di Dio, il pane eterno, sceso dal cielo.
Come? Quel ragazzo, il figlio di Giuseppe di cui conosciamo il padre e la madre?” – mormora il popolo di Dio, così come aveva mormorato nel deserto ai tempi di Mosè.
Nello stesso, identico modo, come il popolo nel deserto prima, e davanti all’insegnamento di Gesù dopo, noi continuiamo a mormorare, a recriminare, a lamentarci.
Il Nazareno è netto nella risposta, per chi vuole ascoltarla: si mormora, perché nessuno è in grado di mangiare quel pane disceso dal cielo se non è attratto dal Padre, si mormora perché non si è ammaestrati da Dio, si mormora perché non si ode la Parola e dunque non si impara: si è sordi.

“Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.” – È detto molto chiaramente: Gesù Cristo è la Parola da mangiare.

Credo sia necessario, nell’attesa dell’ultimo giorno, imparare a risorgere ogni giorno, letteralmente a “svegliarsi”: imparare a dare sostanza a ciò che è stato depositato in profondità dentro di noi alla nostra nascita, a questa Parola che fin troppo spesso non udiamo e che corrisponde alla nostra essenza più intima.
Per farlo, io credo, è necessario imparare a non mormorare, non lamentarsi, non recriminare, non porre osservazioni banali, altrimenti c’è troppo rumore, non si riesce a sentire la Parola, la cui sorgente, invece, è vicinissima.
Nonostante la pressione di tutto ciò che ci circonda, nonostante le nostre molteplici ferite, se facciamo silenzio, possiamo essere ammaestrati da Dio, cioè ciascuno può imparare tutto quel che c’è da sapere.
Giovanni, nell’ultimo capitolo del suo vangelo, racconta che gli apostoli incontrarono tre volte il Cristo vivo, dopo la resurrezione. Durante l’ultimo di questi tre incontri il Cristo domandò tre volte a Pietro se lo amasse. Pietro rispose affermativamente tutte e tre le volte.
Nel nostro quotidiano – ordinariamente assai meno drammatico di quello di Pietro – possiamo scoprire che non si può amare senza offrire se stessi alla luce, e senza vedere sotto la stessa luce ogni persona che incontriamo. È necessario esporsi alla forza dell’amore, solo così si può ascoltare la Parola e lasciarsi ammaestrare.
E’ una specie di parto: esporsi alla luce, darsi alla luce ed esporre l’altro alla luce, dare l’altro alla luce. Smettendo di nascondersi … Si nasce sempre alla luce; dopo, si cerca l’ombra e l’oscurità, per nascondersi, perché nessuno di noi è in grado di sostenere da solo il rischio d’amare “fino alla fine”. Anzi, ci guardiamo bene dal correre questo rischio! Come Pietro, che durante la notte della cattura, si guardò bene dal riconoscere pubblicamente di essere amico del Nazareno.
Dopo, però, quel che vide e visse esponendosi alla luce … ci espone tutti alla stessa luce.
Ci nasconderemo o ci lasceremo illuminare fino alla fine?

NB: immagine di copertina, miniatura del XIV secolo: vedi qui l’origine