Battesimo del Signore

Tu sei mio figlio, in te trovo la mia gioia

Domenica 9 gennaio 2022, – Anno C
Festa del Battesimo del Signore
Luca 3,15-16; 21-22

Siamo nella stagione degli auguri. Li presentiamo, li riceviamo. Ma queste sono parole spesso stereotipate: felicità, salute, realizzazione di progetti.
Oppure quest’anno hai sentito qualcosa di sorprendente, stimolante, eccentrico, qualcosa che tracci una linea oltre le abitudini sociali per indicare un altro orizzonte? E quali sono i desideri che tu stesso formuli? Di quali aspettative stiamo parlando? Dov’è il volto di Dio intorno a te? Aspetti il Messia?
“Non è per me, è già arrivato, l’attesa è finita.”
Oppure: “Non verrà mai, che senso ha aspettarlo?”
O ancora: “Non mi riguarda, non so chi sia, non so cosa farebbe se arrivasse.”

Il Vangelo parla di un popolo in attesa intorno a Giovanni Battista. In attesa di cosa? Un cambiamento politico? Una migliore gestione delle risorse economiche? Tenendo conto della miseria delle popolazioni rurali rispetto agli abitanti delle città? Oppure, contestualizzando solo al presente, l’uscita dalla pandemia? Una guarigione universale da ogni malanno?
Il testo non dice nulla al riguardo. Nel frattempo, è sempre a portata di mano il vecchio impegno: camminare con giustizia e senza superbia, camminare per incontrare il prossimo con lo stesso amore che desidero ricevere.
Ora è chiaro che questo impegno non si sta realizzando: vince la contraddizione interiore.
Se Dio non viene ad aiutare il suo popolo in difficoltà, la verità non germoglia dalla nostra terra. Allora, che mandi il suo Messia! Possa Egli adempiere ai voti degli anziani e liberarli da questa insopportabile confusione tra grano e pula non necessaria. O ancora riprendiamo quel canto di Avvento che diceva: “O cieli piovete dall’alto… o nubi fate piovere il Santo” (cfr Isaia 45,8).

Quando Gesù arriva sulle sponde del Giordano le aspettative messianiche si innalzano come una potente speranza nei cuori stanchi delle regole religiose. Eppure, emerge un contrasto sorprendente. Giovanni non ha menzionato la profezia di un Figlio dell’uomo dal cielo? Ed ecco, invece, un viandante come gli altri. Giovanni non aveva annunciato un battesimo di fuoco e di Spirito Santo? Ed ecco un uomo che si lascia immergere nelle acque del Giordano, come tanti altri.
Luca ne è entusiasta, afferra il contrasto e ce lo descrive. Nessuna questione per Luca di scegliere tra Giovanni o Gesù, ovvero tra le attese legate ai cammini e ai fallimenti di sempre e la realizzazione graduale che si manifesta attraverso l’uomo di Nazaret. Gesù chiede il battesimo: è solidale con quelli che si sono allontanati dallo splendore del tempio di Gerusalemme per raggiungere Giovanni sulle rive del Giordano.
Questo fiume non era il confine con la Terra Promessa? Tuffarsi per raggiungerla, non è riconoscere che l’ascolto di quella voce è andato perso, insieme al colloquio con essa?
Desiderare il perdono, liberarsi di ciò che più intollerante troviamo dentro noi stessi, non è trovarsi in presenza della longanimità di Dio? Il Nazareno è lì, come un peccatore, come me, come te, non finge, né davanti agli umani, né davanti a Suo Padre, perché si prende cura della nostra umanità, che condivide. Si prende cura del peccato del mondo.
Il cielo si apre, dice l’evangelista. Non al momento del battesimo, ma dopo. Gesù sta in preghiera. Ignoriamo le sue parole, eppure veniamo introdotti in una sorprendente intimità, e lo Spirito di Dio viene a posarsi su di lui, come una colomba che trova finalmente un luogo di riposo, una dimora definitiva. E la voce? Dice la presenza di Colui che desidera essere riconosciuto come Padre. Questa teofania non assomiglia alle manifestazioni divine trasmesse dai profeti e mette in crisi le aspettative. Invita al silenzio perché risuoni alle nostre orecchie una parola che è destinata a noi come di rimbalzo: “Tu sei mio figlio, in te trovo la mia gioia.” I nostri desideri e i nostri auguri reciproci potrebbero echeggiare questo?

Piovete, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza.

Discorso

Eppure il mondo non lo riconobbe

Giovanni 1,1-18 – Domenica, 2 gennaio 2022
Seconda Domenica dopo Natale

La tradizione cristiana ha conservato quattro vangeli, che assumono ciascuno un diverso punto di vista; il Vangelo di Giovanni è l’ultimo in ordine di tempo e trae tutta la sua originalità da un lungo processo di riflessione e rilettura degli eventi.
Qui la nascita del Nazareno viene evocata senza fare riferimento ad angeli, mangiatoia, cometa o pastori, né ad altre componenti che sono parte del nostro tradizionale modo di sentire il Natale. Non ci sono immagini di realtà “tangibili”, e non si tratta neanche di una narrazione di tipo storico: non c’è l’intento di ricostruire cosa avvenne quella notte a Betlemme.
Al posto di una narrazione, il Vangelo di Giovanni offre una sorta di poema filosofico che mette in gioco concetti astratti: la parola, la luce, le tenebre, la verità. Parole difficili da penetrare, probabilmente più delle immagini concrete di Luca, Matteo e Marco, che ci riportano ad un immaginario forse più familiare.
Giovanni descrive la nascita di Gesù, come evento dal significato cosmico, andando dritto al punto, senza prendere per mano il lettore per portarlo lì con gradualità: afferma subito che Gesù è il Messia, lo dice in maniera quasi brusca. Per parlare della divinità di Gesù usa una parola mutuata dalla filosofia greca: lógos. Significa “parola”, ma anche “discorso” e “ragione”. Si tratta quindi di una parola che nasce per costruire, guidata dall’intelligenza discorsiva.
Cosa significa dire che Gesù è il Lógos, la Parola con la P maiuscola?
Significa prima di tutto che il Cristo è colui attraverso il quale tutto è detto nel tempo e fuori dal tempo. Il suo Vangelo non è solo una serie di parole, che si susseguono, legate alla dimensione temporale del nostro leggere, è un discorso che si snoda nel nostro presente, come nel nostro passato e come continuerà a fare nel nostro futuro, perché la Sua origine è in un tempo assoluto, una condizione inclusiva, che gli esseri umani possono solo raramente sperimentare a causa della loro vita intessuta nel tempo ordinario. Il discorso di Gesù di Nazaret è dunque in sé saturo di ogni possibile. Nella nostra dimensione non possiamo aggiungere nulla alla pienezza della Parola, la possiamo solo testimoniare, costruendo il nostro parlare giorno per giorno, camminando passo dopo passo sul nostro sentiero, rimanendo in attesa di ogni possibile.
Con le parole di Giovanni camminiamo nel tempo della Rivelazione, della rivelazione di ciò che è stato detto fin dall’inizio. La Parola, il discorso di Dio incarnato nella vita terrena di Gesù di Nazaret, precede ogni persona ed ogni evento; tutto ciò che esiste, tutto ciò che sperimentiamo giorno per giorno è stato fatto per mezzo della Parola che precede ogni cosa.
Non è rassicurante per noi? Non è incoraggiante?
Se tutto ciò che esiste, esiste solo attraverso la Parola, se tutto il dire precede ogni evento, significa che ogni evento, felice o infelice che sia, ha un senso ed è finalizzato alla nostra salvezza. Siamo liberi di testimoniare momento dopo momento la nostra personale capacità di amare il prossimo come noi stessi. Ecco perché la Parola è di grazia e di verità: genera i suoi effetti su un piano completamente diverso dalla parola della Legge data a Mosè, è finalizzata alla salvezza, oltre la Legge, ma non prescindendo da questa Legge. Il nostro scopo non dovrebbe essere guardare al prossimo per giudicarlo, ma guardare al prossimo con tutta la cura che avremmo per noi stessi. Solo così ci accorgiamo delle ferite – degli altri e nostre – e possiamo parlare e agire per testimoniare di essere sinceri e benevoli, in compagnia … di grazia e verità.
È complicato? Forse sì. Essere testimoni dipende esclusivamente dalla nostra coscienza, dalla nostra fiducia, e, in gran parte, dalla nostra volontà.
Grazia e verità sono parole rassicuranti, che possono suonare tremende allo stesso tempo.
Cerco di dire l’aspetto rassicurante: non siamo abbandonati ad un destino arbitrario e crudele, guidati da una volontà assurda, irragionevole e caotica. No, siamo in presenza di una volontà basata sul Lógos, che ci ha chiamati in vita uno per uno e che ci permette di vivere. Tutti.
Di questo si sostanzia il senso dell’enorme fiducia e della grande serenità, caratteristiche della fede. Se siamo vivi è solo perché c’è stata una Parola che ci ha preceduto per farci vivere come persone pensanti, parlanti e capaci di amare; è la stessa forza che permette a ciascuno di essere ciò che è, e perfino di avere ciò che ha.
Talvolta mi sembra addirittura strano che si possa dubitarne: basti pensare a ciò che capita quando un bambino piccolo viene lasciato solo, senza la parola umana che potrebbe accompagnarlo e farlo crescere: quel bambino imparerà solo con difficoltà ad esprimersi pienamente e il più delle volte crescerà nella sofferenza, mettendo a fuoco con ritardo ciò che distingue il dolore degli esseri umani, da quello degli animali … il miagolio di un gatto, dal grido di un neonato affamato.
Noi non siamo solo animali, siamo anche discorso ragionato, siamo capaci di parlare sensatamente e il nostro pensiero è prima di tutto verbale. A differenza di ogni altro genere di animale noto, la capacità di parola fa la nostra specificità come esseri umani e l’atto del parlare – capendo e facendosi capire, cioè ragionando “amorosamente” – è frutto dell’interazione con i nostri simili.

D’altra parte, l’aspetto tremendo, il tremendum della Buona Novella, è che ci obbliga a rifondarci ogni giorno come discorso ragionato, venuto al mondo non per caso, e ci pone di fronte ad una domanda decisiva: preferiamo vivere al buio o alla luce?
Giovanni purtroppo risponde senza mezzi termini, al versetto 5 – La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta – e ai versetti 9-11: Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.
Preferiamo vivere al buio o alla luce? Questo il dilemma della libertà personale e del suo esercizio, che richiede coraggio, vista acuta, desiderio di guardare, disposizione ad amare.
La Parola, il Lógos, c’è fin dall’inizio: in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio ed è vero che Dio nessuno l’ha mai visto e proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha rivelato.

Ascoltavo nei giorni scorsi per radio l’inizio di una trasmissione che poneva l’accento su una questione scottante: la vecchiaia in solitudine, spesso accompagnata dalla malattia. Se siamo giovani e sani, può accadere di pensare che la vecchiaia e la malattia non ci riguardino, perché non sono le nostre.
È forse lo stesso senso di estraneità che provano anche gli adulti di fronte al migrante che cerca di sfuggire alla guerra, alla carestia, all’odio per cercare di vivere? È forse lo stesso senso di estraneità che proviamo di fronte ad ogni forma di emarginazione?
Poi c’erano altre notizie, attorno a mirabolanti manovre economiche per puntellare l’economia. Superbonus. Nel frattempo, i prezzi dell’energia vanno alle stelle. Anche quelli dei generi alimentari. La scuola? Sì. Fondamentale, in presenza. Certo. Giusto.
E progetti di ampliamento e rinnovamento delle strutture, e impianti di areazione e purificazione per gli edifici scolastici pubblici?
Abbiamo già visto e pagato il depauperamento della sanità pubblica ridotta ad industria ospedaliera, speriamo che non si finisca col trasformare tutta la scuola pubblica in industria privata.
Ecco questioni concrete per decidere se vivere e far vivere alla luce o nelle tenebre…
Abbiamo bisogno di una visione per il futuro, per costruirlo in maniera inclusiva e non contraddittoria.
Ora resta la pandemia, come modalità di discorso unico, che catalizza l’attenzione e l’ansia di ciascuno; sembra rendere tutti stranieri, estranei, sbalestrati. Anche i più forti. Unica terminologia martellante e scarna, non di rado sconnessa, ma globalmente sbandierata: apri la finestra, fai circolare l’aria, mantieni la distanza di sicurezza; e poi: isolamento, quarantena, disinfettanti, mascherina, tamponi, vaccino, novax, novavax (…ancora bisogno di novità?), prima dose, seconda dose, dose unica, booster, green pass, base e rafforzato – sei o nove mesi? O forse tre?

Chiudete la finestra che ho freddo!

Intanto il senso di estraneità cresce, e si scopre che molti sono sbigottiti, sballottati, sbandati, sbroccati, sbriciolati e sbancati, causa la vita al tempo del Covid.
C’è qualcuno che se ne prende cura?
Occorre una parola, una ragione, un discorso, capace di rimediare, toccare, sanare oltre il covid e risvegliare dallo sbando, che ci rende estranei l’uno per l’altro. Forse è anche in una situazione simile che potremmo dire eppure il mondo non lo riconobbe; il testo di Giovanni non ci parla del Cristo come di una divinità eternamente immutabile, congelata nel suo stato di isolamento, descrive piuttosto un Dio vicino, di una vicinanza che forse non riusciamo più a distinguere negli occhi dei passanti.
L’ambizione di questo prologo è di raccontarci cosa ci precede e cosa ci aspetta. A noi la decisione di ascoltare o meno questa Parola e di partecipare alla creazione del nostro tempo terreno, che non è solo nostro, ma anche di quello accanto, e di quello un po’ più in là.

Credo che così si possa accogliere la Parola e accendere quel potere tutto particolare di diventare figli di Dio, generati non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma appartenenti ad una genealogia che va oltre la chiacchiera priva di ragione, e che abita sempre nella prossimità della cura amorosa.

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Tornare per cercare

Non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme

Luca 2,41-52 – Domenica, 26 dicembre 2021
Santa Famiglia di Gesù Maria e Giuseppe

L’evangelista Luca racconta nel suo Vangelo un’avventura, che tocca Giuseppe e Maria: Gesù, il figlio dodicenne, non è con loro nella carovana di ritorno a Nazaret, dopo il pellegrinaggio pasquale a Gerusalemme. Il ragazzo non è dove dovrebbe essere. I genitori sono preoccupati, lo cercano affannosamente.
Se questo ragazzo fosse stato figlio nostro, cosa avremmo fatto, come avremmo reagito?
Durante l’estate una coppia di amici mi raccontava: “I nostri figli non vogliono più venire in vacanza con noi”. Si trattava forse delle prime prove tecniche di autonomizzazione; ci sono molti modi per manifestare il desiderio di autonomia, una di queste è cercare di uscire dalle consuetudini familiari. Alcune modalità creano meno ansia nei genitori, altre invece generano angoscia viva, direi una specie di “sindrome del figlio scappato di casa”. In ogni caso si tratta di atti, che prefigurano la futura partenza dalla casa d’origine.

Ma è di questo che Luca sta parlando? Non credo proprio.
Gesù dodicenne manifesta qui una caratteristica della sua presenza: lui è dove noi, in prima istanza, non lo cercheremmo; quindi, non lo troviamo nel luogo per noi più scontato.
Non posso fare a meno di condividere la preoccupazione dei suoi genitori: lo hanno cercato dappertutto, il tempo passa, la loro determinazione e la loro angoscia aumentano. Continuano a non trovarlo. Devono cercare altrove. Sono costretti a tornare indietro.
Tornano a Gerusalemme e là lo vedono.
Lo vedono, ma non possono riprenderlo per mano e riportarlo con autorità dove secondo loro dovrebbe essere; non ci riescono, perché Lui pronuncia parole che stabiliscono una distanza tra loro, non colmabile a misura d’uomo: “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”
E siamo solo all’inizio del Vangelo di Luca.

Mi tornano in mente gli amici di cui parlavo prima, con i figli riottosi a seguirli, proprio perché è tipicamente umano voler andare in vacanza, come dire, svuotati da pensieri e preoccupazioni per vivere “sine cura”, almeno per qualche giorno. Ad un certo punto, nemmeno si possono più prendere i figli per le orecchie; i figli si sganciano, in un processo simile allo svezzamento, talvolta sembra che siano loro stessi a svezzare genitori troppo ansiosi. Qualche altra volta succede anche il contrario, il processo si allunga.
Nel Gesù dodicenne non c’è nulla di tutto questo: in breve sa di se stesso e della sua strada, perchè ha ascoltato le Scritture e non ha bisogno di ribellarsi, né di ubbidire, semplicemente segue la sua strada; si sottomette all’autorità dei genitori, perchè vive la sua cultura e il suo tempo senza divenirne succube o subirla. Pone una distanza.
Ci sarà sempre una distanza tra ciò che Gesù fa e dice e ciò che la gente capisce, tra ciò che dice e ciò che la gente ricorda. La distanza cresce, incurante dei vincoli di parentela e di amicizia, di genitori e di discepoli. Forse oggi questa distanza è chiara anche davanti a noi.
Gesù non è nella “carovana”. La cosa curiosa è che con la sua distanza, con la sua “imprendibilità” determina l’uscita dalla carovana di Giuseppe e Maria. Questo credo sia anche ciò che accade a chi cammina coi figli e dev’essere successa la stessa cosa pure ai re magi. Uscire e andare alla ricerca. Camminare e poi … tornare per un’altra strada.
L’indicazione potrebbe risultare utile: usciamo, camminiamo e cerchiamo altrove. Magari altrove è pure sotto casa: “Dov’è?” O più profondamente: “Chi è?”
L’intento di Luca dev’essere stato una specie di invito alla ricerca, di invito a uscire per ricercare, anche dagli schemi di pensiero sterili, non più produttivi, per guardare il mondo con occhi nuovi.


Gesù non possiamo catturarlo nella mangiatoia di un presepe, ma possiamo riconoscerlo alla maniera dei discepoli di Emmaus: alla vista di un gesto familiare, noto, mentre benedice il pane, lo spezza e lo porge.
Se ho incontrato qualcuno che mi ha offerto qualcosa di fondamentale per me, gratuitamente, per amore – e non per forza – allora forse l’ho visto, l’ho trovato.

“Perché cercate il vivente tra i morti? Non è qui, è risorto. Ricordate come vi ha parlato quando era ancora in Galilea”. Così si sentirono dire le donne la mattina di Pasqua.
Possiamo prima di tutto ritornare sui nostri passi e ricordare; forse l’abbiamo già visto in chi gli ha reso testimonianza, in qualcuno che non ha zittito le nostre domande, piuttosto le ha suscitate e le ha accolte. Ma non l’abbiamo potuto trattenere. Quindi occorre cercarlo ancora, forse allontanandosi dalla carovana, come fecero Giuseppe e Maria.
È solo grazie a questo movimento di tornare a cercare, che noi possiamo ancora nutrire la speranza in un mondo migliore.

Abbiamo appena celebrato il Natale, e il volto del Nazareno possiamo riconoscerlo in tutte le persone che attraversano la nostra strada, le meno appariscenti, le più semplici, le più sofferenti, le più povere e in tutti coloro che gridano verso il Figlio dell’Uomo, perchè cercano il Suo volto, il Suo sguardo, la Sua presenza nella loro vita.

Viaggio

In quei giorni Maria si mise in viaggio

Luca 1,39-45 – Domenica 19 dicembre 2021
Quarta Domenica di Avvento

Perché Maria va in tutta fretta a visitare la sua parente Elisabetta? Non oso rispondere che voglia verificare la parola dell’angelo (1,36). Preferisco pensare che senta incontenibile il desiderio di condividere la sua gioia. Perchè no? Quello che le sta succedendo e sta accadendo a sua cugina è straordinario! Luca vuole probabilmente farci comprendere la meraviglia che ogni maternità rappresenta. Questa pagina è totalmente femminile: gli uomini sono assenti. Altri testi ci parleranno della paternità umana. Il maschio resta fuori dal mistero della gestazione e del parto, mentre Maria ed Elisabetta condividono la gioia della vita ricevuta e donata, proprio sul piano del corpo in un’esperienza che sembra andare molto oltre l’esprimibile.
In un certo senso, di ogni uomo potremmo dire che non è nato da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma da Dio (cfr Gv 1,13).
Ogni maternità in sé è prima di tutto da un principio che ci trascende.
Considerato che l’esperienza della gravidanza e del parto mi manca e non riuscirò mai ad averla neanche impegnandomi molto, ho chiesto a chi l’ha avuta, per avere qualche informazione di prima mano. Cosa sempre possibile a tutti… una specie di intervista.

Ho chiesto innanzitutto notizie sull’angelo e sulla gioia. Come si riceve la notizia? Cos’è questa gioia? Io immagino che tutti saremmo chiamati ad esercitare la “funzione angelica” (cfr. Sal 19,1-7), perché indica la presenza di una parola senza parola, di giorno e di notte, nei cieli e sulla terra.
Pare che nel caso dell’intervistata gli angeli fossero un medico e un’infermiera; il primo, il fratello, disse: “Caspita, sei incinta!”
Risposta e battito di mani: “Che bellezza!”
“Ma perchè, l’avete cercato?”
“Certo!”
“Ah, beh…allora, congratulazioni vivissime!”
Si vede, penso io, che non tutti cercano un figlio e che i medici – può essere – si tengano sulle generali per non urtare eventuali suscettibilità: angeli strani!
Pare, in ogni caso, che il sentimento di gioia, facesse capolino in tutta la sua pienezza quando un’infermiera – atea – apparve all’orizzonte, simile ad Elisabetta e, posizionando un attrezzo sulla pancia della donna, la invitò ad ascoltare il battito cardiaco del piccolo di circa tre mesi. Gioia pura. Irrefrenabile. La stessa sensazione, centuplicata, al momento dell’apparizione del neonato, poggiato sul corpo della madre: sguardo a fessura, calma sovrana, seguito ad uno strepito di disappunto per la prima boccata d’aria. Una ubriacatura. Esperienza dionisiaca?

Beata colei che ha creduto nell’adempimento, mi dico (Lc 1, 45). Ciò che Maria vive in pienezza, noi lo viviamo a nostra misura: la nostra fede ci fa accogliere la Vita e la portiamo nel mondo, le diamo accesso al nostro universo. È così, che anche il Cristo si è messo nelle mani degli uomini, facendosi piccolo d’uomo, mentre sua Madre celava tutte queste cose nel suo cuore. Questo ci dice il Magnificat, che segue immediatamente il vangelo di oggi. Si noti che il Magnificat passa senza transizione da ciò che accade a Maria a ciò che accade a tutti gli umili, a tutti coloro che accolgono Dio, a tutti gli affamati. Maria è la figura dell’umanità compiuta.
Ma per tutte le altre donne non dev’essere sempre così semplice; dove sono Maria ed Elisabetta nella vita di tutti i giorni, fuori dal raggio di luce appena descritto?
Le parole che seguono lo testimoniano:

“Fino al momento del parto sembrava che tutti, in famiglia, mi considerassero preziosa, dopo, solo una specie di scatola vuota…; emergevano dentro di me anche le vecchie voci di contestazione, sussurrate dalle amiche anni settanta, che allora cominciavano ad incanutire: basta con questa storia, la favola di una istituzione maschilista, che ha fatto della maternità e dell’idealizzazione della donna-madre il primo strumento di controllo delle coscienze, finalizzato all’esercizio del potere”.

Duro, no? Duro da sentire. Anche da capire. L’oscuro equivoco. Il rovesciamento. La negazione. La menzogna. Voci fastidiose, insinuanti, che feriscono.

“Fatto sta che quando ero incinta – dice ancora la donna – non mi sentivo certo Elisabetta, né, tantomeno, Maria. Neanche avevo un marito che se ne stava muto come Zaccaria. Perchè, bisogna ammetterlo, Zaccaria almeno, uomo pio, aveva avuto in dono da Dio di potersene stare zitto per tutta la gravidanza di sua moglie! Mio marito, no. Non era pio e non aveva ricevuto il dono della perdita della parola; in compenso sapeva tutto quello che io avrei dovuto fare per essere una buona madre e lo diceva ai quattro venti, giorno e notte. La sua teoria si basava su pochi e incisivi assunti: parto in casa, allattamento al seno, nessuna vaccinazione, niente carne per i primi tre anni, stop alla medicina allopatica, e soprattutto niente battesimo. Tutto, alla luce di studi approfonditi, naturalmente, le cui fonti principali, oltre a fiumi di stampa alternativa, erano: un ottantenne medico omeopata, uno yogi vegano, e un non altrimenti identificato maestro, specie di guru della sinistra svaporata, in grado di tutto conoscere e tutto illustrare.
Siccome… come è scritto nella Bibbia?… La mia brama era verso mio marito ed egli mi dominava – (Gn 3,16b)… [ndr] – non fui in grado di difendermi da simili idiozie erette a contro-ideologia metafisica. Grazie al cielo mi salvai dal parto in casa, per sopravvenute complicanze (benedette complicanze! Forse un altro angelo…) che fecero apparire assai più sicuro un normalissimo parto in ospedale. Mi sottoposi all’allattamento al seno (col latte che non avevo) e poi, piangendo di inadeguatezza, mi arresi all’allattamento misto. Le angosce derivate dagli innumerevoli tabù omeopatici, veri o presunti, si acquietarono per il tramite di un’avveduta donna medico omeopata non fondamentalista. (Ancora un angelo o addirittura Elisabetta?). La carne rossa, il piccolo d’uomo la mangiò a partire da un anno di età e in compenso mangiò sogliole omogeneizzate a più non posso e lenticchie rosse decorticate. In seguito, appena varcò le soglie dell’asilo, divorò tonnellate di merendine e intrugli zeppi di additivi e conservanti al tavolo delle merende con i compagni: succhi, patatine, hamburger, ketch-up, bastoncini fritti (di pesce, ma lui credeva fossero qualcos’altro – questo lo scoprii dopo) coloranti, antibiotici, zuccheri, grassi e addensanti, poi addirittura allo studio dell’OMS per sospetta cancerogenicità. Proprio come tutti i bambini.
Il battesimo rimase l’unica seria sconfitta, questione non affrontabile e disattesa. Tra l’altro, se dicevo che andavo a messa (cosa stigmatizzata come diseducativa) il dileggio mi circondava: sorda e beffarda rimaneva cotanta sinistra-svanita al grido di libertà che, fievole, usciva dalla mia gola. Una volta, forse memore delle risatine beffarde degli stolti, il piccolo d’uomo, con un innocente calcio al pallone, abbatté imprevedibilmente il crocifisso di legno che tenevo nel mio angolo di pace, mentre i sensi di colpa mi sommergevano.
Dov’erano Maria ed Elisabetta, e anche Zaccaria? E Anna e Simeone? Neanche l’ombra.
Se proprio dovessi identificarmi con una donna di cui parla il vangelo, potrei essere più in sintonia, con Anna, la profetessa, quella che dopo sette anni di matrimonio, non si allontanò più dal tempio: il tempio per me è un luogo nel quale ci si senta pacificati e amati e, per questa unica ragione, si sia capaci di amare; noi esseri umani abbiamo ancora molto da imparare a questo proposito: non cedere alla menzogna, aprire gli occhi sulla realtà, non illudersi sul senso dell’uguaglianza tra i sessi. Il prezzo dell’errore potrebbe essere ritrovarsi complici della peggiore confusione e privati di quell’intelligenza creativa e generativa che contribuisce a rendere il mondo un posto migliore. Siamo tutti uguali, sì, ma è una valutazione morale, che dovrebbe potersi specchiare in leggi adeguate. Le donne sono, per fortuna, molto, molto diverse dagli uomini”.

E mi viene da aggiungere: immagina un mondo di soli uomini, o di sole donne; e non basterà obbligarsi a pensarlo come un grande insieme LGBTQ+ con tanto di distinguo tra cis- e transgender, per sentirsi più moderni e pronti sul pezzo a risolvere il problema.
In giro ci sono pochi cristiani che prendono il vangelo sul serio: a troppi purtroppo manca il sale e non ci dovremmo neppure meravigliare che lo spettro dell’autoritarismo, della distorsione del pensiero, della confusione delle parole sia a destra che a sinistra si aggiri per l’Europa, e che magari si difenda ipocritamente il natale con il presepe e le “sane” tradizioni della cultura europea. 

Il Natale è in gran parte disatteso, mentre si vuole il popolo come massa di spettatori, intrattenuta da ogni sorta di meraviglia circense.

Un grazie sentito ad Elisabetta e Maria, ma anche a tutte le altre donne capaci di accogliere la vita, di gioirne, di mettersi in viaggio; capaci di futuro e di stare in piedi, non solo davanti alle difficoltà, ma anche davanti a Dio.
Buon Natale! E buona rinascita a noi tutti.

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Che dobbiamo fare?

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha;
e chi ha da mangiare, faccia altrettanto»

Luca 3,10-18 – Domenica 12 dicembre 2021
Terza Domenica di Avvento

Il popolo è in attesa…Di cosa?
Provo ad indagare su quale domanda emerga dalle diverse storie, vere o presunte tali, raccontate sul web.
Il Natale si avvicina, la festa di stagione è alle porte. L’altra sera, non riuscendo a prendere sonno, ho fatto un po’ di surf da una schermata all’altra del mio tablet.
Premetto che sono abituato male, leggo riducendo ad una sintesi del tipo: il problema qui è… l’occupazione, la casa, la salute, la coppia, la vita religiosa, etc…
Ma no!
Non c’erano più problemi! C’era una “mancanza”, una vera ossessione.
Devo essermi perso qualcosa: che mi sia venuto a mancare un notiziario speciale?
La nuova preoccupante era la mancanza delle dosi di Pfizer e quindi la necessità di vaccinarsi con Moderna. La gente in maggioranza non gradisce.
Poi, altra terribile mancanza, non ci sono le ostriche per Natale.
Un allevatore allarmato spiegava che, di solito, in questo periodo ne raccoglieva 200 tonnellate; ora mancano le braccia per raccoglierle.
Quindi, oltre Pfizer e le ostriche, mancano anche le braccia.
Poi, come di catastrofe annunciata, un viso costernato annunciava che manca anche la sinistra.
Quindi a Natale ci si attende mancanza di Pfizer, ostriche, braccia e sinistra.
Se rimanesse solo la destra, che Natale sarebbe?
Nel Natale 2021, connotato dalla mancanza, il peggio consiste nell’assenza di Babbo Natale. La sciagura, al momento, pare colpisca solo il Canada: nei grandi magazzini, nelle feste aziendali e lungo le strade, è impossibile reperire il grande vecchio dalla barba bianca.
Il motivo del dramma? Il covid, naturalmente.
D’altronde Babbo Natale, si sa, è un anziano e, diciamolo pure, piuttosto “coperto”.  Sarà imbacuccato e vaccinato, ma i bambini che gli correrebbero incontro, potrebbero non essere tutti vaccinati! E che, vogliamo correre questo rischio? Morale della favola, meglio starsene a casa.
Mi si annebbiava la vista, cominciavo ad avere sonno, non era chiaro se la catastrofe minacciasse anche l’Italia o qualche altro paese dell’UE. Ad ogni modo, è veramente brutto… Se non ci saranno più Babbi Natale a Natale, dove andremo a finire? Intendiamoci, ho attraversato la mia infanzia in modo tranquillo pur non credendo a Babbo Natale, e del resto a casa nostra non era mai venuto. Neppure quando, prima di trasferirci in campagna, abitavamo nel centro del paese. I regali e i doni da noi li portava Santa Lucia e per di più il 13 dicembre. Il 25 eravamo noi a portare i doni al bambinello davanti al presepe, piccoli magi invitati a ricordare…i poveri Cristi…
A tutt’oggi devo dire che la mancata presenza di Babbo Natale non ha disturbato il mio equilibrio psico-fisico. Mi sembrava solo strano che Gesù bambino portasse regali, entrando nei grandi magazzini, esibendosi in giubba rossa e slitta trainata da renne: una roba incomprensibile per me, troppo moderna per i miei…

Come che sia, ho abbandonato il tablet in uno stato di sonnacchiosa inquietudine, ma mi sono risvegliato con la ferma intenzione di fare scorta di Pfizer, di ostriche, di braccia, di sinistra, ma non di Babbi Natale, nostalgico dei bei tempi in cui non mi mancava proprio niente.
Lo so: la mia è una mancanza di fantasia e di immaginazione, come si diceva nel maggio 1968. Però mi chiedo: quale reale stranezza spinge ad inoculare nel prossimo questa particolare micro-dose di angoscia, che agita il fantasma della mancanza?

Non sarà la paura di dover scegliere?
Un po’ come per le tavolette di cioccolato al supermercato: panorama sterminato di tavolette a tutti i gusti, con tutte le farciture possibili … E ora? Quale compro? Giustamente, se chiedi ad un bambino quale vuole, quello risponde: “Tutte!”.

Ecco dunque la vera questione: riuscire a scegliere, decidere cosa fare:
“Cosa dobbiamo fare?”
Cosa si fa in vista del Natale?
L’eterna domanda posta al Battista (Lc 3,7) – e alla Chiesa nascente (attraverso Pietro) in Atti 2,37: “Cosa dobbiamo fare?”
Difficile ascoltare questa pagina di Vangelo senza vedere ciò che accade attorno a noi, ignorando la domanda di giustizia sociale e di un metodo più equo di ridistribuzione della ricchezza.
“Cosa dobbiamo fare?”, chiedono a Giovanni.
La risposta inaugura un tempo nuovo, un tempo diverso: non digiuni, preghiere o sacrifici, ma giustizia. Chi non è disposto a restaurarla non è meno peccatore di un ladro.
Cibo e vestiti sono beni di prima necessità, chi non li ha non è solo povero, vive in miseria e non c’è giustizia sociale nella miseria, quindi l’imperativo del Battista esige che nessuno debba soffrirne la mancanza. Si tratta di condividere ciò che si ha, non pretendendo di farlo oltre ciò che ci è dato avere, più di quanto sia ragionevole. L’unico criterio di valutazione è il riconoscimento dell’uomo in “ogni carne”.
Per definire cosa sia “giusto”, vengono enunciate norme precise, risolutive: tra i cittadini c’è chi ha da vestire e da mangiare in misura doppia del necessario e chi non ha nulla, quindi chi ha il doppio condivida; tra i funzionari c’è chi compie sistematici abusi di potere, quindi non esiga più di quanto è stato fissato; tra i soldati c’è chi maltratta ed estorce, si accontenti dunque della sua paga.
Chi sono queste folle, questi funzionari e questi soldati? Oggi le classi sociali sono organizzate diversamente e non facciamo fatica a riconoscere che a qualunque livello di appartenenza esistono purtroppo vuote sembianze d’uomo che approfittano, abusano, vessano ed estorcono.

Le parole di Giovanni vengono accolte con una sorta di segreto stupore; ci chiediamo, in cuor nostro:
“Ma chi si può permettere di parlare così? Non sarà per caso il messia?” No! Il Battista annuncia l’avvento del messia.

Sei uno che approfitta o sei uno di cui ci si approfitta? Sei uno che maltratta, o sei stato maltrattato? Sei uno che estorce o hai subito un’estorsione? Vessi o sei vessato? Oppure appartieni a entrambe le categorie?
In ogni caso c’è una buona notizia: puoi cambiare rotta. Chi è in attesa di un futuro, e di un futuro che sia migliore dell’attuale, si avvii! Cambi rotta.
Si converta, dice Giovanni.
Da qui l’immagine molto forte del vagliatore che separerà il grano dalla pula.
Il “raccolto” è adesso ed è necessario tenere ben presente che grano e pula convivono anche all’interno dello stesso essere umano: la pula è l’involucro dei chicchi di grano e rappresenta l’ingiustizia che ciascuno di noi è capace di commettere: sarà dispersa dal vento (Sal 1,4). E bruciata. Si volatilizzerà.
Il Battista è un profeta ed è come una sentinella che avvisa in anticipo e informa su ciò che sta per accadere: nel bel mezzo della notte più lunga, lancia l’invito a svegliarsi dal sogno bambino, a rinascere come persona, nella realtà della vita di ogni giorno, con un impegno coinvolgente e che solo testimonia la verità della quale ci si fa portatori in una dimensione che è insieme individuale e collettiva.
Via le luminarie fittizie organizzate per riempire le mancanze o ammobiliare il vuoto, lasciamo che si dilegui nel vento l’incoscienza tronfia, orgogliosa e fuori luogo di Zaccheo, che, arrampicato sul suo sicomoro, guarda il Cristo dall’alto in basso, mentre si protegge con i suoi falsi bisogni dal terribile rischio di amare, come un bambino capriccioso, illuso che tutto e tutti debbano piegarsi al suo, personale, proprio, unico, esacerbante, onnivoro desiderio.
Al cuore della mancanza si apre la possibilità di scegliere la nostra identità reale, che non è un sogno da scaffale ricolmo, ma ancora e sempre l’umanità incarnata da porre al centro della nostra attenzione e della nostra capacità di cura.
E se anche tu stessi attendendo ancora una volta di nascere veramente?
Buon Natale!

NB: immagine di copertina: Chagall, Les saltimbanques dans la nuit.

Rimuovere gli ostacoli

I passi tortuosi siano diritti;
i luoghi impervi spianati.

Luca 3,1-6 – Domenica, 5 dicembre 2021
Seconda Domenica di Avvento

“Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea …”.
Proiettiamoci nel futuro: tra un paio di millenni, in qualche parte del mondo, qualcuno scriverà:
“Nell’anno 2021 d.C., 75° della Repubblica Italiana, mentre Tizio e Caio erano lì e là, qualcuno improvvisamente si ritrovò tra le mani l’articolo 3 della costituzione di quell’antica repubblica e notò queste parole: “… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini…”
Eccolo qua: rimuovere gli ostacoli, il punto esatto in cui il sentiero della repubblica costituzionale incrocia il pensiero cristiano come Via.
C’era forse Giovanni Battista tra i Padri Costituenti?
Una volta scritto “rimuovere gli ostacoli”, cosa si aspetta il popolo? Un battesimo di conversione per il perdono dei peccati? Sembra un buon proposito, ma è più probabile che aspetti Babbo Natale.
Che ciascuno e ovunque rispetti una legge? Una regola risolutiva? Che esista da qualche parte un eroe o un’eroina della giustizia, privo di qualunque aspirazione tra il fosco e il losco?
Si tratta di rimuovere ogni ostacolo ad una visione a 360 gradi della realtà umana.
Pura utopia?
Qui ognuno risponde per sé. Ciascuno di noi ha una visione parziale della realtà: ne vede una porzione limitata, in genere coincidente con il desiderio di tranquillità per se stessi e per i propri cari, anche laddove c’è un impegno attivo per il bene comune.

Giovanni invece parla di riempire ogni burrone e di spianare ogni monte, anche i più bassi – le colline -, di rendere piana e diritta ogni via e ogni cammino. Questo è l’obiettivo.

Chi è pronto per lavorarci? Quale maturazione è richiesta ai terrestri per arrivare a pensare e ad agire in questi termini?
La maturazione non è un processo automatico e quando uno si abitua ai ritornelli, al ripetere a vuoto e al sentir ripetere a vuoto anche parole così scolpite da un senso di giustizia, tutto intorno pian piano si disfa. 
Un esempio? Si è parlato molto sui giornali, tempo fa, del crollo di un ponte che ha fatto tanti morti. Certamente si poteva intervenire prima, si sapeva che non era sicuro, tuttavia c’era stata mancanza di comunicazione, e poi, mancanza di supervisione, insomma il ponte era rimasto lì così com’era. Ma la mancanza di comunicazione, di vera supervisione, non datava al giorno prima della catastrofe! E non era la prima volta che si parlava di un rischio del genere!
Funziona così: si lascia correre qualcosa la prima volta, poi una seconda e ogni responsabilità si trasforma gradualmente in procedura vuota d’attenzione e di cura. La noncuranza diventa sistemica. La capacità umana di prevedere e dunque di affrontare il rischio, sia prevedibile che imprevedibile viene depauperata. Tutto si rinsalda attorno all’ovvietà del protocollo e si crede che tutto andrà bene.
Tutto andrà bene…già, il ritornello del lockdown del marzo 2020.

La maturazione etica, intellettuale, spirituale non è un processo automatico e il vangelo chiarisce che lo stesso Gesù di Nazaret, al tempo di Tiberio Cesare, ascoltò la predicazione di Giovanni Battista. Evidentemente era “maturo”, pronto per ascoltare, aveva già rimosso gli ostacoli dalla propria via. Come si era preparato? Si sa poco della sua vita prima di quel momento, ma sappiamo che era un uomo di circa trent’anni e che dopo il battesimo affrontò il deserto, con tutte le tentazioni che quella situazione comporta.
È chiaro che le parole svuotate di senso o subdolamente riempite di contenuti che esulano dal loro significato – i passi tortuosi e impervi – non rimuovono alcun ostacolo. Nella pratica quotidiana è possibile prepararsi e rimuovere gli ostacoli dal proprio percorso, riempire i burroni di mancanza d’umanità e spianare le montagne di presunzione. Di questo si tratta.
In qualche caso piuttosto che rimuovere gli ostacoli si rimuovono le persone. Ancora un esempio?
I vaccini. Una gran bella cosa! Assurdo tutto questo vociare contro. Se sono utili o addirittura necessari, come mai non condividiamo i brevetti con i Paesi più “poveri”? 

Un altro esempio? Vogliamo a ragion veduta non riconoscere il regime insediatosi in Afghanistan.
Cosa c’entra il riconoscimento o meno del regime con la condanna di fatto – questo è l’embargo – di tanti bambini alla morte per fame? Stabiliamo forse punizioni contro i dannati, senza valutare la strage degli innocenti? Danno collaterale? Non mi stupisce tanta confusione ideologica e morale.

Che c’eravamo andati a fare in Afghanistan? A rimuovere gli ostacoli o a creare un percorso ad ostacoli per chi poi ci sarebbe rimasto e avrebbe dovuto anche viverci?
Ora con dolore constatiamo che i corridoi umanitari non bastano…
Come gli antichi scrittori biblici, l’evangelista Luca sa che quando il Signore si rivolge ad una persona, è subito possibile descrivere la situazione attorno a quella persona: strutture politiche, economiche e religiose di quel periodo e anche nominare le figure importanti che hanno la responsabilità e l’autorità per intervenire.
Il testo evangelico ricorda che Dio non ignora i tortuosi cammini dell’uomo, sia in una provincia occupata dai romani nel I secolo, sia nel mondo occidentale del XXI secolo. Chi dovremmo nominare oggi per identificare il quadro in cui siamo interpellati sulla dimensione “umanità”? I capi di stato? I vertici dell’Unione Europea? Il Segretario Generale dell’ONU? Il Papa? O forse gli amministratori delegati dei Social Media, con la loro corte di collaboratori dematerializzati? 
Le immagini della prima lettura e del vangelo evocano gli ostacoli su un cammino e sono gli ostacoli che, in parte, anche la Costituzione Italiana vede.
Ma c’è un ostacolo principale, dal quale tutti gli altri derivano, quello delle comunità umane composte da dominatori e dominati, controllori e controllati, quindi luoghi dove invece di trovare soluzioni di umanità e di misericordia, si genera contrapposizione e violenza. I passi tortuosi evocano tutti i nostri trucchi e le nostre doppiezze, tutto ciò che richiede la rettifica e che il Vangelo chiama conversione: includere, unire, convergere, rimuovendo gli ostacoli, spianando i sentieri. Veramente è la voce di uno che grida nel deserto … che ad ogni modo rappresenta uno spazio privo di ostacoli…tutto è ancora da fare, tutto deve accadere.
Notiamo il vivo contrasto della prima frase di questo brano evangelico: prima i “monti”, simbolo del potente effimero, appiattito dal tempo che scorre, poi “Giovanni, figlio di Zaccaria”, un piccolissimo che tuttavia sarà dichiarato “il più grande tra i figli di donna” (Lc 7,28).

Giovanni è lì per sempre, nella memoria dei credenti e per la durata del suo ufficio, perché la Via del Cristo ha bisogno di essere costantemente preparata e appianata. Le immagini geografiche di montagne e burroni evocano lo spazio, ma l’immagine del percorso è sia spaziale che temporale: percorrere una strada richiede tempo.
Sta a noi diventare seminatori di pace e di giustizia, ingegneri e manutentori di una società che non chiude gli occhi alla fragilità della vita, dentro e fuori ogni persona e ogni gruppo.

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio.

NB: in copertina, Cimabue: riproduzione di un particolare della volta centrale della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, forse una delle più antiche rappresentazioni pittoriche di Roma.

In piedi nell’attesa

Vegliate in ogni momento

Luca 21,25-28;34-36 – Domenica, 28 novembre 2021
Prima Domenica di Avvento

Il vangelo di questa prima domenica di avvento appartiene al genere apocalittico, spesso confuso con quello escatologico; mentre l’escatologia riguarda ciò che viene alla fine, la parola apocalisse significa rivelazione. Nella prospettiva cristiana la fine è vista come un compimento, come il coronamento dell’opera di Dio e la rivelazione è il chiarimento del senso degli eventi che avvengono tra l’inizio e la fine; si tratta della storia letta nella fede.

Le apocalissi annunciano il futuro? No, se per futuro intendiamo gli eventi precisi che figureranno poi nei libri di storia; le apocalissi rivelano il senso dell’avvenire, cioè il significato e la direzione degli eventi.

Quello che viviamo è opaco; siamo immersi in situazioni che non dominiamo, frutto di fenomeni naturali e della libertà umana. Proviamo ad agire o a reagire e spesso lo facciamo in modo disordinato, goffo, scomposto, talvolta anche in modo malevolo. Questo agire o reagire ci porta da qualche parte? Finisce nel nulla? Finisce in catastrofe?
Cristo è venuto duemila anni fa e ci ha liberati, ci ha slegati, perché potessimo realizzare qualcosa, ha aperto la porta della prigione: fine della schiavitù, fine della sottomissione a “potestati e dominazioni” (Ef 6,12), siano esse economiche, politiche, naturali o umane. Eccoci all’aria aperta! Tutto è da fare, ancora una volta, abbiamo le mani libere per questo. Attenzione, liberi, abbiamo ancora l’impressionante possibilità di ricostruire la nostra schiavitù. Cristo viene tutti i giorni. È “colui che viene” e il Natale celebra questa venuta permanente.

In questo Avvento, come duemila anni fa, è ancora l’apocalisse: barriere, prigioni, condizionamenti, malattie, tutto ciò che Giovanni chiama “il mondo”, tutto questo che è parte di noi, della nostra carne deve sciogliersi. Può far male essere liberati: è una morte cominciata. Scelgo di essere più uomo, di essere più secondo l’uomo compiuto della fine dei tempi, che come il primo Adamo; questo presuppone, ogni volta, in ogni scelta, in ogni decisione che io metta a morte tutti i modi che ho per essere meno uomo e che mi seducono. È la funzione “distruttrice” del Cristo: non ha il suo ruolo solo in ciascuno di noi, la fede giudica incessantemente il mondo, le sue istituzioni, i suoi progetti, le sue realizzazioni; Cristo viene come la spada che opera le necessarie separazioni. Ciò che avviene nel mondo, una nuova creazione, passa attraverso la distruzione: è il Cristo. Il Cristo nel suo mistero di morte e di vita. La Pasqua è ciò che attende il mondo e ciò che il mondo attende. La Pasqua del mondo riguarda ciascuno di noi e l’universo preso nel suo insieme.
Come? Quando?
Non ha senso chiederlo: è già iniziato. Siamo in pieno conflitto, dentro la lotta furiosa tra salute e malattia, prosperità e miseria, dentro e fuori, guerra e pace. Per l’abbattimento o per la costruzione di ponti tra persona e persona, tra popoli, tra culture, tra religioni, tra uomo e natura.
Bisogna smettere di pensare per dicotomie; l’invito a vegliare, a stare allerta dice proprio questo: rischiamo sempre di non vedere, di non identificare o peggio di ignorare la venuta insieme distruttiva e creatrice del Signore; non sappiamo o non vediamo cosa dobbiamo rifiutare e cosa dobbiamo promuovere, rischiamo – nel sonno – di prendere per vita ciò che è contro la vita e che viene a mettere a morte. Dio sorprende sempre, e bisogna essere vigili per vedere nella notte l’azione unificatrice e pacificante del Cristo.
L’attesa di cui parla la Scrittura può trasformarsi nei suoi palliativi: dissolversi nel “divertimento” di cui scriveva Pascal o nell’impazienza che si fa madre della violenza così, come l’ideologia diventa parodia della speranza. Ricordo la sproporzionata fiducia dello scientismo nei confronti della ricerca scientifica, o i domani suonanti e cantanti dell’utopia politica.
Ciò non significa che le varie ricerche umane siano prive di valore, ma che è opportuno indulgervi con umiltà, sapendo che il successo in queste materie non risolverà tutti i nostri problemi, a motivo del fatto che l’attesa umana, nella sua verità, non è attesa teorica, né di qualcosa, ma di qualcuno, qualcuno che ci riconosce e vuole che esistiamo.
Questo si verifica a livello della psicologia più elementare, ma va ben oltre, perché quello che attendiamo è il legame d’amore che tesse una umanità nuova.
L’apocalisse termina con le parole “Vieni, Signore Gesù”: il mondo è nei dolori di questo parto.

“Sii forte, Israele”, rimboccati le maniche, perché Dio ti porterà in questa nuova terra che ti ha promesso.

NB: in copertina, rielaborazione foto personali (Pinacoteca di Siena).

Dalla verità

Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?

Cristo Re
Domenica, 21 novembre 2021
Gv 18,33-37

La festa di Cristo Re, a chiusura dell’anno liturgico, dirige facilmente l’immaginazione verso il momento del trionfo: il mondo cristianizzato – tutti in cerchio attorno al nostro re – tra canti gioiosi e acclamazioni. Ci si è dati un gran da fare per spiritualizzare questa festa, resta però il fatto che in ognuno di noi agisce una forza che vorrebbe comunque vedere prevalere il proprio mondo a scapito del regno di cui Gesù si dichiara re.
Qualche anno fa – oggi un pochino meno – si sentiva spesso parlare di una “ricristianizzazione” dell’Europa, di riscoperta delle radici cristiane dell’Europa, e per ragioni estremamente nobili, anche commoventi. 
Ho però la netta percezione che il vangelo di questa celebrazione, attraverso il dialogo di Gesù e Pilato, sia un invito a mettere a fuoco alcuni meccanismi che adoperiamo nella vita di tutti i giorni per disattendere queste nobili ragioni.

L’incontro tra i due pare decisamente essere un fallimento, a differenza, per esempio dell’incontro riuscito tra Gesù e la Samaritana; Gesù sembra non poter dare nulla a quest’uomo e, per il procuratore romano, Gesù sembra solo essere fonte d’imbarazzo.
Perché questa impressione?
Il primo motivo dev’essere la posizione di Pilato, che non prende minimamente in considerazione la questione dell’identità di Gesù. In effetti alla domanda “Dici questo da te stesso oppure altri te l’hanno detto?” risponde con falso candore retorico: “Sono forse Giudeo, io?”. Così reagendo, restringe il campo della sua azione all’indagine da procuratore – il suo compito mondano e ufficiale – ed esclude per principio un’assunzione di responsabilità personale in merito alla questione. La sua logica è basata sull’idea che l’intera faccenda non gli appartiene e non lo riguarda direttamente, si tratta solo di una bega da risolvere a vantaggio del governo di Roma, tenendo a bada i piccoli poteri locali che disquisiscono attorno a quisquilie etnico/popolari.
In ogni caso la posizione di Pilato, come tutte quelle riportate nel vangelo, rappresenta una tipologia, un aspetto del carattere o della condotta di ogni essere umano.

Possiamo intravedere anche un secondo motivo. Gesù dice che chiunque è dalla verità, ascolta la sua voce e che Lui è venuto per rendere testimonianza alla verità. Da qui dovremmo ricavare che Pilato non è “dalla verità”. 
“Dunque tu sei re?”, chiede il procuratore. Fa dell’ironia? Sta svalutando l’uomo che dice di essere il re dei Giudei per derubricare la cosa tra le seccature da affrontare? Lo sta facendo per sventolare l’enorme potere del governo di Roma davanti a quel “piccolo” uomo? O forse sta mostrando i muscoli ai Giudei e all’ultimo dei Giudei, il prigioniero fragile, ingenuo, probabilmente anche un po’ folle? Vuole forse dare un contentino ai piccoli poteri locali che debbono levarsi di torno un uomo scomodo? Oppure crede che si tratti solo di esoteriche fantasie orientali?
Ma forse dietro la domanda di Pilato c’è anche la curiosità umana di saperne di più su quella dichiarazione di regalità così strana.

“Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, e Pilato in quel momento sta proprio ascoltando quella voce; poco più avanti fa anche una domanda insolita per quel contesto: “Che cosa è la verità?” Poi esce incontro ai Giudei e dà la “sua” verità, quella da procuratore romano: “Io non trovo in lui nessuna colpa”. E lo ripeterà tre volte (Gv 18,38; 19,4; 19,6).
La sua verità non riguarda il figlio dell’uomo, che è anche figlio di Dio, la verità per lui è questione ristretta e pratica: Gesù per lui è innocuo: non colpevole. Il che, tra l’altro, vista l’offerta di liberare il prigioniero, peggiora la responsabilità dei capi della popolazione locale che perseguiranno il loro obiettivo omicida con determinazione spaventosa. Perfino Pilato avrà paura (Gv 19,8) e, inquieto, comincerà a chiedere a Gesù da dove venga veramente!
Gesù l’ha detto, è il re di una dimensione di verità, testimone della verità, chiunque vede la verità in ogni situazione e la ascolta è “dalla verità”. Pilato è lì con il suo ruolo e il suo potere. Se è lì è perché quel ruolo qualcuno gliel’ha dato. Anche su questo bisognerebbe fare luce, troppo spesso si è sovrainterpretato che tutto viene da Dio. Certo! Ma il potere di procuratore a Pilato gliel’aveva dato Cesare, che era il re del mondo in quel momento storico.
«Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gesù parla molto chiaro: la regalità (che non è di questo mondo) è legata alla verità.
Non riguarda la scienza e i fatti dimostrabili, non riguarda i giochi di potere, locali, sovranazionali o globali, non può essere imposta con la forza, non può essere difesa con le armi o con altro genere di violenza: “Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.
Cosa sta dicendo il Cristo?
Noi sappiamo che Pilato delegherà la decisione al popolo, pur avendo tutto il potere mondano per decidere sulla vita o sulla morte dell’uomo Gesù. Ma la sua intenzione di liberarlo non basterà (19,12).
E Gesù?
Conosciamo la frase finale poco prima dell’epilogo della vicenda giudiziaria “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Probabilmente su questa domanda disperata inciampiamo tutti e… ci ritroviamo dalla parte di Pilato.
Possibile mai? Inaccettabile!
Eppure tutti siamo Pilato, l’uomo che abbandona il figlio dell’uomo alla deriva perché la verità gli è sfuggita.

La verità di cui parla Giovanni sfugge ad ogni tentativo di definizione teorica, è vero, perché la verità non è una teoria, è nell’uomo stesso e si tratta sempre di una parte dell’incarnazione di Dio.
Potremo, sì, stabilire delle parziali verità condivise, ma non è mai così evidente che nella nostra persona e nella persona di qualsiasi altro essere umano è presente colui che ha detto: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità”.
Io credo che la festa di Cristo Re sia rivolta a tutti i cercatori della verità, perché possano scoprire di essere “dalla verità”; non celebra il trionfo anticipato del cristianesimo, ma la fede che avanza misteriosa verso il Figlio dell’Uomo, il re venuto per rendere testimonianza alla verità.

NB: Per saperne di più sull’immagine di copertina clicca qui.

Stelle cadenti

Quando vedrete accadere queste cose,
sappiate che egli è vicino, alle porte

Marco 13,24-32 – Domenica, 14 novembre 2021
Trentatreesima Domenica del Tempo Ordinario

Tra gli anni Quaranta e Sessanta (del I sec. d.C.) sembra circolasse in ambiente giudaico-cristiano un volantino, che preannunciava un futuro prossimo, culminante nella venuta del Figlio dell’uomo. Questo foglietto nasceva in un contesto di profonda crisi ed esprimeva esplicitamente il tipo di eventi annunciati: guerre, carestie, terremoti, persecuzioni.
Fu solo dopo il 70 che l’aspettativa impaziente di alcuni cristiani crebbe a causa dell’opuscolo e dei drammatici eventi che si erano effettivamente appena verificati. La glossa esplicativa Mc 13,14 (“chi legge capisca”) sembra essere un’allusione alla distruzione di Gerusalemme e del tempio e intende significare che a quel punto tutto era stato detto sulla storia degli uomini: il Signore “ha scelto, ha accorciato questi giorni” (Mc 13,20).
Queste osservazioni portano a formulare l’ipotesi che Marco abbia scritto il suo vangelo subito dopo il 70 e che appartenesse ad un entusiasta movimento apocalittico, nato in seno alle comunità cristiane. Questo movimento aveva letto nella distruzione di Gerusalemme e del Tempio i segni del ritorno di Cristo. Marco incorpora nel suo racconto il “volantino apocalittico”.
Oggi, dopo l’olocausto, i genocidi “moderni”, quel che accade in Medio Oriente, il flusso di rifugiati, la carestia in Madagascar, la pandemia, potremmo ancora ragionare allo stesso modo: desolazione, devastazione, abominio!
Tuttavia, l’umano è venuto, è avvenuto, è ancora presente e tornerà, anche la “costituzione” dice: “La dignità umana è inalienabile”.
Al di là delle tragedie personali, ci sono le tragedie collettive: quel che resta è costituito di persone sopravvissute e della loro quota di disperazione.
Quando vogliamo guardare a questo passaggio del vangelo di Marco per avere un po’ di luce e speranza, possiamo essere davvero confusi dal linguaggio usato. Le stelle inizieranno a cadere dal cielo, il sole si oscurerà. Sappiamo però che le stelle non dovrebbero cadere (caso mai in base alla legge di gravità dovrebbe essere la piccola terra a cadere sulle stelle), che il sole sì, si spegnerà, ma quando avrà consumato tutto il suo idrogeno, vale a dire circa in 5 miliardi di anni.
La vigilia non è oggi e non sarà domani.
E quindi?
Quindi, è un linguaggio che dice per immagini, quel che già era stato annunciato nell’Antico Testamento da Isaia, che Marco ripete, e che noi oggi possiamo tranquillamente ripetere.

Non stiamo appunto cercando soluzioni anche oggi per evitare l’annunciata catastrofe climatica? Questo significa anche che siamo sempre in attesa di qualcosa di meglio, di infinitamente più luminoso del tempo attuale.
Chi annuncia distruzione, tra l’altro, normalmente, spera in qualche cosa di meglio: a partire dagli eventi con pochi attori fino a quelli che riguardano gruppi numerosi.
Perché una coppia si scinde, se non nella speranza che dopo sia meglio?
Perché i terroristi uccidono, se non in nome di qualche presunto principio che dovrebbe risolvere ogni problema? Possiamo dire che sono folli e criminali, sì, comunque il nazismo, o lo stalinismo, o le crociate, o la sharia, o le brigate rosse o i nuclei armati rivoluzionari rivendicano sempre una propria ragione migliore in assoluto.
Il passaggio di Marco fa parte di una corrente cosiddetta “apocalittica”, tipica di chi vive in prima persona e con orrore una situazione drammatica e allo stesso tempo sa che non potrà durare “tutto il tempo”; si accorge della folle distruttività che pervade il mondo, quando uomini e donne vedono il meglio nel peggio, il bene nel male, e quindi annuncia – a ragione – la scomparsa di quel mondo e l’apparizione di uno nuovo.
Qual è il mondo migliore che Marco annuncia?
“Allora vedremo il Figlio dell’uomo venire, circondato dalle nuvole, nella pienezza della potenza e nella gloria”. Immagini prese in prestito dall’Antico Testamento; si riferiscono a un popolo che si credeva vinto, e che con sorpresa di tutti finirà per essere il vero vincitore della storia; per noi – ora e da duemila anni – ha preso il volto di Gesù risorto, immagine dell’umanità guarita, del nuovo Adamo.
Preferisco tradurre questo testo di Marco come: “Vedremo allora il nuovo Adamo apparire nel cuore del mistero della vita con tutta la sua forza e la straordinaria qualità del suo essere”.
È la nostra fede fondamentale: nonostante tutti i nostri fallimenti, vicoli ciechi e drammi atroci l’epopea della storia umana riuscirà.
A volte è veramente difficile credere che certe situazioni inestricabili possano sbloccarsi, non si riesce proprio neanche a intravedere il “come” e il “quando”. Nessuna soluzione. Nessuna speranza di un futuro migliore, diverso dal presente. È vero: riguardo al giorno e all’ora, nessuno lo sa. Ma pur non conoscendo il “come” e il “quando”, nulla impedisce di credere che ciò possa accadere. Se veramente crediamo in Cristo risorto, allora tutto è possibile. Il lato malvagio di questo mondo non è permanente, e l’epopea umana avrà successo anche dove ogni speranza sembra persa. Vale la pena di lavorarci.

È davvero questa la nostra fede?
Il giudizio di Gesù sugli scribi, non illudiamoci, riguarda anche noi “pastori”. L’annuncio della rovina del tempio minaccia tutte le istituzioni, Chiesa compresa, se il denaro è la forma ultima e da mezzo, diventa fine. Tutto è stato detto, dimostrato, ma nessuno lo capisce, nemmeno i discepoli, tranne forse il cieco, Bartimeo che abbiamo ricordato qualche settimana fa. Non si tratta di una contraddizione quando il figlio di colui che è onorato e onorevole è escluso, perché Bartimeo è “in situazione di handicap”, come già l’altro, il “matto” (Mc 5,1-20).
Quindi la visione apocalittica annunciata è semplice conseguenza. Il Cristo stesso ne assume la responsabilità: prova, condanna, croce, resurrezione.
Avremmo potuto saperlo, potremmo averlo sempre saputo…“Maestro, guarda: ma che belle pietre, ma che grande costruzione!”… e Gesù disse: … non rimarrà pietra su pietra; tutto sarà distrutto” (Mc 13,1.2).
In sé, l’istituzione non ha senso. L’apocalisse, la “rivelazione”, sviluppa il “concetto” (Mc 13). La rivelazione è nascosta da e nel segreto messianico: il Messia ritorna, il Vangelo, o l’amore, è più forte di ciò che, di per sé, è solo mortale.
Futuro, passato o presente? “Dicci quando succederà e quale sarà il segno che tutto finirà” (Mc 13,4). Una domanda eterna, quella del senso della vita e delle istituzioni (che dovrebbero sostenere e promuovere la vita).
Il Natale è dietro di noi, e in mezzo a noi e davanti a noi; come la Pasqua. Quindi “vegliate” (Mc 13,33-37).
Da una parte il “fico appassito” (Mc 11,20-26), la croce e la morte, dall’altro il fico che “ricresce” e la risurrezione (Mc 13,26-32). È la condizione umana, inclusiva, dentro l’orizzonte della morte e della vita. E qual è la condizione cristiana nel suo specifico?
“Il Figlio dell’uomo è vicino, è alla tua porta” (Mc 13,29).

Il figlio dell’uomo?
Questa espressione semitica di solito denota un membro della razza umana e ha più o meno lo stesso significato della parola “uomini” usata da sola. Il titolo “figlio dell’uomo” quindi non significa altro che “uomo”, ma con una certa enfasi. Fu applicato a Ezechiele in modo singolare, e servì come designazione messianica ed escatologica in alcuni circoli del giudaismo, da cui Gesù lo prese. Non dice che l’umano in tutta la sua umanità nel senso più nobile del termine. E non è cosa da poco…
Il messia, colui che è annunciato, che nasce, che muore, che risorge e che ritorna, l’essere umano, veramente umano, l’uomo nuovo, è una promessa per tutti. Gesù, il Nazareno, il Figlio, la Sua prefigurazione, ultima e definitiva.
Noi siamo umani. Sottomessi alla croce, ma promessi alla risurrezione in comunione col Cristo.

E desolazione è la “disumanità”, “l’abominio della desolazione” (Mc 13,14), per coloro che non ascoltano, che non ricevono l’amore, si lasciano ingannare, non hanno da darne e gettano su altri desolazione e abominio. (A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha – cfr Mt 25,29).
Questa rivelazione è “apocalisse”; ed è evidenza nel capitolo 13 del Vangelo di Marco, illustrata nel pensiero e nelle immagini di quel tempo, il 70 d.C.
In questa logica, il nostro testo non è quindi una profezia, ma un’osservazione, una constatazione; parla di “fatti”: non aspettarti niente di nuovo. La novità è vecchia ed è già tra noi.
Stai aspettando segni? Non ce ne saranno più. Siamo “in quei giorni”, perché “questa generazione non passerà finché tutto questo non accadrà”; è ancora valido, e lo sarà per le altre generazioni a venire.
Cerchiamo dunque di essere umani, gli uni con gli altri, poiché questo Gesù di Nazareth era umano, in Lui riconosciamo il Figlio dell’uomo, che significa “essere umano”.

Non è la divinità di Dio che mi stupisce e mi meraviglia, ma la sua umanità; e capisco pure bene come alcuni vorrebbero relegare Dio in paradiso, per poter perseguire “tranquillamente” le loro “desolanti, deliranti, devastazioni e abomini” sulla terra.
La mia risposta? Quella dell’apocalisse, quella delle grandi, ultime parole della Bibbia:

“La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi!” (Ap 22,21).

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Tutto quello che ho

Colui che viene a me non lo respingerò

Marco 12,38-44 – Domenica, 7 novembre 2021,
Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario

Il rapporto con il denaro appare in tutta la sua verità all’interno della cornice del luogo santo; le offerte sono benvenute, dall’antichità ai giorni nostri. Non c’è altro modo di gestire un santuario?
Ad ogni modo c’è dare e dare; seguiamo lo sguardo di Gesù.
Ancora una volta quello sguardo vede e svela ciò che passa inosservato: una donna povera, che non attrae l’attenzione di alcuno, viene a versare il suo obolo. Questa offerta può sembrare un po’ troppo poco, eppure Gesù sa che per quella donna si tratta di tutto quanto ha per vivere. L’espressione è molto forte. La parola greca adoperata, bios, designa vita e mezzi di sussistenza; le risorse della donna, in quel momento, si fondono con la sua sopravvivenza fisica: ha davvero dato tutto. Il suo stile non può quindi essere annoverato nel genere del fioretto: non si tratta in alcun modo di intenerirsi per il commovente obolo di una donna che sacrifica una parte di ciò che ha. Viene al tempio per offrire tutto: inosservata.
Questo è il modo di essere e di fare di Dio: dà la sua vita “per noi uomini e per la nostra salvezza”. Anche Lui – talvolta – passa inosservato.
Dio abita nel suo tempio ed è raggiunto da quelli che gli somigliano; non è solo, come alcuni dicono, una divinità nascosta di cui si potrebbe avere l’idea nel dispiegarsi grandioso di liturgie in suo onore. No: Dio è lì, in modo visibile e palpabile, nella persona che offre la sua immagine e la sua somiglianza a sguardi che possono vedere.
Secondo l’Antico Testamento, Dio proibisce di porre nel suo santuario qualsiasi rappresentazione: Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.(Es 20, 4); c’è sempre la tentazione di cercare Dio nel luogo sbagliato, magari in una statua, piuttosto che nel volto del prossimo. Sembra dire: “Impara a riconoscere chi mi somiglia: passo davanti ai tuoi occhi e neanche mi vedi”.
Il Dio che dà “la sua vita tutta intera” possiamo contemplarlo in questa donna che entra nel santuario e dà tutto ciò che ha per vivere.
Equivalenza ardita e veloce? Ma è lo sguardo di Cristo che seguiamo.
Uno sguardo conforme a tutto ciò che assomiglia alla realtà divina, cui esso stesso appartiene.
Lo sguardo sulla vedova illumina retrospettivamente l’inizio del Vangelo; quando Gesù scende nel Giordano, chi vede la colomba? Chi sente la voce?
Sono segni, spiragli di luce che solo la fede può schiudere. Ma qui non siamo nella metafora, la vedova non è una rappresentazione simbolica, la metafora è abolita: il dare è gesto materiale, tangibile, che rimanda a colui con il quale siamo sempre in debito. Noi siamo in debito della vita e dell’ambiente che ci circonda, ma non lo vediamo, perché viviamo nell’illusione di avere realizzato “in proprio” tutto ciò che abbiamo.
Quando si raggiunge il registro del “dare”, le metafore vengono abolite. Il Padre ha dato tutto, la vedova ha dato tutto: questi due si corrispondono, parlano l’uno con e per l’altro. Perché avvenga è necessario accedere allo stesso regime l’uno nei confronti dell’altro. Non vi si accede da soli.
Gesù è nel tempio e lì indica ai suoi la donna che ha dato tutto, come Lui stesso dà tutto.
Il tempio è distrutto quando non si raggiunge il regime del dare; il tempio verrà ricostruito in spirito e verità. Infatti, subito dopo la vicenda della donna povera Gesù annuncia l’imminente rovina del tempio e di Gerusalemme, mostrando la realtà apocalittica del mondo (Marco 13).
Dopo, inizia la passione (Marco 14); ad inaugurarla sarà un’altra donna, anche questa poco visibile agli occhi del mondo, quella che va a spargere un profumo prezioso: il suo gesto rimarrà scarsamente percepito, eppure “ha fatto una buona opera” e “dovunque sarà proclamato il Vangelo, nel mondo intero, verrà raccontato anche quello che ha fatto, come un memoriale di lei”(Marco 14, 6 e 9).
È vero.

La storia di cui parla la Bibbia è spesso intessuta di persone che nessuna cronaca riterrebbe di dover conservare; persone che sanno di avere un conto in comune con il Signore: sono proprio i “piccoli”, la Sua parentela, i Suoi eredi: sanno ricevere e sanno dare, sono i fratelli e le sorelle in Cristo. Chi sono i miei fratelli? (Mc 3,33). Quelli cui sono in grado di dare tutto quello che ho.
Forse solo in questo modo possiamo porre fine alla nostra peculiare vedovanza, così come la vedova ha trovato colui che sta davanti a lei.

Leggo questo Vangelo mentre i “grandi” della terra (G 20) gettano nella vasca di Fontana di Trevi la monetina da un euro coniata per l’occasione, come buon auspicio e augurio di prosperità.
Quale auspicio? Quale prosperità? E per chi? Per quale parte del mondo globalizzato?
Gesti scaramantici, romanticamente teletrasmessi in mondovisione e diffusi sulla rete. Non sarebbe stato il caso, prima di andare a Glasgow per la COP 26, di fare uno scalo a Lourdes?

L’invito è a passare dal regime dello spettacolo al regime dell’essere.