Valori nutritivi

E tutti saranno ammaestrati da Dio

Giovanni 6,41-51 – Domenica, 8 agosto 2021,
Diciannovesima Domenica del Tempo Ordinario

Qual è il valore nutritivo di un alimento? Oggi siamo abituati a leggere le etichette sui prodotti per conoscere meglio ciò che mangiamo, per mangiare “sano”, come si usa dire; l’alimentazione sana dà forza ed energia. Non voglio affrontare questo tema, ma mi pongo una domanda simile ad un altro livello: cos’è veramente nutriente e ci dà forza a livello umano e spirituale?
In questo caso, per trovare una risposta, non abbiamo a disposizione etichette che servano da guida. Io so che ci sono vite la cui forza mi attrae. Cosa ha nutrito queste persone e ha dato loro la forza di diventare ciò che sono? Da questa prospettiva vorrei rileggere il vangelo di oggi.

Gesù dice: “Io sono il pane della vita”; parla di un nutrimento unico e molto particolare, tale da essere fonte di una forza che non muore, sorgente di una vita senza limitazioni.
La liturgia di oggi offre un estratto di 11 versetti, appartenenti ad una sequenza più lunga, che si apre riallacciandosi al racconto contenuto in Esodo, 16,4-35: “Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi …”. I padri che mangiarono il pane dal cielo nel deserto, però, sono morti – dice oggi Gesù. La manna durava un solo giorno, scendeva ogni giorno per sei giorni la settimana in misura perfetta e adeguata a ciascuno; il sesto giorno scendeva in misura doppia per consentire il riposo sabbatico; il popolo d’Israele si nutrì di manna durante tutta la traversata del deserto. Il pane sceso dal cielo oggi, insegna Gesù di Nazaret parlando di se stesso, è più della manna, perchè dura in eterno. Eccola, dunque, la sorgente di vita illimitata, secondo Giovanni.

L’Evangelista, con il suo racconto, intende rispondere ad una domanda che ai suoi tempi molti si ponevano: come può Gesù di Nazaret venire dal cielo, così come afferma, se è nato qui, sulla terra, e tutti conosciamo il padre e la madre?
Nella misura in cui ci si apre a questo brano, a questa Parola, perché ci si lascia ammaestrare da Dio, si riconosce che la Parola del Figlio è la stessa del Padre; entrambe (ed Entrambi) sono una cosa sola, proclamano gli stessi valori, puntano nella stessa direzione. Gesù di Nazaret, “di cui conosciamo il padre e la madre”, proprio quell’uomo che ha percorso le strade della Palestina, è anche il Cristo, il volto stesso di Dio, il pane eterno, sceso dal cielo.
Come? Quel ragazzo, il figlio di Giuseppe di cui conosciamo il padre e la madre?” – mormora il popolo di Dio, così come aveva mormorato nel deserto ai tempi di Mosè.
Nello stesso, identico modo, come il popolo nel deserto prima, e davanti all’insegnamento di Gesù dopo, noi continuiamo a mormorare, a recriminare, a lamentarci.
Il Nazareno è netto nella risposta, per chi vuole ascoltarla: si mormora, perché nessuno è in grado di mangiare quel pane disceso dal cielo se non è attratto dal Padre, si mormora perché non si è ammaestrati da Dio, si mormora perché non si ode la Parola e dunque non si impara: si è sordi.

“Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.” – È detto molto chiaramente: Gesù Cristo è la Parola da mangiare.

Credo sia necessario, nell’attesa dell’ultimo giorno, imparare a risorgere ogni giorno, letteralmente a “svegliarsi”: imparare a dare sostanza a ciò che è stato depositato in profondità dentro di noi alla nostra nascita, a questa Parola che fin troppo spesso non udiamo e che corrisponde alla nostra essenza più intima.
Per farlo, io credo, è necessario imparare a non mormorare, non lamentarsi, non recriminare, non porre osservazioni banali, altrimenti c’è troppo rumore, non si riesce a sentire la Parola, la cui sorgente, invece, è vicinissima.
Nonostante la pressione di tutto ciò che ci circonda, nonostante le nostre molteplici ferite, se facciamo silenzio, possiamo essere ammaestrati da Dio, cioè ciascuno può imparare tutto quel che c’è da sapere.
Giovanni, nell’ultimo capitolo del suo vangelo, racconta che gli apostoli incontrarono tre volte il Cristo vivo, dopo la resurrezione. Durante l’ultimo di questi tre incontri il Cristo domandò tre volte a Pietro se lo amasse. Pietro rispose affermativamente tutte e tre le volte.
Nel nostro quotidiano – ordinariamente assai meno drammatico di quello di Pietro – possiamo scoprire che non si può amare senza offrire se stessi alla luce, e senza vedere sotto la stessa luce ogni persona che incontriamo. È necessario esporsi alla forza dell’amore, solo così si può ascoltare la Parola e lasciarsi ammaestrare.
E’ una specie di parto: esporsi alla luce, darsi alla luce ed esporre l’altro alla luce, dare l’altro alla luce. Smettendo di nascondersi … Si nasce sempre alla luce; dopo, si cerca l’ombra e l’oscurità, per nascondersi, perché nessuno di noi è in grado di sostenere da solo il rischio d’amare “fino alla fine”. Anzi, ci guardiamo bene dal correre questo rischio! Come Pietro, che durante la notte della cattura, si guardò bene dal riconoscere pubblicamente di essere amico del Nazareno.
Dopo, però, quel che vide e visse esponendosi alla luce … ci espone tutti alla stessa luce.
Ci nasconderemo o ci lasceremo illuminare fino alla fine?

NB: immagine di copertina, miniatura del XIV secolo: vedi qui l’origine

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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