Che cosa siete andati a vedere nel deserto?
Una canna sbattuta dal vento?
14 dicembre 2025 – III Domenica di Avvento
Is 35,1-6.8.10
Sal 145
Gc 5,7-10
Mt 11,2-11
Giovanni Battista all’inizio diceva: “colui che viene dopo di me è più forte di me… egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco”, ma quando si trova in prigione e vede ormai prossima la condanna a morte, viene preso dal dubbio e manda a chiedere a Gesù se sia proprio lui quello che attendevano o c’era da attenderne un altro.
Cosa è successo nel frattempo?
La domanda non è puramente retorica. Matteo, probabilmente negli anni ‘70 d.C., scrive il suo vangelo per una comunità alle prese con la questione del messianismo di Gesù: è il Messia oppure no? Il quesito si traduce in una divisione tra la sinagoga e la chiesa nascente, che si consuma tutta all’interno dell’ebraismo.
Essendo Giovanni un rappresentante dell’ordine antico, sebbene avesse già additato il Cristo ai suoi discepoli pronunziando parole forti: “chi viene dopo di me è più potente di me, vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” e “ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29; 1,36), sia il dubbio che l’esplicitazione del dubbio all’interno della narrazione mi appaiono più che comprensibili.
Come ci poniamo noi, oggi, di fronte a questo dubbio?
La nostra fede è senza dubbi, senza perplessità? Siamo in grado di testimoniare intorno a noi che nell’uomo Gesù è rivelato il Cristo? Che il Messia atteso è già venuto e non dobbiamo attenderne un altro?
Il Messia atteso non ha tanto a che fare col tempo storico: il Cristo, senz’altro manifestatosi in Gesù di Nazaret ai tempi del Battista, si manifesta non intorno a noi, ma proprio a noi. È questo evento che consente il superamento del dubbio. Forse accade come è accaduto per Tommaso: la sua presenza, percepita improvvisamente con chiarezza, spazza via il dubbio.
L’Avvento è il tempo liturgico che ci riporta ciclicamente a questa esperienza, frutto di attesa, preparazione, volontà, capacità di accoglienza, capacità di riconoscere la presenza di una forza che ci trascende. Se a Natale è facile festeggiare la nascita del Cristo mettendo il bambinello nel presepe, sarebbe utile ricordare che siamo venuti al mondo tutti nello stesso modo. La fede somiglia a una presa di coscienza che si rinforza e cresce nel tempo, trasformando il nostro modo di sentire, di guardare al mondo, di essere, di agire.
Questo vuol dire soprattutto che l’ingiustizia del mondo non può essere superata con l’ingiustizia. L’onnipotenza e la gloria di Dio risiedono nel suo amore, dunque l’amore risponde alla violenza con la rinuncia al proprio predominio. Laddove l’amore non si compromette con l’ordine del predominio, nasce il Redentore. Non credo sia un caso che la redenzione giunga dove tutto è molto semplice: avviene ai margini, fuori dai palazzi, dagli alberghi e dalle locande, in una stalla, dove non si esercita alcun potere, ignota ai più, riconosciuta solo da chi veglia nella notte… per proteggere il gregge. Chi veglia e vince il dubbio sarà poi probabilmente capace di andare alla ricerca della pecora smarrita: “Dite agli smarriti di cuore: ‘Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, Egli viene a salvarvi’” (Is 34,4).
L’ordine dell’amore oppone la speranza al dubbio, la giustizia all’ingiustizia, la rinuncia al proprio predominio alla forza di sopraffazione dell’altro, la benevolenza al disprezzo, il riscatto o redenzione alla schiavitù: “Voi siete stati riscattati a caro prezzo; non diventate schiavi degli uomini” (1 Cor 7,23).
Chi non ha paura di perdere ciò che possiede in termini materiali, sociali, spirituali, intellettuali, può finalmente rendersi conto che il regno dei cieli non è un altrove radicale separato nel tempo e nello spazio, ma consiste in una conversione quotidiana. È Natale ogni giorno, in ogni gesto d’amore, in ogni preghiera di speranza, ogni volta che rinunciamo alla nostro dissimulato e sottile desiderio di onnipotenza.
Il dubbio di Giovanni Battista può diventare per noi un incoraggiamento, ci dice che la fede nel regno dei cieli non è una decisione scontata, perché la prova è forte, e persiste senza sosta; l’amore richiede pazienza e perseveranza.
Giovanni Battista, dice Gesù, è il più grande tra i nati da donna, nel senso che è il più grande nel vecchio ordine, l’ordine della schiavitù, quando ci si riteneva irrimediabilmente indegni di Dio, adatti solo all’ira o a un miracolo favoloso compiuto per invertire l’ordine naturale delle cose.
Ma se il Cristo è venuto per rivelare che noi siamo partecipi con lui della stessa eterna storia d’amore, l’uomo non è condannato a morte perché nato da donna, ma destinato all’eternità perché fratello in Cristo nell’ordine dell’amore. Questo è il vangelo e l’ultimo di quelli che accettano il Cristo è primo rispetto ai primi che si rassegnano alla morte. Nel Vangelo è più facile inciampare o cadere, piuttosto che accettarlo con semplicità.
Siamo nati per puro caso da una donna mortale o siamo figli di un amore divino ed eterno?
Siamo schiavi malfatti di poco conto in mano alla fatalità, o siamo miracoli viventi, nati liberi?
Siamo tristi a causa delle brutture del mondo o vediamo anche la bellezza del mondo?
Siamo rassegnati a causa della cattiveria degli uomini o speriamo nella loro bontà?
La potenza e la gloria di Dio si rivelano e si manifestano proprio nella nostra debolezza, nella nostra sofferenza, perché la salvezza di Dio sia veramente la nostra salvezza. La domanda di Giovanni Battista è la nostra: non è indecorosa, è necessaria.
È bene chiederselo ogni giorno, per rinnovare la nostra decisione di seguire il Cristo: l’appartenenza all’ordine dell’amore necessita di ferma decisione e conversione costante.
NB: in copertina, Anonimo, La Domanda