Perfetti

Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

19 febbraio 2023 – VII Domenica del Tempo Ordinario
Mt 5,38-48; 1Cor 3,16-23

Come faccio? E quale importanza potrebbe mai avere? Cosa potrei fare?
Se vivo in un mondo in cui la guerra non si ferma neanche davanti ad un terremoto con oltre 42.000 morti e tutti assistiamo addolorati?
Se la guerra non si ferma neanche davanti alla fame e alla miseria dell’altro lato del mondo?
Se anche nel lavoro e nella famiglia scorgiamo l’inerzia che conduce all’ingiustizia?
Come farò ad essere perfetto?

Gesù si rivolge ai discepoli e indica un modo di essere nel mondo e una modalità esistenziale che può essere identificata come “regno dei cieli”. Dopo aver concluso la prima parte del Discorso della montagna con una serie di affermazioni che radicalizzano la legge di Mosè, approda alla conclusione sconcertante: Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Non sarebbe già abbastanza impegnativo attenersi alla legge di Mosè? Aspirare alla perfezione, non sarebbe come aprire la via alla frustrazione o all’illusione altrettanto problematica di un possibile successo? Ma qui il verbo usato è proprio “essere”, non “aspirare a”!
Dobbiamo sentirci condannati ad essere sempre imperfetti? O dobbiamo annacquare il testo, addolcendolo tramite un’interpretazione che lo renda meno duro?
Gesù ricorda quanto appreso dalla legge di Mosè circa offese, adulterio, divorzio, giuramenti, vendetta, nemici, e per ognuno di questi temi offre la Sua soluzione.
Mira alla radice spirituale, alla dimensione psicologica, all’intenzione che guida ciascuna di queste azioni, ognuno di questi comportamenti.
Allarga il campo della “perfezione” fino a dire che dobbiamo amare i nemici e pregare per loro. Quale sarebbe il merito nel riamare chi ci ama? In effetti, se ci si ferma all’occhio per occhio, dente per dente, cioè alla logica della riparazione del danno con un altro danno, o a quella, in direzione opposta, della ricompensa adeguata alla prestazione, nel migliore dei casi ameremo tanto quanto siamo riamati: con la bilancia sempre pronta… e il libro della contabilità sempre aperto…
E allora? Allora, cade tutto l’edificio: se mira alla regola del do, ut des dev’essere un po’ poco come modalità esistenziale del regno dei cieli! 
Qui potremmo iniziare a ragionare sul significato di questa “perfezione”
Credo abbia poco a che fare con l’accezione più comune nella lingua italiana, nel senso di assoluta mancanza di qualsiasi difetto; nel testo di Matteo, Gesù invita ad essere τέλειοι = téleioi, cioè compiuti. In questa perfezione c’è un elemento di base: la completezza, la capacità di condurre a termine qualcosa avendo fatto tutto ciò che era necessario. Naturalmente, per Matteo, la compiutezza del vivere e dell’agire è finalizzata al regno, secondo l’etica evangelica.
Forse, non potrebbe essere altrimenti, perché se il Dio cristiano, Padre del Cristo e di tutti noi, ragionasse – come noi quasi sempre ragioniamo – in un’ottica di reciprocità contabile, come potrebbe offrire la salvezza indistintamente a tutta l’umanità? Se perfetto significasse solo aver pareggiato i conti in modo insindacabile?
Gesù, dunque, invita i suoi discepoli ad andare ben oltre la semplice reciprocità, apre la prospettiva su un modo di vivere basato sulla gratuità del dare e sulla gratitudine per il ricevuto; in fondo, indica un’esistenza conforme all’atteggiamento di Dio, che “fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni, e manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti”, senza ricatti, senza baratto e, paradossalmente, senza pretesa di assolutezza: non è richiesto l’impossibile.
Questo è anche ciò che l’apostolo Paolo esprime, contrapponendo Legge e Vangelo in Galati: in Cristo ebrei e non ebrei, schiavi e liberi, maschi e femmine (3,28) sono ugualmente riconosciuti, incondizionatamente e indipendentemente dalle loro qualità, essendo loro offerta la libera adozione filiale (4,5). Unico compito: lasciare che si compia il necessario, secondo la logica delle beatitudini.
Mi spiego: se intendo il Discorso della Montagna come un’ingiunzione a fare sempre di più, rimanendo nello stato d’animo del contabile, volendo fare sempre di più della stessa cosa nel bene, sempre di più, sempre meglio, giungo inesorabilmente alla constatazione schiacciante di non poter essere perfetto in questo senso. Come bene illustra San Paolo: Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,19).
Se l’impossibilità di raggiungere la perfezione m’induce al senso di colpa, e l’accettazione fiduciosa di una gratitudine incondizionata offerta da Dio mi serve solo per mitigare la colpa e la paura, allora può darsi che tutto ciò che mi compete non sia ancora compiuto…c’è qualcos’altro nella Parola che devo ancora ascoltare.
Come è perfetto il Padre celeste? Non “quanto”, ma “come”: facendo sorgere il suo sole su tutti, buoni e cattivi … e offrendo la sua pioggia a tutti, giusti e ingiusti.
Qui troviamo l’accoglienza incondizionata e gratuita in cui l’apostolo Paolo riconosce il Vangelo stesso, la Buona Novella dell’adozione filiale. Ed è proprio questo che ci rende “figli e figlie del Padre celeste”. Nel “come” ci si relaziona al prossimo, noi possiamo portare a compimento il “quanto” che ci è affidato. “Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,15): è sempre lo stesso “come”.
La felicità annunciata dalle Beatitudini non è una ricompensa da guadagnare al prezzo della conquista di un’ipotetica perfezione giuridica, morale o spirituale, al contrario è una possibilità offerta a tutti coloro che decidono di adottare quel paradigma.
Abbiamo abbastanza fiducia nel Signore e in noi stessi per accogliere incondizionatamente il Discorso della Montagna? Per aprirci alla gratitudine e alla riconoscenza? D’altronde, solo così potremo aspirare ad essere compiuti come “figlie” e “figli” del Padre celeste.

Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
A ciascuno il “come” della compiutezza.

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Giustizia e giustificazione

Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei …

12 febbraio 2023 – VI Domenica del Tempo Ordinario
Mt 5,17-37; 1Cor 2,6-10

Noè fu probabilmente il primo “giusto”, identificato come tale, nelle Sacre Scritture (Gn 6,9).
Strettamente parlando non era un uomo religioso secondo la nostra concezione moderna di religione; in questa fase della storia dell’umanità, infatti, nessuno parlava ancora di liturgia, né di preghiere, né di popolo di Israele, ma solo di offerte alla divinità, per ingraziarsela o per ringraziarla.
Nella Bibbia è espresso con chiarezza ciò che piace a Dio e ciò che non gli piace. La condotta di Noè è dunque gradita a Dio, in quanto obbedisce all’intenzione divina di perpetuare la vita sulla terra, nonostante la ferocia e la depravazione degli esseri umani.
Nella tradizione giudaico-cristiana un uomo è identificato come “giusto” per il modo in cui sta “davanti a Dio”. Per esempio, i giusti sono Zaccaria ed Elisabetta, i genitori di Giovanni Battista (cfr Lc 1,5-6), giusto è Giuseppe, lo sposo di Maria (cfr Mt 1,19), giusto è Giuseppe d’Arimatea (cfr Lc 23,50). Fondamentalmente sono giusti perché ascoltano Dio, gli obbediscono e agiscono con misericordia.
La giustizia è intesa nella Bibbia come un intreccio di disposizioni, condotte e atti tesi alla salvaguardia della vita, dell’amore per il prossimo e della verità ultima di Dio.
Ma la capacità di discernimento del “giusto” mette in discussione, a mio parere, qualunque uomo o donna, credente o meno, e di qualsiasi religione, perché il tema della giustizia è trasversale all’intera umanità. Questo è il motivo che ha dato origine a tutte le forme di leggi scritte.
Distinguere gli elementi di giustizia e mettere in atto condotte “giuste” implica la presa di posizione personale in tutte le situazioni del presente di cui si è testimoni.
Nella prospettiva neotestamentaria, in particolare, nella persona del “giusto”, lui o lei che sia, il Signore si dà ad ascoltare, in tutti i luoghi e in tutti i tempi del nostro mondo. In qualsiasi situazione bloccata, invivibile, di conflitto, in presenza o meno di vittime sacrificali, sarà sempre un “giusto” a dire la verità in quella situazione o agirà al fine di renderla manifesta e operante.
Il “giusto” non obbedisce a parole d’ordine, né a slogan, non segue nessun altro uomo o donna, semplicemente cammina davanti a Dio, al cospetto di Dio, con Dio, esattamente come i discepoli di Emmaus.

Leggendo Matteo mi accorgo che c’è un’alta probabilità di suscitare forte disaccordo, se facciamo della predicazione di Gesù la base del nostro discorrere. In effetti Gesù, che incarna l’irruzione del regno di Dio, l’avvento della giustizia divina nella nuova alleanza, entra in rotta di collisione con il senso umano della giustizia, compresa quella retributiva dei tempi di Mosè.
Il punto di rottura è descritto attraverso sei antitesi che, radicalizzando la legge mosaica, ne rovesciano totalmente la prospettiva. Gesù contesta una cattiva comprensione della giustizia divina e propone un modo nuovo di intenderla. E già questo può essere fonte di profondo disaccordo con chi pensa che la legge di Mosè sia verità immobile perché Parola di Dio.
Ora, appunto, non esercitare la ragione della mente e del cuore riguardo alla legge di Mosè, significa farne un tabù, trasformando paradossalmente le norme in idoli; probabilmente è ciò che intende Gesù quando dice “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27).
Gli idoli sembrano fatti apposta per rovesciarli, nel tentativo di recuperare le prospettive prime.
Gesù radicalizza la legge mosaica per mostrarne tutta la portata. Parte da un terreno comune: “Avete inteso che fu detto non uccidere” – e già su questo non siamo tutti d’accordo, visto che si continua a farlo.  Gesù radicalizza qui la legge, mostrando che la prospettiva divina è il pieno rispetto dell’altro dal punto di vista fisico e morale: non solo non uccidere il vicino, ma nemmeno fargli del male; non solo non fargli del male fisicamente, ma nemmeno insultarlo; non solo non insultarlo, ma non umiliarlo – che significa ucciderlo interiormente, per esempio dandogli del “pazzo”.
Ciò che Gesù contesta è una visione letterale e semplicistica della legge, che consiste nel rispettarla senza comprenderne l’intenzione; si chiarisce che la giustizia degli uomini è solo un passo verso la convivenza pacifica, un passo necessario, per orientare un’etica francamente povera, ancora debole.
“Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!”
Gesù spinge il suo “metodo” a far rilevare ciò che realmente motiva la tendenza ad osservare la legge: la paura (della polizia, del magistrato, dell’agenzia delle entrate…), perché in effetti chiunque commette un reato rischia di essere sottoposto a giudizio. La paura della condanna può essere un buon motivo per non uccidere, ma rimane pur sempre una motivazione estrinseca, troppo debole per non condurre alla degradazione della nostra umanità. Ecco perché prima che sia messo in moto il meccanismo del rispetto della legge scritta per paura della punizione, dev’essere pronta l’apertura alla giustizia divina che pone in anticipo le fondamenta della pace: mettiti d’accordo prima, perché dopo sarà troppo tardi.
Anche la proibizione dell’adulterio è un passo necessario ad una umanità eticamente debole. Come si può non dedicarsi lealmente a chi veramente amiamo e stimiamo in tutta la ricchezza della sua personalità? Certamente non è una storia che può riguardare solo l’aspetto fisico passionale…
La falsa testimonianza, ancora una volta, è la chiara prova che le relazioni umane sono purtroppo ampiamente vissute all’insegna della slealtà. Questo spiega l’incessante richiesta di giustificazione…e le spese in avvocati…
Infine, Gesù ricolloca al proprio posto la famosa legge della ritorsione. Se io cavo un occhio al mio nemico, certamente non sarà il mio occhio cavato da un suo parente a risolvere il problema dell’occhio mancante dell’uno e dell’altro. L’occhio per occhio, nel senso della vendetta, è una strategia che permette solo di ritrovarsi tutti ciechi.
Nella nuova alleanza siamo già giustificati, perché il peggio del peggio possibile all’uomo è già avvenuto: condanna, tortura, morte di Cristo. Ma è anche già avvenuta l’uscita dal peggio: la resurrezione. Quindi, se ancora oggi sulla terra si punisce, si tortura e si uccide, è perché l’umanità è dominata dalla paura del male e della punizione e non è capace di accettare l’idea che il Cristo sia risorto.
Siamo deboli, è vero, ma si tratta di non essere anche stupidi, reagendo in maniera primitiva e banale con i nostri impulsi di prevaricazione. Abbiamo istinti forti, originariamente maturati in favore della vita e dell’acquisizione di una sempre maggiore libertà di movimento, di pensiero, d’invenzione e di espansione della coscienza. Negare questa evidenza vuol dire regredire in cerca di giustificazioni per le nostre ingiustizie.
Se la nostra giustizia non supera la logica del “quel che fatto è reso”, rimaniamo ancora nell’ambito della ricerca di giustificazione (o punizione) e continuiamo ad esercitare una giustizia debole o addirittura ingiusta.

Leggere la Bibbia è un’“arte applicata”. A che serve leggerla, se non si fa luce sulle situazioni in cui viviamo le nostre relazioni e le domande specifiche che sorgono nel nostro tempo? Non ci sono circostanze più “religiose” o più “spirituali” di altre. Ovunque l’uomo è chiamato in causa, Dio fa sentire la sua voce. Avete inteso che fu detto…
Non è cercando giustificazioni, che si diventa giusti, Noè l’arca l’ha costruita prima del diluvio, perché ha saputo leggere il suo presente. Zaccaria ed Elisabetta, il loro rapporto coniugale l’hanno costruito prima che nascesse il figlio Giovanni; Giuseppe ha deciso di accogliere Maria, perché aveva costruito prima la sua capacità di amare: era un uomo giusto. Giuseppe d’Arimatea era un uomo misericordioso e andò da Pilato a richiedere il corpo del Cristo deposto dalla croce per seppellirlo. Probabilmente perché si sentiva parte del regno di Dio: nella nascita, nell’esistenza, nella morte del corpo e nella vita che scorre oltre e attorno a tutto questo.

E credo che ciascuno di noi abbia avuto, almeno una volta nella propria esistenza, il sentore di essere parte del mistero della vita.

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La luce e il sale

5 febbraio 2023 – V Domenica del Tempo Ordinario
Mt 5,1-12; 1Cor 1,26-31

In politica, e non solo, l’arte di parlare in pubblico è essenziale. Uomini in grado di galvanizzare le folle con la semplice forza della parola pronunciata con eloquenza e convinzione. Pretendiamo lo stesso dai nostri pastori di oggi quando predicano? Da giovane ricordo grandi raduni cristiani in cui un predicatore infuocato, di fronte a una folla enorme, invitava il pubblico a donare la propria vita a Gesù, il tutto con un sottofondo di musica carica di emozioni. Tuttavia, accettare Cristo come salvatore e maestro non è una questione di retorica o di sentimento, ma una questione di sincerità.
Cosa resta se la bella musica si ferma? Soprattutto dove risuona la musica? Fuori o dentro?
In psicologia si dice che la motivazione può essere estrinseca o intrinseca; quindi, ci risiamo con il sale e la luce. Il significato non è diventare sale e nemmeno diventare luce, come dire passare da sale insipido a sale saporito e da lampadina fulminata a torcia a led; voi siete sale e luce, probabilmente è un discorso che illustra la realtà di ciò che siamo, in maniera essenziale
Chi sono? Come agisco? Quali sono le mie azioni che potrei considerare di gloria al Padre? È interessante e ammirevole che Bach scrivesse alla fine delle sue composizioni SDG: Soli Deo Gloria; è ancor più interessante, commovente e degno di memoria che il giudice Livatino, ucciso dalla mafia, scrivesse sui suoi appunti STD (Sub Tutela Dei): due modi senz’altro diversi di rendere gloria a Dio, tenendo accesa ciascuno la sua lampada: uomini diversi, chiamati a compiti diversi, collocati in due campi profondamente differenti della vita.
Ognuno risponde e reagisce da sé a ciò per cui si sente chiamato; credo in ogni caso che esista una vocazione per ciascuno di noi, declinata negli infiniti modi delle nostre esistenze personali.
Il passo del Vangelo in lettura oggi si trova subito dopo le Beatitudini; Matteo probabilmente scrisse dopo la caduta di Gerusalemme, tra il 70 e l’85, soprattutto per i cristiani di origine ebraica, residenti in Siria, che versavano in serie difficoltà, minacciati dal dubbio e dalla stanchezza. L’evangelista affronta il tema della forte critica proveniente dalla sinagoga farisea e la questione dell’apertura della giovane comunità cristiana ai non ebrei.

“Voi siete il sale della terra”: come sempre sono possibili diverse letture. Nella Bibbia si parla di “alleanza di sale”, cioè indistruttibile; nel Libro dei Numeri Dio dichiara ad Aronne: “Questa è un’alleanza di sale eterna davanti a Yahweh per te e per la tua discendenza con te” (Num 18,19). L’espressione si trova nel rituale religioso: tutte le offerte presentate a Dio devono essere salate con “il sale dell’alleanza del tuo Dio” (Lev 2,13). Da questa prospettiva di senso, i discepoli danno sapore al mondo e ne assicurano la sopravvivenza davanti a Dio. Ma se perdessero lo spirito delle Beatitudini elencate appena prima di questo brano, perderebbero tutto il sapore.
Un’altra interpretazione tiene conto di una pratica agricola attestata in Egitto e in Palestina: il sale veniva aggiunto al concime per renderlo più capace di fertilizzare la terra. In quest’ottica, il sale simboleggia la saggezza che rende le persone più capaci di portare frutto. Questa interpretazione è forse più prossima a noi quando ci capita di dire “senza sale in zucca”, che letteralmente significa “essere stupido”, perdere la saggezza (saggezza, sapienza, da sapere). Come il sale mischiato al concime, fertilizza la terra, così la fede dei discepoli, grazie alla saggezza ricevuta da Gesù, aiuta le persone a far fruttificare la propria vocazione. 
Il sale ha anche un effetto sterilizzante e purificante, come quello che Eliseo getta nella sorgente di Gerico, che resta purificata “fino ad oggi” (2 Re 2,19-22). Il Vangelo di Marco sembra riprendere questo principio. “Abbiate sale in voi stessi e vivete in pace gli uni con gli altri” (Mc 9,50). I discepoli, in questo caso, non sono qualificati innanzitutto come sale della terra, ma sono invitati a diventare “saggi”, cioè sostanzialmente ad avere “sale in zucca” (e a non fare sciocchezze per sé e per gli altri). Ma come possono essere saggi, se non riconoscendosi discepoli di colui che è la Sapienza di Dio in persona, cioè il Cristo risorto? 

“Voi siete la luce del mondo”: l‘immagine della luce, nel libro di Isaia, si riferisce alla vocazione di Gerusalemme, città di luce posta sul monte per attirare i popoli a Dio (Is 60), e alla vocazione di Israele, “luce delle nazioni” (Is 42,6 e 49,6). Per gli ascoltatori ebrei del Vangelo, è la Legge di Mosè la luce del mondo (Sap 18,4). Il paragone con la lampada, fatta per essere vista, dice che mostrare questa luminosità è un dovere per il discepolo di Gesù. La luce non deve essere riposta, come si faceva anticamente con la lampada, che veniva riposta in un piccolo armadietto (il moggio), quando non veniva utilizzata; viceversa dovrebbe essere ben visibile, illuminare l’interno e irradiare verso l’esterno. Il versetto 16 specifica la natura di questa luce: le opere buone; non si tratta tanto di una condotta conforme alla Legge, quanto piuttosto del timore di Dio e della pratica della giustizia, del bene, delle “opere di misericordia”. Così nel Siracide è detto: “Chi teme il Signore è giustificato; fa risplendere come una luce le sue buone azioni” (Sir 32,16). Non si tratta di ostentare le proprie virtù, ma di aiutare le persone a scoprire che in loro brilla una microscopica scintilla, emanata direttamente da Dio e dalla sua Parola, in grado di illuminare le tenebre che li circondano. Per gli ascoltatori di Matteo le “opere buone” sono, come affermato poco prima nelle Beatitudini, fonte di gioia: bisogna viverle, spetta a noi annunciare il regno dei cieli, che è già qui, l’hanno già inaugurato (!) e la porta, per quanto stretta, è aperta.
Il Cristo, attraverso Matteo, si rivolge ancora oggi ai cristiani che, per paura o tiepidezza, non rendono testimonianza al Vangelo; l’invito è a rimanere saldi.

Scarica qui il commento al Vangelo del 9 febbraio 2020

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Rallegratevi ed esultate

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa

29 Gennaio 2023 IV Domenica del Tempo Ordinario
1 Corinzi 1,26-31; Matteo 5,1-12

Trovo sempre sorprendente che la croce, uno strumento di tortura e di morte, sia diventato il simbolo del cristianesimo. Sarebbe come se invece della Marianna, simbolo nazionale, la Repubblica francese, avesse adottato la ghigliottina. O come se, invece della fiaccola della libertà, gli USA avessero adottato la sedia elettrica… o come se… il cappio, il fucile, la spada, le camere a gas, o le bombe, la guerra, fossero i simboli di altrettante liberazioni.
Una follia!

All’epoca di Paolo, i gentili non riuscivano a capire come la morte di un semplice giudeo potesse essere il punto culminante della storia, mentre gli ebrei non potevano concepire che la crocifissione del Messia tanto atteso fosse il mezzo con cui Dio stabiliva il suo Regno.
Per noi, oggi, la croce è ancora follia, sia per quelli che non credono, che per quelli che credono. O ci si considera “non così cattivi” rispetto agli altri, e quindi non si ha bisogno di essere “perdonati” da Dio, oppure si pensa di potersi riscattare con Dio attraverso i punti accumulati facendo cose buone. In entrambi i casi, la semplicità del messaggio della Croce è stoltezza: “Dio, infatti ha tanto amato il mondo da dare (gratis) il suo unigenito Figlio, perché chiunque (il pagano e il religioso, il greco e il giudeo) creda (l’unica cosa da fare) in lui (nessun altro) non perisca, ma abbia vita eterna” Giovanni 3,16.

Penso che la complessità delle Scritture ci riporti alla complessità della nostra esistenza; invita a moltiplicare i sensi, le interpretazioni che, lungi dall’essere opposte, si arricchiscono.
Possiamo ascoltare l’ingiunzione di Gesù a lasciare che i morti seppelliscano i morti… e tornare alla vita. La mattina di Pasqua, Maria Maddalena volta le spalle al sepolcro e accoglie la potenza della risurrezione. Gesù guida verso la vita, cioè verso il futuro. E se la risposta di Gesù sembra scandalosa, è piuttosto la morte ad essere scandalosa.
Perché, a dire il vero, i morti non possono seppellire i morti, ma noi possiamo seppellire ciò che è morto in noi, ciò che ci impedisce di volgerci alla vita.
E se alla fine il rispetto di chi ci ha lasciato, di chi abbiamo amato, non fosse solo quello di andare alla tomba, ma di testimoniare con le parole e l’agire la fine del lutto e la ripresa o la continuazione della vita?
Si attraversano lutti e ciò che seppelliamo è l’attaccamento a quello che non esiste più;  l’amore non cancella il dolore, (semmai cancella l’odio); ma quel che un dolore così attraversato lascia a chi ama, è la vita, presente in tutti i testi biblici, nei Salmi e anche nei Vangeli.
C’è nel Discorso della Montagna una poesia che sa cantare la vita, ricordandoci la nostra umanità, riconciliando le nostre emozioni in una prospettiva che gli uomini, abbandonati a se stessi, difficilmente possono maturare: “felici quelli che piangono perché saranno consolati”.

Gesù sale su un monte, va a ridefinire o meglio ad “adempiere la legge”; già nel primo Testamento, quando Dio pronuncia le 10 parole, inizia presentandosi: “Io sono il Signore Dio tuo che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitù” (Es 20,2): la liberazione precede la legge, come per indicare che i dieci comandamenti non schiavizzano, ma liberano. 

Il paradossale “beati” che per nove volte si oppone alla logica umana, è lo stesso del primo salmo: “Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma sulla via dei peccatori, e che non siede sulla panchina dei beffardi, ma che trova piacere nella legge del Signore e medita la sua legge giorno e notte!”

Non si tratta semplicemente di un’allegria beata e nemmeno di un discorso sciocco da rivolgere a un pubblico credulone. È una dinamica che implica l’andare fino in fondo, camminando rettamente; è poesia che manda in frantumi ogni rappresentazione facile, banale troppo mondana.

Dichiarare felice chi soffre è sopore della coscienza, sottomissione… oppio, come disse il buon vecchio Marx, malgrado tutto ancora inserito in un retroterra culturale che prevede vittime, sacrifici e predominio di una classe sociale sulle altre, fosse anche quella di coloro che per ricchezza hanno solo i figli.

Nel Discorso della Montagna non c’è solo promessa di una felicità dopo la morte, e non c’è traccia d’invito al predominio per qualsivoglia umano o classe sociale; c’è l’indicazione per essere in cammino al momento presente, facendosi parte attiva in un superamento di tutto ciò che è morto in noi e tendiamo fatalmente a conservare. 

Le beatitudini sono un canto alla vita, non al grigiore del vittimismo; raccontano la possibile felicità, nonostante tutti i nostri limiti, la felicità di chi si accorge che altri valori sono belli e pronti, senza necessità di abbandonarsi alla disperazione, al pessimismo, al male, alla prevaricazione degli uni sugli altri, dei morti sui vivi.

Se tutte queste affermazioni sono paradossali, se si scontrano con le immagini convenzionali di felicità è perché non esiliano la realtà della condizione umana.

Troppo spesso ci prendiamo per superuomini e per superdonne, per divinità olimpiche, costantemente tentate di voler controllare e risolvere tutto. I fallimenti su questi obiettivi irrealistici portano o a disprezzare gli altri o a disprezzare se stessi.
Le parole di Gesù sovvertono l’attesa. Se, nel nostro mondo, i primi tendono a schiacciare gli ultimi, il Nazareno indica che invece ce ne possiamo prendere cura e saremo più felici noi con loro.
Vivere con il peso della morte di altri sulle spalle non corrisponde a quel “beati” che ricorre nella Bibbia. Ne sono certo. Al contempo qualsiasi criminale d’improvviso vedesse come stanno le cose, avrebbe ancora una possibilità di appello. E prima di morire definitivamente.

Qualunque sia la situazione che potrebbe rinchiuderci, le parole del Nazareno stanno forzando le soffocanti catene della nostra sciocca ostinazione.

Le beatitudini vanno articolate con il resto del discorso di Gesù. C’è una connessione tra la beatitudine e la Legge, che il Cristo viene ad esplicitare proprio sul tema della giustizia, ma né la legge, né la giustizia sono prerequisiti per la felicità, sono piuttosto la loro promessa e la nostra premessa: il che cambia di molto la prospettiva e rovescia ogni banalità.

Gesù non introduce un’altra legge qualunque, ridefinisce la legge dell’eccesso: “Avete inteso che fu detto: ‘Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico’. Ebbene, io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano” (Mt 5, 43-44). Solo una legge dell’eccesso può risolvere il paradosso della felicità promessa e siamo di fronte ad un altro orizzonte, sul quale assistiamo al divampare di quella forza del Regno, come fosse la prima scintilla che fa scoprire il fuoco al primo uomo. E allora può succedere: “Felici coloro che piangono”, “Felici coloro che hanno fame e sete di giustizia” …
Ma allora qual è la posta in gioco di queste Beatitudini?
Cosa può farci rivivere?
Rendersi conto che è beato colui che vive in pienezza: si potrebbe quasi dire che siamo vivi “grazie” ai nostri limiti.
Se ci toccano da vicino i destinatari delle beatitudini, è piuttosto la mancanza di qualcosa ad essere al cuore di ciò che rende vivi. Quella mancanza, quell’arsura, quella sete che sole possono renderci disponibili a scorgere l’acqua. 

Che uno sia povero in spirito, mite, afflitto, assetato di giustizia o puro di cuore, tutti sono in situazione di mancanza e tutti l’abbiamo probabilmente sperimentata; quando siamo in sovrabbondanza di successo, di potere, di ricchezza, diventiamo saccenti, arroganti, fanfaroni, senza rimorsi, astuti e prevaricatori, non abbiamo più niente da desiderare, niente più da cercare, nessuno spazio per noi stessi, per gli altri, e tantomeno per Dio. Niente può farci più cambiare, metterci “in movimento”, recuperare il motivo di tanto sforzo.

La sedia elettrica, il cappio, il fucile, la spada, le bombe, le camere a gas, le torture, le guerre, sono allo stesso tempo un tragico equivoco e il fallimento dell’uomo, che si ostina a vedere negli strumenti di morte la via per la vita.

Il Discorso della Montagna è una potente, insistente sveglia, tesa a ridestarci all’inizio di un nuovo ordine della realtà, per rovesciare il nostro personale status di vittime, sacrificate, morte per la realizzazione di non si sa bene più che cosa e per chi, divenute insoddisfatte, in una storia infinita di aridità, inquietudine, ribellione, complicità con ogni sorta di errori ed orrori.

Allora l’eccesso del Nazareno, la sua croce, diventano il chiaro simbolo non della stoltezza di Dio, ma dell’uomo, che continua a mettere in croce gli altri e se stesso, mietendo vittime, quando il Signore ha già mostrato duemila anni fa di voler essere l’ultima vittima sacrificale… perché gli uomini imparassero finalmente a dirsi “beati”, “felici”, vivi.

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Fraternità

Vide due fratelli

22 gennaio 2023 – III Domenica del Tempo Ordinario
Matteo 4,12-23; 1 Corinzi 1,10-13.17

Il Vangelo di oggi parla di luce nelle tenebre: “Il popolo che era nelle tenebre vide una grande luce”. Stiamo parlando di Gesù, naturalmente, e dell’esperienza dei primi cristiani a contatto con lui, questo Gesù che ha detto: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è qui”, che io preferisco ora parafrasare così: “Riorientate la vostra vita, perché il regno di Dio ha cominciato a raggiungervi”. Che cos’è questo regno di Dio di cui parla Gesù e che noi facciamo così fatica a vedere, soprattutto in certi giorni? Come ha iniziato a raggiungerci?
La nostra grande difficoltà a vedere questo regno di Dio deriva forse da una formidabile illusione, quella di aspettarci che questo mondo in cui viviamo possa assomigliare ad una grande cristianità universale, popolata da persone buone e praticanti, attaccate alla loro chiesa. La stessa illusione spiega l’esistenza, al tempo di Gesù, della comunità di Qumran, che si definiva la comunità dei “Perfetti”. Guarda caso vivevano in disparte tra “puri”. E oggi vediamo un desiderio simile apparire qua e là attraverso vari gruppi religiosi o comunitari che vogliono raccogliere solo i “buoni”.
Osserviamo bene Gesù. Quando viene a sapere dell’arresto di Giovanni Battista e deve lasciare il pericoloso fiume Giordano, inizia a parlare ad alta voce del regno di Dio. E dove ne parla? Nel mondo: in Galilea, chiamata Galilea delle Nazioni, perché è un luogo dove si incrociano le rotte internazionali, dove ebrei e gentili si mescolano, dove incontra persone indebolite e malate, dopo aver lasciato la zona confortevole del proprio ambiente familiare. È come se solo sperimentando momenti difficili, sfide formidabili e tensioni dolorose, gli umani riescano a discernere la luce nel buio.
“Il regno di Dio ha cominciato a raggiungervi”, dice Gesù e la teologia tradizionale aggiunge una “marca temporale”: parla di un “già” legato ad un “non ancora”. Perché questa distinzione? Perché il regno di Dio inizia per noi appena lo scorgiamo e corrisponde al gesto di Gesù di cercare Simon Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni: per due volte, due fratelli, quasi a risanare l’antica rottura, che riguardava proprio la fratellanza. Fin dal Genesi, i fratelli portano nel loro DNA l’inimicizia: Caino e Abele, Sem, Cam e Jafet, Ismaele e Isacco, Esaù e Giacobbe, Lia e Rachele, Giuseppe e i suoi fratelli.
Gesù inizia a fare discepoli scegliendo due coppie di fratelli. Si chiarisce così anche perché – luce del regno che iniziamo a scorgere – più tardi chiederà: “Chi sono i miei fratelli?”
E a me stesso chiedo: “E chi sono i miei?”
Le domande poste da Paolo ai Corinzi in forma retorica tendono a far emergere il comune travisamento della prospettiva sulla fraternità. I Corinzi sono esortati a superare le divisioni che contaminano la chiesa, danneggiano l’unità della comunità e minano l’annuncio del Vangelo; si tratta soprattutto di divisioni causate da dispute intellettuali che finiscono con il mettere in competizione i servi di Dio, generando discordia. Il nucleo della fraternità, dell’unità in senso cristiano, non risiede affatto nel decidere chi ha “più ragione” o chi è “più bravo”, ma nel rispettare la diversità dell’altro, ritrovando il pieno significato della comune origine nella scelta di seguire il vangelo.

Anche oggi abbiamo difficoltà a vivere l’unità nella Chiesa, perché ciascuno rivendica l’appartenenza ad una corrente: progressisti, tradizionalisti, con questo o quel papa, con questo e quel movimento.

Tra l’altro siamo anche nell’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani… ma che coincidenza…!

Scarica qui il commento scritto il 26 gennaio 2020

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Testimonianza

Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo.

15 gennaio 2023 – Seconda Domenica del Tempo Ordinario
Gv 1,29-34

Che dire? Santi, malgrado noi?
I Corinzi erano molto lontani dalla santità, come del resto si vede attraverso tutta l’epistola, ma erano considerati tali dall’apostolo Paolo, santi non per le loro prestazioni o performances spirituali, ma perché hanno creduto nel Signore Gesù Cristo.
Paolo e Sostene scrivevano alla chiesa di Corinto…
A proposito di una nuova Corinto, qualche sera fa, un amico mi ricordava che in passato si parlava di “professionisti della testimonianza”, designando con questa espressione i preti che testimoniavano per i cristiani del loro contesto di appartenenza e i missionari che testimoniavano fuori da quel contesto: laggiù, per i “pagani”. Quindi, se non eri prete, né missionario, potevi pregare per loro, fare delle offerte e così collaboravi alla testimonianza degli uni e degli altri.
Però lui, il mio amico, aveva qualche perplessità, o meglio, una domanda da farmi.
“Ho sempre vissuto qui – diceva – ma esattamente di cosa dovrei essere testimone? E poi tu, laggiù, hai incontrato solo “pagani”?”
In effetti finché sono stato “laggiù” o “fuori”, molto lontano da qui, questa domanda non mi riguardava, non era davvero un problema mio, era una questione distante ed esterna.
“Il mio problema – continuava il mio amico – si trova molto vicino a me: sono io, cioè la mia posizione rispetto a Dio e alle persone a cui dovrei portare la mia testimonianza.”
Quale Dio? Non lo sapeva più. Sì, certo, sapeva chi era Dio, aveva imparato, aveva studiato, ma che posto aveva Dio per lui nel suo vivere quotidiano?
Si chiedeva, cosa ne avesse fatto di Dio e della religione. In ultima analisi, cosa avesse fatto di se stesso e delle sue relazioni col mondo. Era così sicuro di se stesso? Era così sicuro di Dio?
C’era una relazione tra lui e Dio? Pregava? Ascoltava? Troppa “realtà” ingombrava il suo tempo, troppe cose da fare, troppe preoccupazioni.

Dopo un po’, non esente da qualche milligrammo di esasperazione, gli ho chiesto:
“Hai bisogno di un altro che testimoni di te davanti a Dio? Posso dirgli che sei una brava persona!”
Atterraggio: cercava se stesso. S’era perso per strada.

Io credo non esistano professionisti della testimonianza, ci sono solo dilettanti che gridano nel deserto, senza neanche sapere… si parla di se stessi e solo raramente di Dio, finché, come è capitato al Battista, vediamo un segno che squarcia la nostra incoscienza.

Era un ragazzo eccezionale, quel Battista! Al di qua del Giordano, nella terra di Erode, i romani avevano mille orecchi e governavano con pugno di ferro, Israele nel frattempo straparlava. Improvvisamente Giovanni Battista si riconobbe, primo tra tutti, profeta di un Dio vivente, fattosi uomo. I farisei dicevano che i profeti tacevano da diversi secoli. Gli anziani saggi erano diventati ripetitori della tradizione di Mosè. Il compito era la conservazione di una tradizione immutabile…
Ed ecco che il cielo si riapre, come ai tempi antichi: un profeta annuncia la parola di Dio per l’oggi e la sbatte in faccia, a tutti … Anche a me, ma non importa: meglio! Chi ascolta è molto “fortunato”, un ascolto veramente provvidenziale. Chi è il Battista? Forse Mosè che torna? Forse Elia reincarnato?.
Forse il Cristo? Chi è? – Lascialo parlare, attrae uomini giusti e pii…
I tempi sono maturi… basta con le promesse finte e vuote, basta con la precarietà crescente, basta con i paracadute d’oro, basta con le disgrazie senza nome e i depistaggi… Lasciamo che ci dica lui stesso chi è!
Ma Giovanni non testimonia di se stesso, e non si allontana, non rifiuta di dire chi è: non è il Cristo, non è Elia, non è Mosè, né qualsiasi altra persona, è solo “una voce”, neppure originale, perché ripete un versetto della Bibbia, è una voce, che testimonia di qualcuno che non conosce, ma solo “riconosce” da un segno corrispondente a ciò che ha ascoltato e visto.

Come si riconosce una voce simile? Come so di non essere delirante?
Se è Dio non fa paura, non ammalia, non parla male di alcuno, dona la pace e la capacità di voler bene. Soprattutto è una voce che non parla di te, ma annuncia qualcun altro.
Il suo battesimo? Nient’altro che acqua. Un segno, un indicatore di un altro battesimo e un altro battezzatore. Attesta che Gesù di Nazaret è il Figlio di Dio, e non importa neanche se non capiamo in tutta la portata dell’espressione che cosa sia “il Figlio di Dio”, almeno non più di quanto capiamo cosa sia l’“Agnello di Dio”, ma è: “è Lui”, non: “sono io”! La nostra stessa identità è in quest’uomo, ed è esattamente ciò di cui testimonia Giovanni.
Qual è il fondamento della verità della mia vita?
Qual è la base della verità della tua vita? Domanda infinitamente, intimamente personale. Nessuno può rispondere per un altro. Soltanto chi riceve la domanda per sé può tentare di rispondere, come fece Giovanni prima che i farisei venissero a indagare.
Chi sono? So che la risposta è destinata a decentrarmi, che mi gira e mi rigira completamente, verso qualcun altro: il vuoto, o Gesù Cristo? La risposta di fede non è una teoria … 
Chi dovrei essere? Cosa dovrei testimoniare?
Non ho più niente da guadagnare e non ho più niente da perdere, ma tutto da vivere. Il “me” e l’“io” non mi riguardano più alla maniera consueta.
Solo una cosa diventa davvero centrale, cruciale: “è Lui”, in me e negli altri.

Alla fine, cosa vuol dire “testimoniare”?
In tutto è Lui: via, verità e vita, fin dall’inizio.

NB: immagine di copertina, Rouault Georges (1935), Christ et pauvres, in Mystic masque : semblance and reality in Georges Rouault, 1871-1958, Chestnut Hill, MA : McMullen Museum of Art, Boston College ; [Chicago] : Distributed by University of Chicago Press, 2008, (p.584).

Scarica qui la riflessione sul Vangelo del 19 gennaio 2020

Discesa ardita?

In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone

8 gennaio 2023 – Battesimo del Signore
Mt 3,13-17; At 10,34-38

Alcuni testi rabbinici, ricollegandosi all’azione dello Spirito durante la creazione, paragonano il Suo movimento a quello di una colomba che vola sui suoi piccoli da vicino, ma senza toccarli. Lo Spirito di Dio che aleggia sulle acque primordiali, scenario grandioso che apre il racconto biblico, è qui evocato attraverso l’immagine di una colomba che si libra nell’aria, scendendo da uno squarcio nel cielo. Sono versetti che suggeriscono con forza poetica tutta l’alterità dello Spirito rispetto all’uomo e allo stesso tempo tutta la vicinanza amorosa al Nazareno.
Il testo è breve, appare semplice, pacificante, in netto contrasto con quanto lo precede, con la predicazione brusca, perfino violenta del Battista che annuncia il giudizio divino e il battesimo del fuoco; dopo ci sarà la lotta di Gesù contro il nemico nella durezza del deserto.
Qui, con un breve scambio tra Gesù e Giovanni, siamo improvvisamente introdotti nello spazio di un incontro, di un riconoscersi, di un parlare una lingua comune.

La parola “battesimo” significa “tuffo”, “immersione”. Gesù di Nazaret, il figlio prediletto in cui lo Spirito si compiace, si trova anonimo tra una folla in cerca di parole di salvezza, persone animate dal desiderio di cambiare il corso delle loro vite; credono che il Battista ne indichi giustamente la via attraverso il pentimento e la conversione.
Spesso abbiamo creduto che la conversione fosse una riparazione sul cammino individuale; se fosse invece soprattutto una svolta per convergere tutti verso un fine comune, un camminare finalmente insieme? Se tutti noi sentissimo la necessità quasi “ancestrale” di raggiungere il Giordano, frontiera da attraversare della terra promessa?
Immergersi nell’acqua del Giordano sarebbe allora il segno di questa volontà di convergere insieme verso una vita rinnovata. Entrare ed uscire dall’acqua esprimerebbe l’intenzione di partecipare a un cambiamento epocale che potrebbe veramente attenderci a livello universale, perché è chiaro che non ci si salva da soli, ma soprattutto non ci si salva facendo in maniera esclusiva il proprio interesse o quello della propria classe sociale. Ancora prima di essere una convinzione di fede, questa idea è un compito da realizzarsi e spetta a tutti, conviene a tutti, non solo alla cristianità.
È necessario rendersene conto e arrendersi a questa possibile soluzione convergente. Perché?
Perché la società contemporanea non è stata ancora capace di costruire “dispositivi” atti a fermare l’inciviltà. Prova ne sia che non si riesce ancora a fermare la guerra e il vero motivo è che la società, dopo aver operato una critica globale di tutti i valori, non è stata in grado di fondarne di migliori.
E ci sono altre domande: perché il Nazareno è andato ad immergersi nel Giordano come tutti gli altri? Questa sarebbe la giustizia che doveva esser fatta e che si sarebbe compiuta alla fine dei tempi, periodo nel quale saremmo ancora immersi?

La presenza di Gesù sulle rive del Giordano con la folla significa che egli abbraccia la condizione umana, non si sottrae alla sua missione di condividere il destino dell’uomo per poterlo definitivamente volgere al bene. Gesù si “tuffa” nella nostra condizione comune, mediocre, contorta, contraddittoria, quella di tutta l’umanità e ne esce Redentore per tutti noi. In quel momento una voce lo designa non come figlio di Giuseppe e Maria, ma come figlio amato di Dio e lo Spirito aleggia su di lui in segno di una nuova creazione, di una svolta possibile, anzi certa, per l’umanità intera.

È solo questione di tempo …
Gesù avrebbe potuto dire ai testimoni di questa scena: “Voi non sapete chi sono io!”.
Invece niente del genere: non sceglie di farsi adulare, di dominare, sottomettere, forzare o costringere. È venuto a servire la causa umana, cioè a fare la volontà del Padre, lo ripete incessantemente; fare la volontà del Padre vuol dire soprattutto servire l’umanità.
L’apostolo Pietro, parlando al centurione Cornelio, il primo pagano a entrare nella Chiesa, dirà: “Dal giorno del suo battesimo, Gesù è passato in mezzo a noi, facendo del bene”. Guarisce, allevia, riconcilia e ascolta i piccoli, gli umili, i malati, tutti coloro che per fragilità loro e altrui sono stati emarginati. Soprattutto, come ancora Pietro dice in Atti 10,43, i requisiti per la salvezza sono condivisi tra “chiunque crede in lui”, e Pietro stesso condivide la buona novella tra tutti coloro che incontra, pagani compresi, affinché anche loro possano credere e salvarsi insieme agli altri.

Non finiremo mai di meditare sull’incarnazione del Figlio di Dio, che è sorta tra le pieghe delle nostre vite ordinarie e allo stesso tempo uniche.
Non possiamo disertare la storia, così caotica, spesso dolorosa, a volte rivoltante, ma anche magnifica e piena di promesse che aprono il futuro, rilasciando speranza.
Non spegniamo il fuoco dello Spirito, non disertiamo la novità di ogni mattino, lamentando la banalità e l’oscurità delle giornate o dei tempi.
Diciamo no alle assurdità, alle sofferenze inflitte da uomini ad altri uomini, all’ingiustizia palese, alla presunta fatalità del male e della schiavitù. Cominciamo col guardare subito e vicino a chi soffre più di noi e facciamo il nostro possibile perché stia meglio, lasciamo la preoccupazione per noi stessi a qualcun altro, perfino se non sappiamo ancora chi è.

“In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone”
Sarà stata ardita la Sua discesa o sarebbe troppo ardita la nostra risalita?

NB: puoi scaricare qui il commento al vangelo del 12 gennaio 2020

La pienezza del tempo

Dove sono dunque le vostre manifestazioni di gioia?

1° gennaio 2023 – Maria Santissima Madre di Dio
Lc 2,16-21; Gal 4,4-7

La “pienezza del tempo”, secondo l’espressione di Galati 4,4, si realizza con l’invio del Figlio. I pastori vivono la pienezza del tempo tornando, lodando, glorificando il Signore.

Le letture di oggi ripropongono a chiare lettere la gioia del Natale. Mi chiedo allora: il mantice delle nostre attese che ha dato aria alla fede è ancora in movimento? Se il suo movimento era stato generato dall’aspettativa di luci, banchetti, feste e doni, il mantice potrebbe fermarsi, per stanchezza, per esaurimento d’aria, per asfissia o per assuefazione. Se manca il soffio, manca lo spirito. Era di questo tipo la gioia?
Spesso i bambini, una volta ricevuti i loro doni, dopo un picco di eccitazione, ricadono in una sorta di indifferenza a quella novità, che pure li aveva resi felici poco prima.
Capita anche agli adulti, non solo perché dopo un buon pasto di Capodanno o di Natale si ripiomba nella routine quotidiana, ma forse anche perché la forza dell’attesa si affievolisce o si spegne del tutto. Non abbiamo altra attesa?
Io credo che molti leggano il vangelo come una favola per bambini: questo è il problema.
Provate ad immedesimarvi in quei pastori che vanno a vedere il bambino, credendo fermamente in ciò che ha detto loro l’angelo del Signore; come pensate che Luca potesse raccontare la forza dello spirito che muove a quegli uomini di 2020 anni fa? Con un trattato di filosofia?
Solo la certezza della fede permette ai pastori di “tornarsene”, lodando e glorificando il Signore.
C’è un livello della nostra umanità in cui tutti siamo come quei pastori, ma non tutti accogliamo la forza dello spirito – l’annuncio dell’angelo – come una notizia certa e concreta; per chi si accontenta della favola, la pienezza del tempo non è ancora giunta, non si sente, non si vede.

Ma… chi può dire che non è triste sentire la gioia del Natale declinare e morire?
Chi può dire che non è terribile sentire il fervore svanire? Chi può dire di rallegrarsi quando ricomincia la routine con il suo ritmo soffocante? Oppure quando si chiude la parentesi di speranza aperta dal Natale sulle sventure della nostra vita, come ad esempio la malattia?
Chi di noi può dire che la gioia cristiana è duratura più di un fuoco di paglia?
E chi la vive, come può farsi guidare dalla gioia in questo nuovo anno?

A qualche livello, dicevo, siamo tutti simili ai pastori, solo che quelli di cui parla Luca non hanno mai pensato che la nascita del Bambino fosse una favola alla quale, da adulti, sarebbe stato conveniente accondiscendere e che avrebbero dovuto raccontare ai loro figli.
Per quei pastori fu un’esperienza vitale, accolta e narrata con gioia e stupore così grandi da produrre turbamento. Non hanno edulcorato, spiritualizzato e mitizzato; sono tornati trasformati alla loro vita di tutti i giorni trasformati da quell’esperienza, potremmo dire contenti di continuare a fare i pastori. Per loro è una questione di fede. Non vanno a Betlemme per verificare se ciò che l’angelo ha detto è vero, vanno con il solo desiderio di vedere il bambino, una profezia avverata; vanno a Betlemme a vedere cosa succede. È successo: il Signore ha fatto loro conoscere la verità, non dubitano, non sospettano, semplicemente il Signore ha promesso e mantenuto.
Se i pastori sono arrivati alla mangiatoia dove si trovava Gesù con i suoi genitori, non è stato attraverso una manipolazione pubblicitaria, ma sulla base di una promessa che credevano si fosse adempiuta. Da qui in poi non sentiremo più parlare dei pastori.

Come si fa a vivere la fiducia dei pastori di Luca?
Proviamo ad osservare il comportamento di Maria: “Maria custodiva il ricordo di tutto questo e lo meditava nel suo cuore”. È così che Luca parla della madre di Gesù.
Maria ha conservato la memoria di tutti questi eventi, il mantice della sua speranza non si è mai fermato, la gioia di essere la madre del Signore per lei non ha mai avuto termine, nonostante il dolore patito. A differenza dei pastori, non dice nulla, eppure non si limita a tacere: medita e custodisce il segreto dello Spirito che è venuto a lei: del dono ricevuto fa cibo del suo vivere. Non cerca di tenere tutto a mente per capire meglio, considera tutto ciò che vive come segno e conferma dell’amore dell’Altissimo, per lei e per tutta l’umanità. Custodisce il tesoro, non parla in fretta, gli eventi vissuti diventano per lei motivo di preghiera e diventa capace di seguire suo figlio per tutta la vita fino alla fine. A questa fede siamo tutti chiamati, ad essere fiduciosi come i pastori e fedeli come Maria; la fede persevera e preserva la gioia della pienezza, la gioia della nascita.
Paolo, nella seconda lettura, mette in luce un paradosso, quello del figlio e dello schiavo.
Il bambino appena nato ha tutto, ma non può fare nulla con questo tutto; è la stessa condizione dei “figli di Dio” ed “eredi delle cose celesti”, cioè di ciascuno di noi. Chi ha la fiducia dei pastori, chi custodisce il ricordo della profezia e del dono della vita come Maria, ha lo stesso potere del bambino. Ha tutto, ma ha bisogno di tutti.
Paolo paragona la posizione e i diritti di un bambino appena nato a quelli di un servo, un’immagine scelta per far comprendere che il bambino piccolo vive sotto la Legge e la tutela, mentre l’adulto e il figlio vivono – o dovrebbero vivere – nella libertà e nella responsabilità, cioè da adulti in Cristo.

Chi si rifiuta di crescere, non vede un segno in quel bambino nella mangiatoia, allora dovrà accontentarsi di regole esterne, come un marinaio che, non avendo una bussola interna, è costretto ad orientarsi con un navigatore, schiavo di un dispositivo esterno. Come quello che montano le automobili o i nostri cellulari.
Il dramma del nostro tempo storico consiste nel non saper più leggere con perspicacia, amore e autonomia le mappe della vita, distinguere il sud dal nord, l’est dall’ovest e le pecore dai buoi; la Bibbia non traccia più la rotta, la parola non spiega, il nome non designa. Se da una parte è vero che dalla Legge non è caduto neanche uno yod, dall’altra la crescita di quel bambino, segno per la nostra fede, porta a scoprire un nuovo sentiero su cui senso di vuoto e perdita si dileguano, per fare largo ad altre esperienze di gioia e bellezza.
Potrei dire che impariamo a conoscere l’attesa di Dio, che scopriamo di avere la legge dell’amore scolpita nel cuore, e anche che è solo la struttura di peccato a seppellire quella verità; potrei invocare la necessità di pentirsi, di spianare la via, ma non è questo che m’interessa dire ora. Piuttosto lascio che il soffio dello spirito tolga la polvere che ricopre quella scritta, tengo pulito il cuore e mi rammento che lì fuori, in questo momento, c’è qualcuno che aspetta proprio me, per incontrarmi. Poi scoprirò il perché, non lo so mai prima. Potrei scrivere un lungo elenco di uomini e donne, parenti, amici e perfetti sconosciuti, vivi e defunti, attraverso i quali il Signore ha voluto incontrarmi. Si tratta della pienezza del tempo? Come i pastori di Luca, posso solo riferire stupito, lodare e glorificare? Certo ho imparato da Maria, la madre del Nazareno – l’unica che ha capito prima e per tutti che è necessario solo ricordare – a meditare e a custodire la Parola, perché l’intima legge d’amore, che alberga in noi, sia sempre illuminata e vivificata dal soffio dello spirito e dall’incontro con il figlio dell’uomo.
Auguro a tutti, per questo nuovo anno, di conservare e custodire ogni benedizione avuta da Dio, a partire dai vostri figli e donandoci Suo Figlio per accompagnarci durante tutto il viaggio della nostra vita. La novità è per tutti, richiede pazienza, semplicità e capacità di stupirsi, non ultimo una certa innocenza di fondo…

E che gioia sia per tutti!

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Urgenza

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo,

25 dicembre 2022 – Natale del Signore
Mt 1,1-25; At 13,16-17;22-25

Tra questa sera e domani alcuni si ritroveranno riuniti intorno alla mensa per ricordare e celebrare l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Altri non si ritroveranno affatto, eppure è qualcosa di cui tutti hanno sentito parlare.
Come mai? Perché Paolo e Barnaba – e altri – sono andati in missione, per informarne i pagani, ovvero il resto dell’umanità oltre Israele.
Ci sono ancora pagani?
Forse sì, ma in ogni caso Paolo e Barnaba cominciarono il loro giro informativo da quelli che già conoscevano la Parola di Dio, nella sinagoga.
La stessa presenza e l’atteggiamento di Paolo rivelano chiaramente l’urgenza assoluta di comunicare che Gesù Cristo, Figlio di Dio e Risorto, è il Salvatore annunciato dai profeti ed estenderà la sua grazia e la sua salvezza oltre i confini di Israele. Si può immaginare la determinazione di quest’uomo nell’annunciare una notizia così enorme, così bella, che va oltre ogni attesa e a lui rivelata direttamente dal Signore insieme con il comando di portarla per il mondo allora conosciuto. Proprio a Paolo! Il tenace persecutore dei primissimi cristiani.
Per Paolo e Barnaba tutti erano pagani, tranne una minoranza, il popolo di Israele, all’interno del quale un’ulteriore minoranza aveva riconosciuto in Gesù il Messia atteso da Israele.
Mi chiedo: saranno ora maturi i tempi, per chi ha ascoltato Paolo nei secoli, di riconoscersi portatore della Parola e della Parola che si fa carne, si offre, risorge e salva? I cristiani sanno di essere tutti inviati, come Paolo lo sapeva? Sentiamo la stessa urgenza?
Chi oggi annuncia la Buona Novella? E, soprattutto, a chi? Ai pagani? E chi sono ora questi pagani?
Guardiamoci negli occhi gli uni con gli altri: chi vediamo riflesso nelle pupille del nostro vicino? Chi crediamo sia il vostro vicino? E poi, la cosa ci interessa veramente?
Eppure siamo fatti tutti della stessa materia, siamo tutti fatti di carne: genealogia di Gesù, Cristo, figlio di David, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, […] Mattane generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, da cui era stato generato Gesù, che si chiama Cristo.
La carne è la parte più intima, segreta e nascosta che da sotto la pelle traspare appena, ma che tuttavia risponde ad ogni sollecitazione dell’ambiente; la carne soffre, geme, gioisce, desidera, trema e non vuole essere separata; la carne ha fame di conoscenza di esseri e cose, è avida di presenza. La carne si ricorda, costituisce un serbatoio di sensazioni multiple, passate e presenti, di eventi raccolti e conservati, fino ai più antichi, racchiusi in una fitta rete di nervi e muscoli, trasportati nel sangue, ricordi che sorgono e reagiscono di nuovo ad ogni nuova sensazione.
La carne, al momento del concepimento, non è fabbricata dal nulla in un modello unico e separato, staccato da un lignaggio e da una famiglia; ad ogni generazione è come fosse ereditata. Ciascuno eredita questo o quel tipo di carattere dalla sua famiglia e dai suoi ascendenti; perfino i suoi gesti, un certo modo di stare in piedi, di camminare o di ridere ricordano quelli del padre o della nonna.
E poi ci sono anche le storie raccontate in famiglia, dalla zia o dal bisnonno, che forgiano l’idea di ciascuno sul proprio posto nel mondo.
Niente è meno solitario e anche meno condizionato di questa carne vivente di uomo o donna che avanzano nell’ignoto dell’esistenza tra umori e desideri, speranze e paure, determinazione ed esitazioni.
In sostanza, allora, anche la carne è condivisa… nulla posso vivere da solo, isolato, senza rendere il mondo segretamente migliore o peggiore. Proprio in virtù di questa unicità della carne in tutti i tempi e in tutti i luoghi del mondo, il Cristo risorto salva il genere umano dal continuo errore, che si ripete inalterato nella storia: figlio dell’uomo nella sua carne ereditata da Maria, e Figlio di Dio perché generato dallo Spirito, senza opporsi alla Croce, ha riconciliato con lo Spirito, nella sua carne, ogni carne.
Gesù di Nazaret, nato nella carne, in una notte di più di 2000 anni fa è l’ultima vittima sacrificale.
Se non l’abbiamo visto, se non l’abbiamo sentito, se non abbiamo capito, siamo ancora pagani.

E non l’abbiamo capito bene, se ancora di anno in anno, di stagione in stagione, i bambini continuano a morire nelle guerre, ad affogare nel mediterraneo, ad essere abusati e torturati nella carne.

Paolo disse di se stesso: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.” (Colossesi 1,24). Di che cosa era mai lieto Paolo nelle sofferenze che sopportava nella sua carne? Come faceva a dire una cosa simile? Io credo considerasse lietamente le sofferenze, perché gli sembravano un prezzo a lui accessibile, affinché l’umanità si liberasse del meccanismo sacrificale, rinnovantesi dai tempi di Caino e Abele.

Se noi continuiamo con indifferenza ad utilizzare espressioni come “vittime collaterali”, “carichi residuali di migranti”, “guerra necessaria”, operiamo un’inversione di significato all’interno del linguaggio e indirizziamo il pensiero (e l’azione) nel verso opposto al progetto cristiano: diamo per possibile la prosecuzione del meccanismo attraverso il quale Gesù è stato condannato a morte e, implicitamente, sempre in virtù dell’unicità della carne, ce ne rendiamo complici.

Vi auguro – e mi auguro – di avere il coraggio di riconoscere chi siamo, da dove veniamo e di scorgere in ciascuno l’unico e il comune che ci lega l’un l’altro; auguro la pace a tutti coloro che giorno dopo giorno, ciascuno per la propria parte, offrendosi al Padre in Cristo, lavorano per riconciliare nella propria carne ogni carne con Dio.

Buon Natale!

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Identità

Grazia a voi e pace da Dio

18 dicembre 2022 – IV Domenica di Avvento

Chi sono?

Ritorna l’eterna domanda esistenziale: la risposta determina la mia vita.
A questa domanda fondamentale forse se ne dovrebbero aggiungere altre due. Chi è Gesù? Chi sono gli altri per me?
Nel saluto di apertura della Lettera ai Romani, Paolo espone le sue risposte a queste tre domande. Come si percepisce? Come vede Gesù? Come vede i cristiani a cui scrive? 
Paolo è un servitore di Gesù, a sua disposizione, senza beni propri; sa di essere chiamato da Dio. Non ha preso lui l’iniziativa di servire Dio, è stato “reclutato”, chiamato.
Gesù è per lui Uomo, figlio di Davide; Messia; Dio, figlio di Dio. Risorto. Signore.
I Romani, cui è stato annunciato il vangelo sono chiamati, come lui, come Paolo; sono persone che imparano a dire: “Signore”: destinati/chiamati ad essere santi, consacrati, appartenenti a Dio, Figli di Dio.
Ed è bello sentirsi: “l’amato di Dio”.
Vedere Gesù come Paolo lo vede è avere la vita stravolta.
Gesù è la Buona Novella e questo è il leitmotiv di tutta la lettera ai Romani; come ti vedi? Come vedi Gesù Cristo? Come vedi gli altri? Dimmi cosa ne pensi e saprai chi sei. Conoscerai la tua identità.

Il Vangelo di Matteo di questa domenica parla di un altro uomo, capace di vivere la propria identità fino in fondo: Giuseppe. Il testo ci fornisce poche informazioni su di lui. Viene presentato come un uomo giusto; nell’Antico Testamento essere giusti non significa rispettare perfettamente la Legge ebraica – cosa non alla portata di tutti – ma significa vivere sotto lo sguardo di Dio e avere quell’onestà intellettuale che non viene ingannata dalla realtà del peccato.
Quando un giovane uomo e una giovane donna si fidanzavano, erano già considerati coniugi; rompere un fidanzamento equivaleva a un ripudio, l’unica differenza tra il fidanzamento e il matrimonio era la questione dei rapporti sessuali; in sintesi, il promesso sposo doveva rimanere casto fino al momento di andare a vivere nella stessa casa, il matrimonio vero e proprio. Per una ragazza fidanzata rimanere incinta prima del matrimonio era inaccettabile. La Legge prevedeva la lapidazione in questi casi e se Giuseppe l’avesse ripudiata pubblicamente avrebbe dovuto scagliare la prima pietra.
Giuseppe rinuncia a denunciare Maria ai capi religiosi, però si prepara a mandarla via, in tutta discrezione, perché non subisca la condanna e/o il pregiudizio altrui.
Giuseppe, dunque, non segue la Legge alla lettera, se l’avesse seguita, avrebbe dovuto ripudiare pubblicamente Maria. Non lo fa.
I Vangeli non dicono molto su di lui, ma a pensarci bene non soltanto Maria ha ascoltato le parole di un angelo; anche Giuseppe ha ascoltato le parole dell’angelo apparsogli in sogno. Era l’angelo del Signore, non una questione secondaria. L’angelo aveva appellato Giuseppe “figlio di Davide”, attestandone l’origine regale: figlio, discendente, del re Davide.
L’angelo non annuncia a Giuseppe la nascita di un figlio, gli chiede semplicemente di non avere paura a tenere con sé Maria, sua moglie, perché il figlio che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. L’angelo dice ancora un’altra cosa: Giuseppe deve dare il nome “Gesù” al bambino che sta per nascere, perché salverà il suo popolo. Nel nome è riassunto tutto il ministero del Salvatore. È quindi responsabilità di Giuseppe dare il nome a Gesù; Giuseppe incarna la paternità. E proprio lui, che è stato appellato dall’angelo “figlio di Davide”, sa bene di portare un nome intimamente legato alla tradizione, quello di Giuseppe, figlio di Giacobbe, colui che conosce il significato dei sogni. E Giuseppe, lo sposo di Maria, ha la sua rivelazione proprio in sogno. Dev’essere stata un’esperienza fortissima. Tanto che obbedisce senza mezzi termini, così come anche Maria aveva fatto.
Giuseppe non è l’anzianotto pallido e triste, povero, mite e sofferente, per lo più rappresentato nei nostri presepi, che mese dopo mese, vede gonfiarsi il ventre della sua amata di una creatura che non è la sua. Giuseppe non dubita di Maria, la ama e ha la stessa maturità di sua moglie, perchè sa come stanno le cose fin dall’inizio. Il suo unico dubbio probabilmente è capire se la volontà di Dio prevede che lui abiti con sua moglie, nella stessa casa. E Dio glielo fa sapere: lo vuole.
Maria e Giuseppe vivono insieme, uniti, crescendo il frutto dello spirito. Entrambi conoscono la loro identità di figli di Dio. Come Paolo.

E se alla fine scoprissimo che ogni figlio, molto prima di essere frutto dell’amore tra due esseri è dono dell’altissimo, figlio di Dio, e che ogni genitore appartiene alla stessa sorgente di vita di ogni figlio?
Cosa potrebbe dire questa storia alle tante storie di femminicidio? 
Cosa potrebbe dire questa storia alle tante storie di bambini abbandonati?
Cosa potrebbe dire questa storia alle tante storie di matrimoni e convivenze drammatiche?

Qual è la nostra identità?

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