Granelli e montagne

Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe

2 ottobre 2022 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 17,5-10

Dovevo parlare di fede a dei bambini. Mi chiedevo come fare per rendere il discorso “semplice” e rimuginavo questa parola: “Se aveste fede grande quanto un granello di senape…”.
Arrivato nel gruppo, ho chiesto: “Sarebbe stato lo stesso se Gesù avesse parlato di fede paragonandola ad un granello di sabbia piuttosto che ad un granello di senape?”
Una ragazzina: “Ma noooo!” – “Come mai?” – “Perché la sabbia non cresce!” 
Già…

Se avessi tanta fede, quanta è la forza che abita un minuscolo seme – la stessa forza che mi abita e abita il mondo – vedrei lo spostamento di montagne e lo sradicamento di alberi. A pensarci bene, pochi centimetri di terra su un minuscolo granello di semente rappresentano per il seme una grande montagna da spostare: grazie all’ondata di potere nascosta in lui, il granello sposta le montagne e cresce. Penso, per esempio, alla stessa forza che fa crescere la sassifraga, aprendo l’asfalto e rompendo le rocce.
L’apostolo Paolo chiarisce inoltre che la fede, quella che trasporta le montagne, senza la carità, ci renderebbe nulli: “….se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla” (1Cor 13,2).
In altri termini sarebbe inutile – e forse impossibile – possedere tutti i doni spirituali senza la carità, germe divino sepolto nella nostra carne, che, sollevandosi, può spostare le montagne, sradicando i nostri personali impedimenti ad amare. Può essere felice oggi chi sente o vede, nonostante il diluvio di cattive notizie, l’onda anomala dell’amore e i suoi miracoli quotidiani.
Tuttavia, cristianamente parlando, il servo fedele che sposta le sue montagne, non si aspetta che il suo signore si senta in obbligo verso di lui. Quel che fa è un incarico affidatogli, relativo a ciò che non è di proprietà del servo e quindi non è legato alla sua iniziativa personale: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; […] se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato.» (1 Cor 9,16-18). La gratuità nella trasmissione e nell’annuncio della Parola diventa in San Paolo una conditio sine qua non, perché lui sente l’incarico di annunciare il Vangelo come una assoluta necessità.
E ogni cristiano è potenzialmente chiamato a farlo; la vita cristiana non è realizzazione personale, ma permanenza nella corrente di vita che ha la sua sorgente nel Signore, la nostra ricompensa è ciò che quella corrente produce in noi.
Veniamo alla richiesta di oggi: “Aumenta la nostra fede!”
Il ruolo della fede ha qualcosa di eccessivo: potrebbe sradicare un gelso e ripiantarlo nel mare, la fede ha il potere di infrangere l’ordine delle cose e di radicarsi dove sembra impossibile.
Purtroppo il testo liturgico non fornisce il contesto della richiesta. In precedenza Gesù aveva detto: “E se sette volte al giorno pecca contro di te e sette volte torna da te dicendo: ‘Mi pento’, tu lo perdonerai”. Significa avere…un cuore grande come una capanna… poi anche la speranza che noi stessi e gli altri possiamo cambiare in meglio perché la vita è molto più grande di ciò che vediamo.
In effetti c’è da chiedere a gran voce: “Signore, aumenta la nostra fede!”
Allora proviamo a trasferiamo la richiesta dei discepoli nel nostro contesto: conflitti insolubili tra Israeliani e Palestinesi, tra Russi e Ucraini – tra e tra… – nei quali, ovviamente, tutti hanno motivazioni, ma contrastanti; sono conflitti incessanti che affamano paesi e mantengono intere popolazioni senza casa; conflitti che ghettizzano e rivelano il peggio nell’uomo; sciacalli e avvoltoi che speculano, traendo profitto dalla sventura altrui; in tutte queste situazioni, s’innestano i drammi e i conflitti personali.
Cosa significa esattamente: “Se sette volte al giorno tuo fratello pecca contro di te e ti dice: ‘Mi pento’, tu lo perdoni?”
Sì, accresci la mia fede, Signore, perché se imparo a perdonare, il mio collegamento con la vita, che si era interrotto, può riprendere.
In poche parole?
Senza fede non c’è futuro per la nostra umanità.
Solo la fede mi permette di non essere paralizzato da ciò che vedo.
Solo la fede mi permette di superare le mie paure.
Personalmente ho raggiunto l’età in cui le persone fanno la domanda:
“Di cosa vivrò quando non potrò più lavorare?”
Senza fede, si può voler cercare la sicurezza tra quattro mura, barricandosi nel proprio piccolo ambiente fisico e/o mentale, a dispetto di ogni solidarietà umana.
Alcuni identificano la fede con la persistenza nel credere che andrà tutto bene, nonostante le palesi contraddizioni e negazioni della vita. Ritengo che sia proprio il contrario. Non è che tutto andrà bene, è che la fede trasforma me e mi permette di vedere gli eventi come una parola diversa creata apposta per mettermi su una strada diversa.
La fede porta a considerare il domani come un’alba, non come un tramonto.
Quando il Cristo parla della fede e del ruolo che essa svolge, parla in base alla propria esperienza.
È questa fede che gli ha permesso di rimettere in piedi gli esseri umani. È stata questa fede che gli ha permesso di affrontare la morte come ha fatto. In definitiva, la risurrezione è il risultato della fede.
Ecco perché è così fondamentale in ogni giorno della vita.

Compassione e misericordia

C’era un uomo ricco che vestiva di porpora e di bisso…

25 settembre 2022 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Luca 16, 19-31

Un giorno ho ascoltato questa frase:
“Si dovrebbe insegnare la compassione a scuola”; il sottinteso… per dare ai bambini l’opportunità di “commuoversi”.
Ma, guardandomi attorno mi dico:
1) chi potrebbe insegnare la compassione?
2) la compassione può essere appresa?
La compassione o ce l’hai – e l’età non conta – per “talento”, o l’acquisisci, se l’acquisisci, con la maturità. Altre opportunità non vedo nel tempo presente.
Talvolta penso che la compassione venga percepita come una qualità del carattere altruistico, salvo poi facilmente tacciare l’altruista di buonismo.
La compassione è una capacità della carne personale di condividere il destino degli altri.
Ho sentito dire, a proposito di un’atrocità commessa su un bambino: “Chissà i genitori, poveretti! Fosse successo a mio figlio: che orrore!”
Io figli non ne ho, quei genitori mi fanno un po’ pena, mentre la sorte del bimbo mi ferisce profondamente.
La compassione mi sembra talvolta il risultato di un lavoro dell’immaginazione, una postura acquisita come “moda spirituale”: cambia, se l’oggetto ferito e deturpato non è tra le mie priorità.
Nella compassione, la domanda non è se potrebbe succedere a te o a me, ma solo: se è successo a qualcun altro, allora è successo a me e a te, necessariamente, qualunque sia la mia o la tua situazione attuale. La compassione è una qualità della carne immediatamente permeabile a ogni altra carne, senza altro presupposto che la presenza dello Spirito. Penso che attraverso la compassione si sia associati al Cristo e si collabori al suo ministero. Attraverso la compassione di pochi, un’intera generazione viene offerta invisibilmente al Padre e potenzialmente salvata dal proprio rancore e dalla propria malvagità: è questo mistero che ogni volta celebriamo facendo memoria della passione, morte e resurrezione di Cristo.
Se Lazzaro non è stato visto, forse non è un caso: non c’è compassione per lui.
Possiamo dire male del ricco adorno di porpora e di bisso? Qui c’è da intendersi bene: se il sentimento dell’ingiustizia ci indigna, siamo nel giusto, ma se c’è l’avversione per chi è ricco, allora la nostra compassione per Lazzaro non potrà essere pura.
Che fa di male il ricco epulone? Banchetta lautamente con quelli del suo rango, invita chi lo invitava. E allora?
Tutto bene, ma Lazzaro non può essere invitato? E qui capisco quanto sia difficile far passare un cammello per la cruna di un ago…
Comunque sia… che strano effetto leggere questa storia nel giorno delle elezioni… e per di più giornata mondiale del migrante e del rifugiato: ironia della sorte o cinismo consapevole?
Bene, andiamo a votare. Scegliamo, eleggiamo coloro che occuperanno i primi posti, coloro che hanno il maggior grado di responsabilità morale e civile nella nazione, che fanno di tutto per rimanere lì, sentendosi quindi adeguati e meritevoli oltre ogni dubbio.
Quanto è facile essere centrati su se stessi…
Infatti, neanche dopo la morte l’epulone cambia sguardo e approccio: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura”… e visto che la cosa risulta impossibile, “Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca…”
Ah! certo! Ci si ricorda dei poveri, quando si scopre che possono forse ancora essere usati a fini familiari e personali…
Quale speranza di redenzione?
Almeno per una volta, forse una sola ed ultima volta, il ricco epulone ha avuto l’intelligenza di non promettere nulla…
La campagna elettorale – la fiera delle promesse – è finita… si continua col caro vita, il caro bollette, e l’orrore di una guerra tra poveri…

La compassione, o ce l’hai o non ce l’hai, se non l’hai “imparata” prima, non si riceve per elezione e tanto meno entra nelle leggi di bilancio … o nei condoni… I Lazzaro continuano a passare inosservati.

“Li ammonisca”
Ma come è possibile? Lazzaro che ammonisce?
“Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”


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Racconto

Questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi

18 settembre 2022 – XXV Domenica del Tempo Ordinario
Luca 16,1-13

Oggi, una parafrasi.
Non è parto della mia fantasia, lessi una cosa simile tempo fa, non ricordo più dove, e mi colpì; la racconto così come la ricordo, evidentemente mettendoci qualcosa di mio; del resto è così per tutte le storie che si raccontano.

Temporibus illis, Dio scelse un amministratore per la sua Chiesa.
Questi, sapendo di essere amministratore dei misteri di Dio, intraprese delle riforme nell’Istituzione dalle tradizioni secolari.
Come talvolta accade, seppur belle e intelligenti, le riforme non accontentarono tutti i cardinali di curia. E non solo loro! In giro c’era un sacco di gente, ma proprio tante persone, nostalgiche millantatrici di moralità cosiddetta “conservatrice”, che a noi, per essere sinceri, pare solo fasulla.
Queste persone per anni avevano litigato su ogni cosa; si trovarono invece sorprendentemente, all’improvviso e quasi d’incanto tutte d’accordo proprio sulla lotta di contrasto all’Amministratore. Così, si mossero come un sol uomo per andare a cercare il Signore allo scopo di denunciare lo sperpero dei sani e non negoziabili valori della Legge.
Il Signore, preoccupato, decise allora di andare a vedere cosa stava succedendo e di chiedere conto all’amministratore della sua gestione.
L’amministratore pensò tra sé: “Cosa devo fare? Tornare indietro non posso. Dimettermi non vorrei”. Probabilmente memore delle parole di Gesù sulla richiesta di remissione dei propri debiti, decise di convocare in Vaticano tutti coloro che si sentivano emarginati, esclusi e abbandonati: quelli che avevano “debiti” con la Chiesa.
Chiese al primo: “Qual è il tuo problema, quanto ti sei indebitato col Signore?”
“Sono fuori dalla Chiesa a causa di una scomunica latae sententiae!”
“Figliolo, ecco qui un foglio di carta intestata del Vaticano con il mio sigillo. Scrivi: “Vado a fare gli Esercizi Spirituali e al loro termine, la mia scomunica sarà revocata”.
In altre parole, ti lascio olio in quantità sufficiente per accendere la tua lampada, rileggi il Vangelo e ti accorgerai che al mondo non ci sei solo tu.

Avanti il prossimo!
“E tu? Qual è il tuo problema?”
“Sono divorziata e risposata e quindi esclusa dai Sacramenti”.
“Scrivi: “Mi impegno a servire i pasti una volta la settimana alla mensa dei poveri e potrò ricevere di nuovo la Comunione”… E anche il debito riguardante il grano è risolto…

“Avanti il prossimo!”
Una coppia…
“E voi?”
“Non riusciamo a seguire le linee guida della Casti connubii e dell’Humanae vitae“.
“Non sapete che per commettere un peccato grave (mortale) servono tre condizioni: materia grave, piena avvertenza della gravità e la volontà di fare il male? Esaminate bene la vostra coscienza e giudicate voi stessi.”

E così via…

Quando il Signore tornò a controllare, sentì migliaia di voci che si levavano dal colonnato del Bernini: “Grazie a lui ho ritrovato la gioia della fede!” “Grazie a lui ho trovato la pace!” “Grazie a lui ho potuto riprendere il mio posto nella vita!” “Grazie a lui ho trovato il coraggio di testimoniare la mia fede in ambienti ostili!” “Grazie a lui ho trovato la mia strada!”
Grazie a lui … grazie a lui… “Grazie a lui mi sono ritrovato!”
Sentendo tutti questi “grazie”, il Signore lodò l’Amministratore, perché aveva agito abilmente e gli disse: “Vieni, servo buono; sei stato fedele in queste piccole cose, te ne darò di più grandi, quanto agli altri, lasciali ragliare e digrignare i denti. Tu entra nella gioia del tuo Maestro.”

Post scriptum
Ricordo un confratello che, parlando di povertà, diceva che in Europa la gente giudica povero chi non ha nulla, mentre in Africa è povero chi non ha alcuno.

Felice chi, pur pensando che “il tempo è denaro”, ne investe ogni giorno un po’ del suo, per alimentare i suoi crediti di affetto, di amicizia, di amore.
Forse è questo che intendeva Gesù nel trovare scaltro l’amministratore che, nel suo piccolo, faceva sconti su ciò che i suoi dovevano al suo padrone.
Fuor di metafora, in concreto – per esempio – chi amministra gas, luce, acqua, sole, energia: pensa forse di esserne il Proprietario? O addirittura qualcosa di più?
Se lo pensa veramente, si prepari, che domenica prossima saprà come potrebbe andargli a finire, qualora non si ravvedesse in tempo utile; mica perché ci saranno le elezioni! Perché ci sarà proprio il brano di Vangelo scritto apposta …

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Perdere e cercare

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. Gli scribi e i farisei mormoravano…

11 settembre 2022 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Luca 15, 1-32

Quando Gesù “dice” una “parabola”, ha un fine che non dev’essere quello di raccontare una storiella semplice per fare della morale spicciola; la maggior parte di questi testi, riportati dagli Evangelisti come discorsi di Gesù, include un nucleo resistente all’immediata comprensione, che ha lo scopo di scuotere l’ascoltatore per liberarlo da concetti stereotipati e da una forma anchilosata del pensiero. Ecco perché, secondo me, i religiosi del tempo si infuriavano quando insegnava in pubblico e per come si comportava: se almeno fosse stato il portatore di una dottrina “quadrata”, avremmo potuto discutere, opinare, filosofeggiare, cogitare… Invece no! Con i suoi discorsi sembra confondere le acque, additare complessità (umane e teologiche), invitare ciascuno di noi a porsi domande, oltre il catechismo, i principi, l’erudizione e i riti della Legge. Pubblicani e peccatori si avvicinano per ascoltarlo, forse perché si immedesimano prima nei racconti… e si ritrovano.

Nel Vangelo di questa domenica vengono proposti tre racconti che in genere vengono chiamati “la parabola della pecora smarrita”, “la parabola della dracma perduta” e la “parabola del figliuol prodigo”. Alcune traduzioni della Bibbia li presentano da un’altra prospettiva e li considerano insieme, chiamandoli “la parabola della gioia del Padre”. In effetti, il testo non annuncia una serie di parabole, ma una sola articolata su tre livelli, corrispondenti ai tre racconti; in un crescendo di senso il lettore è obbligato a notare la differenza tra i vari tipi di rapporto che gli esseri umani possono instaurare nel mondo, fino ad arrivare alla genitorialità, alla figliolanza, alla fraternità. Sono tre dimensione che si evolvono dall’utilitarismo, all’altruismo, alla gioia per il ritorno alla vita.

I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».
Gesù risponde a questo tipo di mormorazioni in maniera unica ed univoca con una risposta talmente larga da essere illuminante per tutti. All’inizio sia della seconda che della terza storia, una o due parole spiegano che i tre racconti sono da intendersi internamente collegati dallo stesso tema: ogni volta che qualcosa o qualcuno “si perde” – nell’ambito spirituale del regno di cui il Cristo è re – questo qualcosa o questo qualcuno viene ritrovato e l’esito finale è la gioia condivisa.

I primi due protagonisti principali, il pastore e la donna, si danno da fare molto attivamente per trovare ciò che sanno di aver perso – rispettivamente la pecora e la dracma. Nel terzo racconto, invece, non solo a prima vista sembra che sia solo il padre ad aver perso il figlio e solo più tardi afferriamo che è soprattutto il figlio ad aver perso se stesso, ma questo “essersi perduto” del figlio viene espresso come un fatto intrinsecamente legato all’esperienza umana; alla relazione tra il padre e il figlio appartiene una sorta di reciprocità sia nel dolore del perdersi che nella gioia del ritrovarsi. Tale reciprocità sicuramente non può esistere nei confronti di una pecora o di una moneta…Un uomo che abbia perso se stesso (sia padre umano – che non è Dio – sia figlio, e, per ovvia estensione sia madre, sia figlia) non è mai solo: esiste sempre un momento possibile nel quale possono essere pronunciate per lui queste parole: “era perduto ed è stato ritrovato”.

Domande?
Bisogna fare qualcosa per essere salvati? Dio salva tutti o si salvano solo i buoni? Come ci si salva?

Qual è la differenza tra perdere e perdersi, cercare e ricercare, trovare e ritrovare qualcosa o qualcuno?
Troppe. Forse neanche necessarie.
Nel primo racconto, quello del pastore e delle sue pecore, Gesù annuncia senza ambiguità che anche il più peccatore dei peccatori è cercato e trovato da Dio. Non dice che la pecora si lascia trovare, né che riconosce la sua colpa, né che supplichi il pastore di caricarsela sulle spalle per riportarla all’ovile. Non c’è un grammo di congiuntivo o di condizionale nella reintegrazione della pecora e nella ricostituzione del 100% del gregge: la pecora che si è smarrita non ha chiesto di essere tirata fuori dalla bocca del lupo.

Nella terza storia, quella del padre e dei suoi due figli, l’uomo – che rappresenta Dio – lascia i suoi figli totalmente liberi: se uno vuole partire, viene lasciato andare dove vuole, per fare ciò che crede. Non viene trattenuto con parole né con gesti. Non viene neanche ricercato per vedere se sta bene, anche quando si verifica una grande carestia. Il messaggio di questa terza storia sembra essere chiarissimo: ognuno è libero di fare o disfare la propria vita e addirittura di perdere se stesso. E non è Dio che ritrova o fa trovare il figlio. È il figlio che si fa protagonista del proprio ritorno, perché l’esperienza lo obbliga all’esercizio della memoria e del ricordo di ciò che ha realmente perduto. È lui che “parte”, è lui che sperpera, è lui che si affatica, è lui che ha fame, è lui che “entra in se stesso”, è lui che si alza, è lui che immagina cosa dire, è lui che si mette in cammino, è lui che si avvia verso casa. Senza parafrasi, il testo chiarisce che lo fa sull’onda di un bisogno acuto; solo quando comincia a scoprire di valere di più di come è ridotto, ritrova lo slancio vitale e un barlume di benevola memoria per se stesso, per ciò che ha respinto.
E questo eviti per sempre ad alcuni genitori di questo tipo di figlio, l’errore del pretendere riconoscenza: sarebbe banale e da inesperti. Quei figli, se tornano, è perché hanno già sofferto e saranno riconoscenti, perché avranno ritrovato se stessi e il loro padre.
Comunque sia, il figlio trova la forza di “alzarsi” (15,18.20): il verbo è lo stesso usato altrove per indicare la risurrezione di Cristo, esprime proprio il ritorno alla vita gioiosa. Il Padre sembra completamente passivo durante tutto questo tempo. Solo dopo si dirà che è mosso da tenerezza e accoglie il figlio come un principe. La distanza d’intensità di senso tra la prima e la terza storia è forte. Qui è in questione il ruolo di Dio e la nostra “partecipazione” alla possibilità di vivere e gioire. È anche uno shock su cosa significhi amare qualcuno e sul come aiutarlo.

E la storia della donna che si rallegra per aver trovato la sua moneta?
Non deve trovarsi lì per caso.
La protagonista è sì una donna, ma oggi potrebbe essere anche un uomo. Non dimentichiamo che Gesù parlava ai suoi contemporanei, i più erano pastori, pescatori e donne di origine israelita con i loro usi e costumi di allora, non parlava solo a eruditi, scribi, farisei e soldati romani.
Quindi, la più piccola moneta ha, per questa persona, un valore inestimabile e dunque, anche se persa nella polvere dell’angolo più recondito, la cercherà e la troverà. Così, normalmente, ci comportiamo quando vogliamo trovare qualcosa che abbiamo perso, cui teniamo molto: cerchiamo insistendo, persistendo, fino a trovare, fino a ritrovare; sappiamo di possedere quella cosa e dev’essere da qualche parte. È anche una parabola della pulizia, del rimuovere ciò che vela, della liberazione da ciò che copre e maschera l’importante, dello scioglimento dei nodi, dell’inconsistenza dello sguardo di chi non capisce ciò che noi sappiamo di aver avuto e di aver perso.

Di cose belle ne abbiamo perse un bel po’, probabilmente più di una dracma; per non perdere anche le altre nove o novantanove che siano, con la stessa sbadataggine, c’è da rimettersi a cercare, sicuri di trovare, così come siamo già stati cercati e trovati almeno una volta.

NB: immagine di copertina in: In my disc of gold; itinerary to Christ of William Congdon, New York, Reynal, 1962, Pl. 12, Nativity (Lk 2,12-14).

Nodi da sciogliere

Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.

4 settembre 2022 – XXIII Domenica del tempo Ordinario
Luca 14, 25-33

Ecco un altro passo dei Vangeli che si presenta ruvido, imbarazzante, anche nella traduzione ufficiale: “Chi non mi preferisce alla sua famiglia, al suo coniuge e anche alla propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la sua croce e non rinuncia a tutti i suoi beni, non può essere mio discepolo”.
Qui il verbo greco “miséo (odiare, disprezzare), viene reso nella forma apparentemente addolcita “non preferire” qualcuno a qualcun altro.
Potremmo concluderne che se uno non si fa monaco, non può essere discepolo. E io escludo fin dall’inizio che questo Vangelo sia riservato ad una categoria speciale, specie di superuomini e donne.
Detto questo: la vita è bella, ed è anche complicata.

Amare fino alla fine il coniuge, lo sposo, la sposa, i figli, i genitori, i vicini, e quelli che non sono tanto vicini, i compagni e le compagne. Amare fino alla fine quando arriva la malattia che deturpa la prima bellezza. Quando arriva il dubbio che si infiltra sornione nella piccolissima falla delle alleanze di fiducia. Quando arriva il momento delle sconfitte inarrestabili o qualche piccola gloria sorprendente. Come amare veramente fino allo “strappo”, jusqu’à la déchirure – come cantava Jacques Brel?
Gesù è realistico nel vangelo. Avverte, in poche parole, che sarà difficile mantenere le nostre relazioni senza trovare una fonte comune da cui attingere la forza necessaria per amare fino alla fine. E questo è il primo strato, la pelle del discorso.
Nessuna persona, per quanto amorevole, per quanto fedele, trova in un’altra la fonte perenne della propria passione amorosa: neanche nella coppia. Basterebbe pensare al numero delle coppie in crisi per farsene una ragione. Hanno semplicemente esaurito i loro “possedimenti”: parole d’amore, bellezza del corpo, prestanza, energie…e magari vivono da “separati in casa”, come si suol dire (odiandosi cordialmente oltre – a volersi bene, per carità!)
E questo è il secondo strato del discorso – il derma.
Una volta raggiunta questa condizione, se non succede dell’altro, ci si ritrova esausti. Prosciugati. E, frequentemente, arrabbiati: con la vita, con gli altri e con se stessi. Senza peraltro trovare la forza per uscire dall’impasse.

A questo punto – la carne viva del discorso – Gesù, che conosce la via stretta e sa di cosa parla, ancora una volta ci mette sull’avviso. Si rivolge a quella “molta gente” che andava con Lui, e la induce a riflettere. Gesù non illude, non è un incantatore di serpenti ( e neanche un politico che vuole essere eletto, tanto per dire…).
L’impasse, la matassa intricata è un risultato talora ovvio e prevedibile da tempo. Se solo ci fossimo fermati un attimo prima, a sciogliere qualche nodo!
Ma, a guardarla bene, appare per quello che è: un presupposto purtroppo talora necessario.
Si odiano gli altri, si disprezza la vita e se stessi. Ci si abbatte; il Cristo parla e affascina, si decide di seguirlo entusiasticamente… senza troppo riflettere.
E poi? Se i nodi non si sciolgono?
Per questo motivo, è detto nel Vangelo di questa domenica, è necessario calcolare le proprie forze prima di intraprendere l’impresa.
Per non essere derisi.
Derisi? E chi mi deride? E che m’importa, in ogni caso?
Semplice: gli empi deridono chi si ferma a mezza strada, potremmo essere noi stessi (cfr. Salmo 1). Di sarcasmo si nutre ogni forma di svalutazione.
Dunque, cosa vuol dire calcolare bene le proprie forze?
Farsi delle domande e darsi delle risposte.
Sei schiavo dello sguardo altrui? Sei schiavo del successo? Del tuo desiderio di comprare? Del tuo desiderio di avere un solido conto in banca? Di qualche sostanza? Del sesso? Del tempo che non hai? Sei schiavo del desiderio di primeggiare? Di essere importante, desiderato, ricercato, apprezzato, stimato? E da chi?
Non so, ma di domande uno se ne può porre molte…
Se per caso soffrissimo contemporaneamente di tutti questi desideri, noi cari re, potremmo mandare un’ambasceria a quel tizio, nostro nemico, e vedere su quali possiamo mediare e fino a che punto per avere la pace.
Ecco la transizione ecologica!
Un’ecologia della mente, prima di tutto: liberarsi dei rifiuti, cominciando col produrne di meno.
La Buona Novella è nella conclusione: puoi liberarti di tutte le catene, se vuoi; ti accorgerai che di molte cose, forse di quasi tutto, puoi fare a meno. Con gioia.
Con gioia?
Sì. Questo non lo posso mettere per iscritto qui, sarebbe inutile. Bisogna solo provarlo.

Il problema principale consiste nel fatto che il più delle volte le strade tra chi rimane con Lui e chi si allontana, si separano in un luogo preciso e molto frequentato: lì dove ci si prepara a caricarsi sulle spalle la propria croce, le proprie contraddizioni.
Fino a che si tratta del Gesù della fraternità e della condivisione del pane, sì, forse, ci sembra possibile. Ci piace essere bravi e buoni! Ma quando si tratta di essere e riconoscersi in quest’uomo disprezzato, “senza splendore né bellezza” (Is 35,2), le cose cambiano dolorosamente.

Dovremmo smettere di guardare la Croce nel senso romantico o sentimentale che non ha, come se appartenesse sempre ad altri dei quali aver pietà. Siamo noi stessi i pietosi, innanzi tutto, gli ultimi, i poveracci … finché non decidiamo di lasciar sbocciare ciò che di bello è – anche e soprattutto – in noi.
Gesù lo sa bene. Per esperienza. Ha gridato la Sua sofferenza. Ha lottato sotto e sulla croce, con tutte le Sue forze. Ha guarito, finché ha potuto, finché è stato esausto. Quando è arrivato il momento di unirsi ai più disperati del mondo – quelli che venivano giustiziati con Lui – ha ancora trovato la forza di perdonare. Ha rinunciato anche alla propria volontà, affidandosi a quella del Creatore.
Ha dimostrato che la fratellanza per amore esiste, anche nel mondo. Anche nel profondo dell’inferno, tra gli uomini: Lui, in quel momento, era “uomo”.

Portare la croce per camminare sui Suoi passi non è cercare la sofferenza, neppure sublimarla, né trasfigurarla; piuttosto è raggiungere le profondità oscure dell’abbandono desolato e desolante, piegarsi sull’abisso e vedere, per protendersi verso la luce e sbocciare, rifiorire, risorgere.

NB: In copertina, libera rielaborazione di “Maria che scioglie i nodi” per info clicca qui.

Primeggiare

Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.

28 agosto 2022 – XXII Domenica del Tempo Ordinario

Dev’esserci per istinto negli umani un desiderio di consolidare o accentuare il proprio status di unicità al mondo, per essere riconosciuti inequivocabilmente dagli altri. E se non è possibile in senso positivo, tanto peggio: si cercherà di distinguersi come antieroi.
Mi viene in mente, a questo proposito, quel folle assassino che ha ucciso 21 persone, 19 bambini e due insegnanti, qualche tempo fa a Uvale in Texas.
Alcuni esperti di psicologia criminale affermavano che gesti come questi possono derivare dal desiderio di cambiare la percezione degli altri rispetto alla propria persona. La persona in questione, auto-percependosi come perdente, dunque priva di riconoscimento sociale, decide di attirare l’attenzione, agendo “in grande”, sotto l’aspetto dell’antieroe. Lo scopo è che “gli altri” ne parlino, non importa il “come”.
Fermo restando che questo spiega l’aspetto “folle”, ma non l’aspetto “criminale”, rimane da chiedersi se il gesto criminale sia l’espressione parziale e rovesciata di un bisogno di sentirsi importante e desiderato. Diciamo pure che non è questo l’ambito per andare oltre su questi aspetti, rimane tuttavia al centro dell’attenzione l’istinto di essere riconosciuti come “primi” in qualcosa, l’istinto di “primeggiare”.
Di fronte alla catastrofe umana dell’antieroe, che si conclude con una strage di innocenti, la narrazione del Vangelo di oggi può sembrare quasi rassicurante e l’esito della scelta di primeggiare si configura attraverso un impatto sociale insignificante. L’effetto della disgraziata scelta di occupare il posto di un altro ad un banchetto in pompa magna, lo “svergognamento”, da solo potrebbe bastare per la riabilitazione del malcapitato dal poco senso dell’opportunità.
In sintesi: evitate di prendere i primi posti in qualsiasi caso!
Gesù, dunque, mancherebbe d’ispirazione, limitandosi a insegnare le buone maniere? Le motivazioni date – evitare di perdere la faccia e di vergognarsi – sembrano poco elevate? E poi, ai giorni nostri, in quanti riescono a vergognarsi sul serio di qualcosa di simile?
Immagino che ci sia dell’altro in questa storia, ma cosa esattamente?
La trappola nella quale si può incappare, precludendosi la comprensione di tutta la questione, è vedere in essa del moralismo, immaginando ad esempio che Gesù stia predicando qui l’umiltà.
In sintesi: siate umili, evitate gli onori, cercate di passare inosservati: una sorta di “parabola del profilo basso”? Sullo stesso tono, dalla fine della storia, ricaviamo l’invito a dare senza contare e a rifiutare qualsiasi ritorno.

Questo, per me, è moralismo soffocante, e soprattutto non rispecchia la profondità della questione. Per come la vedo io, la chiave del racconto è nella persona di colui che invita: Dio stesso. È Lui, e solo Lui, a determinare il mio posto e la mia reale “grandezza”, la mia personale misura e collocazione nel Regno, le mie dimensioni e le mie coordinate. È Lui che mi dà una raddrizzata, quando ho la tentazione di prendermi per qualcun altro, o, al contrario, mi svaluto, considerandomi uno zero.
L’invito a sedersi all’ultimo posto significa quindi: evita di essere schiavo dello sguardo degli altri, prendi le distanze dalle varie gerarchie umane e dalle tue stesse categorie, affidati, per favore, alla valutazione di Dio stesso, al Suo giudizio.
Se abbiamo bisogno di sentirci unici, importanti e desiderati e non prendiamo in considerazione il fatto che senza la Provvidenza non siamo in grado di fare alcuna cosa, rischiamo di compiere gesti inadeguati a vari livelli di gradazione, lungo una dimensione sulla quale gli uomini sanno essere maestri: dal gesto scioccamente meschino, del tipo sgomitare per ottenere i primi posti, fino al crimine efferato, che vuole cancellare se stessi e gli altri dalla faccia dell’universo, del tipo stragi e genocidi.

Quel che alla fine può indirizzarci verso Dio è piantarla di guardarci con gli occhi degli altri, non potendo mai essere sicuri di non essere turlupinati dalla nostra o dall’altrui impressione falsata e affidarsi al principio che da soli non possiamo far niente; solo il Signore può riempire, con i Suoi notevoli mezzi – il nostro desiderio di essere importanti e desiderati.
Quando sperimentiamo la tentazione di giudicarci con gli occhi degli altri o di acquistare la loro attenzione e il loro affetto, è solo la fede che ci permette di rimanere liberi ed evitare le insidie. In sovrappiù, è questa stessa fede che permette di rivelarsi l’un l’altro la vera grandezza del nostro essere, quella parte dell’infinito che ci abita.
È davvero questa la nostra fede?

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La porta stretta

Sforzatevi di entrare per la porta stretta

21 agosto 2022 – XXI Domenica del Tempo Ordinario
Luca 13,22-30

Questa storia della porta stretta e del primo che sarà ultimo e viceversa, da i brividi, e si ha pure l’impressione che non si adatti all’affermazione centrale del Vangelo: “Dio ha tanto amato il mondo che ha mandato il suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia vita eterna”.
È difficile vedere un punto in comune tra questo meraviglioso annuncio e la storia della porta stretta, per alcuni impossibile da varcare.
Gesù si avvicina a Gerusalemme, i suoi appelli sono incisivi: ricorda a tutti il varco angusto che conduce alla salvezza, quello della convivenza, della cura, della condivisione, della giustizia, quindi della rinuncia a tutto ciò che è contrario alla legge dell’amore.
Secondo Lui è vano pensare di poter attraversare quel varco, perché abbiamo pregato in sua presenza, ascoltato i suoi insegnamenti, cantato il cantico di Maria. Se non ci siamo resi conto del ribaltamento di atteggiamento e comportamenti che la Sua proposta comporta, qui e ora, non varcheremo quella soglia.
Sta arrivando il momento in cui le persone che osano amarsi si riconoscono. Verranno da ogni parte per incontrarsi alla festa nuova, quella della solidarietà e della convivialità. Gli altri, formattati per ampi ingressi, non accederanno, perché le porte sembreranno loro troppo strette e troppo corte; si sentiranno impotenti ed esclusi. È urgente che ciascuno riconosca a quale imperativo obbedisce nelle sue scelte quotidiane.
A quello dell’amore, della compassione, della solidarietà? O a quello dell’interesse esclusivo verso se stesso e le proprie comodità?
“Signore, ma sono così pochi quelli che si salvano?”
Nella domanda c’è un’angoscia, una paura, in fondo in fondo simile a quella che attraversò il Cinquecento: la paura dell’inferno, delle fiamme, del giudizio di Dio, della condanna definitiva…
La risposta di Gesù può suonare troppo semplice: “Sforzati…”
“Ma… mi sforzo, senza certezza alcuna? Lotto con la paura nello stomaco?”
Si regredisce così, nel tempo, ci si riscopre fragili e paurosi, timorosi rispetto all’esito del passaggio; eppure, non sembrava…
Ecco, questo accade, se solo per un attimo di miracolosa lucidità riusciamo ad aprire gli occhi sulla realtà.

Sforzarsi è trarre forza: “con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente”. Con tutta la tua forza. Usa tutta la forza di cui sei capace per colui/colei che condivide la tua vita e che non vuoi perdere. Amare, ma amare davvero; non giocare mai al ribasso: sforzarsi, anche quando, a volte, si ha qualcos’altro da fare; anche quando, a volte, non si vuole davvero; anche quando, a volte, si ha qualcosa da rimproverare… o da rimproverarsi. 

Un dettaglio mi colpisce in questa storia raccontata da Luca; Gesù dice: “Allora comincerete a dire: abbiamo mangiato e bevuto davanti a te, e hai insegnato nelle nostre strade”.
Questa è forse la chiave di lettura di questo testo: “Abbiamo mangiato e bevuto davanti a te”. Siamo esattamente nella stessa situazione della parabola del matrimonio, dove uno degli invitati sta alla porta e si ritrova fuori. Il testo recita giusto: “abbiamo mangiato e bevuto davanti a te“, e non “abbiamo mangiato e bevuto con te”.
“Davanti a te”: e siamo allo spettacolo. Vale a dire spettatori, e non attori. Guardiamo, ma non investiamo; diamo un’occhiata, ma non costruiamo; in fondo mangiare e bere davanti a Lui è stare fuori dagli eventi, stare fuori dalle scelte necessarie.
Il Cristo insegna che dobbiamo essere protagonisti nella nostra vita, protagonisti di una storia d’amore. Non “voyeur” passivi che guardano dal buco della serratura.
Il testo è incalzante: “Tu hai insegnato nelle nostre strade”.
Sì, certo,  ogni domenica, ad ogni studio biblico, ad ogni condivisione della Sua Parola, il Dio di Gesù Cristo insegna, ancora oggi, nelle nostre strade, nei nostri palazzi; significa forse che l’intera città ascolta il messaggio e si mette all’opera?
Se il messaggio del Dio di Gesù Cristo non penetra nell’anima, cade nel vuoto.
Se il messaggio di Gesù Cristo è rivolto solo alle strade, allora ritorna senza effetto a colui che lo ha inviato. C’è uno scarto tra l’aver bevuto e mangiato davanti a Lui, che insegnava nelle piazze, e l’aver bevuto e mangiato con Lui, avendo accolto veramente quel che Lui ha insegnato nelle piazze. È lo scarto di tempo tra l’incontro iniziale e la relazione salda, improntata alla lealtà e all’amore reciproco. Ci vuole del tempo, perché si costruisca la relazione.
Credo quindi, che la punizione di Dio sia la sua assenza. Rompere con Dio è voler fare a meno di Lui. E Dio accetta.

NB: immagine di copertina, in Grubb Nancy, The life of Christ in art, Artabras, New York, 1996, p.120.

Il fuoco sulla terra

Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?

14 agosto 2022 – XX Domenica del Tempo Ordinario
Luca 12, 49-53

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”.
Queste parole sono sorprendenti e difficili da accettare. Tanto più che ne seguono altre non meno preoccupanti: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione”. E in Matteo (10,34) troviamo: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma la spada”.
Questa divisione si realizza addirittura nelle famiglie, tanto per completare la sensazione di disagio.
Il cristianesimo è una religione che valorizza la famiglia; per qualcuno fede e coesione familiare sono sinonimi. Gesù porterebbe la divisione proprio là dove fa tanto male?
I padri tendono quasi sempre a trasmettere la propria tradizione culturale, lo status sociale e a volte la professione. Le madri tendono a trasmettere la conoscenza della vita e della sopravvivenza, la saggezza familiare e i segreti della donna; le suocere in genere cercano di salvaguardare la tradizione familiare e la conservazione dell’identità familiare attraverso le generazioni. E sono proprio le relazioni familiari ad occupare un posto importante nel vangelo di Luca, basti pensare, ad esempio, alle liste genealogiche dei primi tre capitoli, o al ruolo della famiglia di Gesù nella Chiesa primitiva.
Tali relazioni sono però messe a dura prova da questo annuncio. La nascita di Giovanni Battista è segnata dalla rottura della tradizione di famiglia riguardo al nome: avrebbe dovuto infatti chiamarsi Zaccaria, come suo padre (Lc 1, 59-63); già a dodici anni Gesù relativizza la potestà genitoriale, spiegando ai suoi, che lo cercano affannosamente e dopo tre giorni lo trovavano nel tempio, che avrebbero dovuto già sapere dei suoi “impegni” col Padre suo (cfr. Lc 2,49).
Come negli altri Vangeli, Gesù subordina l’attaccamento familiare alla chiamata a seguirlo, e con un tono categorico: “Chi viene a me deve preferirmi al padre, alla madre, alla moglie, ai figli, ai fratelli, alle sorelle e anche a se stesso” (Lc 14,26). E (Lc 11,27) “Mentre Gesù parlava, una donna alzò la voce in mezzo alla folla e disse: Benedetto il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato! Ma egli rispose: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” 
Tutti i rapporti familiari sono quindi soggetti ad un aggiustamento conflittuale, ad un vero pareggio, che sembra necessario prima che chi lo desideri possa ricevere il Vangelo.

E che dire allora della pace?
Gesù non era venuto a portare la pace? In tutto il Vangelo e negli Atti degli Apostoli, la pace caratterizza il tempo della salvezza per eccellenza e descrive lo stato d’animo dei credenti…non può trattarsi di un aut aut: o segui quello che dico io o la famiglia; quale pace potrebbe venire da una simile situazione?
Per me è fuori discussione che la pace all’interno dei rapporti familiari non è in contraddizione con la fede e con l’accettazione della volontà di Dio. Il che è direttamente proporzionale all’adesione dei valori evangelici all’interno della struttura familiare.
In Luca si trovano diverse affermazioni che possono metterci sulla via della retta comprensione su questo argomento.
Durante la polemica al banchetto con Levi, il pubblicano che ha riunito varie persone di cattiva reputazione, Gesù dichiara: “Non sono venuto a chiamare coloro che si considerano giusti, ma quelli che si riconoscono peccatori”. Chi si converte, in genere, cambia modo di pensare e di agire e questo fa sì che i suoi facciano fatica a riconoscerlo; spesso la forza dell’incontro con il Cristo fa vedere molto più chiaramente nelle situazioni che prima sembravano impossibili da risolvere. Ma per gli altri rimangono inquadrate nella stessa cornice di prima…
Sulla strada per Gerusalemme, un villaggio samaritano rifiuta di ricevere Gesù. Giacomo e Giovanni dicono: “Signore, vuoi che ordiniamo al fuoco di scendere dal cielo e di distruggerli? Ma Gesù chiarisce: “il Figlio dell’uomo non è venuto per condannare, ma per salvare”.
Laddove Gesù si reca, vale a dire laddove il Vangelo viene ascoltato, nasce un contesto di confronto e di polemica; il Vangelo deve colpire e innescare una crisi per essere veramente ascoltato e accolto. Ecco che cosa vuol dire che Gesù è venuto a portare il fuoco sulla terra.
Due parole nel testo di Luca sono legate al fuoco. Nell’episodio del villaggio samaritano, Gesù rifiuta di far cadere il fuoco dal cielo. Nel brano di oggi, è venuto a portarlo. Questo ricorda l’annuncio di Giovanni Battista (3,16-17): “Egli rispose a tutti: Io vi battezzo con acqua, ma viene colui che è più potente di me, e sarebbe ancora troppo onore per me sciogliere il cinturino dei suoi sandali. Egli vi battezzerà con Spirito Santo e fuoco. Ha la pala in mano, andrà a pulire la sua aia; raccoglierà il grano nel suo granaio, ma brucerà la pula in un fuoco inestinguibile.”
Ora vengono spazzate tutte le esitazioni a rimanere dentro i compromessi col mondo. Il fuoco non è una concreta punizione per i peccatori, ma una forza interiore che distrugge – non senza sofferenze personali – ogni mediazione col male.
Nell’Antico Testamento il fuoco accompagna le manifestazioni della presenza di Dio, nel Nuovo Testamento è l’elemento del giudizio finale. Nello stesso momento in cui Gesù rifiuta di mandarlo contro il villaggio samaritano, ne pone tuttavia il segno reale con la sua stessa esistenza, le sue parole, i suoi atti.
Il giudizio avviato da Gesù induce anche la sua passione. (12,50) “Ho un battesimo da ricevere; quanto pesa su di me finché non sia compiuto!”
La violenza, lo shock del confronto del Vangelo con il mondo così com’è, con la società e le sue ingiustizie, con il sistema religioso stabilito, saranno assunti da Gesù stesso nella sua sofferenza e nella sua condanna a morte da parte degli uomini del suo tempo. Gesù provoca, attacca anche, e nello stesso tempo ne paga le conseguenze. La giustizia e l’amore del prossimo entrano nella carne dell’umanità a questo prezzo.
Il fuoco di Dio, a differenza del fuoco fisico, non può essere domato dall’uomo, né manipolato per scopi egoistici o per finalità di potere.
E noi oggi?
Come ci siamo evoluti dai tempi di Gesù? Dico, sia nel nome del Vangelo, sia da una pura prospettiva laica sulla dignità umana; come ci siamo evoluti, sia come singoli individui, sia come gruppi umani.
Penso all’evoluzione dei diritti umani nella nostra società europea, negli altri continenti, al progresso dell’uguaglianza tra tutti i popoli della terra, al progresso dell’uguaglianza tra uomini e donne. Penso all’evoluzione delle strutture familiari, a costo della rottura con le tradizioni, ma a beneficio della libertà e della dignità della persona.
Nel contesto ecumenico, tuttavia, la rottura delle tradizioni pone un problema: molte Chiese si considerano soprattutto custodi di una tradizione e reagiscono malamente a qualsiasi riflessione che rischi di portare ad una trasformazione delle abitudini secolari. Le difficoltà delle donne (che forniscono almeno i due terzi dei volontari nelle Chiese) nell’accesso a posizioni di responsabilità e di guida, sono un esempio significativo.
Come ci assumiamo le nostre responsabilità nel dialogo ecumenico e interculturale?

In ogni caso, la rottura provocata da Gesù non sostituisce un dominio con un altro o una tradizione con un’altra, ma apre ad un modo di vivere, di ragionare, di “funzionare” molto meno angusto, egoistico, pauroso; un modo che si apre alla volontà di Dio, e che fa vivere, anche scomodamente, sullo sfondo di una promessa nella quale crediamo.
Dobbiamo diffidare solo della falsa pace. Come scrive Geremia in 6, 13-14 “Infatti dal più piccolo al più grande, sono tutti quanti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: ‘Pace, pace’, mentre pace non c’è”.
Naturalmente diciamo che vogliamo la pace, ma spesso intendiamo dire che vogliamo l’ordine.
Non siamo pacifici o non violenti fino in fondo. Siamo pacifici solo finché nessuno disturba le nostre illusioni. Non siamo violenti, ma solo finché nessuno invade i nostri confini e viene a risvegliare il bestiale che è in noi.
La violenza non è qualcosa che si supera decidendo di essere non violenti. Non è facile vivere i valori del cristianesimo in un mondo dove regnano sovrani il denaro, la carriera, l’individualismo, il godimento immediato, il nazionalismo, la ragione del più forte. Lo sperimentiamo ogni giorno: ogni volta che pronunciamo il nome di Dio, che esprimiamo qualcosa della nostra fede, che ci affermiamo come cristiani e credenti nella nostra società, questo accende il fuoco delle reazioni più diverse. Si può fare un passo indietro e ridurre la vita di fede al dominio privato. Ma tutte le reazioni sono porte che si aprono alla fede: porte della fede.
La maggior parte di noi si sente completamente impreparata a vivere in modo non violento, sebbene sia certa che le credenze cristiane implichino questo modo di vivere.
Il tema ricorrente del salmista, che riassume, come solo i poeti sanno fare, il cammino dell’alleanza di Dio con il suo popolo, è che dobbiamo raccontare, spesso e ad alta voce, le opere che Dio ha compiuto, le sue opere per noi. E alla fine la richiesta è una sola: essere fedeli, come Dio stesso è fedele, come lo è stato, lo è e lo sarà. Tale è la grazia.
Ed è anche l’unica alleanza che fa appello alla verità stessa della nostra esistenza e alla forza che sostiene le vaste profondità dell’universo.

Ci crediamo non perché sia efficace, ma perché è vero. Ed è l’unico modo per superare le divisioni che ci abitano e che ci circondano.
La grazia della nostra fiducia diventa un dono per gli altri non perché sia efficace, ma solo – solo – perché è vero.

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Non temere

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto;
a chi fu affidato molto, sarà chiesto molto di più.

7 agosto 2022 – XIX Domenica del Tempo Ordinario
Luca 12,32-48

L’idea che l’uomo sia solo al mondo di fronte agli eventi non è nuova, da sempre fa parte dei dubbi che arrovellano l’umanità. Alcuni si arroccano sul razionalismo con giudizi parziali, screditando le religioni, ed in particolare il cristianesimo, nella convinzione che i contenuti della fede siano, in fin dei conti, storielle per un’umanità bambina, di poco evoluta rispetto all’antichità, quando si credeva negli dèi, nei miti e nelle leggende. Secondo questa prospettiva, le sfide che gli uomini devono affrontare non potrebbero mai trovare una risposta in Dio, e con ciò la tematica religiosa sarebbe storicamente superata; i rischi e le sfide, cui gli esseri umani e l’ambiente sono esposti, dovrebbero essere affrontati facendo leva unicamente sulla scienza e le sue applicazioni, possibilmente estendendo le prestazioni dell’intelligenza umana attraverso quella artificiale.
E qui qualcuno citerebbe, entusiasta, le tesi del post-umanesimo…dandomi del chierico medievale.
Con tutta evidenza, è la scienza che combatte le epidemie! Dio non può più sfamare gli affamati, ammesso e non concesso che lo abbia fatto qualche volta in passato, inviando la manna dal cielo. Solo l’uomo può fornire risposte coerenti ai propri problemi insoluti.
Alcuni scienziati pensano addirittura (“pensano” o “fantasticano irresponsabilmente”?) di poter estendere la durata della vita umana ben oltre i limiti delle consuete attese di vita, attenuando o eliminando del tutto i danni della vecchiaia; aspirano così a realizzare – guarda un po’ – il mito faustiano dell’eterna giovinezza: proprio un “pensiero” geniale!
Se a livello tecnico tutte queste cose si potrebbero forse fare, nessuna risposta umana è altrettanto in grado, al momento, di contrastare la follia che frammenta le menti, almeno tanto quanto la vecchiaia il corpo. E non si tratta solo della minaccia atomica.

L’idea secondo la quale gli uomini sarebbero soli di fronte al loro destino non è nuova e, a guardar bene, non proviene neanche da “miscredenti”: già dall’alto medioevo l’ebraismo della Kabbalah ipotizzava che Dio, dopo la creazione, si fosse ritirato dal mondo per lasciare agli uomini il compito di gestirlo.
Non solo, leggendo la parabola di oggi, sembrerebbe addirittura che proprio Gesù stesso fosse di questo avviso: racconta del padrone di un podere (dietro il quale incombe ineludibilmente il volto di Dio) che si mette in viaggio, lasciando i suoi servi a custodire le proprietà e il buon andamento dei propri affari. I servi, in definitiva, mantengono tutto l’agio (la libertà) di fare come credono, ma, ad ogni buon fine, ricevono dettagliate istruzioni per la corretta gestione del patrimonio in assenza del padrone.
Si potrebbero seguire le istruzioni, oppure riporle nella scatola dell’imballaggio, come solitamente io stesso faccio per ogni aggeggio nuovo: non le leggo proprio; confido nella mia intelligenza!
I servi potrebbero anche andare oltre; per esempio, appropriarsi delle chiavi di casa, prendersela comoda e rovinare l’ambiente, depredare le riserve a proprio vantaggio rubacchiando qua e là, cominciare coscientemente ad opprimere e a sfruttare i sottoposti.
Non è poi così difficile infrangere le regole fondamentali della buona convivenza, di cui naturalmente tutti i servi si fanno paladini a parole… (Ci sta come inferenza personale?)
Nella parabola, ad ogni modo, per fortuna, è previsto il ritorno del padrone, e il recupero della situazione. Immagino la cosa come un risanamento dalla follia collettiva, oltre che come promessa escatologica.
I servi infingardi saranno puniti e i buoni premiati: moralista!
Ma – moralismo a parte: mio, inevitabile – a pensarci bene, il ritorno del padrone non sarebbe neppure necessario perché questa storia abbia un senso. Se io sfruttassi un dominio in nome del profitto personale e continuassi a farlo iniquamente (in modo non equo), ingiustamente, malvagiamente, ci vorrebbe poco a capire che prima o poi tutto crollerebbe; a forza di disuguaglianze, di disprezzo, rischierei la rivolta dei sottoposti e la totale disintegrazione del dominio. Certo, ci vorrebbe del tempo, ma se pensassi che si tratta di un tempo comunque umanamente lungo, che oltrepassa il confine della mia durata sulla terra, potrei anche dire: “Non sarà affar mio!”
“Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.” (cfr Lc 12, 19 dal Vangelo della scorsa domenica).
Non è che siamo già arrivati qui?

Perché questa parabola? Per lasciare gli uditori perplessi, esitanti, preoccupati? Spaventati no, perché dice appositamente: “Non temere”.
Gesù parla di come dovrebbe essere gestito il mondo, ci avvisa, fornisce anche il manuale delle istruzioni: da leggere e rileggere.

Gli uomini sono venuti al mondo dotati di intelligenza. Gesù, parlando in nome di Dio, garantisce che noi umani siamo anche capaci di portare avanti la gestione del mondo a noi affidata: “Non temere, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro di darvi il Regno”. Abbiamo la possibilità di agire per il meglio. È riposta in noi la Sua certezza (anche la mia), che seguendo la Sua strada, le Sue istruzioni, tutti potranno vivere in pace.
Naturalmente, non abbiamo la possibilità di impedire l’azione di coloro che non agiscono secondo le istruzioni, ma è nostra precisa responsabilità mostrare, indicare, illustrare i rischi di ignorare il Vangelo, percorrere il nostro cammino di cristiani missionari e fare tutto ciò che ci è possibile perché gli uomini rinsaviscano e intraprendano un cammino di pace.
Gli scettici non mancheranno, i detrattori continueranno ad accusarci di buonismo, gli ideologi di infantilismo e i soloni continueranno a fare il gioco dell’avversario.
Pazienza. Si tratta di aprire la strada con la presenza, agire in nome della fraternità, della condivisione e della speranza; porre segni di un cambiamento possibile. Vivere da umani. È ciò che Gesù chiede quando invita alla vigilanza.

Se fossimo stati tutti pronti, con le vesti cinte ai fianchi, un ambulante non sarebbe stato barbaramente ucciso sulle strade di una cittadina di provincia del centro-Italia. Non serve rimarcare che l’assassino ha rovinato anche la propria vita. Inevitabilmente e “giustamente” pagherà le percosse della vita. Ma dov’erano gli altri in quel momento? E non solo chi avrebbe potuto intervenire fisicamente per impedire l’omicidio, ma tutta la grande civiltà occidentale che non riesce a salvaguardare i deboli, gli emarginati, i soggetti a rischio, figli di una cultura del ridicolo, dove il mito dell’eterna giovinezza ha sostituito il legame sociale.

Forse sto guardando l’evoluzione del mondo dal lato sbagliato del telescopio? Attento e sensibile a tutto ciò che non funziona, sto dicendo che Dio ci ha abbandonato?
No, dico solo che quando le cose peggiorano, il dovere di vigilanza esige non solo di vedere le cose diversamente, ma anche di agire.
Forse dovremmo accorgerci delle persone intorno a noi, guardarle, vederle. Accorgerci di chi ama, di chi sostiene, di chi sfrutta e di chi umilia, di chi cavalca paure e inventa spauracchi, di chi distoglie l’attenzione dal vero per spostare i problemi dalla realtà alla finzione, per proprio tornaconto.
Noi dobbiamo scegliere da che parte stare.
La preghiera ci permette di fare un passo avanti, ci mette in contatto con questo mondo migliore che Dio ha creato, perché noi ne fossimo parte.
Prospettiva irragionevole?
Aspettiamo lumi e risposte dall’intelligenza artificiale?

“Non temere, piccolo gregge, poiché è piaciuto al Padre di donarci il Regno”.

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Eredità

Anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni

31 luglio 2022 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 12,13-21

Rieccoci con un’altra storia di eredità andata storta, che esaspera l’inimicizia all’interno della stessa famiglia.
Le storie di eredità sono sempre complicate e antiche tanto quanto la ciotola di lenticchie di Esaù; non riguardano solo le famiglie numerose, non finiscono mai e possono perfino iniziare dall’armadio e dalla credenza della nonna o addirittura dal coltellino svizzero dello zio.
Ne ho sentite tante di storie di eredità, la cosa curiosa è che, ogni volta, chi me la raccontava diceva di essere stato vittima, derubato, spogliato da fratelli o sorelle senza scrupoli.
La conclusione cui sono arrivato è che nelle storie di eredità familiari ci sono solo vittime.
E nel vangelo eccone un’altra! La vittima: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità».
La cosa è seria: la vittima chiede giustizia a Gesù in persona.
Gesù in versione Azzeccagarbugli? Avvocato o notaio che gestisce l’apertura della successione? Come è mai possibile?
Certo, Gesù doveva essere percepito come persona autorevole e saggia: discuteva nel Tempio con i membri del Sinedrio l’interpretazione della Torah e dei testi dei profeti, prendeva la parola nella sinagoga, era un “rabbi”. Insomma, insegnava come uno che ha “voce in capitolo”.
Ma forse è un po’ fuori luogo, fuori tema chiedere aiuto a Gesù per un problema simile; Gesù quando parla di “eredità”, parla di “contenuti” assai diversi: “la terra” – che sarà eredità dei miti (Mt 5,5); “la vita eterna” (Mt 19,29); “il regno preparato fin dalla creazione del mondo” (Mt 25,34).
Non pare si tratti di oggetti commensurabili con qualsiasi ricchezza valutabile monetariamente, fosse anche quella del fondatore di Amazon.
Gesù chiarisce di non essere né giudice, né mediatore in queste situazioni.
Come potrebbe chicchessia essere più autenticamente erede di alcunché rispetto ad un altro, nel senso predicato dal Nazareno?
Devo essere ancora più chiaro: da nessuna parte, né nel vecchio né nel nuovo testamento, c’è una condanna generale della ricchezza: nell’Antico Testamento era vista anzi come una benedizione per il popolo ebraico quando rispettava le leggi di Dio. Nel cattolicesimo, coerentemente, avendo compiuto un notevole salto di pensiero verso la famiglia intesa come universale comunità umana, siamo tutti “eredi” e nostro unico compito è custodire, coltivare e gestire al meglio, per quanto ci è possibile, il pianeta terra e l’intera comunità umana che lo abita.
Se gestiamo la creazione, che include l’umanità stessa, per il bene comune, secondo la volontà di Dio, allora saremo inondati di benedizioni. In questa prospettiva, le eredità familiari e personali non esistono, perché non esiste proprietà personale; esistono solo beni e talenti affidati da Dio agli uomini e alle donne di questo pianeta.
Ma le cose sono sfuggite dalla memoria e dalla mano, come spesso accade alle persone che dimenticano volentieri o non hanno ascoltato le sentenze dell’Ecclesiaste.
La ricchezza che le nostre società hanno prodotto, accumuli di conoscenza, scoperte scientifiche e mediche, tecnologia, saper fare, cultura, a cosa servono?
Troppo occupati a salvaguardare l’interesse economico (che riguarda solo una minoranza), abbiamo fantasticato di vivere immersi in una comoda eternità fatta di beni materiai, mentre la disuguaglianza sociale si è infittita e sta bussando alla porta di casa nostra.
Gesù ci sfida con una condanna irrevocabile:
“Stolto colui che accumula tesori per sé: questa stessa notte gli sarà chiesta l’anima”.
Stolto e insensato è chi confonde il fine con il mezzo, in altri termini chi confonde l’avere ovvero l’ereditarietà e la proprietà dei beni mobili e immobili, con l’essere, il progetto cristiano per la cura del bene comune costituito dall’intera umanità e dalla terra, nella misura in cui le nostre capacità e conoscenze ci permettono di occuparcene.
Stolto e insensato è chi confonde il programmare e l’agire univocamente teso alla produzione per il profitto con la vitasenza accorgersi di avere già perso la libertà, essendosi incatenato da solo.
Gesù condanna quindi non il ricevere un’eredità familiare, ma l’accumulo di beni per se stessi.
Gesù parla di eredità, di un bene che si riceve, anche senza per forza aver sudato per ottenerlo. (Cfr la Terra, il creato, la vita…).
E non si tratta solo di cose materiali: ogni tradizione familiare basata sul rispetto dell’altro come di se stessi e sulla salvaguardia del bene comune come più vasta eredità umana, va salvaguardata, curata, trasmessa.
Gesù invita a ritrovare il senso di ogni eredità, a restituire il senso all’ essere, e dunque alla nostra personale esistenza, come percorso limitato nel tempo.
I miti, che erediteranno la terra, sono coloro che ritrovano questo senso.
Questo è l’unico tipo di progetto, un vero e proprio progetto di vita, in cui Gesù può accompagnare.
In fondo in fondo le eredità ricevute continuano ad appartenere a Dio, perché Dio non è morto, è l’uomo che tende a vivere da morto; vivrà chi saprà curare il creato (la parte di cui è chiamato ad occuparsi) a beneficio di tutti. E questo sarà l’oggetto anche del vangelo di domenica prossima.
Non c’è da meravigliarsi se la parabola annuncia per il ricco insensato la morte in arrivo per la notte seguente. È un avviso per tutti noi: se sentiamo come il ricco insensato siamo quasi già morti, della morte definitiva di cui parla San Paolo.
Avvisati, abbiamo ancora del tempo per rinsavire, prima che la notte si faccia troppo profonda.
Altrimenti l’unica cosa che avremo vinto, al massimo, sarà di essere i più ricchi del cimitero … 
Ma questo non è mai stato scritto definitivamente per alcuno.
Gesù non è venuto su questa terra per condannare, ma per salvare e – prima di stasera – abbiamo la possibilità di cambiare rotta…

“Cercate prima il regno di Dio e tutto sarà dato anche a voi”.

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