Il fuoco sulla terra

Mosaico raffigurante il Cristo

Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?

14 agosto 2022 – XX Domenica del Tempo Ordinario
Luca 12, 49-53

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”.
Queste parole sono sorprendenti e difficili da accettare. Tanto più che ne seguono altre non meno preoccupanti: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione”. E in Matteo (10,34) troviamo: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma la spada”.
Questa divisione si realizza addirittura nelle famiglie, tanto per completare la sensazione di disagio.
Il cristianesimo è una religione che valorizza la famiglia; per qualcuno fede e coesione familiare sono sinonimi. Gesù porterebbe la divisione proprio là dove fa tanto male?
I padri tendono quasi sempre a trasmettere la propria tradizione culturale, lo status sociale e a volte la professione. Le madri tendono a trasmettere la conoscenza della vita e della sopravvivenza, la saggezza familiare e i segreti della donna; le suocere in genere cercano di salvaguardare la tradizione familiare e la conservazione dell’identità familiare attraverso le generazioni. E sono proprio le relazioni familiari ad occupare un posto importante nel vangelo di Luca, basti pensare, ad esempio, alle liste genealogiche dei primi tre capitoli, o al ruolo della famiglia di Gesù nella Chiesa primitiva.
Tali relazioni sono però messe a dura prova da questo annuncio. La nascita di Giovanni Battista è segnata dalla rottura della tradizione di famiglia riguardo al nome: avrebbe dovuto infatti chiamarsi Zaccaria, come suo padre (Lc 1, 59-63); già a dodici anni Gesù relativizza la potestà genitoriale, spiegando ai suoi, che lo cercano affannosamente e dopo tre giorni lo trovavano nel tempio, che avrebbero dovuto già sapere dei suoi “impegni” col Padre suo (cfr. Lc 2,49).
Come negli altri Vangeli, Gesù subordina l’attaccamento familiare alla chiamata a seguirlo, e con un tono categorico: “Chi viene a me deve preferirmi al padre, alla madre, alla moglie, ai figli, ai fratelli, alle sorelle e anche a se stesso” (Lc 14,26). E (Lc 11,27) “Mentre Gesù parlava, una donna alzò la voce in mezzo alla folla e disse: Benedetto il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato! Ma egli rispose: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” 
Tutti i rapporti familiari sono quindi soggetti ad un aggiustamento conflittuale, ad un vero pareggio, che sembra necessario prima che chi lo desideri possa ricevere il Vangelo.

E che dire allora della pace?
Gesù non era venuto a portare la pace? In tutto il Vangelo e negli Atti degli Apostoli, la pace caratterizza il tempo della salvezza per eccellenza e descrive lo stato d’animo dei credenti…non può trattarsi di un aut aut: o segui quello che dico io o la famiglia; quale pace potrebbe venire da una simile situazione?
Per me è fuori discussione che la pace all’interno dei rapporti familiari non è in contraddizione con la fede e con l’accettazione della volontà di Dio. Il che è direttamente proporzionale all’adesione dei valori evangelici all’interno della struttura familiare.
In Luca si trovano diverse affermazioni che possono metterci sulla via della retta comprensione su questo argomento.
Durante la polemica al banchetto con Levi, il pubblicano che ha riunito varie persone di cattiva reputazione, Gesù dichiara: “Non sono venuto a chiamare coloro che si considerano giusti, ma quelli che si riconoscono peccatori”. Chi si converte, in genere, cambia modo di pensare e di agire e questo fa sì che i suoi facciano fatica a riconoscerlo; spesso la forza dell’incontro con il Cristo fa vedere molto più chiaramente nelle situazioni che prima sembravano impossibili da risolvere. Ma per gli altri rimangono inquadrate nella stessa cornice di prima…
Sulla strada per Gerusalemme, un villaggio samaritano rifiuta di ricevere Gesù. Giacomo e Giovanni dicono: “Signore, vuoi che ordiniamo al fuoco di scendere dal cielo e di distruggerli? Ma Gesù chiarisce: “il Figlio dell’uomo non è venuto per condannare, ma per salvare”.
Laddove Gesù si reca, vale a dire laddove il Vangelo viene ascoltato, nasce un contesto di confronto e di polemica; il Vangelo deve colpire e innescare una crisi per essere veramente ascoltato e accolto. Ecco che cosa vuol dire che Gesù è venuto a portare il fuoco sulla terra.
Due parole nel testo di Luca sono legate al fuoco. Nell’episodio del villaggio samaritano, Gesù rifiuta di far cadere il fuoco dal cielo. Nel brano di oggi, è venuto a portarlo. Questo ricorda l’annuncio di Giovanni Battista (3,16-17): “Egli rispose a tutti: Io vi battezzo con acqua, ma viene colui che è più potente di me, e sarebbe ancora troppo onore per me sciogliere il cinturino dei suoi sandali. Egli vi battezzerà con Spirito Santo e fuoco. Ha la pala in mano, andrà a pulire la sua aia; raccoglierà il grano nel suo granaio, ma brucerà la pula in un fuoco inestinguibile.”
Ora vengono spazzate tutte le esitazioni a rimanere dentro i compromessi col mondo. Il fuoco non è una concreta punizione per i peccatori, ma una forza interiore che distrugge – non senza sofferenze personali – ogni mediazione col male.
Nell’Antico Testamento il fuoco accompagna le manifestazioni della presenza di Dio, nel Nuovo Testamento è l’elemento del giudizio finale. Nello stesso momento in cui Gesù rifiuta di mandarlo contro il villaggio samaritano, ne pone tuttavia il segno reale con la sua stessa esistenza, le sue parole, i suoi atti.
Il giudizio avviato da Gesù induce anche la sua passione. (12,50) “Ho un battesimo da ricevere; quanto pesa su di me finché non sia compiuto!”
La violenza, lo shock del confronto del Vangelo con il mondo così com’è, con la società e le sue ingiustizie, con il sistema religioso stabilito, saranno assunti da Gesù stesso nella sua sofferenza e nella sua condanna a morte da parte degli uomini del suo tempo. Gesù provoca, attacca anche, e nello stesso tempo ne paga le conseguenze. La giustizia e l’amore del prossimo entrano nella carne dell’umanità a questo prezzo.
Il fuoco di Dio, a differenza del fuoco fisico, non può essere domato dall’uomo, né manipolato per scopi egoistici o per finalità di potere.
E noi oggi?
Come ci siamo evoluti dai tempi di Gesù? Dico, sia nel nome del Vangelo, sia da una pura prospettiva laica sulla dignità umana; come ci siamo evoluti, sia come singoli individui, sia come gruppi umani.
Penso all’evoluzione dei diritti umani nella nostra società europea, negli altri continenti, al progresso dell’uguaglianza tra tutti i popoli della terra, al progresso dell’uguaglianza tra uomini e donne. Penso all’evoluzione delle strutture familiari, a costo della rottura con le tradizioni, ma a beneficio della libertà e della dignità della persona.
Nel contesto ecumenico, tuttavia, la rottura delle tradizioni pone un problema: molte Chiese si considerano soprattutto custodi di una tradizione e reagiscono malamente a qualsiasi riflessione che rischi di portare ad una trasformazione delle abitudini secolari. Le difficoltà delle donne (che forniscono almeno i due terzi dei volontari nelle Chiese) nell’accesso a posizioni di responsabilità e di guida, sono un esempio significativo.
Come ci assumiamo le nostre responsabilità nel dialogo ecumenico e interculturale?

In ogni caso, la rottura provocata da Gesù non sostituisce un dominio con un altro o una tradizione con un’altra, ma apre ad un modo di vivere, di ragionare, di “funzionare” molto meno angusto, egoistico, pauroso; un modo che si apre alla volontà di Dio, e che fa vivere, anche scomodamente, sullo sfondo di una promessa nella quale crediamo.
Dobbiamo diffidare solo della falsa pace. Come scrive Geremia in 6, 13-14 “Infatti dal più piccolo al più grande, sono tutti quanti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: ‘Pace, pace’, mentre pace non c’è”.
Naturalmente diciamo che vogliamo la pace, ma spesso intendiamo dire che vogliamo l’ordine.
Non siamo pacifici o non violenti fino in fondo. Siamo pacifici solo finché nessuno disturba le nostre illusioni. Non siamo violenti, ma solo finché nessuno invade i nostri confini e viene a risvegliare il bestiale che è in noi.
La violenza non è qualcosa che si supera decidendo di essere non violenti. Non è facile vivere i valori del cristianesimo in un mondo dove regnano sovrani il denaro, la carriera, l’individualismo, il godimento immediato, il nazionalismo, la ragione del più forte. Lo sperimentiamo ogni giorno: ogni volta che pronunciamo il nome di Dio, che esprimiamo qualcosa della nostra fede, che ci affermiamo come cristiani e credenti nella nostra società, questo accende il fuoco delle reazioni più diverse. Si può fare un passo indietro e ridurre la vita di fede al dominio privato. Ma tutte le reazioni sono porte che si aprono alla fede: porte della fede.
La maggior parte di noi si sente completamente impreparata a vivere in modo non violento, sebbene sia certa che le credenze cristiane implichino questo modo di vivere.
Il tema ricorrente del salmista, che riassume, come solo i poeti sanno fare, il cammino dell’alleanza di Dio con il suo popolo, è che dobbiamo raccontare, spesso e ad alta voce, le opere che Dio ha compiuto, le sue opere per noi. E alla fine la richiesta è una sola: essere fedeli, come Dio stesso è fedele, come lo è stato, lo è e lo sarà. Tale è la grazia.
Ed è anche l’unica alleanza che fa appello alla verità stessa della nostra esistenza e alla forza che sostiene le vaste profondità dell’universo.

Ci crediamo non perché sia efficace, ma perché è vero. Ed è l’unico modo per superare le divisioni che ci abitano e che ci circondano.
La grazia della nostra fiducia diventa un dono per gli altri non perché sia efficace, ma solo – solo – perché è vero.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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