L’importante

Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose

17 luglio 2022 – XVI Domenica del Tempo Ordinario
Lc 10,38-42

Che cosa è importante?
La storia di Marta e Maria è nota. Secondo me, è anche spesso fraintesa. Il più delle volte troveremo l’affermazione della superiorità della contemplazione sull’azione: quello che fa Maria ascoltando la parola del Signore è molto più importante di quello che fa Marta in cucina. Da lì partirà il panegirico sui gruppi dedicati alla preghiera, a scapito di quelli che si occupano di azione sociale, o anche di ciò che fa il clero a scapito dell’azione laicale.
Negli Atti degli Apostoli, che la tradizione vuole compilato dallo stesso Luca, ad un certo punto i gentili della comunità cristiana – i non ebrei – si sentono penalizzati perché le loro vedove sono trascurate nell’assistenza quotidiana. Gli apostoli sono sopraffatti dagli impegni, non ritengono corretto abbandonare la parola di Dio per il servizio della mensa; decidono quindi di delegare la funzione di quel servizio a sette persone (cfr At 6,1-7). Attraverso questa delega, gli apostoli vogliono poter continuare a garantire la preghiera e il servizio della parola.
Così si risolveva la tensione tra servire le mense e servire la parola di Dio.
Riguardo alla storia di Marta e Maria, mi sembra ci sia una prima osservazione necessaria: il ruolo che Maria svolge, e che Gesù intende sostenere, è quello svolto dagli apostoli. Da qui potrebbero partire innumerevoli altre riflessioni, alle quali però mi dedicherò in altro luogo.
Al momento ricordo soltanto che il vangelo di Luca è segnato dal ruolo privilegiato della donna, cominciando da Maria, la madre di Gesù. Nell’attuale dibattito sul ruolo delle donne nella Chiesa, Luca avrebbe molto da insegnarci.

Nel Vangelo di oggi appare la tensione tra il ruolo di Marta e quello di Maria.
Marta sembra muovere un rimprovero a Gesù stesso, e questo non solo riflette una situazione della Chiesa primitiva, in particolare a Corinto, ma è anche il nucleo della questione posta all’inizio: che cosa è importante?
Marta si occupa delle imprescindibili necessità quotidiane. Deve portarle a termine e le sembra incomprensibile che la sorella non l’aiuti e che per giunta Gesù l’appoggi.
Spesso, non senza una certa ulteriore preoccupazione, mi vedo sommerso dagli impegni alla maniera di Marta, mi vado preoccupando e agitando per molte cose.
D’altronde vedo una folla di persone che si smarrisce in mille e una attività e, a guardare bene, ci sono anche molti, laici come sacerdoti, che si esauriscono al servizio di altre persone con zelo e passione, nella speranza che da questo nasca la Chiesa di domani.
Tutti si vive dunque, riempiendo il presente, animati da una forte carica di attesa.
Qual è la posta in gioco? 
Come determinare ciò che è importante e ciò che lo è di meno o per nulla, senza smarrirsi o esaurirsi?
Qualcuno descrive la persona efficace come colui che è in grado di identificare chiaramente lo scopo della sua vita, ed è quindi capace di dare costantemente la priorità alle azioni che vanno in quella direzione.
La scena che precede questo racconto è quella del Buon Samaritano, un uomo in viaggio, evidentemente con suoi obiettivi e con un suo programma personale; ad un certo momento gli si pone davanti un “fuori-programma”. Cosa fa? Si ferma e agisce con compassione.
Non è quindi un uomo che si smarrisce, la sua non è una condizione agitata, non si pre-occupa della persona sul ciglio della strada, se ne occupa. Il levita e il sacerdote che lo hanno preceduto erano invece pre-occupati: prima e attorno ad altro.
Non è una questione di tempo, né una questione di altre pre-occupazioni imprescindibili.
La pre-occupazione imprescindibile – e stai sicuro che la trovi sempre – ti rende ancora più irrequieto, insoddisfatto e poco compassionevole. Dannoso a te stesso, oltre che agli altri, perché la carica di attesa rimane… disattesa.
C’è un ascolto immediato forse, quando l’importante da farsi emerge istantaneamente in tutta la propria – questa sì – imprescindibile urgenza. Come nel caso del Buon Samaritano.

Ma c’è anche un ascolto continuo, come condizione di base, ed è Maria che vive questa condizione. In realtà non esiste una contrapposizione tra azione e contemplazione, caso mai ci sono due ruoli scissi, mentre contemplazione e azione da compiere procedono insieme: senza la prima non è possibile la seconda.
Mi vedo sommerso dagli impegni alla maniera di Marta: posso dire “Signore, tu non ti curi che mio fratello mi ha lasciato solo a servire, digli dunque che mi aiuti”?
Veramente anch’io avrei qualche lamentela da rivolgere a Nostro Signore: spesso mi è capitato di pensare tra me e me: “Perché mi hai messo e mi lasci in questo casino?”.
Però, se qualcuno o qualcosa mi impedisse di fare con le mie mani, di inventare, di sistemare, di lavorare, mi sentirei perso. È il lato un po’ esigente … di Marta, mi pare perfino divertente: maschera il tarlo dell’attesa, parla forse troppo, lascia poco spazio per ricevere, per ascoltare: tutto molto umano.
Ci sono parecchie cose da compiere o da svolgere, ma l’importante, la parte migliore è l’ascolto continuo, perché solo così nasce l’azione giusta…

Lunedì scorso, 11 luglio, era la Festa di San Benedetto, patrono d’Europa; mi risuona in testa il suo ora et labora, “prega e lavora”.
I Benedettini furono capaci di gettare semi di ricostruzione in uno dei momenti peggiori per la storia d’Europa, segnato da violenza, immigrazioni di massa, anarchia, degrado urbano, bancarotta, rapina, focolai di conflitto, guerre armate ed economiche. Riuscirono a salvare l’Europa senza armi, con la sola forza della fede e con l’efficacia della loro formula: ora et labora. E lo fecero quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Erano ondate violente e spietate: Unni, Vandali, Visigoti, Longobardi, Slavi, Ungari.
I Benedettini salvarono dall’annichilimento la cultura del mondo antico, rimisero in ordine territori in preda all’abbandono, costruendo formidabili bastioni di resistenza.
In fondo in fondo, cos’ha fatto Benedetto in quei secoli squalificati con troppa leggerezza come “bui”? Ha messo al centro l’uomo in comunità: politica intesa come sapiente gestione dei rapporti umani.
È fin troppo chiaro che quando i politici non sanno dare risposte al popolo, offrono nemici, per dirottare la violenza che vorrebbe dirigersi contro di loro.
Benedetto, invece, insegna a trasformare l’hostis in hospes, il nemico in ospite e bonifica il territorio, bonifica le terre paludose…

Prega e lavora per bonificare il territorio.
Prega e lavora per bonificare le relazioni.
Prega e lavora per bonificare la famiglia.
Prega e lavora per bonificare la comunità.
Prega e lavora per bonificare lo stato.

Marta e Maria: due sorelle, due facce della stessa medaglia, due dimensioni della mia vita.

Due dimensioni della vita di tutti.

Il Prossimo

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico

10 luglio 2022 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Lc 10,25-37

Un dottore della Legge, uno che la sa lunga, come noi, come me, e anche come i leviti, tutti uomini impegnati, chi responsabili delle liturgie, chi dei canti, chi della manutenzione dei locali…
Chi è il mio prossimo?
Quello lì, sul ciglio della strada, spogliato, percosso e mezzo morto.
Ma… e il rispetto della legge? L’osservanza delle norme igienico-sanitarie? Il decreto ministeriale? Le norme prudenziali? Il distanziamento sociale?
Eppure, ne conosco almeno tre, che sono stati prossimi di qualcuno nel senso che qui sembra da intendere: sono miei confratelli, non più giovani.
Nel 2020 erano tutti e tre a Parma, ora lì ne sono rimasti due, il terzo è ripartito per la missione. Durante la prima ondata, quella che ha colto tutti di sorpresa, tra gli anziani della Casa Madre molti si sono ammalati di Covid e tanti se ne sono anche andati, sono morti. Non si faceva in tempo a curare tutti, perché tutta la regione era sotto scacco, tutta l’Italia. Allora, quei tre saveriani hanno pensato che loro avrebbero dovuto occuparsi dei malati in casa; d’altronde, personale medico non ce n’era, e neanche quegli infermieri che solitamente venivano a lavorare lì: erano tutti a casa, il medico del lavoro così aveva ordinato.
Questi tre padri hanno lasciato perdere il distanziamento sociale, perché evidentemente nella bilancia sul loro cuore pesava di più la prossimità sofferente dei loro confratelli ammalati: il prossimo di quella particolare ora della vita. Tutti e tre si sono chiusi nel reparto ammalati ed hanno fatto gli infermieri per quelli che erano allettati.
Eccoli: tre esempi pratici, che hanno incarnato la Parola. Come molti altri, del resto, in tutto il mondo.
Tutti, in fondo in fondo, siamo sempre tentati di stare lontano da una persona malata: la paura di essere infettati, contagiati, sporcati, sacrificati, depredati. La paura di non farcela. Ecco. Ci sono molti tipi diversi di paura, dipendono dal carattere e dalla storia di chi la prova. Le paure esistono. Per tutti. Anche per i samaritani. E allora?
La parabola del “buon samaritano” pare dire che non c’è tanto da farsi domande; se cerco il mio prossimo, basta che mi guardi attorno. Potrei essere prossimo del più mal messo proprio lì accanto.
Gesù inverte la nostra ordinaria prospettiva: riporta la persona al centro del discorso. La domanda non è “Chi è il mio prossimo?”, ma “di chi sono il prossimo?”
Se ci poniamo la domanda così formulata, la risposta potrebbe essere sorprendente.
Chi è il mio prossimo? I poveri, i bisognosi, i malati, i carcerati, gli ultimi. Bene, certo, ma la prospettiva del Maestro è più urgente ancora: “A chi sono prossimo ora?” C’è qualcuno che soffre ora, lì accanto a me; mi prendo la briga di fermarmi, anche se il mio progetto in quel momento è un altro…
Ora, dalla parabola, sappiamo che spesso sacerdoti e leviti non sono un buon esempio di prossimità, sciaguratamente proprio quelli che – si suppone – dovrebbero essere di buon esempio.
Mi rendo conto che per ridurre la mia distanza dal vicino, intanto posso spostare l’attenzione sulla vittima tra quelli che mi sono vicini qui e ora, non sul fatto che “idealmente” ci sono in giro vittime da soccorrere. Il “mio” prossimo non è una nozione statica, un “già dato”, è il frutto di uno spostamento da parte mia.
Insegnare la fede è bene, viverla è decisamente meglio. Non è non un lusso: “Fai così – dice il versetto 28 -, e avrai la vita”. Farmi prossimo è ciò che mi rende vivo, e mi pacifica.
Ancora: Cristo occupa le due posizioni chiave nel testo, il prossimo e la vittima.
Anzitutto, si fa prossimo di questo Dottore della Legge, così lontano da lui. Quest’uomo lo interroga non per creare legami di amicizia, ma per “metterlo alla prova”. Gesù, invece, si presta al dialogo raccontando una lunga parabola e gli indica “il luogo” in cui è.
Questo mi ricorda tanto la prima domanda rivolta all’uomo: “Adamo dove sei?” (Gn 3,9).
“Il mio prossimo” per il Dottore della Legge, come per tutti noi è Gesù, lo straniero che viene da altrove, facendosi incontro.
Allo stesso tempo è ancora Lui che opera il grande spostamento per diventare nostro prossimo, è Lui la Parola che viene ad abitare “nella bocca e nel cuore” dell’umanità.
Nei segni che dà, si rivela come “medico”, versando olio e vino sulle ferite.
La locanda dove viene portato il ferito mi ricorda quella di Emmaus, nella quale annuncia il suo ritorno, parla della sua venuta nella gloria, quando salderà tutti i nostri debiti.
E qui siamo invitati, come il Dottore della Legge, a “fare lo stesso”: “Abbiate tra di voi (e dentro di voi) gli atteggiamenti che furono quelli di Cristo Gesù…” (Fil 2,5). Cfr anche Matteo 25,35-36: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare (…), senza alloggio e mi avete accolto (…)”. E si potrebbe aggiungere: ferito, nel fosso, e vi siete presi cura di me; e ancora: crocifisso, e mi avete rivolto lo sguardo.
Ci sono momenti in cui si è realmente impotenti di fronte alla sventura. E allora anche solo uno sguardo potrà essere riconosciuto come segno di prossimità, perché quello sguardo non sarà stato distolto, rivolto dall’altra parte: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. Qui il Cristo si identifica con tutte le vittime della sventura, della malattia, dei cataclismi, delle guerre.
Facendoci “vicini” agli ultimi e ai sofferenti, ci facciamo prossimi a Dio, vicini a lui, attraverso gli altri. Così, alla fine, l’amore per Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze” si fonderà con l’amore per il Cristo e per tutti coloro che incontriamo nella verità.
“Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lev 19,18): non si possono amare gli altri senza amare se stessi e non si può amare e ingannare se stessi allo stesso tempo. Dall’inganno procede solo il disprezzo, l’indifferenza, il voltarsi dall’altra parte.

Gesù sembra dire a quel dottore:
Adamo, dove sei? Perché ti nascondi? Perchè hai paura? Cosa sono tutte queste domande – le foglie di fico! – dietro le quali ti nascondi a me e a te stesso? 

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Volto a volto

Li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi

3 luglio 2022 – XIV Domenica del Tempo Ordinario
Luca 10,1-9

L’invio dei settantadue discepoli potrebbe essere una missione affidata a un gran numero di persone, molto maggiore della cerchia ristretta dei dodici. Vanno “a due a due”, trentasei coppie per evangelizzare la regione, inviate di città in città, “avanti a sé”, davanti al suo volto.
Qualcuno traduce al plurale, “davanti ai suoi volti”; non soltanto i discepoli hanno la funzione di messaggeri e testimoni in vista dell’arrivo del Cristo, ma il volto del discepolo si trova davanti al volto del maestro, che assume i tratti del volto dell’altro. Nei figli della pace s’incarna la presenza del Maestro.
Il tema focale per me è il “faccia a faccia” tra pace e pace, tra la pace ricevuta e la pace data: nel faccia a faccia, nel volto a volto, si riconoscono i figli della pace. La novità sta nello scoprirsi in relazione con una presenza di pace che abita me e l’altro, ma che eccede l’uno e l’altro. Il Cristo è singolarmente, personalmente e conflittualmente evidente in ogni figlio della pace. Conflittualmente? Sì, perché obbliga ad uno scatto, occorre vincere una resistenza, a volte molto forte, prima di riconoscersi “in proprio” figli della pace.
E non è roba da lupi…
“Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe”.
Ci sono anche i lupi. Alcuni credono siano i “figli della Lupa”, quindi i Romani e dunque si apre il fronte dell’interpretazione politica, come quando nel vangelo della moltiplicazione dei pani viene chiesto ai discepoli di organizzare la folla in gruppi: in che cosa se non in comunità?
Ma la pace non è un fronte politico, come dimostrano le mediazioni politiche che nulla possono, se non realizzare labili tregue armate. In fondo cosa abbiamo vissuto negli ultimi ottanta anni, dopo la fine del secondo conflitto mondiale? Una lunga tregua molto bene armata: si era in “pace”, con spese militari faraoniche.

“Infatti, dal più piccolo al più grande, sono tutti quanti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: ‘Pace, pace’, mentre pace non c’è”. (Ger 6,13-14).

“Andate” “Avanti!” “Davanti”. Non è dunque solo un’esortazione, è un comando necessario. Occorre andare.
Altri “complementi” vengono vietati: non soltanto tane e nidi, come nel Vangelo di domenica scorsa, ma anche borsa, bisaccia, sandali e perfino urge modificare il comportamento da mantenere: “non salutate nessuno lungo la strada”, ovvero niente passato che ingombri, niente presente cui aggrapparsi, solo la “nudità” come strumento e modello di una missione da attuare, di un percorso da fare.
Non c’è altro, non c’è altra possibilità reale. Se si vuole incontrare la pace.
Non si tratta di un’osservazione accidentale, ma di un’insistenza bruciante su ciò che veramente è, sull’unico elemento reale: la persona stessa, spogliata, “nuda” nella sua fragilità, ma non gravata, tutta disponibile per il “faccia a faccia”. Davanti al suo volto. Una dipendenza totale insieme ad un possibile illimitato. Questa è la condizione dell’uomo. Non un’altra. È vero.
Mangiare e bere ciò che viene offerto, riposare sono mediazioni per l’incontro, laddove ciò che s’incontra è la Parola: atteggiamento rispettoso che va ben oltre le regole dietetiche religiose, ogni mensa fraterna è già, in un certo modo, mensa eucaristica. La pace è la pienezza della vita e delle relazioni, la felicità dinamica e concreta, il segno del regno messianico.
Il Dio che manda è anche colui che accompagna, perché è in gioco la Sua pace e con la Sua la mia e la tua. La nostra.
Nel nostro passaggio non c’è un invito alla conversione, c’è solo una “semplice” offerta di pace ai “figli della pace”.
“Pace a questa casa”: niente di più, ma neanche niente di meno…
Lo “scuotere la polvere” di cui si parla nella versione più lunga del vangelo di oggi dice un tragico e doloroso riconoscimento del fallimento. La pace messianica è efficace per chi la riceve, un vero dono, chi la desidera per sé, la augura davvero: è una parola benefica e benedicente.
Come dirlo oggi? Quando la pace incontra la pace, lì c’è il Regno di Dio.
Allora cos’è un missionario? Solo qualcuno che cerca figli di pace per condividere con loro la pace di Dio. Davanti a chi lo rifiuta, è impotente. Se la pace offerta non è ricevuta ritorna a chi la concede, è quasi ovvio. Se la pace non è accolta, o è falsamente accolta, si tramuta in polvere, quella stessa di cui è detto “polvere ritornerai”.
Non abusare dell’ospitalità per me è un invito a non stabilirsi nel luogo dell’altro, luogo che non ci appartiene, che non sarà mai la meta, ma una tappa verso la meta. Stabilirsi nel luogo dell’altro, prendere il suo “posto”, significa perdere di vista la finalità, perdere di vista la pace.

La città è il campo missionario, luogo della vita, della storia, del potere, della conversione, dell’insediamento, della costruzione di comunità (il munus), dell’accoglienza o del rifiuto collettivo del Vangelo. Luca – che era medico – insiste più sulle cure e meno sulla guarigione. La “cura” del malato è la possibilità sempre aperta di onorare il volto dell’altro: il medico cura, Dio si occuperà della guarigione, lenta o immediata. L’assoluto si è avvicinato, ora tutto è possibile.
Quando Dio chiede, sostiene. Sempre. Anche quando ci credo poco. E dubito tanto.
Non è di Dio che dubito, ma dei nuovi figli della lupa, della loro assurda voglia di guerra e dei lupi travestiti da agnelli.

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Permettimi prima…

Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi

26 giugno 2022 – XIII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 9,51-62

Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli il loro nido e il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo…  “Seguimi!” – “Permettimi prima…”; storie di persone, storia nostra, storia di tre aspiranti: Gesù va di villaggio in villaggio e alcuni stanno pensando di seguirlo. Il primo dice: “Ti seguirò ovunque tu vada!”. Entusiasmo da fuoco e fiamme, ma la risposta di Gesù è sbalorditiva: non ho una casa, dormo sotto le stelle, in un granaio, a volte in una casa se sono invitato. Sono un nomade. Gli animali hanno un nido, una tana, un rifugio. Io non ho niente per me. Se vuoi venire, aspettati una vita senza protezione materiale. Sei pronto? Lui è pronto a tutto… è un innamorato!
Perché Gesù parla così? Tutti hanno bisogno di un tetto, di cibo, di vestiti.
La questione sembra basata sull’annuncio credibile della venuta del Regno di Dio: come si può fare una cosa simile se non perché presi dalla passione?
Ma, se il futuro riservasse ogni sorta d’incertezza?
Niente comodità, né in cielo, né in terra. No tane, no nidi. Sembra uno slogan assai demotivante…

Il secondo aspirante, neanche si candida. Resta da capire come mai Gesù gli chieda di seguirlo piuttosto perentoriamente. Quel tale neanche dice di no, solo … posticipa. E con una buona ragione, secondo tutte le apparenze!
Ma non va bene: la risposta di Gesù è tremenda, affilata:
“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”.
Se hai la morte dentro, non puoi seguire la vita; diventa impossibile esserci passo dopo passo durante il cammino. Normalmente scavi la fossa agli altri…
So che sono parole dure…ma è così…qui l’aspirante discepolo viene immediatamente messo di fronte alla propria realtà: se non lasci ciò che di morto hai dentro, resterai fermo dove sei e non potrai seguire alcuno che sia vivo.
L’annuncio della resurrezione è infatti che il Cristo è vivo: “Perché cercare tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5).
Si può vivere il lutto rinchiusi nella memoria, nella nostalgia, nel rimpianto e nel compianto.
Si può invece riconoscere il ricevuto e renderlo alimento, forza e coraggio per la vita che viene.
Ci sono vivi che respirano morte e morti che ispirano i vivi. Allora la scelta è tra la morte e la vita.
Si capisce la necessità di liberarsi dagli stracci della morte, dai riti obbligati, se vuoti; dalla religione del dovere, se non è dell’amore; dalle pratiche ancestrali, se suonano estranee.
Il Cristo annuncia la libertà, e la vita.  Scegli – dice – se vuoi la vita, seguimi: “Tu”!
La Parola chiave è “Tu”: “Tu va, e annuncia il Regno di Dio”.
“Tu”. perché riguarda me, te, presi singolarmente e non altri, vivi o morti, cui attaccarsi.

Al terzo aspirante non va molto meglio: “Ti seguirò Signore!”
Senza neanche essere stato interpellato, si offre: “Ma prima, permettimi di congedarmi dalla mia famiglia”.
Forse, chissà, avendo intuito la questione del lasciar seppellire i morti ai morti, pensa che però almeno bisogna salutare i propri cari, mentre sono vivi.
Ma Gesù dice: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. Non che non vada bene salutare la famiglia, per carità! Ma era stato detto fin dall’inizio:
“E l’uomo lascerà suo padre e sua madre…” (Gn 2,24).
Se abbiamo preso la decisione di seguire, abbiamo già salutato…
Fare un passo indietro, mentre si vuole andare avanti, dice di un’intenzione che non c’è, di una decisione poco realistica, in cui i “ma” e i “però” spingono ad arretrare; hanno la funzione di distogliere l’attenzione dalla realtà del mondo, delle cose e da noi stessi.

Che dire? 
Non si ha diritto di vegliare e seppellire i nostri morti?  Si debbono abbandonare coniugi, figli, amici, famiglia? Dobbiamo dissimulare perfino l’entusiasmo dell’innamoramento?
Non penso proprio.
Piuttosto, attraverso immagini e repliche provocatorie, il Cristo dà piste e apre cammini.
Al momento di “seguirlo” sul serio, tutto il da farsi prende un altro aspetto.
Immagino si scopra di poter camminare sulle proprie gambe, insieme ad altri, passo dopo passo, ritrovandosi già fuori dal nido e dalla tana, di non aver bisogno di appellarsi ad una morale superiore, di essere in relazione con una famiglia assai più vasta di quella naturale; di non avere nemmeno il desiderio che fuoco e fiamme dal cielo inceneriscano i “peccatori”.

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Corpo e sangue di Cristo

Non abbiamo che cinque pani e due pesci

Domenica 19 giugno 2022 – Lc 9,1-17

Ci sono eventi che ricordano costantemente la realtà del sangue e del corpo. Che si abbia o meno paura del corpo e del sangue, certo si tratta della realtà intrinseca che appartiene alla nostra esistenza, e quindi è necessario guardarla bene.
Guardare il corpo e il sangue in faccia è ciò che propone l’odierna liturgia con la celebrazione del Corpo e del Sangue di Cristo. Alla guida di questa celebrazione, troviamo il racconto comunemente chiamato “la moltiplicazione dei pani”.
Potremmo facilmente perderne il senso dicendo a noi stessi troppo in fretta: “Ah sì! È Gesù che compie un altro straordinario miracolo moltiplicando i pani per sfamare migliaia di persone”. 

Ora provo a dare un’occhiata più da vicino.

Gesù aveva inviato i Dodici in missione per annunciare il Regno di Dio e per operare guarigioni (cfr Lc 9,1-6). La scena propostaci oggi inizia al ritorno dei Dodici dalla loro missione. I discepoli riferiscono a Gesù tutto quello che hanno fatto e si accingono, come Gesù vuole, a ritirarsi a Betsaida. La parola “ritiro” indica, a mio parere, non un momento di riposo, neanche l’ascolto di una conferenza erudita – come spesso capita per i nostri esercizi spirituali o nei ritiri comandati che siamo soliti fare a data fissa – piuttosto movimenti dialogici di intimità e di concentrazione e approfondimento sulla propria condizione personale, sul rapporto con gli altri e con Dio. Il che escluderebbe l’utilizzo del wi-fi….e della rete social almeno per un po’ e anche della pur gradita possibilità di avere persone intorno che provvedono a cucinare i pasti, a riordinare e pulire gli ambienti. Questo è importante per me: non che il riposo o l’aiuto di qualcuno non vadano bene di per sé, ma mi è impossibile escludere da momenti di “ritiro spirituale” tutto ciò che ciascuno di noi deve pur fare ogni giorno per camminare sulle proprie gambe per le vie del mondo. Come tutti.

Altrimenti non si spiegherebbe neanche il “date voi stessi loro da mangiare”: un nutrimento che sostiene altri appunto a camminare liberi, a loro volta, e sulle proprie gambe per le vie del mondo. Sto parlando di missione.  Ciò che segue nel Vangelo di oggi dà a Gesù l’opportunità di mostrare ai discepoli cosa significhi essere “pastore” e cosa sia la missione. Questa è la cornice dentro cui, penso io, si debba leggere la storia detta della moltiplicazione dei pani.
Gesù inizia parlando alla folla del Regno di Dio e riportando alla salute le persone che ne hanno bisogno. Questa è anche la missione che ha affidato ai discepoli; in altri termini fornisce l’esempio di ciò che dovranno fare.
I discepoli fanno notare – in modo molto “pastorale” – che è ora di congedare la gente. Che vadano a cercare riparo e cibo nei dintorni! Altrimenti bisognerà andare a comprarlo in proprio per tutti e cinquemila: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».
Mi sembra di ascoltare me stesso: “Ma cosa posso fare io davanti a tutte queste malattie, a tutte queste guerre, a tutti questi bisogni del mondo? Ho solo due mani e due gambe…e ovviamente neanche una lira.
Stando a Luca, Gesù risponderebbe: “Sta a te, a voi, dar loro da mangiare”.
Quindi, il da farsi: organizzare la folla in gruppi in modo da formare diverse comunità, e dopo che Gesù avrà benedetto il pane e lo avrà spezzato, distribuire il pane e il pesce.
La storia della moltiplicazione dei pani è una storia sul ruolo e sulla missione del discepolo, e quindi una storia su di noi. Non è nemmeno un miracolo in senso stretto. Mancano i tre elementi fondamentali: un supplicante infelice che chiede sia fatto qualcosa per lui, l’espressione di fede del richiedente e, infine, lo stupore o la meraviglia per l’azione salvifica compiuta.
Qui ho cercato invano una parola sulla meraviglia e sullo stupore, avanzano dodici ceste sì, ma non c’è neppure qualcuno che accenni un “ringraziamento”.
Qual è l’atto determinante di Gesù in questo contesto, cosa fa esattamente?
Prende i cinque pani e i due pesci, alza gli occhi al cielo, li benedice, li spezza.
Espressioni come “Benedetto sia Dio” si rincorrono sia nel Vecchio come nel Nuovo Testamento; le parole di Gesù dicono che il pane e il pesce, e per mezzo di essi tutto ciò che è di natura materiale, sono santi e sono presenza di Dio, vengono da Dio. Gesù alza gli occhi al cielo probabilmente proprio per ricordarci questo, per ricollegarci all’origine.
Spezzare il pane precede il con-dividere, il dividere con…, e per ciò stesso il mettere in comune, come l’etimologia stessa della parola “comunione” lascia intendere. La parola latina “munus” significa al tempo stesso dono e obbligo.  Il pane, il pesce e tutto ciò che, al mondo, nutre l’uomo, materialmente e spiritualmente in un indissolubile nesso, è già benedetto e vuole essere condiviso prima di essere sostegno per noi stessi. Come diceva un vecchio e caro mio professore di morale: “Se hai, hai per dare”. E a mio parere è questo il senso del dirsi cristiani. Di questa fede, di questo nutrimento, profondamente radicato nel Vangelo, può nutrirsi l’umanità intera. Se ciascuno di noi potesse credere in questo e camminare sulle proprie gambe per agire di conseguenza, il mondo conoscerebbe giorni migliori. Non ci si salva da soli. Abbiamo bisogno di cristiani adulti, non c’è bisogno di clericalismo, né di ridondanti teorie astratte, né di anacronistici orpelli.
Quando celebriamo il Corpo e il Sangue di Cristo, proclamiamo la veridicità del Vangelo; durante l’adorazione, o la messa stessa, sarebbe veramente un peccato limitare e rinchiudere la nostra immaginazione a questo piccolo ospite bianco in un’atmosfera pia, lontana dalla vita reale, che si accontenta della fantasia, senza percorrere le strade del mondo e senza agire concretamente in favore del nostro prossimo. Il mondo ha bisogni di missionari profondamente credenti nelle parole di Gesù, non di chierici in cerca di visibilità, cui corrispondono nostalgici baciapile, che corrono il rischio di far dire a Gesù, alla folla – e non ai discepoli – : “Date voi stessi loro da mangiare”.
È il momento di guardare il corpo, il nostro corpo, il corpo dell’ebreo Gesù di Nazaret, e dire: benedetto sei tu. Questo corpo è buono, la sensualità è buona, la tenerezza è buona, ma anche il corpo malato, vecchio, cambiato e il corpo non ancora formato sono buoni. Se guardiamo solo al corpo sano, bello, giovane, o che tale, agghindato, vuole apparire, le relazioni d’amore sono già morte ancor prima di essere nate.
Essere discepolo forse significa cominciare col riconoscere la nostra e altrui umana e concreta materialità, scoprire la benedizione di Dio su ogni cosa e farsi distributori di quei pani e di quei pesci di cui sempre avanzano dodici ceste.Voglio ora ricordare un passo di San Paolo che mi è molto caro, dal discorso di addio agli anziani di Efeso (At 20,32-35):
“E ora vi affido a Dio e alla Parola della Sua Grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da Lui sono santificati. Non ho desiderato né argento, né oro, né il vestito di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: ‘Si è più beati nel dare che nel ricevere!’”

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Trinità

Santissima Trinità – Domenica 12 giugno 2022
Giovanni 16,12-15

Quando abbiamo celebrato l’Ascensione, abbiamo anche festeggiato la responsabilità umana.
Visto che Gesù è asceso al cielo, non è più sulla terra, è fuggito da tutti i luoghi teologici e simbolici in cui lo si voleva rinchiudere: la Chiesa, il pane e il vino, la nostra esperienza spirituale, i sistemi di pensiero, anche i più giusti e più intelligenti. Questo altrove ha liberato uno spazio per l’azione umana.
Nel discorso che fece davanti ai suoi discepoli prima di morire, Gesù lasciò loro una parola: «Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. […] Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future» (Gv 16, 7 e 13).
Essere un discepolo è ascoltare la chiamata a vivere nello Spirito di verità.
La verità è un’esigenza di lucidità che sfida e mette in questione il nostro abituale modo di vivere.
Oggi si parla di “post-verità” per dire che i fatti oggettivi hanno meno influenza nel plasmare l’opinione rispetto agli appelli alle emozioni. La qualità principale di un argomento non sarebbe la sua accuratezza, ma la forza dell’emozione che suscita in chi lo ascolta. Quindi, bugie (e dittatura) possono andare di pari passo: se la verità non è più un terreno comune, allora tutto è possibile. Si potrebbe affermare che l’essenza della post-verità è totalitaria e quindi la forza di un’idea sbagliata può condurre al totalitarismo. Come sempre. Non è una novità.

 “Quello che dico riguarda chi, ma non chi …” – “Io dico, ma non sto dicendo che….” – “Qui lo dico e qui lo nego…”. Sono frasi terribili, le sento spesso, sembrano banali, ma sono segnali di un discorso perverso, modi di una parola distorta, che, millantando di essere svincolata, vuole vincolare chi ascolta, imbrigliandone la parola. In ultima analisi è un tentativo di esercitare il potere su chi ascolta.
La verità della parola, però, impegna chi la pronuncia, non chi la riceve; “qui lo dico e qui lo nego”, detto a quattr’occhi in privato, è un non volersi assumere la responsabilità del proprio giudizio personale e dell’azione che ne deriverebbe; detto in televisione è un tentativo di manipolare gli ascoltatori, mentendo: discorso banale e maligno allo stesso tempo.
Una parola non è mai priva di significato e dire qualcosa non è mai dire nulla, anche se si dice una sciocchezza. Le parole possono sembrare insignificanti e vuote, in ogni caso indicano il vuoto interiore.
Le parole vuote, svalutate, strumentalizzate, distorte, false sono altrettanti sintomi dello stile di vita attuale. A forza di “infox” (nuovo nome per “fake news”, che era il nuovo nome per dire “notizie false”), non sappiamo più se ciò che ci viene detto sia vero. A forza di chiacchiere, abbiamo l’impressione che tutte le parole servano solo ad affogarci in un oceano di vaghezza. Spesso ci troviamo costretti a credere che ciò che è male, è per il nostro bene. A forza di comunicazione, diffidiamo di qualsiasi parola, mentre al contrario il significato primario della parola “comunicazione” è riferito al “mettere in comune”, al condividere che presuppone la fiducia e vi contribuisce.
Viviamo immersi in una nuova lingua, imbastita di parole e frasi forgiate per manipolare il pensiero. “La guerra è per la pace” – “La libertà è schiavitù” – “L’ignoranza è forza”: non si tratta soltanto di ossimori, è la vera e propria neolingua il cui vero obiettivo è equalizzare e uniformare l’importanza, o l’insignificanza, di ogni opinione, cioè, in definitiva, di ogni pensiero, di ogni presunta libertà.

Viviamo immersi in un universo di slogan, di invettive, di manipolazioni, dentro il quale la reattività, l’emozione, il momento vengono elevati a rango di verità, mentre la parola è la base della fiducia nell’oggettività di ciò che viene detto, della sicurezza di poter contare su tale oggettività nella parola scambiata. È accompagnata anche dal senso di una inevitabile soggettività, ma la fiducia sta nel rapporto autentico tra coloro che la scambiano. Se non c’è fiducia nella parola e in chi la condivide, allora non c’è vita reale possibile insieme. Questo è il male che consuma il nostro tempo.
La parola è sempre performativa, produce un effetto, non è mai insignificante. Quella falsa produce falsità e la falsità produce sfiducia, rabbia, violenza, scatenamento di impulsi. L’assenza di una vera parola porta alla morte delle relazioni. Stiamo attraversando una grave crisi di fiducia, ed è in questo contesto che ricevo il testo offerto per questa domenica.

Di fronte alla parola perversa, la Parola di Dio si dona come speranza.
Vediamone un esempio: Gesù davanti a Pilato.
Pilato interroga Gesù sulla sua regalità. Gesù evoca una parola di verità: «Sono nato e sono venuto nel mondo per testimoniare la verità. Chiunque appartenga alla verità ascolta quello che dico”.
Pilato, uomo abituato alle strategie politiche e militari e al pensiero “sofisticato”, gli chiede: “Qual è la verità?”: una replica celebre.
La domanda è essenziale, anche se, sulla bocca di Pilato, sembra puramente retorica. Infatti, sebbene lo ritenga innocente, Pilato condannerà a morte Gesù, come “Re dei Giudei” (Gv 18,39; 19,3; 19,14; 19,19), come se non avesse ascoltato nulla delle Sue parole.
La parola di Pilato è quella di chi vuole mantenere il potere, quindi fa domande prive di un senso adeguato al contesto – il colloquio tra Pilato e Gesù non è una tavola rotonda di filosofi – lo stile colloquiale di Pilato porta alla morte di un uomo innocente.
Gesù, che non è lì per difendersi, ma per dire una parola al servizio degli altri, è in sé parola di verità, che chiama all’ascolto, ma Pilato non lo capisce o fa finta di non capire.
La domanda di verità attraversa tutto il Vangelo di Giovanni. La parola “verità” (ἀλήθεια) si trova in Gv 25 volte. La verità evoca Dio: per adorare il Padre in spirito e verità (Gv 4,23-24), la sua parola è verità (Gv 17,17). Una parola incarnata: il Verbo si è fatto carne, è venuta in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità (Gv 1, 14.17), Giovanni Battista ha testimoniato la verità (Gv 5,33), Gesù dice la verità che viene da Dio (Gv 8, 40.45.46; 16,7), egli è la via, la verità e la vita (Gv 14,6). Si dona nello Spirito Santo: Spirito di verità (Gv 14,17; 15,26; 16,13). Riguarda i credenti: colui che agisce secondo la verità viene alla luce (Gv 3,21), lo Spirito vi condurrà alla verità tutta intera (Gv 16,13), saranno santificati nella verità di Dio (Gv 17,17.19).
Il diavolo, figura simbolica del male – ma il male non è affatto simbolico – si caratterizza per il fatto di non collocarsi nella verità, perché in lui non c’è verità (Gv 8,44).
Quando Gesù parla di verità a Pilato, gli parla della buona novella donata dal Padre, portata dal Figlio, vissuta nello Spirito, quella è la verità annunciata da Gesù. Vale a dire, qualcosa di solido, affidabile, costante; consiste in presenza, amore e speranza.
La vita di chi crede si sviluppa in questa verità, mentre il male si sviluppa proprio nell’assenza di verità. Se ci sono tre cose false alla radice del male, sono: latitanza, malanimo, sfiducia.
Questa verità è oggettiva, c’è poco da contrapporre.
La forza delle parole di Gesù, dei testi della Bibbia, del Vangelo, della Parola di Dio, è questa: interpella noi direttamente.
Come scrive Paolo a Timoteo: “Le sacre Scritture possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3,15-16).
Questa verità è anche soggettiva, cioè è incontro tra “soggetti”: Dio e me, Dio e noi, noi intorno a Cristo, la Chiesa nello Spirito Santo. Questa verità non è solo una questione di contenuto, è fatta di incontro, condivisione, preghiera, meditazione e compagnia. È una chiamata alla relazione, perché essa stessa è persona: Cristo, il Verbo fatto carne, è presenza di Dio con noi.

Questo risuona fortemente nel nostro mondo in cui il discorso è perverso, distorto, fuorviante, dove l’altro è strumentalizzato, manipolato, rinchiuso. Il Vangelo è Parola vera di speranza e resistenza in questo mondo in crisi di verità.
Non è tutto perduto. Come in altri momenti storici di crisi, la verità condivisa può aprire nuovi orizzonti: raduno, liberazione, regno infinito di Dio, alfa e omega (inizio e fine), colui che è, che era e che viene.
Forse dovremmo smettere di lamentarci delle disgrazie del mondo, smettere di condannarlo o di separarci da esso. Ma, nel mondo, su questa terra, qui e ora, dobbiamo essere portatori di una parola di speranza e di ricostruzione, di una parola che è insieme oggettiva – il peso delle parole – e soggettiva – la forza di un impegno.
Una parola che non è presa di potere, ma di servizio, una parola che apre relazioni di fiducia, autentiche, costruttive, nella verità. Una parola di verità che impegna in prima persona. Cristo fa di noi un «regno di sacerdoti», dice l’autore dell’Apocalisse (Ap 1,6): ci fa esseri di preghiera, di lode. «Chi appartiene alla verità ascolta quello che dico», dice Gesù (Gv 18,37) e ci fa uomini di verità. Questa verità vive nelle nostre parole così come nei nostri impegni. Non una verità teorica, ma una verità reale: ogni essere umano è pienamente umano, e il Vangelo lo rende libero. (cfr Gandhi e la “Satyagraha” – abbraccio della verità, forza della verità).
Al termine della sua bella grande preghiera al Padre, Gesù chiede che l’amore che circola tra il Padre e Lui scorra anche in noi e tra noi. Non è acqua di sorgente data da reti con mille canali per irrigare tutto ciò che vive? Se tutto l’amore che appartiene a Dio passa attraverso Gesù, allora scorre anche in noi e chiede solo di donarsi sempre nuovo passando attraverso di noi. Come può la speranza deluderci finché la Sorgente è Sorgente e “non vende la sua acqua”?

A volte guido attraverso la città nelle ore di punta. Ascolto la radio, le notizie sul traffico, c’è qualcuno che dall’alto di un elicottero o da una torre di controllo, racconta lo stato della rete stradale: ingorghi, incidenti, lavori, ecc. Un salmo dice che dal cielo Dio guarda in basso sulla terra. Immagino che ci informi dello stato della rete di circolazione dell’Amore. Non ci desidera come un magnifico circuito di distribuzione per il suo amore inesauribile? Non stupiamoci di vedere quanto danno abbiano causato all’universo le occlusioni dell’amore, gli ingorghi tra religioni, popoli, generazioni, culture, piani o stanze di una stessa abitazione, tra ricchi e poveri, tra uomini e donne.
Quando tracciamo il segno della croce fino all’altezza, profondità, lunghezza e ampiezza del nostro essere, confessiamo agli occhi di tutti che siamo integrati nella rete dell’Amore Trinitario come figli e figlie di Dio. Dio è nostro Padre, essendo Padre di Gesù; il Respiro che rinnova costantemente la loro relazione è il legame invisibile che, con ogni sorta di giunture e articolazioni, tiene insieme tutto nell’Universo.
Da questa festa della Trinità sgorga l’urgenza della vita che trabocca. Se l’Unico Dio propaga la sua vita, se ci introduce nello spirito trinitario per mezzo dello Spirito, allora la nostra vita cristiana non può che essere “diffusiva”, “comunicativa”.
Alcuni invece vedono subito come limitare l’accesso alla Chiesa, ai sacramenti: individuano l’impedimento. Nella logica della vita diffusa e prolungata – in una parola nella logica trinitaria – la domanda diventa piuttosto: per quali vie, insegnate dallo Spirito, possono accedere al cuore coloro che sono lontani? Secondo quali percorsi che non io programmo, ma che lo Spirito mi fa conoscere, coloro che sono sulla soglia, o sotto la soglia, si uniranno alla danza?
Non si tratta di applaudire tutto o chiudere un occhio su tutto, ma di abbracciare un pensiero nuovo, proprio quello che insegna lo Spirito di comunione. Coloro che resisteranno a queste nuove proposte saranno riconosciuti come tali, coloro che accetteranno felicemente di “danzare davanti a Dio” troveranno la gioia, e noi con loro.

La verità ci fa liberi.

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Pentecoste

E i discepoli gioirono al vedere il Signore

Domenica 5 giugno 2022 – Pentecoste
Gv 20,19-23

“Fu dopo la morte di Gesù; la sera, del primo giorno della settimana, quando le porte del luogo dove erano i discepoli erano chiuse per paura dei Giudei”.
I discepoli stanno vivendo momenti terribili: Gesù è stato crocifisso, è morto malamente e da innocente, era il loro Maestro e loro amico fraterno, per di più sanno che anche loro potrebbero fare la stessa fine. Sono spaventati. Temono che chi ha messo a morte Gesù faccia lo stesso con loro. Quindi si sono chiusi dentro. Hanno sprangato le porte. Per proteggersi. Ma la paura non è rimasta fuori, è dentro e tra di loro.
Ed ecco che arriva Gesù, lì in mezzo a loro, e dice: “La pace sia con voi!” Non c’è dubbio, è Lui: mostra le mani e il costato. Gesù ha già attraversato la fine che anche i discepoli temono. Eppure, è lì, vivo e dice “pace a voi”. Il cambiamento di atmosfera è repentino: i discepoli gioiscono, la paura svanisce, non esiste più, gioiscono e basta. Come è possibile tutto questo?

È molto difficile vivere nel terrore – e molti lo sanno e lo sperimentano proprio ora, pensiamo alle popolazioni in guerra. Chi porterà loro la pace? La carne senza fiato non sa più dove trovare la vita – esattamente come Gesù nel Getsemani che suda sangue mentre i carnefici si avvicinano (Lc 22,44). Non c’è più spazio per vivere in pace, non c’è più riposo. Il trauma è lì, ovunque tu vada, anche se è stato tanto tempo fa, anche se hai fatto la tua vita altrove, anche se è ora e pensi di essere sfuggito perchè non succede a casa tua.
Viene detto che per stare meglio, “bisogna perdonare”.
Perdonare? In greco aphiemi, è “lasciare andare”, è rompere con il fascino del nemico, smettere di tenerlo per il bavero, credendo che abbia il potere di vietarti di esistere dove sei, così come sei.
La difficoltà, con l’approccio esclusivamente psicologico del calvario, sta nel chiudersi dentro con il cattivo, senza vedere altra via d’uscita se non la fatica richiesta.
Ma come fare? Dovremmo poi veramente perdonare?
“Egli mostrò loro le mani e il costato. I discepoli furono pieni di gioia”. Il vangelo è unico in quanto volge lo sguardo dal persecutore al Padre per mezzo del quale il respiro torna alla carne, qualunque sia la sorte di questa carne. Non si dice che le ferite del crocifisso siano guarite, né che il suo cuore trafitto sia rimarginato. Eppure, il Cristo vive e la paura è sparita. Come è avvenuto questo capovolgimento? Già nel Getsemani, molto prima del supplizio, quando si era rivolto al Padre aveva detto: “Non la mia volontà, ma la tua”. Lc 22, 42. Smette di reagire, lascia il campo a Chi sa preservare l’integrità di coloro che Gli si affidano, qualunque sia l’orrore della prova da affrontare.
Alla prova è difficile sfuggire. Ma la differenza tra chi è di Cristo e chi cammina da solo, ripiegato su se stesso e sulle proprie forze, sta nel fatto che chi è in Cristo le attraversa rivolto verso un altro, in attesa certa della pace da una misteriosa fonte che alberga in ciascuno di noi. Il punto è che non sappiamo neanche chiamarla, neanche nominarla.
“Gesù disse loro di nuovo: ‘La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.’” La gioia che provano improvvisamente quando vedono Gesù vivo non è solo per loro che guariscono dall’angoscia; la gioia (e la pace) è la sostanza stessa della missione per la quale sono “inviati” nel mondo.
“Detto questo, soffiò su di loro e disse: ‘Ricevete lo Spirito Santo’” – letteralmente: “Ricevete il respiro”. E aggiunge: “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. Il legame qui è evidente tra il “ricevere il Respiro” e il “rimettere” o “non rimettere i peccati”.

I peccati. Hamatia, la colpa, il danno subito. È ai “discepoli” di Gesù, coloro che lo seguono e ricevono il suo Soffio, che qui viene dato il potere di “rimettere” o “non rimettere”.
Essendo il Respiro promesso a tutti, è a tutti, nello stesso movimento, che viene offerta questa capacità, questo “potere” di legare o sciogliere, di tenere per il bavero il malvagio, di reagire o di lasciar andare, potere che procede, nel nostro testo, immediatamente dalla ricezione dello Spirito.
La prova stessa diventa, per chi subisce il danno, il luogo, per eccellenza, dove riceverà quel Soffio. Questa è anche la testimonianza dei martiri, che destabilizza, che inquieta, che spaventa, che rimanda al terrore della nostra supposta afasica impotenza.

Tale è la meraviglia attesa di questa festa di Pentecoste. Anche oggi.

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Ascensione

Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse.

Domenica, 29 maggio 2022 – Ascensione del Signore
Luca 24,46-53

E alzate le mani (Lc 24,50); mostrò le mani (Gv 20,20), stese le mani (Mt 14,31), lo prese per mano (Lc 14,4), nelle tue mani (Lc 23,46).
Tante volte risuona nel Vangelo la parola “mani”.
Da “mano” viene anche il termine “manipolare”.
La manipolazione è un lavoro preciso, ci vuole una tecnica, che richiede abilità: un vasaio, per esempio, deve saper manipolare la creta per riuscire nelle sue creazioni. Un farmacista, se prepara un rimedio, non deve calcare la mano dosando gli elementi, altrimenti, invece di preparare una medicina, preparerà un veleno.
Quando però si usa questo termine nelle relazioni umane, si sottolinea con una connotazione negativa la destrezza di alcuni nello scegliere e dosare parole e comportamenti per ottenere un effetto da lui desiderato su altri; il manipolatore usa strategie che spesso rimangono nascoste ai più. Chi ammetterebbe, ad esempio, che il rispettabile padre, il carissimo collega, il genero d’oro, l’ammirabile suocera o il così tanto gentile confratello voglia in realtà manipolarci?
Nel frattempo quello modella, dosa e imbelletta la propria immagine in base a come vuole apparire e cerca di imporla a chi lo circonda; protetto da una versione ufficiale di se stesso, può, da dietro le quinte, manipolare spesso indisturbato. Almeno per un po’.
L’agire manipolatorio è un concetto moderno, che anche la psicologia usa; tuttavia, ed è interessante scoprirlo, si tratta anche di un tema biblico. Da un’estremità all’altra della Bibbia, l’appello è a discernere, a distinguere tra quelli che mettono le mani su tutto e tutti e quelli che si astengono assolutamente dal farlo.
Ad esempio, Davide è inseguito da Saul, re di Israele. Saul, geloso e invidioso delle capacità del suo rivale, vuole ucciderlo, ma un bel giorno cade nelle mani proprio di Davide che viene esortato dai suoi soldati ad ucciderlo, per finalmente sbarazzarsene; in fin dei conti sarebbe solo giustizia!
Davide invece dice e ripete: “No, non metterò la mano sul messia del Signore” (1 Sam 24-26).
Non si lascia ingannare né da Saul, né dalla situazione propizia per sbarazzarsi di lui. Non ha neanche alcuna aspettativa rispetto ad un ravvedimento o ad un cambiamento di atteggiamento del nemico. Semplicemente non pretende di avere il sopravvento su di lui.
In molte storie bibliche, possiamo vedere e scoprire chi manipola e chi no. Di più: si distingue, tra le vittime, chi trova il proprio tornaconto nella manipolazione di cui è oggetto, da chi ne prende coscienza per evitarla.
Un altro esempio?
Labano.
È un essere subdolo che considera le proprie figlie, Lea e Rachele, come beni a sua disposizione, e il genero, Giacobbe, come operaio da non retribuire (Genesi 29-32). La figlia Lea si trova a suo agio in questa situazione. Ora accade che Giacobbe vorrebbe sposare Rachele, ma Labano gli fa trovare Lea nel letto di nozze e Lea non dice nulla, non si oppone e diventa complice di suo padre, accaparrando l’aspirante marito della sorella. Giacobbe riuscirà a sposare Rachele solo sette anni più tardi. Lea ha preso, messo le mani su Giacobbe, ha preso il posto di sua sorella, e difenderà questa sua posizione. La si sentirà rivolgersi a sua sorella Rachele dicendo perfino: “È troppo poco per te aver preso mio marito?” (Genesi 30, 15). Arriverà quindi al capovolgimento e alla negazione della realtà. Lea è una manipolatrice: dà una versione ufficiale di se stessa, che nasconde la sua invasione nella vita di chi le sta vicino.

In genere la prima persona che si prova a manipolare è Dio stesso. Il serpente persuade gli umani a mettere le mani sul famoso frutto che Dio protegge con un divieto. Le argomentazioni del serpente possono perfino sembrare convincenti: è forse l’unico a dire che non ci sarà morte, l’unico a dare una responsabilità a Adamo ed Eva (Genesi 3,1-5). Bello vero? I due si lasciano prendere. Il manipolatore gestisce sempre le parole e i gesti in modo che esista solo la sua versione dei fatti. Affascina gli interlocutori, li attira su un problema che probabilmente non è neppure il problema principale…, impedisce qualsiasi intervento diverso dal suo, la sua parola stordisce, avviluppa, stritola. Non c’è spazio per un’altra parola… o per una domanda. Perché Adamo ed Eva non hanno chiesto nulla a Dio del frutto? L’intervento del serpente ha completamente oscurato il dialogo con il Creatore. Il serpente è il “padre delle menzogne” (Giovanni 8,44), vale a dire un maestro manipolatore.
Fondamentalmente, la manipolazione mira a garantire il controllo sulle persone per impossessarsene e distruggerle, privandole della libertà e, in ultima analisi, della vita. Però una persona, con il suo mistero, la sua capacità di sfuggire a qualsiasi controllo, è una minaccia permanente per il manipolatore, perché ha bisogno che gli esseri siano a sua disposizione e non vuole essere deluso.
Dio, quindi, è il primo obiettivo e, dopo di Lui, tutti quelli che entrano nell’avventura di diventare persone a immagine e a somiglianza del Creatore.
La Bibbia indica la strada: Davide è un modello di azione intelligente e ben si comprende che il manipolatore, apparentemente onnipotente, non tiene mai veramente tra le mani la vita degli altri o il senso della storia: “La via dell’empio andrà in rovina” (cfr Salmo 1).

Gesù è consegnato nelle mani dei manipolatori-peccatori; risorgendo, mostra le sue mani (Luca, 24,39). Queste non sono mani che rinchiudono, imprigionano e confondono: sono mani trafitte. Portano la traccia delle manipolazioni subite e diventano testimonianza di vita e di potenza.
Dopo aver mostrato loro le mani, “Gesù […] li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo”. (Luca 24, 50-51).
Mani aperte, mani disarmate, mani spiraglio dell’anima.
Come sono le nostre mani?

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Il Consolatore

Vi lascio la pace, vi do la mia pace

22 maggio 2022 – VI Domenica di Pasqua
Gv 14,23-29

Il ministero di Gesù volge al termine e i discepoli iniziano a interrogarlo. Innanzitutto, c’è la domanda di Pietro che chiede cosa accadrà (Gv 13,36): “Signore dove vai?”. Oggi uno di noi potrebbe chiedere: “Signore, dove sei? Dove sei andato?”.
Poi viene quella di Tommaso (Gv 14,5), sulla via che conduce al Padre; poi quella di Filippo, sulla persona del Padre (Gv 14,8); e infine quella di Giuda, non l’Iscariota, quell’altro: è quella che viene dopo tutte le altre: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?”. Oggi potremmo dire: “Ma proprio a me? E come è potuto accadere?”
La risposta di Gesù è nella Parola di questa domenica.
Giuda sta ponendo la questione della rivelazione; vuole sapere perché la rivelazione è rivolta proprio a loro, ai discepoli.
Come per le domande precedenti, nella domanda di Giuda c’è un’inquietudine: come è possibile che non accada a tutti?
Il Signore risponde dicendo qualcosa di simile: “Perchè voi mi volete bene e osservate quello che dico, ma non per tutti è così.” E va anche molto oltre, parla del Padre, che lo ha inviato e dello Spirito Santo, che verrà per insegnare e far ricordare ogni cosa.
Sono parole immense.
In genere pensiamo più o meno di sapere a chi ci riferiamo quando parliamo del Padre e del Figlio, ma non è lo stesso per lo Spirito Santo. Ne parliamo poco, a volte con una certa vaghezza, che rende evanescente ciò che diciamo. Siamo poco “credibili”.
Dello Spirito Santo non parliamo o ne parliamo male.
Eppure, Gesù per prima cosa richiama l’attenzione dei discepoli sull’importanza della Parola, questa Parola a loro esterna, che non è neanche di Gesù: è del Padre. E poi avverte: più tardi verrà il Paraclito, una Parola che parlerà a nostro favore, in nostra difesa. Ho già scritto altrove a proposito del significato della parola di origine greca “paraclito”: termine mutuato dall’ambito giuridico, indica la persona che sopraggiunge a recare aiuto, da cui si è difesi in giudizio, l’avvocato difensore.
Affinché questa difesa sia il più efficace possibile, deve esserci un’identità di vedute tra il difensore e il difeso. Un buon avvocato è sempre un bravo psicologo; per un po’ deve riuscire a immedesimarsi nel suo cliente per poterlo difendere.
Lo Spirito Santo non sarà solo un difensore per i discepoli, sarà anche un maestro, insegnerà. E non sarà mai un insegnamento scollegato dall’esperienza che quei discepoli stanno vivendo. Lo Spirito Santo non agisce magicamente: ci ricorda la Parola e ce la fa comprendere nel quotidiano della nostra esperienza, svela le connessioni, il senso e indirizza l’agire.
Può capitare che ci ricordi un certo passo della Scrittura, ma può farlo solo se abbiamo letto in anticipo queste Scritture. Svolge un ruolo chiarificatore, perché non rivelerà nulla che non abbia già “preso dimora” in noi.
Prima dell’era della fotografia digitale, un amico sviluppava le sue foto da solo. Il momento preferito era quando immergeva la carta fotografica nel bagno di sviluppo e l’immagine appariva a poco a poco. L’azione dello Spirito Santo somiglia un po’ a quel bagno rivelatore, rivela ciò che è in noi, ma che senza di lui è illeggibile, nascosto. Ci fa solo scoprire ciò che già esiste dentro di noi.
Ci ricorda ciò che viene da Dio, non è una forza magica e sarebbe un errore esentarci dalla lettura delle scritture o dallo studio. Lo Spirito Santo viene semplicemente a portare ordine e chiarezza nelle nostre menti, facendoci ricordare ciò che viene da Dio. Il filosofo Paul Ricœur diceva che imparare è riconoscere.
I nostri sensi sono incapaci di percepire Dio, spesso ci rendiamo conto dell’azione dello Spirito Santo a posteriori, quando la memoria ha fatto il suo lavoro. Non ha nulla a che fare con la spontaneità, al contrario usa la memoria dell’uomo e funziona nel tempo. Opera un lavoro di maturazione. La Scrittura stampata sui libri, letta o commentata sul web non è Parola di Dio. Perché lo diventi per noi, deve essere ascoltata alla luce dello Spirito Santo.
Perché nella Scrittura ci sia la Parola di Dio, ci vogliono sia la Scrittura che l’azione dello Spirito Santo. Per questo è difficile parlarne: sparisce quando se ne tenta una definizione, si cancella quando io come persona non ascolto e non osservo quella parola con amore.

Il Paraclito spira e ci ispira nella relazione con la Parola.

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Apprendisti

Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri

15 maggio 2022 – V Domenica di Pasqua
Giovanni 13, 31-35

Iniziano così cinque capitoli in cui Gesù cerca di preparare i discepoli alla sua morte e sono cinque capitoli dove Gesù parla d’amore. Incoraggia i discepoli all’amore fraterno. Dà il comandamento nuovo, mostra il suo amore per coloro che chiama amici e non servi (Gv 15, 15), lava loro i piedi, dicendo a Pietro: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13,8) e infine “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.” (Gv 13,1).
Mi chiedo: ma si può amare parzialmente? Per un breve tragitto? Esistono forse lauree in amore?
L’amore ha una storia e la predicazione del Nazareno è il punto di volta: cambiano tutte le misure, i punti di riferimento, i criteri d’azione. La storia parte da lontano; nell’Antico Testamento c’è la legge del taglione, la legge della ritorsione: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, ustione per ustione, ferita per ferita, livido per livido (Es 21,24).
Si dirà che questa legge non è un comandamento d’amore, ma il principio della vendetta.
Fa parte di un insieme di leggi sociali che mirano a mantenere l’ordine nella società in un contesto, che non poteva prevedere il perdono sistematico e l’assenza di procedimenti legali contro reati e colpevoli, altrimenti la società sarebbe diventata rapidamente invivibile. È vero che in quel contesto, per proteggere i deboli, la giustizia era organizzata come un sistema giuridico di vendetta.
Se la paragoniamo, però, alla vendetta naturale, la legge del taglione presenta un tipo di vendetta diverso: “misurata”. La vendetta naturale è formulata da Lamech in Genesi 4,23-24. Lamech, discendente di Caino, dichiara: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette”.
Lamech vince il male subito con la vendetta naturale: per una ferita, uccide.
È spesso così quando ci si vendica: la vendetta non si ferma, cresce sempre, diventa faida.
La legge del taglione, quindi, in un contesto simile, appare perfino come un progresso, perché pone un limite: non ci si può vendicare al di là del male subito; limita l’aberrazione della barbarie sanguinaria e reattiva oltre ogni confine, stabilisce una prima esigua e parziale giustizia.
Non è una legge d’amore, d’altronde l’amore va oltre la giustizia, al punto, a volte, da apparire “esagerato”, non più giusto. Per questa ragione è un comandamento, cui ubbidire: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”. (Dt 6,5) e “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.” (Lv 19,18).
Gesù riprende questo testo dell’Antico Testamento in Mt 22,37-40, ribadendo la forza di questi due comandamenti riuniti in un solo principio.
D’altronde, non si può costringere ad amare, è impossibile amare per costrizione, diventerebbe qualcosa di falso. Sarebbe molto meglio amare in tutta sincerità, ma sappiamo anche che si può amare male e che se alcune persone amano male, spesso è perché sono state male amate e allora diventa davvero difficile dare un amore che non si è ancora conosciuto.
Fino a che punto si può voler bene a chi immaginiamo non ce ne voglia? Come si fa a perdonare la mancanza d’amore? Come si fa a perdonare un tradimento? Come si fa a perdonare settanta volte sette, come dice Gesù, rovesciando completamente i criteri di Lamech (Mt 18,22)?
Eppure quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda di tradirlo (Gv 13,1), cosa fa Gesù? Si alza da tavola e lava i piedi ai suoi discepoli (Giuda compreso).
L’amore è e rimane un mistero…
Nel suo testamento, Gesù dice: «Come io vi ho amato, amatevi gli uni gli altri». Pronuncia una parola che può essere intesa in due modi: “Prendetemi a modello nel vostro modo di amare gli altri”, ma anche “Come per primo vi ho amati, a vostra volta amate gli altri”. Questi due sensi non possono essere separati. Come posso intraprendere il cammino seguito da Gesù, se non ho l’intensa certezza di essere anch’io veramente riconosciuto e amato da Lui?
D’altra parte, ed è questa la mia convinzione, in amore siamo un po’ come degli apprendisti: nel cercare il bello e il buono negli altri, non solo impariamo anche a conoscere e ad amare meglio noi stessi, ma riusciamo ad accogliere gli aspetti, nostri e altrui, meno “amabili”: è come imparare a voler bene a chi non si lascia amare facilmente. Ci si comporta un po’ come quegli innamorati che cercano i tratti dell’amata o dell’amato in tutto ciò che vedono…

È pacificante pensare che Qualcuno ami questa mia faccia, lavi questi miei piedi assai prosaici, è liberante lasciar svanire il desiderio di vendetta, di rivincita, di prevaricazione. E vincere finalmente la guerra deponendo le armi.

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