Apprendisti

Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri

15 maggio 2022 – V Domenica di Pasqua
Giovanni 13, 31-35

Iniziano così cinque capitoli in cui Gesù cerca di preparare i discepoli alla sua morte e sono cinque capitoli dove Gesù parla d’amore. Incoraggia i discepoli all’amore fraterno. Dà il comandamento nuovo, mostra il suo amore per coloro che chiama amici e non servi (Gv 15, 15), lava loro i piedi, dicendo a Pietro: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13,8) e infine “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.” (Gv 13,1).
Mi chiedo: ma si può amare parzialmente? Per un breve tragitto? Esistono forse lauree in amore?
L’amore ha una storia e la predicazione del Nazareno è il punto di volta: cambiano tutte le misure, i punti di riferimento, i criteri d’azione. La storia parte da lontano; nell’Antico Testamento c’è la legge del taglione, la legge della ritorsione: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, ustione per ustione, ferita per ferita, livido per livido (Es 21,24).
Si dirà che questa legge non è un comandamento d’amore, ma il principio della vendetta.
Fa parte di un insieme di leggi sociali che mirano a mantenere l’ordine nella società in un contesto, che non poteva prevedere il perdono sistematico e l’assenza di procedimenti legali contro reati e colpevoli, altrimenti la società sarebbe diventata rapidamente invivibile. È vero che in quel contesto, per proteggere i deboli, la giustizia era organizzata come un sistema giuridico di vendetta.
Se la paragoniamo, però, alla vendetta naturale, la legge del taglione presenta un tipo di vendetta diverso: “misurata”. La vendetta naturale è formulata da Lamech in Genesi 4,23-24. Lamech, discendente di Caino, dichiara: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette”.
Lamech vince il male subito con la vendetta naturale: per una ferita, uccide.
È spesso così quando ci si vendica: la vendetta non si ferma, cresce sempre, diventa faida.
La legge del taglione, quindi, in un contesto simile, appare perfino come un progresso, perché pone un limite: non ci si può vendicare al di là del male subito; limita l’aberrazione della barbarie sanguinaria e reattiva oltre ogni confine, stabilisce una prima esigua e parziale giustizia.
Non è una legge d’amore, d’altronde l’amore va oltre la giustizia, al punto, a volte, da apparire “esagerato”, non più giusto. Per questa ragione è un comandamento, cui ubbidire: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”. (Dt 6,5) e “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.” (Lv 19,18).
Gesù riprende questo testo dell’Antico Testamento in Mt 22,37-40, ribadendo la forza di questi due comandamenti riuniti in un solo principio.
D’altronde, non si può costringere ad amare, è impossibile amare per costrizione, diventerebbe qualcosa di falso. Sarebbe molto meglio amare in tutta sincerità, ma sappiamo anche che si può amare male e che se alcune persone amano male, spesso è perché sono state male amate e allora diventa davvero difficile dare un amore che non si è ancora conosciuto.
Fino a che punto si può voler bene a chi immaginiamo non ce ne voglia? Come si fa a perdonare la mancanza d’amore? Come si fa a perdonare un tradimento? Come si fa a perdonare settanta volte sette, come dice Gesù, rovesciando completamente i criteri di Lamech (Mt 18,22)?
Eppure quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda di tradirlo (Gv 13,1), cosa fa Gesù? Si alza da tavola e lava i piedi ai suoi discepoli (Giuda compreso).
L’amore è e rimane un mistero…
Nel suo testamento, Gesù dice: «Come io vi ho amato, amatevi gli uni gli altri». Pronuncia una parola che può essere intesa in due modi: “Prendetemi a modello nel vostro modo di amare gli altri”, ma anche “Come per primo vi ho amati, a vostra volta amate gli altri”. Questi due sensi non possono essere separati. Come posso intraprendere il cammino seguito da Gesù, se non ho l’intensa certezza di essere anch’io veramente riconosciuto e amato da Lui?
D’altra parte, ed è questa la mia convinzione, in amore siamo un po’ come degli apprendisti: nel cercare il bello e il buono negli altri, non solo impariamo anche a conoscere e ad amare meglio noi stessi, ma riusciamo ad accogliere gli aspetti, nostri e altrui, meno “amabili”: è come imparare a voler bene a chi non si lascia amare facilmente. Ci si comporta un po’ come quegli innamorati che cercano i tratti dell’amata o dell’amato in tutto ciò che vedono…

È pacificante pensare che Qualcuno ami questa mia faccia, lavi questi miei piedi assai prosaici, è liberante lasciar svanire il desiderio di vendetta, di rivincita, di prevaricazione. E vincere finalmente la guerra deponendo le armi.

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Riconoscere la voce

Io le conosco ed esse mi seguono

8 maggio 2022 – Quarta Domenica di Pasqua
Gv 10,27-30

Cosa mi fa ascoltare una voce più di un’altra?
Forse non sono il solo a pormi questa domanda. In ogni caso sembra che tutti, metaforicamente, “ascoltino una voce” prima di agire. La chiamiamo decisione, impulso, intenzione; scienza e filosofia provano ad indagare su come prenda corpo e da dove venga, fino a che punto influiscano l’ambiente e le circostanze e quanto contino le predisposizioni interiori.
Non è detto che sia sempre una “voce” benevola. Per esempio, quando giovani disperati accettano l’appello a trasformarsi in bombe umane, cosa ascoltano? Che voce è?
E quindi, dalla prospettiva religiosa potremmo chiederci: come si riconosce la “vera” voce del Cristo, dal momento che anche le voci peggiori possono fare lugubremente il verso a Dio?
Non credo ci sia da cercare troppo lontano. Il Vangelo di oggi parla di una voce che risveglia, riunisce e pacifica ciò che siamo profondamente. Forse questa voce risuona più spesso dentro che fuori di noi, dev’essere radicata nel mio essere, ma se non so come ascoltarla, sarò sballottato da tutte le mode e da tutte le voci.
Proviamo a pensare cosa succede quando una madre sente la voce di suo figlio: di norma l’ascolta subito, per lei è facile riconoscerla ed è spesso immediata la comprensione del senso, anche se non sa subito come rispondere e cosa fare. Dev’essere questo il tipo di ascolto che dovremmo imparare; nelle maree delle nostre vite, invece, riuscire ad ascoltare in questo modo risulta più complicato.
Cosa spinge un maestro, un medico, un missionario a trovarsi responsabile di una scuola, di un dispensario, di una casa per orfani, e, perché no, anche di una chiesa? Cosa spinge i volontari a partire per soccorrere persone stremate da carestie, malattie, malnutrizione e guerre?
Probabilmente ciò che vedono e ascoltano si unisce ad una fiamma che li abita, nella quale sentono riposto il senso delle loro stesse vite.
Si potrebbe dire qualcosa di simile anche a proposito di un uomo o di una donna che non hanno mai viaggiato, non hanno partecipato ad alcuna missione umanitaria, ma qualcosa dentro di loro li ha spinti ad ascoltarsi reciprocamente, ad amarsi, a crescere dei figli e a trovare in tutto questo il senso del loro essere. E si potrebbe dire qualcosa di simile a proposito di molte altre vite che si evolvono in nome dell’amore per il prossimo.
Vite di questo tipo hanno un elemento in comune: ad un certo momento le componenti più conflittuali si smussano e le lotte personali, ovviamente sempre presenti, assumono una qualità “pacificante”; è come se dicessimo dentro di noi: “non potrei fare diversamente”. Dovremmo diffidare di ogni voce che non suoni alla nostra coscienza pacificante e liberante, ancorché non scevra di difficoltà.
Questo comporta però anche la capacità di saper valutare la dimensione temporale e il saper attendere; la voce del Buon Pastore non mi è mai sembrata una voce perentoria alla quale si debba rispondere istintivamente, d’impulso o, peggio, in tutta fretta. Non si tratta di una costrizione e non è … una chiamata alle armi; è piuttosto un discorso tenue, continuo, un appello che ritorna nel tempo. L’ascolto e la comprensione di questa voce richiedono uno spazio interiore più o meno ampio; spesso si configura anche una qualche forma di lotta interiore da risolvere con agire appropriato. In parte ci si deve “arrendere”, nonostante una nostra certa resistenza. Bisogna in ogni caso gettare le reti, come gli apostoli la scorsa domenica. Gettiamo le reti, anche se conserviamo una dose di scetticismo, anzi forse anche per questo. C’è da mettersi in moto, c’è da dare una risposta; dopo, magari con stupore, potremmo accorgerci, che tutto il nostro fare non è stato così concretamente determinante, proprio perché tutto era già pronto. Talvolta preferiamo semplificare o svalutare le situazioni dicendo “era destino”. Penso che il destino non c’entri per nulla, perché l’agire in nome dell’amore per il prossimo non è caratterizzato da determinismo, da cause ed effetti certi, per il semplice fatto che non sono le nostre azioni ad essere determinanti, piuttosto l’intenzione amorevole che le anima.
Giovanni, quando scrisse queste righe, diversi anni dopo la morte di Gesù, dopo aver vissuto una vita intera, nuova, conformata all’incontro col Cristo, forse intendeva dire che non è necessario cercare tanto in là per riconoscere quella voce che ci fa agire per amore e vivere pacificati; non è fuori di noi, è dentro di noi, ne siamo parte.

Nella misura in cui sappiamo ascoltare la voce interiore che ci è propria perché le apparteniamo, possiamo distinguere i buoni dai cattivi pastori del nostro mondo.

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La chiamata

Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva,
ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.

1° maggio 2022 – Terza Domenica di Pasqua
Giovanni 21,1-19

La pesca miracolosa è un evento posteriore alla risurrezione. La memoria torna all’altra pesca miracolosa narrata in Lc 5: ne emerge una continuità tra la manifestazione del Gesù terreno e quella del Gesù Risorto.
I due racconti hanno in comune lo sfondo di una pesca notturna infruttuosa da parte di Pietro e dei suoi compagni; in entrambe le situazioni Gesù chiede di gettare ancora le reti e ne consegue uno straordinario successo, mentre è messo in risalto il ruolo di Simon-Pietro.
I discepoli quindi, ora, sono gli stessi di prima, alle prese con i soliti problemi di sopravvivenza, impegnati nelle stesse attività. Ancora una volta Pietro è docile davanti alla richiesta di qualcuno che in quel momento non ha riconosciuto; quella persona gli dice di buttare di nuovo le reti e lui lo fa. Non vuole offendere un passante o questa vita quotidiana lo rende troppo stanco per avere una reazione personale?
I discepoli appaiono demoralizzati, confusi, sembra di vedere la situazione preannunciata al capitolo 16: «Ecco, viene l’ora, ed è questa, dove sarete dispersi ciascuno dalla sua parte, e dove mi lascerai solo…”.
Certo, gli apostoli non sono più rinchiusi, sono usciti dalla paralisi della paura, ma sono tornati ad agire come prima. D’altronde, come biasimarli?
Qui, l’identità dell’uomo in riva al lago è nota solo ai lettori. Come è possibile che i discepoli che hanno visto Gesù risorto più volte, ora non lo riconoscono?
Temo accada spesso anche a noi…
Qui, né la presenza di Gesù, né le sue parole permettono di identificarlo, però proprio presenza e parole sono i segni che fanno aprire gli occhi al discepolo che Gesù amava: “È il Signore!”
Pietro, come al solito, si distingue dagli altri: fa, senza neanche riflettere, poi si accorge e si lancia verso il Cristo… si tuffa nell’acqua per arrivare prima.
Non è il leader che ha bisogno di creare commissione dopo commissione per la minima decisione da prendere. Lui va. Gli dicono “getta la tua rete”, lui lancia la sua rete… e ha ragione, la cosa funziona! Tira a riva una rete piena di 153 pesci. Secondo San Girolamo, il 153 potrebbe significare la pienezza, la totalità, visto che tante erano le specie di pesci che gli antichi conoscevano. A prescindere dalla numerologia, il quantitativo è molto più alto di quello che serve ad una famiglia per vivere e le reti non subiranno alcuno strappo…
Arriverà il momento del pasto. Quando la pesca è finita. Ma, guarda caso, non occorre cucinare il pesce pescato, perché Gesù ha già preparato un pasto per i discepoli. Tutto è pronto. Pronto, ancor prima che il frutto della pesca sia portato a riva.
Ne ricavo che non esiste un modello unico di fede, la qual cosa è rassicurante per ciascuno di noi. Questi uomini che hanno seguito Gesù per tre anni, che hanno fatto grandi cose con lui, che hanno visto e sentito grandi cose, che hanno cambiato la vita di milioni e milioni di persone nel tempo e nello spazio, questi uomini, dopo il grande sconvolgimento dell’incontro col Nazareno sono stati nuovamente tentati di gestire la loro vita quotidiana, facendo le stesse cose alla maniera di prima.
Credo che questa storia alleggerisca quel senso di insufficienza rispetto a ideali troppo trionfalisti.
Il dubbio e anche il desiderio di fare un passo indietro rispetto ad una pratica religiosa, può essere legittimo, a volte perfino necessario in vista di una ripartenza, di un rapporto più sano con il Sacro.
Il “pasto pronto” viene offerto proprio nel momenti in cui siamo più confusi, quando Dio sembra il grande assente, quando la Sua Parola non tocca più la nostra vita, quando non lo riconosciamo nemmeno nell’azione dei nostri compagni di viaggio.
Quello che ci frena veramente è che non siamo disposti a rispondere alla chiamata, alla chiamata urgente a fare quello che in questo preciso momento in cui viviamo va fatto. Si tratta di qualcosa che, in fondo, non ha nulla di eccezionale. L’eccezionalità risiede in Colui che chiama e che detiene realmente il potere di guidarci.

Dovremmo essere portatori di speranza per coloro che sono minacciati, portatori di sorriso per coloro che vivono nel terrore, costruttori di pace tra chi sa solo distruggere e distruggersi nell’illusione di essere potente e immortale.
Dovremmo sapere che quando ogni tentativo che porta verso la pace e la giustizia sembra infruttuoso, ogni piccolo obiettivo ragionevole impossibile da raggiungere, c’è ancora una volta da gettare le reti per disporsi ad accogliere l’inaspettato.
Ora, adesso, c’è solo da rispondere alla chiamata di pace.

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Il dubbio

Si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!»

24 aprile 2022 – Seconda Domenica di Pasqua
Giovanni 20,19-31

Tutti i Vangeli menzionano il dubbio che coglie i discepoli al tempo della risurrezione.
Matteo dice: “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano”. (Mt 28,16-17).
Marco scrive: “Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere”. (Mc 16,11), e poco più in là: “Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato”. (Mc 16,14).
Luca racconta: “Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?” (Lc 24,36-38).
E ancora: “E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse.” (Lc 24,9-11).
Sono citazioni tratte dagli ultimi capitoli di ciascuno dei primi tre Vangeli.

Allora se il dubbio assalisse anche me, sarei in “buona” compagnia…
Mi dico che forse vale la pena guardare un po’ oltre, perché le cose non sono così semplici.
Di cosa parliamo, quando parliamo del dubbio a proposito della risurrezione?
Non si tratta certo del dubbio di tipo scientifico, utile per affrontare la perplessità generata da nuove osservazioni o dall’apparizione di fenomeni che il consenso teorico ammesso fino a quel momento non riesce a spiegare; la scienza non potrebbe avanzare altrimenti.
Neppure dev’essere il dubbio di fronte all’inconcepibile, all’irrappresentabile di chi diffida realisticamente di ogni apparente forma d’irrazionalità per non cedere al pensiero magico.
Potrebbe invece trattarsi di un dubbio esistenziale: di fronte all’angoscia della morte e alle fantasie sul “dopo”, ci si potrebbe domandare: “Quello in cui credo è un’illusione? M’inganno, se ripongo la mia fede nell’Iddio onnipotente di Gesù Cristo?”
Forse questa domanda ci avvicina di più alla situazione dei primi discepoli.
Molti teologi oggi sostengono la necessità del dubbio, perché ci proteggerebbe dal fanatismo religioso. Io non sono sicuro che sia vero. Penso sia meglio tornare al testo.
Nel testo Tommaso pone condizioni per credere che Gesù sia risorto: vedere nelle Sue mani il segno dei chiodi, mettervi il dito, mettere la mano nel costato.
Tommaso dice: “Se non lo vedo”. Vuole vedere le ferite, toccarle con le sue mani.
Perché?
Semplice: perché Tommaso non ha assistito a quella morte: non era alla croce.
Quello che dice, lo dice sulla base di ciò che gli hanno raccontato i testimoni, quelli che c’erano:
“Lo hanno crocifisso assieme ad altri due, uno di qua, l’altro di là, e Gesù nel mezzo […] I soldati sono venuti a spezzare le gambe al primo, e poi anche all’altro che era crocifisso con lui; giunti a Gesù, l’hanno visto già morto, e non gli hanno spezzato le gambe, ma uno dei soldati gli ha forato il costato con una lancia”. Poco più in là Giovanni dice, presumibilmente a proposito di se stesso: “Colui che lo ha visto, ne ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera; ed egli sa che dice il vero, affinché anche voi crediate”. (Cfr Gv 19).

Fin dall’inizio del cristianesimo, non solo la risurrezione, ma anche la morte di Gesù ha posto un problema. Molti non potevano concepire che il Messia, il Salvatore del mondo, il Figlio di Dio, morisse su una croce come uno schiavo. Proprio questo fatto – d’altra parte – autentica la testimonianza di Giovanni. Un Dio crocifisso? Certo! Solo dopo i discepoli capiranno il perché, è il senso della Scrittura, della profezia, era già stato detto, erano stati avvisati, Gesù stesso l’aveva annunciato durante la Sua predicazione.
Ma Tommaso deve “verificare” ciò che è successo, perchè non era presente né alla crocifissione, né alla prima apparizione del Cristo risorto. In effetti, dall’arresto in poi, di lui non c’è notizia, come anche degli altri apostoli, ad eccezione di Pietro e “un altro”, che seguono Gesù, il primo fino al pretorio e il secondo fino alla croce.
Quindi, per Tommaso vedere Gesù risorto non è solo assistere ad un incredibile miracolo, provare una gioia immensa, ma anche rivedere di nuovo colui che ha abbandonato, che è stato tradito e giustiziato, perduto per sempre. L’incontro col Risorto è una rivelazione abbagliante. Ricordiamoci che Tommaso è quello stesso che aveva detto, quando Gesù era andato a trovare Lazzaro morto, e tutti pensavano che avrebbe rischiato l’arresto: “Andiamo, anche noi, così a morire con lui!”. (Cfr Gv 11,1-46).
Pensa che distanza tra il dire e il fare, tra la fantasia e la realtà, e che pretesa…
Così, quando ora gli altri discepoli gli dicono “Abbiamo visto il Signore” lui non ci può credere, perchè … era assente … e per lui la storia è finita. Gesù non c’è.
Solo così posso capire la sua reazione quando Gesù torna per lui, per farsi vedere da lui: Tommaso non dice: “Adesso ci credo”, ma direttamente “Mio Signore e mio Dio!” Diventa all’improvviso consapevole. Non solo quello che vede è realmente Gesù, non solo è tornato nuovamente per farsi vedere dal discepolo dubbioso, non solo conosce tutto ciò che Tommaso pensa e sente, ma, dulcis in fundo, non gli serba alcun rancore, anzi l’ha sicuramente già perdonato di non esserci stato fino alla fine.
Tommaso non era alla croce, non ha visto il supplizio, eppure si scopre pacificato, riceve la pace.
Per comprendere più a fondo questo stato di cose, è meglio non dimenticare l’altro discepolo, quello che non ha visto la risurrezione e che prima degli altri aveva cominciato a vivere il dramma: è Giuda. Quando si rende conto di quello che ha realmente ottenuto consegnando Gesù, Giuda cerca il perdono perché è preso dai rimorsi. Va a trovare i sommi sacerdoti, riporta i trenta denari dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!». (cfr Mt, 27,3-5).
Giuda non ha incontrato il Cristo Risorto, almeno stando ai vangeli, e quindi non ha potuto ricevere la pace e il perdono, e la rapidità della sua decisione, l’immediatezza del non saper sopportare il rimorso, non ha lasciato spazio a un barlume di speranza; per lui, dalla sua prospettiva all’interno del racconto, Gesù non è mai risorto. Già… non è mai risorto… Giuda non è uscito dalla sua prospettiva. Ci è rimasto dentro. Dentro come ci rimane chi la pace non la cerca… e non la vuole ricevere.

L’apparizione di Gesù ai suoi discepoli è il segno della pace concessa, regalata, offerta, donata da Dio anche a coloro che hanno abbandonato e condannato il Figlio alla morte.
Questo è il significato della risurrezione per i cristiani.

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Andiamo a vedere

Non sappiamo dove l’hanno posto!

17 aprile 2022 – Domenica di Pasqua
Giovanni 20,1-9

Maria va alla tomba e vede la pietra ribaltata, corre a chiamare Pietro e l’altro discepolo, quello amato da Gesù, i due corrono, il secondo arriva per primo e vede le fasce; sopraggiunge Pietro, entra nel sepolcro e nota fasce e sudario ripiegato. A questo punto anche l’altro discepolo entra nel sepolcro, vede e crede.
Per fortuna che ce n’è sempre uno pronto a comprendere la scrittura e a credere per primo…
Avviciniamoci alla realtà di questa mattina non come ad una serie di atti incoerenti, ma come ad una liturgia piena di conseguenze.
Come spesso accade durante l’atto liturgico, le stesse persone che lo eseguono non capiscono immediatamente cosa stia succedendo, ma agiscono e partecipano. Solo dopo capiscono l’immensità di ciò che hanno vissuto insieme ad altri.
Perchè Maria di Magdala va alla tomba? Non viene spiegato, ma il motivo è comprensibilissimo, è lo stesso per il quale ci rechiamo tutti sulla tomba dei nostri cari. Ma qui succede qualcosa di inimmaginabile: la pietra è ribaltata, il sepolcro scoperchiato, il corpo del morto non c’è.
Maria a quel punto corre da Pietro nella convinzione che qualcuno abbia portato via il corpo del Maestro, e lei (lei ed altri, perchè il verbo è declinato alla prima plurale) “Non sanno dove l’hanno messo” …
Una situazione ai confini della realtà; i due apostoli reagiscono d’impulso, corrono per andare a vedere, verificare, capire. Uno corre più veloce.
Forse perché si sentiva più amato corre più veloce e arriva per primo? In che relazione stanno le due affermazioni al versetto 2 e al versetto 4?
Entrambi i discepoli, comunque, entrano nel sepolcro, anche se quello arrivato per primo entra dopo; compiono un gesto, attraversano una soglia.
Che soglia è quella?
Una soglia tra la morte e la vita? Giovanni “vede” e “crede”. Tanto basta perchè i due da quel momento in poi annunceranno il Cristo morto e risorto, annunceranno l’evento che sigilla la loro fede

Entrare e uscire dal luogo della morte è un sacramento; quello che stiamo celebrando questa mattina.
Ciascuno lo vive a modo suo: il discepolo amato vede e crede; Pietro fa fatica, in seguito, sarà interrogato a lungo dal Cristo: “Pietro, mi ami?” (Gv 21, 15-17).
Al di là della nostra capacità d’amore, della quale è possibile a volte ragionevolmente dubitare, la cosa essenziale è aver compiuto il gesto, entrare e uscire dalla condizione della morte, passare dalla morte alla vita tramite Colui che era morto e che ora è il Vivente.
Alcune persone si rammaricano che il Vangelo non includa una descrizione di Gesù uscente dal sepolcro, ma in realtà qui ci sono ben due uomini che escono dalla tomba. Qui, infatti,non si parla solo della risurrezione di Cristo, si parla anche della nostra …
Credere nella resurrezione. Credere nel Cristo risorto. Va bene, è già molto; ma credere in me risorto con Lui, questo è veramente difficile, questo è il vero problema …
Eppure, il Vangelo proclama la resurrezione per ciascuno di noi: questa è la nostra fede.
Sono pronto? Lo considero credibile? Accettabile? Perseguibile? Soprattutto, lo desidero?
Il discepolo amato non è nominato (sarà poi veramente Giovanni o un altro?), forse questo consente a me o a te di mettere il mio o il tuo nome su quel discepolo …
Se fossi tu, se fossi io, lo “sconosciuto” che con Pietro entra e lascia il sepolcro? Se fossi proprio tu l’amato o l’amata?
Si dirà ancora che Gesù non c’è. Dove l’hanno messo? Dove lo abbiamo messo? Non lo sappiamo?

Forse no. Ma qualunque cosa abbia fatto, facciamola con Lui. Qualsiasi cosa facciamo, facciamola con Lui. È il solo modo per vedere e credere, perché nella nostra carne termina ciò che il Cristo ha inaugurato nella sua.
Se si incarna, siamo come lui e con lui nella carne; se muore, moriamo con lui in tutto il tumulto dell’esistenza; quando risorge, risorgiamo con lui. Se non sappiamo dove l’hanno messo, cerchiamolo di corsa.

Tornando a Maria: il Vangelo non ci dice perché sia lì. È lì, semplicemente lì. Qualcosa, o meglio, qualcuno, nella sua carne le dice di andare lì. Ma cosa c’è ancora da fare accanto a una tomba chiusa da una pesante pietra? Maria evidentemente vive una grande liturgia, nel registro della pienezza, quella stessa pienezza che aveva intravisto e poi visto seguendo Gesù. Non tutto è esplicito per lei, ma chiamando i due discepoli, si iscrive d’istinto nel movimento inaugurato sulla croce; è lei la prima ad andare a vedere e a chiamare perché si vada a vedere. Maria chiama Pietro e Giovanni e li spinge nel nuovo mondo che inizia quel mattino, nel primo giorno della settimana, “mentre era ancora buio”, come dice letteralmente il primo versetto. C’è un assaggio dell’inizio qui, ci troviamo nel momento in cui “l’oscurità è sulle acque” (Genesi 1, 2), siamo all’alba della vita. Vogliamo veramente vivere questa vita risorta? Vogliamo andare a vedere dov’è?

Perché la pace sconfigga la guerra,
perché la vita vinca tutti i desideri di morte,
perché sia Pasqua per tutti,
andiamo a vedere.

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Ripensare

Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano
e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galile
a

10 aprile 2022, Domenica delle Palme – Luca 23,1-49

Un giorno, un amico, al quale avevo chiesto se Luca non fosse il suo evangelista preferito, mi rispose con tono secco: “Mai! Luca è troppo dolce! Elimina le scene troppo dure”.
Il racconto della passione di oggi porterebbe acqua al suo mulino: Luca minimizza la violenza; Gesù non porta la corona di spine, non viene fustigato, non dice esplicitamente che i suoi discepoli lo hanno abbandonato. E in più, le scene troppo dure sono mitigate da eventi meravigliosi o salutari: il rinnegamento di Pietro è accompagnato dalla menzione che manterrà la fede e poi rafforzerà i suoi fratelli, l’orecchio mozzato del servo del sommo sacerdote viene subito riparato, uno dei due briganti crocifissi si rivolge a lui e si ritroverà in paradiso, la folla che assiste alla scena della crocifissione, che abbraccia con uno sguardo quella terribile visione, se ne ritorna battendosi il petto.
Abbiamo qui un vangelo edulcorato? E se fosse invece una prospettiva aperta sull’accettazione delle nostre lotte quotidiane, un invito a vedere oltre?
Forse la chiave per comprendere la nostra storia è questa parola di Luca nella scena del Getsemani: “In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra.” (Lc 22,44). Purtroppo, nel testo liturgico la parola “agonia” viene tradotta con “angoscia”.
“Agonia” è una parola di origine greca che significa prima di tutto “lotta” e “combattimento”, e il verbo agonizzare significa prima di tutto combattere, lottare. All’origine della vita, nel mondo, c’è lotta, non angoscia. Lo stesso evento del parto ne è testimonianza.
Quando leggiamo la vita di Gesù, troviamo questa lotta ovunque in tutte le sue forme, dalle lotte interiori riportate nel racconto delle tentazioni, alla dura testimonianza della sua prova, comprese le sue opere di guarigione e i suoi inviti a cambiare stile di vita.

Vivere significa anche lottare costantemente per ri-nascere a noi stessi e aiutare gli altri a ri-nascere a loro stessi. Sembra che non siamo noi a scegliere il tipo di combattimento: ci ritroviamo nel mezzo della lotta più o meno consapevolmente. Un uomo o una donna alle prese con il cancro hanno scelto quella lotta? Una coppia con un figlio malato ha scelto quella lotta? Chi si prende cura di un genitore anziano e malato ha veramente scelto di avere un genitore in quelle condizioni? Potremmo cambiare qualcosa lamentando geni ancestrali difettosi, o genitori che sarebbero responsabili delle tossicodipendenze o del disagio psichico nei loro figli?
A prescindere dalle cause materiali che determinano i loro effetti, rimangono i fatti. Ineludibili.
Soltanto un atteggiamento può risultare utile: la lucidità di riconoscere che chi viene al mondo, ci viene anche per lottare. Nell’ottica evangelica la proposta è di accettare la vita, le sue lotte e trovarvi la forza per ri-nascere a noi stessi e agli altri.
È l’insegnamento che traggo dalla scena del Getsemani. Gesù vede e sente chiaramente il terribile combattimento che si avvicina per Lui fino alle estreme conseguenze. Ma la decisione di “accettare” e incarnare la vita è già stata presa. A quella rimane fedele.
Anche se Luca dice che Gesù prega con tutte le sue forze e che il suo sudore diventa come coaguli di sangue, resta il fatto che quella lotta genera l’accettazione della vita per sé e per gli altri.
È un’accettazione contagiosa: uno dei briganti crocifissi accanto a Gesù rifiuterà improvvisamente di maledire la propria situazione, vedrà oltre e chiederà al Cristo l’apertura sulla vita pacificata: che è eterna. Le folle che lasciano il Golgota, battendosi il petto ora, vorranno combattere quella lotta per una vita nuova?
Accettare o rifiutare la lotta dentro le nostre vite, accettare la lotta: questo è il terribile dono che i cristiani riconoscono di aver avuto.
Fare confusione è pericoloso. La vita non è una battaglia contro l’altro, la vita è un combattimento dentro se stessi per la vita di tutti.

Chi riconosce di avere la vita in sé non sostiene la logica della guerra, ma la lotta dentro se stesso per la vita.

Ripensiamo a quanto è accaduto.

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Scritti nella polvere

3 aprile 2022 – V Domenica di Quaresima
Giovanni 8,1-11

Se Gesù è misericordioso verso una donna che ha infranto la Legge di Mosè, allora viola quella stessa Legge? Come può il Cristo disattendere una parte della Legge di Mosè? C’è una contraddizione in tutto questo?
Prima di rispondere al quesito dei Farisei, se fosse giusto lapidare l’adultera, Gesù guarda in basso e scrive nella polvere; forse un’eco di Geremia 17,13: “O speranza di Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi; quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore”.

Poi prende in contropiede i farisei, riferendosi ad un altro precetto della Legge: in caso di lapidazione, è il testimone del delitto contro la Torah che ha il diritto di lanciare la prima pietra (Dt 17,7).
Indipendentemente da ciò che Gesù abbia scritto sulla terra e dal perché abbia compiuto quel gesto, il versetto di Geremia offre l’opportunità di riflettere sulle diverse modalità di accostarsi alla Scrittura, in particolare nel contesto della sua dimensione giuridica. I farisei cercano di usare la Scrittura per intrappolare Gesù e condannare la donna, mentre Gesù si riferisce alla Scrittura come fonte di misericordia, che scioglie dalle catene dell’errore.
I primi usano la Scrittura partendo dall’idea che l’essere umano debba essere colto in fallo, e, di conseguenza lo intrappolano e lo condannano. Gesù rivela il senso più forte della Scrittura perchè il suo giudizio è libero e amorevole; è misericordioso, perché non è animato dalla sete di vendetta e non è un giustizialista.
Si noti che l’utilizzo della Scrittura al fine d’intrappolare l’essere umano è lo stesso messo in opera dal tentatore, quello che abbiamo visto tentare Gesù nel deserto poche settimane fa.
Qui si vuol far cadere Gesù proprio a causa del suo atteggiamento misericordioso che scoperchia la verità, non condanna e indica un percorso di libertà.
Quando si osserva questo, diventa più chiara la perversità del rapporto con la Scrittura da parte di chi pretende di asservire le norme religiose al principio del controllo.
Gesù si libera dalla trappola che gli è tesa, senza condannare alcuno, ma richiamando a quella verità che ciascuno in cuor suo conosce, anche scribi e farisei: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”, ovvero la scagli quell’integerrimo testimone e accusatore che, secondo la legge mosaica, ha il diritto di farlo. Non sorprenderebbe che nel caso di quella adultera, i testimoni fossero più d’uno, e che molti fossero implicati nello stesso tipo di condotta che volevano punire. Gesù è, oltre che misericordioso, perfino elegante e delicato nello sciogliere la questione.
Come potrebbe del resto il Cristo, che libera l’uomo da ogni schiavitù, sostenere un uso schiavistico della Legge? Chi esige un’applicazione rigorosa, anche rigida, della Legge, prima di tutto dovrebbe immaginare di applicarla a se stesso e quindi accedere ad una prospettiva meno ristretta; la coscienza di essere in errore comporta sia l’istanza morale del perdono nei confronti dell’altro, sia il desiderio di tenersi lontano dall’errore. Solo dopo si potrà dire di essere stati misericordiosi e di aver amato… e si potrà accendere la speranza di non aver vissuto invano, di non essere solo nomi scritti nella polvere.
L’allontanamento degli accusatori è il segno della loro presa di coscienza. Ciascuno si trova, come la donna che avevano portato davanti a Gesù, in una situazione di errore personale. Ciascuno si è riconosciuto trasgressore sotto il giudizio di Dio e non in grado di servirsene in base ai propri interessi. In termini evangelici nessun uomo si situa nella posizione di poter giudicare un altro uomo, perché ogni accusatore davanti al Cristo si trova nella stessa posizione dell’imputato. Certo, possono esserci diversi livelli di gravità, ma è proprio per questo che giustizia e misericordia progrediscono di pari passo. È una vera “fortuna” che scribi e farisei abbiano avuto la capacità di rispondere alla parola di Gesù allontanandosi, perché forse è l’unico modo per dissolvere la perversa illusione di potersi servire della Parola di Dio per asservire.
Avvicinarsi al mistero della misericordia che restituisce alle vittime delle pratiche di schiavitù la loro dignità e libertà, apre un cammino di pacificazione; se incarniamo una pratica di misericordia allora ognuno potrà raggiungere il posto che gli spetta, e noi attesteremo una comprensione della misericordia che non si oppone alla giustizia.
Veramente “non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono”.

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Figli fratelli

Bisognava far festa e rallegrarsi

27 marzo 2022 – IV Domenica di Quaresima
Luca 15,1-3; 11-32

Il Vangelo di questa domenica presenta una situazione che si ripete nel tempo. In una famiglia ci sono due figli dal carattere molto diverso, due prototipi: il figlio “posato” e il figlio “scavezzacollo”.
Il secondo pretende la parte del patrimonio paterno che “gli spetta” e parte. Non sappiamo altro riguardo al contesto familiare, se ci sia stata una lite tra i fratelli, una questione tra padre e figlio, un problema di vicinato o se il desiderio del figlio più giovane di lasciare la casa paterna esprima esigenze più profonde. Il giovane, per realizzare il suo progetto, pensa però di esercitare prima del tempo il diritto alla quota di eredità che “gli spetta”: una richiesta senza precedenti e senz’altro scioccante nel quadro giuridico di quel contesto storico. In qualche modo risulterebbe non bella anche oggi; il messaggio sotteso sarebbe: “Papà, dammi la parte di eredità che mi spetterebbe dopo la tua morte, perchè è ora che voglio godermela”. In altri termini il figlio ritiene che quella parte di eredità sia già sua, “gli spetti”. Un genitore normale, anche oggi, e per quanto liberale possa essere, ci rimarrebbe male per vari motivi: intuirebbe la volontà del figlio di anticipare il futuro con tutto quel che ne potrebbe conseguire di dannoso per lui a causa della mancanza d’esperienza; sentirebbe che il figlio, secondo tutte le apparenze, si prefigura, senza alcun disagio, la morte del padre; capirebbe che quel figlio non ha rispetto per la libertà del padre di decidere, in vita, su ciò che gli appartiene. Ce ne sarebbe abbastanza per mandare in crisi un genitore “normale”, mediamente rispettoso della tradizione.
Ai tempi di Gesù, una simile richiesta era proprio scandalosa, perché l’etica sociale, indissolubilmente legata alla religione, invitava al rispetto per gli anziani; un figlio simile avrebbe disonorato tutta la famiglia e l’intera questione sarebbe stata assai dolorosa, senza bisogno di tante spiegazioni per nessuno.
l padre della parabola invece agisce in maniera sorprendente: divide i suoi averi tra i figli e lascia andare il più giovane, in silenzio, dimostrando rara generosità: nonostante le preoccupazioni lascia il giovane libero di agire.
Nulla poi sembra accadere come il figlio probabilmente aveva immaginato: i suoi sogni di felicità giungono rapidamente al termine, la situazione finanziaria diventa così difficile che lui, erede di genitore benestante, diventa servo e si ritrova ad accudire i maiali di un padrone, magari pure pagano! Estraneo a quella cultura, il giovane perde anche una parte della sua identità. Non si vede più “erede”, ma “garzone”. Decide di tornare a casa, perché la carestia ha distrutto i suoi sogni, ha fame, e allora è meglio essere trattato come un garzone nella casa paterna… Sogna! Ancora, ma stavolta è un incubo, immagina il suo discorso: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni.” E così s’incammina, quando giunge in vista della casa il padre si precipita ad accoglierlo, lo bacia e lo abbraccia. Il giovane non fa neanche in tempo a spiegare il suo piano; non ha più bisogno di fare, mostrare, dimostrare, deve solo accettare di essere amato.

La storia potrebbe finire qui, ma non basta, sorge un’altra questione. Al fratello maggiore tutta questa storia non piace. Potremmo anche porci la questione del rapporto tra i due fratelli; indifferenza o rivalità? Questo ritorno, lungi dal portare gioia al figlio maggiore, sembra al contrario fargli rivivere un’amarezza da tempo sepolta, che ora riemerge. Rimprovera, perfino mente, inventando per suo fratello un’esistenza di dissolutezza intorno alla quale in effetti non può sapere nulla. Il figlio “posato”, silenzioso, non resiste ed esprime la sua rabbia fredda: “tuo figlio” dice, non “mio fratello”, quando si rivolge a suo padre: un’ammissione di alienazione, di assenza dalla vita familiare, e, infatti, è sulla soglia della porta di casa che pronuncia queste parole cariche di amarezza. Si capisce allora che la storia non è quella del figlio perduto, poi ritrovato, ma dei due figli perduti: quello che è andato lontano in cerca di libertà e felicità, e quello che è rimasto a casa, diventando estraneo alla propria famiglia.

Il figlio maggiore non è un uomo felice, deve aver costruito una storia di risentimento… e il risentimento è pernicioso, è una rabbia fredda che si insinua nel tempo, scaturisce dalla reazione ad un insieme di piccole cose, di piccoli fatti; è un dolore sordo, al quale si va incontro mentre gli altri non si accorgono; è il frutto amaro di un lavoro o di un servizio che nessuno sembra riconoscere, forse eseguito ricercando una perfezione che nessuno ha mai veramente richiesto e che nessuno nota. Esteriormente la persona sembra perfetta, compiuta in quello che fa, ma dentro soffre costantemente di una mancanza che nessuno dei suoi sforzi sembra colmare.
Se non si esce da questa situazione, il senso di mancanza si trasforma in un’insoddisfazione cronica che suggerisce costantemente altri responsabili dell’incapacità di colmarla; chiunque, conosciuto o sconosciuto, mio vicino e mio lontano, purché non sia io, ma sempre un altro, una persona o un gruppo, sempre un altro, specifico o collettivo. Il figlio “posato” si vede come vittima per eccellenza, e se c’è qualcuno che appare più vittima di lui… va eliminato.
È in questo secondo scenario che il figlio maggiore si trova nella parabola di Luca. Il suo risentimento ha scelto il fratello minore come colpevole; nella prospettiva del maggiore, il minore, vittima più debole, deve rimanere nel suo ruolo: perduto e assente per sempre.
Il padre rifiuta di entrare in questo gioco di confronto, rivalità e sceglie di rispondere con grazia e fiducia: “Figlio mio”, gli dice, “tu sei sempre con me e tutto quello che ho è tuo. Tuo fratello era morto ed è tornato in vita, si era smarrito ed è stato ritrovato”.

Non sappiamo se il figlio maggiore si sia poi gettato tra le braccia del fratello.
Spetta a ciascuno di quelli che hanno ascoltato questa parabola immaginare il finale di questa storia: era un pubblico eterogeneo di figli perduti, quello al quale Gesù si rivolgeva: esattori delle tasse, prostitute, figli minori persi nella ricerca del denaro, del successo e del divertimento facile, farisei e figli primogeniti, arroccati nel risentimento e nell’amarezza.
E noi? Quale posto tra questo pubblico eterogeneo? Santi risentiti che si armano per eliminare i più deboli? Gelosi di tutti i figli minori, volendosi sostituire al Padre, come ultima terribile scelta?
Oppure figli grati che gioiscono della vita piena di ogni fratello? O ancora tristemente bloccati a metà strada?

Sta a noi scrivere il resto.

Fatti del giorno

E vedremo se porterà frutto per l’avvenire

20 marzo 2022 – III Domenica di Quaresima
Luca 13,1-9

Leggo la Bibbia.
Inizio la mia giornata pregando per i deboli e i poveri, qualunque sia la loro debolezza e la loro povertà. Prego anche per quelli che possono e vogliono rendere un po’ meno povero il povero e un po’ più forte il debole.

Leggo anche i quotidiani. Oltre la carta, mi è impossibile eludere la radio, la televisione, i siti d’informazione.
È inconcepibile “non sapere”, è impensabile “ignorare”.
Ma cosa c’è da sapere? Cosa non si può ignorare?
Cosa è cambiato? Si parlava di “cambiamento” in accezione positiva fino a poco tempo fa.
E allora? Cosa è cambiato? Il nostro modo di essere informati? Il nostro modo di leggere la Bibbia? Preghiamo diversamente?
Se tieni presente il mondo dell’informazione e leggi la Bibbia sembra che ogni informazione sia stata già data secoli fa.
Devo forse andare all’ambone, distribuendo quotidiani per farlo presente a chi presente non è? 
Nel vangelo di domenica ci sono notizie che potrebbero apparire su un giornale in prima pagina: “P…ilato assassino!” Sotto: “Il procuratore romano massacra innocenti sulla strada di Gerusalemme.” Sotto – piccolo – segue a pag. 2. Vado a pag. 2: “…Un gruppo di Galilei è stato trucidato durante una processione pacifica”. Qualche pagina più in là, in cronaca (nera), c’è la notizia del crollo di una torre a Siloe: “Diciotto le vittime”. 
La posizione di chi scrive però sorprende, anzi scandalizza.
Parla delle vittime senza puntare il dito sui colpevoli, e per giunta pone una domanda scioccante: “Credete che quelli che sono morti siano stati più peccatori di tutti gli altri?”. “Credete che quelli che sono rimasti sotto le macerie della torre siano più colpevoli degli altri abitanti del posto?”
La parola è affilata come una spada: “Badate bene che se non vi convertite, finirete come loro.”
Bene! Meglio mi sento!
Ma perché dice questo? Che c’entrano i peccatori? Perché addirittura ammonisce (minaccia?) mettendo in guardia chi non cambia strada subito?
Le cause del male sono molteplici, come molteplici sono i responsabili. Ci sono quelli che operano direttamente il male e quelli che collaborano e li facilitano. Ci sono molti modi per farlo: aiutare attivamente, chiudersi in un silenzio indifferente, far finta di non vedere, limitarsi a guardare lamentandosi; gridare all’orrore e nel frattempo usare le vittime innocenti per apparire pecorella e fare propaganda politica. Tutti conniventi. A diversi livelli.
Ma c’è anche chi agisce con tutte le proprie forze per fermare il male e al momento sembra non riuscire.
Intanto rimane la domanda principale: e i morti ammazzati o quelli rimasti intrappolati sotto le macerie, se lo meritavano di fare quella fine? Nel Vangelo vengono tratteggiate due situazioni molto diverse: un massacro da una parte, un incidente dall’altra.
Ponzio Pilato, il governatore romano, è designato con certezza come il colpevole del massacro.
Per quanto riguarda la torre, la situazione non è chiara. Era forse una cattiva costruzione, realizzata da un imprenditore corrotto che faceva la cresta sui materiali? Era forse un vecchio edificio, un’installazione abusiva costruita sul letto di un fiume deviato? Un edificio non a norma? Una costruzione dichiarata malsana e pericolante, uno spazio occupato illegalmente, cui le vittime non avrebbero mai dovuto avvicinarsi? Oppure c’è stato un terremoto, una fuga di gas o un dissesto idrogeologico?
In ogni caso Gesù esclude l’idea che le vittime, Galilei o gente di Gerusalemme, meritassero quella sorte più di altri. E questo è chiaro, come è chiaro come il sole che non riduce la responsabilità del violento dire: “Sì, gli/le ho fatto del male, ma quello/a mi ha provocato”: sarebbe come accusare Gesù di essersi fatto crocifiggere.

Per questa via Gesù arriva netto alla conclusione del discorso: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.Essere credenti non risparmia persecuzioni, né incidenti. Solo tramite la conversione, il cambiamento radicale di rotta, ci si può salvare.
Ciò che caratterizza i fatti di cronaca evocati dal Vangelo è la morte repentina. I Galilei andavano a Gerusalemme per una festa: non hanno visto arrivare la morte, così come le diciotto vittime di Siloe certo non si aspettavano di rimanere sepolte sotto le macerie; anche loro non hanno visto arrivare la catastrofe. 
Possiamo forse pensare che nel nostro Paese la violenza e la ritorsione politica ci sia risparmiata e che le nostre torri di cemento siano più forti delle costruzioni dell’antichità, perchè noi siamo brava gente?
I nostri quotidiani riportano ogni giorno notizie di crolli, di morti sul lavoro, di incidenti, di attacchi armati, di repressioni sanguinose.
Gesù avverte: guarda che anche tu farai la stessa fine, non tardare, è oggi che devi cambiare il tuo stile di vita, se vuoi vivere il tuo tempo, quello che ti è dato su questa terra, appunto per vivere e scoprire il cielo.
Gesù rifiuta di entrare nel dibattito eterno, riguardante il cosiddetto peccato originale e le radici del male. Non è il passato che lo interessa. Invita piuttosto a volgere lo sguardo verso l’immediato presente e chiede: che cosa hai intenzione di fare oggi? Continuare così, mentre aspetti Pilato e il crollo della torre? Svegliati prima!
Curiosamente non pronuncia parole che facciano pensare ad un’empatia per le vittime e neanche offre sostegno morale a coloro che sono paralizzati dalle cattive notizie. Pressa piuttosto, marca stretto l’ascoltatore (o il lettore) a non perdere di vista ciò che risolve: se sei spaventato di fronte al male, inflitto di proposito, o subito per errore, guarda che hai pronto davanti un altro modo di agire. Non facciamo la parte dei già morti, ciechi, sordi e paralitici. Possiamo essere attivamente operatori di giustizia e di pace, prendendo in mano la nostra esistenza. Lo chiarisce la parabola del fico chiamato a portare frutto.
La parola di Gesù è chiara: tutti, ha detto, morirete; casomai siamo anche già morti, credendo di vivere; quindi, allontaniamoci da questa posizione di infertilità. Smettiamola di fare l’occhiolino al male e fissiamo lo sguardo sulla gratuità del dono che ancora è davanti ai nostri occhi.
Non è dal passato dei nostri errori, ma dalla gratuità di ogni giorno che ci è regalato che attingiamo la forza dello Spirito.
La guerra è guerra ed è sempre sporca. E non è mai giusta. E non l’abbiamo vista arrivare. Il fuoco delle armi non può essere spento investendo sulla guerra.
Dove e come cerchiamo la pace?

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Salire al monte

Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto

13 marzo 2022 – II Domenica di Quaresima
Luca 9,28-36

Perché Gesù prende con sé questi tre discepoli, che non lo lasciano mai, per salire al monte? 
Pietro, Giacomo e Giovanni sentono che l’aria cambia; poco prima erano andati di villaggio in villaggio, annunziando la buona novella e operando guarigioni; con l’aiuto del maestro avevano perfino moltiplicato il pane. Si erano sentiti chiedere: “Chi sono io secondo le folle? (…) E tu, chi dici che io sia?” Non ci dovrebbero essere errori di comprensione nella traversata: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto” (9, 22). E poi, per essere sicuro che capiscano bene, Gesù li prende per salire sul monte. (9,28).
Mentre prega, il suo volto cambia d’aspetto e il suo vestito diventa sfolgorante: la trasfigurazione è simultanea alla preghiera. A questo assistono Pietro, Giovanni e Giacomo: mi piace pensare che loro in quel momento abbiano visto il Regno di Dio.
La preghiera mette in moto; la preghiera trasforma, anche se lì per lì non lo notiamo; avviene, anche senza che lì per lì lo si noti. Per capire basterebbe forse guardare certi innamorati: talvolta, solo dopo poche parole, i loro volti cambiano d’aspetto, sono illuminati.

Sarà l’emozione, la tensione delle ultime settimane, la fatica della scalata, ma i tre amici sono “assonnati”. Eppure, si sforzano di stare svegli. E allora vedono: vedono “la gloria di Gesù”.
La visione è talmente bella che vorrebbero fermarla, immobilizzarla, catturarne lo splendore, insieme al volto della loro guida. Sarebbe così bello, poter fermare il tempo in quel momento… Così hanno un’idea, quasi ingenua: “Facciamo tre tende”. Sono esauditi: una nuvola li copre con la sua ombra, ma quando vi entrano sono presi dal timore; possono ascoltare oltre che vedere: una voce dice che quell’uomo dalle vesti sfolgoranti e dal volto diverso è Suo Figlio, il Figlio di Dio.
Poi lo scenario cambia, la luce si attenua, tutto torna come di consueto: “Gesù solo”.
Già. Gesù solo. Come Elia per quaranta giorni nel deserto. Come gli Ebrei per quarant’anni nella notte della grande traversata. Mi piace molto la forza “teologica” di questa parola: solo.
Gesù, solo Gesù. Un uomo, solo un uomo. Ed è enorme.
Sì …, la voce, la nuvola, l’arredamento, il teatro della religione, la grande rappresentazione della cristianità. Ma attenzione! Non è niente, in confronto a questo squarcio di bellezza che si apre davanti ai tre discepoli: solo Gesù, Gesù solo, ma Gesù “a perdita d’occhio”.
Non guariremo mai dall’aver intravisto questa luce.

La Trasfigurazione non è un invito a ripiegarci dentro la consolazione della grande bellezza per fermarla e tenerla per noi sempre. Non è un invito a scegliere l’eccezionale, ma un incoraggiamento a vivere nell’ordinario, a vedere e ascoltare in modo diverso.
La preghiera trasfigura e allontana dalla mischia; tira, attira verso l’alto e fa avvicinare al fondo delle cose; offre un momento di bellezza per svelare l’eternità che ciascuno porta dentro di sé.
La Trasfigurazione non imprigiona, consegna; non lega, scioglie.
La Trasfigurazione non è una fuga, è una lotta, perché chi ha visto il volto “totalmente diverso” lotterà affinché quella luce abbagliante illumini anche il volto più sfigurato.

Gesù solo. Ma la sua è una solitudine multipla. È anche la nostra solitudine. E se trova un abito impolverato ai piedi della montagna, sa che c’è una luce a illuminare questa polvere.

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