Riconoscere la voce

Christ in Majesty with Symbols of the Four Evangelists

Io le conosco ed esse mi seguono

8 maggio 2022 – Quarta Domenica di Pasqua
Gv 10,27-30

Cosa mi fa ascoltare una voce più di un’altra?
Forse non sono il solo a pormi questa domanda. In ogni caso sembra che tutti, metaforicamente, “ascoltino una voce” prima di agire. La chiamiamo decisione, impulso, intenzione; scienza e filosofia provano ad indagare su come prenda corpo e da dove venga, fino a che punto influiscano l’ambiente e le circostanze e quanto contino le predisposizioni interiori.
Non è detto che sia sempre una “voce” benevola. Per esempio, quando giovani disperati accettano l’appello a trasformarsi in bombe umane, cosa ascoltano? Che voce è?
E quindi, dalla prospettiva religiosa potremmo chiederci: come si riconosce la “vera” voce del Cristo, dal momento che anche le voci peggiori possono fare lugubremente il verso a Dio?
Non credo ci sia da cercare troppo lontano. Il Vangelo di oggi parla di una voce che risveglia, riunisce e pacifica ciò che siamo profondamente. Forse questa voce risuona più spesso dentro che fuori di noi, dev’essere radicata nel mio essere, ma se non so come ascoltarla, sarò sballottato da tutte le mode e da tutte le voci.
Proviamo a pensare cosa succede quando una madre sente la voce di suo figlio: di norma l’ascolta subito, per lei è facile riconoscerla ed è spesso immediata la comprensione del senso, anche se non sa subito come rispondere e cosa fare. Dev’essere questo il tipo di ascolto che dovremmo imparare; nelle maree delle nostre vite, invece, riuscire ad ascoltare in questo modo risulta più complicato.
Cosa spinge un maestro, un medico, un missionario a trovarsi responsabile di una scuola, di un dispensario, di una casa per orfani, e, perché no, anche di una chiesa? Cosa spinge i volontari a partire per soccorrere persone stremate da carestie, malattie, malnutrizione e guerre?
Probabilmente ciò che vedono e ascoltano si unisce ad una fiamma che li abita, nella quale sentono riposto il senso delle loro stesse vite.
Si potrebbe dire qualcosa di simile anche a proposito di un uomo o di una donna che non hanno mai viaggiato, non hanno partecipato ad alcuna missione umanitaria, ma qualcosa dentro di loro li ha spinti ad ascoltarsi reciprocamente, ad amarsi, a crescere dei figli e a trovare in tutto questo il senso del loro essere. E si potrebbe dire qualcosa di simile a proposito di molte altre vite che si evolvono in nome dell’amore per il prossimo.
Vite di questo tipo hanno un elemento in comune: ad un certo momento le componenti più conflittuali si smussano e le lotte personali, ovviamente sempre presenti, assumono una qualità “pacificante”; è come se dicessimo dentro di noi: “non potrei fare diversamente”. Dovremmo diffidare di ogni voce che non suoni alla nostra coscienza pacificante e liberante, ancorché non scevra di difficoltà.
Questo comporta però anche la capacità di saper valutare la dimensione temporale e il saper attendere; la voce del Buon Pastore non mi è mai sembrata una voce perentoria alla quale si debba rispondere istintivamente, d’impulso o, peggio, in tutta fretta. Non si tratta di una costrizione e non è … una chiamata alle armi; è piuttosto un discorso tenue, continuo, un appello che ritorna nel tempo. L’ascolto e la comprensione di questa voce richiedono uno spazio interiore più o meno ampio; spesso si configura anche una qualche forma di lotta interiore da risolvere con agire appropriato. In parte ci si deve “arrendere”, nonostante una nostra certa resistenza. Bisogna in ogni caso gettare le reti, come gli apostoli la scorsa domenica. Gettiamo le reti, anche se conserviamo una dose di scetticismo, anzi forse anche per questo. C’è da mettersi in moto, c’è da dare una risposta; dopo, magari con stupore, potremmo accorgerci, che tutto il nostro fare non è stato così concretamente determinante, proprio perché tutto era già pronto. Talvolta preferiamo semplificare o svalutare le situazioni dicendo “era destino”. Penso che il destino non c’entri per nulla, perché l’agire in nome dell’amore per il prossimo non è caratterizzato da determinismo, da cause ed effetti certi, per il semplice fatto che non sono le nostre azioni ad essere determinanti, piuttosto l’intenzione amorevole che le anima.
Giovanni, quando scrisse queste righe, diversi anni dopo la morte di Gesù, dopo aver vissuto una vita intera, nuova, conformata all’incontro col Cristo, forse intendeva dire che non è necessario cercare tanto in là per riconoscere quella voce che ci fa agire per amore e vivere pacificati; non è fuori di noi, è dentro di noi, ne siamo parte.

Nella misura in cui sappiamo ascoltare la voce interiore che ci è propria perché le apparteniamo, possiamo distinguere i buoni dai cattivi pastori del nostro mondo.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui (PD).

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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