Salire al monte

La Trasfigurazione, pagina miniata del XV secolo - Italia

Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto

13 marzo 2022 – II Domenica di Quaresima
Luca 9,28-36

Perché Gesù prende con sé questi tre discepoli, che non lo lasciano mai, per salire al monte? 
Pietro, Giacomo e Giovanni sentono che l’aria cambia; poco prima erano andati di villaggio in villaggio, annunziando la buona novella e operando guarigioni; con l’aiuto del maestro avevano perfino moltiplicato il pane. Si erano sentiti chiedere: “Chi sono io secondo le folle? (…) E tu, chi dici che io sia?” Non ci dovrebbero essere errori di comprensione nella traversata: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto” (9, 22). E poi, per essere sicuro che capiscano bene, Gesù li prende per salire sul monte. (9,28).
Mentre prega, il suo volto cambia d’aspetto e il suo vestito diventa sfolgorante: la trasfigurazione è simultanea alla preghiera. A questo assistono Pietro, Giovanni e Giacomo: mi piace pensare che loro in quel momento abbiano visto il Regno di Dio.
La preghiera mette in moto; la preghiera trasforma, anche se lì per lì non lo notiamo; avviene, anche senza che lì per lì lo si noti. Per capire basterebbe forse guardare certi innamorati: talvolta, solo dopo poche parole, i loro volti cambiano d’aspetto, sono illuminati.

Sarà l’emozione, la tensione delle ultime settimane, la fatica della scalata, ma i tre amici sono “assonnati”. Eppure, si sforzano di stare svegli. E allora vedono: vedono “la gloria di Gesù”.
La visione è talmente bella che vorrebbero fermarla, immobilizzarla, catturarne lo splendore, insieme al volto della loro guida. Sarebbe così bello, poter fermare il tempo in quel momento… Così hanno un’idea, quasi ingenua: “Facciamo tre tende”. Sono esauditi: una nuvola li copre con la sua ombra, ma quando vi entrano sono presi dal timore; possono ascoltare oltre che vedere: una voce dice che quell’uomo dalle vesti sfolgoranti e dal volto diverso è Suo Figlio, il Figlio di Dio.
Poi lo scenario cambia, la luce si attenua, tutto torna come di consueto: “Gesù solo”.
Già. Gesù solo. Come Elia per quaranta giorni nel deserto. Come gli Ebrei per quarant’anni nella notte della grande traversata. Mi piace molto la forza “teologica” di questa parola: solo.
Gesù, solo Gesù. Un uomo, solo un uomo. Ed è enorme.
Sì …, la voce, la nuvola, l’arredamento, il teatro della religione, la grande rappresentazione della cristianità. Ma attenzione! Non è niente, in confronto a questo squarcio di bellezza che si apre davanti ai tre discepoli: solo Gesù, Gesù solo, ma Gesù “a perdita d’occhio”.
Non guariremo mai dall’aver intravisto questa luce.

La Trasfigurazione non è un invito a ripiegarci dentro la consolazione della grande bellezza per fermarla e tenerla per noi sempre. Non è un invito a scegliere l’eccezionale, ma un incoraggiamento a vivere nell’ordinario, a vedere e ascoltare in modo diverso.
La preghiera trasfigura e allontana dalla mischia; tira, attira verso l’alto e fa avvicinare al fondo delle cose; offre un momento di bellezza per svelare l’eternità che ciascuno porta dentro di sé.
La Trasfigurazione non imprigiona, consegna; non lega, scioglie.
La Trasfigurazione non è una fuga, è una lotta, perché chi ha visto il volto “totalmente diverso” lotterà affinché quella luce abbagliante illumini anche il volto più sfigurato.

Gesù solo. Ma la sua è una solitudine multipla. È anche la nostra solitudine. E se trova un abito impolverato ai piedi della montagna, sa che c’è una luce a illuminare questa polvere.

NB: per info sul particolare da pagina miniata riprodotto in copertina clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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