Canne al vento

Che cosa siete andati a vedere nel deserto?
Una canna sbattuta dal vento?

11 dicembre 2022 – terza Domenica di Avvento
Riflessioni su Mt 11,2-11 e Gc 5,7-10

“Sei proprio  tu quello che stiamo aspettando?”
Proveniente da tutti i tipi di prigione, questa domanda brucia sulle labbra di molti, cuori a brandelli, coscienze spezzate aspettano una risposta. In risposta agli inviati di Giovanni, Gesù parla, testimoniando ciò che sta accadendo.
Ora, mi chiedo, dai nostri (eventuali) confinamenti, noti e meno noti, personali o comunitari, a chi vorremmo inviare qualcuno per chiedere se il Nazareno è proprio colui che stiamo aspettando? Lo si potrebbe domandare per se stessi, o, come nel caso del Battista, anche per tutti coloro che riteniamo facciano parte del nostro ambiente.
Da quale tipo di reclusione viene una persona che pone una simile domanda?
Oggi nessuno chiederebbe ad un altro “Sei tu il messia?”. Eppure l’essenza dell’aspettativa alla base di tanti tentativi di liberazione è sempre la stessa: “Sei proprio tu la persona che libererà me e i miei cari (il mio prossimo più prossimo) da tutti i legacci nei quali mi trovo?”.
Ad un livello via via sempre più materiale e terreno, molto meno universale, potremmo chiedere: “È proprio questo il gruppo, l’associazione, il partito, oppure il maestro spirituale, il coniuge, il compagno, che stavo aspettando”.

Jacques Brel probabilmente aveva sentito la stessa pressione e l’urgenza di questa domanda quando scriveva la sua canzone L’Homme dans la cité:
“A patto che un uomo venga da noi alle porte della città […] che l’amore sia il suo regno e la speranza il suo ospite […] E che non sia un balsamo, ma una forza, una chiarezza lucida e che la sua collera sia giusta, giovane e bella come la tempesta; che non sia mai vecchio o saggio e scacci dal tempio lo scrittore senza opinioni, mercante del nulla, mercante di emozioni […] prima che gli altri uomini che vivono in città, umiliati, con la speranza ferita e appesantita dalla loro collera fredda, erigano nuove barricate nel vuoto delle notti.”

L’uomo che ci raggiunge alle porte della nostra città, della nostra persona, della nostra fortezza, quello che porta l’amore e la libertà – e anche la collera del giusto – non è solo il Cristo, ma ogni “figlio dell’uomo”; e l’uno e l’altro rischiano, come milioni di persone anche oggi, di non riuscire ad entrare a causa di muri, barriere e frontiere erette di giorno e di notte, da chi si ritiene cittadino unico e di diritto; in un attimo sorgono le barriere, a riprova del fatto che non tutto ciò che avviene sotto il sole nel nostro campo è frutto di un piccolo seme accolto, coltivato, curato e lasciato crescere.
Se sentiamo il bisogno di porre a chicchessia una domanda simile a quella del Battista e siamo credenti, vuol dire che quel Gesù che abbiamo dinanzi ai nostri occhi non corrisponde al messia che ci eravamo immaginati.
Ma a chi eravamo andati dietro nel deserto della nostra vita? A una banderuola? Ad un cortigiano? Oppure autenticamente ad un profeta? Se eravamo andati dietro ad un profeta come Giovanni, allora possiamo stare tranquilli, perché quello è il più grande di tutti. Di conseguenza, possiamo considerarci beati, se non ci scandalizziamo ora del Messia che quel profeta ha annunciato. Certo, se Dio avesse lasciato a noi il compito di designare il messia, non avremmo immaginato un falegname, né sacerdote, né intellettuale, tanto meno benestante. Come lo avremmo voluto? Come un mago che ci rende ricchi, immortali, perennemente giovani, in salute e pieni di forze?
Eppure i ciechi vedono, gli storpi camminano, i sordi odono, i morti risuscitano.
Quale messia stiamo aspettando?
Gesù non persegue l’eliminazione delle sofferenza: ha offerto a ciascuno direttamente gli strumenti per trasformarla, rovesciarla e spezzare tutte le catene immaginarie. Questo è Gesù di Nazaret, il Cristo, il Messia che attendiamo a Natale.

Piogge d’autunno e piogge di primavera ci saranno in ogni caso, per questo Giacomo predica la pazienza dell’agricoltore nell’aspettare i frutti del suo lavoro. Il Signore ci visita continuamente, ogni giorno cammina accanto a noi, ma neanche lo riconosciamo. Sarebbe già prova di grande lealtà mandare qualcuno a chiedergli: “Ma se proprio tu, o devo aspettarne un altro?” I reclusi non possono andare personalmente a fare domande, tanto quanto ciechi, storpi, sordi, e morti. Non rimane loro che “mandare a chiedere”.
Tramite la preghiera, ma anche tramite persone incontrate apparentemente per caso: i nostri inviati, discepoli del Cristo.
La pazienza e l’attesa sono l’opposto delle nostre più comuni abitudini che esigono il “tutto subito”, e anche prima: in tempo reale…
Gli antichi solevano dire “dai tempo al tempo”… nel frattempo sapevano spesso cosa fare in attesa del raccolto. Non si può accelerare la crescita delle piante tirandole su per le foglie, magari senza prendersene cura. Non serve “lamentarsi” l’uno con l’altro perché quelle non vengono su in un batter d’occhio…
Sulle spalle degli inviati, dei discepoli, oggi, la responsabilità di non travisare i segni, di non giudicare e di essere misericordiosi, di domare la lingua.

Dall’amore che avremo gli uni per gli altri saremo riconosciuti come Suoi discepoli (Gv 13,35).

NB: il titolo di questo scritto riprende volontariamente il titolo del romanzo di Grazia Deledda. In copertina foto di “Il colpo di vento” di Jean Baptiste Camille Corot (1865); scarica qui le riflessioni sul Vangelo della Terza Domenica di Avvento scritte nel 2019.

Diseredati o eredi?

Le genti glorificano Dio per la sua misericordia

4 dicembre 2022 – Seconda Domenica di Avvento
Riflessioni su Mt 3,1-12 e Rm 15,4-9

La forza illuminante della seconda lettura di questa Domenica di Avvento consiste nell’esplicita dichiarazione che il Cristo, in primo luogo, è diventato “servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri”. Non si è fermato solo a questo: a tutti gli altri, che non appartengono né geograficamente, né per cultura, né per tradizione al popolo ebraico basta una sola parola, che riassume il senso della necessaria comparsa sulla terra di Gesù di Nazaret: “misericordia”. La misericordia di Dio, di cui parla Paolo, non è trattamento esclusivo riservato ai figli di Abramo, tali per tradizione e cultura, bensì privilegio ed eredità dell’intero genere umano. Infatti se, sul serio, impariamo a riservare parte del nostro tempo a “tutto ciò che è stato scritto prima di noi” e proprio “per nostra istruzione”, i frutti saranno perseveranza e consolazione che tengono viva la speranza.
L’Avvento del Messia unifica sotto gli occhi degli uomini l’intero genere umano, al quale è offerta in dono la salvezza. Rendere gloria a Dio è l’unica risposta possibile a un simile dono. Per coloro che hanno fede, evidentemente.
Come si rende gloria a Dio?
La specifica qualità dell’accoglienza, della convivenza e della fraternità sul modello del comportamento di Gesù di Nazaret, completa il nostro modo di rendere gloria a Dio.
E in quale modo dovremmo rendercene conto tutti?
Il punto di partenza è sempre porsi delle domande sulla nostra personale disposizione all’accoglienza del prossimo, intesa soprattutto come solidarietà fattiva nei confronti dei più deboli.
So che la questione principale deriva sempre dal vivere e accettare le differenze.
Potremmo sentirci come Giovanni Battista: “Voce di uno che grida nel deserto”.
Potremmo condividere il suo disappunto verso tutti coloro che si comportano in maniera iniqua, per poi giungere a porre la stessa domanda che il Battista, dalla prigione, manda a fare a Gesù: “Sei proprio tu quello che aspettiamo o dobbiamo aspettarne un altro?” (cfr Vangelo di domenica prossima). Come dire: “Dacci una risposte chiara!”
Come mai Dio non ci distingue e non ci favorisce, non scuote la realtà quotidiana (evidentemente) degli altri, mettendo davanti a loro la nostra stessa concreta (presunta) speranza?
Sin dai tempi di Giovanni Battista, stiamo ancora aspettando la stessa cosa, e oggi le cose non sono messe più chiaramente di ieri. Anche il Battista sembrava sicuro del fatto suo!
Aveva sentito arrivare il tanto atteso cambiamento da molto lontano; lo aveva trovato annunciato nei discorsi dei profeti antichi, aveva abbandonato tutto per prestare la sua voce a Dio e ripetere quei messaggi di altri tempi, aveva denunciato i peccati di farisei, sadducei, scribi e uomini di potere, aveva additato in pubblico i loro crimini. Allo stesso tempo, accompagnava le sue parole con gesti di purificazione e anche Gesù di Nazaret è andato da lui a farsi battezzare!
Eppure, ad un certo punto, Giovanni aspetta in prigione l’esecuzione della sua condanna a morte, senza avere la certezza definitiva che Gesù sia veramente il Messia atteso.  C’erano state, è vero, conversioni individuali, ma il modo in cui Dio gestiva la salvezza dell’intera umanità non era ancora visibile e comprensibile neanche per Giovanni Battista.
Gesù ha predicato un Vangelo i cui termini, secondo molti, sono rivoluzionari, ma la violenza sulla terra non è finita, e la pace non è ancora per tutti. Gesù è stato giustiziato da innocente, come Giovanni. E ancora oggi si muore innocenti per la causa della giustizia.
Forse qualcosa ci sfugge?
Senza dubbio molti pensavano (e pensano) di poter far pressione su Dio con i loro gesti di pentimento. Pensano, forse, che Dio faccia il lavoro degli uomini al posto loro.
Per esempio, quando il Nazareno viene classificato tra i filosofi o i saggi ispirati o i profeti si concretizza proprio questo equivoco. Giovanni aveva ben capito che erano i cuori degli uomini a dover cambiare, non soltanto le loro idee su Dio; se avessero voluto vedere un cambiamento, avrebbero dovuto attuare una vera e propria conversione, attingendo direttamente alla sorgente della misericordia, che è divina. Gli uomini, da soli, non sono misericordiosi. Questo principio si ritrova nelle parole di Gesù, la possibilità di renderlo concreto nei nostri comportamenti è data dallo Spirito di Dio, che continua a soffiare su ciascuno di noi.
Gesù dichiarò Giovanni il più grande dei profeti (Mt 11,11), probabilmente proprio perché aveva centrato il cuore della questione, predicando un battesimo di conversione. Impresa che può avere successo solo attraverso la misericordia. Per tutti e da tutti.
Ogni epoca sembra rinnovare l’archetipo del Battista. Ogni generazione ha visto l’ascesa di gruppi di giovani con idee generose, pronti a cambiare il mondo, pronti a vestirsi in modo diverso rispetto agli altri e a nutrirsi di cibi lontani dal costume tradizionale, tanto quanto potevano esserlo miele e locuste per Giovanni Battista, loro antenato sulla strada della protesta e della generosità.
Le veementi proteste dei giovani di tutte le generazioni si sono unite a quelle di Giovanni, ma siccome per fortuna non hanno incontrato Erode, in parecchi, delusi dalla mancanza di successo dei loro ideali, si sono successivamente rintanati nelle celle del buonismo e del savoir faire di ogni tipo, ancora chiedendosi qui e là come mai le loro idee non abbiano portato frutti migliori.
Mi chiedo, poi, per completezza, perché non sembri che si vada parlando sempre e solo di errorucci di gioventù: e i vari Erode? Dove sono? Cosa li aspetta? Dove potremmo rintracciarli?
Osando andare avanti in questa riflessione, ci potremmo porre la stessa domanda che si poneva il Battista 2000 anni fa? “Quello in cui credo è una mia rappresentazione o è proprio vero?”
Per me, per la mia esperienza, il Cristo e il suo vangelo sono una risposta certa, ma capisco che purtroppo molti non ci credono.
Eppure, se solo osassimo una discesa in quella fortezza blindata che è il nostro cuore, troveremmo, è vero, vanità, egoismo, ignoranza e ogni sorta di cose poco lusinghevoli, ma se, animati da una grazia inaspettata, invece di rinforzare i lucchetti, li trovassimo aperti? Sarebbe la pace. E il cambiamento.
Noi possiamo soltanto non opporci ad “ascoltare” tutti quei sentimenti che presumiamo mettano a rischio l’idea di noi stessi a stento costruita nel tempo, e le nostre rappresentazioni a proposito degli altri. Questo tipo di ascolto porta inevitabilmente a scoprire un altro aspetto, che dice tutt’altro, semplicemente la verità, racconta l’evidenza, rende visibili molte cose.
E se la “verità” non fosse seguita da effetti pacificanti, non sarebbe necessariamente segno di fallimento, quanto piuttosto la conseguenza di una difficoltà estrema a sostenere le proprie contraddizioni, ma è proprio lì che coglieremmo i segni emergenti del Dio misericordioso che risana.
Certo, vorremmo una Chiesa radiosa: è inquieta, minoritaria e contraddittoria.
La vorremmo senza rughe: è anch’essa presa nei vortici della storia e spesso sa di muffa.
La vorremmo audace: a volte è timidissima e avanza al passo dei peccatori che siamo, cioè sta ferma.
È questa la Chiesa che volevi, Signore, o dobbiamo aspettarne un’altra?
Non c’è altro Cristo e non ci sarà altra Chiesa: la salvezza è lì, offerta da Dio, nel volto di un uomo, nel linguaggio degli uomini, al passo degli uomini.
Cristo non viene soltanto per benedire le nostre iniziative, non è soltanto la conclusione dei nostri ragionamenti, e non parla necessariamente nella direzione delle nostre certezze.
Viene a noi con una parola tutta nuova, che legge la nostra storia, la illumina, le dà senso e la orienta definitivamente.
Oggi, come ai tempi del Battista, possiamo comprendere ciò che Cristo compie nel mondo o in noi stessi solo sulla base della sua parola.
Non siamo in una posizione di forza nel mondo, anche se ci sentiamo autentici, perché la posizione del cristiano in questo mondo non è una posizione di forza: è la posizione di chi ama, un cammino di mitezza, di perdono, di pacificazione, di fede, di speranza.
Il segno della presenza di Cristo sarà sempre il nostro esserci, realisti, concreti, attivi, in favore degli ultimi, favorevoli alla caduta di ogni muro tra nazioni, popoli e classi sociali, uniti intorno alla stessa Mensa. Sì, ma anche e soprattutto la comparsa di un altro che a prima vista non riconosceremo, e attorno al quale potremmo chiederci: ma è veramente lui?
È un bene per noi che Dio sia sempre altro da ciò che accanitamente tentiamo di credere, di difendere, talvolta rinforzando le catene attorno al nostro cuore, perfino quando è molto vicino.

Egli è Colui che viene sempre e nei secoli: liberamente, sovranamente, divinamente, amorosamente.
Accetteremo di essere amati? E, quindi, di amare?

NB: scarica qui il commento al Vangelo scritto per l’8 dicembre 2019

In copertina, particolare raffigurante il Battista da un codice miniato, per info clicca qui

Svegli

27 novembre 2022 – Prima Domenica di Avvento
Matteo 24,37-44

A proposito di Romani
Seconda Lettura: Rm 13,11-14a

L’Avvento è attesa del Natale, ricordo di uomini di una volta e della loro speranza in un liberatore, in un salvatore che venga ad illuminare la loro notte.
Paolo parla di un altro tipo di attesa, di un’attesa che non finisce a Natale.
Paolo mi ricorda qualcosa che tutti i cristiani conoscono: la venuta di Gesù Cristo, la sua opera, la sua morte e la sua risurrezione hanno cambiato il volto del mondo; in Occidente, contiamo gli anni dalla data della nascita di Cristo, mostrando che c’è un prima e un dopo la venuta di Gesù Cristo sulla terra, ma questo sistema di “date” oggi rischia di perdere senso, molti lo considerano solo un punto di riferimento cronologico convenzionale nel corso della storia, peraltro quella più recente, non sapendo neanche il giorno e l’ora esatta del “principio” che comunque si perde in un passato nebuloso e arcaico.
Tuttavia, c’è un elemento di verità in questo prima e dopo: un bambino nasce in una stalla, da famiglia umile, insegna a poche migliaia di persone, muore innocente su una croce, inchiodato come un malfattore; in pochi dicono di averlo visto risorto; lascia un’eredità di pensieri, parole, comportamenti e atti, che hanno illuminato i passi di milioni di uomini negli ultimi duemila anni.
Sarebbe ora di svegliarci.
Veramente! Forse, menti lucide e cuori in pace con loro stessi potrebbero riconoscere che anche se c’è in corso la guerra, c’è anche la battaglia decisiva, ma potrebbe non avere la forma immaginata.
Gesù è risorto, ma la lotta, per noi, continua individualmente, prima che si stabilisca il vincitore.
Gli uomini al momento resistono alla luce, hanno preferito le tenebre.
Paolo parla dell’arrivo del giorno, quel “giorno del Signore”, che si ritrova in particolare nei profeti dell’Antico Testamento. È il tempo in cui il Signore manifesta la sua vittoria, ristabilisce il suo regno di giustizia e di pace; Paolo unisce i due sensi della parola giorno: giorno come data e ora precisa, e giorno come avvento della luce contrapposto alla notte. (v.12a)
Noi viviamo in un mondo che è “notturno” secondo due livelli di significato: è notte, perché, rifiutando la luce, siamo impigliati nelle tenebre, ma anche è notte perché le tenebre precedono il giorno. Paolo invita a discernere nella notte che ci circonda i segni del giorno che viene. Cristo – proprio storicamente – ha dato il via alla fine della notte e ha messo in moto l’arrivo del Giorno con la G maiuscola. Noi, da qui, dobbiamo essere i primi raggi, le prime scintille che precedono l’alba della domenica del mondo.
Cosa permette di discernere, tra noi, i primi raggi del sole nella notte? Lo Spirito Santo, presente in noi, rinnova la nostra intelligenza e la nostra comprensione delle cose, ci aiuta a non fidarci delle apparenze deformate dal buio, ma a renderci conto che il giorno in arrivo, inesorabilmente, renderà ogni cosa visibile.

Tuttavia, il testo di Paolo pone un serio problema: “la notte finisce presto”, dice; lo ha detto 2000 anni fa! Cos’è, un quarto d’ora biblico? Simile ai quarti d’ora infiniti delle sale d’attesa?
“Presto”, ma c’è ancora da aspettare molto tempo? Oppure, Paolo si sbagliava, era sicuro che il giorno sarebbe arrivato, ma le cose sono andate un po’ per le lunghe?
Il “presto” di Paolo denota l’urgenza e la speranza, dalla prospettiva di un uomo che improvvisamente ha vissuto l’Avvento del Cristo sulla strada di Damasco. I giorni che passano possono sembrare lunghi, interminabili, possono anche congelarci e privarci dell’orientamento, ma le ultime ore della notte sono già suonate e il “presto” biblico risuona nelle nostre orecchie per dissipare l’illusione che la notte potrebbe durare indefinitamente. Dobbiamo svegliarci! Non rimanere addormentarti, alzarci, per riconoscere i segni dell’alba.
Guardandoci intorno al buio, e vedendo sofferenze, crudeltà, perversioni, potremmo rimanere vittime e finire col dire a noi stessi: non finirà mai! Come si può andare avanti così? A che serve combattere se la vittoria non arriva?
Questa sarebbe una sconfitta terribile.
Occorre lottare contro il sonno e l’influenza della notte, adoperando le armi del giorno. 
Come fare? Prima di rivestirci del Signore Gesù Cristo, dobbiamo toglierci gli abiti notturni, le abitudini che confondono: la carne e i suoi desideri.
Sono quegli eccessi che offuscano l’intelligenza delle cose: mangiare troppo o bere troppo, la dissolutezza che offusca le nostre relazioni. Credo che Paolo abbia in mente ogni sorta di immoralità, ma cita in particolare la dissolutezza, perché quando erriamo in questo campo siamo inclini a pensare che non facciamo del male a nessuno. Usare l’altro per trarne esclusivamente il proprio piacere, a qualsiasi livello venga fatto, è un’assoluta mancanza di rispetto per la persona, segno, prima di tutto, di una nostra personale degradazione.
Le peggiori vesti notturne sono la contesa e la gelosia, perversioni della mente e del cuore, perversioni del pensiero razionale offuscato, e dell’emotività distorta che da quello deriva.
Il rimedio a tutto questo è condensato nella stupefacente espressione: “rivestiti del Signore Gesù Cristo”, di vesti luminose, da giorno, simbolo di una vita orientata verso la giustizia e la misericordia, finalmente liberata da preoccupazioni effimere e/o false, da soddisfazioni tanto passeggere quanto illusorie, da egoismi profondi che generano gelosie, disaffezioni e, peggio del peggio, invidia, ostilità, vendette e guerre.  Si tratta di lasciare che il Cristo trasformi la nostra vita senza combatterlo, senza resistergli, allora semplicemente la nostra esperienza non ruoterà più intorno alle preoccupazioni della “carne”, come fossimo ancora vittime di un equivoco antico a proposito delle nostre reali e concrete possibilità, e di conseguenza, ancora confusi e deliranti nelle aspettative immaginarie. Risultato di una simile condizione è spesso il pessimismo, che conduce al disprezzo verso il prossimo e verso se stessi.
Paolo invita a rimanere saldi nel nostro orientamento spirituale, allontanandoci dall’oscurità per ricevere la luce di Cristo, senza resistergli ulteriormente, diventando ciò che siamo da sempre: figli di Dio. Svegliamoci e usciamo alla luce.

Per ricollegarci al vangelo di oggi, non facciamoci trovare come ai tempi di Noè, inghiottiti dalle vecchie abitudini, anestetizzati all’Avvento del Cristo, annaspanti nella confusione della mente e del cuore, in preda alle più svariate quanto inutili frenesie. Facciamoci trovare svegli, attaccati l’uno all’altro, insieme, in una fragile arca fluttuante, che porti in salvo tutto ciò che di noi è rimasto di fratelli in Cristo e con un piccolo spazio di tempo, libero per l’imprevisto, per il non programmato. 

NB: tramite questo link è possibile scaricare il commento al Vangelo scritto per la Prima Domenica di Avvento nel novembre 2019.


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Tramites 29 novembre 2019

Cristo Re

Ricordati di me

20 novembre 2022 – XXXIV Domenica del Tempo Ordinario
Festa di Cristo Re
Luca, 23,35-43

La violenza è onnipresente: c’è ovviamente la crocifissione di Gesù, ma non è su questo che voglio fermarmi. Prima c’è una folla muta che guarda la scena senza capire. È una delle grandi violenze che la vita fa sperimentare, una violenza sottile, ma molto reale. Possiamo parlare di persone che non capiscono, perché non sono interessate alle grandi domande della vita; diventa più drammatico se si tratta di genitori che non capiscono cosa stia succedendo ai loro figli, o di gruppi sociali che non capiscono cosa stia succedendo in quel momento all’interno di altri gruppi, o ancora di leader che non si rendono conto delle reali condizioni di vita nei paesi in cui governano o in quelle aree del mondo, che sono influenzate o condizionate dalle loro scelte.
In Palestina, al tempo di Gesù, il governo è condizionato da un’élite politico-religiosa che si beffa di Gesù.
Ci sono sicuramente persone che hanno sperimentato cosa voglia dire essere il bersaglio di una beffa, di una presa in giro malevola e sprezzante.
Quale potrebbe essere l’obiettivo principale nel beffarsi di qualcuno? Probabilmente vanificare le idee di quella persona, cancellarne i contenuti, svalutare ogni atto compiuto da quella persona o in nome di quelle idee. 
E quale reazione potrebbe, quindi, venire a determinarsi?
Le cronache hanno riportato, ad esempio, casi gravissimi di adolescenti che negli ultimi anni hanno innescato sparatorie dentro le loro scuole; si trattava di adolescenti che erano stati derisi per la loro balbuzie o per la loro timidezza: qui la violenza, attraverso l’arma da fuoco, è il macabro risultato, lo sproposito folle, che in ogni caso riflette una violenza verbale e spesso fisica precedentemente subita, come nei casi delle vittime di bullismo.
Nel vangelo di questa domenica è messa ben in rilievo la figura del soldato, che, seguendo l’esempio di scherno attivo nell’élite politico-religiosa, imita i capi e si fa strumento intenzionale e volontario di oltraggio e violenza: una spugna imbevuta di aceto viene offerta al posto dell’acqua da bere ad un moribondo “legalmente” giustiziato.
Forse non ci si ferma mai abbastanza a riflettere su questi orrori.
Paradossalmente, anche uno dei malfattori crocifissi con Gesù si carica dello stesso ruolo rivestito dall’élite politico-religiosa e dal soldato: il “ladrone”, pure lui crocifisso, pure lui nella sofferenza – che dev’essere atroce – si fa beffa di Gesù crocifisso accanto a lui. Non è infamia: è aver vissuto inetti al bene. Trovo questa situazione tristissima, penosa: è la violenza impotente e masochista del piccolo, identificato ormai col pensiero del potente di turno , che perpetua la filosofia della vita come carcere, come ambito mortalmente soffocante in cui l’impossibilità di sottrarsi alle catene si trasforma nell’attivo ridicolizzare ogni tentativo di liberazione: “Re dei Giudei, salva te stesso!” – Non è rivolta, è adesione alle catene.
Ricordo che una volta a Douala vidi fermo al semaforo un furgone della polizia locale con un detenuto a bordo; all’improvviso uscì attraverso la grata uno sputo che atterrò, sfiorando i piedi di una passante. Chi può dire l’odio di cui era carico quello sputo?

Se considero il tutto in blocco, mi sento anch’io così impotente e scoraggiato, che mi viene voglia di scappare o, caso mai, di unirmi al lamento contro questa sinfonia tragica di violenza: “È così, non ci si può far nulla!” – qualcuno dice.
Mi è chiaro, tuttavia, che l’atteggiamento di Gesù non corrisponde al nostro comportamento abituale. Purtroppo la ripartizione liturgica ha tagliato il racconto del Vangelo di oggi, togliendo il versetto di apertura, proprio quello che restituisce il pieno significato a questa parte del dramma messianico: “Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno”.
Perdono. Non si tratta di esercitare uno spirito bonario che lascia passare tutto, no!
Perdonare è credere che il cuore di un essere umano, per quanto perfido, possa essere veramente trasformato. Nonostante tutta la violenza che si scatena contro di lui, Gesù crede e vede la possibilità umana di scegliere la salvezza. E, dunque, perdona.
La prova è che uno dei due malfattori crocifissi con lui, cambia atteggiamento:
“Gesù, ricordati di me, quando entrerai nel tuo Regno”. Quell’uomo è nella memoria di Dio, non è dimenticato da Dio, per questo il Cristo dice: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».
All’altro malfattore non viene detto nulla. Siamo troppo lesti e abituati a dividere l’umanità in buoni e cattivi, in premiati e puniti, identificandoci con qualche tipo di severo giudice, munito di criteri validi.
Mi piace credere, basandomi su quel versetto tagliato via, che la memoria di Dio includa tutti coloro per cui noi ogni giorno possiamo ripetere le stesse parole insegnate dal Cristo sulla croce:
“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

La regalità del Cristo, il Cristo Re, consiste nel potere di trasformare i cuori, di volgere ogni essere umano verso il bene, anche quando il rifiuto e la rinuncia personale, causati dall’errore o dalla disperazione impotente appare ragionevole.
La fede nel Cristo Re mi permette di chiedere ancora, oggi, di fronte a tante forme di violenza:
“Gesù, ricordati di noi e del nostro mondo”.

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Verranno giorni

Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa

13 novembre 2022 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 21,5-19

“Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate… vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze… vi saranno anche fatti terrificanti… metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno… sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici.”

Previsioni tutt’altro che rosee; guardando al mondo di oggi potremmo anche dire: “Ci siamo! Ecco che la profezia si è avverata!”
Non manca nulla: ci sono le guerre, i terremoti, le carestie, le epidemie, i fatti terrificanti, le persecuzioni, i tradimenti tra parenti e amici. Quindi potrebbe essere per oggi.
Di molte cose che abbiamo ammirato, in effetti, non è rimasto pietra su pietra. E, peggio ancora, persone alle quali abbiamo voluto bene sono scomparse…Oltretutto, il tempo scivola via come sabbia in una mano: tempus fugit! A guardare bene rimaniamo senza fiato nel vedere le generazioni che inesorabilmente passano; non è facile invecchiare, far fronte alla malattia, perdere la propria autonomia.
Il panorama, quanto mai realistico, pare sufficiente a generare paure, angosce e depressioni.

Anche Luca quando scriveva il suo vangelo, intorno all’anno 85, viveva un periodo di terribili sconvolgimenti, basti pensare alla prima sistematica persecuzione dei cristiani ai tempi di Nerone. Nel 70 Tito aveva distrutto Gerusalemme, raso al suolo il tempio e cancellato lo Stato di Israele. Nel 79 il Vesuvio aveva ricoperto di lava Pompei ed Ercolano…
Quindi non solo noi oggi viviamo l’apocalisse…
Di fronte a questi scenari di angoscia e terrore che si ripetono nella storia, tendiamo a gettarci nelle braccia di qualsiasi “salvatore”: guru religiosi e guru laici, aspiranti stregoni, politici e promotori di sogni. La “salvezza” proposta, la panacea, ha sempre l’aspetto del “paradiso dello sconto”, sconti sulla sofferenza, sull’invecchiamento, sulle merci, pronti a recitare mantra, a nutrirci sano (che sia bio, di Scottona, vegan, senza additivi, con omega 3, 4 e 5), pronti ad introiettare slogan e ad acquistare auto elettriche esosissime… per il miglioramento… non sia mai detto dei profitti, no! Del pianeta!
Attenti a non farvi sviare!
Non facciamoci ingannare dai falsi messia, non diamo loro il potere di manipolarci, servendosi delle nostre paure e alle loro promesse di paradisi fasulli.
Il vangelo di oggi sembra dire anche qualcos’altro. Non facciamoci prendere dall’angoscia; rimaniamo stabili e perseveranti, stabili come le montagne, sia pure nell’incertezza e nella paura, perseveranti nella fiducia e vivremo, neanche un capello cadrà dalla nostra testa, senza la volontà del Signore.
Avremo la stabilità delle montagne? Tanta saggezza? Portando il peso del tempo presente, nonostante i disastri, la sofferenza e la malattia, continuando a vivere ogni giorno nella luce? Cercando di portarla con noi nel mondo e mostrarla, perché altri la vedano?
Questo è il programma che propone il Cristo: Lui darà lingua e sapienza.
Se il Signore parla in termini apocalittici, è per collocare il tempo che ci è stato dato nella giusta dimensione e nella giusta prospettiva: questo tempo è un dono da usare per la salvezza di tutti.
Il Vangelo di oggi non è un testo sulla fine dei tempi, ma una parola cruda e realistica che illustra concretamente la condizione del mondo in ogni tempo e invita tutti a costruire ora un mondo nuovo, un mondo di giustizia, pace e fraternità. Nessuno potrà dire di non essere stato avvisato. C’è stata, c’è e ci sarà occasione di essere testimoni del Cristo in ogni tempo, anche senza essere martiri. Tutti i giorni.
Pietro disse ai primi cristiani: “Siate sempre pronti a rendere conto a quanti vi chiedono della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15).
Noi rendiamo testimonianza e preghiamo non perché abbiamo paura di ciò che sta accadendo intorno a noi o perché siamo scoraggiati, delusi e frustrati, ma perché vogliamo ricevere la forza della speranza, la lingua e la sapienza, per rimanere saldi nella tempesta, per incoraggiare chi vive nella paura, per costruire un mondo migliore, un mondo all’altezza della vita che ci è stata data.

“È dalla tua perseveranza che otterrai la vita”.

NB: per info sull’immagine di copertina, clicca qui

Domande strane

Di chi sarà moglie?

6 novembre 2022 – XXXII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 20, 27-38

Di chi sarò marito?
Questa è la domanda dei sadducei, e forse anche la nostra.
I sadducei sono meno conosciuti dei farisei. Il loro nome si riferisce ai figli di Saddoq, una stirpe di sacerdoti fedeli menzionati nel libro di Ezechiele. I Vangeli ne parlano relativamente poco, in quanto, al momento della loro stesura, i sadducei non fanno più parte del panorama religioso perché il tempio di Gerusalemme dove officiavano è stato distrutto, ma bisogna tenere presente che al tempo di Gesù essi costituivano una corrente del giudaismo a pieno titolo, allo stesso modo dei farisei e non ammettevano alcuni elementi della fede che si erano via via sviluppati nell’ebraismo, in quanto non apparivano nella Torah. In particolare, avversavano la risurrezione dei morti e l’esistenza degli angeli (cfr At 23,8).
La loro questione è dunque un caso particolare di una casistica più generale, presentata dagli evangelisti probabilmente anche per illustrare con chiarezza la decisa ostilità delle autorità del popolo che Gesù dovette affrontare durante la vita pubblica. Gli erano contrarie tutte le autorità religiose: sommi sacerdoti, scribi e anziani, soprattutto perché a quei tempi e in quei luoghi l’autorità anche governativa non poteva essere esercitata se non in nome di Dio; per gli Israeliti era attribuita direttamente da Dio.
La questione posta a Gesù è ovviamente un gioco mentale e l’esempio è così esagerato da non avere alcuna relazione con la realtà. Eppure, per qualche verso, la domanda dei Sadducei può mettere a disagio anche noi oggi. Come far fronte a questa logica tanto implacabile, quanto solo apparentemente razionale?Sembrano domande infantili, ma le incontro concretamente tutti i giorni.
Come sarà lassù? Sarà così grande da starci tutti? Il Cielo, o il lassù, in cosa consiste? Quanti anni avrò da risorto? Ci riconosceremo?
Che sette fratelli abbiano avuto la stessa moglie è un po’ esagerato, ma esistono oggi molte persone che hanno avuto o hanno più di un coniuge nella loro vita. Dunque, con chi risulteranno sposati per l’eternità? Con quale moglie o marito staranno? Con la prima, l’ultima o con l’amante? Chissà quante sorprese … Colpi di scena? Esiti inattesi?
La risposta di Gesù invita ovviamente a desistere da simili fantasie, a non lasciarsi irretire da tali ragionamenti, logici solo in apparenza, in realtà fuorvianti – e probabilmente utilizzati solo per evitare l’unica domanda fondamentale, che intanto si dovrebbe porre a se stessi: “Io, ci credo o no nella risurrezione?”.

Cosa si debba credere e poi ciò che debbano credere gli altri non può diventare un problema di logica tra me e te, sarebbe come se Cappuccetto Rosso e il cacciatore si mettessero a discutere del futuro della nonna… o come sarebbero andate le cose col “metaverso” … o quale soluzione illuminante avrebbe potuto offrire l’algoritmo…

Sull’aldilà, come su tante cose, Dio non ci ha ancora detto tutto… per fortuna. Grazie a Dio! Dobbiamo accettare che, quando si parla di risurrezione e di vita eterna, e quindi in definitiva di Dio e di vita, si fa un salto di qualità tale, che la nostra mente è assolutamente incapace di formarsi un’immagine e ancor meno di darsi una spiegazione di queste realtà. Come creature viviamo nel tempo e quindi pensiamo per categorie inevitabilmente da inserirsi nello scorrere di una dimensione temporale come tutti la conosciamo, fatta di prima e dopo, nascita e morte, giovinezza e vecchiaia, luce e ombra, freddo e caldo. La trasformazione di queste condizioni a priori del nostro sperimentare è costante ed inseparabile dall’esistenza. Io credo che il nostro “reale” sia solo il riflesso di un reale, che appartiene alla sfera del Dio vivente in eterno.

Eppure, noi esseri umani abbiamo accesso a questa Realtà, perché l’unica “cosa” che abbiamo sempre a portata di mano e di cuore, come dice Gesù, è il rapporto con questo Dio. Abramo, Isacco e Giacobbe, entrati nell’Alleanza che Dio ha stabilito con loro, non possono scomparire, perché il loro Dio è lo stesso Dio di tutti e il Suo rapporto, il Suo legame d’amore con loro non muore, così come non morirà per tutti coloro che erano, sono e saranno chiamati ad entrare nella stessa Alleanza.
Questo vale per tutti, oggi, concretamente e realmente: entrati nel tempo della risurrezione, siamo Figli di un Dio risorto, vivi della stessa vita di Dio. Questa relazione con il Dio vivente relativizza ogni altro rapporto instaurato nel tempo finora trascorso, anzi lo integra, lo riordina e lo realizza.
In Cielo, cioè in questa condizione di risurrezione nella quale possiamo entrare ogni giorno e dove saremo per sempre alla fine dei nostri giorni, ritroveremo “eternizzato” tutto l’amore che saremo stati capaci di dare, ma soprattutto, tutto l’amore che il Cristo ha riversato sul mondo, incarnandosi e accettando di condividere la sorte di ogni donna e di ogni uomo perché noi potessimo conoscerlo, tramandare la memoria di quegli eventi ed essere partecipi del suo piano di salvezza.
Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Gesù è lo stesso dei miei genitori e dei miei antenati, di tutte le persone a cui la vita mi ha legato.
Credere per mezzo di Gesù Cristo Risorto nella nostra risurrezione vuol dire per me leggere la storia delle generazioni alla luce del soffio creativo che genera e agisce in esse e attraverso di esse; vuol dire affermare di trarre la nostra origine da Dio, di ricevere da Lui la nostra identità di figli e figlie, pur essendo figli in questo mondo. Il Dio di Gesù è il Dio dei vivi, perché se da Lui ereditiamo il respiro, come sarebbe possibile non vivere per sempre di questo respiro?
Se, per pura grazia, aderiamo a questo, sappiamo che alcune relazioni sono peculiari del mondo, così come tutte quelle che trasmettono il respiro da una generazione all’altra.
Nella mia, nella nostra speranza, il rapporto di tutti i rapporti è quello della filiazione divina che dura per sempre ed è questo stesso soffio creativo che misteriosamente ci unisce sulla terra e ci fa desiderare ardentemente, quotidianamente, l’avvento di una civiltà aperta all’incorruttibile.
Gesù ha promesso la sua presenza fino al compimento della storia, ma rimane un testimone impotente in mezzo a noi, perché la Sua come la nostra risurrezione, così come la vita, non è oggetto di dimostrazione, ma di speranza e poi di esperienza.
“Ama e vivrai”. Chi potrebbe separare chi ama dall’Amore, anche se non riuscisse a farsi una ragione della risurrezione?
Quindi, proviamo costantemente ad amare fino alla fine come Gesù ha amato e “il tempo ce lo dirà”.

Dire a qualcuno “ti amo!” è come dirgli “non morirai!”.
La mia speranza è che ciascuno possa riuscire ad ascoltare il Signore che sussurra il suo “ti amo!”
Sia benedetto questo Dio, per essere la fonte di tutta la vita che ho finora incontrato e vissuto.
Posso solo chiedergli di non stancarsi mai di insegnarmi a vivere oggi alla Sua presenza, in comunione con tutti i Suoi figli.

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Riparazione

Se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto

30 ottobre 2022 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario
Luca 19, 1-10

C’è da chiedersi: “Ma che esperienza ha fatto Zaccheo, per arrivare a dire così?” E a farlo, evidentemente!
Zaccheo è lo stesso pubblicano di domenica scorsa? Quello che chiede pietà per se stesso peccatore? Se è lo stesso, è già su una strada migliore…
La questione – seria – si presenta quando si è giunti a quel punto in cui il male non viene più percepito come tale, ma si trasforma in consuetudine socialmente accettata a causa di una forma generalizzata d’indifferenza, rassegnazione, incoscienza o ignoranza.
Si parla tanto di educazione alla legalità… bene! Ma in quale modo, mi chiedo, è possibile fare l’esperienza di Zaccheo?
Lui, bassino, è salito sull’albero, vale a dire, molto più in alto degli altri, per osservare meglio: magari questo Gesù, questo strano predicatore di successo, potrebbe essere d’aiuto? Mi viene il dubbio – non che sia bello, ma essendo sospettoso… – che da qualche parte possa esistere pure qualcuno che voglia mettere a frutto economicamente perfino Gesù … Anche Enrico IV di Borbone, si dice, ebbe a pensare e a dire: “Parigi, val bene una messa!”
Conosciamo la storia di Zaccheo. Gesù alza lo sguardo e gli dice: “Zaccheo, sbrigati, perché oggi voglio fermarmi a casa tua”; interpreto molto semplicemente come: “Voglio vivere in comunione con te, perché ti voglio bene”.
E Zaccheo per tutta risposta, distribuisce metà della sua fortuna ai poveri, senza che gli venga chiesto nulla, e promette il rimborso con un tasso di interesse del 400% per ogni ingiustizia commessa: una vera e propria rivoluzione di natura individuale, pacifica e pacificante!
Mi si dirà: “Il metodo di Gesù è unico ed è impraticabile per noi, perché Lui era il Figlio di Dio!”. Ovvio, ma è sempre possibile fare come Zaccheo!
Quando il Vangelo dice: “Zaccheo si affrettò a scendere e accolse Gesù con gioia”, afferma che quell’uomo ha deciso di lasciarsi voler bene.
Povero Zaccheo! Quando penso che talvolta viene presentato solo come un peccatore! Subito magari vorremmo far parte di quel gruppo che lo giudica e recrimina, rimproverando Gesù di voler stare con lui!
Eppure, è proprio Zaccheo stesso che dice immediatamente: “Se ho fatto un torto a qualcuno…”
Qual è la nostra prima reazione quando qualcuno mostra interesse per noi? Guardiamo alle cose che siamo stati in grado di fare e di ottenere, ovvero cerchiamo il nostro valore al di fuori di noi stessi. Eppure, la folla ha detto di Zaccheo: “Questo Gesù è andato ad alloggiare presso un uomo che vive nel peccato!”.
Dev’essere andata così: Zaccheo ha compreso di essere accettato e amato dal Nazareno per quel che era, e forse non ha più avuto bisogno di guardare al proprio status e alla propria ricchezza per sentirsi “qualcuno”; ha solo deciso di lasciarsi amare, accettando di ricevere il proprio valore non dalle cose e dagli obiettivi raggiunti, ma da un rapporto d’amicizia senza condizioni. Di colpo percepisce i propri errori come ostacoli frapposti tra se stesso e gli altri, una drammatica stupidaggine.
Ma a cosa corrisponde per me la frase di Zaccheo: “Ecco la metà della mia fortuna, la do…”?
Qual è la mia ricchezza? Non necessariamente i soldi. È il mio tempo, la mia salute, la mia energia. Per altri sarà il proprio denaro, ma anche la propria cultura, le conoscenze, le capacità, l’esperienza, o forse la capacità di essere teneri, comprensivi, sensibili: in breve tutto ciò che fa di ciascuno un essere particolare.
Accettare di lasciarsi amare vuol dire accettare di ricevere il proprio valore da un rapporto d’amicizia verso il prossimo e non più da ciò che abbiamo, anche se non fossero ricchezze accumulate disonestamente, ma frutto del lavoro e/o, metaforicamente, qualità positive in cui consiste la specificità personale di ciascuno. Questo è ciò che deve aver sperimentato Zaccheo.
Nella nostra vita abbiamo vissuto un momento in cui qualcuno ci ha guardato e ci ha detto: “Voglio stare con te, mi beo della tua presenza, ti scelgo, ti amo”?
Nel caso fosse capitata una cosa del genere, cosa è successo dopo?
In alcuni casi uno stravolgimento, un completo capovolgimento del nostro mondo: ciò che prima era importante ha perso valore, ciò che prima non era importante, lo è diventato. Ad un tratto è iniziata una “strana consapevolezza”. Per chi ha fatto un’esperienza del genere il proprio valore non viene più da quel che sa fare e/o dagli oggetti che possiede, ma da un rapporto-relazione-legame vissuto, è il caso di dire, senza se e senza ma. Qualcosa di simile accade a Zaccheo. La gratitudine lo rende immediatamente pronto a restituire, a riparare ogni errore commesso, a intraprendere una vita nuova.
Non è normale che due persone che si amano inizino a condividere tutto? Anche le risorse finanziarie? Un cuore amorevole trabocca di gioia e generosità.
Non è l’esperienza di Zaccheo? Se veramente riuscissimo a vedere in ogni persona la proposta d’amore del Dio con noi e riuscissimo a corrispondere, allora… la questione delle frodi e del mancato senso di legalità sarebbe solo la dispiaciuta memoria di un miserevole errore da riparare.

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Lo spazio del Vangelo

Non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo

23 ottobre 2022 – XXX Domenica del Tempo ordinario
Luca 18,9-14

Ognuno di noi ha bisogno di rassicurazioni.
Riguardo a cosa?
Riguardo al proprio valore, riguardo alla propria capacità di farsi capire, accettare, amare.
Alla fine, alcuni potrebbero addirittura arrivare a chiedersi (insensatamente) se meritano di vivere.
Ma noi siamo sicuramente lontani da queste domande… sicuramente!
In realtà, la questione di rado è posta in modo così diretto; rimane tuttavia sullo sfondo delle nostre coscienze.
Per evitarla, si può vivere alla superficie di se stessi, alla ricerca dello svago, del passatempo, del divertimento o, al contrario, soffocandosi costantemente di impegni di ogni genere, quasi per sentirsi giustificati: “coscienza oscurata per mancanza di tempo”.
Se parliamo di “divertirsi”, mi chiedo: divertirsi con cosa? Da quale perplessa profondità? Se parliamo di impegni e di lavoro: per chi? A quale scopo? Per il sostentamento di se stessi e della famiglia: giusto! Ma è sempre solo questo?
Tutto può servire da alibi, da rifugio, per evitare la domanda fondamentale che in questo preciso momento della storia non riguarda più tanto il bisogno di sicurezza emotiva, ma la responsabilità morale individuale di chi trae profitto dal persistere delle guerre fratricide (devono essere relativamente pochi), di chi è costretto a sostenere indirettamente conflitti e speculazioni, dovendo sottostare alla crescita esponenziale di beni di prima necessità (sono molti, praticamente tutti).
Si badi che sto lasciando da parte altre responsabilità, che comunque non possono passare sotto silenzio: il continuo svuotamento delle risorse del pianeta, il velenoso inquinamento dell’ecosistema in cui cresce la vita e l’ulteriore impoverimento dei ceti sociali più deboli in ogni parte del mondo.
Allora la ricerca del denaro, le imprese varie – come dice il salmo 48, che merita di essere letto tutto tanto è attuale – il desiderio di dare il nostro nome a una terra, a una fondazione, anche ad una strada assumono un altro senso, quello del “mettersi alla prova” che non finisce mai per sentirsi a posto.
La fede cristiana invece è un invito continuo a lasciare la preoccupazione per se stessi e passare alla preoccupazione per gli altri, alla “cura”: qui risiede la nostra verità di uomini fatti a immagine di Dio. A condizione, naturalmente, che la preoccupazione per noi stessi non permanga e giunga ad avvelenare il modo in cui pretendiamo di prenderci cura degli altri.
Diventiamo veramente liberi solo quando riusciamo a vincere la paura di non “bastare”, la paura della nostra insufficienza umana e morale; altrimenti, lo sforzo intrapreso per controllare la situazione può raddoppiare la fatica e questa è la trappola della virtù … della prova che esigiamo da noi stessi.

Da questa prospettiva rileggo la parabola del fariseo e del pubblicano.
Il primo si rassicura elencando i propri meriti: non ladro, non ingiusto, non adultero, neppure pubblicano, in ogni caso migliore degli altri. Ringrazia.
Tralasciamo il fatto che potrebbe anche elencare ciò che omette di fare in termini di dono, giustizia, fedeltà e sostegno al prossimo… mi si direbbe che sono sospettoso e pedante …
Ad ogni modo, nella logica della parabola, non c’è motivo alcuno di sospettare della purezza delle sue affermazioni: il fariseo rende grazie a Dio e in questo ha ragione, la gratitudine è il​​ culmine di ogni preghiera, di ogni parola rivolta a Dio…
Il problema è che ringrazia non per quello che riceve, ma per quello che fa, come se ne fosse la fonte: digiuna due volte a settimana e paga le decime. Tanto gli basta per prendere letteralmente il posto di Dio nel positivo giudizio verso se stesso: si considera diverso dagli altri, cioè superiore. Ce n’è, è vero, già abbastanza per sentirsi rassicurati per conto proprio se uno paga le tasse, ma qui è posta la questione principale che fa crollare tutto l’edificio: quell’uomo in realtà basta a se stesso, ha ragione, non ha più bisogno di Dio, è autosufficiente. E dunque, non ha bisogno alcuno di giustificazione, e, per giunta, lo ignora. Perché continua a recarsi al tempio? Solo per paragonarsi agli altri e confermarsi nella propria superiorità?
Sì, si paragona agli altri e preferisce se stesso;  gli altri, al limite, possono solo meritare un altro pacchetto di sanzioni…
Il pubblicano, peccatore per definizione, si suppone viva dei soldi sottratti durante il suo lavoro di esattore delle tasse; come non c’è motivo di dubitare della veridicità dei complimenti del fariseo a se stesso, possiamo prendere sul serio l’accusa che il pubblicano si muove: «Io sono un peccatore».
Quindi, peccatore consapevole, non trova sicurezza in se stesso e nel proprio comportamento, infatti non osa neanche alzare gli occhi al cielo.
È bellissimo questo atto non detto, quasi invisibile, inosservabile dall’esterno. È qui che nasce forse il “timore” di Dio: una percezione della propria assoluta fragilità di fronte ad un mistero dichiaratamente immenso e la conseguente imprescindibile invocazione: “Abbi pietà di me peccatore!”.
Nell’immagine di questo pubblicano Gesù si fa prossimo al peccatore, si fa Parola incarnata per tutti, si fa Porta di un cammino di salvezza sempre possibile; la misericordia di Dio è “discesa verso di noi”, secondo le parole di san Giovanni Crisostomo; c’è più del perdono qui, ci sono le nozze, c’è la promessa di un cammino insieme e la fedeltà di Dio a noi, anteriore e più grande della nostra a Lui. C’è di che farsi tremare le gambe, per la vertigine che una simile accecante intuizione può causare, soprattutto se accompagnata dalla concreta percezione della nostra fragile umanità.
Dove c’è un pubblicano consapevole della sua miseria, lì ci sarà anche il Cristo con la Sua verità: “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.

Cosa possiamo trarre per l’oggi dalla “lezione di vita” contenuta in questa parabola?
Il respiro che la anima mi sembra essenziale: dice della possibilità di abbandonare una pratica religiosa autocompiacente e autoreferenziale, che la rende ipocrita e malevola, per varcare la soglia della fede.
Si tratta di percepire la reale presenza di un Dio al quale abbiamo sempre resistito, in nome di una nostra personale autosufficienza immaginaria, magari nascosta dietro ogni sorta di meravigliose prospettive sull’intelligenza, sulla creatività, sull’accesso a conoscenze superiori, ormai alienatesi da ogni senso del limite e della realtà, mentre malattia, morte e guerre vengono derubricate a “danni collaterali” e svanisce in un alone di follia il senso dell’umano limite.
Solo il netto rifiuto di simile barbarie porterà con sé una società liberata dal moderno ritualismo ossessivo delle cancellerie, dei governi, delle multinazionali; dall’ossessione del doversi sentire dalla parte del più ricco, del migliore o del più giusto, rendendosi al contempo inevitabilmente complice degli orrori generati dalla ferocia di uomini e istituzioni… che non temono colpa, né morte…
Dove sta l’uscita da quest’inferno in cui ci siamo cacciati?
E pensare che oggi è pure la giornata missionaria mondiale… il terreno frana sotto i piedi… e io mi sento come un birillo su uno sciame sismico.
Mi servono una “teologia” – ma pure “un’antropologia” – nuove, che aiutino a ritrovare “la potenza della creazione di cui il testo antico è traccia, il sorgere di un pensiero capace di creare lo spazio che viene, perché lo spazio del Vangelo sorge quando questa Parola si fa viva, quando essa arriva a interpretare il momento in cui parla e non attraverso riferimenti a un passato, per quanto venerato, ma attraverso un’anticipazione eroica, dove la memoria dell’ascolto si trasmuta interamente in potenza di generare il nuovo”. (Cfr testo già citato la settimana scorsa di Maurice Bellet, Il Messia crocifisso). Solo il Cristo “libera il popolo dall’illusione del popolo, che è quella di voler dominare, di godere del potere divenendo schiavo di coloro che lo detengono”.

Cari confratelli, cari amici, parenti, fratelli e sorelle, e cari tutti coloro che non amo abbastanza o non amo affatto: “Che ne è del Messia crocifisso?”

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Perseveranza e speranza

Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?

16 ottobre 2022 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Luca 18,1-8

La vedova, nella Bibbia, è il modello per eccellenza della persona debole, ordinariamente privata dei propri diritti, sostanzialmente senza alcuna tutela: la sua parola non ha peso, non c’è chi la difenda. Anche la figura del povero nella Bibbia è legata alla condizione sociale di chi non riesce a far valere i propri diritti di fronte a chi avrebbe il compito di esercitare la giustizia. Alla radice, non soltanto economica, della questione c’è l’ingiustizia derivante dall’operato di chi, pur avendo il potere legale di sanarla, si permette di perpetrarla, proprio ignorando i bisogni dei più deboli.
Il giudice iniquo del vangelo è una persona di tal fatta: “non ha riguardo per nessuno”.
Il Dio cristiano, al contrario, è giusto; dunque, se la perseveranza nella richiesta ostinata di una vedova riesce ad avere la meglio sull’indifferenza egoistica di un giudice sprezzante, quanto più la nostra preghiera può essere piena di speranza, essendo rivolta al Padre misericordioso che già conosce la nostra condizione e i nostri bisogni.
Gesù istruisce i discepoli, però, anche circa la tentazione di dire lunghe preghiere, e, allo stesso tempo, non farsi scrupoli nel divorare i piccoli averi delle vedove (20,47). Se, pur temendo Dio, pensiamo di cavarcela pregando a tutte le ore, mentre quotidianamente ci rendiamo complici di ogni tipo di omissioni verso i più deboli… meglio rivedere il nostro programma esistenziale…
La parabola di oggi indica nella costanza della preghiera, quella qualità della fede di chi non smette mai di pregare e mai si scoraggia, anche quando il Padre sembra ignorare la sua richiesta.
Pregare costantemente significa chiedere giustizia con insistenza e fiducia senza moltiplicare inutilmente le parole.

Detto questo, come mai il Signore può farci attendere, prima di fare giustizia?
Poco prima, interrogato dai farisei sul “quando” sarebbe venuto il Regno di Dio, Gesù aveva risposto: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!” (17,20-21).
Questa risposta illumina di una luce nuova anche la storia della vedova e del giudice e me ne convinco di più quando mi ricordo che è scritto anche: “Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete” (17,22).
E’ vero: ho sperimentato circostanze, tempi, eventi in cui ho sentito l’ardente bisogno di vedere questo Regno di Dio, manifesto, ma non l’ho visto. So che esiste una sorprendente connessione tra l’angoscia-tribolazione e la speranza. 
La vedova insiste, è perseverante, pur nell’angoscia, perché si basa sulla fede in un Dio giusto, e sulla forza della speranza che le viene dal proprio netto rifiuto dell’ingiustizia. Non si scoraggia, perché sa che i suoi diritti sono stati cancellati ingiustamente.
Anche Giobbe si aggrappa alla giustizia che si aspetta da Dio, perché c’è nella fede di Giobbe un profondo e autentico rifiuto dell’ingiustizia.
Gesù conclude così: “Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”

Ora, mi chiedo, quale speranza c’è in me alla quale non rinuncerò mai?
C’è una simile speranza?
Penso ad Abramo, che osa alzarsi davanti a Dio e chiedere giustizia per Sodoma: “Lungi da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?” (Gn 18,25).  Abramo contratta, insiste di fronte a Dio, non rinunciando a ciò che sa essere giusto.
Luca ha ragione, questa è perseveranza nella preghiera, Non quella, pur importante che scandisce le ore del giorno, ma l’ardente preghiera della fede, quella rozza e tenace, che nulla tace, perché si aggrappa al Dio giusto, sua unica speranza.
Dio fa anche aspettare il suo popolo.
Sono rimasto incuriosito dalla traduzione del versetto 7 seguita dalla TOB: “Dio rende giustizia ai suoi eletti che lo gridano giorno e notte e – tuttavia – li fa aspettare!” Una traduzione che fa eco all’esperienza cristiana di una lunga perseveranza che spesso è necessario vivere.
So che la Chiesa ha realmente un’unica potenza: la sua resistenza alle dimissioni, la forza della perseveranza nella speranza; nient’altro che la stupefacente potenza di non cessare di esigere giustizia, perché Dio è giusto e quindi il futuro del mondo non può che essere giustizia. Questa speranza si aggrappa a chi ha già vinto la morte.
È dunque la vocazione del popolo di Cristo, ad essere descritta nelle vesti di questa vedova.
Mi vengono in mente le parole di Paolo: “abbiamo un tesoro in vasi di creta” (2 Cor 4,7).
Di fronte ai poteri del mondo, affrontare i nodi degli interessi industriali, economici, militari, politici, ideologici; di fronte a tutta la corruzione, grande e piccola, quella laggiù e quella qui vicino; di fronte al disprezzo, di fronte alla cattiva volontà, insieme, perseveriamo, resistiamo e non smettiamo di chiedere giustizia per il mondo. Solo così, quando il Figlio dell’uomo verrà, in questa vedova troverà la fede.
“Abbiamo pregato tanto – mi hanno detto recentemente – e non è successo niente!”
Qualcuno dice che Il Signore ci vuol mettere alla prova; questa spiegazione a tutta prima, in genere, non piace molto. Io non credo che Dio abbia bisogno di una prova per sapere fino a che punto arriva la nostra fede. Se pensassimo così, avremmo un’immagine di Dio, tinta di un certo sadismo. Siamo noi ad aver bisogno della prova!
L’opera di Gesù è “rendere visibile il male”, come scrive Maurice Bellet, “risvegliare la morte per risvegliare la vita”; allora possiamo capire le parole di Paolo: “Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata  e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.” (Rm 5,3-5).
Ed è vero che la morte sembra governare il mondo, eppure la costanza nella preghiera e la speranza sono il risultato di una fede autentica e della scelta di tenere le parti della giustizia attraverso la misericordia.
“Perché ritardare?” – chiedono diversi salmi – Perché non subito?
Credo sia necessario un salto del pensiero: riconoscere che Egli interviene “ora”, che il Suo intervento è contemporaneo alla mia preghiera e anche che la mia preghiera è essa stessa prova di quell’intervento, perché non posso pregare veramente senza che lo Spirito sia presente; è tutto il giorno che Israele deve perseverare e credere nella vittoria contro gli Amalechiti e contro la morte, e tenere sollevate le braccia di Mosè (Es 17,8-13). In ogni momento ci troviamo sulla linea di demarcazione tra la vita e la morte e la rivelazione data in Cristo mostra che anche questa soglia è superata:
Abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.” (2 Cor 4,7-12).

Nella nostra miopia vediamo solo la faccia di morte della Pasqua che stiamo vivendo; la fede ci fa scoprire il volto della vita e produce il ringraziamento.
Preghiamo sempre, perché è sempre l’ora in cui Dio, con le nostre ingiustizie, fa la nostra giustizia ed è sempre l’ora in cui viene il Figlio dell’uomo.

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Alzati e va’

Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?

9 ottobre 2022 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 17,11-19

Quante volte ho ascoltato questo vangelo e quante volte ho messo e sentito mettere l’accento sull’ingratitudine dei nove che non tornano indietro a ringraziare. 
Oggi penso che forse la questione non riguardi tanto la mancanza di gratitudine, quanto un difetto nella capacità di riconoscere ciò di cui si dispone per dono. Talvolta non si sente ineludibile il bisogno di ringraziare per il bene ricevuto. Può voler dire che quel bene non si riconosce per quello che è, letteralmente si manca di “riconoscenza”, direi per incapacità ad afferrare l’idea che la vita e la salute non sono elementi acquisiti una volta per tutte da rivendicare come un possesso scontato.
Da cristiano, sono certo che la vita (e la salute) siano doni divini da tutelare e sorge spontanea in me riconoscenza e gratitudine verso il Signore per averli ricevuti.
Se rimanessimo entro il ristretto criterio del ringraziamento da galateo, come antidoto contro l’ingratitudine, inevitabilmente sarebbe come trasmettere l’idea che Gesù si possa offendere perché non gli è stato detto grazie. “Cosa si dice?” – diciamo ai bambini quando si dà loro un regalo- “Grazie!!!” – risponde giustamente il bimbo ben educato. Ma quando la prospettiva dalla quale diciamo “grazie” è quella evangelica, in presenza del Signore, non stiamo certo applicando le norme prese da un manuale di buone maniere…
Se faccio un regalo a qualcuno non penso al fatto che mi si dirà grazie; probabilmente chi lo riceve lo dirà, ma la riconoscenza e la gratitudine appartengono ad un livello diverso: la posta in gioco va molto più in là, è più grande, più seria.

Mi chiedo cosa possa aver vissuto quello tra i dieci lebbrosi che è tornato indietro per lodare Dio a gran voce. Si potrebbe rispondere che ha vissuto un’esperienza religiosa: per tornare indietro deve essersi reso conto che la sua guarigione era opera gratuita del Cristo, più precisamente deve essersi sentito accolto e toccato da un intenso amore ed essersi reso conto che la sua non è stata solo una guarigione fisica, ma vita riavuta, ritrovata, cambiata, solo per averlo chiesto con fede.
Quell’uomo mentre torna indietro, per così dire, va avanti: gettarsi ai piedi di Gesù esprime il desiderio di seguirlo, di vivere il suo insegnamento e quell’ “alzati e va’”, è un invito a rialzarsi, a mettersi in piedi per vivere realmente ciò che si è scoperto. Forse il vero miracolo non è neppure la guarigione dalla lebbra, ma la trasformazione dell’uomo.
Rimane il grande mistero: perché solo lui, perché non gli altri? Rimane il mistero della libertà umana di dire sì e di dire no, di rimanere a distanza o seguire il Maestro; ma non dobbiamo dimenticare che quell’uomo era un Samaritano, un impuro agli occhi di un israelita di allora. È proprio colui che è considerato impuro, peccatore, ripugnante, a sentire maggiormente il peso della propria condizione e dunque anche tutta la forza dirompente della liberazione fisica e morale dal male. In altri termini è nella malattia che sogniamo e apprezziamo la salute.
Similmente potremmo dire che è solo dopo aver accettato il peso e la preoccupazione della maternità, che si può piangere di gioia davanti al neonato.
Il ritorno dalla malattia rappresenta spesso la scoperta del dono straordinario di ogni istante di vita. Si impara o si re-impara a vivere, a riprendersi da qualcosa, a ritrovare gli altri e se stessi. Ed è qui che si prende la decisione: accettare di aprirsi alla chiamata a vivere, piuttosto che rimanere prigionieri dell’oscurità. Misteriosamente, la fede è liberatoria. Si può aver chiesto, con fede, a gran voce, la guarigione tenendosi a distanza perché ci si sente indegni. Una volta ottenuta la guarigione, chi torna a lodare? Colui che torna è “salvo”: “Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».”

Dei rimanenti nove sappiamo che, risanati, sono stati inviati dai sacerdoti: i nove sono persone ancora in cammino…il Samaritano invece non solo riconosce il dono, ma anche il donatore, sa di trovarsi alla Sua Presenza: non gli resta che vivere la Grazia: è salvo, già nella corrente della vita eterna.

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