Diseredati o eredi?

Le genti glorificano Dio per la sua misericordia

4 dicembre 2022 – Seconda Domenica di Avvento
Riflessioni su Mt 3,1-12 e Rm 15,4-9

La forza illuminante della seconda lettura di questa Domenica di Avvento consiste nell’esplicita dichiarazione che il Cristo, in primo luogo, è diventato “servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri”. Non si è fermato solo a questo: a tutti gli altri, che non appartengono né geograficamente, né per cultura, né per tradizione al popolo ebraico basta una sola parola, che riassume il senso della necessaria comparsa sulla terra di Gesù di Nazaret: “misericordia”. La misericordia di Dio, di cui parla Paolo, non è trattamento esclusivo riservato ai figli di Abramo, tali per tradizione e cultura, bensì privilegio ed eredità dell’intero genere umano. Infatti se, sul serio, impariamo a riservare parte del nostro tempo a “tutto ciò che è stato scritto prima di noi” e proprio “per nostra istruzione”, i frutti saranno perseveranza e consolazione che tengono viva la speranza.
L’Avvento del Messia unifica sotto gli occhi degli uomini l’intero genere umano, al quale è offerta in dono la salvezza. Rendere gloria a Dio è l’unica risposta possibile a un simile dono. Per coloro che hanno fede, evidentemente.
Come si rende gloria a Dio?
La specifica qualità dell’accoglienza, della convivenza e della fraternità sul modello del comportamento di Gesù di Nazaret, completa il nostro modo di rendere gloria a Dio.
E in quale modo dovremmo rendercene conto tutti?
Il punto di partenza è sempre porsi delle domande sulla nostra personale disposizione all’accoglienza del prossimo, intesa soprattutto come solidarietà fattiva nei confronti dei più deboli.
So che la questione principale deriva sempre dal vivere e accettare le differenze.
Potremmo sentirci come Giovanni Battista: “Voce di uno che grida nel deserto”.
Potremmo condividere il suo disappunto verso tutti coloro che si comportano in maniera iniqua, per poi giungere a porre la stessa domanda che il Battista, dalla prigione, manda a fare a Gesù: “Sei proprio tu quello che aspettiamo o dobbiamo aspettarne un altro?” (cfr Vangelo di domenica prossima). Come dire: “Dacci una risposte chiara!”
Come mai Dio non ci distingue e non ci favorisce, non scuote la realtà quotidiana (evidentemente) degli altri, mettendo davanti a loro la nostra stessa concreta (presunta) speranza?
Sin dai tempi di Giovanni Battista, stiamo ancora aspettando la stessa cosa, e oggi le cose non sono messe più chiaramente di ieri. Anche il Battista sembrava sicuro del fatto suo!
Aveva sentito arrivare il tanto atteso cambiamento da molto lontano; lo aveva trovato annunciato nei discorsi dei profeti antichi, aveva abbandonato tutto per prestare la sua voce a Dio e ripetere quei messaggi di altri tempi, aveva denunciato i peccati di farisei, sadducei, scribi e uomini di potere, aveva additato in pubblico i loro crimini. Allo stesso tempo, accompagnava le sue parole con gesti di purificazione e anche Gesù di Nazaret è andato da lui a farsi battezzare!
Eppure, ad un certo punto, Giovanni aspetta in prigione l’esecuzione della sua condanna a morte, senza avere la certezza definitiva che Gesù sia veramente il Messia atteso.  C’erano state, è vero, conversioni individuali, ma il modo in cui Dio gestiva la salvezza dell’intera umanità non era ancora visibile e comprensibile neanche per Giovanni Battista.
Gesù ha predicato un Vangelo i cui termini, secondo molti, sono rivoluzionari, ma la violenza sulla terra non è finita, e la pace non è ancora per tutti. Gesù è stato giustiziato da innocente, come Giovanni. E ancora oggi si muore innocenti per la causa della giustizia.
Forse qualcosa ci sfugge?
Senza dubbio molti pensavano (e pensano) di poter far pressione su Dio con i loro gesti di pentimento. Pensano, forse, che Dio faccia il lavoro degli uomini al posto loro.
Per esempio, quando il Nazareno viene classificato tra i filosofi o i saggi ispirati o i profeti si concretizza proprio questo equivoco. Giovanni aveva ben capito che erano i cuori degli uomini a dover cambiare, non soltanto le loro idee su Dio; se avessero voluto vedere un cambiamento, avrebbero dovuto attuare una vera e propria conversione, attingendo direttamente alla sorgente della misericordia, che è divina. Gli uomini, da soli, non sono misericordiosi. Questo principio si ritrova nelle parole di Gesù, la possibilità di renderlo concreto nei nostri comportamenti è data dallo Spirito di Dio, che continua a soffiare su ciascuno di noi.
Gesù dichiarò Giovanni il più grande dei profeti (Mt 11,11), probabilmente proprio perché aveva centrato il cuore della questione, predicando un battesimo di conversione. Impresa che può avere successo solo attraverso la misericordia. Per tutti e da tutti.
Ogni epoca sembra rinnovare l’archetipo del Battista. Ogni generazione ha visto l’ascesa di gruppi di giovani con idee generose, pronti a cambiare il mondo, pronti a vestirsi in modo diverso rispetto agli altri e a nutrirsi di cibi lontani dal costume tradizionale, tanto quanto potevano esserlo miele e locuste per Giovanni Battista, loro antenato sulla strada della protesta e della generosità.
Le veementi proteste dei giovani di tutte le generazioni si sono unite a quelle di Giovanni, ma siccome per fortuna non hanno incontrato Erode, in parecchi, delusi dalla mancanza di successo dei loro ideali, si sono successivamente rintanati nelle celle del buonismo e del savoir faire di ogni tipo, ancora chiedendosi qui e là come mai le loro idee non abbiano portato frutti migliori.
Mi chiedo, poi, per completezza, perché non sembri che si vada parlando sempre e solo di errorucci di gioventù: e i vari Erode? Dove sono? Cosa li aspetta? Dove potremmo rintracciarli?
Osando andare avanti in questa riflessione, ci potremmo porre la stessa domanda che si poneva il Battista 2000 anni fa? “Quello in cui credo è una mia rappresentazione o è proprio vero?”
Per me, per la mia esperienza, il Cristo e il suo vangelo sono una risposta certa, ma capisco che purtroppo molti non ci credono.
Eppure, se solo osassimo una discesa in quella fortezza blindata che è il nostro cuore, troveremmo, è vero, vanità, egoismo, ignoranza e ogni sorta di cose poco lusinghevoli, ma se, animati da una grazia inaspettata, invece di rinforzare i lucchetti, li trovassimo aperti? Sarebbe la pace. E il cambiamento.
Noi possiamo soltanto non opporci ad “ascoltare” tutti quei sentimenti che presumiamo mettano a rischio l’idea di noi stessi a stento costruita nel tempo, e le nostre rappresentazioni a proposito degli altri. Questo tipo di ascolto porta inevitabilmente a scoprire un altro aspetto, che dice tutt’altro, semplicemente la verità, racconta l’evidenza, rende visibili molte cose.
E se la “verità” non fosse seguita da effetti pacificanti, non sarebbe necessariamente segno di fallimento, quanto piuttosto la conseguenza di una difficoltà estrema a sostenere le proprie contraddizioni, ma è proprio lì che coglieremmo i segni emergenti del Dio misericordioso che risana.
Certo, vorremmo una Chiesa radiosa: è inquieta, minoritaria e contraddittoria.
La vorremmo senza rughe: è anch’essa presa nei vortici della storia e spesso sa di muffa.
La vorremmo audace: a volte è timidissima e avanza al passo dei peccatori che siamo, cioè sta ferma.
È questa la Chiesa che volevi, Signore, o dobbiamo aspettarne un’altra?
Non c’è altro Cristo e non ci sarà altra Chiesa: la salvezza è lì, offerta da Dio, nel volto di un uomo, nel linguaggio degli uomini, al passo degli uomini.
Cristo non viene soltanto per benedire le nostre iniziative, non è soltanto la conclusione dei nostri ragionamenti, e non parla necessariamente nella direzione delle nostre certezze.
Viene a noi con una parola tutta nuova, che legge la nostra storia, la illumina, le dà senso e la orienta definitivamente.
Oggi, come ai tempi del Battista, possiamo comprendere ciò che Cristo compie nel mondo o in noi stessi solo sulla base della sua parola.
Non siamo in una posizione di forza nel mondo, anche se ci sentiamo autentici, perché la posizione del cristiano in questo mondo non è una posizione di forza: è la posizione di chi ama, un cammino di mitezza, di perdono, di pacificazione, di fede, di speranza.
Il segno della presenza di Cristo sarà sempre il nostro esserci, realisti, concreti, attivi, in favore degli ultimi, favorevoli alla caduta di ogni muro tra nazioni, popoli e classi sociali, uniti intorno alla stessa Mensa. Sì, ma anche e soprattutto la comparsa di un altro che a prima vista non riconosceremo, e attorno al quale potremmo chiederci: ma è veramente lui?
È un bene per noi che Dio sia sempre altro da ciò che accanitamente tentiamo di credere, di difendere, talvolta rinforzando le catene attorno al nostro cuore, perfino quando è molto vicino.

Egli è Colui che viene sempre e nei secoli: liberamente, sovranamente, divinamente, amorosamente.
Accetteremo di essere amati? E, quindi, di amare?

NB: scarica qui il commento al Vangelo scritto per l’8 dicembre 2019

In copertina, particolare raffigurante il Battista da un codice miniato, per info clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

Una opinione su "Diseredati o eredi?"

  1. Se riuscissimo ad ccogliere come realtà l’esistenza di un Dio, famiglia di persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, che ci ama.
    Se dovessimo arrivare a percepire che Dio c’è, che suo Figlio è venuto nel mondo e ci ha mostrato come vivere, sopportando tutto della vita e regalandoci la risurrezione.
    Se dovessimo affidarci allo Spirito Santo certi che ci illuminerà sul da farsi nella via dell’Amore, potremmo rispondere a Giovanni che non dobbiamo aspettare altro..
    Se potessimo donare queste certezze agli uomini e alle donne, pace e amore inonderebbero l’umanità.

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