Canne al vento

Che cosa siete andati a vedere nel deserto?
Una canna sbattuta dal vento?

11 dicembre 2022 – terza Domenica di Avvento
Riflessioni su Mt 11,2-11 e Gc 5,7-10

“Sei proprio  tu quello che stiamo aspettando?”
Proveniente da tutti i tipi di prigione, questa domanda brucia sulle labbra di molti, cuori a brandelli, coscienze spezzate aspettano una risposta. In risposta agli inviati di Giovanni, Gesù parla, testimoniando ciò che sta accadendo.
Ora, mi chiedo, dai nostri (eventuali) confinamenti, noti e meno noti, personali o comunitari, a chi vorremmo inviare qualcuno per chiedere se il Nazareno è proprio colui che stiamo aspettando? Lo si potrebbe domandare per se stessi, o, come nel caso del Battista, anche per tutti coloro che riteniamo facciano parte del nostro ambiente.
Da quale tipo di reclusione viene una persona che pone una simile domanda?
Oggi nessuno chiederebbe ad un altro “Sei tu il messia?”. Eppure l’essenza dell’aspettativa alla base di tanti tentativi di liberazione è sempre la stessa: “Sei proprio tu la persona che libererà me e i miei cari (il mio prossimo più prossimo) da tutti i legacci nei quali mi trovo?”.
Ad un livello via via sempre più materiale e terreno, molto meno universale, potremmo chiedere: “È proprio questo il gruppo, l’associazione, il partito, oppure il maestro spirituale, il coniuge, il compagno, che stavo aspettando”.

Jacques Brel probabilmente aveva sentito la stessa pressione e l’urgenza di questa domanda quando scriveva la sua canzone L’Homme dans la cité:
“A patto che un uomo venga da noi alle porte della città […] che l’amore sia il suo regno e la speranza il suo ospite […] E che non sia un balsamo, ma una forza, una chiarezza lucida e che la sua collera sia giusta, giovane e bella come la tempesta; che non sia mai vecchio o saggio e scacci dal tempio lo scrittore senza opinioni, mercante del nulla, mercante di emozioni […] prima che gli altri uomini che vivono in città, umiliati, con la speranza ferita e appesantita dalla loro collera fredda, erigano nuove barricate nel vuoto delle notti.”

L’uomo che ci raggiunge alle porte della nostra città, della nostra persona, della nostra fortezza, quello che porta l’amore e la libertà – e anche la collera del giusto – non è solo il Cristo, ma ogni “figlio dell’uomo”; e l’uno e l’altro rischiano, come milioni di persone anche oggi, di non riuscire ad entrare a causa di muri, barriere e frontiere erette di giorno e di notte, da chi si ritiene cittadino unico e di diritto; in un attimo sorgono le barriere, a riprova del fatto che non tutto ciò che avviene sotto il sole nel nostro campo è frutto di un piccolo seme accolto, coltivato, curato e lasciato crescere.
Se sentiamo il bisogno di porre a chicchessia una domanda simile a quella del Battista e siamo credenti, vuol dire che quel Gesù che abbiamo dinanzi ai nostri occhi non corrisponde al messia che ci eravamo immaginati.
Ma a chi eravamo andati dietro nel deserto della nostra vita? A una banderuola? Ad un cortigiano? Oppure autenticamente ad un profeta? Se eravamo andati dietro ad un profeta come Giovanni, allora possiamo stare tranquilli, perché quello è il più grande di tutti. Di conseguenza, possiamo considerarci beati, se non ci scandalizziamo ora del Messia che quel profeta ha annunciato. Certo, se Dio avesse lasciato a noi il compito di designare il messia, non avremmo immaginato un falegname, né sacerdote, né intellettuale, tanto meno benestante. Come lo avremmo voluto? Come un mago che ci rende ricchi, immortali, perennemente giovani, in salute e pieni di forze?
Eppure i ciechi vedono, gli storpi camminano, i sordi odono, i morti risuscitano.
Quale messia stiamo aspettando?
Gesù non persegue l’eliminazione delle sofferenza: ha offerto a ciascuno direttamente gli strumenti per trasformarla, rovesciarla e spezzare tutte le catene immaginarie. Questo è Gesù di Nazaret, il Cristo, il Messia che attendiamo a Natale.

Piogge d’autunno e piogge di primavera ci saranno in ogni caso, per questo Giacomo predica la pazienza dell’agricoltore nell’aspettare i frutti del suo lavoro. Il Signore ci visita continuamente, ogni giorno cammina accanto a noi, ma neanche lo riconosciamo. Sarebbe già prova di grande lealtà mandare qualcuno a chiedergli: “Ma se proprio tu, o devo aspettarne un altro?” I reclusi non possono andare personalmente a fare domande, tanto quanto ciechi, storpi, sordi, e morti. Non rimane loro che “mandare a chiedere”.
Tramite la preghiera, ma anche tramite persone incontrate apparentemente per caso: i nostri inviati, discepoli del Cristo.
La pazienza e l’attesa sono l’opposto delle nostre più comuni abitudini che esigono il “tutto subito”, e anche prima: in tempo reale…
Gli antichi solevano dire “dai tempo al tempo”… nel frattempo sapevano spesso cosa fare in attesa del raccolto. Non si può accelerare la crescita delle piante tirandole su per le foglie, magari senza prendersene cura. Non serve “lamentarsi” l’uno con l’altro perché quelle non vengono su in un batter d’occhio…
Sulle spalle degli inviati, dei discepoli, oggi, la responsabilità di non travisare i segni, di non giudicare e di essere misericordiosi, di domare la lingua.

Dall’amore che avremo gli uni per gli altri saremo riconosciuti come Suoi discepoli (Gv 13,35).

NB: il titolo di questo scritto riprende volontariamente il titolo del romanzo di Grazia Deledda. In copertina foto di “Il colpo di vento” di Jean Baptiste Camille Corot (1865); scarica qui le riflessioni sul Vangelo della Terza Domenica di Avvento scritte nel 2019.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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