Svegli

Caravaggio - La conversione di San Paolo sulla via di Damasco

27 novembre 2022 – Prima Domenica di Avvento
Matteo 24,37-44

A proposito di Romani
Seconda Lettura: Rm 13,11-14a

L’Avvento è attesa del Natale, ricordo di uomini di una volta e della loro speranza in un liberatore, in un salvatore che venga ad illuminare la loro notte.
Paolo parla di un altro tipo di attesa, di un’attesa che non finisce a Natale.
Paolo mi ricorda qualcosa che tutti i cristiani conoscono: la venuta di Gesù Cristo, la sua opera, la sua morte e la sua risurrezione hanno cambiato il volto del mondo; in Occidente, contiamo gli anni dalla data della nascita di Cristo, mostrando che c’è un prima e un dopo la venuta di Gesù Cristo sulla terra, ma questo sistema di “date” oggi rischia di perdere senso, molti lo considerano solo un punto di riferimento cronologico convenzionale nel corso della storia, peraltro quella più recente, non sapendo neanche il giorno e l’ora esatta del “principio” che comunque si perde in un passato nebuloso e arcaico.
Tuttavia, c’è un elemento di verità in questo prima e dopo: un bambino nasce in una stalla, da famiglia umile, insegna a poche migliaia di persone, muore innocente su una croce, inchiodato come un malfattore; in pochi dicono di averlo visto risorto; lascia un’eredità di pensieri, parole, comportamenti e atti, che hanno illuminato i passi di milioni di uomini negli ultimi duemila anni.
Sarebbe ora di svegliarci.
Veramente! Forse, menti lucide e cuori in pace con loro stessi potrebbero riconoscere che anche se c’è in corso la guerra, c’è anche la battaglia decisiva, ma potrebbe non avere la forma immaginata.
Gesù è risorto, ma la lotta, per noi, continua individualmente, prima che si stabilisca il vincitore.
Gli uomini al momento resistono alla luce, hanno preferito le tenebre.
Paolo parla dell’arrivo del giorno, quel “giorno del Signore”, che si ritrova in particolare nei profeti dell’Antico Testamento. È il tempo in cui il Signore manifesta la sua vittoria, ristabilisce il suo regno di giustizia e di pace; Paolo unisce i due sensi della parola giorno: giorno come data e ora precisa, e giorno come avvento della luce contrapposto alla notte. (v.12a)
Noi viviamo in un mondo che è “notturno” secondo due livelli di significato: è notte, perché, rifiutando la luce, siamo impigliati nelle tenebre, ma anche è notte perché le tenebre precedono il giorno. Paolo invita a discernere nella notte che ci circonda i segni del giorno che viene. Cristo – proprio storicamente – ha dato il via alla fine della notte e ha messo in moto l’arrivo del Giorno con la G maiuscola. Noi, da qui, dobbiamo essere i primi raggi, le prime scintille che precedono l’alba della domenica del mondo.
Cosa permette di discernere, tra noi, i primi raggi del sole nella notte? Lo Spirito Santo, presente in noi, rinnova la nostra intelligenza e la nostra comprensione delle cose, ci aiuta a non fidarci delle apparenze deformate dal buio, ma a renderci conto che il giorno in arrivo, inesorabilmente, renderà ogni cosa visibile.

Tuttavia, il testo di Paolo pone un serio problema: “la notte finisce presto”, dice; lo ha detto 2000 anni fa! Cos’è, un quarto d’ora biblico? Simile ai quarti d’ora infiniti delle sale d’attesa?
“Presto”, ma c’è ancora da aspettare molto tempo? Oppure, Paolo si sbagliava, era sicuro che il giorno sarebbe arrivato, ma le cose sono andate un po’ per le lunghe?
Il “presto” di Paolo denota l’urgenza e la speranza, dalla prospettiva di un uomo che improvvisamente ha vissuto l’Avvento del Cristo sulla strada di Damasco. I giorni che passano possono sembrare lunghi, interminabili, possono anche congelarci e privarci dell’orientamento, ma le ultime ore della notte sono già suonate e il “presto” biblico risuona nelle nostre orecchie per dissipare l’illusione che la notte potrebbe durare indefinitamente. Dobbiamo svegliarci! Non rimanere addormentarti, alzarci, per riconoscere i segni dell’alba.
Guardandoci intorno al buio, e vedendo sofferenze, crudeltà, perversioni, potremmo rimanere vittime e finire col dire a noi stessi: non finirà mai! Come si può andare avanti così? A che serve combattere se la vittoria non arriva?
Questa sarebbe una sconfitta terribile.
Occorre lottare contro il sonno e l’influenza della notte, adoperando le armi del giorno. 
Come fare? Prima di rivestirci del Signore Gesù Cristo, dobbiamo toglierci gli abiti notturni, le abitudini che confondono: la carne e i suoi desideri.
Sono quegli eccessi che offuscano l’intelligenza delle cose: mangiare troppo o bere troppo, la dissolutezza che offusca le nostre relazioni. Credo che Paolo abbia in mente ogni sorta di immoralità, ma cita in particolare la dissolutezza, perché quando erriamo in questo campo siamo inclini a pensare che non facciamo del male a nessuno. Usare l’altro per trarne esclusivamente il proprio piacere, a qualsiasi livello venga fatto, è un’assoluta mancanza di rispetto per la persona, segno, prima di tutto, di una nostra personale degradazione.
Le peggiori vesti notturne sono la contesa e la gelosia, perversioni della mente e del cuore, perversioni del pensiero razionale offuscato, e dell’emotività distorta che da quello deriva.
Il rimedio a tutto questo è condensato nella stupefacente espressione: “rivestiti del Signore Gesù Cristo”, di vesti luminose, da giorno, simbolo di una vita orientata verso la giustizia e la misericordia, finalmente liberata da preoccupazioni effimere e/o false, da soddisfazioni tanto passeggere quanto illusorie, da egoismi profondi che generano gelosie, disaffezioni e, peggio del peggio, invidia, ostilità, vendette e guerre.  Si tratta di lasciare che il Cristo trasformi la nostra vita senza combatterlo, senza resistergli, allora semplicemente la nostra esperienza non ruoterà più intorno alle preoccupazioni della “carne”, come fossimo ancora vittime di un equivoco antico a proposito delle nostre reali e concrete possibilità, e di conseguenza, ancora confusi e deliranti nelle aspettative immaginarie. Risultato di una simile condizione è spesso il pessimismo, che conduce al disprezzo verso il prossimo e verso se stessi.
Paolo invita a rimanere saldi nel nostro orientamento spirituale, allontanandoci dall’oscurità per ricevere la luce di Cristo, senza resistergli ulteriormente, diventando ciò che siamo da sempre: figli di Dio. Svegliamoci e usciamo alla luce.

Per ricollegarci al vangelo di oggi, non facciamoci trovare come ai tempi di Noè, inghiottiti dalle vecchie abitudini, anestetizzati all’Avvento del Cristo, annaspanti nella confusione della mente e del cuore, in preda alle più svariate quanto inutili frenesie. Facciamoci trovare svegli, attaccati l’uno all’altro, insieme, in una fragile arca fluttuante, che porti in salvo tutto ciò che di noi è rimasto di fratelli in Cristo e con un piccolo spazio di tempo, libero per l’imprevisto, per il non programmato. 

NB: tramite questo link è possibile scaricare il commento al Vangelo scritto per la Prima Domenica di Avvento nel novembre 2019.


Per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Tramites 29 novembre 2019

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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