Cose nascoste

Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.

9 luglio 2023 – XIV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 11,25-30
Seconda Lettura: Rm 8,9.11-13

Il testo inizia con una preghiera di Gesù, pronunciata in un momento non situato con precisione: “in quei giorni”, come se l’evangelista avesse voluto conservare un messaggio possibile per ogni tempo.
La preghiera si ispira probabilmente alle parole del Siracide: “Ti glorificherò, Signore mio re, ti loderò, Dio mio salvatore; glorificherò il tuo nome, perché fosti mio protettore e mio aiuto e hai liberato il mio corpo dalla perdizione, dal laccio di una lingua calunniatrice, dalle labbra che proferiscono menzogne; di fronte a quanti mi circondavano sei stato il mio aiuto e mi hai liberato…” (Sir 51,1-2).
Il Siracide è un libro tardivo della tradizione giudaico-cristiana, che non è stato mantenuto nella Bibbia ebraica e che fu scritto intorno al 180 a.C.
Gesù qui rende lode al Padre, Signore del cielo e della terra, perché ha nascosto la verità ai sapienti e agli intelligenti e l’ha rivelata ai “piccoli”. Poco prima, aveva rimproverato aspramente gli abitanti di Corazin e Betsaida perché non si erano resi conto di come stavano le cose neanche alla vista dei miracoli compiuti da Lui sotto i loro occhi e li aveva avvisati del rischio di una fine peggiore di quella toccata a Sodoma, città emblematicamente cancellata dal fuoco del cielo.
Il parallelo suggerisce che gli abitanti di Corazin e Betsaida, nella mente dell’autore, sono paragonati a persone bugiarde e calunniatrici.
C’è un’altra assonanza possibile tra il Vangelo di Matteo e il Siracide riguardante l’immagine del giogo: “Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l’istruzione, essa è vicina e si può trovare” (Sir 51,26)
Gesù similmente parla del Suo giogo “facile da portare” e del Suo fardello “leggero”. 
L’esortazione di Gesù appare come uno sviluppo di questa immagine comune e comprensibile per le persone che si radunavano attorno a Lui per ascoltarlo, si sta rivolgendo ai “piccoli”, cioè alla gente comune, non ai ricchi o ai potenti, agli aristocratici, agli intellettuali e saranno proprio i piccoli a dare origine a questa preghiera di lode.
Chi sono, a guardarli più da vicino? Se seguiamo la traccia di collegamento tra il capitolo 51 del Siracide e il nostro brano, sono tutti quelli che, con franchezza e senza alcuna malizia, si allontanano dalla menzogna e dalla calunnia. Quelli che non cercano, con calcoli perversi, di danneggiare gli altri.
Per questo Gesù li contrappone agli intelligenti, ma questo non deve essere visto come una critica alla riflessione intellettuale. Non sono l’istruzione, la cultura, il sapere sotto accusa, ma la malevolenza se è esercitata da chi ha o sa di più.
Gesù naturalmente non invita all’ignoranza e alla pigrizia, ma alla franchezza e alla lealtà, disponibile sempre per tutti, sia a chi è più istruito, sia a chi lo è di meno.
Purtroppo, nel corso della storia cristiana, l’interpretazione fallace ha avuto il suo successo; come prova potrei citare François Mauriac, che annotava nel suo taccuino del 1954:
“Che Dio preferisca gli imbecilli è una diceria che gli imbecilli diffondono da diciannove secoli”.
La storia del cristianesimo sarebbe stata senza dubbio diversa e forse meno drammatica se la riflessione intellettuale l’avesse illuminata meglio nei suoi periodi di oscurantismo.
Ma per fortuna, in ogni momento di crisi, la Chiesa ha annoverato tra le sue fila persone, che hanno messo la facoltà della ragione al posto che le compete.
La rivelazione del Vangelo va oltre il solo intelletto e fa appello alla facoltà dell’intuizione, che scarseggia in un epoca tutta dedita all’esclusività della ragione scientifica e tecnologica, perfino negli strumenti d’interpretazione delle arti, dove anche “l’intelligenza” è divenuta artificiale….
Il cristianesimo si basa sulla fede e sull’intelligenza … non artificiale!
Come si fa a vivere, basandosi sulla fede e sull’intelligenza non artificiale? Nella seconda lettura di oggi troviamo una “buona risposta”.
Io credo ci sia di fondo un unico grande miracolo, quello della conversione.
Paolo la racconta così: siamo stati “posti”, nascosti “in Cristo” e questa frase non può che essere il frutto della sua miracolosa conversione;  dirà anche: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”
Questa frase, per esempio, conosciuta e falsificata dai peggiori criminali della storia, è stata “usata” in maniera distorta; masse di innocenti sono state trattate come pecore da macello da manipoli di falsari del pensiero di Gesù di Nazaret, esattamente come è avvenuto per il Gesù storico, sulla croce, a Gerusalemme intorno al 30 d. C.
Per chi vive, sentendosi “posto” in Cristo, non esiste un luogo più certo per essere, non solo protetto dal giudizio negativo di Dio, ma sostenuto dallo stesso giudizio quando l’ingiustizia dell’umano dovesse volgersi contro di lui.
Quando si sbaglia, come direbbe forse San Paolo credendosi debitori delle opere della carne, cioè quando si vive nell’egoismo, quando ci si appropria della vita altrui, quando si prevarica l’altro, quando si utilizza la ragione per distorcere la realtà a proprio favore, le conseguenze negative non riguardano solo il prossimo, ma in primo luogo se stessi: è come se ci si adoperasse attivamente per uscire da quella condizione dell’essere “posti in Cristo”. Essere posti in Cristo è la soluzione della questione dell’esistere, non una parte del problema.
Lo Spirito, che ci istruisce per via dell’intelletto e dell’intuizione, ci equipaggia per una vita all’altezza del nostro status di figlio o figlia di Dio; il giogo è leggero perché non siamo da soli a portare il peso della carne, chiaramente intesa in senso paolino, e in tutte “queste cose”, non c’è oggi più nulla di nascosto, sia per “piccoli”, che per “grandi”. Tutto è stato rivelato.

In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. (Rm 8,37-39).

NB: leggi qui la riflessione del 5 luglio 2020

Dignità

Chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto

2 luglio 2023 – XIII Domenica del Tempo Ordinario
Mt 10,37-42
Rm 6,3-4.8-11

Gesù dice con forza “me” 7 volte (5 volte nei primi tre versetti più altre due al v. 40). Il messaggio è assai personalizzato. Dice la centralità di Cristo. Il Vangelo è Gesù, Lui. La fede si gioca nel rapporto personale con il Maestro.
E cosa significa essere “degno” di Gesù, ripetuto tre volte? La parola greca originariamente non aveva alcun significato morale nel senso di “merito”. Si riferisce a una barra o una trave, un dispositivo utilizzato per distribuire lo sforzo di sollevamento su più punti. Il significato è quindi piuttosto “avere lo stesso peso”, “essere dello stesso valore”, e quindi “capacità di accordarsi”.Tre modalità non rendono degni…
Le prime due sono brutali: “chi ama suo padre o sua madre più di me non è degno di me; chi ama suo figlio o sua figlia più di me non è degno di me”.
Sono cristiano e tuttavia non posso dire di amare Gesù più di mia madre. Posso dire che preferisco impegnarmi in una parrocchia piuttosto che in un organismo di volontariato… o che scelgo un ritiro spirituale piuttosto che una settimana in spiaggia.
Ma l’amore per Gesù e per mia madre non mi sembrano paragonabili.
Noto con sorpresa che Gesù non parla qui di una relazione di coppia o delle relazioni tra fratelli e sorelle. Enuncia in questo contesto solo delle relazioni di filiazione, relazioni verticali, relazioni di autorità, di dipendenza. Duemila anni fa l’autorità dei genitori era molto più forte di oggi. Consentire al figlio di prendere le distanze da suo padre era all’epoca una cosa rivoluzionaria. Ancora oggi l’effetto liberatorio rimane. La nostra integrazione nella vita, la nostra identità sociale e culturale passano sempre attraverso la famiglia, la sua tradizione, la sua rete. La nostra identità di cristiani si basa su Cristo.
Gesù invita a passare dal dominio della legge – la legge ebraica, la legge della nostra famiglia, del nostro ambiente – alla legge di Cristo che è libertà.
Quindi, senza negare il quinto comandamento – Onora tuo padre e tua madre – Gesù incoraggia i convertiti le cui famiglie rimangono radicate in un’altra fede o in un’altra ottica, ad avere il coraggio di affermare in coerenza il proprio orientamento.
Libera dall’argomento della sottomissione a tutto ciò che è in contrasto con l’unico nuovo comandamento; la relazione con Cristo è il fondamento di ogni relazione umana e la fede aiuta ad “amare” meglio i genitori e i figli.
La seconda modalità che toglie dignità ai discepoli è il rifiuto di portare la croce.
Gesù è morto sulla croce. Quando Matteo scrive, 50 anni dopo la caduta di Gerusalemme, le persecuzioni contro gli ebrei sono intense e iniziano le persecuzioni contro i cristiani. Alcuni sono morti per aver seguito Cristo, ma Gesù non fa una chiamata al martirio. In ogni caso, seguire Cristo può significare opporsi a costumi, tradizioni, opinioni dominanti che non derivano dalla logica dell’amore per il prossimo, anzi sono in totale contraddizione; accettare il dolore, la fatica, il peso e le conseguenze di questo significa non opporsi alla croce e rimanere in piedi in relazione a Lui, pur nelle difficoltà e nelle prove del vivere.
La terza modalità è ancora più dura e paradossale: Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Una parola che si trova nei 4 Vangeli. Non possiamo scappare dal confronto con questa parola.
Ma come può avere senso per noi?
La parola “vita” indica intanto la vita qui e ora, non c’è solo il riferimento alla vita eterna. Chi trova la “propria” vita, cioè è centrato solo su se stesso, inevitabilmente la perderà, come se la terra smettesse di girare intorno al sole e girasse solo su se stessa.
Al contrario, colui che vive pienamente, che si dona agli altri senza riserve, accettando anche le situazioni difficili, perderà la presa su quel centro ritenuto certo e insindacabile (se stesso) per trovare la pienezza del vivere, la maturità umana e spirituale.
Vivere vuol dire prendere il Vangelo come criterio centrale dell’esistenza, accettare di prenderlo come punto di riferimento, così come il sole lo è per la terra; dire di sì ad una relazione vivente con Cristo, presente in ogni uomo e in ogni donna, ogni giorno della vita.
Nella seconda parte l’atmosfera si fa meno rovente.
La prima parte del testo è una parola senza mezzi termini diretta ai discepoli.
La seconda parte è una parola diretta a coloro che li accolgono, quindi sempre e ancora a noi tutti.
L’accoglienza è prima di tutto ospitalità, un atteggiamento molto importante in Medio Oriente. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Gesù stabilisce una stretta relazione tra il discepolo, vale a dire tutti i cristiani, se stesso e il Padre.
Si può accogliere un discepolo come profeta, come giusto o anche semplicemente perché è un discepolo; lo si può accogliere con tutti gli onori o anche solo offrendo un bicchiere d’acqua. Quando avremo accolto anche una sola persona che ci venga incontro nel nome del Cristo, avremo la vita in tutta la sua pienezza. Qui chiamata “ricompensa”. Accogliere il Signore è la ricompensa.
La prospettiva di una ricompensa distrugge per voi il motivo morale?
Agire bene in vista di una ricompensa non sembra in “stile evoluto”?
Dovremmo magari fare del bene per qualche ragione altra e più alta?
Se la gratuità rischia di essere confusa da una parte con un vuoto rigore masochistico o, dall’altra, con l’abitudine ad uno stile pe’ fa’ vere’ – come diceva molto appropriatamente un mio amico napoletano (per apparire generosi agli altri) – allora si possono fare domande simili.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.
Non si tratta più di mio padre o di mia madre, di mio figlio o di mia figlia, si tratta di un “Suo discepolo”, non mio o tuo o suo. Allora tutte le gerarchie saltano, perché si tratta della vita di tutti. Una ricompensa che si apre sul mistero della “vita eterna”, che va oltre il mio e il tuo e si apre a tutto ciò che è nostro fin dall’inizio.
Chiunque ti accoglie mi accoglie, e chi mi accoglie, accoglie colui che mi ha mandato.
Talvolta preferisco dirmi più semplicemente che Gesù ci conosce così bene nei nostri calcoli e tattiche, a volte contorti, tra generosità e desiderio di ricompensa, che ha parlato così per farsi capire da un certo numero di persone, ma il premio – la vita –  qui è già dato, non viene meritato, né guadagnato.
Per essere pienamente umani dobbiamo incontrare l’altro, ed è solo ancorati in Cristo che possiamo farlo… pena il girare su noi stessi… o il far girare gli altri attorno a noi…
Chiunque ti accoglie mi accoglie, e chi mi accoglie, accoglie colui che mi ha mandato.

Per leggere la riflessione del 28 giugno 2020, clicca qui

Annuncio

Quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze

25 giugno 2023 – XII Domenica del tempo ordinario

Seconda Lettura: Rm 5,12-15
Vangelo: Mt 10,26-33

Non c’è nulla di segreto che non venga conosciuto: un detto contemporaneo?
Le vite private vengono costantemente mostrate in selfie, storie e pubblicazioni sui social network, spesso oltre il limite della decenza; mentre si redigono norme per proteggere i dati personali, si danno autorizzazioni al tracciamento di preferenze personalissime e alla geolocalizzazione, in nome della comodità e della sicurezza. L’epidemia di COVID 19 è stata, per esempio, uno spiccato esempio della “necessità” di tracciare i contatti interpersonali ai fini della tutela della salute.
Lo sviluppo tecnologico della nostra epoca ha ristrutturato i confini tra vita privata e vita pubblica. Ogni “segreto” potrebbe diventare sospetto, anche quando si trattasse soltanto di riservatezza. Inoltre l’intrusione assoluta nella vita privata per creare scalpore a fini di lucro o per vendere beni e servizi è ormai all’ordine del giorno.
Quindi è vero: non c’è nulla di segreto che non venga conosciuto.
Ma non credo fosse nei piani di Gesù incoraggiare questa, che a me appare una grottesca deriva del nostro tempo.

Da un punto di vista esistenziale, invece, il segreto non è qualcosa che rimanga stabile, viene rivelato, ma la rivelazione viene spostata – per l’uomo – nel futuro, semplicemente perché questa è l’unica possibilità disponibile per gli esseri umani. Pensiamoci: se ignoriamo qualcosa che altri sanno e non vogliono farci sapere, quello è un loro segreto; se mai lo conoscessimo, sarebbe sempre in un momento successivo. Perfino la vita privata di una persona può diventare oggetto d’indagine storica settanta anni dopo la morte, tanto è vero che oggi si parla di “diritto all’oblio”. Segno che qualcuno preferirebbe essere dimenticato…
Il senso della “segretezza” di cui parla Gesù è tutt’altro: il suo insegnamento e il suo operare hanno avuto, hanno e continueranno ad avere un impatto decisivo su tutti, individualmente; che lo si voglia o no, che lo si veda o no; che lo si accetti o no. La cosa sarà manifesta, non è e non sarà nascosta. E’ un’idea che dà le vertigini, perché c’è un “di più”: sarà manifesta la realtà della vita eterna di ciascuno. Questa è la nostra fede.

Diventa così comprensibile l’urgenza della condivisione di quell’insegnamento e di quel pane.
È ascoltando quella voce che si passa dalle tenebre, cioè da una condizione iniziale, priva di comprensione e piena di errori, alla comprensione, alla fede e all’annuncio dalle “terrazze”.
Le terrazze potrebbero oggi essere addirittura i luoghi di convivialità, di libertà e di vita sociale; le terrazze sono il simbolo stesso dell’incontro e della circolazione della Parola.
Nel tempo intermedio tra l’una e l’altra condizione sorge ciclicamente un ostacolo: la paura.
La paura sembra avere un ruolo considerevole in qualsiasi età della storia; pensiamo all’11 settembre 2001 e alla parola “terrorismo”, una minaccia seria; ma la minaccia alla vita sorge in ogni momento della storia e in varie forme, sicché l’uomo ha un istintivo impulso ad immaginarla dentro tutto ciò che è estraneo, diverso o nuovo, non soltanto in ciò che è veramente minaccioso.

I primi cristiani erano una minoranza marginale, oggi non è così, ma per qualcuno anche il momento della rivelazione si fa preoccupante e minaccioso. Per questo motivo è così facile per i cristiani e per tutti coloro che avanzano nel cammino di fede incontrare il sarcasmo o l’opposizione.
È in questo contesto che, credo, vada riletto il Vangelo di questa domenica.
“Smettete di avere paura”: questo, in sintesi, ciò che Gesù dice; anche quello che siamo veramente verrà alla luce, perché non c’è nulla di segreto, né di nascosto. Il nostro vero nemico non è la persona che può farci male fisicamente, ma tutto ciò che ci impedirà di diventare o riconoscere ciò che veramente siamo, quello o quelli che agiranno per impedirci di esprimere quel soffio o quella fiamma che Dio ha posto dentro di noi.
Che garanzia abbiamo rispetto a tutto questo discorso?
Solo la fede.
Parafrasando il Vangelo di oggi si potrebbe dire: se Dio si preoccupa dei piccoli passeri che io trovo insignificanti, tanto più deve essere pronto a venirmi in aiuto in ogni momento.
Gesù ha potuto pronunciare quelle parole, probabilmente lui stesso, come uomo, deve essersi fermato a guardare, commuovendosi, la bellezza della natura, i dettagli di un volto, la pienezza delle relazioni amicali e ha potuto capire attraverso la propria umanità che la vita è, e fluisce continuamente da una fonte inesauribile. Quindi il Creatore di quella vita deve essere molto interessato a tutto questo.
E se Dio è interessato a tutto questo, allora è certamente interessato a ciò che è vivo in me.

Cosa farei se smettessi di avere paura?
Forse dovrei dire alcune verità difficili a dirsi ad alcune persone?
Forse dovrei oppormi ad alcune iniziative che ritengo dannose?
E gli altri? Forse correrebbero il rischio di una nuova professione? Più vicina alle loro competenze e ai desideri che portano in loro?
Oppure qualcuno avrebbe seguito il desiderio di avere un figlio? Forse accoglierebbero più facilmente persone che appartengono ad un mondo che li confonde?

Che ne so? L’elenco delle possibilità dell’essere è infinito, ma solo l’ascolto permette di capire chi siamo e qual è la nostra via.
Se vivessi in una di quelle parti del mondo dove le chiese vengono ancora bruciate, resisterei a tutte le ideologie e alle tendenze che negano l’unicità di ogni essere umano?
Resisterei a chi volesse impedirmi di coltivare liberamente ciò che è stato seminato nel profondo del mio essere? Sosterrei le derisioni e le minacce?
Il finale del Vangelo può sembrare duro:
“Chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.
E, in effetti, se avessi rifiutato di diventare quello che sono, come potrei pensare di essere riconosciuto?

Quindi, facciamoci coraggio… smettiamo di avere paura e preoccupiamoci di ciò che è unico in noi.
D’altronde: siamo tutti giustificati per la nostra fede.
Come funziona?
Tramite vasi comunicanti.
Come dice Paolo, siamo giustificati per il nostro legame con Cristo, così come siamo peccatori per il nostro legame con Adamo.
Il giorno in cui Adamo ha disobbedito a Dio, ero lì in lui, il giorno in cui Gesù obbedì a Dio andando alla croce, sono rimasto in lui.
Qualcuno ha detto che il destino dell’umanità si è svolto in due giardini, davanti a due alberi. Davanti a uno di essi, Adamo decise di disobbedire e l’umanità fu immersa nel peccato e nella morte. Ma fin dall’inizio, Gesù ha deciso di obbedire e una nuova umanità, tu, io, tutti noi siamo stati immersi nella vita. Poiché Gesù ha obbedito, noi abbiamo obbedito in lui. Poiché Gesù è giusto, noi siamo giusti in lui. Poiché Gesù vive per sempre, noi viviamo per sempre.
Se si comprende questo, si comprende la giustificazione per fede.

Leggi qui la riflessione del 21 giugno 2020

Rimanere vivi

Gesù, vedendo la folla, ebbe compassione,
perché erano come pecore senza pastore

18 giugno 2023 – XI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 9,36-10,8

Questo testo evangelico è un “manifesto” per un nuovo modo di concepire l’essere umano, Dio e la religione.
L’elemento “sovversivo” del contenuto non sfuggì alla prima generazione di cristiani, tanto che Matteo, circa 20 anni dopo Marco, lo riprenderà. Matteo fa seguire a questo episodio quello in cui Gesù chiama e invia i suoi discepoli in missione.
La domanda di oggi è: chi è veramente il pastore?
Immedesimiamoci nel contesto dell’anno 80: Gesù non c’è più fisicamente, i testimoni diretti sono tutti scomparsi, gli altri, che hanno vissuto l’esperienza dell’amore di Dio, si chiedono cosa fare affinché la folla non sia allo sbando; come trasmettere quell’esperienza liberatoria? Come continuare ad essere un unico corpo in quelle circostanze?
La soluzione, vista con gli occhi di Matteo, è semplice: predicare e curare nel modo che Gesù ha insegnato loro, trasmettere quell’amore ricevuto. Gratuitamente.
Come Lui ha fatto, loro possono continuare… sembra facile…

In ogni caso, questo è un messaggio che struttura la Chiesa e ha dei precedenti biblici rilevanti, per esempio, in Nm 27,15-21, quando Mosè, alla fine della sua esistenza, prega il Signore di dare una guida a Israele o in Ez 34,23, quando il Signore fa di Davide il pastore di un popolo maltrattato e lacerato.
Matteo colloca quest’episodio in un punto diverso della sua narrazione rispetto al passo parallelo di Marco; in Matteo la commozione di Gesù per le “pecore senza pastore” precede l’invio dei discepoli in missione. Il Cristo, al pari di un nuovo Mosè o di un nuovo Davide è IL pastore che istruisce e si prende cura del gregge; la Chiesa ne continua la missione.
Nel Vangelo  di Marco, invece, si coglie un altro aspetto, perché la commozione di Gesù segue l’invio. Il Nazareno ha parlato alla folla e, provando compassione, compie la prima moltiplicazione dei pani. Dopo, si ritira a pregare, quasi a suggerirci che il vero pastore è Dio Padre, al quale il Figlio stesso si volge, indicando così l’origine e la meta della vita e dell’uomo; per noi è un segno importante. Lo smarrimento e la confusione delle persone commuovono Gesù, perché il punto di riferimento mancante a quelle “pecore senza pastore” è Dio Padre; Gesù piange per le sofferenze del prossimo e probabilmente perché sa che il suo incredibile “successo” e quello dei suoi discepoli tenderà a far sì che molti guarderanno a Lui stesso e ai suoi discepoli come a punti di riferimento al posto di Dio, cosa che aumenterà la confusione.
Credo questo sia anche uno dei motivi per cui Gesù invitava spesso i discepoli a non parlare delle sue opere di guarigione.
Nel mondo agiscono i demoni – si dice nei Vangeli – cioè i sentimenti e le volontà malvagie – come forse saremmo più disposti a chiamarli oggi; tutti i tentativi umani di sostituirsi a Dio sono da annoverarsi tra questi demoni, a questa tentazione sono esposti anche gli inviati, quasi come nell’antico adagio: mentre il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.
Gesù annuncia il regno di Dio, non il suo; la volontà del Padre, non la propria; la volontà di Dio è che le creature rimangano nel suo amore, il nuovo comandamento è l’unica legge che fa vivere l’uomo, comprensibile sia per la ragione, che per il cuore umano.
Per noi la questione rimane inalterata nel tempo: come comprendere, seguire e raccontare il Vangelo, come rimanere nel Suo amore, come farsi prossimi agli altri, senza essere scambiati per la fonte del bene e, soprattutto, senza sentirsi la fonte del bene che, eventualmente, riusciamo a dare?
Ciascuno potrebbe porsi la stessa domanda rispetto al proprio modo di amare, di voler bene. Per esempio, da dove viene l’amore che si prova per per un figlio o per il partner? Da dove viene questa forza che monta come una marea e rende capaci di vivere per l’altro, senza sentirsi diminuiti in nulla? Cos’è che fa sentire così vivi?
I membri della comunità cristiana sono strumenti pratici per la realizzazione del nuovo comandamento; se ci facciamo prossimi all’altro, questo significa che ci stiamo occupando di ciò che Dio stesso sta facendo. Frapporsi o anche solo pensare di poter ostacolare il Suo progetto è il tradimento peggiore.
“Gesù ebbe compassione di quella gente”: è un manifesto teologico, una proposta di rinnovamento della religione e dell’uomo e ha delle conseguenze. Per tutti.
Dio è uscito dall’Olimpo e dagli imperi, guarda agli uomini e si commuove, non indottrina, ama, cura, nutre, guarisce e libera dalle schiavitù.
Gli uomini sono usciti dall’epoca degli dèi falsi e bugiardi? Hanno smesso di nascondersi? Hanno imparato ad assumersi rettamente la responsabilità dell’eredità ricevuta in dono per poterla trasmettere? In altri termini, abbiamo imparato ad amare?

Il Signore è il mio pastore, recita il salmo 23. 
Erano come pecore senza pastore, dice il Vangelo…
Avevano dimenticato Dio?
Avevano perso la strada per arrivarci?Erano persone sbandate?
Tutti avevano bisogno di amore; tutti hanno bisogno d’amore, tutti possono darlo, l’importante è rendersi conto di essere attraversati da quella marea che non finisce, perché la fonte è inesauribile.
(E non scansarsi).
Rimanere in Cristo è semplicemente questo.

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Vita

Colui che mangia me vivrà per sempre

11 giugno 2023 – Corpus Domini
Vangelo: Gv 6,51-58
Seconda Lettura: 1Cor 10,16-17

Pochi versetti dopo quelli che oggi leggiamo alcuni discepoli, dopo aver udito il discorso di Gesù sul “pane vivo”, diranno: “Questa Parola è dura, chi può ascoltarla?”(v. 60).
Per noi, però, è molto di più della manna celeste, che, inviata da Dio, servì da cibo agli israeliti nel deserto; Gesù, concretamente, ha moltiplicato i pani per le persone che erano andate ad ascoltarlo; l’alimento fisico è necessario, sì, ma non sufficiente a rendere vivente l’uomo in tutta la sua realtà. C’è qualcos’altro, esattamente ciò che Gesù chiama: la sua carne e il suo sangue: la vita.
Ma cosa significa veramente?
La carne, in senso biblico, non è solo il corpo fisico che sopravvive perché trae energia dagli alimenti; il sangue non è solo il liquido rosso che scorre al di sotto della nostra pelle trasportando l’ossigeno e il nutrimento di cui abbiamo bisogno per vivere.
La carne e il sangue rappresentano l’essere umano così come Dio l’ha creato: la persona intera e vivente, che fa esperienza su questa terra, durante un tempo limitato; sono il legame tra la dimensione infinita della vita e la nostra esistenza, il legame tra Dio e l’uomo.
Gesù illustra lo stesso tema nella parabola della vite e dei tralci: la linfa circola in tutta la pianta, è il principio vivente che il Creatore ha infuso nella creatura.
Nell’Antico Testamento, il libro del Levitico vietava di mangiare carne con sangue; bisognava dissanguare completamente l’animale, prima di consumarlo, perché la Vita appartiene a Dio, il suo Creatore, e nessuno ha il diritto di appropriarsene. Se qualcuno versa il sangue di un uomo, se gli toglie la vita, infatti, diventa colpevole direttamente nei confronti di Dio e verso tutto il genere umano, oltre che nei confronti del singolo al quale ha tolto la vita.
A pensarci bene si capisce perché questo linguaggio “è duro”… perché non concede alcun alibi ad ogni tipo di vendetta, omicidio, guerra, prevaricazione, sopruso, abuso, e ad ogni forma di “autorità” che se ne serva.
Forse ora comprendiamo meglio cosa vuol significare Gesù, dicendo che dobbiamo “mangiare la sua Carne e bere il suo Sangue”.
L’adesione a questo può addirittura sfociare nel donare la propria esistenza terrena, da innocenti; i martiri vengono uccisi in un contesto d’odio contro la vita e/o di totale ignoranza; l’ignoranza è l’ultima possibilità di appello per i crimini contro la vita, lo sappiamo dal Cristo. Sulla croce, chiese al Padre il perdono per coloro che lo avevano giustiziato: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.”
Il Cristo, in nome dell’amore per la vita e per sua sorgente, si consegnò volontariamente alla propria passione e sopportò quella fine violenta che gli uomini di allora si erano illusi di poter decretare.
Noi possiamo sperare di avere vita sufficiente per portare a compimento ciò che dobbiamo fare?
Siamo così vivi da poter amare la vita in ogni sua forma?
Riusciremo prima o poi a liberarci dalla nostra violenza, dall’istinto di prevaricazione e di vendetta, dai sentimenti ostili, dall’invidia e dalla gelosia fratricida? E da tutti i falsi alibi?
Ci viene in aiuto Paolo (vedi la seconda lettura di oggi). I Corinzi pensavano di essere abbastanza forti da poter sfidare i poteri nascosti dietro gli idoli; Paolo li avverte che possono contare sulla promessa di superare le tentazioni, ma non quelle in cui si gettano a capofitto per presunzione personale.
Quindi anche noi dovremmo discernere con chiarezza se, e a quale idolo ci siamo rivolti.
Cercare il nutrimento per vivere nella Parola e nella coerenza delle nostre pratiche, significa trovare la ragione per vivere, impressa in noi da molto tempo, e, se questo dovesse allontanarci da chi non cerca questo nutrimento, la fede ci darà il coraggio di accettare la differenza e la capacità di viverla, in memoria di un sacrificio già compiuto per la vita di ciascuno di noi.

“In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”.
Si parla di avere la vita, non di possederla nel senso di esserne padroni; la vita ci attraversa, ci scorre dentro in abbondanza se solo accettiamo di non frapporre ostacoli, ricollegandoci alla sua sorgente; è questione di lasciar cadere le gelosie, le invidie, l’ostilità, soluzione possibile solo in nome di Dio e di nessun altro, pena il caos, l’angoscia e il continuare ad abbeverarsi a pozzi avvelenati.

Ritornare alla sorgente significa sentirsi e percepirsi veramente figli di Dio, generati da Dio (Gv 1,13) : è questione di pienezza, di comunione di pane e di intenti.

Leggi qui la riflessione del 13 giugno 2020

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La casa comune

Cadde la pioggia,
strariparono i fiumi,
soffiarono i venti
e si abbatterono su quella casa,
ma essa non cadde,
perché era fondata sulla roccia

Domenica, 4 giugno 2023 – SS. Trinità
Vangelo: Mt 7,21-27
Seconda Lettura: Rm 3,21-25.28

Sento parlare di “rivoluzione verde”. Qualcuno dice che sarà per il XXI secolo ciò che la rivoluzione industriale è stata per il XIX; il futuro lo dirà.
I consumatori vogliono prodotti biologici, genuini, sani, a chilometro zero e se possibile con un’impronta di carbonio pari a quella di una formica. Si sogna l’economia dell’ecologia, ma purtroppo si deve constatare che l’ecologia guidata dall’economia è fatta della stessa farina, o meglio costruita sulla stessa sabbia.
L’ecologia non è sufficiente a farmi sperare, anzi gli scenari catastrofici della collapsologia e le previsioni della fine del mondo sono spesso il discorso di base di un’ecologia punitiva. Mi deprimono…
La speranza per me non è un’opzione e la punizione non è una soluzione. Salvare il pianeta non è la speranza dei cristiani, al massimo può essere un loro obiettivo. Le due cose hanno poco o nulla a che fare l’una con l’altra, non è il pianeta che deve essere salvato, ma la speranza e la fiducia nell’uomo.
Esiste una speranza ecologista? Che gli uomini improvvisamente tutti insieme diventino meno stupidi e la smettano di distruggere l’ambiente in cui vivono e dal quale traggono il loro sostentamento?
È chiaro che la speranza ecologista non regge il paragone con la roccia di cui parla la parabola di questo testo biblico. La gloria di Dio non proviene dall’uomo, perciò siamo assolutamente impossibilitati a reinventarcela da soli, senza basarla sul vangelo. Possiamo contare sulla nostra intelligenza, buona volontà, rimboccarci le maniche – e lo dobbiamo fare – ma se non ci basiamo su principi etici coerenti non può funzionare. Ecco perché è importante avere fede, Paolo l’aveva capito bene, anche se il nocciolo della sua predicazione non riguardava l’ecologia ambientale, direi semmai quella della mente e dello spirito, che vengono prima.
Così come non possiamo immaginare la fine di una guerra fratricida, se non agisce una mediazione pacificatrice o, peggio, si afferma di non averne bisogno, allo stesso modo non possiamo immaginare la cura dell’ambiente senza la rinuncia ai profitti derivati da tutto ciò che lo avvelena. Se commerciamo nelle armi o produciamo sostanze cancerogene, se investiamo in armamenti e parliamo di ecologia, se pensiamo di far funzionare tutto con batterie smaltibili solo tra i rifiuti speciali, se parliamo di energie rinnovabili e moltiplichiamo viaggi con propulsori ad idrocarburi, vuol dire che qualcosa non va: è un dato di realtà.
Noi cristiani dovremmo cominciare con il sopravvivere alle nostre illusioni, delusioni e disillusioni, nonchè alle catastrofi, ai cataclismi, alla preannunciata fine del mondo e dare per possibile – anzi per l’unica cosa possibile da fare – continuare a vivere sul serio evangelicamente.
Allora possiamo anche affermare che l’uomo vivente è la gloria di Dio, così come ha scritto Ireneo di Lione nel IV Libro del suo testo contro le eresie.
Possiamo continuare a sperare oggi? I cristiani vedono il volto del Cristo in tutti coloro che incontrano? Si rendono conto di aver messo a soqquadro la creazione?
O continuano a credere stentatamente, mentre lasciano che le catastrofi in nome dell’uomo continuano a compiersi?
In questo modo le paure si moltiplicano, da quella del perdere la faccia, il denaro, il potere a quella a quella del perdere la salute, l’amicizia, l’amore, per concludere che, tanto, non c’è niente da fare: il sistema migliore per disperare della salvezza e farsi preda del peggio.
L’unica realistica preoccupazione dell’uomo, secondo me, sarebbe quella di non riuscire a reggere il crollo del suo vecchio mondo costruito sulla sabbia: ma è proprio lì che il Cristo vivente si appalesa per ridare vita.
Ogni rivoluzione, rossa, blu, marrone, arancione o verde, prima o poi diventa vecchia e si trasforma, passando per le trappole dell’ideologia e del terrore, in deleterio “indietrismo”.
Ogni teoria, dottrina politica o pratica sociale, anche ecologica, che diventa fine a se stessa, perde di vista l’origine e si fa terrificante: una dinamica pervasiva.
Si potrebbero sfoderare i più bei cassonetti, colorarli, vederli riempiti e svuotati ordinatamente, si potrebbero rendere obbedienti cittadini e operatori ecologici a forza di multe e sanzioni, si potrebbe battere la Germania, diventando campioni del mondo di compostaggio, mangiare insalate biologiche, tofu e bistecche sintetiche: tutto questo servirebbe a rendere l’uomo moralmente migliore? Lo farebbe più felice? Entrerebbe prima e meglio nel regno dei cieli?
Ciò non significa che sia contrario alle teorie degli ecologisti, ma per me essere cristiano significa rifiutare di basare la mia salvezza sulle mie opere o quelle di un altro che non sia il Cristo. Per quanto buone possano essere le sue intenzione, non sarà l’ecologia a salvare il mondo, ma il vivere evangelicamente, quindi basati su una speranza che supera e trascende tutte le altre.
Ogni dottrina teorico-pratica, ecologia compresa, può diventare una religione con i suoi riti, i suoi divieti, i suoi doveri e i suoi miti fondanti. Ora vanno di moda gli oracoli sulla fine del mondo e i discorsi che inducono al senso di colpa. Già visto. Trovo straziante vedere le stesse ditte che hanno inquinato e lucrato per decenni, farsi oggi paladine della svolta green con il solo scopo di continuare a trarne profitto, condannando il mondo ad essere in ogni caso una grossa discarica.
Senza minimizzare le sfide ambientali, il termine “ecologia” rimanda ad un pensiero molto più ampio sul mondo e su ciò che chiamiamo “Dio”.
Si tratta di pensare il mondo come la casa comune dell’umanità (dal greco oikos=casa e logos=parola, discorso); implica un totale cambiamento di prospettiva rispetto al pensiero attuale, una vera e propria conversione. Il cristianesimo, tra l’altro, è “ecologico” per natura: non è evangelico avvelenare la creazione e distruggerla; ovviamente scegliamo di essere “ecologici” nel pensare e nell’agire.
Facciamo la raccolta differenziata, ragioniamo sui nostri viaggi, rivediamo la nostra dieta, condividiamo il nostro giardino e la nostra casa, ma questo non coincide con la nostra salvezza: è una forma di rispetto per il Creatore. Questo è tutto. E anche se non dovessimo riuscire a salvare il pianeta dal nostro sciocco modo di gestirlo, il Signore sarà sempre lì a darci la sua parola di perdono e di amore. Certamente vale anche la pena di sforzarsi per non continuare a vivere in una gigantesca Geenna, ma ricordiamo che verrà per separare i vivi dai morti. Se proviamo a ripulire l’ambiente con dei palliativi, somiglieremo inevitabilmente a quelli che vogliono mettere del vino nuovo in otri vecchi o cucire pezze nuove su un tessuto vecchio.
C’è una grande differenza tra chi costruisce sulla roccia della speranza e chi sulla sabbia della ragion di stato o delle ragioni eco…nomiche e/o logiche.

Tutto questo, mi si potrebbe dire, cosa c’entra con la festa della Santissima Trinità?

Forse ci si aspettava una lezione di dogmatica…

Come costruire la casa comune?
In nome di un principio creatore di vita che riconosce pari dignità all’intero genere umano e a tutta la creazione: nel nome del Padre;

in nome di un’umanità che è consapevole di avere davanti a sé in ciascuno una persona da rispettare, curare e amare: nel nome del Figlio;

in nome della speranza, sostenuta dalla fede nel Figlio, che ogni uomo, nessuno escluso, è in potenza capace di bene, quindi anche capace di costruire la propria casa sulla roccia: nel nome dello Spirito Santo.

Pentecoste di perdono

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato,
mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli
per timore dei Giudei,
venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”

28 maggio 2023 – Pentecoste
Vangelo: Gv 20,19-23
Seconda Lettura: 1Cor 12,3-7.12-13

La Pentecoste è una festa che ci consente di leggere la nostra storia di discepoli, personale e comunitaria, come una vicenda intessuta dallo Spirito. Lo Spirito si esplicita, si manifesta e dona la pace, i discepoli lo riconoscono nel Risorto alla vista del fianco e delle mani, ne gioiscono. Sembrano ricevere una spiegazione definitiva della loro ragione di vita: il dono dello Spirito. Porta con sé una responsabilità enorme: perdonare o non perdonare?
Sorgono diverse domande: la possibilità di perdonare o non perdonare è dono dello Spirito? E allora, che cosa perdonare o non perdonare? Chi perdonare o non perdonare?
Dovremmo rifletterci su, perché mi sembra che la posta in gioco sia molto alta: “la felicità degli altri”, mi verrebbe da dire ricordando il titolo di un film visto di recente in cui agisce una “galleria di smarriti”.
Qui io, però, parlo di una cosa che appartiene ad un livello ben diverso, quella che ordinariamente chiamiamo “salvezza” o “vita”.
Il punto di partenza è una situazione angosciosa: i discepoli hanno paura e sono barricati in casa “per timore dei Giudei”, non si aspettano grandi soluzioni da quando Gesù è stato giustiziato, o forse solo vagamente hanno qualche tipo di attesa.
Il Cristo in quel momento si rende visibile: venne e stette in mezzo a loro.
“Pace a voi!” – dice. Non augura la pace, la dona; la pace non è cosa che uno debba conquistare in proprio o tramite una terapia psicologica: o arriva come dono o semplicemente non c’è.
La pace non è assenza di angoscia, vittoria sulla paura, frutto di resilienza, distacco dalle pene e dalle gioie del mondo o frutto di eroismo mitico: è lo shalom biblico, insieme calma, armonia, completezza e pienezza nella vita vera.
Nella vita vera ci sono anche le piaghe e le ferite, che il Cristo “mostra”. È solo dopo il dono della pace che Cristo invita i suoi discepoli a riconoscerlo, mostrando il fianco e le mani, perché l’incontro si innesta sempre sulla base delle esperienze vissute e se la pace si innesta sulla passione del Maestro, è perché il Cristo della fede si identifica per sempre con il Gesù della storia.
I discepoli vedono i segni della passione e credono. E, paradossalmente, la gioia entra nella loro vita, questa “gioia perfetta” che Gesù ha voluto per loro (Gv 15,11), una gioia che “nessuno può togliere loro” (16,22) perché scaturisce da un’esperienza definitiva: è il canto fermo della nostra esistenza terrena. Su questo “tenor” Gesù affida loro una missione, che è la sua, l’unica ricevuta dal Padre: inviato nel mondo, invia i suoi – con il canto della pace nel cuore – ad affrontare la sfida del perdono.
Dovranno “rendere ragione della speranza che è in loro” (1P 3,15). Dovranno “mettere in torto il mondo” (Gv 16,8), testimoniare la giustizia e la giustezza della causa del Cristo, che è Spirito di verità e intercede per tutti. Il Vivente comunica il suo Respiro affinché ogni uomo e ogni donna diventino una comunità capace di ricevere, dare, comunicare il Soffio, il Respiro.
Il peccato, in san Giovanni, è ciò che spegne il respiro, impedisce la vita, ciò che spezza i rapporti invece di tesserli. Attraverso il respiro donato ai discepoli, Gesù desidera amare – con loro, in loro e attraverso di loro – il mondo tanto amato dal Padre. Siamo comunità in cui l’amore è dato per fluire liberamente, guarire ed elevare. Il frutto dell’amore è la vita in tutti i suoi stati e manifestazioni.
Quindi perdonare o non perdonare chi? Chi ci fa del male, evidentemente.
Ho la sensazione che le comunità, le convivenze, i gruppi,  spesso e volentieri liberino solo paure, senza vivere la gioia e senza accettare la pace. Se la Chiesa e i cristiani, per quanto bravi e buoni, rimangono barricati e chiusi a chiave, si trasformano in un gruppo buono ad escludere e a puntare il dito verso il prossimo, senza guardare con verità prima di tutto a loro stessi. In questo modo si soffoca il respiro e si spegne la luce per tutti. E’ vero che è lecito non rimettere i peccati; è anche bene ricordare non solo che a noi saranno rimessi i nostri debiti nella misura in cui li rimettiamo ai nostri debitori, ma anche che ogni volta che rifiutiamo il perdono a qualcuno, ci assumiamo la responsabilità della non-remissione dei peccati per quella persona.
E’ una legge della vita: quale amante vorrebbe veder condannato il proprio amato? Quindi chi ama, perdona. Il paradigma di questa legge sono le parole di Gesù in croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.”
Inoltre, a livello personale, quando non perdono a qualcuno il male che mi ha fatto, vuol dire che non ho pace per quello che mi ha fatto e dunque condanno anche me alla non-pace e alla non-vita. cioè, come dice Paolo non sono sotto l’azione dello Spirito.

Il Vivente, per grazia di Dio, continua a entrare ancora in tutte le zone chiuse, dona la pace, mostra le sue ferite, condivide il suo respiro e invia i suoi discepoli ad adoperarsi perché anche gli altri possano respirare dello stesso soffio.

Leggi qui la riflessione del 31 maggio 2023

Autorità e vita

Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo

Ascensione – 21 maggio 2023
Vangelo: Mt 28,16-20
Seconda lettura: Ef 1,17-23

Sulle ultime righe di un libro, in genere, ci soffermiamo a sintetizzare mentalmente ciò che l’autore ha voluto dire nel corso del testo; in quelle righe, chi scrive torna sull’essenziale.
Siamo dentro la parte conclusiva del Vangelo secondo Matteo.
Gli undici vanno in Galilea su un monte, sono uomini descritti da tre verbi: vedono, si prostrano e (alcuni) dubitano. Ne emerge un tema cruciale, con due elementi in apparente contraddizione: il dubbio su ciò cui si è assistito e l’esigenza di trasmettere la memoria di ciò che si è sperimentato. La questione si ripresenta identica e attuale in ogni tempo, sempre da affrontare personalmente, a tu per tu con il Risorto, alla Sua presenza.
I discepoli si sono recati in Galilea, come Gesù ha chiesto loro di fare; così facendo si ritrovano nello stesso luogo dal quale erano partiti tre anni prima, a casa, lì dove sono nati. Il monte, spazio simbolicamente privilegiato delle rivelazioni divine, assume un senso analogo a quello che ebbe per Mosè alla consegna delle tavole della Legge e per Gesù durante la Trasfigurazione.
I discepoli si prostrano, probabilmente si rendono conto che a loro è riservato il privilegio di assistere a una teofania, a una manifestazione di Dio: un Dio che è “per” loro, in loro favore. L’italiano “prostrarsi” traduce in effetti il greco “inginocchiarsi” e/o “inchinarsi”. Prostrarsi è segno di rispetto in senso assoluto, ma anche di consenziente riconoscimento dell’autorità del Maestro che accresce, fa crescere, rende più grandi. L’origine latina del termine “autorità” ha infatti a che fare con il verbo “accrescere”: l’autorità del Padre ha in sé il potere assoluto di dare l’inizio alla creazione, lasciarla sviluppare pienamente attraverso il Figlio fino alla fine del tempo.

Alcuni, tuttavia, dubitano della loro stessa esperienza sul monte.
Gesù parla forse soprattutto per loro, parla in modo inaudito, mai sentito prima: dichiara di aver ricevuto ogni potere in cielo e in terra e comanda una trasmissione basata sul discepolato e sull’insegnamento della Sua Parola. Segno di appartenenza sarà l’aver ricevuto il battesimo nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, un’iniziazione alla vita vissuta per il bene degli altri.
L’autorità del Cristo deriva dal Padre, coincide con il principio creatore universale e impronta di sé la crescita di ogni discendenza.
Il fatto che il termine “autorità” e i simboli ad esso collegati siano stati raccolti e reinterpretati dagli uomini spesso come potere molto terreno di cui leader, sovrani o dittatori del passato e del presente, spesso vogliono mostrarsi o vogliono ritenersi investiti, è il frutto bacato di un tradimento del significato, almeno nell’ambito di coloro che si dicono cristiani.
Il dubbio è l’aspetto-ombra di una buona nuova così grande e bella da stentare a crederci. Più siamo immersi nella notte, più cresce il dubbio, anziché la fede.
In verità non ci sono sconti all’atto di fede, è una questione personale.
Le prove? In fondo è anche banale chiederle; l’unica cosa da fare, volendo, è seguire per credere, o anche amare per credere. Solo così, io credo, è possibile intravedere qualcosa del vero che si nasconde nel mistero della vita.
La trasmissione della fede non è incompatibile con il dubbio, la teofania è rivolta a tutti i discepoli: a quelli che credono come a quelli che dubitano. I dubbi sono inerenti al percorso di fede e Gesù non cerca di sradicarli in alcun modo. Piuttosto, offre un programma d’azione: fare discepoli, non usare i dubbi, come scusante, per non fare comunità; al contrario, fare comunità e continuare pure col dubbio.
Prima Gesù aveva chiesto ai suoi di tornare in Galilea, ora propone loro il mondo intero come campo d’azione. Sarà questo programma a frantumare il dubbio, non solo perché l’azione è spesso l’unico rimedio alla riflessione sterile, ma anche perché voler vivere insieme in ogni contesto, malgrado ogni difficoltà, è il primo segno d’amore.

Fare per noi significa in primo luogo trasmettere con le parole e con i fatti il bene che abbiamo ricevuto e poi lasciare che le persone entrino nella comunità umana nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Questa espressione compare qui per la prima volta. Cosa può voler dire?

Smettere di inchinarsi all’autorità che fomenta discussioni, inimicizie, odio e guerre, non sbagliare divinità da adorare, per poi finire con l’ingannarsi su se stessi e su Dio.

Ciascuno è in genere pronto a difendere le proprie ragioni a costo di ogni sorta di ragionamenti, in nome della “ragion propria” – se così fosse lecito esprimersi – mentre sarebbe sufficiente guardare la ragione che svanisce negli anziani per rendersi conto che è inutile perseverare nelle false religioni del potere (Rm 1,18: In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia).

L’espressione “battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito” non è limitata al sacramento che inscrive nella Chiesa, ma comprende qualche cosa di più ampio respiro: riconoscerci tutti, ma proprio tutti, creature di Dio, capaci di essere figli, di riconoscerci figli, inscritti in una relazione permanente con il prossimo, abitati dallo stesso soffio vitale…Alla fine di questo Vangelo, alcuni discepoli saranno ancora alle prese con i loro dubbi, ma con un programma e una promessa davanti a loro: trasmettere il Vangelo con le parole e con i fatti, accogliere l’altro, fare comunità e lasciare che si accresca attraverso quel soffio, quell’ampio respiro che vibra nelle parole conclusive di Gesù:
Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo
Questo è il nostro modo di esistere e di resistere.

Leggi qui la riflessione del 24 maggio 2020

In copertina: William Congdon, Ascensione (1960), in In my disc of gold; itinerary to Christ of William Congdon.
Per visionare il testo clicca qui

Invito a ricordare

Vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto

14 maggio 2023 – Sesta Domenica di Pasqua
Vangelo: Gv 14,15-21; Seconda Lettura: 1Pt 3,15-18

Lo Spirito Santo, il Paraclito, non costituisce un sorprendente “di più” che completerebbe il tempo pasquale. Lo spirito infatti agisce fin dall’inizio della creazione; ad un certo punto si crea per noi la possibilità di riconoscerlo.
L’angelo dell’Annunciazione, per esempio, è una forma dell’azione dello Spirito: a tempo debito, Maria lo vede e lo riconosce. Lo Spirito agisce in Elisabetta, in Zaccaria, in Simeone, Anna, nei discepoli di Emmaus e in tanti altri. Le esperienze di questi uomini e donne del passato coincidono con il loro conformarsi all’azione dell’unico Spirito Santo, lo stesso che apre la Bibbia, aleggiando sulle acque al momento della creazione.
Nel pensiero religioso attorno allo Spirito c’è l’aspettativa che venga riversato su tutti i credenti: come attendevamo un messia che provenisse dalla stirpe di Davide, e lo abbiamo riconosciuto in Gesù Cristo, così attendiamo che lo Spirito del Signore riversi i suoi doni sulle creature che gli appartengono, fondandoci sulle parole pronunciate nel vangelo di oggi.
Come per un cristiano è inimmaginabile un mondo privo della presenza del Figlio di Dio, così è altrettanto inimmaginabile una realtà non animata dallo Spirito Santo: lo Spirito dà anche forma al modo in cui leggiamo la Bibbia. La sua discesa esplicita qualcosa che, per intuizione, sapevamo fin dall’inizio: la sua presenza e la sua azione si chiariscono e possiamo accoglierle con cognizione di causa. Questo discorso è frutto della fede e dell’esperienza religiosa personale.
È per questo che i discepoli seguono il Cristo, accettando di continuare, talvolta anche senza comprendere fino in fondo le motivazioni di quel che sta accadendo; la perseveranza nella sequela può essere compresa solo tenendo conto che lo Spirito spinge, assiste e sostiene. Quando Gesù annuncia ai discepoli che riceveranno lo Spirito, li avverte e li allerta su quel che succederà:
vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
I discepoli e molti altri, oggi potremmo dire quasi tutti (anche tra i non credenti) hanno già sentito le parole di Gesù, la loro memoria ha registrato quelle parole; alcuni non sono andati via come molti altri hanno invece fatto: “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.” (Gv 6,66).
Tutto questo assume un senso molto forte.
Gesù promette un Paraclito e lo definisce “Spirito della verità”, e illustra che il mondo, non può ricevere, perché non lo ha mai visto, non lo conosce. E, dunque, non si può ri-conoscere chi non si è mai visto e conosciuto prima.
In realtà il termine Paraclito è una traslitterazione della parola greca (una non-traduzione): “Para-kletos” significa “chiamato presso”, tradotto in latino diventa “ad-vocatus”. Per noi assume subito un tono giuridico, piuttosto restrittivo: è vero che il Paraclito (come un avvocato che vuole fare luce sulla verità) è anche colui che assiste, conforta e sostiene, ma il senso è ovviamente molto più ampio ed è forse per questo che le traduzioni moderne della Bibbia traslitterano il termine, senza tradurlo.
Noi talvolta possiamo sentirci accusati da una voce interiore; capita quando ci percepiamo esposti agli occhi degli altri come in un processo permanente alla nostra reputazione. Non sempre è facile capire che una simile percezione dipende dal proprio ideale di vita e dal giudizio che in prima persona, e prima di ogni altro, diamo su noi stessi.
La prima funzione consolatrice dello Spirito è quella di difenderci da noi stessi, mostrandoci la verità di ciò che siamo. Da qui si capisce anche quel che ne dice Paolo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31).
Non esiste, secondo me, una questione di maggiore o minore colpa fuori dai tribunali umani, che riguardi un qualche tribunale “speciale” di Dio. In senso cristiano esiste solo un principio fondatore cui ispirarsi in grado di mettere in luce tutta la verità in ogni questione: l’amore per Cristo e quindi del prossimo, chiunque esso sia.
Un intero catechismo ha insegnato che “la coscienza è la voce divina dentro di noi”, il che è anche vero, ma la si è voluta troppo spesso malamente interpretare come fosse una voce accusatrice che fa vivere costantemente sul banco degli imputati.
È bene ricordare che in ebraico, l’accusatore è Satana. Ed è anche bene chiarire che il Paraclito, l’Avvocato, è quindi l’anti-satana in senso assoluto: colui che mette a tacere tutte le voci accusatrici di questo tipo, finalizzate a distruggere e a deprimere l’umano.
Il che non significa affatto che quando ci sentiamo in colpa, siamo sempre innocenti, ma che la voce accusatrice malvagia che agisce al fondo di ogni depressione e di ogni ostilità può essere vinta solo al prezzo della verità: non abbiamo amato.
A questo punto, caso mai, possiamo comprendere molte altre cose, per esempio la necessità del perdono per chi si rende conto di non aver amato o di aver amato male, e anche la necessità di liberarsi dalla menzogna per chi non aveva mai voluto vedere e conoscere la verità. In termini di fede parlerei di disponibilità a ricevere l’azione dello Spirito: una specie di fortunata possibilità di ripartenza.
Se la nostra cattiva coscienza continua a rimproverare e a opprimere, nonostante il perdono divino, è bene pregare molto e riflettere sulle parole di Paolo: se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Cfr Rm 8, 31 e sg).Il Paràclito è sempre e solo colui che agisce liberando la nostra coscienza, placandola, sgravandola permettendoci di camminare nella verità.
Nelle avversità, potremmo formarci l’immagine di un Dio Avversario, come ad esempio nel caso di chi viene colpito da una grave malattia e se la prende con Dio. È sempre difficile parlare di questo argomento, ma mi tornano in mente le parole di Giobbe: “Dio mi consegna come preda all’empio, e mi getta nelle mani dei malvagi. Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha scosso, mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato; ha fatto di me il suo bersaglio” (16,11-12). Ad un certo punto però Giobbe si appella a qualcuno, come percepisse da qualche parte un avvocato capace di difenderlo dalle proprie immagini negative di Dio stesso. Ascoltiamolo: “Ecco, fin d’ora il mio testimone è nei cieli, il mio difensore è lassù. I miei amici mi scherniscono, rivolto a Dio, versa lacrime il mio occhio, perché egli stesso sia arbitro fra l’uomo e Dio” (16,19-21).
Questo è l’inizio dell’ascesa di Giobbe.

Il Paraclito, l’avvocato interiore promesso da Cristo, permette di difendersi dalle immagini di un Dio accusatore e distruttore, provenienti da noi stessi o da altri. Il Paraclito dà, a chi può riceverlo e invocarlo, la certezza che niente e nessuno può vietarci di amare.
Questa certezza porta la pace in ogni dimensione della nostra vita, porta la capacità di ascoltare lo Spirito, che difende dalle false immagini accusatorie prodotte nel mondo, le nostre su noi stessi e sugli altri e quelle degli altri su loro stessi e su di noi.

Leggi qui la riflessione del 17 maggio 2020

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Aperti alla verità

7 maggio 2023 – V Domenica di Pasqua
Vangelo: Gv 14,1-12
Seconda lettura 1 Pt 2,4-9

È difficile ottenere un succo di mango da un limone. Una carota non può dare il succo d’uva. Seguire Gesù, non dovrebbe essere difficile, ma capita di non riuscirci fino in fondo. Capita anche di cadere. La differenza sta nel lasciarsi rialzare e nel non voler lasciare se stessi a terra. 
Abbiamo la responsabilità di proclamare la bontà di Dio attraverso la vita e le parole. 
Siamo nella giusta direzione?
Gli eventi portano ancora alla ribalta il problema del fondamentalismo.
Se leggiamo sull’enciclopedia Treccani il significato del termine, troviamo accezioni diverse. Ne trovo una “generica”, dopo le prime riguardanti il fondamentalismo religioso. Mi fermo su questa: “l’atteggiamento di chi persegue un’interpretazione estremamente conservatrice e un’attuazione rigida e intransigente dei principî di una religione, di un pensiero politico, e simili; il termine è talora usato come sinonimo di integralismo…”.
Se andiamo a cercare “integralismo” il significato, al di là dei riferimenti storici a correnti di pensiero, cambia di poco.
In ogni caso, il fondamentalismo è sempre stato in mezzo a noi, esisteva ed esiste in diverse forme che hanno una nota in comune: ci sarebbe sempre un solo modo per essere nella verità e questo “unico modo” diventa poi portatore di morte, sfocia in una dittatura del pensiero che riverbera anche sui corpi delle persone.
Quando si è sensibili agli eventi e aperti alla verità delle cose, ci si rende conto che la vita non segue un percorso lineare. Quando guardo a tutti coloro, giovani soprattutto, che cercano di integrarsi e crescere nella società di oggi, per non rimanere isolati, penso che hanno davanti percorsi impervi e complicati. Provano in un modo, poi magari in un altro e un altro ancora. Vedo persone che abbandonano gli studi, fanno esperienze lavorative per poi magari tornare a studiare e a lavorare. Sono percorsi multipli, con svolte, ritorni, marce indietro e fughe in avanti. Talora sono sconcertato, ma è molto chiaro che tutti noi abbiamo o abbiamo avuto i nostri “vai e vieni”.
Eppure, nella casa di Suo Padre ci sono diverse dimore, altrimenti avrebbe mai detto che ci preparerà un posto?
Pietro ha rinnegato per tre volte. Prima dell’alba. Fa indelebilmente parte della biografia di Pietro da 2000 anni. Eppure, è ritornato su quella via, con una dedizione totale, nella certezza di giungere alla meta promessa.
Mi chiedo: la molteplicità delle dimore corrisponde alla molteplicità dei percorsi? Quella della moltitudine che abita il nostro pianeta? Il tuo, il mio?
Non è facile aprire la mente a una simile prospettiva. Prospettive troppo ampie per dei comuni mortali…
Il terrore dell’ampiezza chiude le porte del molteplice e rinserra nella prigione dell’unico modo.
I musulmani dicono: “La via è il Corano”. Gli ebrei dicono: “Il sentiero è la Torah”. I cristiani dicono: “Il cammino è il Nuovo Testamento”.
Che cosa dice il Nazareno?
“Io sono la via, la verità e la vita”.
“Io” – “sono” – “via” – “verità” – “vita”
Io: un corpo in movimento in una direzione, una. Non molte. UNA. Ma diversa da ogni altra. È questa infinità della molteplicità dell’essere che fa paura a tutti i fondamentalisti. Eppure, c’è perfino un proverbio assai popolare: “Le vie del Signore sono infinite”.
La paura spesso conduce a rinnegare la via. E la verità. E la vita.
“Io sono” è una persona, non un testo congelato nel tempo. Una persona è movimento in UNA direzione che si apre a molti percorsi. La qualità dell’agire appartiene all’amore. Le cose si fanno “per amore” non “per forza”.
Io sono uno in cammino per amore.
Tutti siamo uno in cammino per amore, fin dall’inizio.
Quando pensiamo a Gesù pensiamo all’amore, alla compassione, alla chiamata, e così via? Questi termini hanno una connotazione diversa oggi rispetto a ieri e avranno una connotazione diversa domani, perché non si vivrà mai la stessa esperienza. Essere emotivamente connessi ad una persona, non ad una pagina scritta, dà la motivazione per andare avanti. Per amore.
Forse che un musulmano non potrebbe vivere un’esperienza simile con Allah attraverso Maometto, così come un ebreo con Yahweh attraverso Mosè?
Il “sono” si riferisce a un presente eterno. Oggi io cammino con Colui che è vivo e  al quale ho accesso, nella misura in cui credo.
Quando Filippo chiede a Gesù: “Signore, dicci dov’è il padre e ci basterà”, egli risponde:  “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?”
Perché cercare Dio nel cielo di un futuro o di un passato lontano, in un libro o in un’altra dimensione, chissà quanto “spirituale”, quando è qui in ogni momento?
Dimensioni inimmaginabili sono radicate nel mio presente, nella misura in cui mi fido e credo.
Purtroppo, le varie forme di fondamentalismo si chiudono in testi morti e in un passato idealizzato. Alla domanda: “Qual è l’epoca più interessante?”, la risposta è: l’epoca di Davide, l’epoca di Maometto, l’apice del XII secolo, l’epoca di Pio XII, l’epoca in cui non c’erano tutti questi stranieri e immigrati… l’epoca in cui le cose erano chiare… e distinte come fossero idee…
Il tempo di Pasqua è prima di tutto la vittoria sulla morte di un mondo appiattito su un testo che è stato colpevolmente inchiodato nella forma di un passato inattuale e la vittoria su una visione elitaria della società e del tempio. Il tempo di Pasqua è per noi la speranza della vittoria definitiva su ogni fondamentalismo sia religioso che civile.
Quello che mi viene in mente è che io vivo, perché sono una specie di benevolo e incoraggiante esperimento del Padre, sono una sua creatura lasciata libera di dare il meglio di sé (ma anche il peggio!). Fino ad un certo punto della mia vita questa cosa non l’avevo proprio capita e avevo la sensazione di essere lo sperimentatore e non l’esperimento. E credo che in questo equivoco non sia incappato da solo, questa cosa non dev’essere capitata solo a me, anzi probabilmente capita a tutti; è ben comprensibile che un normale essere umano abbia l’illusione di sperimentare “in proprio” l’esistenza.
Un amico, in un suo spettacolo tratto da non so dove, diceva di essere “un errore”; doveva aver ragionato in modo analogo. Forse confondeva proprio “esperimento” con “errore”, perché aveva sofferto e sbagliato molto, probabilmente.
E così il Signore continua a preparare il posto infaticabilmente per tutti quelli che si sforzano di capire che lui è la chiave di volta delle nostre ambigue tensioni “a mani separate”.

Leggi qui la riflessione di domenica 10 maggio 2020