Tentennamenti

I pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto

1° ottobre 2023 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 21,28-32
Seconda Lettura: Fil 2,1-11

Gesù rivolge questa parabola a un pubblico mirato: i sommi sacerdoti e gli anziani, cioè le autorità religiose del giudaismo, coloro che esercitano la responsabilità nel Tempio di Gerusalemme. E racconta di un padre che chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Dovrebbe essere un privilegio lavorare in questa vigna che rappresenta, nell’immaginario ebraico, il popolo di Dio.
I due figli sono molto diversi tra loro, come succede spesso in ogni famiglia: uno risponde negativamente subito, dice “No”, l’altro risponde affermativamente, dice “Sì” e il testo sembra sottolineare l’opposizione tra queste due risposte.
Il “No” sembra pigrizia o forse irriverente disobbedienza, in ogni caso la risposta di un figlio “difficile” – caso, vorrei dire, da manuale di psicologia della famiglia – mentre il “Sì” dimostra apparente deferenza verso il padre, appellato addirittura “signore”. Però, quello che dice subito “Sì”, poi, non va a lavorare nella vigna, mentre quello che non vuole, alla fine, ci va.
Leggendo meglio il testo greco, il “Sì” del secondo figlio sembra quasi volersi contrapporre al “No” del primo. La risposta non è proprio “Sì”, ma “Io, signore!”, quasi a voler dire, “Se mio fratello non ci vuole andare, ci vado io che sono migliore di lui”.
Potremmo supporre, come nel Vangelo di domenica scorsa, un’attitudine del secondo figlio a paragonarsi all’altro per affermare la propria preminenza.
Il primo, invece, parla come per dire “Non ci vado, non mi va, perchè proprio io?”.
Si capisce, che, come nel caso del “Sì”, che non è affatto un “Sì”, anche il “No”, non è un vero e proprio “No”. Infatti il primo “si pente” e il suo “No” diventa un “Sì” vero, quello di chi va a lavorare, cioè si mette operativamente a “fare”, agisce nella vigna per renderla produttiva.
Chi non si è mai posto così di fronte ad una richiesta di svolgere un compito? Non credo si faccia troppa fatica a riconoscersi nell’uno o nell’altro figlio e, a volte, in entrambi, secondo il tipo di richiesta genitoriale.
Se ci poniamo in quest’ottica, la differenza tra i due non è tanto nella risposta, ma nella sincerità dell’atteggiamento. Seguendo questa linea di pensiero, possiamo dire che per lavorare nella vigna, in fondo un privilegio accordato dal padre, che della vigna è il proprietario, bisogna avere una certa onestà intellettuale o almeno la sensibilità sufficiente per accorgersi di come stanno le cose, anche quando siamo direttamente coinvolti nei nostri lati meno lusinghevoli, come potrebbe essere la pigrizia, nel caso del figlio che dice subito di no. Non è un caso, infatti, che il “No” si trasformi in un autentico “Sì”.
Il “Sì” del secondo figlio invece non è, per così dire, “intero”, c’è un tentennamento che sfocia in un “No” ed è una risposta falsamente affermativa, perché non diventa impegno pratico nella vigna. Con questa parabola, il Maestro intende far capire ai capi dei sacerdoti e agli anziani che possono anche essere stati incuriositi e attratti dalla persona e dal messaggio di Giovanni Battista, ma non si sono pentiti della loro condotta fondamentalmente egoistica.
Forse per questo il passo di Paolo che oggi leggiamo inizia con un periodo ipotetico: “…Se…ci sono sentimenti di amore e di compassione…, con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi, non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso”.
In altri termini, solo se c’è la benevolenza, l’amore, si può agire a favore del prossimo, anteponendolo a noi stessi.
Sono passati duemila anni e non siamo molto lontani da quei sacerdoti che officiavano nel tempio di Gerusalemme. Credo potremmo ricavarne almeno tre insegnamenti: in primo luogo, se il Signore chiama a lavorare nella sua vigna, è perché ci giudica capaci di farlo, quindi fa spazio agli operai di tutte le ore (cfr il Vangelo di domenica scorsa). Su questo punto il suo discernimento è certamente migliore del nostro.
In secondo luogo, teniamo a mente che un vero “Sì” sarà sempre definitivo, mentre un “No” può sempre diventare un “Sì” in seguito. Il Signore invita alla libertà e, quindi, accetta sia il nostro “Sì” che il nostro “No”. Non bisogna aver paura di prendere una decisione chiara.
Infine, ciò che conta davvero non sono le buone intenzioni, se si basano solo sulla soggettività dei nostri sentimenti e non sono seguite da alcuna azione: è più efficace un comportamento negativo del quale con chiara coscienza ci si pente, che un atteggiamento positivo insincero: “Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.” (cfr Mt 21,32).
Il “No” lascia aperta la possibilità del ritorno, il “Sì” affrettato, ma intrinsecamente tentennante, ingabbia chi lo pronuncia; ciò non toglie che ci siano – pochi – “Sì” immediati e sinceri che liberano tutta una vita ogni giorno, per tutta la vita.
Nel quotidiano si tende d’abitudine a dire “no”, ci sono anche dei “sì”, magari detti pure maldestramente, come quelli che dico io ogni giorno, tanto che a qualcuno sembrano dei no.
In effetti, nessuno di noi dice sempre no, diciamo pure dei sì, ma di alcuni andiamo fieri e ci rendono felici, di altri ci pentiamo, e sono proprio quelli che fanno star male noi stessi più di quanto, trasformandosi in no, facciano star male altri. In questo caso, non credo sia il padrone della vigna a rimanerci male – il testo non dice nulla delle reazioni del padre – , il problema riguarda i figli, la risposta è la loro e loro è la scelta di come viverci. La questione rimane sempre la stessa: il cosa, il come, il dove, il quando, il chi e il con chi e, soprattutto, il perché.
Nell’ottica della fede, all’origine del discorso cristiano, c’è il criterio di Paolo: se crediamo nel Cristo risorto, non sono praticabili vie che mettano noi stessi al primo posto, davanti al nostro prossimo.
Il Signore invita a essere “obiettivi” con se stessi e ad esercitare il libero arbitrio. In concreto, si tratta di capire se rimaniamo spettatori o se lavoriamo, uomini e donne, persone tra i propri simili a favore del prossimo, o anche se stiamo alla finestra, magari chiedendoci: “Chi? Io? Proprio io? E perché proprio io?”
“Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4).

NB: per leggere la riflessione del 27 settembre 2020 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Operai dell’undicesima ora

Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te

24 settembre 2023 – XXV Domenica del tempo ordinario
Vangelo: Mt 20,1-16
Seconda Lettura: Fil 1,20c-24.27

Ecco una buona notizia per gli operai dell’undicesima ora.
Chi ha lavorato dodici ore si ritrova con lo stesso compenso di chi ha lavorato solo un’ora: storia scioccante?  Idea ordinariamente poco popolare?
Che razza di impresa sarebbe poi questa? E che ruolo avrebbe la tanto decantata meritocrazia?
Intendiamoci subito: non siamo alle prese con un trattato di economia politica,  tantomeno con il “contratto collettivo” del Regno di Dio; nel contesto evangelico il lavoro degli operai coincide con la vita cristiana, la vita liberata dal Cristo, qualcosa che in genere non va di pari passo con la gestione d’impresa e con il salario dei lavoratori.
Se veramente ci consideriamo tutti cristiani, ci sarebbe caso mai da meravigliarsi che le due cose non vadano di pari passo. Se volessimo fare dei riferimenti all’economia di tipo finanziario attuale, saremmo costretti a riconoscere che la parabola rende manifesto il conflitto tra la logica del mercato e delle banche, che cerca di massimizzare i profitti, e l’aspettativa cristiana di una economia “del rispetto”, intesa come prassi politico-economica finalizzata a raggiungere la dignità per ciascuno, attraverso l’impegno di tutti.
Sono certo che sarebbe possibile sanare questo conflitto, perché non è un conflitto necessariamente o ontologicamente situato tra il bene e il male, ma nell’incapacità di sentire in prima persona il dolore dell’indigenza, di chi nell’indigenza non vive.
La moderna economia finanziaria si basa sulla logica dell’equivalenza: da un lato c’è colui che fornisce una prestazione, dall’altro c’è un corrispettivo in danaro, basato sulla quantità e, in pratica, ma non sempre e non sempre coerentemente, sulla qualità della prestazione: l’amore cristiano non c’entra.
La logica del Regno, invece, è quella del Signore. Noi, troppo spesso, immaginiamo Dio a nostra misura, cioè come un padrone che dispone dei suoi beni come più gli aggrada, così, a capriccio: talora è una fantasia che annida nella mente “contabile” di alcuni, che, in genere, purtroppo, sentono di aver ricevuto di meno di altri. Una volta ho letto di un esperimento, che consisteva nel porre una persona davanti ad una scelta: ricevere 1.000 euro e accettare che altre tre ne ricevessero 2.000 a testa, o, in alternativa, riceverne 700 e accettare che le altre tre ne ricevessero 500; incredibile, ma vero, davanti a queste due opzioni, i più sceglievano la seconda.
Perché si può preferire avere di meno in senso assoluto, ma di più in senso relativo, cioè purché altri abbiano di meno? In ogni caso non dev’essere la logica di Dio, neanche sul piano monetario, figuriamoci su quello del pane quotidiano, materiale e spirituale.
La scelta di essere meno ricco in senso assoluto, ma più ricco in senso relativo, non è una forma virtuosa di risparmio, come forse si potrebbe credere, ma il tentativo di esercitare una sorta di egemonia economica. L’analisi del test, tra l’altro, spiegava che un simile modo di pensare si basa sul convincimento implicito che il mondo sia ingiusto. Per forza! Se sono tanti a ragionare così, non si sa se viene prima l’uovo o la gallina!
Se la nostra logica si basasse sull’assunto che sia meglio avere un po’ più di potere economico di un altro, a condizione che stiano tutti un po’ più stretti di noi, non solo non avrebbe niente a che fare con la logica del regno, ma sarebbe potenzialmente portatrice di insoddisfazione e delusione per tutti. Nessuno vedrebbe più il mondo così com’è, ma come potrebbe essere se fosse soggetto ad un poco generoso e soprattutto ristretto modo di pensare e di sentire: in pratica un mondo miserando.
Ma andiamo al gesto del Signore della vigna e ricordiamoci che il danaro ricevuto è qui simbolo di ciò che serve per vivere una giornata: ne ricaviamo che anche se fossimo giunti nella vigna all’ultimo momento, anche fossimo vignaiuoli dell’undicesima ora, saremmo ingaggiati e riceveremmo quanto tutti gli altri, cioè il massimo possibile, quello che serve per vivere un giorno ogni giorno.
C’è un’arte del vivere sotto il sole, arrivando a sera forse stanchi, ma in pace con se stessi e con gli altri per ciò che si è ricevuto e per quanto si è potuto fare, affinché altri vivano la stessa condizione e, soprattutto, a prescindere da quello che altri, a misura d’uomo, hanno ricevuto in più.
Questa parabola è solo una storia per riflettere su come reagiamo alle “fortune” degli altri e se veramente facciamo del nostro meglio perché altri vivano la dimensione pacificatrice del regno. Di consolante c’è da sapere che non è mai troppo tardi per capirlo e mettersi in moto.
Quando mettiamo l’etica del regno davanti alla giustizia retributiva e a quella contabile, ci comportiamo anche diversamente.
Usciamo un attimo dalla vigna e andiamo nel parco davanti casa dove giocano i bambini. Uno di loro si arrampica su un albero, scivola, si strappa i vestiti, cade e si sbuccia un ginocchio; arriva il genitore; cosa farà? Gli correrà incontro? Lo sgriderà o penserà a medicargli il ginocchio?
Usciamo dal parco e andiamo verso la strada; quel ragazzo guida troppo veloce un’auto carica di amici, prende male una curva e finisce fuori strada, finiscono tutti all’ospedale, malconci, ma vivi. Cosa faranno i genitori di quei ragazzi? Daranno loro tanti schiaffi o saranno felici che siano ancora tutti vivi?
Vivere secondo la logica del regno è amare tutti in modo da fare il nostro possibile perchè abbiano ciò di cui hanno bisogno per poter condurre un’esistenza degna.
Si tratta di aiutare l’uomo, che si sente, o appare, inutile, pigro, incapace, a riprendere il suo posto nell’originaria dignità della comunità umana.
L’amore prevale sulla giustizia, va oltre la giustizia, senza togliere nulla alla giustizia: vuol dire fare meglio. Tuttavia, come spesso accade, se c’è gelosia, se i primi rimangono contrariati dal fatto di non aver ottenuto più degli ultimi e non sono capaci di godere del proprio a prescindere dai paragoni, difficilmente gli uni e gli altri troveranno la pace.
Qualcuno ha detto (non ricordo chi): “Ci fu un momento in cui il sentimento di felicità divenne relativo e dovemmo guardare gli altri per sapere se eravamo noi stessi felici”. Ecco, questo è proprio ciò che gli operai del regno non dovrebbero mai fare.
Ogni volta che abbiamo ricevuto qualcosa che ci ha fatto sentire liberi, pacificati e grati, senza bisogno di paragonarci ad altri, allora il Regno era lì, eravamo già nel Regno, o, come si dice, “in grazia di Dio”.
“Gioisci figlia di Sion, esulta Israele e rallegrati con tutto il cuore figlia di Gerusalemme … il Signore ha revocato la tua condanna …tu non vedrai più la sventura”(cfr Sof 3,14-18).
Chiunque tu sia, qualunque siano i tuoi risultati, i tuoi meriti, i tuoi successi o i tuoi fallimenti, qualunque tempo tu abbia trascorso sui banchi di una chiesa o di una scuola, che tu sia battezzato o meno, hai diritto alla vita nella pace, all’interno della comunità umana e a collaborare perché altri vivano nella pace: una buona notizia sia per gli operai della prima, che per quelli dell’undicesima ora.

NB: per leggere la riflessione del 20 settembre 2020, clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Settanta volte sette

Lo lasciò andare e gli condonò il debito

17 settembre 2023 – XXIV Domenica del tempo Ordinario
Vangelo: Mt 18,21-35
Seconda Lettura: Rm 14,7-9

Perdonare settanta volte sette, ecco un’altra regola che può essere molto difficile da rispettare: “Non solo mi hanno offeso, ma per giunta devo anche volergli bene?” Già … perché per perdonare ci vuole un “supplemento” di benevolenza e il risentimento è ostico da superare.
Se consideriamo troppo esigente il perdono cristiano, probabilmente c’è un ombra di inquietudine dentro di noi, una sorta di rassegnazione a cercare di essere amorevoli, malgrado tutto.
Nel giudaismo, all’epoca di Gesù, si discuteva sul numero di indulti da concedere. Rabbi Yose aveva riassunto il punto di vista prevalente, sostenendo che se una persona sbaglia una, due o tre volte, viene perdonata, ma alla quarta no. Il numero tre era considerato un numero divino, e, partendo dal presupposto che Dio è sempre dalla parte della giustizia, alla quarta offesa si poteva dare libero sfogo al risentimento con la coscienza “pulita”. In pratica, la norma religiosa serviva a facilitare la vita sociale, pressando il piantagrane, affinché desistesse in breve, sotto minaccia di un’irrevocabile sanzione religiosa e sociale.

Il tempo trascorso da Pietro con Gesù doveva già essere stato sufficiente per fargli comprendere l’importanza del perdono. Non perdonare l’offesa subita significa assumersi anche la responsabilità della sanzione. Il vangelo di domenica scorsa conteneva questa frase: “In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.” (Mt 18,18). Non perdonare significa legarsi mani e piedi ad un altro attraverso le catene del risentimento, fosse anche un risentimento fondato. E, dunque, non c’è pace senza perdono.
Così, Pietro ipotizza un altro numero, più alto, anch’esso divino: il sette. Forse pensava di essere tanto generoso, da essere addirittura audace. O, forse, voleva soltanto essere rassicurato. A noi uomini piacciono le cose ben definite, preferiamo ciò che è noto e siamo più a nostro agio con richieste precise, magari esigenti, piuttosto che con aspettative vaghe; abbiamo così l’impressione di avere in mano il controllo della situazione; se rispettiamo il contratto, allora sappiamo a cosa abbiamo diritto in cambio, se non lo rispettiamo, sappiamo qual è la pena; tutto questo è rassicurante, perché niente è più scomodo dell’incertezza. Quindi, anche se avessimo l’obbligo di perdonare per sette volte, arriverebbe pur sempre il momento in cui saremmo in regola con Dio, senza rinunciare del tutto agli impulsi primordiali contro chi ci ha fatto un torto.
Gesù, invece, spariglia le carte, uscendo dagli schemi: il “settanta volte sette” in realtà esce dalla logica del “quante volte”, la rovescia facendo eco ancora una volta ad un testo biblico: se Lamech, in Genesi, aveva spinto all’infinito l’idea della vendetta, Gesù, in Matteo, spinge all’infinito l’idea del perdono.
Ricordo che Lamech era un discendente di Caino, e se a difesa di Caino, Dio aveva promesso di lasciarlo vendicare sette volte, Lamech era andato al di là di ogni misura, reclamando per se stesso di essere vendicato settantasette volte (Gn 4,23-24).
Niente meno! Che esagerazione! Una vendetta senza fine! Quella di chi si sente un dio, quella dell’uomo abbandonato ai propri impulsi, una sorta di catastrofe dell’umano, che finisce per  inghiottire il vendicatore e la sua illusione di onnipotenza.
A questa catastrofe Gesù oppone una resurrezione dell’umano: il perdono dell’uomo secondo Dio, una proposta grandiosa.
Preferiamo forse la logica di Lamech? O quella del numero finito? O il risentimento ad oltranza?
La capacità di perdono, simile a quella del Cristo, dev’essere disponibile proprio in quei casi, in cui appare umanamente impossibile. Nella sua lettera ai Romani Paolo scrive: “Sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno.” (Rm 8,28).
Se diamo anche solo per possibile questa affermazione, potremmo scoprire che tutto ciò che ci accade, anche attraverso gli altri, lavora davvero a nostro favore. Potrebbe risultare impossibile serbare rancore verso chi ci ha offeso o ferito.
L’esistenza del male è un mistero per la nostra comprensione; possiamo solo supporre che, talora, chi lo opera, lo compia in un’ignoranza “essenziale”  di essere sotto la giurisdizione di Nostro Signore e, in definitiva, di essere nelle sue mani. La vita va molto oltre la nostra persona, così come la nostra capacità di perdonare secondo Dio è oltre noi stessi.
Lo stesso San Paolo rilegge la sua vita in quest’ottica: prima della conversione sulla via di Damasco, era fortemente ostile ai cristiani, si dice che abbia almeno assistito, se non attivamente partecipato, alla lapidazione di Stefano.
Qui mi fermo davanti al mistero assoluto dell’incontro con il Cristo.
Il perdono forse non è tanto una questione di sentimenti, e neppure di comprensione, quanto di grazia. Non arriveremo al perdono, stringendo i denti e cercando di fare opere meritorie, ma per una nuova via del cuore da vivere, una via grandiosa e inattesa.
Potremmo mai essere così buoni da perdonare senza … tenere il conto?

L’unica nostra speranza è la presenza del Signore, garante del bene per coloro che a Lui volgono lo sguardo.
“Guardate a lui, e sarete raggianti” (Sal 34,6).

NB: per leggere la riflessione del 13 settembre 2020 clicca qui

In due o tre

Non abbiate alcun debito con nessuno,
se non quello di un amore vicendevole

10 settembre 2023 – XXIII Domenica del tempo ordinario
Vangelo: Mt 18,15-20
Seconda Lettura: Rm 13,8-10

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” 
Devo trovarne altri due, oppure devo decidere di lasciarmi trovare..
Forse i due o tre evocati da Gesù non riguardano soltanto le singole persone, ma anche le comunità di appartenenza.
Sono più di due o tre le comunità molteplici e diverse, unite nel Suo Nome, quindi, Gesù viene ad abitarle nella molteplicità e diversità di tradizioni e sensibilità personali, riconoscendole come segni della Sua presenza. 
In questo brano di Matteo c’è la risposta ad una domanda fondamentale e molto interessante per i discepoli: “Chi è il più grande nel Regno dei cieli?”.
Il quesito rende manifesta la propensione dell’essere umano a desiderare per sé un posto di eccellenza, anche se questo nella pratica dovesse realizzarsi come forma di controllo e di dominio. Impostare un pensiero competitivo, partendo dal presupposto di essere i migliori e prendere il sopravvento sul prossimo, stabilendo cosa sia la presenza di Dio tra gli uomini, non può funzionare.
Da questa semplice osservazione dovrebbe forse iniziare un sano “discorso comunitario”.
Subito dopo un nuovo annuncio della Passione, Gesù rivela il fondamento della vita comune per chi è disposto a seguire la Sua chiamata; non si tratta dei consigli di un saggio, piuttosto rivela la condizione che garantisce la Sua presenza e la nostra reale connessione con Lui: due o tre riuniti nel Suo Nome.
Il segnale che corre lungo “la fibra” delle nostre relazioni personali e comunitarie è dunque l’amore vicendevole citato da San Paolo, di cui solo il Risorto è testimone veramente credibile. Per quanto ci riguarda, la connessione funziona se ciascuno, consapevole di essere parte di una vita molto più ampia, è in grado di rimanere in quell’amore vicendevole e quindi di rifiutare qualsiasi altra opzione disponibile nel mondo: il ripiegamento su se stessi, la fuga, il rinnegamento, la svalutazione, la vendetta, e tutte le altre gradazioni e forme più o meno letali del no all’amore.
Ora torniamo alla “nostra” domanda: dove, quando e come possiamo porci al cospetto di Dio, per essere sicuri di rimanere aperti all’accoglienza e alla trasmissione di questo amore vicendevole?
Gesù si avvale di una frase rabbinica che evoca appunto il numero di persone necessario per assicurare la presenza di Dio: ci vogliono dieci, poi cinque, poi almeno due persone, che leggano la Torah, affinché Yhwh sia in mezzo a loro. L’ascolto della Parola è il criterio che fonda la connessione con il Padre e accende ogni comunicazione interpersonale, affinché diventi dialogo, condivisione, comunione.
Non si tratta quindi “solo” di leggere la Parola di Dio, ma anche e soprattutto di rivolgersi al Padre, che di quella Parola è la sorgente, nel nome del Figlio, vivo e presente; in questo senso la Parola di Gesù è fondatrice della comunità cristiana in senso assoluto.
Il vivere fianco a fianco di quei due o tre riuniti nel Suo Nome, dà il permesso di testimoniare, seguendo i Padri della Chiesa, che dove c’è amore, lì c’è Dio. La Parola circola perché ciascuno, ascoltandola, sia restituito alla propria essenza, alla capacità di parlare e agire per testimoniare.
Gesù parla anche della necessità del perdono, perché l’offesa non perdonata crea divisioni interne, inquina la comunicazione, ostruisce le connessioni. La forza della preghiera comunitaria si basa sulla comunione degli intenti…
Le parole di Gesù suggeriscono che i legami del cielo sono a immagine di quelli della terra: “Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo”. Il che mi porta a credere che soltanto la presenza divina può assicurare l’unità tra i fratelli e il perdono, soprattutto quando la fraternità è ferita. L’ostinazione e l’inimicizia sono una possibilità aperta, che crea legami e nodi… da sciogliere.
Sartre diceva che l’inferno sono gli altri, con Gesù potremmo scoprire che gli altri sono il paradiso. Legare e sciogliere sulla terra è legare e sciogliere anche in cielo…
Bisogna ammettere che il peccato perdonato rimane come cicatrice dolente, non esiste una cancellazione magica; l’accoglienza del perdono è lavoro per il penitente, e non reset di un hard disc, non una formattazione della nostra piccola anima…
Certamente, il perdono non è oblio, e siamo tutti nella situazione del peccatore perdonato che, consapevole del suo limite, è incline a rimettere i debiti ai suoi creditori. ma questo sarà tema del Vangelo di domenica prossima. Mentre la colpa è cancellata agli occhi del Signore, la “scrittura” della nostra esistenza ci rimane nella memoria e abbiamo bisogno di percorrere lunghi pezzi di strada per vedere che se non possiamo sostituirci a Dio nel perdonare gli altri e noi stessi, non possiamo neanche sostituirci a Lui nel condannarli. 
Solo così la gratitudine diventa grazia, quando sentiamo che esiste una giustizia e una bontà a noi molto superiore e impariamo a sperimentare la grandezza della remissione dei nostri debiti… 
C’è un presupposto assoluto sul piano della fede: il perdono offerto sulla croce è totale e incondizionato ed è offerto da chi è innocente.

“Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole”.
Unico investimento sicuro, unico debito che merita di essere contratto. 

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

NB: per leggere la riflessione del 6 settembre 2020, clicca qui

Perdere per trovare

Non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini

3 settembre 2023 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 16,21-27
Seconda Lettura: Rm 12,1-2

Domenica scorsa avevamo ascoltato Pietro che rispondendo alla domanda di Gesù “Voi chi dite che io sia?” aveva asserito: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”…
E oggi? Cosa gli è successo? Che fine ha fatto nella sua testa e nel suo cuore il Dio vivente? Non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini. Gesù è stato chiaro: “Se qualcuno vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”: essere discepolo vuol dire rinnegare se stessi, prendere la propria croce, seguire il Cristo.
S. Paolo esorta conseguentemente ad offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio perché questo il nostro culto spirituale.
Una parola dura.

Nel Nuovo Testamento il “rinnegare” è una dissociazione intenzionale dalla relazione con una determinata persona. Per esempio, è ciò che fa Pietro quando “rinnega” Gesù, ovvero nega proprio di avere a che fare con lui, di essere suo discepolo. Quindi, rinnegare se stessi vuol dire seguire prioritariamente il Cristo (e non noi stessi) nella prassi di tutti i giorni, prassi che può essere solo evangelica.
Gesù non sta dicendo di rinunciare al nostro essere, sta chiedendo la totale fedeltà nella relazione con lui e quindi riporta all’interno della relazione con lui qualsiasi difficoltà personale, perché sia sciolta. “Perdere per trovare” è una sorta di ulteriore esplicitazione del “vendere tutto” per acquistare il campo dove è nascosto il tesoro o la perla preziosa.
Certamente questo può comportare una dura lotta con se stessi, perché la chiamata è anche una rivendicazione di autorità che implica non una pratica periodica, ma un esercizio continuo anche nella sofferenza e a prescindere da questa.
Non ci sono mezze misure nella sequela del Cristo: o tutto o niente, per definizione non è un hobby, ma una fedeltà completa, esclusiva che non sradica, né sopprime, ma ripristina la verità del proprio essere, mentre si diventa gradualmente e più pienamente ciò che si è, conseguendo così il fine del proprio essere venuti al mondo come figli del Dio vivente. Occorre rinunciare a tutto ciò che sfigura l’umanità nella sua dignità. Occorre rifiutare, rinnegare e abbandonare ciò che allontana la mente dall’essenziale, rinnovandola di continuo. In particolare si tratta di evitare ogni prassi attraversata da avidità, orgoglio, violenza, invidia, livore, bisogno di vendetta, bisogno di chiamarsi fuori dalla comunità umana.
Al fondo della sequela c’è una profonda accettazione della vita così com’è, con tutto quel che comporta, e l’accettazione del mondo come unico luogo possibile per la sua realizzazione; è anche una questione di gratitudine per l’occasione unica offerta di un percorso irripetibile, fatto di molte cose belle, di momenti di gioia profonda, sempre aperto alla salvezza.
Si tratta di testimonianza, di azione e di apertura verso gli altri, anche di audacia, quella di intervenire negli affari del nostro tempo, di indignarsi di fronte all’ingiustizia, di interferire nel corso delle cose del mondo. La certezza che il regno, senza essere pienamente realizzato, è già qui, ci dà l’energia di agire e rendere testimonianza a coloro che, in nome del vangelo, accettano consapevolmente il rischio di morire. 
Anche Pietro ha avuto bisogno di tempo per capire che “rinunciare” o “rinnegare”, “rifiutare”, “dire di no” significa dissociarsi da tutto ciò che appartiene ad una relazione elementare, immediata e istintiva con se stessi e con gli altri. Perfino l’orrore e il dolore provocati dalla fine preannunciata del Maestro poteva essere una tentazione, laddove la volontà di Dio implica sempre un orizzonte di ampiezza infinita, non alla nostra portata.
Come si fa a non pensare “secondo gli uomini”?
Accettando di “perdere per trovare” il Figlio del Dio vivente, il Risorto.

E nessuno dei discepoli osava domandargli: ‘Chi sei?’, perché sapevano bene che era il Signore” (Gv 21,12).

Per leggere la riflessione del 29 agosto 2020 clicca qui

Per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Il figlio dell’uomo

Voi chi dite che io sia?

27 agosto 2023 – XXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 16,13-20
Seconda Lettura: Rm 11,33-36

Dalla narrazione comprendiamo che i destinatari del racconto sono in primo luogo “la gente”, in secondo luogo i discepoli.
“La gente chi dice che io sia?”. Con la locuzione “figlio dell’uomo” Gesù, in questo contesto, fa riferimento a se stesso. Possiamo presumere che “la gente” invece sia quella del posto, cioè gli abitanti della zona di Cesarea di Filippo, città di confine, collocata all’estremità nord-occidentale della Galilea, prima chiamata Panias, dal culto per il dio greco Pan, quindi popolata per lo più da pagani. Le voci che corrono tra la gente però sono provenienti dalla tradizione ebraica. L’ipotesi è che Gesù possa essere il Battista redivivo, o anche Elia o Geremia, quindi un profeta. In ogni caso che parli in nome di Dio.
Gesù intende andare oltre, gli interessa sapere chi dicono lui sia i suoi seguaci. Arriva fulminea la risposta di Simon Pietro, accecante e stupefacente per noi che leggiamo: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”.

Come fa Pietro a dire una cosa così enorme?
Me lo spiega il vangelo attraverso le parole di Gesù rivolte a Pietro; beato Pietro, perché ha potuto comprendere questa realtà e beato perché l’ha compresa non attraverso le sue facoltà umane e intellettuali, ma soltanto perché Dio stesso gliel’ha rivelata, dunque su questa certezza di Pietro, – Gesù dice – il Cristo fonda la sua chiesa.
Beato Pietro…

Ma se incontrassi il Nazareno e mi chiedesse chi sono io per te, io cosa risponderei?
Me l’ha mai chiesto qualcuno? Ve l’ha mai chiesto qualcuno?
La prima cosa che mi viene in mente a questo proposito è che quando, nella vita di tutti i giorni, le persone si pongono una simile domanda, in genere, si trovano all’interno di una relazione messa alla prova, motivo per cui appare necessario avere conferme e riposizionarsi.
Si può immaginare una situazione simile per Gesù e i suoi discepoli?
Se Gesù mi chiedesse “una cosa simile” chi sono io per te” oggi, un po’ mi preoccuperei: che abbia qualche dubbio sulla mia risposta? Comincerei con dei distinguo: “Perché mi chiedi questo? – Hai dei dubbi? Non è come sembra… etc…”.
Se andassi dai miei confratelli a riportare una simile domanda, impugnerebbero un bastone nocchieruto e mi manderebbero a quel paese, a conferma che gli incontri tra cristiani non si articolano sempre evangelicamente; dovrei, nella migliore delle ipotesi, sentire una dotta e stimabile dissertazione sulla missione come dialogo con le altre religioni, o, alla mal parata, come promozione sociale; ribadisco che voglio molto bene ai miei confratelli… sta di fatto che per parlare di chi sia  il “figlio dell’Uomo” si ricorre ad un “concetto” sul quale ognuno risponde come può, o come sa, cioè si rifà ad esperienze passate e/o a illustri personaggi che popolano le memorie…

“Chi sono io per te?
“La luce dei miei occhi” diceva la mamma…
Risposta chiara, incisiva, probabilmente veritiera. Se poi mi capitava di uscire, la mamma rimaneva al buio, quindi era una luce intermittente. Sarà perché nel frattempo ne combinavo qualcuna… si tratta forse di trovare un’intesa sulle parole? Di far emergere dalla memoria esperienze di picco? Di andare in prestito di esperienze vissute da altri? Di cercare affannosamente nel catechismo?
“Prova a dirlo con parole tue – diceva la maestra – quando le mie risposte erano piuttosto confuse o imparaticce.

Gesù: “Allora chi sono io per te?”
… La  voce rimbomba fin giù in strada e verso il cielo…

Quale Dio pregano coloro che, chiusi in se stessi, guardano al resto del mondo dall’alto delle loro torri di avorio?

Che uomo è il figlio del Dio vivente, che muore su una croce per aver lasciato un unico comandamento nuovo? 

Che uomo è quello che muore, perdonando perché “non sanno quello che fanno?”

Che idea ho di questo Dio che dice: “Non vi chiamo più servi ma amici?”

Offriremmo la nostra vita in riscatto, non delle moltitudini, ma di una sola persona?

Se non usciamo dalle nostre torri di avorio, dagli intellettualismi nostrani, se non usciamo in strada, ovunque ci troviamo, camminando e incontrando “la gente”, percorrendo in su e in giù le vie della terra dove è stata edificata la nostra dimora, non sapremo mai dare una risposta convincente come quella di Pietro.
Stiamo vivendo profondi cambiamenti a tutti i livelli. Nella nostra ricerca di identità è forte la tentazione di attardarsi in sentieri già battuti. Perché non guardare avanti, e rispondere con le parole che abbiamo imparato, avendone scoperto ancora solo in minima parte l’intera portata?

Gesù: “Chi sono io per te?
Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente, hai edificato l’immensa casa nella quale vivo, e provo ogni giorno della mia vita a vivere e percorrere i tuoi spazi, cercando altri che possano viverli, scoprendosi figli dello stesso Dio vivente.
Poiché da te, grazie a te e per te sono tutte le cose.

NB: per leggere la riflessione del 23 agosto 2020 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

A quale santo votarsi?

Anche i cagnolini si cibano delle briciole
che cadono dalla tavola dei loro padroni

20 agosto 2023 – XX Domenica del Tempo Ordinario Anno A
Vangelo: Mt 15,21-28
Seconda Lettura: Rm 11,13-15Rm11,9-32

Dove l’uomo non sa più a quale santo votarsi, Dio si fa uomo per salvarlo.
Questa mi sembra la grande lezione del Vangelo di oggi.
Gesù va dalle parti di Tiro e Sidone e incontra una donna che viene proprio da lì: le loro strade s’incrociano – guarda caso…
Di Gesù conoscevamo la misericordia e la forza di partecipazione alla sofferenza del prossimo; che ignori lungamente questa donna urlante dal dolore e le rivolga poi una frase così dura, suona strano.
La faccenda è seria. La donna grida per attirare l’attenzione di Gesù, ha una figlia malata, crudelmente tormentata da un demone, dice il testo. Perfino i discepoli non ce la fanno più a sopportare le urla angosciate della donna e chiedono a Gesù di fare qualcosa.
Il Cristo persiste nel suo atteggiamento, sembra addirittura sprezzante: non è bene prendere il pane dei bambini e gettarlo ai cagnolini.
Dice proprio così: “cagnolini”, figli piccoli dei cani, come i bambini sono figli piccoli degli uomini.
Un dubbio legittimo: e se Gesù provasse ostilità verso i non ebrei? I Cananei erano nemici giurati degli ebrei… Significherebbe mettere in dubbio l’intera universalità della chiesa cristiana.
Questa idea disturba, vero? È inquietante pensare che per un tempo, anche limitato, Gesù abbia potuto non essere misericordioso… per questioni, diciamo, etniche…
La donna si umilia prostrandosi davanti a Gesù: nessuna reazione.
La donna lo implora, dicendogli: Vieni in mio aiuto! – Gesù rimane imperturbabile.
Si badi che la donna lo appella “Signore”, “Figlio di Davide”: pur essendo cananea, avendo altri déi, utilizza appellativi che appartengono alla tradizione di Israele.
Ed è proprio la reazione della donna a quella esclamazione severa, che per noi suona offensiva, che finalmente convince Gesù: «È vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Parla con una non comune prontezza di spirito.
L’idea di lasciare il sovrabbondante per gli altri appartiene ancestralmente alla sapienza della tradizione giudaico-cristiana, una sapienza alla quale la donna aderisce, altrimenti non sarebbe andata a supplicare il Cristo.
Nell’Antico Testamente ci sono molti passi su questo tema, per esempio nel Deuternomio: “Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro delle tue mani. Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami: saranno per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova”. (Dt 24,19-21)
Reminiscenza? Conoscenza di una tradizione? Oppure semplicemente arte del vivere? Forse coscienza di appartenere a qualcosa di molto più vasto di un semplice popolo, vinto o vincitore, dominatore o dominato, autoctono o straniero. Voglia di vita per la sua prole? La figlia era posseduta: ma da chi? Schiava di cosa? Soggiogata, esclusa? Malata di mente?
Tuttavia, la donna cananea è dotata di senso della realtà: sa bene che gli uomini  fanno differenze, tra “bambini” e “cagnolini”. Soprattutto spesso vedono “cagnolini” laddove ci sarebbero “bambini”. Mi piace pensare che Gesù si sia espresso così per provocare nella donna una presa di coscienza più profonda, un “insight”, direbbe lo psicologo moderno, quasi un “koan”, alla maniera dello zen Rinzai.
Ad ogni modo è il dialogo tra i due, la “conversazione” che rivela la fede e rende possibile la guarigione; la differenza tra la pecora perduta d’Israele e lo straniero viene abolita.
Allo stesso tempo si appalesa un confine tra l’origine della donna e quella di Gesù, sul quale entrambi concordano, condizione necessaria per stabilire qualsiasi autentica relazione, quella che rispetta l’identità libera e vivente dell’altro, consentendo il superamento di ogni tentativo di prevaricazione.
Coloro che avevano capito questo prima degli altri, come l’apostolo Paolo e i membri delle prime comunità cristiane avevano sostanzialmente realizzato che come nella parabola della moltiplicazione dei pani, c’è pane in abbondanza molto oltre i confini di Israele. 

Quando l’uomo si trova schiacciato contro il confine del proprio io, come in un gabbia, solo Dio può aprire quella gabbia e liberarlo. Lì dove l’uomo fallisce, Dio mostra la sua potenza.
A qualsiasi latitudine.

NB: per leggere la riflessione del 16 agosto 2020 clicca qui

NB. per info sull’immagine di copertina clicca qui

Da che parte guardare

Furono turbati e dissero: «È un fantasma»

13 agosto 2023 – XIX Domenica del tempo Ordinario – Anno A
Vangelo: Mt 14,22-33
Seconda Lettura: Rm 9,1-5

Il Signore viene incontro a coloro che disperano di essere aiutati.
È lui o è un’illusione?
Realtà o fantasma?
I discepoli di Gesù si sono imbarcati di notte sul lago turbolento, sono spinti da un vento contrario che solleva le onde contro la loro fragile barca. Sono spaventati a morte dal buio della notte e dal rumore delle onde. Alle prime luci dell’alba viene loro incontro Gesù, camminando sulle acque.
Giovanni racconta lo stesso episodio o un episodio simile, senza menzionare esplicitamente l’avventura di Pietro, ma sottolineando come le acque fossero agitate da un forte vento, e come la barca avesse toccato l’altra riva in un batter di ciglio non appena Gesù vi era salito. (Gv 6,16-24).
Giovanni, alla fine del suo Vangelo, scrive anche: “Queste cose sono state scritte perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate vita nel suo nome. Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. (Gv 20,30-31).
La questione fondamentale, qui, è capire se si tratti di una storia che ha riguardato dodici uomini in difficoltà su un lago in tempesta duemila anni fa, o sia la storia ripetuta mille volte di tanti drammi analoghi vissuti dall’umanità in generale e appartenenti anche alle nostre particolari e personali vicende.
In ogni caso, è esperienza comune sentirsi talora minacciati da eventi che non controlliamo: malattia, guerra, disastri ambientali, povertà, violenza, cattiveria, indifferenza, lutti.
L’esperienza di una volta, qui raccontata, diventa la regola per tutte le altre volte.
Ecco perché ognuno potrà leggere in questa storia il proprio disagio, le proprie paure e trovarvi un segno, nel senso inteso da Giovanni.
L’esito è che il Cristo ci raggiunge e sale sulla nostra imbarcazione, anche se non lo riconosciamo e se il suo volto si confonde per noi con quello di tutti i fantasmi con i quali fabbrichiamo le nostre illusioni.
Il miracolo della sua presenza è una realtà viva e tangibile nella nostra vita, il problema è che non sempre siamo in grado di riconoscerlo.
Quando ci rivolgiamo al Cristo,non necessariamente percepiamo la sua presenza, per cui non siamo veramente rassicurati. Sentiamo solo il nostro dolore, consideriamo solo le nostre ansie. Non vediamo una via d’uscita dalla nostra angoscia, ma solo la realtà immediata di ciò che ci tormenta e delle difficoltà che ci assalgono in una cascata incessante.
Chi saprà discernere l’azione del Signore e insegnare agli altri a farlo sarà audace, bravo e coraggioso, perché non è così certo per noi che il Signore possa fare qualcosa quando tutto ci sfugge. La sua voce, anche se risuona nelle nostre orecchie, non ci libera da tutto ciò che ci tormenta e non ci libera da tutti i passi falsi in cui siamo caduti.
L’avventura di Pietro narrata da Matteo può aiutare a vederci più chiaro.
In questa storia, Pietro è come tutti noi: ha paura, per giunta abbastanza fondatamente.
Come tutti noi dubita e non è sicuro che sia proprio il Signore a venire verso di loro all’alba. Allora che fa? Lo sfida…
– Se sei tu, comandami di venire da te sulle acque. E Gesù che fa? Invece di andarsene offeso, come uno qualsiasi di noi avrebbe forse fatto, gli dice: “Vieni!”.
Pietro però, come al solito, non è ancora all’altezza della situazione, non è ancora pronto: s’incammina spavaldamente, ma continua ad avere paura ed è proprio per questo che comincia ad affondare. Non solo chiede al Signore una prova che lo porti al di là del confine della propria natura, ma una volta che il Signore accondiscende, non si fida. Un vero disastro! Lo stesso disastro che viviamo tutti, e le coppie che continuano a chiedere prove d’amore… tipicamente scoppiano…
Nonostante tutto Pietro sfugge all’annegamento. Certamente al culmine del terrore riesce a gridare “Signore salvami!”.
Chiede aiuto, quando, perso per perso, riesce a scavallare il dubbio…
Sembra che l’affetto di Gesù nei confronti di Pietro non possa sopperire alla mancanza di fiducia di Pietro nei confronti di Gesù, ma che sia necessario il terrore di annegare perché Pietro riesca a fidarsi.
Non sarà che Pietro aveva confuso il suo bisogno di vedere miracoli con la fede?
Il miracolo, se si realizza, accade solo se siamo certi che tutta la nostra vita è nelle mani di Dio.
Non solo, ma se siamo anche certi che la presenza del Cristo con noi è sempre reale, anche quando non la sentiamo. L’invocazione di Pietro non è un’improvvisa prova di fede, ma una resa incondizionata alla propria fragilità e all’unica persona che immagina possa salvarlo. 

C’è qui tutto il dramma della solitudine umana di fronte all’avversità. Un dramma nel quale anche i compagni non possono nulla, perché rimangono nella barca impauriti e “inutili”, limitati nel loro confine umano. Nessuno si tuffa dalla barca per salvare Pietro… È il dramma di quei passaggi di vita che si possono attraversare esclusivamente con l’aiuto di Dio. Il Signore viene, aiutandoci a superare proprio ciò che temiamo di più.

Per leggere la riflessione del 9 agosto 2020 clicca qui

È un’illusione? No, non lo è, perché noi testimoniamo esattamente questo miracolo.
La fede è questo: ci dice da che parte guardare, ed è l’inizio del miracolo.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Esperienze di trasfigurazione

6 agosto 2023 – Trasfigurazione del Signore

Vangelo: Mt 17,1-9
Seconda lettura: 2 Pt 1,16-19

Pietro scrive alla prima generazione di cristiani: “Non siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate […], ma siamo stati testimoni oculari della sua grandezza.” Si riferisce alla grandezza dell’uomo Gesù nel quale si è incarnata la forza infinita e onnipotente che chiamiamo “Dio”.
In questo consiste la questione centrale, il tema missionario per eccellenza: Pietro consegna ai posteri la sua esperienza personale, un racconto nel quale ciascun cristiano potrà ritrovarsi, un’esperienza per noi, oggi, istruttiva, come lo è stata in questi duemila anni per ogni cristiano.
Pietro sta dicendo che ha vissuto la presenza di Dio nella sua vita quotidiana: è un testimone oculare, anche perché con Giacomo e Giovanni ha assistito alla trasfigurazione.
L’episodio è riportato in tutti e tre i vangeli sinottici (Mt 17,1-8; Mc 9,2-8 e Lc 9,28-36.) e viene confermato dal racconto di Pietro nella sua epistola .
Pietro è il pescatore galileo che crede ciecamente nella messianicità del Nazareno e si convincerà dell’assoluta necessità di trasmetterne gli insegnamenti.
La storia personale di questo discepolo, iniziata semplicemente, normale, così comune ai suoi tempi, prende una direzione nuova e diventa per noi una storia sacra.
Noi non siamo stati testimoni oculari di quel che avvenne quel giorno, presumibilmente sul monte Tabor; abbiamo però la certezza della veridicità del racconto. Come mai?
Perché al di là di tutti gli studi esegetici e teologici, abbiamo sospeso per un momento l’obbligo all’immediatezza della valutazione razionale e abbiamo dato credito a Pietro e ai vangeli. Ne è derivata un’esperienza innegabile: abbiamo visto la nostra vita trasfigurata, abbiamo sperimentato la presenza di Dio nella nostra vita.
In genere coloro che hanno avuto questa esperienza non la tengono per sé, ne parlano, perché altri possano intuirne la reale possibilità e provare lo stesso gioioso stupore: il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo. Si tratta di un’esperienza religiosa, non ci si può arrivare se non personalmente, non ci sono intermediari, tranne il Cristo stesso.
Qualcuno dirà: siamo stati battezzati, siamo stati mandati al catechismo, continuiamo ad andare a messa. Se si trattasse solo di questo, e non si potesse affermare di aver avuto un’esperienza di trasfigurazione, saremmo dentro una confessione religiosa a carattere esclusivamente formale.
Questo spiega anche perché la maggioranza della gioventù attuale, si dice atea.
Nel loro panorama culturale non esiste una storia sacra da ripercorrere, la trasmissione dell’esperienza di trasfigurazione si è spezzata, quindi in molti non hanno ancora avuto la possibilità di scoprire da soli che la loro storia individuale è già potenzialmente una storia sacra.
Pietro , Giacomo e Giovanni non solo erano discepoli del Nazareno, ma erano cresciuti sul terreno di una tradizione che aveva contemplato e narrato la trasfigurazione dei padri come un’esperienza possibile. L’episodio della trasfigurazione offre un significativo paradosso: in cima alla montagna, Gesù non dice quasi nulla ai suoi discepoli, ma conversa con Mosè ed Elia. Al centro della storia, c’è una voce che dice: “Ascoltatelo”.
Mosè ed Elia rappresentano la tradizione nella quale sono cresciuti i tre discepoli: la legge e i profeti, l’intera Parola rivelata. Entrambi sono portatori di esperienze di trasfigurazione.
Mosè, dopo la liberazione dalla schiavitù, nel deserto, rimane  per quaranta giorni sul Sinai, conversando con Dio. Anche Elia ha un’esperienza analoga; quando, arrivando sul Sinai, scopre la presenza di Dio non negli uragani, nelle tempeste, nel fuoco o nei terremoti, ma quando percepisce una leggera brezza sul volto.
La fede cristiana si basa sulla stessa esperienza di trasfigurazione che il popolo d’Israele conosce e tramanda fin dalla propria nascita, cioè da circa tredici secoli prima della nascita stessa del Nazareno.
Paolo espone lo stesso concetto quando esorta a non conformarsi alla mentalità del secolo, ma a trasformarsi tramite il rinnovamento dell’intelligenza per discernere la volontà di Dio (Rm 12,2).
Lo ridice una seconda volta nella seconda lettera ai Corinzi per parlare di ciò che ci aspetta nel nuovo patto, quando tutti noi, a volto scoperto, riflettiamo come specchi la gloria del Signore, e veniamo trasformati in quella stessa immagine, secondo l’azione dello Spirito (2 Cor 3,18).
Essere trasfigurati dovrebbe essere l’obiettivo di ogni cristiano, la prova concreta di una fede adulta. Non è l’esistenza della divinità a necessitare di una prova, ma la fede…
Paolo dà ancora un’indicazione “metodologica”: mettere a morte il vecchio per esporre alla luce il nuovo, caratterizzato da “giustizia” e “vera santità” (Ef 4,17.20.24).
Lasciare che la luce illumini l’oscurità, implica sospendere ogni attaccamento ai pregiudizi, rinunciare alle opinioni limitate, ai riflessi condizionati dall’egoismo, al bisogno di avere sempre ragione, ad ogni stereotipo congelato, ai pensieri subdoli e malevoli, in altri termini a tutte le possibili, umane, meschine meschinità, componenti che nascono già morti o che, in ogni caso, sono destinati ad essere ridotti in cenere.
La trasfigurazione è un processo, un viaggio, un girarsi attivamente verso la bellezza e la luce; acquisire la fede si­gnifica imparare ad agire per amore, nella convinzione che questa vita ha un’unica direzione di senso verso un e­sito buono, da qui all’eter­nità. Si tratta “solo” di acconsentire alla vita senza paura e senza pregiudizi. Come scrive S. Paolo agli Efesini:
«Svègliati, o tu che dormi, déstati dai morti e Cristo ti illuminerà». (Ef 5,14)
Scrive ancora a Ti­moteo una frase bellissima: Cristo è venuto ed “ha fatto ri­splendere la vita” (2 Tm 1,10), e lo dice dal carcere, a riprova del fatto che doveva aver sperimentato tutta la sua vita come trasfigurata dalla presenza di Cristo. Fu capace di considerare un nulla le sofferenze da lui patite, in confronto alla gloria eterna che aveva visto risplendere. 

Forse per lui tutto il creato si era fatto tra­sparente e scorgeva il divino nel fondo di ogni essere e la possibilità del grondare della luce dal volto di ogni uomo.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Tutto questo

Avete capito tutte queste cose?

30 luglio 2023 – XVII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 13,44-52
Seconda Lettura: Rm 8,28-30

Che dire? S. Paolo ci colloca al di là di ogni aspettativa: chiamati, predestinati, giustificati, anche glorificati, fratelli del Primogenito (il Cristo – al quale siamo conformi), sappiamo che tutto concorre al nostro bene.
Ma … eravamo pronti a tutto questo?
“Tutto questo”.
Come esprimere oggi, in parole comprensibili, cosa intendo per “tutto questo”?
In fondo è facile capire: fare sempre il bene del prossimo. Tutti. Se ciascuno lo facesse sempre, tutti vivremmo al massimo delle nostre potenzialità.
Nessuno ci crede, pochi agiscono in questo modo, quindi non eravamo ancora pronti…
Il regno dei cieli è dunque un tesoro nascosto.
Non che qualcuno l’abbia nascosto volontariamente; rimane però nascosto per molti.
Sono propenso a credere che tutti lo cerchino, ma senza alcuna certezza che esista e alcuna idea attorno al dove cercare; in altri termini senza fiducia e senza determinazione. Così ci si ritrova davanti ad una selva di ostacoli.
Il regno dei cieli ha altre due caratteristiche.
Prima di tutto non è solo un oggetto da cercare, ma anche il processo stesso del cercare. Ad un certo punto ci si può rendere conto di scorgere qualcosa di molto importante, ma lo si nasconde, perché non ci sentiamo sicuri di aver visto bene, né ci sentiamo sicuri di noi stessi.
I motivi potrebbero essere molteplici: forse il “proprietario” di quel campo non ci venderà i propri possedimenti, oppure facciamo fatica a vendere i nostri per acquistare quelli… non è così semplice “vendere” tutto ciò che si ha, forse si teme non ne valga la pena, oppure che non basti, ad ogni modo cominciano a sorgere ostacoli…
Il regno dei cieli, però, non è solo simile ad un oggetto prezioso e al processo di ricerca di quell’oggetto: è anche simile ad una rete gettata nel mare.
Come dire che esiste qualcuno che l’ha gettata e che quella rete raccoglie ogni genere di pesci, senza fare differenze, belli e brutti, buoni e cattivi. In breve diventa stracarica, finché non si conclude il processo…
La conclusione è proprio ciò che imbarazza moltissimo: sono bello o brutto? Buono o cattivo? E se fosse tutto vero? Poi arrivano gli angeli e …
Ecco, quando dicevo che non eravamo pronti a “tutto questo”, mi riferivo a questo tipo di elucubrazioni…
Io credo che “la fine del mondo” non sia solo un’apocalisse finale, inferno e paradiso, questo di qua e quello di là.
Penso che “la fine del mondo” abbia una dimensione temporale e individuale, sia anch’essa un processo di natura personale; il mondo finisce per me quando sono talmente sovraccarico di pensieri e di emozioni sia buone che cattive, da non accorgermi di essere rimasto bloccato proprio nell’unica autentica libertà di cui godo: amare. Arrivato a questo punto è il crollo del “mio” mondo, la fine; tutto deve ricominciare, cestinando tutto ciò che mi ha reso così inetto ad amare.
Il regno dei cieli, la perla preziosa non la si può “possedere” da soli, al massimo la si compra per adornarsene o per regalarla. È come un quadro d’autore: anche se spendo una fortuna per comprarlo, al massimo posso guardarlo in estasi ventiquattr’ore su ventiquattro. O ricavarne denaro, esponendolo e facendo pagare un biglietto ai visitatori. Se amassi, lo metterei gratuitamente a disposizione di tutti coloro che vogliono bearsene. Certo, poi, chi condivide tanta bellezza, se amasse, contribuirebbe a mantenerla nel tempo…
E lo scriba?
Non è uno scriba “qualsiasi”, è uno “scriba divenuto discepolo”.
Matteo forse parlava di se stesso: scrivendo il suo vangelo, intendeva rivolgersi ai primi ebrei divenuti cristiani o agli scribi cristiani delle prime comunità.
È anche possibile andare oltre, e pensare che qualsiasi discepolo di Cristo diventi capace di attingere dal proprio tesoro cose nuove e cose vecchie.
Quali realtà sono nascoste sotto i termini “cose ​​nuove” e “cose ​​antiche”? L’Antico Testamento e il Nuovo? I segreti degli ultimi tempi e le cose nascoste dalla creazione del mondo?
O forse piuttosto le nuove intuizioni generate dalla predicazione del Nazareno?
È senz’altro vero che la parola evangelica rinnova costantemente la mente e il cuore di uomini e donne, fin troppo abituati ad antiche modalità stampate nella memoria, come leggi incise sulla pietra. Perciò l’intenzione dell’evangelista potrebbe essere stata quella di invitare chi legge a scrutare meglio il testo per scorgerne tutto il senso; a prima vista può sfuggire il legame logico tra le tre similitudini e lo scriba divenuto discepolo.
L’immagine del versetto 52 destabilizza il lettore nel percorso di appropriazione della narrazione, distruggendo l’illusione che anche la propria comprensione possa essere definitiva; l’immagine dello scriba divenuto discepolo è una ricapitolazione che, come lettori o ascoltatori, costringe a ricollocarsi in prima persona di fronte a questo discorso. Sull’esempio del maestro, il discepolo-scriba, estraendo dal suo tesoro il nuovo e il vecchio, sembra invitato a farsi “creatore di parabole” per realizzare la perpetua novità dell’insegnamento di Gesù.
Ogni cristiano ha questa possibilità dentro di sé.
Lo scriba divenuto discepolo incarna la promessa fatta al profeta Ezechiele: vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne (36, 26).
Solo per dono si può intuire la vastità dei misteri del Regno e cercare di trasmetterne la stupefacente ricchezza. Forse è proprio ciò che ha in mente S.Paolo, quando scrive: Ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. (2 Cor 3,14, 17).
Nei Vangeli, d’altronde, l’unica occorrenza del binomio “nuovo” e “vecchio” si trova proprio nella discussione tra Gesù e i Farisei a proposito del digiuno, con gli esempi del vestito vecchio rattoppato con tessuto nuovo e del vino in otri nuovi e vecchi (Mc 2, 18-22; Mt 9, 14-17; Lc 5, 33-39). Marco stesso, all’inizio del suo vangelo, scrive: “Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!»”. (Mc 1,27).
E ancora Matteo: L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. (Mt 12,35).
Lo scriba divenuto discepolo, preso, come tutti gli altri, nella rete gettata nel mare, vede il mondo fatto di cose nuove e cose antiche, o, potrei dire, abita un campo dove cresce il grano insieme alla gramigna. Allora gradualmente diventa un po’ più padrone di se stesso e della casa comune; ma solo nella misura in cui è capace ogni giorno di coltivare ciò che è in funzione della vita dei propri fratelli.
Può anche credere in una fine universale del mondo, alla fine del tempo, in cui tutto il male compiuto sarà stato estinto per la salvezza di tutti.
Ora, saremmo pronti a “tutto questo”?

NB: Puoi visualizzare qui la riflessione del 26 luglio 2020

NB: per l’immagine di copertina intera e per info clicca qui