A proposito del tempo

Davanti al Signore un solo giorno è come mille anni
e mille anni come un solo giorno

10 dicembre 2023 – II Domenica di Avvento
Vangelo: Mc 1,1-8
Seconda lettura: 2Pt 3,8-14

La seconda lettura di questa Domenica si apre con una splendida dichiarazione che manifesta in tutta la sua portata l’enigma del tempo nella cristianità e rende superfluo, relativizzandolo, qualsiasi concetto di lentezza (o velocità): “Davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno”: viene qui annullata qualsiasi immaginaria sovrapponibilità tra la nostra idea di  tempo e il tempo così com’è da una prospettiva infinita, come può essere quella di Dio.
Seguendo Pietro, ricavo alcune regole di condotta, che penso possano servire a spianare il mio, il nostro percorso ora.
Siamo umani e non possiamo immaginare l’accesso alla via che porta verso Dio (il giorno del Signore) altrimenti che collocato nel futuro.
Questo nostro limite esistenziale, questo condizionamento a immaginarci liberati nel futuro è, per me, “la questione umana” per eccellenza, problema nostro, non di Dio. Per Lui non c’è differenza di durata tra mille anni e un giorno. Eppure il Cristo è già venuto e ci ha già liberati, questo ci sfugge in continuazione ed è causa di errori frequenti.
Io credo sia necessario e sufficiente osservare la propria condotta per rendersi conto che, per noi stessi come per tutti, è impossibile esistere senza sbagliare, senza far male ad altri e a se stessi; una volta raggiunta questa comprensione, pentirsi del male compiuto è una conseguenza quasi ovvia, se si è intenzionati ad amare il prossimo come se stessi. In molti casi non è un percorso semplice, può essere molto doloroso, ma è importante lasciarsi rialzare; la preghiera ha un valore immenso, perché rende possibile la cura di quelle sofferenze e di quelle resistenze che spesso bruciano dentro di noi. Il Signore è dalla nostra parte e ci tende la mano sempre, ma noi dobbiamo poterla afferrare; solo così è possibile pacificarsi, è una vera e propria resa al potere di guarigione e di ispirazione dello Spirito. Il potere dello Spirito, quello del Cristo che viene a battezzarci una seconda volta, libera da tutte le illusioni provenienti da altri poteri fittizi e illumina la via da percorrere.
La cristianità attende con fiducia il realizzarsi della promessa di Dio all’uomo, il realizzarsi di una nuova vita per tutti gli uomini e le donne ed è per questo che dobbiamo agire in ogni modo possibile per farci trovare pronti nel giorno del Signore: non soltanto senza rimorsi e senza peccato, ma avendo amato.
Si tratta di un programma di vita, per rimanere in piedi nel mondo, già da ora alla presenza del Signore. Liberàti.
Riflettere sul brano dell’Epistola di Pietro è inevitabile in questi giorni di Avvento. “Il giorno del Signore verrà come un ladro”, ma Pietro dice anche che il Signore è paziente nel dare tempo per la conversione.
Potremmo essere tentati di dire: “Signore, allora per favore aspetta ancora un po’, mentre metto in ordine i miei affari, mentre mi preparo”: è un errore possibile, frutto un po’ della confusione, un po’ della paura, ma non fa che ritardare il realizzarsi della vita in tutta la sua pienezza.
Il Natale cade nella stessa data ogni anno, ma questo non dovrebbe trarci in inganno, perché noi siamo destinati a nascere due volte. La seconda nascita – nello Spirito – è un evento unico per ciascuno, non una stagione di tradizioni consolidate dalla routine.
Il Vangelo di Marco ci parla di un battesimo di conversione con l’acqua del Giordano: un’operazione di bonifica che spiana il terreno; l’attività di Giovanni non è qualcosa di marginale. Mette in moto un’intera regione: “Tutto il paese della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme vennero a lui; furono battezzati da lui nel Giordano, confessando i loro peccati”. Tutta la Giudea è preoccupata e l’intera popolazione si converte, perché ascolta la voce di un profeta come ai tempi antichi, tempi di speranza mai ancora pienamente realizzati. Giovanni avverte subito, che dopo di lui verrà uno il cui potere, molto più grande del suo, è proprio quello di battezzare nello Spirito.
Il Natale è l’inizio di una grande storia, che ha permeato venti secoli di umanità, eppure, immediatamente, ci rendiamo conto che l’inizio della storia non è quello; c’è qualcosa “prima”, c’è Isaia che annunciava un altro inizio, la liberazione dall’esilio e la fine della prigionia in Babilonia: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! – gridava, in modo che la gente potesse ascoltare l’annuncio e mettersi in cammino per tornare verso la terra d’Israele.
Prima di questo accorato grido di Isaia c’era stato un altro inizio, un’altra liberazione, un’altra marcia e prima della fine dell’esilio a Babilonia: la marcia dell’esodo di un intero popolo in vista della propria libertà, con Mosè alla testa. Prima ancora ci furono altre partenze, altri cominciamenti nella lunga storia del popolo di Dio: la marcia di Abramo, l’alleanza conclusa con Noè.
La buona nuova è che il Cristo, instancabilmente, di generazione in generazione, inizia con i suoi una storia nuova e sempre unica. Di inizio in inizio chiama, fa cenno, in modo che nessuno sia dimenticato o tagliato fuori. Ciascun evangelista, a modo proprio, invita ad entrare in un tempo vivente che non è iniziato duemilaventitré anni fa, che non inizia ora con noi, ma è lo stesso che hanno vissuto tutti coloro che sono venuti prima di noi e che vivranno tutti coloro che verranno dopo, un tempo che non è ancora terminato.

Quando il bambino nasce, può iniziare per noi questo tempo vitale; Il Natale rappresenta anche la nostra personale (ri)nascita ad un modo nuovo di vivere e di sentire quella forza straordinaria che ci consente di credere e testimoniare il Cristo presente tra noi, il Cristo che eternamente ci precede lungo le vie del mondo.

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Vegliare

Fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati

3 dicembre 2023 – I Domenica di Avvento
Seconda Lettura: 1Cor 1,3-9
Vangelo: Mc 13,33-37

State attenti, rimanete svegli, dice Gesù nel Vangelo di Marco. Cosa sta succedendo? C’è un pericolo? A cosa dobbiamo fare attenzione?
Se avrete la curiosità di leggere i versetti precedenti, dall’inizio del capitolo 13 del Vangelo di Marco, scoprirete che gli interlocutori di Gesù, qui suoi discepoli, lo interrogano per sapere “quale sarà il segno che tutto sta per finire”. Riassumendo: quando arriverà la fine del mondo? Va detto che Gesù ha appena annunciato ai discepoli, estasiati dalla bellezza dell’edificio, la distruzione del Tempio di Gerusalemme.
Come sapremo che questa sarà la fine? Quale sarà il segno, chiede un discepolo?
Gesù inizia allora una cupa descrizione: guerre, frastuono di eserciti, violenze, terremoti, carestie, falsi messia che infiammeranno le folle, persecuzioni, divisioni all’interno della stessa famiglia.
Per quanto spaventosa sia questa descrizione, purtroppo è abbastanza fedele a ciò che già conosciamo. Il testo non parla di malattie, ma potremmo tranquillamente aggiungerle all’elenco. Con una buona dose di riscaldamento globale in più, per completare il quadro. Si potrebbe dire: niente di nuovo sotto il sole, il mondo è davvero messo male e da molto tempo.
Il racconto non dice altro, ma Gesù aggiunge: quando vedrete tutto questo, ebbene, non sarà ancora il momento.
Quando siamo dentro ciò che a noi sembra il peggio, siamo solo all’inizio; Gesù aggiunge infine che “Quanto al giorno o all’ora, nessuno li conosce, nemmeno gli angeli in cielo, nemmeno il Figlio, ma solo il Padre”.
Dall’inizio dell’era cristiana probabilmente non è passata una sola generazione che non abbia visto almeno una guerra, varie forme di violenza, catastrofi naturali, carestie, falsi messia, persecuzioni e divisioni all’interno delle famiglie.
Siamo in un’eterna apocalisse o questo testo sta raccontando “semplicemente” il nostro presente umano, a prescindere dal tempo storico?
Anche l’espressione “abominio della desolazione”, che compare a metà capitolo, non è una realtà unica. L’antico Israele si riferiva con queste parole alla profanazione del Tempio di Gerusalemme, luogo della presenza di Dio, ma quando Marco scrive il suo vangelo, il tempio aveva già subito quattro profanazioni (nel 586 a.C., nel 167 a.C., nel 63 a.C., infine quella che Marco indubbiamente vide, nel 70 d.C.).
L’abominio della desolazione è stato sperimentato più volte senza che sia stata ancora la fine del mondo…o l’inizio di un mondo nuovo, cioè quel che noi crediamo possibile.
Potrei dire che ogni uomo e ogni donna, vittima, in ogni tempo nella propria carne, di genocidi, guerre, disastri naturali, epidemie, malattie, fame, stupri, violenze, schiavitù, ha conosciuto già l’abominio della desolazione. Il corpo di ogni persona tempio del sacro, non soltanto gli edifici di ogni confessione religiosa, che ammiriamo dall’esterno. Ogni popolo ha avuto e ha, a proprio modo, un’idea di Dio.
Ciò che dice il Nazareno è realistico: lo si capisce bene, è innegabile.

Ma qual è il nesso con la chiamata di Gesù: “Attenti, state svegli!”? E perché leggere questo testo proprio all’inizio dell’Avvento?
Occorre essere più svegli per accorgersi della violenza attorno a noi e dentro di noi oppure c’è dell’altro?
Confesso che spesso preferirei dormire per non vedere tutto l’orrore del nostro tempo. E anche mi piacerebbe svegliarmi all’improvviso in un mondo di pace tutto nuovo…
Dunque a quale evento inatteso dovremmo prepararci, che non sia necessariamente sovrapponibile ad una catastrofe planetaria e sia, invece, riconducibile all’attesa, preludio del Natale? Perché di questo stiamo parlando…
Il paragone addotto dal Cristo “È come un uomo che…” è straordinariamente semplice, soprattutto per gli ascoltatori dei tempi di Gesù: un uomo si mette in viaggio e lascia a casa i suoi servi, ognuno responsabile del proprio compito. Nessuno sa quando tornerà, nemmeno il padrone stesso, ma guai a chi sarà trovato addormentato al suo rientro.
Una sola cosa è certa: il rientro del padrone.
Se guardiamo indietro alla nostra esperienza personale, sicuramente troviamo anche rinunce, progetti non completati, situazioni che apparivano consolidate, indebolitesi da un giorno all’altro. Spesso la nostra intera esistenza è stata capovolta in seguito ad un incontro o ad un evento particolare. Man mano che le nostre mani si riempiono di anni, diventano sempre più inabili a stringere certezze, perché sappiamo che quel che aveva valore è diventato irrilevante e ciò che era invisibile è stato portato alla luce, in breve tempo. Come vivere dentro questo non-sapere?
La storia raccontata da Gesù, per me, ha una sola possibilità di risposta; è come dicesse semplicemente: fai il tuo lavoro, svolgi il compito a te affidato. Certamente  coloro cui è affidata la cura di una casa, se sono amici sinceri del padrone di casa, sanno cosa fare per mantenerla in buono stato…
La casa, per noi e per ora, è il mondo, la sperimentiamo nel tempo con tutte le sofferenze e le gioie ad esso connesse. Non si può farne a meno, non si può sfuggire. Il compito è esserci e agire dove ci si trova secondo la propria formazione, vocazione, professione, impegni. Secondo i talenti ricevuti, in base alle responsabilità affidateci. Esserci, anche con la paura e l’ignoranza del futuro, perché il Signore ritornerà.
Così cerco la giustizia, cerco di preservare le possibilità di pace, scelgo ciò che unisce al posto di ciò che divide; benedico invece di maledire, quando tutto sembra perduto; la speranza della venuta del Salvatore è come una luce abbagliante nell’oscurità assoluta.
L’attesa si nutre di speranza e di fede.
In questo preciso momento non è il mondo che sta per cambiare, ma tutto in me può cambiare. Se sono vigile, intanto, è l’apocalisse del mio vecchio mondo fatto di violenza e di menzogna; e se Dio viene e chiama, perché chiudere le orecchie?
L’Avvento è il tempo della benevolenza in cui posso svegliarmi a ciò che non ho mai saputo dire. L’Avvento è la stagione del perdono, non solo dalle labbra, ma dal profondo del cuore. L’Avvento è la stagione dell’accoglienza, quella della parola dell’altro, che viene a scuotere le mie convinzioni.
Questo primo giorno di Avvento può diventare il primo giorno del resto della mia vita.
Così attendo “la vita del mondo che verrà”. Aspetto.
Aspetto il vento che porta il domani.
Attendo la consolazione per tutti i miei simili.
Aspettando il Messia dei Profeti.
Attendo l’alba che solleverà le nostre greggi o la stella che illuminerà il nostro cammino.
Aspetto nel chiaroscuro della nostra storia che venga il mattino del suo regno. Attendo la prima aratura del vomere della spada forgiata e il matrimonio della giustizia con la pace. Aspetto nella fredda mattina la fine della crisi e la primavera della speranza in questo secolo.

Credo che anche il Cristo stia aspettando le nostre mani di preghiera e di lavoro per dipanare i rovi dell’ingiustizia e la foschia della disperazione.

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Precari

26 novembre 2023 – XXXIV Domenica del Tempo Ordinario
Cristo Re
Seconda Lettura: 1Cor 15,20-26.28
Vangelo: Mt 25,31-46

Non posso fare a meno di ripensare alle celebrazioni a distanza e alle opinioni sul diritto di accedere all’Eucaristia: cosa troviamo ancora dentro tutta questa abbondanza di celebrazioni via web? Molte idee. Per me emerge per prima la consapevolezza, se non di un’ingiustizia, almeno di un’incongruenza. Contrariamente a quanto abbiamo sperimentato durante il primo confinamento a causa del Covid (e ce lo ricordiamo tutti), ora le chiese sono aperte (e, in parte, l’abbiamo dimenticato).
Chiamati a celebrare l’eucaristia, ovvero convocati e radunati affinché il lievito della Parola di giustizia penetri nella pasta dell’ethos quotidiano per alcuni – per me senz’altro – è difficile capire cosa motivi ancora l’on-line delle messe e delle adorazioni eucaristiche. La virulenza di una qualche ennesima ondata? Il secolarismo? Non mi convince. E se il motivo fosse da cercare altrove?
Non dimentico gli sforzi di ingegnosità fatti per giustificare la “comunione di desiderio”.
Cosa ne dedurrebbe un osservatore ingenuo, o anche uno cosiddetto secolarizzato, se non che, in fondo in fondo, i cattolici si accontentano del desiderio, quando la realizzazione pratica del medesimo si fa difficile? Cosa ne dedurrebbe, notando che il “Pane del Cielo” sta perdendo la sua relazione con il “pane quotidiano” e dunque l’eucaristia la sua connotazione di nutrimento?
Dimenticando l’aspetto “corporeo” dell’ingiunzione di “mangiare”, contenuta nel memoriale dell’ultima cena – “fate questo in memoria di me” – si svela emblematicamente un certo deficit… di tipo calcedoniano nella nostra percezione dell’incarnazione.
Dovrebbe almeno sorprenderci la constatazione dell’essere rimasti intrappolati nel nostro discorso. Come possiamo rendere credibile il nostro desiderio di mangiare il Pane del Cielo? Forse ripartendo dalla consapevolezza della nostra essenziale precarietà e della sua fenomenicità: la fame. Resta inalterato il nostro paradosso esistenziale: ci nutriamo dell’Eucaristia non per soddisfare la nostra fame, ma per aumentarla, senza fine.
Noi, con la celebrazione eucaristica, alimentiamo la nostra precarietà, fino alla fine del nostro tempo.
Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono. (1 Cor 1, 26-28).
Quello che “facciamo”, ogni gesto, nella celebrazione, è quello che siamo: esseri due volte “precari”: la prima perché dobbiamo tutto alla grazia di Dio, la seconda perché solo attraverso la preghiera diventiamo consapevoli di chi siamo: inevitabilmente nudi e insieme colmati dalla grazia dell’incontro con il Cristo. Il nostro essere “nulla” e il Suo essere tutto quello che è.
La celebrazione rimanda alla nostra condizione terrena, dobbiamo prendere Paolo alla lettera: siamo “precari” cioè un “non-essere”, individualmente il cristiano non fa numero, non conta con “l’essere” e non conta con il mondo. Da qui la sua precarietà, il suo sradicamento, che costituisce la sua condizione esistenziale primaria. Da qui la complessità del rapporto con il mondo e anche con le “autorità”.
Il senso di questa precarietà ci deriva dal battesimo: Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). Il battesimo è modellato sulla celebrazione eucaristica. Il Battesimo e l’Eucaristia designano la stessa cosa, un soggetto: Cristo come comunità nella sua morte e risurrezione. Poiché battezzati – dice San Paolo – “vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1); vale a dire: “dis-pariamo”, per apparire “diversamente” ai nostri occhi e a quelli del mondo. Non attivisti che rivendicano diritti, ma “neonati” sempre minacciati di perdere coscienza della loro esistenza paradossale: un essere – nulla, che è l’altro nome dell’amore.
Precari.
Radicalmente.
Non famosi, ma affamati di ricevere e dare quel pane che chiamiamo amore per il prossimo.
È questo tipo di fame, che alimenta le nostre militanze?
In questa prospettiva l’Eucaristia recupera la sua connotazione di nutrimento, senza perdere il suo carattere di sacramento, perché in Cristo siamo morti e ritornati alla vita; la vita cristiana è un “morire” e un “risorgere” permanente; per questo, mangiamo il “Pane del Cielo”, durante il memoriale dell’ultima cena. È il Cristo stesso che si dà a noi, si fa pane, sempre dicendo a coloro che condividono il pane, così come li invitava a fare nei Vangeli dopo le guarigioni o le apparizioni di vita: “Date loro voi stessi da mangiare…” (Mt 14,16) e “Non avete nulla da mangiare?” (Gv 21,4).
Il bisogno dell’Eucaristia non deriva dalla devozione o dalla pietà; si basa su ciò che fa di noi il battesimo: persone precarie, destinate alla resurrezione. Barcolliamo nel nostro cammino, sempre fragili dopo il nostro risveglio, ma sempre convocati e radunati intorno alla Parola: “Date loro voi stessi da mangiare”.
Se avessimo mantenuto un po’ più viva la consapevolezza dell’Eucaristia come cibo, come cibo autentico, forse offriremmo meno presa agli impedimenti che incontriamo oggi a partecipare alla liturgia della messa, al memoriale dell’ultima cena.
La diserzione dalle messe è forse la conseguenza di un culto diventato caricatura, perché basato su una fede superficiale.
Accogliamo quindi il digiuno totale o parziale di comunione come un’opportunità per recuperare la consapevolezza che all’inizio della nostra esistenza terrena, e prima dell’incontro con il Cristo, c’era la nostra fame di neonati, come quella che i poveri e le vittime di guerra di tutto il mondo provano ancora.

Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Cosa può voler dire celebrare il Cristo Re dell’universo, se non riconoscerci tutti con gli stessi bisogni e dunque fare ovunque e reciprocamente il possibile perché ciascuno abbia cibo, acqua, accoglienza, tepore, cure, rimanendo libero di considerarsi e sentirsi un figlio di Dio, fratello in Cristo, ovunque si trovi?
Se abbiamo fede nel Cristo Re dell’universo, dobbiamo anche sapere di essere tutti viandanti precari, e tutti destinati fin da principio alla pienezza della vita.
Accogliere l’Eucaristia è ciò che ce lo rende sempre presente e attuale alla mente e al cuore.

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Peso o risorsa?

Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento

19 novembre 2023 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Seconda Lettura: 1Ts 5,1-6
Vangelo: Mt 25,14-30

In questa parabola ci sono tre uomini chiamati ad offrire i loro servizi, uno molto dotato e due un po’ meno, e un uomo ricco, che elargisce loro una grossa somma di denaro: otto talenti.
La parola talento può avere due significati: una tipologia di moneta usata all’epoca di Gesù in Palestina o la predisposizione a fare bene qualcosa.
Se in questo contesto la utilizziamo nel suo significato proprio di antica moneta, rischiamo di minimizzare l’importo in questione.
Nel contesto biblico designa un peso d’oro o d’argento, che per un lavoratore dell’epoca rappresentava circa vent’anni di lavoro.
Gli otto talenti elargiti sono dunque una somma considerevole, perché equivalgono a più di cento anni di lavoro, ovvero più di quanto era possibile guadagnare mediamente nell’arco dell’intera esistenza.
L’uomo ricco distribuisce la sua ricchezza, valutando le capacità di ogni servitore e affidando più della metà della somma al primo, e meno agli altri due. Chi percepisce la somma più piccola, riceve comunque l’equivalente di vent’anni di stipendio.

Questo testo è conosciuto, troppo conosciuto, interpretato e sovrainterpretato, talvolta usato come scusa per giustificare lo spirito imprenditoriale e l’abbondanza dei ricavi. La sua collocazione, invece, all’interno del capitolo 25 del vangelo di Matteo, in cui Gesù evoca la sua partenza, il ruolo dei discepoli durante la sua assenza e il suo ritorno, suggerisce un’analogia tra i talenti e la predicazione stessa del Nazareno, intesa come ricchezza condivisa con i discepoli in base alle loro capacità.
Occorre tener presente che il Cristo non ha cominciato a strutturare la Chiesa durante la sua incarnazione terrena, ma ha affidato questo compito ai suoi discepoli, che si sono fatti testimoni e narratori. A partire dalla morte e resurrezione di Gesù Cristo e per tutto il corso dell’era cristiana, i vangeli sono stati raccontati, mandati a memoria, scritti, tradotti, copiati, ricopiati, condivisi, fino ad oggi, quale nucleo centrale della fede e attorno ad essi si è costruita, formata ed espansa la comunità cristiana nel mondo.
Da questa prospettiva possiamo dire che Gesù di Nazaret, alla maniera dell’uomo ricco della parabola, si è messo in viaggio, cioè si è allontanato dal mondo dopo l’ascensione, avendo consegnato i suoi beni a servi più o meno capaci. Non credo si aspettasse che i suoi servitori facessero le cose così perfette come lui le avrebbe fatte, ma piuttosto che vivessero fino in fondo il messaggio loro affidato, facendolo fruttificare “secondo le capacità di ciascuno” (Mt 25,15).
L’uomo della parabola, al ritorno, riceve il resoconto dei primi due servitori senza cavillare: sono stati fedeli nel poco, avranno potere sul molto e “avere potere sul molto” – viene chiarito subito – significa essere partecipi della gioia del loro padrone. Il “poco” allude quindi a qualcosa che a meno a che fare con il danaro che con una condizione di serenità e di gioia.
L’atteggiamento del terzo servitore è molto diverso da quello dei primi due e non è difficile da decifrare: seppellisce il talento perché è spinto dalla paura. Forse per lui non era immaginabile un padrone che chiamasse servi assai limitati a far fruttare un cospicuo tesoro, forse considerava rischioso ed esposto al fallimento gestire ciò che aveva ricevuto per mezzo di ciò che riteneva di non possedere, vale a dire capacità corrispondenti al compito affidato.
Sarebbe logico invece immaginare che come non si chiama a sollevare un tavolo un bambino che può sollevare solo una sedia, non si affida un compito infattibile a chi non ha capacità o forza sufficiente per portarlo a termine.
La morale è la stessa del fico sterile (cfr Lc 13,6-9), essendo i fichi simbolo della vita sovrabbondante, dono della salvezza.

In sintesi io credo che il Signore ci chiami a mobilitarci per il Suo regno, così come siamo, non come non siamo o come rimpiangiamo di non essere. Sia detto per tutte quelle situazioni in cui taluni percepiscono il fallimento di obiettivi comunemente ritenuti importanti, oppure si guarda, con occhio non privo di una certa invidia, verso coloro che occupano posti immeritatamente: questa è, semmai, una questione etica la cui responsabilità riguarda tutti gli “operatori di ingiustizia” implicati, mentre l’invidia riguarda immancabilmente chi la prova.
Nel seppellimento del talento, c’è in gioco, però, ancora qualcos’altro: una vocazione che schiaccia, elargita da un padrone sentito come molto duro da un servo cui non sembra possibile guadagnarsi da vivere per mezzo di quell’unico talento: un deficit di speranza, un deficit di fiducia. Questa è la tentazione più pericolosa, che ci attende tutti: interpretare la vocazione come un peso soffocante e non vederla più come un’occasione “fortunata” e gratuita, che conduce alla nostra personale liberazione e alla nostra abbondanza di vita.
Questo è lo scoglio che inevitabilmente ci attende, quando la piega presa dagli eventi del mondo ci scoraggia. Ma la fiducia nelle parole del Nazareno schiude un orizzonte totalmente altro rispetto alle strettoie mentali dell’umano. Provare per credere, laddove non è ancora possibile ascoltare la chiamata e intuire l’orizzonte.
Noi continuiamo ad esserci, servitori inutili e testimoni della gioia.

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Olio alle lampade

Le sagge, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi

12 novembre 2023 – XXXII Domenica del Tempo Ordinario
Seconda Lettura: 1Ts 4,13-18
Vangelo: Mt 25,1-13

Dieci fanciulle prendono le loro lampade per uscire a incontrare lo sposo.
Vai forse a prendere tuo figlio a scuola con un thermos di caffè perché – non si sa mai – potresti addormentarti in macchina mentre aspetti?
Vai forse a prendere l’autobus a mezzogiorno, mettendo anche il ​​sacco a pelo nello zaino, perché – non si sa mai – l’attesa potrebbe protrarsi nella notte?
Parti in auto con una tanica di carburante perché – non si sa mai – tutte le stazioni di servizio potrebbero essere chiuse laddove sei diretto?
Come mai alcune di queste damigelle portano olio di riserva in “piccoli” vasi?
Tuttavia, dall’inizio, il lettore è stato avvisato: cinque di queste damigelle sono stupide, idiote. E sono ancora gentile nel tradurre: la parola usata – “stolte” – sa di insulto, come a dire “pazze”. Le altre cinque sono sane, premurose, ragionevoli, esperte, astute: l’aggettivo può essere tradotto in uno qualsiasi di questi modi.
Quali sono sciocche e quali sono ragionevoli? Ebbene, sono le cosiddette damigelle stolte a comportarsi normalmente: non portano una scorta d’olio, perché dovrebbero? In qualche modo non si preoccupano soverchiamente, non prendono precauzioni, non temono di trovarsi in uno stato di debolezza o di mancanza rispetto a qualcosa di essenziale.
Le cosiddette damigelle sagge si comportano invece in modo anomalo: prendono una riserva d’olio. Alla fine avranno ragione loro, perché incontreranno lo sposo, avendo dose sufficiente di ciò che è essenziale, mentre le altre si troveranno a corto di olio.
L’olio è qui simbolo di una sorta di supplemento d’amore, che consente di andare incontro allo sposo in piena letizia, consapevoli di essere stati invitati ad un evento unico, inimmaginabile, meraviglioso. Ricordiamoci ancora di quella parte del vangelo in cui si parlava di un invito a nozze, scioccamente disertato da tutti i primi invitati, perché avevano altro da fare.
Per quanto riguarda saggezza o stoltezza, tutto dipende da quale prospettiva si guarda al gesto di queste ragazze; se guardiamo in base all’esperienza passata, potremmo pensare che le stolte agiscono tranquillamente come hanno sempre fatto, non si preoccupano, non si premuniscono, non pensano alla possibilità di rimanere senza luce.
Ma se pensiamo a una possibile esperienza futura della quale nulla sappiamo e che non ha nulla in comune con tutto quanto ci è già noto, prendere qualche precauzione – almeno per avere luce sul lungo periodo – potrebbe essere fondamentale; il presente delle stolte sembra orientato verso l’abitudine acquisita, mentre quello delle sagge sembra orientato ad un futuro imprevedibile nel quale occorre avere luce per vedere bene nell’oscurità.
Cinque di quelle donne hanno un atteggiamento abituale, ragionevole, per così dire, a priori; le altre cinque hanno un atteggiamento insolito, pronto a sperimentare ciò che non è convenzionale. La durata dell’attesa non è ovvia, l’incontro avverrà “al buio” e occorre essere preparati con gli occhi ben aperti per vedere nell’oscurità. Cionondimeno le dieci si addormentano tutte. La speranza, in ogni caso, anima l’aspettativa e non ha nulla a che fare con lo slancio di un momento, l’entusiasmo di un’emozione o il semplice sogno di un futuro roseo in chi cerca di “accasarsi”. Al contrario, la parabola mostra la speranza di inscrivere nel presente qualcosa che procede dal futuro, che sollecita una riflessione, una maturazione, una decisione, un atteggiamento esistenziale di apertura al nuovo.
Le donne sagge rifiutano di condividere il loro olio, ci paiono perfide, cattive, in realtà non potrebbero fare diversamente: la capacità di amare non si può condividere; un essere umano può amare, ma non donare la capacità d’amare, o la fede nella grazia. Si può solo testimoniare, amando. Non si può amare al posto di un altro e non si può vivere al posto di un altro.
Nessuno può andare incontro allo sposo al posto mio: è così che la parabola trasforma il suo lettore in un essere responsabile.

Cosa fare?
Normalmente ci comportiamo come al solito, come d’abitudine, come sempre: manca qualcosa, proprio ciò che più è importante: l’orientamento verso il futuro dell’incontro con Dio, momento inconoscibile, ma anche inimmaginabile. Occorre dare olio alle lampade nella certezza della promessa antica, per vedere intanto ora tutto ciò che, inevitabilmente basato sull’orrore dell’abitudine al male, alla guerra e all’odio, ci rinchiude in un passato condizionato verso la catastrofe dell’umano.
“Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Poiché , come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti” (cfr Is 61,10-11.).

Il nostro presente è orientato al futuro da questa prospettiva; l’invito è ad andare alle nozze.

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Dire e non fare

Non agite secondo le loro opere

5 novembre 2023 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 23,1-12
Seconda Lettura: 1 Ts 2,7-9.13

I capitoli da 21 a 25 del Vangelo di Matteo possono essere letti come il primo atto di una tragedia. che inizia al capitolo 21, quando Gesù entra trionfalmente a Gerusalemme, e termina con il capitolo 26, quando uno dei suoi discepoli – Giuda l’Iscariota – prende la decisione, dietro compenso in danaro contante, di fornire indicazioni utili a scribi e farisei per far arrestare il Nazareno. (Cfr Lc 22,1-6).
A questo punto del vangelo di Matteo, chi sperava di far cadere Gesù pubblicamente su temi dottrinali, è ormai destabilizzato e smascherato. Quindi, scribi e farisei, avendo perso la battaglia sul piano delle parole e non potendo trattare con Gesù, decidono di eliminarlo per altra via, cioè pagando Giuda come informatore, per conoscere il tempo e il luogo più opportuno per far arrestare il Nazareno. La cosa, infatti implica il rischio concreto che seguaci e discepoli reagiscano e creino disordini, incrinando i rapporti di “collaborazione” tra autorità locale e governo di Roma.
Per il momento, comunque, a questo punto della vicenda, le autorità locali sono impotenti. I mercanti del tempio, i sommi sacerdoti, gli anziani del popolo, gli erodiani, i sadducei, gli scribi e i farisei tacciono. Gesù sta parlando; non tiene un discorso fiorito ed elegante da retore consumato , predica il Suo Vangelo. Men che meno aizza il popolo alla rivolta; predica il Suo Vangelo.
Non distrugge gli avversari, anzi, riconosce loro perfino un compito specifico: tramandare la Scrittura. Solo, dice, non bisogna agire come loro agiscono, cioè caricando gli altri di pesanti fardelli, senza spostarne neanche uno; in altre parole agiscono in vista del potere, del successo e dell’accumulo di denaro senza alcun riguardo per gli ultimi.
Solo dopo la morte e la resurrezione, gli apostoli afferreranno meglio il senso spirituale di quei fardelli caricati sulle spalle del prossimo; non semplicemente di soprusi e peccati parlava il Cristo … stava piuttosto imbandendo nel mondo, se il mondo avesse avuto occhi e orecchie, il presupposto fondamentale di un’umanità liberata dalla ristrettezza della visione dominante, inficiata dal male dell’assenza di amore per il prossimo.
Ma nell’episodio che stiamo leggendo, la famiglia israelita è una famiglia conservatrice, basata sulla tradizione della Torah, che non ha mai abdicato a tramandare la propria storia, assai poco propensa a riconoscere il Messia, il Figlio di Dio, in quel predicatore di umili origini.
Cosa è poi successo, invece, a coloro che si sono riconosciuti nella nuova alleanza? A coloro che hanno creduto di identificare il “regno dei cieli” con la “terra promessa”? C’è stato Gesù Cristo di mezzo e poi le prime comunità cristiane, discrimine tra l’antico e il nuovo, che hanno iniziato a percorrere nel concreto delle loro vite una nuova via.
Eppure anche i cristiani hanno vissuto lungo la storia le loro regressioni al male dell’assenza d’amore.
Cosa rimane oggi del discorso del Cristo? Come vogliamo agire noi?
La questione rimane sempre la stessa per ciascuno di noi: agire in coerenza d’intenti col nostro dire.
Il compito è tramandare le Scritture, illuminate dal comandamento ultimo che tutte la compie: ama il prossimo tuo come te stesso, sinonimo dell’ “amerai” di domenica scorsa.
Potremmo chiederci – non per gioco, né per forza, ma per amore – cosa ne abbiamo fatto di questo discorso nel nostro quotidiano.
Quello che dico, lo vivo e lo faccio?
Nei confronti di chi ho preteso troppo?
Di chi non ho avuto cura, tra quelli che ho incontrato e ne avrebbero avuto bisogno?
Chi non ho aiutato ad alleggerire il proprio fardello mentre avrei potuto farlo?
Chi non ho supportato nel proprio percorso di pacificazione con se stesso e con il prossimo?
Quando ho agito bene, solo per riscuotere ammirazione?
Di chi mi sono fatto padrone, facendomi chiamare “Padre”?
Di chi mi sono fatto guida, credendomi migliore di altri?
Chi va tronfio dell’etica cristiana quando è proprio nelle mani degli ultimi, degli umili e dei poveri di spirito che è stata deposta in dono la salvezza?
Sono umile?
Sono misericordioso?
Sono le prime domande che mi vengono in mente. Non penso di essere il solo a doversele porre, ma questo non mi consola affatto.
Un servizio semplice e gratuito mi è stato chiesto.
Mi restano le ultime parole: chi si umilia sarà esaltato.
C’è indubbiamente un duro apprendistato da compiere, in coerenza con l’ascolto delle Sacre Scritture, con il loro buon “uso”, per una condotta umile e misericordiosa in vista di una vita buona, ricevuta in dono, da testimoniare, da trasmettere.
L’abbassamento non si proclama: ignora se stesso affermandosi, si afferma vivendo se stesso, vive senza preoccuparsi di se stesso. Dio solo lo conosce, e solo Dio lo ricompensa.

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Amerai

Amerai il Signore tuo Dio
con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua anima
e con tutta la tua mente

29 ottobre 2023 – XXX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 22,34-40
Seconda Lettura: 1Ts 1,5-10

Ecco qui il grande comandamento: tu amerai!
“Amerai Dio … e il tuo prossimo come te stesso…” (cfr Mt 22,37-40).
Di anno in anno ritorna questa parola, il cui significato dovrebbe essermi evidente.
Il comando è perentorio e, per me, non subisce alcuna procrastinazione.
Il verbo è coniugato al futuro, e, guardando attorno, il perdurare della violenza fratricida da una parte mi fa precipitare in un abisso di preoccupazione e di colpevolezza, dall’altra mi apre uno squarcio di luce superiore ad ogni balenare di lampi di guerra.
La cristianità ha il mandato di sperimentare la caduta delle figure imposte, la caduta della vendetta antica, costrizione dell’istinto bestiale, che s’infiltra in ogni presente umano, degenerando verso l’auto-annientamento del vivente; che non sarà mai possibile.
Soprattutto non sarà mai impossibile l’obbedienza al comandamento sancita nel Nuovo Testamento dalla Parola del Cristo.
La predicazione del Nazareno, il vangelo, non sarà mai considerata marginale al mondo, quale utopia di pochi sognatori, perché i discepoli del Cristo non rifiutano, ciascuno nell’attualità del proprio presente, il mandato avuto col battesimo.
Ciò che è vero e si realizza lungo la storia di Israele – il passaggio dall’Antico al Nuovo – è  altrettanto vero nel corso di una singola vita, e, drammaticamente, nella storia di ogni popolo.
Come popolo di Dio viviamo ora, nel nostro presente, il fallimento dei percorsi di pace, ma il comandamento e la promessa rimangono inalterati. È opportuno ricordare che il comandamento biblico “Amerai…” è coniugato al futuro, perché la pace è ciò che dobbiamo ai nostri figli, e comunque a tutti quelli che verranno dopo di noi.
A loro dobbiamo tutto lo sforzo di una vita diretta a quello scopo.
I percorsi di pace passano per la rinuncia alla vendetta, e allora si potrà cominciare a parlare di giustizia e, finalmente, oltre la giustizia, potremo essere capaci dell’amore di cui tanto ipocritamente spesso si parla a sproposito: non è l’amore dei sentimentali, romanticisti e buonisti, è quello del comandamento antico: “Amerai…”, predicato, rinforzato ed esemplificato nella vita del Nazareno, l’uomo che ha rinunciato ad ogni vendetta, a sua volta vittima di vendetta: la catena è stata spezzata una volta per tutte; lo sanno coloro che nel corso dei secoli hanno rinunciato alla vendetta, spesso al prezzo della loro esistenza terrena.
Mi domando: quanto sangue innocente dovrà ancora essere versato, fino a che l’umanità nel suo complesso apra gli occhi e capisca che “Amerai…”, non è estraneo ad alcuna confessione religiosa e neanche ad alcuna attestazione di ateismo?
“Amerai…” passa per un’evoluzione interiore, per una crescita personale che non permette più la vendetta, che non contempla la vendetta in senso assoluto.
Coloro che sentono il bisogno della vendetta, per quanto umanamente comprensibile, sono ancora dei primitivi del cuore, e se appartengono ad una confessione religiosa, sono dei primitivi della fede.
Nessun Dio, chiamato con qualsiasi nome, può desiderare che sia versato sangue innocente.
So che è difficile accettare questo modo di pensare, perché, soprattutto quando si è stati barbaramente feriti, il bisogno di vendetta emerge, orribile come sempre, sempre fratricida, alla radice del nostro cieco istinto di sopravvivenza. Ci vuole tempo per capire e sentire che la nostra sopravvivenza, la nostra vita, i nostri diritti, la nostra gioia possono essere conquistati autonomamente, senza bisogno di sopprimere l’altro, considerandolo sempre un maledetto antagonista: la cristianità deve poter accorgersi di questo, deve poterlo vedere con gli occhi aperti, dirlo con le parole giuste.
Il mandato “Amerai…” vince e supera ogni barbarie. È necessaria la fede, la preghiera e la forza che viene dallo Spirito di giustizia.
Una cosa è certa: non avviene per tutti nello stesso momento, eppure ameremo, saremo finalmente capaci tutti di misericordia oltre la giustizia degli uomini.
Non si arriva mai a percepire collettivamente la forza e l’ineludibilità del mandato “Amerai…” perché ancora in troppi, e con maggiore responsabilità soprattutto coloro che occupano posti chiave nei governi, hanno abdicato a teorie, scelte, decisioni e azioni in nome della giustizia e della pace, illudendosi forse che esista da qualche altra parte, collocata magari negli algoritmi dell’intelligence, una forza globale, artificiale e sovrumana – se non altro nella capacità di connettere informazioni e suggerire strategie -, socialmente rappresentativa di un pensiero democratico, comunque in grado di mantenere l’equilibrio del “sistema umanità”.
Ci si affida a questa visione, come bambini, ignorandone per lo più il vero potenziale e la direzione, opinando che questa forza globale sia destinata a conservare la specie “homo sapiens sapiens”.
Non è così, è un inganno.
Ormai esistono stringhe di sequenze, di algoritmi, che rispondono alla volontà del programmatore, a sua volta programmato su un unico fine: la massimizzazione dei profitti a qualsiasi prezzo, fosse anche di vite umane, come mostra l’enorme investimento in armamenti, cui l’intero pianeta si è creduto in obbligo di dedicarsi, preda di un equivoco dalla gravità incommensurabile.
Il mondo si è disconnesso dalle ragioni della vita, perché le connessioni tra mente e cuore sono state mandate in cortocircuito da una logica artificiale e perversa.
L’imperativo cristiano del “rendere ragione della speranza” (1Pt 3,15) è stato rinnegato e la cristianità più autentica, quella degli ultimi, non è più rappresentata dai governi. Siamo così diventati degli sapiens sapiens asintomatici, cioè degli ignoranti (nel senso squisitamente etimologico di “coloro che non sanno”, forse della stessa tipologia di coloro che furono perdonati dal Cristo sulla croce), imbambolati davanti alle meraviglie provenienti da tecnologie e profitti, che la maggioranza della popolazione mondiale non può neanche lontanamente permettersi.
Bisogna forse aspettare che chi lo può muoia da solo e senza speranza? E chi non lo può muoia di fame, di sete, di bombe o di epidemie?

“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze”.

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Questioni tributarie

Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio

21 ottobre 2023 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mt 22,15-21
Seconda lettura: 1Ts 1,1-5

“Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.
Tutti hanno sentito questa parola di Gesù, tutti la conoscono e il suo significato sembra ovvio: non mescolate il temporale con lo spirituale, separate gli affari terreni che sono di competenza dell’Agenzia delle Entrate e gli affari spirituali che sono gestiti dalle Chiese.
L’interpretazione separa gli ambiti di potere e generalmente risulta calzante per chi pensa che le Chiese non debbano interferire nelle scelte politiche.
Questo sembra chiaro, ovvio e privo di ulteriori significati. Anzi, può anche essere addotto come implicita indifferenza del Nazareno alle questioni tributarie, non essendo il versamento concernente le relazioni umane con il Creatore.
Matteo, Marco e Luca riportano questa parola e il suo contesto in modo quasi identico e il racconto si trova già nel primo Vangelo di Tommaso. Questo significa che deve aver avuto un senso assai incisivo per la prima comunità cristiana, più di quanto semplicisticamente ci sembri di capire oggi.
Gesù stava insegnando nel Tempio di Gerusalemme: “Allora i farisei andarono a tenere un consiglio per intrappolarlo”, cioè per farlo compromettere pubblicamente con un sì o con un no; i farisei rispettavano la Legge di Mosè, mentre gli erodiani, soggetti al potere di Roma con l’intermediazione appunto di Erode, non avevano interessi comuni con i farisei, se non quello di mantenere stabile la coesistenza di entrambi i gruppi. Questa stabilità veniva invece minacciata dagli insegnamenti e dai comportamenti pubblici di Gesù, ponendo un ostacolo all’alleanza tra “conservatori” e “collaborazionisti”.
“Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. La domanda è preceduta da una lusinga: “…sappiamo che sei veritiero…”, tipica di chi aggancia l’interlocutore lodandolo proprio sul piano sopra il quale intende farlo scivolare; siamo di fronte ad una forma di ipocrisia malevola, mal mascherata, finalizzata a mettere qualcun altro in cattiva luce davanti a testimoni.
“È lecito?” Questa è la formula comune usata per consultare un rabbino su un caso di coscienza non direttamente previsto dalla Legge: si può o non si può? Devo o non devo?
Nasce così la discussione di tipo teorico-astratto. La Torah non contemplava il caso specifico, perchè evidentemente scritta prima dell’occupazione romana. Rispondere con un sì o con un no significava per Gesù dichiararsi o a sfavore di Dio o a sfavore dell’imperatore e incorrere o nella condanna morale o in una denuncia presso le autorità romane, come pericoloso sovversivo, capace di fomentare il popolo alla rivolta.
La risposta del Nazareno non si fa attendere: sul piano della relazione dialogica rende manifesta la trappola: “Ipocriti, perché mi tendete insidie?” Poi chiarisce ciò che di per sé sarebbe già manifesto, se si guardasse la moneta ad occhi aperti – hanno occhi e non vedono… orecchie e non ascoltano – : “Queste immagini e l’iscrizione di chi sono?”. Tutti rispondono correttamente: “Di Cesare”. Gesù li porta in questo modo ad estrarre una moneta dalla loro borsa e la domanda, rimbalzando su quelle parole, ritorna a chi l’ha posta. Nonostante  farisei ed erodiani si percepiscano spiritualmente resistenti al potere romano, sia pure con sfumature differenti, fanno uso della moneta romana. Non vengono rimproverati per questo, ma spinti ad aprire gli occhi sulla realtà di compromesso nella quale vivono. Potrei parafrasare: “Usate quel denaro, perché vivete nel sistema governato da Cesare, dallo Stato romano, quindi è logico che vi ritroviate a pagare le tasse; ricordatevi però che ci sono questioni di esclusiva competenza di Dio”.
L’espressione “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare” significa che ci sono elementi come l’organizzazione, il funzionamento e la difesa della società che appartengono di fatto al dominio dello Stato. La seconda parte della famosa frase: “Rendete a Dio ciò che è di Dio” non fa però riferimento ad un dominio a parte, situato in cielo; si tratta di un potere sotto il quale si trova anche la Legge, i suoi rappresentanti e i loro comportamenti, quindi sia i farisei che gli erodiani. E non perché “il Regno dei Cieli” sia uno stato teocratico, immaginato secondo l’ipocrisia degli schemi umani, ma perché chi detiene il potere temporale è sotto il dominio di Dio, non governa l’universo in sua vece; non stiamo parlando di un uomo “Cesare” e di un altro uomo “Dio”: si tratta di due “persone” completamente diverse, non sono i capi di due nazioni…
Tra l’altro, nella storia, ogni dittatore, o aspirante tale, ha sempre dichiarato che Dio era con lui, assoldandoLo direttamente come “dio degli eserciti” e “reclutandoLo” a supporto teorico di ogni genere di violenza e sopraffazione, come fosse un suo sodale.
L’essenza del messaggio biblico è che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza; se Cesare, misconoscendo totalmente la realtà soprannaturale dalla quale anch’egli dipendeva, aveva invece conquistato un impero mettendo a ferro e fuoco gran parte delle terre allora conosciute e fatto coniare delle cose tonde di metallo chiamate denaro con la propria effigie, diventava poi inevitabile che costringesse i sudditi a rendergli i tributi.
Infatti, anche oggi, se ognuno fosse convinto che Dio è il Padre di tutti, cambierebbero anche tutte le politiche sociali e il mondo intero sarebbe una vera res publica, casa di tutti…
Gesù non riteneva, io credo, che il dominio di Dio fosse limitato alla salvezza dell’anima o che solo la pratica religiosa rientrasse nella sua autorità. Come anche i profeti di Israele dicevano, sicuramente riteneva che la volontà di Dio dovesse governare le relazioni umane. Solo per questa via si entra nel campo della giustizia oltre la Legge, cioè nel grande comandamento dell’amore per il prossimo al quale ogni Cesare è sottoposto, volente o nolente.
Rendere a Dio ciò che è di Dio non è semplicemente un richiamo ai doveri religiosi accanto a quelli civili, Cesare e Dio non sono fianco a fianco, Dio è molto al di là e al di sopra di Cesare.
Questa piccola frase pronunciata emblematicamente davanti ad una falsa sfida è, in definitiva, molto più rivoluzionaria e pericolosa per Cesare del rifiuto di pagargli il tributo: è una condanna di tutto ciò che nelle nostre società tende a distruggere l’immagine di Dio che risiede in ogni essere umano, una condanna di tutto ciò che contribuisce al degrado, all’alienazione e all’oppressione di individui o gruppi sociali. In sintesi, da questa frase si ricava anche il messaggio dell’ultima Enciclica di Francesco, Laudate Deum.
Il diritto di Dio viene violato ogni qualvolta vengono violati i diritti umani e sempre quando si coopera alla distruzione della creazione. Di conseguenza, rendere a Cesare gli onori a lui attribuiti, significa anche sapergli resistere quando non è il garante di una giustizia capace di osare rispetto, equanimità e benevolenza per tutti.

“Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio (Mt 9,13).

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L’abito adeguato

E la sala si riempì di commensali

15 ottobre 2023 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Vangelo: Mt 22,1-14
Seconda lettura: Fil 4,12-14.19-20

Diverse parabole dicono qualcosa sul regno dei cieli, immagine di una realtà profonda e decisiva per la nostra vita, ma non evidente per tutti. È interessante per me ricordare che l’etimologia del termine “parabola” fa riferimento all’azione di confrontare, paragonare due situazioni, una reale ed una simbolica, per permettere di afferrare meglio la realtà e il suo senso. È ancora più interessante ricordare che l’etimologia di “parabola” è la stessa di “parola”, a conferma che le parole sono segni, ma suscettibili di trasformarsi in simboli di realtà infinitamente più vaste.
Il regno dei cieli è dunque di volta in volta simile a una perla, un tesoro, un campo, un seme, una rete piena di pesci. Sembra che il regno sia più simile ad una condizione resa possibile attraverso un passaggio ad un nuovo ordine del senso; ripercorrere la narrazione attraverso la parabola diventa un viaggio verso il regno. Per intraprenderlo, occorre entrare nella storia.
Come può l’invito ad un matrimonio essere occasione di tanta violenza? Come può generare una tale onda montante di rifiuto, frustrazione e vendetta? Sia da parte degli invitati che non intendono recarsi al matrimonio, sia, alla fine, da parte del re stesso?
Il nostro primo moto psicologico, automatico, ovvio, è di paura e rifiuto nei confronti di questo re che risponde alla violenza con la violenza, al rifiuto e alla ferocia con il fuoco e la distruzione.
Guardiamo ai servi: sono a servizio del re, sono inviati ad annunciare che c’è una festa, sono portatori di un invito. Tuttavia, qualcosa non va. Gli invitati non si rallegrano, né si meravigliano. Sembra un invito dovuto, scontato, probabilmente un diritto socialmente acquisito, ma vissuto più come un’abitudine ripetitiva, che con contentezza.
Esasperato di non trovare nessuno con cui condividere il felice e sontuoso banchetto, il re formula un imperativo, perde la pazienza. La festa si trasforma in un dramma, con l’assassinio dei servi da parte degli invitati e poi degli ospiti stessi da parte dell’esercito del re.
Nessuno incontra l’altro, e quindi non è così che la festa può svolgersi.
La parabola illustra senza mezzi termini che questo genere di invito non può essere concepito così; dev’esserci un’altra strada. Un modo per non entrare affatto nel regno è, infatti, viverlo come un obbligo di routine al quale si deve andare per forza, e non per amore, perché siamo nella lista degli invitati e magari anche andare fingendo di esserne contenti. Come si va a quei pranzi di Natale cui tanti cercano di sfuggire, luogo di malcelati risentimenti e ironici lazzi: meglio andare solo a prendere il caffè dopo pranzo!
È difficile ammettere che quella che sembra una vendetta del re, sia un atteggiamento diffuso tra gli esseri umani, nelle famiglie, nei conventi normali, nei quartieri, nelle città, nelle nazioni, nel mondo intero.
È abbastanza spaventoso vederla così, ma sembra possibile: in questo testo c’è tutta una catena di violenza concreta; nella vita quotidiana diventa violenza psicologica, spesso non verbale, ma di atteggiamento, fino ad arrivare a reazioni folli, come nei casi di femminicidio, fino a diventare strage nelle guerre…
Ecco l’equivoco: l’ottusità diffusa fra noi umani investe e travolge anche l’immagine di Dio, fantasticato come una divinità pagana che sguaina la spada, e porta fuoco e distruzione ovunque, perché si sente offeso nell’onore: non siamo nel regno dei cieli, ma nel regno della costrizione alla malvagità.
Torniamo ai servi, poveretti, che dopo la prima chiamata finita malamente, vengono inviati a chiamare chicchessia, purché vada alla festa di nozze del figlio del re. (Ma la sposa chi era?)
Sono invitati tutti. A prescindere da relazioni amicali o obblighi sociali pescano persone, come pesci con una grande rete, senza preferenze particolari, buoni e cattivi, brutti e belli, capaci e incapaci, vanno bene tutti…
Per questa gente la festa è un avvenimento imprevisto, inatteso, non un obbligo… possono andare ed incontrare gli altri, sono curiosi, contenti, non si pongono alcun problema, non hanno preconcetti: vanno alla festa di nozze del figlio del re: sono gli innocenti.
Tranne uno, co-protagonista di uno strano colpo di scena: non è vestito da sposo, non ha l’abito nuziale. Ma che c’entra? L’abito nuziale in genere deve indossarlo solo lo sposo…Qui sta l’equivoco: l’abito di nozze è per tutti. Lui non lo indossa.
Sono due colpi di scena, non uno solo. Chi non l’ha capito finisce in disgrazia, l’uomo che va alla festa di nozze nella condizione impropria viene ridotto al silenzio: le parole del re lo riducono al silenzio, proprio così dice l’originale greco, come se quell’uomo che vive impropriamente si ritrovasse con una museruola, come un animale. Ecco l’immagine che svela un aspetto del senso nel discorso evangelico: l’uomo senza parola è spogliato di tutta la sua umanità, diventa vittima del male. Dove finiscono le parole che fanno vivere, dilaga la violenza; la condizione umana vissuta impropriamente diventa disumanità e le nozze non sono più possibili per alcuno.
La diffidenza verso la festa della vita, la mancanza di fede nel significato essenziale del creato dal quale discende l’intera visione biblica, rendono impossibile quel che era possibile a San Paolo: “So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza.
Il Regno non è un luogo chiuso che imprigiona, il fatto di non esser pronti alle nozze vuole indicare la triste condizione di chi si nega all’incontro con la vita stessa e ha in odio che altri vadano a nozze, perché diffida e non accetta il rischio di rispettare il primo comandamento, dal quale tutti gli altri discendono.
Il tempo delle nozze si vive solo nel presente della festa, solo nel presente della vita, ed è già il tempo del regno di Dio, non un tempo su una linea temporale da scandire con l’orologio, ma un tempo di condivisione con il prossimo, un invito inaspettato ricevuto al crocevia delle nostre esistenze, quando forse eravamo erranti,  affamati e senza sogni. Qualcuno è venuto a trovarci dove eravamo per invitarci personalmente ad una festa del tutto inaspettata.
Se la nostra quotidianità ci assegna certi luoghi, se accettiamo di assumere ruoli particolari nella società per il resto del tempo, il Regno dove si stanno celebrando le nozze è nel presente di ogni momento dentro il quale viviamo amando: è questo lo specifico possibile all’umanità, che si ostina invece a rifiutare l’invito e a farsi ridurre al silenzio.
La catastrofe di questi giorni non è che l’esito di un ostinato rifiuto alle nozze con la vita, donataci, evidentemente, senza alcun merito, perché la vivessimo per amore.
Invece gli uomini vivono impropriamente, rimasti imbavagliati, con mani e piedi legati, come in ogni guerra, continuano a farsi protagonisti di violenze disumane, che sempre sarebbe possibile evitare.
In ogni momento è sempre possibile che la sala si riempia di commensali.
Dipende da noi, uomini e donne, l’invito è per tutti.

Indossiamo l’abito adeguato alle nozze.

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Paradossi dell’umano

È una meraviglia ai nostri occhi

8 ottobre 2023 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Vangelo: Mt 21,33-43
Seconda Lettura: Fil 4,6-9

In questa parabola Gesù fa riferimento a due passi dell’Antico Testamento: il pianto della vigna in Isaia 5, in cui Dio si lamenta di raccogliere solo violenza, laddove è in attesa di frutti di giustizia, e il Salmo 118 in cui, al contrario, parla della vittoria d’Israele, anche se circondato dai suoi nemici.
Ne deriva una possibile lettura, che mette in rilievo la tensione costitutiva dell’umanità rispetto ai temi della giustizia e della responsabilità. Questa tensione si realizza nel tempo attraverso gruppi che alternativamente deludono o soddisfano l’aspettativa sia di giustizia e che di assunzione di responsabilità.
In entrambi i casi, la logica della situazione è contraddetta dai fatti: una vite ben curata dovrebbe sempre produrre buoni frutti, e l’equilibrio nell’esercizio del potere dovrebbe sempre dare la vittoria: sembra, dunque, che la parola di Dio si faccia strada tra gli uomini per mezzo di paradossi.
Sappiamo che i gruppi umani possono abituarsi alla religione a tal punto da costruire una Chiesa che intende solo recuperare il “patrimonio” e farlo fruttificare per se stesso: nessuna chiesa è immune da questa tentazione. Quando sorgono profeti, dall’interno o dall’esterno, non vengono più lapidati, ma piuttosto emarginati o spediti altrove, sebbene siano loro a dare slancio alla parola che porta frutto, in mezzo a una sterile routine.
Siamo anche regolarmente sorpresi quando guardiamo indietro alle pietre di paragone che hanno dato vita a chiese, opere e istituzioni feconde. Erano state pietre scartate? Rifiutate forse no, ma certamente sottovalutate, quindi il “popolo che produce frutti” ha contorni che ci sfuggono.
La parabola dei vignaioli rivoltosi è abbastanza chiara di per sé: un uomo ha investito nella sua vigna e si trova a vivere la spiacevole sorpresa non solo di vedersi negare il dovuto, ma anche di subire un attacco personale perché qualcun altro vuole impadronirsi della sua proprietà. Questo qualcun altro, pur di ottenere il risultato, arriva al punto di uccidere l’erede.
Domanda: come reagirà il proprietario? È facile rispondere, come nel vangelo rispondono gli ascoltatori: il proprietario si sbarazzerà dei lavoratori ribelli il prima possibile e li sostituirà con altri.
È anche facile trasporre questa situazione nel contesto della nostra vita quotidiana, interpretandola alla lettera e… non capirne alcunchè, magari sbandierandola al fine di reprimere i diritti delle minoranze, o difendere accanitamente i privilegi dei padroni.
D’altronde, come reagiremmo se avessimo affidato i nostri risparmi ad un broker per investirli adeguatamente e un giorno ci svegliassimo senza un euro a causa dei suoi investimenti sbagliati? La logica vorrebbe ci sbarazzassimo di quel broker il prima possibile, magari portandolo subito in tribunale.
Questa non è la logica della parabola, e non credo che Gesù intendesse semplicemente associare i vignaioli ribelli a quella parte del popolo ebraico che si era chiusa al suo messaggio. E neanche che Matteo intendesse spiegare che la comunità dei primi cristiani era destinata a sostituire la comunità ebraica. Mi sembra una lettura troppo semplicistica e onestamente anche troppo banale.
Sono propenso a credere che Gesù stesso abbia usato la parabola per esortare i capi religiosi a svegliarsi, come volesse dire “Avete deviato dalla vostra missione, avete confiscato a vostro vantaggio ciò che Dio vi ha affidato per il bene di tutti, e se quest’atteggiamento non dovesse cambiare, altri vi sostituiranno”.
La tendenza a leggere sempre toni di minaccia o vaghe preferenze per l’uno o per l’altro in Gesù di Nazaret, mi sembra sempre un po’ miope e frutto di proiezioni molto umane di tipo inevitabilmente presuntuoso ed egoistico.
Ma allora, a cosa si riferirebbe esattamente questa parabola?
Credo si riferisca alla nostra condizione di uomini e donne: esseri che esistono soltanto perché hanno ricevuto tutto, cioè la vita, comprensiva della capacità di apprendere e di continuare a vivere, allo scopo di permettere che altri vivano.
Ci sono quindi due dimensioni: da una parte non siamo proprietari della vita, dall’altra ci siamo per farla continuare. Queste due dimensioni si ritrovano nella parabola e riguardano tutti, a cominciare dalla piccola comunità familiare.
Per esempio, di recente, ascoltavo una persona sulla cinquantina che diceva: “Col tempo ho capito che i miei genitori non mi hanno mai amato veramente, mi sono sentita usata”.
Alla fine di una vita, quando si dovrebbe poter raccogliere i frutti del proprio lavoro, ci sono genitori che si trovano a dover affrontare relazioni con i figli sconnesse e conflittuali.
Io stesso mi sento sfidato, perché so e mi accorgo spesso che non tutte le relazioni tra genitori e figli, tra i miei amici e conoscenti, sono sempre pacifiche.

Cosa c’è nell’essere umano che lo porta a deviare dal suo cammino affettivo in questo modo? Credo, di fondo, due componenti: un’illusione e una paura.
L’illusione è raccontata nella famosa storia di Eva nel Giardino dell’Eden:
“… ‘I vostri occhi si apriranno e sarete come dèi, conoscerete il bene e il male’. La donna vide che l’albero era buono da mangiare e bello da vedere…”. Consiste nel pensare, che si possa sfuggire alla propria condizione di uomini e donne intrinsecamente dipendente, fuggendo da quel mondo familiare, vissuto come  limitato e costrittivo, rendendosi totalmente autonomi, cioè indipendenti per il proprio sostentamento economico e per l’affermazione del proprio “valore” sociale: appunto pura illusione.
Allo stesso modo, spesso, i genitori guardano ai figli, non per come sono, per talenti, aspirazioni e limiti, ma per come vorrebbero che fossero nei propri desideri.
Per l’assurdità di entrambi gli atteggiamenti, né figli, né genitori riescono a sentire lo stupore e l’incredibile grandezza di ogni momento trascorso in relazione reciproca, i primi cercando di apprendere la vita, i secondi cercando di trasmettere la propria esperienza.
Si finisce così con l’immaginare la felicità di entrambi come un bacino che raccoglie e trattiene tutta l’acqua circostante e nel quale bisogna tuffarsi prendendo accuratamente la mira, piuttosto che considerarla come una sorgente, le cui acque ci scorrono vicino, alimentando le nostre vite.
Poi c’è la paura, quella famosa, atavica:  “l’incertezza del domani”.
“Chissà se i miei figli si prenderanno cura di me nella vecchiaia come io li ho curati da bambini?” Oppure: “Chissà se mio figlio ce la farà a diventare grande?”
È in questo modo, che, mentre la fede costruisce relazioni multiple, la paura le spezza. Non stupiamoci poi di sentire ancora Gesù dire: “Perché avete paura, gente di poca fede?”.
Personalmente, come tutti, lotto ogni giorno per scoprire la grandezza di questa terra che mi è stato dato di coltivare, cercando di rifiutare come illusioni quegli altrove in cui vorrei fuggire e le paure rispetto al domani, anche quella di dipendere dagli altri per il mio domani.
Ma vale la pena, perché sono certo che l’acqua della vita e la possibilità della felicità sono qui vicino e non altrove.
Probabilmente posso essere un uomo che dà il suo frutto al momento giusto. “Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere”(Sal 1,3).

Ma ho anche un’attesa: forse, scoprirò un po’ di più questo misterioso Dio che, lungi dall’essere autosufficiente, ha voluto essere in relazione con un mondo fragile e limitato.

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