In due o tre

Non abbiate alcun debito con nessuno,
se non quello di un amore vicendevole

10 settembre 2023 – XXIII Domenica del tempo ordinario
Vangelo: Mt 18,15-20
Seconda Lettura: Rm 13,8-10

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” 
Devo trovarne altri due, oppure devo decidere di lasciarmi trovare..
Forse i due o tre evocati da Gesù non riguardano soltanto le singole persone, ma anche le comunità di appartenenza.
Sono più di due o tre le comunità molteplici e diverse, unite nel Suo Nome, quindi, Gesù viene ad abitarle nella molteplicità e diversità di tradizioni e sensibilità personali, riconoscendole come segni della Sua presenza. 
In questo brano di Matteo c’è la risposta ad una domanda fondamentale e molto interessante per i discepoli: “Chi è il più grande nel Regno dei cieli?”.
Il quesito rende manifesta la propensione dell’essere umano a desiderare per sé un posto di eccellenza, anche se questo nella pratica dovesse realizzarsi come forma di controllo e di dominio. Impostare un pensiero competitivo, partendo dal presupposto di essere i migliori e prendere il sopravvento sul prossimo, stabilendo cosa sia la presenza di Dio tra gli uomini, non può funzionare.
Da questa semplice osservazione dovrebbe forse iniziare un sano “discorso comunitario”.
Subito dopo un nuovo annuncio della Passione, Gesù rivela il fondamento della vita comune per chi è disposto a seguire la Sua chiamata; non si tratta dei consigli di un saggio, piuttosto rivela la condizione che garantisce la Sua presenza e la nostra reale connessione con Lui: due o tre riuniti nel Suo Nome.
Il segnale che corre lungo “la fibra” delle nostre relazioni personali e comunitarie è dunque l’amore vicendevole citato da San Paolo, di cui solo il Risorto è testimone veramente credibile. Per quanto ci riguarda, la connessione funziona se ciascuno, consapevole di essere parte di una vita molto più ampia, è in grado di rimanere in quell’amore vicendevole e quindi di rifiutare qualsiasi altra opzione disponibile nel mondo: il ripiegamento su se stessi, la fuga, il rinnegamento, la svalutazione, la vendetta, e tutte le altre gradazioni e forme più o meno letali del no all’amore.
Ora torniamo alla “nostra” domanda: dove, quando e come possiamo porci al cospetto di Dio, per essere sicuri di rimanere aperti all’accoglienza e alla trasmissione di questo amore vicendevole?
Gesù si avvale di una frase rabbinica che evoca appunto il numero di persone necessario per assicurare la presenza di Dio: ci vogliono dieci, poi cinque, poi almeno due persone, che leggano la Torah, affinché Yhwh sia in mezzo a loro. L’ascolto della Parola è il criterio che fonda la connessione con il Padre e accende ogni comunicazione interpersonale, affinché diventi dialogo, condivisione, comunione.
Non si tratta quindi “solo” di leggere la Parola di Dio, ma anche e soprattutto di rivolgersi al Padre, che di quella Parola è la sorgente, nel nome del Figlio, vivo e presente; in questo senso la Parola di Gesù è fondatrice della comunità cristiana in senso assoluto.
Il vivere fianco a fianco di quei due o tre riuniti nel Suo Nome, dà il permesso di testimoniare, seguendo i Padri della Chiesa, che dove c’è amore, lì c’è Dio. La Parola circola perché ciascuno, ascoltandola, sia restituito alla propria essenza, alla capacità di parlare e agire per testimoniare.
Gesù parla anche della necessità del perdono, perché l’offesa non perdonata crea divisioni interne, inquina la comunicazione, ostruisce le connessioni. La forza della preghiera comunitaria si basa sulla comunione degli intenti…
Le parole di Gesù suggeriscono che i legami del cielo sono a immagine di quelli della terra: “Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo”. Il che mi porta a credere che soltanto la presenza divina può assicurare l’unità tra i fratelli e il perdono, soprattutto quando la fraternità è ferita. L’ostinazione e l’inimicizia sono una possibilità aperta, che crea legami e nodi… da sciogliere.
Sartre diceva che l’inferno sono gli altri, con Gesù potremmo scoprire che gli altri sono il paradiso. Legare e sciogliere sulla terra è legare e sciogliere anche in cielo…
Bisogna ammettere che il peccato perdonato rimane come cicatrice dolente, non esiste una cancellazione magica; l’accoglienza del perdono è lavoro per il penitente, e non reset di un hard disc, non una formattazione della nostra piccola anima…
Certamente, il perdono non è oblio, e siamo tutti nella situazione del peccatore perdonato che, consapevole del suo limite, è incline a rimettere i debiti ai suoi creditori. ma questo sarà tema del Vangelo di domenica prossima. Mentre la colpa è cancellata agli occhi del Signore, la “scrittura” della nostra esistenza ci rimane nella memoria e abbiamo bisogno di percorrere lunghi pezzi di strada per vedere che se non possiamo sostituirci a Dio nel perdonare gli altri e noi stessi, non possiamo neanche sostituirci a Lui nel condannarli. 
Solo così la gratitudine diventa grazia, quando sentiamo che esiste una giustizia e una bontà a noi molto superiore e impariamo a sperimentare la grandezza della remissione dei nostri debiti… 
C’è un presupposto assoluto sul piano della fede: il perdono offerto sulla croce è totale e incondizionato ed è offerto da chi è innocente.

“Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole”.
Unico investimento sicuro, unico debito che merita di essere contratto. 

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

NB: per leggere la riflessione del 6 settembre 2020, clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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