Urgenza

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo,

25 dicembre 2022 – Natale del Signore
Mt 1,1-25; At 13,16-17;22-25

Tra questa sera e domani alcuni si ritroveranno riuniti intorno alla mensa per ricordare e celebrare l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Altri non si ritroveranno affatto, eppure è qualcosa di cui tutti hanno sentito parlare.
Come mai? Perché Paolo e Barnaba – e altri – sono andati in missione, per informarne i pagani, ovvero il resto dell’umanità oltre Israele.
Ci sono ancora pagani?
Forse sì, ma in ogni caso Paolo e Barnaba cominciarono il loro giro informativo da quelli che già conoscevano la Parola di Dio, nella sinagoga.
La stessa presenza e l’atteggiamento di Paolo rivelano chiaramente l’urgenza assoluta di comunicare che Gesù Cristo, Figlio di Dio e Risorto, è il Salvatore annunciato dai profeti ed estenderà la sua grazia e la sua salvezza oltre i confini di Israele. Si può immaginare la determinazione di quest’uomo nell’annunciare una notizia così enorme, così bella, che va oltre ogni attesa e a lui rivelata direttamente dal Signore insieme con il comando di portarla per il mondo allora conosciuto. Proprio a Paolo! Il tenace persecutore dei primissimi cristiani.
Per Paolo e Barnaba tutti erano pagani, tranne una minoranza, il popolo di Israele, all’interno del quale un’ulteriore minoranza aveva riconosciuto in Gesù il Messia atteso da Israele.
Mi chiedo: saranno ora maturi i tempi, per chi ha ascoltato Paolo nei secoli, di riconoscersi portatore della Parola e della Parola che si fa carne, si offre, risorge e salva? I cristiani sanno di essere tutti inviati, come Paolo lo sapeva? Sentiamo la stessa urgenza?
Chi oggi annuncia la Buona Novella? E, soprattutto, a chi? Ai pagani? E chi sono ora questi pagani?
Guardiamoci negli occhi gli uni con gli altri: chi vediamo riflesso nelle pupille del nostro vicino? Chi crediamo sia il vostro vicino? E poi, la cosa ci interessa veramente?
Eppure siamo fatti tutti della stessa materia, siamo tutti fatti di carne: genealogia di Gesù, Cristo, figlio di David, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, […] Mattane generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, da cui era stato generato Gesù, che si chiama Cristo.
La carne è la parte più intima, segreta e nascosta che da sotto la pelle traspare appena, ma che tuttavia risponde ad ogni sollecitazione dell’ambiente; la carne soffre, geme, gioisce, desidera, trema e non vuole essere separata; la carne ha fame di conoscenza di esseri e cose, è avida di presenza. La carne si ricorda, costituisce un serbatoio di sensazioni multiple, passate e presenti, di eventi raccolti e conservati, fino ai più antichi, racchiusi in una fitta rete di nervi e muscoli, trasportati nel sangue, ricordi che sorgono e reagiscono di nuovo ad ogni nuova sensazione.
La carne, al momento del concepimento, non è fabbricata dal nulla in un modello unico e separato, staccato da un lignaggio e da una famiglia; ad ogni generazione è come fosse ereditata. Ciascuno eredita questo o quel tipo di carattere dalla sua famiglia e dai suoi ascendenti; perfino i suoi gesti, un certo modo di stare in piedi, di camminare o di ridere ricordano quelli del padre o della nonna.
E poi ci sono anche le storie raccontate in famiglia, dalla zia o dal bisnonno, che forgiano l’idea di ciascuno sul proprio posto nel mondo.
Niente è meno solitario e anche meno condizionato di questa carne vivente di uomo o donna che avanzano nell’ignoto dell’esistenza tra umori e desideri, speranze e paure, determinazione ed esitazioni.
In sostanza, allora, anche la carne è condivisa… nulla posso vivere da solo, isolato, senza rendere il mondo segretamente migliore o peggiore. Proprio in virtù di questa unicità della carne in tutti i tempi e in tutti i luoghi del mondo, il Cristo risorto salva il genere umano dal continuo errore, che si ripete inalterato nella storia: figlio dell’uomo nella sua carne ereditata da Maria, e Figlio di Dio perché generato dallo Spirito, senza opporsi alla Croce, ha riconciliato con lo Spirito, nella sua carne, ogni carne.
Gesù di Nazaret, nato nella carne, in una notte di più di 2000 anni fa è l’ultima vittima sacrificale.
Se non l’abbiamo visto, se non l’abbiamo sentito, se non abbiamo capito, siamo ancora pagani.

E non l’abbiamo capito bene, se ancora di anno in anno, di stagione in stagione, i bambini continuano a morire nelle guerre, ad affogare nel mediterraneo, ad essere abusati e torturati nella carne.

Paolo disse di se stesso: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.” (Colossesi 1,24). Di che cosa era mai lieto Paolo nelle sofferenze che sopportava nella sua carne? Come faceva a dire una cosa simile? Io credo considerasse lietamente le sofferenze, perché gli sembravano un prezzo a lui accessibile, affinché l’umanità si liberasse del meccanismo sacrificale, rinnovantesi dai tempi di Caino e Abele.

Se noi continuiamo con indifferenza ad utilizzare espressioni come “vittime collaterali”, “carichi residuali di migranti”, “guerra necessaria”, operiamo un’inversione di significato all’interno del linguaggio e indirizziamo il pensiero (e l’azione) nel verso opposto al progetto cristiano: diamo per possibile la prosecuzione del meccanismo attraverso il quale Gesù è stato condannato a morte e, implicitamente, sempre in virtù dell’unicità della carne, ce ne rendiamo complici.

Vi auguro – e mi auguro – di avere il coraggio di riconoscere chi siamo, da dove veniamo e di scorgere in ciascuno l’unico e il comune che ci lega l’un l’altro; auguro la pace a tutti coloro che giorno dopo giorno, ciascuno per la propria parte, offrendosi al Padre in Cristo, lavorano per riconciliare nella propria carne ogni carne con Dio.

Buon Natale!

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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