Autorità e vita

Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo

Ascensione – 21 maggio 2023
Vangelo: Mt 28,16-20
Seconda lettura: Ef 1,17-23

Sulle ultime righe di un libro, in genere, ci soffermiamo a sintetizzare mentalmente ciò che l’autore ha voluto dire nel corso del testo; in quelle righe, chi scrive torna sull’essenziale.
Siamo dentro la parte conclusiva del Vangelo secondo Matteo.
Gli undici vanno in Galilea su un monte, sono uomini descritti da tre verbi: vedono, si prostrano e (alcuni) dubitano. Ne emerge un tema cruciale, con due elementi in apparente contraddizione: il dubbio su ciò cui si è assistito e l’esigenza di trasmettere la memoria di ciò che si è sperimentato. La questione si ripresenta identica e attuale in ogni tempo, sempre da affrontare personalmente, a tu per tu con il Risorto, alla Sua presenza.
I discepoli si sono recati in Galilea, come Gesù ha chiesto loro di fare; così facendo si ritrovano nello stesso luogo dal quale erano partiti tre anni prima, a casa, lì dove sono nati. Il monte, spazio simbolicamente privilegiato delle rivelazioni divine, assume un senso analogo a quello che ebbe per Mosè alla consegna delle tavole della Legge e per Gesù durante la Trasfigurazione.
I discepoli si prostrano, probabilmente si rendono conto che a loro è riservato il privilegio di assistere a una teofania, a una manifestazione di Dio: un Dio che è “per” loro, in loro favore. L’italiano “prostrarsi” traduce in effetti il greco “inginocchiarsi” e/o “inchinarsi”. Prostrarsi è segno di rispetto in senso assoluto, ma anche di consenziente riconoscimento dell’autorità del Maestro che accresce, fa crescere, rende più grandi. L’origine latina del termine “autorità” ha infatti a che fare con il verbo “accrescere”: l’autorità del Padre ha in sé il potere assoluto di dare l’inizio alla creazione, lasciarla sviluppare pienamente attraverso il Figlio fino alla fine del tempo.

Alcuni, tuttavia, dubitano della loro stessa esperienza sul monte.
Gesù parla forse soprattutto per loro, parla in modo inaudito, mai sentito prima: dichiara di aver ricevuto ogni potere in cielo e in terra e comanda una trasmissione basata sul discepolato e sull’insegnamento della Sua Parola. Segno di appartenenza sarà l’aver ricevuto il battesimo nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, un’iniziazione alla vita vissuta per il bene degli altri.
L’autorità del Cristo deriva dal Padre, coincide con il principio creatore universale e impronta di sé la crescita di ogni discendenza.
Il fatto che il termine “autorità” e i simboli ad esso collegati siano stati raccolti e reinterpretati dagli uomini spesso come potere molto terreno di cui leader, sovrani o dittatori del passato e del presente, spesso vogliono mostrarsi o vogliono ritenersi investiti, è il frutto bacato di un tradimento del significato, almeno nell’ambito di coloro che si dicono cristiani.
Il dubbio è l’aspetto-ombra di una buona nuova così grande e bella da stentare a crederci. Più siamo immersi nella notte, più cresce il dubbio, anziché la fede.
In verità non ci sono sconti all’atto di fede, è una questione personale.
Le prove? In fondo è anche banale chiederle; l’unica cosa da fare, volendo, è seguire per credere, o anche amare per credere. Solo così, io credo, è possibile intravedere qualcosa del vero che si nasconde nel mistero della vita.
La trasmissione della fede non è incompatibile con il dubbio, la teofania è rivolta a tutti i discepoli: a quelli che credono come a quelli che dubitano. I dubbi sono inerenti al percorso di fede e Gesù non cerca di sradicarli in alcun modo. Piuttosto, offre un programma d’azione: fare discepoli, non usare i dubbi, come scusante, per non fare comunità; al contrario, fare comunità e continuare pure col dubbio.
Prima Gesù aveva chiesto ai suoi di tornare in Galilea, ora propone loro il mondo intero come campo d’azione. Sarà questo programma a frantumare il dubbio, non solo perché l’azione è spesso l’unico rimedio alla riflessione sterile, ma anche perché voler vivere insieme in ogni contesto, malgrado ogni difficoltà, è il primo segno d’amore.

Fare per noi significa in primo luogo trasmettere con le parole e con i fatti il bene che abbiamo ricevuto e poi lasciare che le persone entrino nella comunità umana nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Questa espressione compare qui per la prima volta. Cosa può voler dire?

Smettere di inchinarsi all’autorità che fomenta discussioni, inimicizie, odio e guerre, non sbagliare divinità da adorare, per poi finire con l’ingannarsi su se stessi e su Dio.

Ciascuno è in genere pronto a difendere le proprie ragioni a costo di ogni sorta di ragionamenti, in nome della “ragion propria” – se così fosse lecito esprimersi – mentre sarebbe sufficiente guardare la ragione che svanisce negli anziani per rendersi conto che è inutile perseverare nelle false religioni del potere (Rm 1,18: In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia).

L’espressione “battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito” non è limitata al sacramento che inscrive nella Chiesa, ma comprende qualche cosa di più ampio respiro: riconoscerci tutti, ma proprio tutti, creature di Dio, capaci di essere figli, di riconoscerci figli, inscritti in una relazione permanente con il prossimo, abitati dallo stesso soffio vitale…Alla fine di questo Vangelo, alcuni discepoli saranno ancora alle prese con i loro dubbi, ma con un programma e una promessa davanti a loro: trasmettere il Vangelo con le parole e con i fatti, accogliere l’altro, fare comunità e lasciare che si accresca attraverso quel soffio, quell’ampio respiro che vibra nelle parole conclusive di Gesù:
Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo
Questo è il nostro modo di esistere e di resistere.

Leggi qui la riflessione del 24 maggio 2020

In copertina: William Congdon, Ascensione (1960), in In my disc of gold; itinerary to Christ of William Congdon.
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Invito a ricordare

Vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto

14 maggio 2023 – Sesta Domenica di Pasqua
Vangelo: Gv 14,15-21; Seconda Lettura: 1Pt 3,15-18

Lo Spirito Santo, il Paraclito, non costituisce un sorprendente “di più” che completerebbe il tempo pasquale. Lo spirito infatti agisce fin dall’inizio della creazione; ad un certo punto si crea per noi la possibilità di riconoscerlo.
L’angelo dell’Annunciazione, per esempio, è una forma dell’azione dello Spirito: a tempo debito, Maria lo vede e lo riconosce. Lo Spirito agisce in Elisabetta, in Zaccaria, in Simeone, Anna, nei discepoli di Emmaus e in tanti altri. Le esperienze di questi uomini e donne del passato coincidono con il loro conformarsi all’azione dell’unico Spirito Santo, lo stesso che apre la Bibbia, aleggiando sulle acque al momento della creazione.
Nel pensiero religioso attorno allo Spirito c’è l’aspettativa che venga riversato su tutti i credenti: come attendevamo un messia che provenisse dalla stirpe di Davide, e lo abbiamo riconosciuto in Gesù Cristo, così attendiamo che lo Spirito del Signore riversi i suoi doni sulle creature che gli appartengono, fondandoci sulle parole pronunciate nel vangelo di oggi.
Come per un cristiano è inimmaginabile un mondo privo della presenza del Figlio di Dio, così è altrettanto inimmaginabile una realtà non animata dallo Spirito Santo: lo Spirito dà anche forma al modo in cui leggiamo la Bibbia. La sua discesa esplicita qualcosa che, per intuizione, sapevamo fin dall’inizio: la sua presenza e la sua azione si chiariscono e possiamo accoglierle con cognizione di causa. Questo discorso è frutto della fede e dell’esperienza religiosa personale.
È per questo che i discepoli seguono il Cristo, accettando di continuare, talvolta anche senza comprendere fino in fondo le motivazioni di quel che sta accadendo; la perseveranza nella sequela può essere compresa solo tenendo conto che lo Spirito spinge, assiste e sostiene. Quando Gesù annuncia ai discepoli che riceveranno lo Spirito, li avverte e li allerta su quel che succederà:
vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
I discepoli e molti altri, oggi potremmo dire quasi tutti (anche tra i non credenti) hanno già sentito le parole di Gesù, la loro memoria ha registrato quelle parole; alcuni non sono andati via come molti altri hanno invece fatto: “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.” (Gv 6,66).
Tutto questo assume un senso molto forte.
Gesù promette un Paraclito e lo definisce “Spirito della verità”, e illustra che il mondo, non può ricevere, perché non lo ha mai visto, non lo conosce. E, dunque, non si può ri-conoscere chi non si è mai visto e conosciuto prima.
In realtà il termine Paraclito è una traslitterazione della parola greca (una non-traduzione): “Para-kletos” significa “chiamato presso”, tradotto in latino diventa “ad-vocatus”. Per noi assume subito un tono giuridico, piuttosto restrittivo: è vero che il Paraclito (come un avvocato che vuole fare luce sulla verità) è anche colui che assiste, conforta e sostiene, ma il senso è ovviamente molto più ampio ed è forse per questo che le traduzioni moderne della Bibbia traslitterano il termine, senza tradurlo.
Noi talvolta possiamo sentirci accusati da una voce interiore; capita quando ci percepiamo esposti agli occhi degli altri come in un processo permanente alla nostra reputazione. Non sempre è facile capire che una simile percezione dipende dal proprio ideale di vita e dal giudizio che in prima persona, e prima di ogni altro, diamo su noi stessi.
La prima funzione consolatrice dello Spirito è quella di difenderci da noi stessi, mostrandoci la verità di ciò che siamo. Da qui si capisce anche quel che ne dice Paolo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31).
Non esiste, secondo me, una questione di maggiore o minore colpa fuori dai tribunali umani, che riguardi un qualche tribunale “speciale” di Dio. In senso cristiano esiste solo un principio fondatore cui ispirarsi in grado di mettere in luce tutta la verità in ogni questione: l’amore per Cristo e quindi del prossimo, chiunque esso sia.
Un intero catechismo ha insegnato che “la coscienza è la voce divina dentro di noi”, il che è anche vero, ma la si è voluta troppo spesso malamente interpretare come fosse una voce accusatrice che fa vivere costantemente sul banco degli imputati.
È bene ricordare che in ebraico, l’accusatore è Satana. Ed è anche bene chiarire che il Paraclito, l’Avvocato, è quindi l’anti-satana in senso assoluto: colui che mette a tacere tutte le voci accusatrici di questo tipo, finalizzate a distruggere e a deprimere l’umano.
Il che non significa affatto che quando ci sentiamo in colpa, siamo sempre innocenti, ma che la voce accusatrice malvagia che agisce al fondo di ogni depressione e di ogni ostilità può essere vinta solo al prezzo della verità: non abbiamo amato.
A questo punto, caso mai, possiamo comprendere molte altre cose, per esempio la necessità del perdono per chi si rende conto di non aver amato o di aver amato male, e anche la necessità di liberarsi dalla menzogna per chi non aveva mai voluto vedere e conoscere la verità. In termini di fede parlerei di disponibilità a ricevere l’azione dello Spirito: una specie di fortunata possibilità di ripartenza.
Se la nostra cattiva coscienza continua a rimproverare e a opprimere, nonostante il perdono divino, è bene pregare molto e riflettere sulle parole di Paolo: se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Cfr Rm 8, 31 e sg).Il Paràclito è sempre e solo colui che agisce liberando la nostra coscienza, placandola, sgravandola permettendoci di camminare nella verità.
Nelle avversità, potremmo formarci l’immagine di un Dio Avversario, come ad esempio nel caso di chi viene colpito da una grave malattia e se la prende con Dio. È sempre difficile parlare di questo argomento, ma mi tornano in mente le parole di Giobbe: “Dio mi consegna come preda all’empio, e mi getta nelle mani dei malvagi. Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha scosso, mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato; ha fatto di me il suo bersaglio” (16,11-12). Ad un certo punto però Giobbe si appella a qualcuno, come percepisse da qualche parte un avvocato capace di difenderlo dalle proprie immagini negative di Dio stesso. Ascoltiamolo: “Ecco, fin d’ora il mio testimone è nei cieli, il mio difensore è lassù. I miei amici mi scherniscono, rivolto a Dio, versa lacrime il mio occhio, perché egli stesso sia arbitro fra l’uomo e Dio” (16,19-21).
Questo è l’inizio dell’ascesa di Giobbe.

Il Paraclito, l’avvocato interiore promesso da Cristo, permette di difendersi dalle immagini di un Dio accusatore e distruttore, provenienti da noi stessi o da altri. Il Paraclito dà, a chi può riceverlo e invocarlo, la certezza che niente e nessuno può vietarci di amare.
Questa certezza porta la pace in ogni dimensione della nostra vita, porta la capacità di ascoltare lo Spirito, che difende dalle false immagini accusatorie prodotte nel mondo, le nostre su noi stessi e sugli altri e quelle degli altri su loro stessi e su di noi.

Leggi qui la riflessione del 17 maggio 2020

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Aperti alla verità

7 maggio 2023 – V Domenica di Pasqua
Vangelo: Gv 14,1-12
Seconda lettura 1 Pt 2,4-9

È difficile ottenere un succo di mango da un limone. Una carota non può dare il succo d’uva. Seguire Gesù, non dovrebbe essere difficile, ma capita di non riuscirci fino in fondo. Capita anche di cadere. La differenza sta nel lasciarsi rialzare e nel non voler lasciare se stessi a terra. 
Abbiamo la responsabilità di proclamare la bontà di Dio attraverso la vita e le parole. 
Siamo nella giusta direzione?
Gli eventi portano ancora alla ribalta il problema del fondamentalismo.
Se leggiamo sull’enciclopedia Treccani il significato del termine, troviamo accezioni diverse. Ne trovo una “generica”, dopo le prime riguardanti il fondamentalismo religioso. Mi fermo su questa: “l’atteggiamento di chi persegue un’interpretazione estremamente conservatrice e un’attuazione rigida e intransigente dei principî di una religione, di un pensiero politico, e simili; il termine è talora usato come sinonimo di integralismo…”.
Se andiamo a cercare “integralismo” il significato, al di là dei riferimenti storici a correnti di pensiero, cambia di poco.
In ogni caso, il fondamentalismo è sempre stato in mezzo a noi, esisteva ed esiste in diverse forme che hanno una nota in comune: ci sarebbe sempre un solo modo per essere nella verità e questo “unico modo” diventa poi portatore di morte, sfocia in una dittatura del pensiero che riverbera anche sui corpi delle persone.
Quando si è sensibili agli eventi e aperti alla verità delle cose, ci si rende conto che la vita non segue un percorso lineare. Quando guardo a tutti coloro, giovani soprattutto, che cercano di integrarsi e crescere nella società di oggi, per non rimanere isolati, penso che hanno davanti percorsi impervi e complicati. Provano in un modo, poi magari in un altro e un altro ancora. Vedo persone che abbandonano gli studi, fanno esperienze lavorative per poi magari tornare a studiare e a lavorare. Sono percorsi multipli, con svolte, ritorni, marce indietro e fughe in avanti. Talora sono sconcertato, ma è molto chiaro che tutti noi abbiamo o abbiamo avuto i nostri “vai e vieni”.
Eppure, nella casa di Suo Padre ci sono diverse dimore, altrimenti avrebbe mai detto che ci preparerà un posto?
Pietro ha rinnegato per tre volte. Prima dell’alba. Fa indelebilmente parte della biografia di Pietro da 2000 anni. Eppure, è ritornato su quella via, con una dedizione totale, nella certezza di giungere alla meta promessa.
Mi chiedo: la molteplicità delle dimore corrisponde alla molteplicità dei percorsi? Quella della moltitudine che abita il nostro pianeta? Il tuo, il mio?
Non è facile aprire la mente a una simile prospettiva. Prospettive troppo ampie per dei comuni mortali…
Il terrore dell’ampiezza chiude le porte del molteplice e rinserra nella prigione dell’unico modo.
I musulmani dicono: “La via è il Corano”. Gli ebrei dicono: “Il sentiero è la Torah”. I cristiani dicono: “Il cammino è il Nuovo Testamento”.
Che cosa dice il Nazareno?
“Io sono la via, la verità e la vita”.
“Io” – “sono” – “via” – “verità” – “vita”
Io: un corpo in movimento in una direzione, una. Non molte. UNA. Ma diversa da ogni altra. È questa infinità della molteplicità dell’essere che fa paura a tutti i fondamentalisti. Eppure, c’è perfino un proverbio assai popolare: “Le vie del Signore sono infinite”.
La paura spesso conduce a rinnegare la via. E la verità. E la vita.
“Io sono” è una persona, non un testo congelato nel tempo. Una persona è movimento in UNA direzione che si apre a molti percorsi. La qualità dell’agire appartiene all’amore. Le cose si fanno “per amore” non “per forza”.
Io sono uno in cammino per amore.
Tutti siamo uno in cammino per amore, fin dall’inizio.
Quando pensiamo a Gesù pensiamo all’amore, alla compassione, alla chiamata, e così via? Questi termini hanno una connotazione diversa oggi rispetto a ieri e avranno una connotazione diversa domani, perché non si vivrà mai la stessa esperienza. Essere emotivamente connessi ad una persona, non ad una pagina scritta, dà la motivazione per andare avanti. Per amore.
Forse che un musulmano non potrebbe vivere un’esperienza simile con Allah attraverso Maometto, così come un ebreo con Yahweh attraverso Mosè?
Il “sono” si riferisce a un presente eterno. Oggi io cammino con Colui che è vivo e  al quale ho accesso, nella misura in cui credo.
Quando Filippo chiede a Gesù: “Signore, dicci dov’è il padre e ci basterà”, egli risponde:  “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?”
Perché cercare Dio nel cielo di un futuro o di un passato lontano, in un libro o in un’altra dimensione, chissà quanto “spirituale”, quando è qui in ogni momento?
Dimensioni inimmaginabili sono radicate nel mio presente, nella misura in cui mi fido e credo.
Purtroppo, le varie forme di fondamentalismo si chiudono in testi morti e in un passato idealizzato. Alla domanda: “Qual è l’epoca più interessante?”, la risposta è: l’epoca di Davide, l’epoca di Maometto, l’apice del XII secolo, l’epoca di Pio XII, l’epoca in cui non c’erano tutti questi stranieri e immigrati… l’epoca in cui le cose erano chiare… e distinte come fossero idee…
Il tempo di Pasqua è prima di tutto la vittoria sulla morte di un mondo appiattito su un testo che è stato colpevolmente inchiodato nella forma di un passato inattuale e la vittoria su una visione elitaria della società e del tempio. Il tempo di Pasqua è per noi la speranza della vittoria definitiva su ogni fondamentalismo sia religioso che civile.
Quello che mi viene in mente è che io vivo, perché sono una specie di benevolo e incoraggiante esperimento del Padre, sono una sua creatura lasciata libera di dare il meglio di sé (ma anche il peggio!). Fino ad un certo punto della mia vita questa cosa non l’avevo proprio capita e avevo la sensazione di essere lo sperimentatore e non l’esperimento. E credo che in questo equivoco non sia incappato da solo, questa cosa non dev’essere capitata solo a me, anzi probabilmente capita a tutti; è ben comprensibile che un normale essere umano abbia l’illusione di sperimentare “in proprio” l’esistenza.
Un amico, in un suo spettacolo tratto da non so dove, diceva di essere “un errore”; doveva aver ragionato in modo analogo. Forse confondeva proprio “esperimento” con “errore”, perché aveva sofferto e sbagliato molto, probabilmente.
E così il Signore continua a preparare il posto infaticabilmente per tutti quelli che si sforzano di capire che lui è la chiave di volta delle nostre ambigue tensioni “a mani separate”.

Leggi qui la riflessione di domenica 10 maggio 2020

Attenti al lupo

Chi non entra nel recinto delle pecore per la porta,
ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante

30 aprile 2023 – IV Domenica di Pasqua
Vangelo: Gv 10,1-10; Seconda Lettura: 1Pt 2,20-25

Fare il pastore non è mai stato facile. E oggi i pastori si trovano ad affrontare una nuova sfida. Il motivo della loro preoccupazione è il lupo, che sta decimando le greggi.
Per noi il nemico del pastore e del suo gregge è il lupo, eppure questo noto brano evangelico non parla del lupo: parla solo di ladri e briganti come potenziali nemici delle pecore.
Perché, a ben guardare, le parole di Gesù sfuggono alla logica consueta: prima si presenta come il pastore, poi come la porta del recinto; da un lato manifesta la preoccupazione del buon pastore per le pecore (erano come pecore senza pastore, cfr Mc 6,34), dall’altro, addita la devastazione operata da ladri e briganti venuti prima di lui. Non ci sono qui sfumature, mezze misure o compromessi.
Sicuramente esiste un contesto storico che ci aiuta a capire.
Giovanni, circa trent’anni dopo la prima stesura del suo vangelo, si trova ormai ad Efeso e vede nell’emigrazione dei giudeo-cristiani dalla Palestina l’uscita del gregge dal recinto; tra i discepoli nascono delle divergenze, alcuni rimangono saldamente legati alla ritualità prevista dalla legge mosaica, altri ritengono necessario che la nuova chiesa sia più focalizzata sull’universale validità della Parola, sulla giustificazione per fede e sull’amore del prossimo. I nuovi cristiani devono quindi imparare a distinguere il loro pastore dall’estraneo; per fare questo, dovranno imparare a riconoscerne la voce in se stessi, perché sarà proprio quell’elemento che il pastore verrà a liberare.
Ad un altro livello, rileggendo Ezechiele 34,1-31, il testo di Giovanni acquista una luce nuova; i destinatari sono farisei e scribi, cioè gli stessi che Ezechiele considera pastori di Israele.
Questi ultimi, a loro volta, come riconoscono la voce del guardiano delle pecore?
Ascoltandola ripetutamente e affezionandosi ad essa. Lo stesso vale per tutti coloro che preferiscono l’insegnamento di Gesù a quello di altri maestri: col tempo la voce del loro guardiano diventa familiare, ed è la porta verso la vita. Non si entra in un recinto, se ne esce e si potrà entrare e uscire, il Signore ha un messaggio di grazia per ciascuno.
I farisei, sotto accusa nella figura di ladri e briganti cui Gesù fa riferimento, sono riconoscibili come tali perché entrano scavalcando il recinto; non entrano dalla porta!
La questione per noi oggi si fa un po’ più complessa. All’epoca di Gesù, si sapeva bene chi fossero i farisei, erano riconoscibilissimi ed erano capi religiosi.
Ma oggi? Dove sono? Chi sono? Chi siamo? In quale categoria annoveriamo noi stessi e gli altri?
Pecora o lupo? Quante pecore in giro? Quanti lupi? C’è un guardiano? La porta la vediamo? O per entrare ci sentiamo costretti a scavalcare un recinto, malauguratamente imposto da chissà chi?
Non sempre siamo ben disposti ad ascoltare. Qualcuno che ne abbia la responsabilità può non essere in grado di assicurare il benessere delle pecore, per la semplice ragione che non ascoltando la voce di Gesù non è neanche in grado d’indicare la porta, ma si sostituisce ad essa.
E questa è la tragedia, perché con il suo fervore, con il suo zelo, casomai per recuperare la purezza di qualche principio, religioso o politico che sia, passa ad essere il rappresentante di un’élite che decide per tutti senza ascoltare nessuno.
Costoro, in genere, godono di un certo prestigio agli occhi della gente, per cui è probabile che vengano ascoltati al posto del pastore, il che può trarre in inganno molte persone, e sarà un disastro se colui che parla scavalca il recinto e intende sostituirsi a Dio.
Il populismo di ogni genere si nutre di questo, per esempio.
Un religioso, invece, può consigliare e cercare di prendersi cura degli altri, ma non può dire loro: “Attraverso di me, Dio vi parla”, perché questo significherebbe arrogarsi un potere che non spetta all’uomo e, insieme, negare la dignità dell’interlocutore; che si tratti di un altro pastore o di un laico, siamo tutti chiamati ad ascoltare e riconoscere la Parola direttamente.
Certo, questo ascolto può, e in certo senso deve, essere mediato da un altro che si renda testimone della Parola, ma è sempre Dio stesso che ciascuno ascolta dentro di sé.
Dio può parlare in vari modi, addirittura attraverso persone che non condividono la nostra stessa fede. Questo è un altro dei misteri della libertà di cui gli uomini possono godere. Il modo, il quando e l’essenza della liberazione appartengono all’unico in grado di non fare da schermo tra l’essere umano e il Padre, il Cristo, colui che ristabilisce la giustizia nella relazione.
Quanto più prestiamo attenzione, quanto più affiniamo il nostro ascolto, tanto più sapremo riconoscere la parola che ci parla e restituisce pace, stabilità e libertà: la dignità cui ogni figlio aspira, certo che qualcuno veglia su di lui, con amore, senza vendette e senza ricatti. Solo così tra i figli potrà nascere un autentico senso di fraternità.
Duemila anni dopo la redazione del vangelo di Giovanni dobbiamo ancora imparare questa storia. Non solo nel contesto della Chiesa di oggi, ma anche nel contesto dell’umanità in generale. Il ruolo dei leader, sia religiosi che laici, deve tener conto che gli uomini sono stati creati per coniugare la propria libertà con il rispetto e l’amore per il prossimo e per la terra sulla quale e grazie alla quale vivono. Ogni deriva autoritaria è in definitiva lesiva del rispetto di Dio.
Dove si collocano, in questo modello, i nostri leader religiosi? Dove ci collochiamo noi stessi, come sacerdoti o laici, o come genitori?

Puoi leggere qui la riflessione del 3 maggio 2020

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Al Tavolo di Emmaus

Riferirono ciò che era accaduto lungo la via
e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

23 aprile 2023 – Terza Domenica di Pasqua
Seconda Lettura: 1Pt1,17-21
Vangelo: Lc 24,13-35

Dio non ha sacrificato… il suo iPod, iPhone, iCloud… i suoi studi, la sua reputazione o qualsiasi altra cosa, ma suo Figlio … 
“Mi ha liberato! Parlo bene degli altri, tendo loro la mano, lodo Dio, amo il prossimo…”
Sì, belle parole, animate da pie speranze, da una fede rinnovata…
Sul serio lascio che il mistero pasquale mi riempia di gioia e di gratitudine?
La mia gioia riesce davvero a toccare quelli che mi circondano?
Non è che per caso quelli che mi circondano sono raggiunti solo dai miei ordinari brontolii su tutto ciò che non mi sta bene?
L’amore mi si legga sul volto? Si sente nelle parole che escono dalla mia bocca? Si vede nei miei gesti?
Domande lecite, sensate, ognuno sa dare la risposta per proprio conto.
Allora? Questione di stile? Quando e quanto trapela questa gioia pasquale?

Ogni volta che poso gli occhi su una sequenza biblica, quel che vedo sfugge completamente al controllo della mia ragione “ragionata”, eppure colpisce la mia percezione attraverso una sensazione che vorrei chiamare “domestica”.
Allo stesso modo, la rivelazione fiorisce nella quotidianità e fluisce senza che mi sia possibile dubitarne; basta un attimo di sosta vigile, perché un bicchiere d’acqua, una tavola, un pezzo di pane, una grigliata tra amici, una conversazione per strada, un bambino che dorme nella culla, un giovane che parla, una sedia, una ciotola, una candela si manifestino come il territorio costante della rivelazione.
In quei momenti sono sveglio minuto per minuto, e ho la possibilità di toccare con mano l’incanto dell’ordinario stupore. Tanto da pensare che fuori da quei momenti, in realtà, io stia dormendo, anche mentre lavoro. Eppure, lavoro!
E quando sorge qualcosa che mi confonde, mi disturba, mi preoccupa, lì c’è ancora rivelazione: sono nel mondo, non in un bolla, né mistica, tanto meno tecnologica.
Mi viene in mente il vissuto di qualche tempo fa; la pandemia è stata una specie di scoperta globalizzata della mortalità di homo sapiens sapiens e, in qualche modo, qua e là emergeva una forma di speranza condivisa in un “cambiamento” possibile, in un miglioramento morale e materiale dello stesso sapiens.
Sono alla disillusione? Ho la sensazione confusa che qualcosa o qualcuno mi abbia deluso, reso nuovamente errante, alla ricerca di una via d’uscita?
Noioso argomento di filosofia della maturità?
Eppure, desiderio, paura, impazienza, rabbia, noia si susseguono e si mescolano e la cosa non mi pare riguardi soltanto me.
Una certa quota d’incertezza prende corpo in tutte le aspettative, si attende una soluzione, che non è ancora chiara. La soluzione spesso giunge diversa dall’aspettativa. Frustrazione o sorpresa?
Nel primo caso, in genere, ci si ripiega su se stessi, nel secondo ci mettiamo in moto.

Con i due sulla via di Emmaus sono proprio, con altri, su quel crocevia che mi permette di transitare dall’aspettativa mancata alla gioia pasquale, sono esattamente su quel tratto di strada.
Camminiamo, parliamo, discutiamo di quello che è successo: una pessima situazione ci ha toccato, rattristato, confuso, deluso. Camminiamo, parlando tra noi, nel cuore della realtà, movimento della parola, con la parola, indotto dalla parola; ci spostiamo da un punto all’altro del pensiero, delle emozioni, del modo di percepire il mondo, quasi sempre con la ragione “ragionata”, eppure qualcos’altro accade. Il percorso, la strada, il cammino personale (in due o più, non da soli, dove due o tre sono riuniti nel Suo nome…) sono la prima chiave stilistica che apre la struttura parabolica dell’esistenza. Senza questo movimento non può esservi nulla, neanche la fede.
La vita non è inerzia cementata dall’assoluto delle certezze o delle vittorie personali.
La fede mi spinge fuori dal guscio delle acquisizioni certe e fuori dalla mulattiera che attraversa le conferme delle mie belle trovate! – Figura metaforica che invita a leggere il vangelo prima di sbagliare strada irrimediabilmente, e finché è giorno; a fare attenzione al vicolo cieco, al muro, al fallimento, all’assenza di orizzonte, alla chiusura del senso e dell’intelligenza; a fare attenzione al filo d’erba che sbuca tra due blocchi di cemento, per accorgersi del germoglio di un seme, dato per sprecato.
La relazione nell’ambito della fede apre una breccia nell’opacità del mondo; la parola funziona inevitabilmente come un cammino che plasma un’apertura e apre una porta tra luoghi e tempi per sbaglio creduti separati.
E’ lì che Gesù si avvicina, Gesù stesso, come dice il testo al Versetto 17.
Giunge inatteso, si avvicina, viene preso per uno “qualsiasi”, improvvisamente si fa rivelatore di qualcosa che già era stato detto, ma non ce ne ricordavamo, parla di sé, di quando l’avevamo conosciuto, resta con noi, letteralmente si dona di nuovo.
Il “Tavolo Emmaus”, lascia nella memoria la traccia indelebile di un modo di vedere, che ci spinge a ritornare tra gli altri per confermare l’incredibile: il Cristo è veramente risorto.
Il crocevia è stato attraversato, la decisione è stata presa, la via del ritorno fra i propri simili, in famiglia, in comunità, nel mondo di tutti i giorni, è resa chiara da un’intensa gioia vitale.
Il “Tavolo Emmaus” potrebbe essere anche lo stesso intorno al quale ci sediamo tutte le sere.
La nostra tavola porta le tracce del passaggio di Cristo? O è solo una riproduzione, una specie di moderna natura morta?
La banale tavola delle nostre conversazioni, delle nostre cene, delle nostre condivisioni, questa cosa semplice e meravigliosamente ordinaria, può essere il fulcro di una connessione profonda o, purtroppo, in alcuni casi, il luogo da cui ci si è disconnessi, avendo perso il senso di esserne parte.
Occorre riposizionarsi ogni giorno sul territorio dei vivi, nella semplicità, nell’intuizione, nella fede ravvivata, che ci fa alzare e lasciare letteralmente tutto il resto, tutte le delusioni, tutti i brontolii grigi e inservibili, come una tovaglia stropicciata dopo il pasto.
Credo sia necessario vivere questo per avvicinarsi alla vita reale, per sentirla “domestica”, per rendersi conto di chi siamo, del nostro contesto, delle nostre emozioni, della natura della nostra fede.

Della nostra fede: così com’è.

Leggi la riflessione del 26 aprile 2020

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La difficoltà

Non era con loro quando venne Gesù

16 aprile 2023 – Domenica dell’ottava di Pasqua

Vangelo

Seconda Lettura

Con l’età, trovo ancora più facile essere come Tommaso Didimo, ho più difficoltà a credere, sento la presenza di Dio meno di prima. Cosa succede?
Nella mia infanzia, i genitori erano molto presenti, mi proteggevano e mi coccolavano, ero, come tutti i bambini piccoli, totalmente dipendente da loro. Tra le altre cose mi hanno educato alla fede, e io mi sentivo benedetto da Dio e non mettevo in dubbio la sua presenza.
Nel Vangelo, questo periodo corrisponde forse alla vita dei discepoli prima della chiamata: erano tutti uomini di fede, nessuno di loro metteva in dubbio l’esistenza di Dio.
Poi è arrivata l’adolescenza, l’età degli entusiasmi e delle crisi, ho messo in dubbio l’autorità genitoriale, ho cercato un gruppo di amici, mi sono innamorato; ho scoperto un mondo diverso e meraviglioso, al quale mi sono dedicato con passione. Ho percorso un sentiero di differenziazione in autonomia.
In maniera simile, probabilmente, i discepoli avevano seguito Gesù di Nazaret, erano tanto convinti del sentiero intrapreso da lasciare le loro famiglie e perfino il loro lavoro.
Hanno vissuto l’esperienza della sequela, i miracoli, l’amicizia, ma anche il deserto: tutto ciò ha riempito di significato le loro vite.
Ad un certo punto, si sono confrontati con la sofferenza, attraverso il dramma della passione e della morte di Gesù.
Man mano che si diventa adulti, ciascuno sperimenta la sofferenza individuale e il senso di perdita; molti vivono benissimo (o così pare) anche senza credere, ma, quel che è peggio, l’ingiustizia e il male sono così presenti alla coscienza, che la terra sembra girare, senza che alcun Dio se ne curi.
Questo dev’essere il tipo di crisi di Tommaso. Gesù risorto? Ma andatelo a raccontare a un altro…
Qualcuno si sta indignando? L’ho pensato solo io?
La prima reazione di tutti gli apostoli, forse con la sola esclusione di Giovanni, è sulla stessa linea.
Poi, il Nazareno risorto li va a cercare, entra nella loro casa, allo scopo di portare loro la pace e il calore dello spirito. I discepoli gioiscono per la sua presenza, perché è vivo.
Tommaso, che non l’aveva ancora visto, non gioisce, piuttosto rimane incredulo, come si trattasse del volto onnipresente e onnipotente di un genitore defunto, scomparso. Stenta a credere.

Credere nella resurrezione. E nella vita eterna. Sperimentare la gioia della presenza del Dio vivente. Per alcuni è naturale, per altri è possibile solo dopo la crisi e il lutto. Ma cosa porta Tommaso a gridare: “Mio Signore e mio Dio”?
Si accorge: Lo riconosce, perché il Cristo risponde esattamente a quello che Tommaso ha per la testa e nel cuore. Gesù, come un amico vero, riprende le parole di Tommaso, quelle di otto giorni prima, dette davanti agli altri discepoli, come se egli fosse stato presente.
Questo tipo di conoscenza è quella che esiste solo nell’amore profondo. Lo stesso si potrebbe dire a proposito di Maria Maddalena: l’uomo, forse il giardiniere, vicino alla tomba vuota, la chiama per nome: “Maria!”, e lei grida: “Rabbuni!”. Il Vangelo di Giovanni recita: “Il pastore conosce le sue pecore per nome”.
Così quando Gesù dice: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”, i genitori si fanno da parte e i figli raccolgono il testimone.
Il dono dello spirito permette un minimo di parità, nell’ambito di una distanza che ci differenzia come persone, ma ci unisce in un orizzonte di portata molto più ampia. Siamo pronti per portare la testimonianza dei vivi ai vivi, nell’amore senza resistenze di chi finalmente si apre all’altro.
Penso che questo paradigma permetta di comprendere il passaggio a una fede matura.
Questo è il Vangelo di Giovanni.
La mia difficoltà a credere deriva probabilmente dalla difficile rinascita della fede dopo la Pasqua: una forma di lutto nella nostra percezione di colui che chiamavamo Dio.

“Nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”. Così Pietro, nella fede matura, lo stesso che, in preda alla paura, aveva negato di aver conosciuto il Nazareno…

Leggi qui la riflessione per l’Ottava di Pasqua del 2020

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Vide e credette

Non avevano ancora compreso la Scrittura
secondo cui Gesù doveva risorgere dai morti

Domenica di Pasqua – 9 aprile 2023 – Anno A
Gv 20,1-9; At 10,34.37-43

Vangelo

Lettura

C’è vita dopo la morte? È una domanda che ogni essere umano, prima o poi, si pone.
Vita dopo la morte: alcuni ci credono, altri no. E tra coloro che ci credono non ci sono solo i cristiani: molte altre religioni parlano di un aldilà; capita persino che ci credano anche persone che non appartengono ad alcuna tradizione religiosa. Per quanto riguarda le rappresentazioni che ne facciamo, esse differiscono da una persona all’altra.
Ma per noi cristiani, cosa significa la resurrezione? Ritrovare le persone che abbiamo amato in questa vita? Assistere all’eliminazione di ogni male? Anche le rappresentazioni di questa vita dopo la morte differiscono da un cristiano all’altro.
I detrattori delle religioni dicono che se crediamo nella resurrezione è perché ci si aggrappa a questa idea per bisogno di rassicurazione e consolazione; in altri termini denunciano un’illusione. Sì, molti pensano che questa fede nella vita eterna sia solo un prodotto immaginario del desiderio.
Cosa possiamo dire anzitutto per noi, sulla resurrezione? Ne possiamo dire qualcosa non per convincere i detrattori e tanto meno per contrapporsi ad essi? Cerchiamo prove della resurrezione? La risposta è no: non le cerchiamo; abbiamo provato l’esperienza dell’incontro con il Risorto. Come cristiani, possiamo ancora affermare qualcosa sulla risurrezione, ma non lo facciamo adducendo prove tangibili ed evidenti per tutti, perché non è possibile. Parliamo di resurrezione per fede e fiducia in ciò che abbiamo sperimentato. Questa fede si basa sulle Scritture e sulla testimonianza di persone che hanno visto e sperimentato.
Le Scritture ci dicono che il mattino di Pasqua, il mattino della risurrezione, Maria di Magdala si recò al sepolcro e fece una dichiarazione, una dichiarazione di fatto; notò una cosa, una sola cosa:  la pietra che chiudeva il sepolcro era stata rotolata via e che il corpo di Gesù non era più lì; notò che il sepolcro era vuoto, nessuna prova tangibile, nessuna prova inconfutabile, nessuna prova che fosse vincolante per tutti. Maria di Magdala in quel momento non va oltre questa constatazione della realtà: il Signore è stato portato via dal sepolcro e non si sa dove sia stato messo! Si accontenta di fare una dichiarazione della realtà materiale: “era ancora buio”.

Come siamo passati da questa constatazione della realtà alla fede nella risurrezione?
Maria Maddalena non entra nel sepolcro, rimane fuori. Poi si affretta a raccontare a Pietro e Giovanni ciò che ha visto. La sua osservazione della realtà è sufficiente per mettere in moto Pietro e Giovanni, che accorrono e non restano fuori: entrano nel sepolcro, fanno un altro passo. Pietro fa la stessa osservazione di Maria di Magdala: il sepolcro è vuoto e vede le bende piegate e disposte con cura. Il suo approccio è lo stesso: osserva, vede quello che tutti avrebbero visto.
Pietro, come Maria di Magdala, si attiene alla realtà osservabile. Ma la realtà osservabile, il visibile, non è sufficiente; l’essenziale è invisibile agli occhi. Attenersi a ciò che si vede vuol dire rimanere ancorati alle proprie percezioni, dunque alle apparenze, o forse alla semplificazione del reale, quel tanto che, con i nostri sensi e la nostra mente, possiamo sopportare: questo vuol dire rimanere nel segno delle cose visibili.
“Lui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far si che costui non morisse?” (Gv 11,37). Anche per chi pronuncia questa frase è ancora notte.
«Siamo forse ciechi anche noi?».  Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane» (Gv 9,41). È notte per tutti.
La risurrezione non è accessibile ai nostri sensi, eppure nel Credo diciamo “credo in un solo Dio, Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili”.
Ne possiamo o ne dobbiamo continuare a parlare? Sarà notte per sempre oppure si farà giorno?
Giovanni scorge l’alba. Per una volta, non è Pietro ad avere il ruolo di protagonista, perché Giovanni in quel momento non si accontenta del visibile. Anche lui, come gli altri due, vede la realtà materiale, ma a questo sguardo aggiunge la fede: “vide e credette”, dice il testo.
Vedere e credere. Giovanni non vede solo un’assenza, ma qualcosa di più e crede non che il corpo sia stato rubato, come gli avversari sostengono fin dall’inizio, ma che quel corpo sia diventato vivente in altro modo.
Con Giovanni non c’è la sola osservazione della realtà, né la sola fede, scollegata dalla realtà, ma c’è l’osservazione della realtà in una modalità che si risolve nella fede: in Gesù Cristo, in ciò che aveva detto mentre era visibile su questa terra, nelle cose visibili e nelle cose invisibili, nella resurrezione, che per Giovanni si rivela con una luce improvvisa. Non per niente, poco prima la Parola di oggi ce lo presenta come “il discepolo amato”.
Non si tratta quindi di scegliere tra realtà e fede, ma di tenere insieme le due cose, il visibile e l’invisibile. Allora può succedere di rimanere sorpresi, sulla via… di Giovanni: è l’alba del giorno nuovo. Giovanni trova infatti ciò che non si aspettava e che nessun discepolo si sarebbe aspettato, si fa giorno. Il testo continua dicendo che i discepoli non avevano ancora compreso la Scrittura; che egli sarebbe risorto dai morti.
Né Maria Maddalena, né Pietro, né Giovanni sono andati al sepolcro con l’intenzione di trovare qualcosa, ma, andando, Giovanni ha trovato ciò che non si aspettava. La sua vita e quella dei discepoli si apre su un orizzonte totalmente altro rispetto a quello cui siamo abituati.
Forse proprio perché Giovanni era il discepolo amato.
Come Giovanni, potremmo guardare da vicino la nostra realtà, con tutte le sue assenze, e con tutte le nostre mancanze; come lui, potremmo sentirci incoraggiati a fare un altro passo nell’ordine della percezione del reale e incontrare qualcosa di molto più vasto.
E credere. Nella resurrezione. Perché l’essenziale è invisibile agli occhi.
Giovanni si percepisce forse come già risorto in Cristo?

A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. (Gv 1,12-13).

Buona Pasqua!

Leggi la riflessione del 12 aprile 2020

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Passione

Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio

2 aprile 2023 – Domenica delle Palme

Vangelo
Seconda Lettura

La grande storia della passione di Cristo non è un pezzo da museo; è anche, con le dovute distinzioni, la storia della passione di tutti quelli che, dando la vita in nome di atti, non soltanto evangelici, ma anche soltanto compatibili con il vangelo, raccolgono incomprensioni, ostilità e disprezzo.
Il testo di oggi presenta un itinerario che aiuta a comprendere molti altri percorsi: evoca il viaggio di una persona, Gesù, che nella pienezza del dono di sé per gli altri, riceve in cambio dai suoi simili abbandono, accusa, condanna. Non è un percorso assurdo: Gesù, e tutti coloro che gli assomigliano in tutto il mondo, hanno ragione ad andare fino in fondo. Non si sbagliano perché, testimoniando la vita e la sua dignità sovrana, rifiutano la morte, anche a prezzo delle minacce di morte. Sono persone che rimangono fedeli alla loro più profonda ispirazione – ciò che Gesù chiama “fare la volontà del Padre”.
La passione e la risurrezione di Cristo riassumono l’intera vita non solo di Gesù, ma anche di tutti coloro che hanno vissuto un percorso di fedeltà, anche al prezzo del disprezzo (o del tradimento) di coloro che avrebbero dovuto sostenerli.
Nella Genesi, per esempio, Giuseppe fu venduto come schiavo dai suoi fratelli; si ritroveranno molti anni dopo, in Egitto, mentre Giuseppe, divenuto ministro, si adopera per far sfamare il popolo durante la carestia. Dirà ai suoi fratelli: “Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita […] Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d’Egitto.” (Gn 45,5.8).
Giuseppe, avendo sempre desiderato il bene , in nome di Dio, per tutti coloro che lo circondavano, dirà anche: “Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso.” (Gn 50,20).

Questo è ciò che celebriamo e meditiamo in questa Settimana Santa: tutti coloro che accettano pienamente la vita, la promuovono e desiderano condividerla, anche a rischio di perderla nella sua dimensione fisicamente terrena. Sono persone nel mondo spesso mal comprese o del tutto fraintese, i loro comportamenti finalizzati al bene del prossimo in senso assoluto appaiono talvolta così inauditi, da risultare estranei perfino ai loro cari.
In Genesi, la banda di fratelli ha sempre diffidato di Giuseppe che parla di Dio e racconta i suoi sogni (Gn 37). Allo stesso modo, quando Gesù inizia a parlare con gli abitanti di Nazaret, quelli s’infuriano: “Chi crede di essere, conosciamo la sua famiglia, è come tutti gli altri!” (cfr Lc 4,16-30). Non è come tutti gli altri: ha una consapevolezza in più, sa che la vita ha è creata e non può essere ricreata a piacere o rifatta da capo e controllata, dunque è un dono prezioso e unico.
Chi conserva questa consapevolezza, vive una libertà che suscita disagio in coloro che ancora non l’hanno trovata, che può trasformarsi in malizia, ostilità, invidia. In questo modo inizia una via crucis personale. Si può evitare?
Occorre comprendere che quando il popolo di Dio comincia a distorcere, far finta di non capire, denigrare, svalutare, disprezzare, minacciare, maltrattare, abusare, annientare, il contenuto della Parola, nel falso convincimento di toglierla di mezzo per sempre, si ripete la passione del Cristo. E dunque, le vie crucis personali diventano inevitabili, e la responsabilità rimane in mano all’uomo.
Questo dovremmo poter francamente e lealmente riconoscere nel momento in cui diciamo che il Cristo ha preso sulle sue spalle il peccato del mondo per la nostra salvezza.
L’accettiamo questa salvezza? Solo riconoscere questo processo può rendere evitabili le vie crucis personali. Saranno capaci gli uomini di capire questo? Si può “non uccidere”? Quando il popolo di Dio potrà cessare d’infrangere il V comandamento?
La passione di Cristo riassume il percorso di troppe persone.
Si tratta di tutti quelli che, da innocenti, pagano con la vita il non essere scesi a compromesso con la morte del corpo e dell’anima; la passione di Cristo è la passione dell’uomo, conosciuta o sconosciuta, di molti e da molti.
Queste vie della croce, è bene ripeterlo e registrarlo nella mente e nel cuore, non sono vie del non-senso per coloro che le hanno vissute e per coloro che le “vedono”: iscrivono in questo mondo una logica diversa da quella del potere, del dominio e della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, radicano indelebilmente la presenza di Dio stesso nella carne di coloro che ne sono attraversati.
Egli è presente su questa terra proprio nel corpo di coloro che, credenti o meno, resistono alla logica del male che sconvolge l’umano in nome del successo e della pseudo-libertà a tempo determinato, circoscritta fra la nascita e la morte di un singolo individuo.

Guardando Gesù di Nazaret che entra a Gerusalemme, sulla schiena di un asino che calpesta i mantelli dei discepoli, puoi vedere con Lui ciascuno dei martiri del passato, del presente e del futuro, canonizzati o meno: sono il Popolo del Regno, i figli di Dio dispersi in terra e oggi riuniti nel corpo di Cristo sofferente e già trionfante, sovranamente offerto per la vita di tutti.

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Leggi la riflessione del 5 aprile 2020

La resurrezione di Lazzaro

E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

26 marzo 2023 – V Domenica di Quaresima Anno A
Gv 11,1-45; Rm 8,8-11

Il Vangelo è la via per la risurrezione: “Se non c’è risurrezione dei morti, nemmeno Cristo è risorto. E se Cristo non è risuscitato dai morti, allora è vana la nostra predicazione e vana è anche la vostra fede”.
Questo è ciò che Paolo scrive (1 Cor 15,13-14).
Il Vangelo non è un libro, e neppure quattro; non è una storia, una “santa storia”; consiste nella morte e risurrezione nostra, perché il Cristo, con la Sua morte e resurrezione, ha aperto la via a tutti. Questa non è un’opinione teologica tra tante, non è un’opzione della fede cristiana: è il vangelo, che lo si voglia o meno, che lo si apprezzi o meno.
È un dato di fatto; come ancora scrive S. Paolo, “il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. (Rm 1,16).
Idea non semplice, la sua realtà si manifesta nella resurrezione di Lazzaro, che anticipa quella di Gesù e la nostra. Il racconto evangelico è già Parola che riporta in vita.
C’è un malato: “Era allora malato un certo Lazzaro di Betània…”
Chi è malato qui? Ora? In mezzo a noi? Lo chiameremo Lazzaro: “Signore, ecco, guarda, chi ami è malato…”
Tutte le “teologie della prosperità” crollano, come nel libro di Giobbe: Lazzaro è un amico del Signore, o meglio Gesù è amico di Lazzaro; dovremmo concluderne che tutti sono amati da Gesù, malati e morti compresi?
Perché no? Essere amati da Gesù non impedisce né la malattia, né la morte.
Il testo addirittura insiste, dicendo che “Gesù amava Marta, e sua sorella e Lazzaro”.
D’altronde, se l’amore di Gesù ci impedisse di ammalarci e di morire, Gesù stesso non sarebbe morto, proprio come cercava di fargli credere il tentatore, nel deserto, per distoglierlo dall’opera di salvezza. Dio non ci salva dalla prova, ma nella prova ci custodisce, e questo non significa che non cadremo, ma piuttosto che Dio sarà con noi nella nostra caduta.
Il dolore che ci fa dubitare nel lutto e nella sventura è lo stesso di Marta e Maria: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”
Dal racconto della resurrezione di Lazzaro sappiamo, che anche in questo tipo di nostra caduta dalla fede, il Cristo è con noi.
I discepoli – come Marta, Maria e gli altri – restano con Gesù, non se la prendono con lui perché Lazzaro è morto, piuttosto sono persuasi di camminare, come lui e con lui, anche loro verso la propria morte. La morte di Lazzaro è dunque prefigurazione non solo di quella di Gesù, ma anche della nostra, un evento necessario per poter risorgere. Il Vangelo, la Parola di Dio si chiude con la resurrezione.
Finché viviamo, camminiamo nel giorno, il tempo giusto per aprire gli occhi, ma Lazzaro dorme. Non è il momento di dormire, o di stordirci dimenticando che è giorno, è il tempo di camminare nella luce, con gli occhi il più possibile aperti.
Marta ha confessato la sua fede, eppure non sembra trarne molte conseguenze, se non quella di andare a chiamare sua sorella. Marta è sveglia, non dorme, ma certo non si aspetta che Lazzaro risusciti in quel momento: sa “che risusciterà nell’ultimo giorno”.
Neanche le persone che sono venute da Gerusalemme per consolare le due donne, credono nella potenza del Maestro: o non credono affatto nella risurrezione, o la ritengono possibile solo “nell’Ultimo Giorno”, così come ha detto Marta.
Come per la moltiplicazione dei pani, il tempo e i mezzi del miracolo mi sfuggono, non ne sono testimone. È lo stesso per i racconti della risurrezione di Gesù: non vi ho assistito.
Io sono arrivato – con altri discepoli – a quelle che per me sono le Sue prime apparizioni in vita.
So che Gesù e il Padre non sono maghi, sono Maestri di vita e per la Vita.
Come accade ai discepoli di Emmaus, si capisce solo dopo di avere incontrato il Cristo… sempre in ritardo, sempre dopo. Per questo dopo non si può che testimoniare e lodare.
Marta dice a Maria: “Il Maestro è qui, ti chiama…”. Davanti al sepolcro, invece Gesù dice solo: “Lazzaro, vieni fuori!”. Una Parola di risveglio.
“E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola.” (Gv 17,22).

È la stessa certezza – non la mia, ma quella di Gesù – che permette adesso alla Parola di essere un risveglio che si fa prefigurazione della nostra morte e della nostra resurrezione.
Il tempo non ha importanza: il momento è adesso. Nella Lettera agli Ebrei sono citate queste parole dall’Antico Testamento (cfr. Salmo 95,7): “Dio fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo mediante Davide, dopo tanto tempo: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!”. (Ebr 4,7) e anche Paolo: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”. (2 Cor 6,2).
Nell’originale ebraico del salmo il verbo è al perfetto. È già tutto compiuto fin dall’inizio come in Ap 21,6: “Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita.
Come era già vero per Lazzaro ancor prima che Gesù lo chiamasse a uscire dalla morte, così è già vero anche per noi.
Senza dubbio ci sono cose nella nostra vita che sono “morte”, forse anche “puzzano” perché lo sono di “quattro giorni”, cioè da “tanto tempo”, a misurarlo con l’orologio …
Brilla anche la luce del Vangelo, è la totalità della morte e della risurrezione che ci viene raccontata, realizzata nel Cristo. Dobbiamo reagire a questa chiamata che ci sveglia, Lazzaro deve venire fuori! Dobbiamo uscire!
Andremo ancora in giro con fasce e sudario? Altri sono lì per slegarci e lasciarci andare. Presi in vincoli che non possiamo sciogliere da soli, possiamo cominciare a pensare che ci siano fratelli e sorelle che possono aiutarci. Non è più necessario nascondersi, come spesso succede, ma lasciare che la vita sia. 
Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!” (1 Ts 5,24).

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Credere nel Figlio dell’uomo

Come, dunque, ti furono aperti gli occhi?

19 marzo 2023 – Quarta Domenica di Quaresima Anno A
Gv 9,1-41; Ef 5,8-14

Tutto inizia con grande semplicità: “Passando Gesù vide un cieco dalla nascita”.
L’osservazione è semplice, completamente aneddotica; Gesù avrebbe potuto ignorare questo cieco. Sono i discepoli a porre la domanda che dà inizio a tutta la sequenza: “Rabbi, chi ha peccato per essere nato cieco, lui o i suoi genitori?” In altri termini: “di chi è la colpa?”
In quella società l’infermità è vista come punizione (divina) in risposta ad una colpa sconosciuta; la domanda dei discepoli sembra logica. Gesù risponde: “Né lui, né i suoi genitori. Ma è perché le opere di Dio si manifestino in lui!” Non emette giudizi, quindi, è solo un dato di fatto che il cieco sia lì.
Il canto del Servo nel Libro di Isaia ricorda: “Farò camminare i ciechi per una via che ignorano,
li guiderò per sentieri che non conoscono; cambierò davanti a loro le tenebre in luce,
renderò pianeggianti i luoghi impervi. Sono queste le cose che io farò e non li abbandonerò”. (Is 42,16).
Gesù dice: “Finché è giorno, dobbiamo lavorare alle opere di Colui che mi ha mandato: arriva la notte in cui nessuno può lavorare; finché sono nel mondo, sono la Luce del mondo”.
Il cieco dalla nascita ci somiglia: nella cecità può iniziare un viaggio verso la Luce, offerta a ciascuno, finché è nel mondo.
Con le Sue parole Gesù pone la questione in maniera incisiva: il Dio che si è fatto uomo opera qui, nel mondo, perché si manifesti la volontà del Padre. Ed è anche qui, nel mondo, che si decide se accettare o rifiutare la salvezza.
Il cieco non ha chiesto proprio niente, per “un caso” i discepoli pongono una domanda sulla condizione di quell’uomo e così inizia un processo di guarigione.
“Gesù sputò per terra, fece fango con la sua saliva e lo applicò agli occhi del cieco e gli disse: Va’ a lavarti alla piscina di Siloe”. Il cieco va, si lava e torna che ci vede.
La miscela di saliva e terra, concreta e materiale, diventa strumento di guarigione. Il Creatore stesso aveva modellato Adamo con la polvere presa dal suolo e poi col Suo soffio aveva reso vivente quella polvere. Allo stesso modo, ora, il Cristo mischiando la saliva, materia secreta dalla parola, con la terra, dà la vista a chi non l’ha mai avuta.  Il richiamo alla creazione è evidente e continua quando il cieco obbedisce all’ordine di andare a lavarsi nella piscina di Siloe. Se all’inizio Adamo fu polvere animata dal soffio, nel mondo rimane inerte, avvolto nelle tenebre, finché non irrompe il divino, dando l’avvio alla possibilità di “vedere”. Lavarsi e strofinarsi bene gli occhi per guardare meglio e vedere ciò che non si è mai visto prima, è il compito affidato a noi tutti dal Creatore.
Se Adamo, aduso a farsi turlupinare dalle menzogne del serpente fin dall’alba del mondo, nelle vesti novelle del cieco, rimanesse passivo e non purificasse la sua vista, non si accorgerebbe di nulla, tantomeno della menzogna che sempre agisce nel mondo, a partire da se stesso, e il processo personale di redenzione rimarrebbe incompiuto.
L’uomo ha bisogno di redenzione, la salvezza è già compiuta per lui, l’ostacolo consiste nel continuo ripetersi dello stesso errore: l’uomo tende a rimanere nella menzogna, caso mai prova anche sensi di colpa e recrimina inutilmente, mentre gli sfugge l’unica domanda che risuona nelle orecchie di ogni Adamo: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?». (v. 35)
A quanto pare i primi a non assumersi alcuna responsabilità nel processo di liberazione rispetto al cieco, anch’esso figlio dell’uomo, sono proprio i genitori: “E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga.” 
Mentre i genitori, Pilato ante litteram, non testimoniano ciò che ad essi è evidente, l’atteggiamento farisaico è indice di tutte quelle situazioni istituzionali nelle quali, per proteggere i riferimenti ad una interpretazione tradizionale, si escludono alcuni dati di fatto. Il cieco guarito, da innocente, subisce un rimprovero e una condanna del tutto ingiusta: Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.”
Non fa parte del contesto mentale farisaico il poter accettare che il cieco sia stato guarito.
Anzi viene intentato un vero e proprio processo contro il cieco guarito con tanto d’indagine; i farisei, divisi tra chi non vuole sapere nulla di questo segno di guarigione, per il gravissimo motivo che è stato operato di sabato, e chi comincia a pensare che dopotutto un tale segno, anche se fatto di sabato, non si può fare senza l’aiuto di Dio. La risposta finale del cieco guarito è tanto semplice da essere simile al “due più due fa quattro” della Samaritana di domenica scorsa: “Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla.
E non è una frase di Jacques de La Palice… ciò che non finisce di stupirmi in certi racconti dei vangeli, a proposito di parabole, guarigioni e miracoli, è un certo tono giocoso del Nazareno, quasi volto a svelare, pur nella tragicità delle situazioni, l’evanescenza di qualsiasi ragionamento sofistico e tipicamente umano, volto a dare parvenza di credibilità alla pochezza del costrutto. Non solo il Nazareno dirà al cieco: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”, ma per giunta ai farisei – che si erano inseriti nella situazione per giudicare, senza essere stati chiamati in causa, e con la solita ingenua retorica avevano chiesto: “Forse siamo ciechi anche noi?” – dirà argutamente: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane.
Un Dio pieno di grazia!
Il cieco guarito mi ricorda un rematore che avanza guardando da dove è partito e non dove sta andando: ascoltate le parole del Nazareno, capisce che è urgente obbedire e andare a Siloe a lavarsi.
Più spesso noi, invece, ci orientiamo guardando ad un futuro immaginario, e dimentichiamo da dove veniamo e cosa è necessario fare; se il navigante non agisse sui remi, andrebbe alla deriva, così come il cieco rimarrebbe con gli occhi impiastricciati di fango. Se non agiamo con i mezzi che ci sono dati nel presente, rischiamo anche noi di rimanere ciechi e andare alla deriva.
La Creazione si evolve, l’umanità continua a generarsi, i bambini diventano adulti, poi probabilmente diventeranno genitori, e i loro figli diventeranno adulti, anch’essi genitori e così di seguito. Ciascuno, qualunque sia la sua origine e la sua condizione iniziale, partecipa personalmente a questo processo, divenendo protagonista principale nel corso della propria vita per esprimere ciò che sceglie di essere. Nel Vangelo succede esattamente la stessa cosa: per un gesto, per una parola, per uno sguardo, ognuno può ritrovarvisi partecipe, la piscina di Siloe è sempre quella ma gli effetti purificatori dell’acqua sono sempre nuovi a seconda di chi vi si immerge. Siamo tutti nati spiritualmente ciechi, ma il peccato appartiene a chi rimane in quella condizione pensando di vedere perfettamente.
E i discepoli?
Hanno visto uno che non ci vedeva e alla fine quello che non ci vedeva li ha visti tutti: Gesù, i discepoli, i genitori e i farisei. Perché si manifestassero in lui le opere di Dio.

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