Passione

Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio

2 aprile 2023 – Domenica delle Palme

Vangelo
Seconda Lettura

La grande storia della passione di Cristo non è un pezzo da museo; è anche, con le dovute distinzioni, la storia della passione di tutti quelli che, dando la vita in nome di atti, non soltanto evangelici, ma anche soltanto compatibili con il vangelo, raccolgono incomprensioni, ostilità e disprezzo.
Il testo di oggi presenta un itinerario che aiuta a comprendere molti altri percorsi: evoca il viaggio di una persona, Gesù, che nella pienezza del dono di sé per gli altri, riceve in cambio dai suoi simili abbandono, accusa, condanna. Non è un percorso assurdo: Gesù, e tutti coloro che gli assomigliano in tutto il mondo, hanno ragione ad andare fino in fondo. Non si sbagliano perché, testimoniando la vita e la sua dignità sovrana, rifiutano la morte, anche a prezzo delle minacce di morte. Sono persone che rimangono fedeli alla loro più profonda ispirazione – ciò che Gesù chiama “fare la volontà del Padre”.
La passione e la risurrezione di Cristo riassumono l’intera vita non solo di Gesù, ma anche di tutti coloro che hanno vissuto un percorso di fedeltà, anche al prezzo del disprezzo (o del tradimento) di coloro che avrebbero dovuto sostenerli.
Nella Genesi, per esempio, Giuseppe fu venduto come schiavo dai suoi fratelli; si ritroveranno molti anni dopo, in Egitto, mentre Giuseppe, divenuto ministro, si adopera per far sfamare il popolo durante la carestia. Dirà ai suoi fratelli: “Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita […] Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d’Egitto.” (Gn 45,5.8).
Giuseppe, avendo sempre desiderato il bene , in nome di Dio, per tutti coloro che lo circondavano, dirà anche: “Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso.” (Gn 50,20).

Questo è ciò che celebriamo e meditiamo in questa Settimana Santa: tutti coloro che accettano pienamente la vita, la promuovono e desiderano condividerla, anche a rischio di perderla nella sua dimensione fisicamente terrena. Sono persone nel mondo spesso mal comprese o del tutto fraintese, i loro comportamenti finalizzati al bene del prossimo in senso assoluto appaiono talvolta così inauditi, da risultare estranei perfino ai loro cari.
In Genesi, la banda di fratelli ha sempre diffidato di Giuseppe che parla di Dio e racconta i suoi sogni (Gn 37). Allo stesso modo, quando Gesù inizia a parlare con gli abitanti di Nazaret, quelli s’infuriano: “Chi crede di essere, conosciamo la sua famiglia, è come tutti gli altri!” (cfr Lc 4,16-30). Non è come tutti gli altri: ha una consapevolezza in più, sa che la vita ha è creata e non può essere ricreata a piacere o rifatta da capo e controllata, dunque è un dono prezioso e unico.
Chi conserva questa consapevolezza, vive una libertà che suscita disagio in coloro che ancora non l’hanno trovata, che può trasformarsi in malizia, ostilità, invidia. In questo modo inizia una via crucis personale. Si può evitare?
Occorre comprendere che quando il popolo di Dio comincia a distorcere, far finta di non capire, denigrare, svalutare, disprezzare, minacciare, maltrattare, abusare, annientare, il contenuto della Parola, nel falso convincimento di toglierla di mezzo per sempre, si ripete la passione del Cristo. E dunque, le vie crucis personali diventano inevitabili, e la responsabilità rimane in mano all’uomo.
Questo dovremmo poter francamente e lealmente riconoscere nel momento in cui diciamo che il Cristo ha preso sulle sue spalle il peccato del mondo per la nostra salvezza.
L’accettiamo questa salvezza? Solo riconoscere questo processo può rendere evitabili le vie crucis personali. Saranno capaci gli uomini di capire questo? Si può “non uccidere”? Quando il popolo di Dio potrà cessare d’infrangere il V comandamento?
La passione di Cristo riassume il percorso di troppe persone.
Si tratta di tutti quelli che, da innocenti, pagano con la vita il non essere scesi a compromesso con la morte del corpo e dell’anima; la passione di Cristo è la passione dell’uomo, conosciuta o sconosciuta, di molti e da molti.
Queste vie della croce, è bene ripeterlo e registrarlo nella mente e nel cuore, non sono vie del non-senso per coloro che le hanno vissute e per coloro che le “vedono”: iscrivono in questo mondo una logica diversa da quella del potere, del dominio e della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, radicano indelebilmente la presenza di Dio stesso nella carne di coloro che ne sono attraversati.
Egli è presente su questa terra proprio nel corpo di coloro che, credenti o meno, resistono alla logica del male che sconvolge l’umano in nome del successo e della pseudo-libertà a tempo determinato, circoscritta fra la nascita e la morte di un singolo individuo.

Guardando Gesù di Nazaret che entra a Gerusalemme, sulla schiena di un asino che calpesta i mantelli dei discepoli, puoi vedere con Lui ciascuno dei martiri del passato, del presente e del futuro, canonizzati o meno: sono il Popolo del Regno, i figli di Dio dispersi in terra e oggi riuniti nel corpo di Cristo sofferente e già trionfante, sovranamente offerto per la vita di tutti.

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Leggi la riflessione del 5 aprile 2020

La resurrezione di Lazzaro

E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

26 marzo 2023 – V Domenica di Quaresima Anno A
Gv 11,1-45; Rm 8,8-11

Il Vangelo è la via per la risurrezione: “Se non c’è risurrezione dei morti, nemmeno Cristo è risorto. E se Cristo non è risuscitato dai morti, allora è vana la nostra predicazione e vana è anche la vostra fede”.
Questo è ciò che Paolo scrive (1 Cor 15,13-14).
Il Vangelo non è un libro, e neppure quattro; non è una storia, una “santa storia”; consiste nella morte e risurrezione nostra, perché il Cristo, con la Sua morte e resurrezione, ha aperto la via a tutti. Questa non è un’opinione teologica tra tante, non è un’opzione della fede cristiana: è il vangelo, che lo si voglia o meno, che lo si apprezzi o meno.
È un dato di fatto; come ancora scrive S. Paolo, “il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. (Rm 1,16).
Idea non semplice, la sua realtà si manifesta nella resurrezione di Lazzaro, che anticipa quella di Gesù e la nostra. Il racconto evangelico è già Parola che riporta in vita.
C’è un malato: “Era allora malato un certo Lazzaro di Betània…”
Chi è malato qui? Ora? In mezzo a noi? Lo chiameremo Lazzaro: “Signore, ecco, guarda, chi ami è malato…”
Tutte le “teologie della prosperità” crollano, come nel libro di Giobbe: Lazzaro è un amico del Signore, o meglio Gesù è amico di Lazzaro; dovremmo concluderne che tutti sono amati da Gesù, malati e morti compresi?
Perché no? Essere amati da Gesù non impedisce né la malattia, né la morte.
Il testo addirittura insiste, dicendo che “Gesù amava Marta, e sua sorella e Lazzaro”.
D’altronde, se l’amore di Gesù ci impedisse di ammalarci e di morire, Gesù stesso non sarebbe morto, proprio come cercava di fargli credere il tentatore, nel deserto, per distoglierlo dall’opera di salvezza. Dio non ci salva dalla prova, ma nella prova ci custodisce, e questo non significa che non cadremo, ma piuttosto che Dio sarà con noi nella nostra caduta.
Il dolore che ci fa dubitare nel lutto e nella sventura è lo stesso di Marta e Maria: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”
Dal racconto della resurrezione di Lazzaro sappiamo, che anche in questo tipo di nostra caduta dalla fede, il Cristo è con noi.
I discepoli – come Marta, Maria e gli altri – restano con Gesù, non se la prendono con lui perché Lazzaro è morto, piuttosto sono persuasi di camminare, come lui e con lui, anche loro verso la propria morte. La morte di Lazzaro è dunque prefigurazione non solo di quella di Gesù, ma anche della nostra, un evento necessario per poter risorgere. Il Vangelo, la Parola di Dio si chiude con la resurrezione.
Finché viviamo, camminiamo nel giorno, il tempo giusto per aprire gli occhi, ma Lazzaro dorme. Non è il momento di dormire, o di stordirci dimenticando che è giorno, è il tempo di camminare nella luce, con gli occhi il più possibile aperti.
Marta ha confessato la sua fede, eppure non sembra trarne molte conseguenze, se non quella di andare a chiamare sua sorella. Marta è sveglia, non dorme, ma certo non si aspetta che Lazzaro risusciti in quel momento: sa “che risusciterà nell’ultimo giorno”.
Neanche le persone che sono venute da Gerusalemme per consolare le due donne, credono nella potenza del Maestro: o non credono affatto nella risurrezione, o la ritengono possibile solo “nell’Ultimo Giorno”, così come ha detto Marta.
Come per la moltiplicazione dei pani, il tempo e i mezzi del miracolo mi sfuggono, non ne sono testimone. È lo stesso per i racconti della risurrezione di Gesù: non vi ho assistito.
Io sono arrivato – con altri discepoli – a quelle che per me sono le Sue prime apparizioni in vita.
So che Gesù e il Padre non sono maghi, sono Maestri di vita e per la Vita.
Come accade ai discepoli di Emmaus, si capisce solo dopo di avere incontrato il Cristo… sempre in ritardo, sempre dopo. Per questo dopo non si può che testimoniare e lodare.
Marta dice a Maria: “Il Maestro è qui, ti chiama…”. Davanti al sepolcro, invece Gesù dice solo: “Lazzaro, vieni fuori!”. Una Parola di risveglio.
“E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola.” (Gv 17,22).

È la stessa certezza – non la mia, ma quella di Gesù – che permette adesso alla Parola di essere un risveglio che si fa prefigurazione della nostra morte e della nostra resurrezione.
Il tempo non ha importanza: il momento è adesso. Nella Lettera agli Ebrei sono citate queste parole dall’Antico Testamento (cfr. Salmo 95,7): “Dio fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo mediante Davide, dopo tanto tempo: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!”. (Ebr 4,7) e anche Paolo: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”. (2 Cor 6,2).
Nell’originale ebraico del salmo il verbo è al perfetto. È già tutto compiuto fin dall’inizio come in Ap 21,6: “Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita.
Come era già vero per Lazzaro ancor prima che Gesù lo chiamasse a uscire dalla morte, così è già vero anche per noi.
Senza dubbio ci sono cose nella nostra vita che sono “morte”, forse anche “puzzano” perché lo sono di “quattro giorni”, cioè da “tanto tempo”, a misurarlo con l’orologio …
Brilla anche la luce del Vangelo, è la totalità della morte e della risurrezione che ci viene raccontata, realizzata nel Cristo. Dobbiamo reagire a questa chiamata che ci sveglia, Lazzaro deve venire fuori! Dobbiamo uscire!
Andremo ancora in giro con fasce e sudario? Altri sono lì per slegarci e lasciarci andare. Presi in vincoli che non possiamo sciogliere da soli, possiamo cominciare a pensare che ci siano fratelli e sorelle che possono aiutarci. Non è più necessario nascondersi, come spesso succede, ma lasciare che la vita sia. 
Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!” (1 Ts 5,24).

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Scarica o visualizza la riflessione sul Vangelo del 29 marzo 2020.

a

Credere nel Figlio dell’uomo

Come, dunque, ti furono aperti gli occhi?

19 marzo 2023 – Quarta Domenica di Quaresima Anno A
Gv 9,1-41; Ef 5,8-14

Tutto inizia con grande semplicità: “Passando Gesù vide un cieco dalla nascita”.
L’osservazione è semplice, completamente aneddotica; Gesù avrebbe potuto ignorare questo cieco. Sono i discepoli a porre la domanda che dà inizio a tutta la sequenza: “Rabbi, chi ha peccato per essere nato cieco, lui o i suoi genitori?” In altri termini: “di chi è la colpa?”
In quella società l’infermità è vista come punizione (divina) in risposta ad una colpa sconosciuta; la domanda dei discepoli sembra logica. Gesù risponde: “Né lui, né i suoi genitori. Ma è perché le opere di Dio si manifestino in lui!” Non emette giudizi, quindi, è solo un dato di fatto che il cieco sia lì.
Il canto del Servo nel Libro di Isaia ricorda: “Farò camminare i ciechi per una via che ignorano,
li guiderò per sentieri che non conoscono; cambierò davanti a loro le tenebre in luce,
renderò pianeggianti i luoghi impervi. Sono queste le cose che io farò e non li abbandonerò”. (Is 42,16).
Gesù dice: “Finché è giorno, dobbiamo lavorare alle opere di Colui che mi ha mandato: arriva la notte in cui nessuno può lavorare; finché sono nel mondo, sono la Luce del mondo”.
Il cieco dalla nascita ci somiglia: nella cecità può iniziare un viaggio verso la Luce, offerta a ciascuno, finché è nel mondo.
Con le Sue parole Gesù pone la questione in maniera incisiva: il Dio che si è fatto uomo opera qui, nel mondo, perché si manifesti la volontà del Padre. Ed è anche qui, nel mondo, che si decide se accettare o rifiutare la salvezza.
Il cieco non ha chiesto proprio niente, per “un caso” i discepoli pongono una domanda sulla condizione di quell’uomo e così inizia un processo di guarigione.
“Gesù sputò per terra, fece fango con la sua saliva e lo applicò agli occhi del cieco e gli disse: Va’ a lavarti alla piscina di Siloe”. Il cieco va, si lava e torna che ci vede.
La miscela di saliva e terra, concreta e materiale, diventa strumento di guarigione. Il Creatore stesso aveva modellato Adamo con la polvere presa dal suolo e poi col Suo soffio aveva reso vivente quella polvere. Allo stesso modo, ora, il Cristo mischiando la saliva, materia secreta dalla parola, con la terra, dà la vista a chi non l’ha mai avuta.  Il richiamo alla creazione è evidente e continua quando il cieco obbedisce all’ordine di andare a lavarsi nella piscina di Siloe. Se all’inizio Adamo fu polvere animata dal soffio, nel mondo rimane inerte, avvolto nelle tenebre, finché non irrompe il divino, dando l’avvio alla possibilità di “vedere”. Lavarsi e strofinarsi bene gli occhi per guardare meglio e vedere ciò che non si è mai visto prima, è il compito affidato a noi tutti dal Creatore.
Se Adamo, aduso a farsi turlupinare dalle menzogne del serpente fin dall’alba del mondo, nelle vesti novelle del cieco, rimanesse passivo e non purificasse la sua vista, non si accorgerebbe di nulla, tantomeno della menzogna che sempre agisce nel mondo, a partire da se stesso, e il processo personale di redenzione rimarrebbe incompiuto.
L’uomo ha bisogno di redenzione, la salvezza è già compiuta per lui, l’ostacolo consiste nel continuo ripetersi dello stesso errore: l’uomo tende a rimanere nella menzogna, caso mai prova anche sensi di colpa e recrimina inutilmente, mentre gli sfugge l’unica domanda che risuona nelle orecchie di ogni Adamo: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?». (v. 35)
A quanto pare i primi a non assumersi alcuna responsabilità nel processo di liberazione rispetto al cieco, anch’esso figlio dell’uomo, sono proprio i genitori: “E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga.” 
Mentre i genitori, Pilato ante litteram, non testimoniano ciò che ad essi è evidente, l’atteggiamento farisaico è indice di tutte quelle situazioni istituzionali nelle quali, per proteggere i riferimenti ad una interpretazione tradizionale, si escludono alcuni dati di fatto. Il cieco guarito, da innocente, subisce un rimprovero e una condanna del tutto ingiusta: Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.”
Non fa parte del contesto mentale farisaico il poter accettare che il cieco sia stato guarito.
Anzi viene intentato un vero e proprio processo contro il cieco guarito con tanto d’indagine; i farisei, divisi tra chi non vuole sapere nulla di questo segno di guarigione, per il gravissimo motivo che è stato operato di sabato, e chi comincia a pensare che dopotutto un tale segno, anche se fatto di sabato, non si può fare senza l’aiuto di Dio. La risposta finale del cieco guarito è tanto semplice da essere simile al “due più due fa quattro” della Samaritana di domenica scorsa: “Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla.
E non è una frase di Jacques de La Palice… ciò che non finisce di stupirmi in certi racconti dei vangeli, a proposito di parabole, guarigioni e miracoli, è un certo tono giocoso del Nazareno, quasi volto a svelare, pur nella tragicità delle situazioni, l’evanescenza di qualsiasi ragionamento sofistico e tipicamente umano, volto a dare parvenza di credibilità alla pochezza del costrutto. Non solo il Nazareno dirà al cieco: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”, ma per giunta ai farisei – che si erano inseriti nella situazione per giudicare, senza essere stati chiamati in causa, e con la solita ingenua retorica avevano chiesto: “Forse siamo ciechi anche noi?” – dirà argutamente: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane.
Un Dio pieno di grazia!
Il cieco guarito mi ricorda un rematore che avanza guardando da dove è partito e non dove sta andando: ascoltate le parole del Nazareno, capisce che è urgente obbedire e andare a Siloe a lavarsi.
Più spesso noi, invece, ci orientiamo guardando ad un futuro immaginario, e dimentichiamo da dove veniamo e cosa è necessario fare; se il navigante non agisse sui remi, andrebbe alla deriva, così come il cieco rimarrebbe con gli occhi impiastricciati di fango. Se non agiamo con i mezzi che ci sono dati nel presente, rischiamo anche noi di rimanere ciechi e andare alla deriva.
La Creazione si evolve, l’umanità continua a generarsi, i bambini diventano adulti, poi probabilmente diventeranno genitori, e i loro figli diventeranno adulti, anch’essi genitori e così di seguito. Ciascuno, qualunque sia la sua origine e la sua condizione iniziale, partecipa personalmente a questo processo, divenendo protagonista principale nel corso della propria vita per esprimere ciò che sceglie di essere. Nel Vangelo succede esattamente la stessa cosa: per un gesto, per una parola, per uno sguardo, ognuno può ritrovarvisi partecipe, la piscina di Siloe è sempre quella ma gli effetti purificatori dell’acqua sono sempre nuovi a seconda di chi vi si immerge. Siamo tutti nati spiritualmente ciechi, ma il peccato appartiene a chi rimane in quella condizione pensando di vedere perfettamente.
E i discepoli?
Hanno visto uno che non ci vedeva e alla fine quello che non ci vedeva li ha visti tutti: Gesù, i discepoli, i genitori e i farisei. Perché si manifestassero in lui le opere di Dio.

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Visualizza o scarica la riflessione del 22 marzo 2020.

La pace con Dio

Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo

12 marzo 2023 – III Domenica di Quaresima
Gv 4,5-42; Rm 5,1-2;5,5-8

La storia dell’incontro tra Gesù e la Samaritana è una storia unica, non solo perché è narrata soltanto da Giovanni, ma perché accumula situazioni sorprendenti, il cui esito non ha equivalenti nei Vangeli: ci parla con forza del rapporto con il Cristo e della trasformazione nell’uomo attraverso la fede. È un altro esempio del tipo di rinascita che Gesù ha illustrato a Nicodemo, pochi versetti prima.
Gesù sta risalendo verso nord dalla Giudea alla Galilea attraverso la Samaria, una via spesso evitata dagli abitanti della Giudea, che consideravano i Samaritani tra i peggiori miscredenti. Ma qui, il testo dice che Gesù doveva passare di là.
Quando arriva vicino a Sicar – oggi Askar, non lontano da Nablus – Gesù preferisce stare lontano dal centro abitato e inviarvi i suoi discepoli per procurarsi del cibo; nel frattempo si siede sotto il sole di mezzogiorno ai bordi del pozzo di Giacobbe. Sopraggiunge una donna, per attingere al pozzo e Gesù le chiede da bere, non dice altro.
La donna rimane stupita, perché uno straniero, evidentemente Giudeo, chiede acqua proprio ad una Samaritana. Da qui in poi il dialogo è intessuto sul doppio registro tra il significato letterale e simbolico della parola “acqua”.
La donna, in un primo momento, sembra non capire: se quell’uomo veramente conosce un pozzo migliore di quello dei padri, deve dirle dov’è, così lei risparmierebbe un bel po’ di fatica!
Gesù all’improvviso sembra cambiare discorso: “Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui”.
La donna risponde di essere senza marito, ma Gesù sa già che è vero e per di più che ne ha avuti già cinque. E lo dice.
Come fa a saperlo, se non si sono mai conosciuti prima? La donna, basita, ne deduce che Gesù dev’essere un profeta… come dire… “due più due fa quattro”… però è tanto quanto basta perché a partire da questa “trovata”, nel modo di riportare l’incontro particolarissimo avuto con lo straniero di Giudea, la donna contribuisce alla diffusione della Parola tra i Samaritani.
È interessante che questi Samaritani crederanno non perché hanno ascoltato le parole della donna, ma perché andranno ad ascoltare direttamente l’insegnamento di quell’uomo e crederanno alla Sua parola.

La dinamica dell’incontro tra Gesù e la Samaritana è tale che la donna (che è sincera, non mente mai durante quell’incontro) in ultima analisi viene rivelata a se stessa, viene messa davanti alla realtà di ciò che è e di ciò che le manca.
La tradizione la vuole vergognosa della sua “poligamia” (poliamore?) e dunque interpreta che probabilmente la Samaritana si era recata al pozzo sotto il sole cocente di mezzogiorno, per non dover incontrare altre donne, delle quali avrebbe dovuto sopportare la condanna, la maldicenza o il disprezzo.
Mi sovviene che al capitolo 20 di Luca (vv. 27-40), i Sadducei tentavano di far cadere Gesù in contraddizione, chiedendo di chi sarebbe stata moglie, alla risurrezione dei morti, la donna che, in vita, aveva avuto sette mariti. A quanto pare, anche se qui i contorni della situazione sono diversi, il problema non riguardava un caso isolato: c’erano in ballo questioni di tradizione religiosa e culturale e situazioni di fatto. Se all’epoca erano ancora accettabili due matrimoni per validi motivi, certamente cinque erano un po’ troppi! Forse lo penseremmo anche oggi.
Eppure la donna samaritana deve essere stata molto coraggiosa per credere e credere ancora nella vita da sposarsi fino a cinque volte! Coraggio o incoscienza? In effetti non saprei, non essendomi ancora sposato… Comunque sicuramente altre – o altri – si sarebbero arresi molto prima. Sperare ancora che funzioni, per poi magari sperimentare un altro fallimento! Perseverare va bene, ma un fallimento dopo l’altro in amore – e quindi per mancanza di amore – diventa un fardello assai più pesante di una brocca piena d’acqua sotto il sole cocente.

Allora qui cosa cambia, qual è la presa di coscienza, cosa scatta in quella donna del “due più due fa quattro”? Uomo che riconosce = superuomo = profeta. Finalmente uno che capisce!!! Che fortuna!!! Che sia quello da sposare???
L’equivoco sarebbe fatale.

Il messaggio è sempre quello dell’accettazione dell’altro senza condizioni, nell’assoluta diversità e unicità dei percorsi. Nel Vangelo il messaggio è molto chiaro: la Samaritana è una donna, Gesù è il Cristo: Dio.Sarebbe terribile che queste dinamiche dello Spirito, dell’adorare nello spirito e in verità, dovessero essere confuse con l’idolatria di se stessi e/o di un altro essere umano.

Quando nell’incontro tra il maschile e il femminile si confondono i piani della relazione, l’esito potrebbe essere disastroso; per esempio, l’abuso sessuale, sia fuori che dentro la chiesa, prima di essere sessuale, è abuso di potere lungo la dimensione della prevaricazione dell’altro, e viene vissuta da molti a vari livelli: dalla semplice espressione verbale di eventuali testimoni , interdetta in nome dell’ipocrisia che cela la vergogna, aprendo la strada alla menzogna, fino alla drammatica violenza sui corpi.

La donna samaritana è rivelata a se stessa nel senso che, incontrando il Nazareno – il Messia come lei stessa ipotizza poco oltre nel testo – si scopre libera, indipendentemente dalle esperienze avute. Il mondo attorno le appare trasformato, al punto da andare a chiamare gli altri per avvisarli, lei, che prima si vergognava a farsi vedere. Come se dicesse ora a noi che leggiamo: non è importante ciò che tu pensi, gli altri pensino di te; è importante che ti rendi conto di chi sei… e di ciò che tu pensi e credi: “i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità”. Quindi sono tramontati tutti i quesiti secondari: dove credere? Dove adorare? A quale porta più giusta bussare? Qui o lì ? In quale tempio? Su quale montagna? Con quale rito?

Per scoprire, magari alla fine, che quello che ti eri portato in casa, o a casa del quale eri andato, non era quello giusto.

Con quale dio coabiti nello spirito? Con chi o cosa ti sei accasato? A chi o a che cosa hai dedicato la tua vita, chi o che cosa stai adorando?

Sarebbe per tutti necessario saperlo, al fine di trovare la pace.

Siamo giustificati attraverso la fede; non avremmo mai pace, se pensassimo di basarla sulla nostra obbedienza, perché non abbiamo alcuna possibilità di essere perfettamente obbedienti. La giustificazione si basa invece su ciò che un altro, Gesù, ha fatto perché noi fossimo giustificati. La sua affidabilità consiste nella presenza dello Spirito e nell’opera continua del Cristo. Da questo fiorisce la speranza, anche in mezzo alle prove più difficili della nostra vita.
Mentre i discepoli, tornati dal villaggio con il cibo, sono disorientati nella loro reazione e non capiscono molto di quello che sta succedendo, la Samaritana vive un incontro con sincerità ed è in questa condizione che può intendere le parole di Gesù e pensare che potrebbero essere vere. “Che sia forse il Messia?” Molla la brocca. E la preoccupazione che gli altri potrebbero dire di lei non ha più alcun fondamento: l’acqua viva è appena passata attraverso il suo essere. Non ha più niente da temere. Lo dice: “Venite a vedere, un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto!” Con semplicità. Tutto irrompe in questa storia, squarciando il velo della nostra supponenza: Gesù, la donna, l’acqua viva, e anche i Samaritani che escono dalla città per incontrare quell’uomo.

Devi nascere due volte per vivere un po’, (non fosse che un po’) anche se solo un po’.
Dobbiamo nascere dalla carne e poi dall’anima. Le due nascite sono come uno strappo, uno sradicamento. Il primo getta il corpo nel mondo, il secondo fa oscillare l’anima verso il cielo”. 

(Christian Bobin, Più viva che mai, San Paolo Edizioni, 2010).

Scarica qui la riflessione scritta per il 15 marzo 2020

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Non mi vergogno

Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro

5 marzo 2023 – II Domenica di Quaresima
Mt 17,1-9; 2Tim 1,8b-10

Pietro, Giacomo e Giovanni al termine del racconto vedono il loro maestro per quello che è: c’è Gesù solo (17,8). Non c’è Mosè, non c’è Elia: Gesù è solo. Ed è solo Gesù. I tre non ritrovano la loro visione di prima, non vedono più attorno memorie palpabili di tradizioni, speranze, aspettative: Gesù di Nazaret è spoglio di ogni immagine che non sia la Sua persona.
La scienza, oggi, potrebbe considerare l’apparizione di poco prima alla stregua di una proiezione di contenuti immaginari.
Ma c’è stato un errore o è proprio questo l’insegnamento da trarne?
La trasfigurazione è una spoliazione dal superfluo mitico, una vera e propria proiezione prossima al delirio, o è qualcosa d’altro?
Vedere una persona con un vestito diverso da quello che indossa, in base ai nostri personali gusti o disgusti, vuol dire essere fuori dalla realtà. Questo vale anche quando immaginiamo qualità morali, spirituali, relazionali di un altro che non esistono. Qui invece andiamo molto oltre.
Nella trasfigurazione i discepoli vedono Gesù per quello che è, proprio a causa dell’apparizione sorta poco prima dinanzi ai loro occhi.
Capita spesso di sentir dire: “Non è come pensavo!” oppure: “Guarda, non sembrava!”
Talvolta si rimane delusi, talaltra sorpresi, invariabilmente è difficile vedere qualcuno solo per quel che è. A tal punto, che, quando accade, se accade tra persone che “si amano”… finisce tutto l’amore…“Non sei come pensavo!”.  – “Forse non lo sei mai stato.”- “Eri tu che vedevi quello che non c’era.” – “Sei cambiata” – “Non sei più quella di prima.”
Forse perché non si è mai assistito alla trasfigurazione: “… il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”.

Cos’avranno visto? Com’è possibile?

La trasfigurazione è vedere col cuore cose che non si possono vedere con gli occhi. E siccome molti non hanno gli occhi del cuore sviluppati, non vedono un bel niente e quindi neanche Gesù solo. E i suoi discepoli.
Questo vangelo descrive come si vede e come ci si sente quando si è “in cielo” – non sotto terra – in cielo! Cioè pieni e posseduti dalla felicità, da una presenza, da qualcuno, da un amore.
Esperienza simile all’innamoramento?
Se nella vita ci è successo di innamorarci, di perdere la testa e fare cose pazze per qualcuno, se ci è capitato, almeno una volta, di vedere il mondo come un paradiso o un immenso giardino fiorito, soltanto perché qualcuno ci ha detto che ci ama, allora possiamo sperare di capire anche questo brano.
Se non ci siamo mai abbandonati al rischio della fiducia e quindi non ci siamo mai innamorati, lasciati andare agli slanci dell’anima, faremo fatica a conoscere il vangelo. Perché Gesù di Nazaret dev’essere stato così: un uomo che suscita un fuoco che riscalda, brucia, infuoca chi lo incontra. Ecco perché i suoi amici lo possono vedere trasfigurato: lo amano, perché Lui li ama per primo.

Non si tratta né di sentimentalismi romantici, né di sedicenti alchimie fisico-emotive, tanto meno di esotici esoterismi.
Hai mai visto certe facce piene di vita, di solarità, di voglia di vivere? Hai mai visto il volto di un bambino cullato nelle braccia di sua madre, tra gente “normale”? Hai mai visto gli occhi di una donna “normale” quando vede suo figlio dopo il travaglio e il parto? Ecco, quelle erano facce, volto, occhi di persone: solo persone.

Dio è amore, dice l’evangelista Giovanni. Solo chi sa aprirsi e vivere questo si avvicina a Dio. Se non possiamo fare questo, potremo al limite avere solo il concetto di Dio. E tutti quelli che non sanno provare, non possono permettersi, un sentimento d’amore… continueranno a cercare.

Esistono giovani che sono spontanei, candidi, piene di doti intellettuali, morali, fisiche, giovani “fortunati”.
Ne vedo altri che sono meno “fortunati” e spesso vedo le loro famiglie, i problemi, le situazioni: non ci vuole la sfera di cristallo per capire che in quel terreno è stato difficile crescere, che in quell’altro sarà quasi impossibile, che in questo sarà più semplice. Non credo che il Signore faccia disparità di trattamento, credo piuttosto che sia il comportamento degli uomini a produrre ostacoli. Quando vedo bambini “mal messi” vorrei dire loro: “Siete grandi! Diventate le bellezza che siete”.
Quando ascolto le persone che vengono a parlare e sento le loro storie, le loro ferite, i loro traumi, i loro pianti (a volte ci sono delle vere tragedie); quando sento cosa hanno passato o vissuto, non posso non commuovermi, perché sento il loro dolore, che tuttavia rimane loro: io solo lo avverto, lo percepisco.
Quando invece si vincono delle battaglie, si fanno delle conquiste, si superano delle paure, delle barriere che sembravano insuperabili; o quando succedono delle cose impensabili e meravigliose o quando si aprono degli spiragli inattesi o quando si guarisce fisicamente o nell’anima o ci si trasforma e si diventa belli e splendenti come il sole e si ritrova finalmente la propria vera figura, allora non posso non commuovermi e la gioia prende anche me.
Il nome Tabor, il monte della trasfigurazione, significa “ombelico”.
La vita ci chiama a tagliare tutti i cordoni ombelicali, tutte le dipendenze da ogni aspettativa più o meno realistica, per poter rinascere e vivere ogni giorno esperienze di trasfigurazione
Se al bambino non fosse tagliato il cordone ombelicale morirebbe: non tagliare certi legami, cioè cambiarli, renderli più liberi o veri, chiuderli, perdonarli, modificarli, trasformarli, fa calare la notte, ci fa solo morire.
Il nome Tabor, ombelico del mondo, dice che noi siamo legati a qualcosa (re-ligione vuol dire ri-legare, collegare) che solo ci rende solo quello che siamo. Questo legame è eterno, non si può troncare. E per quanto in basso si possa cadere, c’è una corda forte che tiene e nessuno si perderà.
Quand’ero bambino il nonno si calò per pulire un pozzo (non era molto fondo, 4-5 metri, ma ai bambini tutto sembra enorme). Si legò alla vita e lo calarono giù. La mia paura era: “E se la corda si spezza?”. Nonno mi tranquillizzò: “Questa corda non si rompe mai”.

Dev’essere lo stesso sentimento di Paolo in prigione: non dubita del suo legame con Dio. La sua fiducia rimane piena, intatta, perché quella corda non si spezza. Come gli apostoli, che anche quando Mosè ed Elia non ci sono più, ma c’è Gesù solo, sono rimasti nel Suo amore.

Il Cristo Risorto, infatti, ha affidato loro il ministero di annunciare il Vangelo, e il loro compito continua nei secoli attraverso. Anche Timoteo, in seguito ,lo trasmise ad altri (2 Timoteo 2,2). E noi continuiamo a testimoniare.

Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro

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Scarica o visualizza il commento del 08/03/2020.

Demistificazione

Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio

26 febbraio 2023 – I Domenica di Quaresima
Mt 4,1-11; Rm 5,12-19

Nella Bibbia ebraica il diavolo appare in varie occasioni e con nomi diversi.
Tutte le religioni lo conoscono, probabilmente per un motivo molto semplice: gli effetti del male sono evidenti per tutti, e quindi occorre che tutte le disgrazie del mondo e tutti i difetti dell’umanità, soprattutto i propri, siano imputati a qualcun altro.
Ma è davvero una realtà, qualcuno, una persona, o semplicemente un mito, rappresentazione della nostra inclinazione verso il male, inventato per inquietare?
Se non fosse solo un mito, sarebbe una creazione di Dio? Indipendente o dipendente da Dio? Se esistesse indipendentemente da Dio, allora sarebbe un altro dio? Il dio del male?
Il cristianesimo risponde senza esitazione: il diavolo è una creatura di Dio. C’è un solo Dio, in tre persone, che ha creato tutto, compreso il diavolo, e la cui volontà si realizza nel bene dell’umanità.
La domanda successiva sorge spontanea: come mai Dio, nella sua grande bontà verso gli uomini, ha creato il diavolo e dunque permette tutto il male che vediamo e le disgrazie che ne conseguono?
Sant’Agostino ha cercato di rispondere, ma senza convincere davvero troppi. Per esempio, ha detto che all’uomo dev’essere concessa la libertà di scelta. In questo modo ci invita a risalire nella scala del pensiero astratto: allora, era proprio necessario che gli uomini, dotati di libero arbitrio, fossero anche costitutivamente attratti dal male?
Coloro che sanno rispondere a quest’altra domanda, senza apparente ostacolo, sono i dualisti: ci sarebbero due divinità, il Dio del bene e il dio del male, in perenne lotta, dentro e fuori l’uomo, e un giorno il Dio del bene trionferà. Si ritrovano queste idee nella religione persiana di Zoroastro, in Platone, nei manichei, nella gnosi, cristiana o meno, nei catari, in certi “teologi” più o meno liberali. La Chiesa è chiara: tutto questo è un’eresia, perché c’è un solo Dio.
In questo universo di domande inestricabili, cosa ci insegna il famoso racconto delle tentazioni nel deserto?

In primo luogo, è lo spirito di Dio, Dio stesso, che conduce Gesù nel deserto, perché sia tentato dal diavolo; proprio così, Gesù è stato condotto alla tentazione, non “abbandonato” ad essa. Gesù, dunque, sarebbe vulnerabile come noi? Come è possibile che, appena toccato dallo Spirito di Dio nel battesimo, sia poi condotto dallo stesso Spirito alla tentazione?
Come punto di partenza per tentare di comprendere meglio, abbiamo soltanto il racconto di Matteo e di Marco; nessuno si trovava sul posto per riportarne una testimonianza scritta esatta; l’incontro è immaginato dalla tradizione della primissima Chiesa, in base ai racconti di coloro che hanno conosciuto e ascoltato Gesù di Nazaret. Matteo, rispetto al racconto molto stringato di Marco, ha qualcosa in più da dire alla comunità giudeo-cristiana cui appartiene, qualcosa di cui è perfettamente convinto e ritiene importante trasmettere.
Gesù, in quel momento, doveva trovarsi nella stessa condizione do ogni altro uomo, alle prese con la fame, molto concreta, di cibo. Ci vuole un “salto” del pensiero e rendersi conto che il deserto, luogo di tentazione per eccellenza – in ebraico Mitbar = assenza di parola – è il dominio del silenzio. Quando tutto tace, e quando la mente tace e siamo nel bisogno, veniamo assaliti da tutti i nostri “diavoli” personali.

Gesù, però, non soffre d’abbandono, il Suo silenzio è pieno della Parola…
La fame su cui tenta di fare presa la sfida di satana è fame fisica … per giunta la fame di Gesù ed è chiaro che la sfida non tiene.
Ma su di noi se ci sentissimo abbandonati alla tentazione, terrebbe?
Non si tratta di sola fame di cibo, è una fame che va molto oltre la sola mancanza di cibo, la potremmo chiamare avidità: si tratta di un impulso di appropriazione, per il quale non è mai sufficiente alcun nutrimento materiale; è fame di profitto, potere e prestigio, come diceva Don Tonino Bello. Solo essere in relazione continua con la Parola può annullare questa fame: è scritto, è scritto, è scritto, ripetuto tre volte, una per ogni tentazione: è una Parola che è il contenuto di un libro scritto, l’anima di Israele, il suo codice morale, la sapienza di Dio scesa sulla terra, che qui riempie i silenzi del deserto e si oppone al male.
Le tre risposte di Gesù alle insinuazioni di Satana colpiscono nel segno.
“Se tu sei il figlio di Dio…”: non è affatto un tema messianico, non implica che Gesù abbia l’intenzione di esercitare il Suo potere soprannaturale in quel senso. È il diavolo che vorrebbe attribuire a Gesù poteri che vanno in un’altra direzione; è il diavolo che vorrebbe fare il miracolo di trasformare il Figlio di Dio in un comune peccatore.
Le risposte di Gesù sono per noi un richiamo all’obbedienza richiesta ad ogni uomo.
Il Figlio prediletto trae la sua forza da ciò che il Dio delle Scritture chiede ad ogni essere umano.
La prima tentazione, quella di trasformare le pietre in pane, è respinta con una citazione dal Deuteronomio, che evoca il viaggio di quarant’anni del popolo d’Israele nel deserto e proprio la manna caduta dal cielo perché il popolo aveva fame:
L’uomo non vivrà di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Il Signore interviene attraverso la sua Parola, che è sempre in grado di aprire la Via per ciascuno, una Parola dal cielo, nel battesimo, quando ancora non “sappiamo” nulla; una Parola dal Libro, nelle prove della nostra vita di tutti i giorni, quando sopraggiungono le tentazioni nel dominio del silenzio di Dio.
Le altre due tentazioni, quella di credere di potersi appoggiare agli angeli per attutire la caduta e quella di voler possedere i regni del mondo, riguardano ogni uomo, e ancora Gesù cita la Parola del Padre per superarle. Non si tratta di sognare una improbabile superiorità, né una gloria perfettamente inutile ai fini di essere in comunione col Cristo, ma di rimanere nell’obbedienza a Dio.
La scelta di Gesù, come Figlio prediletto dal Padre, consiste nel suo rimanere nei limiti di ciò che è richiesto ad ogni uomo. È il Figlio di Dio, certo, ma rimane un uomo, impregnato di cultura biblica, che rifiuta il potere di fare miracoli, se è satana a chiederglielo.
E questa storia non risponde alle domande di tipo intellettuale che ci siamo posti all’inizio: esiste il diavolo? Da dove viene? Dove va? Perché è lì?
Ancora non sappiamo perché esista il male e la malvagità, certo esistono, ma sappiamo che Gesù non scende a compromessi con il rappresentante di tutto questo, non dialoga, non combatte in senso stretto, non polemizza, impone la Parola, ha l’ultima Parola.
Il cristianesimo, seguendo la logica evangelica, non mira a spiegare il mondo, ma a renderlo migliore.
Matteo non spiega nulla sull’esistenza di satana, dice solo che la Parola di Dio, attraverso le Scritture, è il mezzo per metterlo a tacere. E senza forse rendersene conto, estende quella Parola, scrivendo il suo Vangelo e dicendo:
“Qualsiasi cosa vogliate che gli uomini facciano a voi, fatela loro. Questa è la legge e i profeti.”
Le tentazioni iniziano tutte insinuando “se tu sei…”. Il Cristo non insinua nessun “se”: non ci sono condizioni poste dal Cristo, c’è solo un comandamento nuovo: amatevi l’un l’altro come io ho amato voi…
Il perché ce lo spiega san Paolo parlando di “giustificazione”.

Come funziona la giustificazione? Tramite vasi comunicanti. Siamo giustificati per il nostro legame con Cristo, così come siamo peccatori per il nostro legame con Adamo. Il giorno in cui Adamo ha disobbedito a Dio, noi eravamo lì, Adamo siamo noi.
Allo stesso modo, il giorno in cui Gesù ha obbedito a Dio andando verso la croce come un uomo qualunque, noi siamo l’uomo Gesù, come tutti quelli che, da innocenti, patiscono le sofferenze e l’ingiustizia. Ma questa volta è successo qualcos’altro.
Adamo non aveva ascoltato quel che diceva il suo Creatore e l’intera umanità è stata trascinata nell’errore, e continua ad esservi immersa.
Gesù può ripetere la Parola del Padre, perché l’ha ascoltata: è uno col Padre. Questo ripristina la giustizia per tutti. Poiché Gesù è giusto, noi siamo giusti in Lui, siamo uno con Lui.

Se si comprende questo, si comprende la giustificazione attraverso la fede.

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Scarica qui il commento al Vangelo scritto il 28 febbraio 2020.

Perfetti

Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

19 febbraio 2023 – VII Domenica del Tempo Ordinario
Mt 5,38-48; 1Cor 3,16-23

Come faccio? E quale importanza potrebbe mai avere? Cosa potrei fare?
Se vivo in un mondo in cui la guerra non si ferma neanche davanti ad un terremoto con oltre 42.000 morti e tutti assistiamo addolorati?
Se la guerra non si ferma neanche davanti alla fame e alla miseria dell’altro lato del mondo?
Se anche nel lavoro e nella famiglia scorgiamo l’inerzia che conduce all’ingiustizia?
Come farò ad essere perfetto?

Gesù si rivolge ai discepoli e indica un modo di essere nel mondo e una modalità esistenziale che può essere identificata come “regno dei cieli”. Dopo aver concluso la prima parte del Discorso della montagna con una serie di affermazioni che radicalizzano la legge di Mosè, approda alla conclusione sconcertante: Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Non sarebbe già abbastanza impegnativo attenersi alla legge di Mosè? Aspirare alla perfezione, non sarebbe come aprire la via alla frustrazione o all’illusione altrettanto problematica di un possibile successo? Ma qui il verbo usato è proprio “essere”, non “aspirare a”!
Dobbiamo sentirci condannati ad essere sempre imperfetti? O dobbiamo annacquare il testo, addolcendolo tramite un’interpretazione che lo renda meno duro?
Gesù ricorda quanto appreso dalla legge di Mosè circa offese, adulterio, divorzio, giuramenti, vendetta, nemici, e per ognuno di questi temi offre la Sua soluzione.
Mira alla radice spirituale, alla dimensione psicologica, all’intenzione che guida ciascuna di queste azioni, ognuno di questi comportamenti.
Allarga il campo della “perfezione” fino a dire che dobbiamo amare i nemici e pregare per loro. Quale sarebbe il merito nel riamare chi ci ama? In effetti, se ci si ferma all’occhio per occhio, dente per dente, cioè alla logica della riparazione del danno con un altro danno, o a quella, in direzione opposta, della ricompensa adeguata alla prestazione, nel migliore dei casi ameremo tanto quanto siamo riamati: con la bilancia sempre pronta… e il libro della contabilità sempre aperto…
E allora? Allora, cade tutto l’edificio: se mira alla regola del do, ut des dev’essere un po’ poco come modalità esistenziale del regno dei cieli! 
Qui potremmo iniziare a ragionare sul significato di questa “perfezione”
Credo abbia poco a che fare con l’accezione più comune nella lingua italiana, nel senso di assoluta mancanza di qualsiasi difetto; nel testo di Matteo, Gesù invita ad essere τέλειοι = téleioi, cioè compiuti. In questa perfezione c’è un elemento di base: la completezza, la capacità di condurre a termine qualcosa avendo fatto tutto ciò che era necessario. Naturalmente, per Matteo, la compiutezza del vivere e dell’agire è finalizzata al regno, secondo l’etica evangelica.
Forse, non potrebbe essere altrimenti, perché se il Dio cristiano, Padre del Cristo e di tutti noi, ragionasse – come noi quasi sempre ragioniamo – in un’ottica di reciprocità contabile, come potrebbe offrire la salvezza indistintamente a tutta l’umanità? Se perfetto significasse solo aver pareggiato i conti in modo insindacabile?
Gesù, dunque, invita i suoi discepoli ad andare ben oltre la semplice reciprocità, apre la prospettiva su un modo di vivere basato sulla gratuità del dare e sulla gratitudine per il ricevuto; in fondo, indica un’esistenza conforme all’atteggiamento di Dio, che “fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni, e manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti”, senza ricatti, senza baratto e, paradossalmente, senza pretesa di assolutezza: non è richiesto l’impossibile.
Questo è anche ciò che l’apostolo Paolo esprime, contrapponendo Legge e Vangelo in Galati: in Cristo ebrei e non ebrei, schiavi e liberi, maschi e femmine (3,28) sono ugualmente riconosciuti, incondizionatamente e indipendentemente dalle loro qualità, essendo loro offerta la libera adozione filiale (4,5). Unico compito: lasciare che si compia il necessario, secondo la logica delle beatitudini.
Mi spiego: se intendo il Discorso della Montagna come un’ingiunzione a fare sempre di più, rimanendo nello stato d’animo del contabile, volendo fare sempre di più della stessa cosa nel bene, sempre di più, sempre meglio, giungo inesorabilmente alla constatazione schiacciante di non poter essere perfetto in questo senso. Come bene illustra San Paolo: Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,19).
Se l’impossibilità di raggiungere la perfezione m’induce al senso di colpa, e l’accettazione fiduciosa di una gratitudine incondizionata offerta da Dio mi serve solo per mitigare la colpa e la paura, allora può darsi che tutto ciò che mi compete non sia ancora compiuto…c’è qualcos’altro nella Parola che devo ancora ascoltare.
Come è perfetto il Padre celeste? Non “quanto”, ma “come”: facendo sorgere il suo sole su tutti, buoni e cattivi … e offrendo la sua pioggia a tutti, giusti e ingiusti.
Qui troviamo l’accoglienza incondizionata e gratuita in cui l’apostolo Paolo riconosce il Vangelo stesso, la Buona Novella dell’adozione filiale. Ed è proprio questo che ci rende “figli e figlie del Padre celeste”. Nel “come” ci si relaziona al prossimo, noi possiamo portare a compimento il “quanto” che ci è affidato. “Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,15): è sempre lo stesso “come”.
La felicità annunciata dalle Beatitudini non è una ricompensa da guadagnare al prezzo della conquista di un’ipotetica perfezione giuridica, morale o spirituale, al contrario è una possibilità offerta a tutti coloro che decidono di adottare quel paradigma.
Abbiamo abbastanza fiducia nel Signore e in noi stessi per accogliere incondizionatamente il Discorso della Montagna? Per aprirci alla gratitudine e alla riconoscenza? D’altronde, solo così potremo aspirare ad essere compiuti come “figlie” e “figli” del Padre celeste.

Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
A ciascuno il “come” della compiutezza.

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Scarica qui il commento al Vangelo del 19 febbraio 2020

Giustizia e giustificazione

Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei …

12 febbraio 2023 – VI Domenica del Tempo Ordinario
Mt 5,17-37; 1Cor 2,6-10

Noè fu probabilmente il primo “giusto”, identificato come tale, nelle Sacre Scritture (Gn 6,9).
Strettamente parlando non era un uomo religioso secondo la nostra concezione moderna di religione; in questa fase della storia dell’umanità, infatti, nessuno parlava ancora di liturgia, né di preghiere, né di popolo di Israele, ma solo di offerte alla divinità, per ingraziarsela o per ringraziarla.
Nella Bibbia è espresso con chiarezza ciò che piace a Dio e ciò che non gli piace. La condotta di Noè è dunque gradita a Dio, in quanto obbedisce all’intenzione divina di perpetuare la vita sulla terra, nonostante la ferocia e la depravazione degli esseri umani.
Nella tradizione giudaico-cristiana un uomo è identificato come “giusto” per il modo in cui sta “davanti a Dio”. Per esempio, i giusti sono Zaccaria ed Elisabetta, i genitori di Giovanni Battista (cfr Lc 1,5-6), giusto è Giuseppe, lo sposo di Maria (cfr Mt 1,19), giusto è Giuseppe d’Arimatea (cfr Lc 23,50). Fondamentalmente sono giusti perché ascoltano Dio, gli obbediscono e agiscono con misericordia.
La giustizia è intesa nella Bibbia come un intreccio di disposizioni, condotte e atti tesi alla salvaguardia della vita, dell’amore per il prossimo e della verità ultima di Dio.
Ma la capacità di discernimento del “giusto” mette in discussione, a mio parere, qualunque uomo o donna, credente o meno, e di qualsiasi religione, perché il tema della giustizia è trasversale all’intera umanità. Questo è il motivo che ha dato origine a tutte le forme di leggi scritte.
Distinguere gli elementi di giustizia e mettere in atto condotte “giuste” implica la presa di posizione personale in tutte le situazioni del presente di cui si è testimoni.
Nella prospettiva neotestamentaria, in particolare, nella persona del “giusto”, lui o lei che sia, il Signore si dà ad ascoltare, in tutti i luoghi e in tutti i tempi del nostro mondo. In qualsiasi situazione bloccata, invivibile, di conflitto, in presenza o meno di vittime sacrificali, sarà sempre un “giusto” a dire la verità in quella situazione o agirà al fine di renderla manifesta e operante.
Il “giusto” non obbedisce a parole d’ordine, né a slogan, non segue nessun altro uomo o donna, semplicemente cammina davanti a Dio, al cospetto di Dio, con Dio, esattamente come i discepoli di Emmaus.

Leggendo Matteo mi accorgo che c’è un’alta probabilità di suscitare forte disaccordo, se facciamo della predicazione di Gesù la base del nostro discorrere. In effetti Gesù, che incarna l’irruzione del regno di Dio, l’avvento della giustizia divina nella nuova alleanza, entra in rotta di collisione con il senso umano della giustizia, compresa quella retributiva dei tempi di Mosè.
Il punto di rottura è descritto attraverso sei antitesi che, radicalizzando la legge mosaica, ne rovesciano totalmente la prospettiva. Gesù contesta una cattiva comprensione della giustizia divina e propone un modo nuovo di intenderla. E già questo può essere fonte di profondo disaccordo con chi pensa che la legge di Mosè sia verità immobile perché Parola di Dio.
Ora, appunto, non esercitare la ragione della mente e del cuore riguardo alla legge di Mosè, significa farne un tabù, trasformando paradossalmente le norme in idoli; probabilmente è ciò che intende Gesù quando dice “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27).
Gli idoli sembrano fatti apposta per rovesciarli, nel tentativo di recuperare le prospettive prime.
Gesù radicalizza la legge mosaica per mostrarne tutta la portata. Parte da un terreno comune: “Avete inteso che fu detto non uccidere” – e già su questo non siamo tutti d’accordo, visto che si continua a farlo.  Gesù radicalizza qui la legge, mostrando che la prospettiva divina è il pieno rispetto dell’altro dal punto di vista fisico e morale: non solo non uccidere il vicino, ma nemmeno fargli del male; non solo non fargli del male fisicamente, ma nemmeno insultarlo; non solo non insultarlo, ma non umiliarlo – che significa ucciderlo interiormente, per esempio dandogli del “pazzo”.
Ciò che Gesù contesta è una visione letterale e semplicistica della legge, che consiste nel rispettarla senza comprenderne l’intenzione; si chiarisce che la giustizia degli uomini è solo un passo verso la convivenza pacifica, un passo necessario, per orientare un’etica francamente povera, ancora debole.
“Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!”
Gesù spinge il suo “metodo” a far rilevare ciò che realmente motiva la tendenza ad osservare la legge: la paura (della polizia, del magistrato, dell’agenzia delle entrate…), perché in effetti chiunque commette un reato rischia di essere sottoposto a giudizio. La paura della condanna può essere un buon motivo per non uccidere, ma rimane pur sempre una motivazione estrinseca, troppo debole per non condurre alla degradazione della nostra umanità. Ecco perché prima che sia messo in moto il meccanismo del rispetto della legge scritta per paura della punizione, dev’essere pronta l’apertura alla giustizia divina che pone in anticipo le fondamenta della pace: mettiti d’accordo prima, perché dopo sarà troppo tardi.
Anche la proibizione dell’adulterio è un passo necessario ad una umanità eticamente debole. Come si può non dedicarsi lealmente a chi veramente amiamo e stimiamo in tutta la ricchezza della sua personalità? Certamente non è una storia che può riguardare solo l’aspetto fisico passionale…
La falsa testimonianza, ancora una volta, è la chiara prova che le relazioni umane sono purtroppo ampiamente vissute all’insegna della slealtà. Questo spiega l’incessante richiesta di giustificazione…e le spese in avvocati…
Infine, Gesù ricolloca al proprio posto la famosa legge della ritorsione. Se io cavo un occhio al mio nemico, certamente non sarà il mio occhio cavato da un suo parente a risolvere il problema dell’occhio mancante dell’uno e dell’altro. L’occhio per occhio, nel senso della vendetta, è una strategia che permette solo di ritrovarsi tutti ciechi.
Nella nuova alleanza siamo già giustificati, perché il peggio del peggio possibile all’uomo è già avvenuto: condanna, tortura, morte di Cristo. Ma è anche già avvenuta l’uscita dal peggio: la resurrezione. Quindi, se ancora oggi sulla terra si punisce, si tortura e si uccide, è perché l’umanità è dominata dalla paura del male e della punizione e non è capace di accettare l’idea che il Cristo sia risorto.
Siamo deboli, è vero, ma si tratta di non essere anche stupidi, reagendo in maniera primitiva e banale con i nostri impulsi di prevaricazione. Abbiamo istinti forti, originariamente maturati in favore della vita e dell’acquisizione di una sempre maggiore libertà di movimento, di pensiero, d’invenzione e di espansione della coscienza. Negare questa evidenza vuol dire regredire in cerca di giustificazioni per le nostre ingiustizie.
Se la nostra giustizia non supera la logica del “quel che fatto è reso”, rimaniamo ancora nell’ambito della ricerca di giustificazione (o punizione) e continuiamo ad esercitare una giustizia debole o addirittura ingiusta.

Leggere la Bibbia è un’“arte applicata”. A che serve leggerla, se non si fa luce sulle situazioni in cui viviamo le nostre relazioni e le domande specifiche che sorgono nel nostro tempo? Non ci sono circostanze più “religiose” o più “spirituali” di altre. Ovunque l’uomo è chiamato in causa, Dio fa sentire la sua voce. Avete inteso che fu detto…
Non è cercando giustificazioni, che si diventa giusti, Noè l’arca l’ha costruita prima del diluvio, perché ha saputo leggere il suo presente. Zaccaria ed Elisabetta, il loro rapporto coniugale l’hanno costruito prima che nascesse il figlio Giovanni; Giuseppe ha deciso di accogliere Maria, perché aveva costruito prima la sua capacità di amare: era un uomo giusto. Giuseppe d’Arimatea era un uomo misericordioso e andò da Pilato a richiedere il corpo del Cristo deposto dalla croce per seppellirlo. Probabilmente perché si sentiva parte del regno di Dio: nella nascita, nell’esistenza, nella morte del corpo e nella vita che scorre oltre e attorno a tutto questo.

E credo che ciascuno di noi abbia avuto, almeno una volta nella propria esistenza, il sentore di essere parte del mistero della vita.

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La luce e il sale

5 febbraio 2023 – V Domenica del Tempo Ordinario
Mt 5,1-12; 1Cor 1,26-31

In politica, e non solo, l’arte di parlare in pubblico è essenziale. Uomini in grado di galvanizzare le folle con la semplice forza della parola pronunciata con eloquenza e convinzione. Pretendiamo lo stesso dai nostri pastori di oggi quando predicano? Da giovane ricordo grandi raduni cristiani in cui un predicatore infuocato, di fronte a una folla enorme, invitava il pubblico a donare la propria vita a Gesù, il tutto con un sottofondo di musica carica di emozioni. Tuttavia, accettare Cristo come salvatore e maestro non è una questione di retorica o di sentimento, ma una questione di sincerità.
Cosa resta se la bella musica si ferma? Soprattutto dove risuona la musica? Fuori o dentro?
In psicologia si dice che la motivazione può essere estrinseca o intrinseca; quindi, ci risiamo con il sale e la luce. Il significato non è diventare sale e nemmeno diventare luce, come dire passare da sale insipido a sale saporito e da lampadina fulminata a torcia a led; voi siete sale e luce, probabilmente è un discorso che illustra la realtà di ciò che siamo, in maniera essenziale
Chi sono? Come agisco? Quali sono le mie azioni che potrei considerare di gloria al Padre? È interessante e ammirevole che Bach scrivesse alla fine delle sue composizioni SDG: Soli Deo Gloria; è ancor più interessante, commovente e degno di memoria che il giudice Livatino, ucciso dalla mafia, scrivesse sui suoi appunti STD (Sub Tutela Dei): due modi senz’altro diversi di rendere gloria a Dio, tenendo accesa ciascuno la sua lampada: uomini diversi, chiamati a compiti diversi, collocati in due campi profondamente differenti della vita.
Ognuno risponde e reagisce da sé a ciò per cui si sente chiamato; credo in ogni caso che esista una vocazione per ciascuno di noi, declinata negli infiniti modi delle nostre esistenze personali.
Il passo del Vangelo in lettura oggi si trova subito dopo le Beatitudini; Matteo probabilmente scrisse dopo la caduta di Gerusalemme, tra il 70 e l’85, soprattutto per i cristiani di origine ebraica, residenti in Siria, che versavano in serie difficoltà, minacciati dal dubbio e dalla stanchezza. L’evangelista affronta il tema della forte critica proveniente dalla sinagoga farisea e la questione dell’apertura della giovane comunità cristiana ai non ebrei.

“Voi siete il sale della terra”: come sempre sono possibili diverse letture. Nella Bibbia si parla di “alleanza di sale”, cioè indistruttibile; nel Libro dei Numeri Dio dichiara ad Aronne: “Questa è un’alleanza di sale eterna davanti a Yahweh per te e per la tua discendenza con te” (Num 18,19). L’espressione si trova nel rituale religioso: tutte le offerte presentate a Dio devono essere salate con “il sale dell’alleanza del tuo Dio” (Lev 2,13). Da questa prospettiva di senso, i discepoli danno sapore al mondo e ne assicurano la sopravvivenza davanti a Dio. Ma se perdessero lo spirito delle Beatitudini elencate appena prima di questo brano, perderebbero tutto il sapore.
Un’altra interpretazione tiene conto di una pratica agricola attestata in Egitto e in Palestina: il sale veniva aggiunto al concime per renderlo più capace di fertilizzare la terra. In quest’ottica, il sale simboleggia la saggezza che rende le persone più capaci di portare frutto. Questa interpretazione è forse più prossima a noi quando ci capita di dire “senza sale in zucca”, che letteralmente significa “essere stupido”, perdere la saggezza (saggezza, sapienza, da sapere). Come il sale mischiato al concime, fertilizza la terra, così la fede dei discepoli, grazie alla saggezza ricevuta da Gesù, aiuta le persone a far fruttificare la propria vocazione. 
Il sale ha anche un effetto sterilizzante e purificante, come quello che Eliseo getta nella sorgente di Gerico, che resta purificata “fino ad oggi” (2 Re 2,19-22). Il Vangelo di Marco sembra riprendere questo principio. “Abbiate sale in voi stessi e vivete in pace gli uni con gli altri” (Mc 9,50). I discepoli, in questo caso, non sono qualificati innanzitutto come sale della terra, ma sono invitati a diventare “saggi”, cioè sostanzialmente ad avere “sale in zucca” (e a non fare sciocchezze per sé e per gli altri). Ma come possono essere saggi, se non riconoscendosi discepoli di colui che è la Sapienza di Dio in persona, cioè il Cristo risorto? 

“Voi siete la luce del mondo”: l‘immagine della luce, nel libro di Isaia, si riferisce alla vocazione di Gerusalemme, città di luce posta sul monte per attirare i popoli a Dio (Is 60), e alla vocazione di Israele, “luce delle nazioni” (Is 42,6 e 49,6). Per gli ascoltatori ebrei del Vangelo, è la Legge di Mosè la luce del mondo (Sap 18,4). Il paragone con la lampada, fatta per essere vista, dice che mostrare questa luminosità è un dovere per il discepolo di Gesù. La luce non deve essere riposta, come si faceva anticamente con la lampada, che veniva riposta in un piccolo armadietto (il moggio), quando non veniva utilizzata; viceversa dovrebbe essere ben visibile, illuminare l’interno e irradiare verso l’esterno. Il versetto 16 specifica la natura di questa luce: le opere buone; non si tratta tanto di una condotta conforme alla Legge, quanto piuttosto del timore di Dio e della pratica della giustizia, del bene, delle “opere di misericordia”. Così nel Siracide è detto: “Chi teme il Signore è giustificato; fa risplendere come una luce le sue buone azioni” (Sir 32,16). Non si tratta di ostentare le proprie virtù, ma di aiutare le persone a scoprire che in loro brilla una microscopica scintilla, emanata direttamente da Dio e dalla sua Parola, in grado di illuminare le tenebre che li circondano. Per gli ascoltatori di Matteo le “opere buone” sono, come affermato poco prima nelle Beatitudini, fonte di gioia: bisogna viverle, spetta a noi annunciare il regno dei cieli, che è già qui, l’hanno già inaugurato (!) e la porta, per quanto stretta, è aperta.
Il Cristo, attraverso Matteo, si rivolge ancora oggi ai cristiani che, per paura o tiepidezza, non rendono testimonianza al Vangelo; l’invito è a rimanere saldi.

Scarica qui il commento al Vangelo del 9 febbraio 2020

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Rallegratevi ed esultate

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29 Gennaio 2023 IV Domenica del Tempo Ordinario
1 Corinzi 1,26-31; Matteo 5,1-12

Trovo sempre sorprendente che la croce, uno strumento di tortura e di morte, sia diventato il simbolo del cristianesimo. Sarebbe come se invece della Marianna, simbolo nazionale, la Repubblica francese, avesse adottato la ghigliottina. O come se, invece della fiaccola della libertà, gli USA avessero adottato la sedia elettrica… o come se… il cappio, il fucile, la spada, le camere a gas, o le bombe, la guerra, fossero i simboli di altrettante liberazioni.
Una follia!

All’epoca di Paolo, i gentili non riuscivano a capire come la morte di un semplice giudeo potesse essere il punto culminante della storia, mentre gli ebrei non potevano concepire che la crocifissione del Messia tanto atteso fosse il mezzo con cui Dio stabiliva il suo Regno.
Per noi, oggi, la croce è ancora follia, sia per quelli che non credono, che per quelli che credono. O ci si considera “non così cattivi” rispetto agli altri, e quindi non si ha bisogno di essere “perdonati” da Dio, oppure si pensa di potersi riscattare con Dio attraverso i punti accumulati facendo cose buone. In entrambi i casi, la semplicità del messaggio della Croce è stoltezza: “Dio, infatti ha tanto amato il mondo da dare (gratis) il suo unigenito Figlio, perché chiunque (il pagano e il religioso, il greco e il giudeo) creda (l’unica cosa da fare) in lui (nessun altro) non perisca, ma abbia vita eterna” Giovanni 3,16.

Penso che la complessità delle Scritture ci riporti alla complessità della nostra esistenza; invita a moltiplicare i sensi, le interpretazioni che, lungi dall’essere opposte, si arricchiscono.
Possiamo ascoltare l’ingiunzione di Gesù a lasciare che i morti seppelliscano i morti… e tornare alla vita. La mattina di Pasqua, Maria Maddalena volta le spalle al sepolcro e accoglie la potenza della risurrezione. Gesù guida verso la vita, cioè verso il futuro. E se la risposta di Gesù sembra scandalosa, è piuttosto la morte ad essere scandalosa.
Perché, a dire il vero, i morti non possono seppellire i morti, ma noi possiamo seppellire ciò che è morto in noi, ciò che ci impedisce di volgerci alla vita.
E se alla fine il rispetto di chi ci ha lasciato, di chi abbiamo amato, non fosse solo quello di andare alla tomba, ma di testimoniare con le parole e l’agire la fine del lutto e la ripresa o la continuazione della vita?
Si attraversano lutti e ciò che seppelliamo è l’attaccamento a quello che non esiste più;  l’amore non cancella il dolore, (semmai cancella l’odio); ma quel che un dolore così attraversato lascia a chi ama, è la vita, presente in tutti i testi biblici, nei Salmi e anche nei Vangeli.
C’è nel Discorso della Montagna una poesia che sa cantare la vita, ricordandoci la nostra umanità, riconciliando le nostre emozioni in una prospettiva che gli uomini, abbandonati a se stessi, difficilmente possono maturare: “felici quelli che piangono perché saranno consolati”.

Gesù sale su un monte, va a ridefinire o meglio ad “adempiere la legge”; già nel primo Testamento, quando Dio pronuncia le 10 parole, inizia presentandosi: “Io sono il Signore Dio tuo che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitù” (Es 20,2): la liberazione precede la legge, come per indicare che i dieci comandamenti non schiavizzano, ma liberano. 

Il paradossale “beati” che per nove volte si oppone alla logica umana, è lo stesso del primo salmo: “Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma sulla via dei peccatori, e che non siede sulla panchina dei beffardi, ma che trova piacere nella legge del Signore e medita la sua legge giorno e notte!”

Non si tratta semplicemente di un’allegria beata e nemmeno di un discorso sciocco da rivolgere a un pubblico credulone. È una dinamica che implica l’andare fino in fondo, camminando rettamente; è poesia che manda in frantumi ogni rappresentazione facile, banale troppo mondana.

Dichiarare felice chi soffre è sopore della coscienza, sottomissione… oppio, come disse il buon vecchio Marx, malgrado tutto ancora inserito in un retroterra culturale che prevede vittime, sacrifici e predominio di una classe sociale sulle altre, fosse anche quella di coloro che per ricchezza hanno solo i figli.

Nel Discorso della Montagna non c’è solo promessa di una felicità dopo la morte, e non c’è traccia d’invito al predominio per qualsivoglia umano o classe sociale; c’è l’indicazione per essere in cammino al momento presente, facendosi parte attiva in un superamento di tutto ciò che è morto in noi e tendiamo fatalmente a conservare. 

Le beatitudini sono un canto alla vita, non al grigiore del vittimismo; raccontano la possibile felicità, nonostante tutti i nostri limiti, la felicità di chi si accorge che altri valori sono belli e pronti, senza necessità di abbandonarsi alla disperazione, al pessimismo, al male, alla prevaricazione degli uni sugli altri, dei morti sui vivi.

Se tutte queste affermazioni sono paradossali, se si scontrano con le immagini convenzionali di felicità è perché non esiliano la realtà della condizione umana.

Troppo spesso ci prendiamo per superuomini e per superdonne, per divinità olimpiche, costantemente tentate di voler controllare e risolvere tutto. I fallimenti su questi obiettivi irrealistici portano o a disprezzare gli altri o a disprezzare se stessi.
Le parole di Gesù sovvertono l’attesa. Se, nel nostro mondo, i primi tendono a schiacciare gli ultimi, il Nazareno indica che invece ce ne possiamo prendere cura e saremo più felici noi con loro.
Vivere con il peso della morte di altri sulle spalle non corrisponde a quel “beati” che ricorre nella Bibbia. Ne sono certo. Al contempo qualsiasi criminale d’improvviso vedesse come stanno le cose, avrebbe ancora una possibilità di appello. E prima di morire definitivamente.

Qualunque sia la situazione che potrebbe rinchiuderci, le parole del Nazareno stanno forzando le soffocanti catene della nostra sciocca ostinazione.

Le beatitudini vanno articolate con il resto del discorso di Gesù. C’è una connessione tra la beatitudine e la Legge, che il Cristo viene ad esplicitare proprio sul tema della giustizia, ma né la legge, né la giustizia sono prerequisiti per la felicità, sono piuttosto la loro promessa e la nostra premessa: il che cambia di molto la prospettiva e rovescia ogni banalità.

Gesù non introduce un’altra legge qualunque, ridefinisce la legge dell’eccesso: “Avete inteso che fu detto: ‘Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico’. Ebbene, io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano” (Mt 5, 43-44). Solo una legge dell’eccesso può risolvere il paradosso della felicità promessa e siamo di fronte ad un altro orizzonte, sul quale assistiamo al divampare di quella forza del Regno, come fosse la prima scintilla che fa scoprire il fuoco al primo uomo. E allora può succedere: “Felici coloro che piangono”, “Felici coloro che hanno fame e sete di giustizia” …
Ma allora qual è la posta in gioco di queste Beatitudini?
Cosa può farci rivivere?
Rendersi conto che è beato colui che vive in pienezza: si potrebbe quasi dire che siamo vivi “grazie” ai nostri limiti.
Se ci toccano da vicino i destinatari delle beatitudini, è piuttosto la mancanza di qualcosa ad essere al cuore di ciò che rende vivi. Quella mancanza, quell’arsura, quella sete che sole possono renderci disponibili a scorgere l’acqua. 

Che uno sia povero in spirito, mite, afflitto, assetato di giustizia o puro di cuore, tutti sono in situazione di mancanza e tutti l’abbiamo probabilmente sperimentata; quando siamo in sovrabbondanza di successo, di potere, di ricchezza, diventiamo saccenti, arroganti, fanfaroni, senza rimorsi, astuti e prevaricatori, non abbiamo più niente da desiderare, niente più da cercare, nessuno spazio per noi stessi, per gli altri, e tantomeno per Dio. Niente può farci più cambiare, metterci “in movimento”, recuperare il motivo di tanto sforzo.

La sedia elettrica, il cappio, il fucile, la spada, le bombe, le camere a gas, le torture, le guerre, sono allo stesso tempo un tragico equivoco e il fallimento dell’uomo, che si ostina a vedere negli strumenti di morte la via per la vita.

Il Discorso della Montagna è una potente, insistente sveglia, tesa a ridestarci all’inizio di un nuovo ordine della realtà, per rovesciare il nostro personale status di vittime, sacrificate, morte per la realizzazione di non si sa bene più che cosa e per chi, divenute insoddisfatte, in una storia infinita di aridità, inquietudine, ribellione, complicità con ogni sorta di errori ed orrori.

Allora l’eccesso del Nazareno, la sua croce, diventano il chiaro simbolo non della stoltezza di Dio, ma dell’uomo, che continua a mettere in croce gli altri e se stesso, mietendo vittime, quando il Signore ha già mostrato duemila anni fa di voler essere l’ultima vittima sacrificale… perché gli uomini imparassero finalmente a dirsi “beati”, “felici”, vivi.

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