Per la Domenica delle Palme
5 aprile 2020
In compagnia della Parola, al Capitolo 26 di Matteo, mi soffermo su pochi versetti:
“Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”[1].
In quella serata di passione, tutto è estremo: Gesù dà il suo corpo come cibo per la vita, Giuda vende il corpo del suo maestro, probabilmente sapendo che sarà messo a morte.
Le parole scambiate in quel momento rivelano il senso di quel tempo: parole estreme, in una condizione estrema; Gesù parla nel registro “giusto”, adatto alla Sua passione, che sta iniziando.
La passione del Cristo è anche un momento per “depersonalizzare” l’umano; appaiono, come in una sorta d’incantesimo del pensiero, le grandi entità impersonali: la religione costituita, la predicazione, l’impero, la società, il popolo.
La folla si muove oscuramente e i gruppi che la costituiscono vanno e vengono: anziani, farisei, romani, discepoli, seguaci, guardie.
I comportamenti individuali sembrano dissolversi e confondersi nella massa in movimento della grande struttura: le classi sociali, il potere politico, il potere economico, il potere militare.
Chi è in grado di distinguere il vero dal falso, l’onesto dal disonesto, la buona dalla malafede?
A Colui che è stato venduto per trenta denari, la massa cercherà di distruggere dignità e persona: sarà un condannato a morte, colpevole agli occhi della massa, tanto da meritare la crocifissione come qualsiasi altro criminale: ladri, rapinatori, omicidi, sobillatori, ribelli.
Gesù appare come uno di quegli ebrei irrequieti, di fronte ai quali il potere romano non fa particolari distinzioni.
Le umiliazioni fisiche: frustate, trafitture, insulti e torture varie impongono la perdita dell’aspetto umano. Questo continuerà a valere anche nei secoli a venire, dopo il primo dell’era cristiana; rimarrà tragicamente vero che per realizzare un omicidio deciso da molti, ci si assicurerà sempre di squalificare in gruppo la vittima – fisicamente e moralmente – fino a degradarla agli occhi di tutti. Questo atroce delitto viene compiuto solo per falsificare la verità e fare in modo che la colpa reale sia “di nessuno”.
Ma Gesù, il Cristo, resiste a questo movimento.
La Sua Parola rimane sempre personale e si rivolge sempre a qualcuno.
Giuda lo sa, non sbaglia, sa di essere interpellato e, infatti, chiede: “Sarei forse io, Rabbi?”
Come a Giuda, Gesù si rivolgerà, nello stesso modo, a Pilato e al sommo sacerdote.
Quando la tendenza generale è alla dissoluzione di tutti in un collettivo diffuso, la parola rivolta a qualcuno, specificamente, può risuonare tremenda.
E quando la risposta risuona come un rifiuto consapevole, si attua la catastrofe personale e, dentro il mondo, la catastrofe può essere totale.
Gesù si rivolge a Giuda. Giuda sa.
Matteo è l’unico evangelista che parlerà, in seguito, del rimorso di Giuda, quest’uomo che cercherà e troverà sacerdoti e anziani; ma questi religiosi personaggi lo lasceranno solo con la sua disperazione e Giuda si impiccherà.
Cosa avrebbe potuto dire Giuda a se stesso, nel momento in cui l’esatta consapevolezza della sua responsabilità gli si era manifestata in tutta lucidità?
Non sappiamo cosa si disse, ma il suo atto suicida ce lo fa supporre:
“Non posso più vivere, sono di troppo; guai a me, non si può sbagliare fino a tanto!”
Questo suicidio è lo specchio delle parole già pronunciate da Gesù: “Ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”
Gesù rivela prima del fatto, il tipo d’intenzione che travolgerà Giuda, nel mondo, progressivamente e fino al momento del suicidio.
Cosa vuol dire tutto questo?
Continuiamo a raccontarlo, perché anche noi continuiamo a piazzare Giuda all’inferno, come fece il buon Dante Alighieri?
Certamente no: nulla è dato sapere sulla sorte di Giuda nel tempo dell’eternità, tuttavia coltivo uno spiraglio di luce, di speranza.
Anche se abitato da intenzioni catastrofiche, Giuda non fu solo; un altro, il Cristo, aveva pronunciato queste parole davanti a lui, e con lui.
Gesù non inventa nulla, riprende le stesse parole di altri amici di Dio: di Giobbe, che, al culmine della sventura, invocò come preferibile la propria morte al momento della nascita[2], e di Geremia, che maledisse il giorno in cui fu concepito.[3]
Sono Parole estreme, pronunciate davanti a Dio, da servitori di Dio, stremati dall’angoscia.
Gesù le riprende, perché sono già state abitate da uomini di Dio, che hanno avuto l’audacia di lanciarle al Signore, loro vero interlocutore.
Presto anche Gesù sulla croce dirà parole estreme, che un famoso salmista osò scrivere e offrire come preghiera; Gesù griderà: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”.[4]
Parole estreme, gridate in condizioni di disperazione estrema: Gesù le fa sue, diventano anche queste Parola del Figlio al Padre.
Da questo capisco che non esiste più nelle nostre vite un estremo di sofferenza, angoscia o dolore, che non sia stato visitato dal Cristo, che non possa da Lui essere provato, riconosciuto, espresso, compreso.
Misteriosamente, prima che Gesù muoia appeso al legno della croce, Giuda muore appeso ad una corda.
La passione ce lo mostra: nessun essere perso ai confini dell’umano, del dicibile, del fattibile, è solo. Cristo si avvicina a tutto, a tutte e a tutti, e pronuncia ogni parola, tutte le parole.
Anche quelle della solitudine, dell’abbandono, del dolore; non ci sono parole scomposte o parole sbagliate. Il grido verso Dio esprime tutta la nostra umanità. Così, com’è.
Gridate, se volete gridare, urlate il vostro dolore, anche nell’oggi in cui molti sono in lutto, piangenti per genitori o parenti o amici portati via dal virus, ma vi prego gridate rivolti al Cristo.
Il grido sale anche oggi dalla terra ed è ancora la nostra umanità che grida e prova, anche nello sconforto, a rivolgersi come può al Padre, in compagnia del Cristo, e con le sue parole.
[1] Mt 26,24.
[2] Cfr Giobbe, capitolo 3.
[3] Ge 20,14-18.
[4] Sal 22,2.
Per Pasqua
12 aprile 2020
Vuoto e crisi
La sospensione generale delle celebrazioni liturgiche alla presenza fisica del sacerdote e della comunità dei fedeli fa emergere alla mia attenzione due questioni che mi stanno a cuore.
Da una parte la sospensione colpisce la tendenza idolatrica di un certo ethos del cattolicesimo: come fare ora, che siamo impediti a godere della presenza reale del Cristo nella Messa e proprio nel luogo di culto edificato in Suo Nome?
Dall’altra parte la sospensione ferisce l’identità della Chiesa cristiana e missionaria, nella sua convinzione di essere l’unica autentica beneficiaria dell’Alleanza: come fare a meno delle celebrazioni liturgiche, fonte di testimonianza di cui si sostanzia la funzione sacerdotale dei presbiteri?
La risposta alla prima questione non ha tardato ad arrivare: seguiamo la Messa alla televisione o in diretta live sui social network; la domenica o anche tutti i giorni.
La risposta alla seconda questione è meno evidente, tuttavia suona più o meno così: lavoriamo affinché i fedeli possano quotidianamente sentire la vicinanza dei loro pastori e usufruire di un sussidio per la preghiera nella “chiesa domestica”.
In qualche modo è ormai chiaro che esiste una chiesa domestica dislocata nelle case dei cattolici.
Ora ci troviamo in un periodo particolarissimo: una Quaresima dentro un tempo storico di quarantena.
La dimensione assoluta del sacrificio pasquale s’interseca con la dimensione relativa della coercizione alla riflessione personale, priva di confronto reale, non filtrato da dispositivi elettronici.
Siamo nella Settimana Santa.
Cosa si celebrerà domenica?
La risurrezione del Cristo.
Bene!
Si dice che la domenica abbia sostituito lo Shabbat. In realtà, lo Shabbat esiste ancora per noi, non è stato trasferito alla domenica, ma noi lo viviamo una sola volta l’anno nel Sabato Santo: giorno segnato dalla sospensione di ogni celebrazione.
È un giorno “aliturgico”, che non abbiamo imparato ancora a vivere: il Nazareno ha esalato l’ultimo respiro, viene sepolto, si entra nella grande notte della morte, nell’oscurità di ciò che non sappiamo ancora, ma che tendiamo a riempire con l’introduzione di “paraliturgie”, come il rito della sepoltura di Cristo, celebrato il Venerdì Santo in serata, tendente ad occupare progressivamente anche la mattina del Sabato Santo.
Cerchiamo di riempire il grande vuoto della mancanza, la desolazione di essere senza luce, senza vita, senza amici, perché privi di Colui che ci aveva detto di essere il figlio del Padre.
Questa percezione di dolorosa mancanza è così diversa dal non poter partecipare alla Messa e alla celebrazione del rito eucaristico?
Può veramente essere lenita davanti ad uno schermo o davanti ad una telecamera?
Schermo e telecamera sembrano adesso l’unica interfaccia della vita comunitaria della Chiesa.
Poniamoci una domanda – adesso abbiamo il tempo: da dove viene la vita delle nostre liturgie?
Da dove viene questa “presenza” alla quale ci teniamo attaccati, come aggrappandoci ad essa, perché la pensiamo solo come il contrario dell’assenza?
Da dove proviene il Cristo Risorto, se non dall’assenza, se non dall’invisibile, se non dalla morte, se non dalla mancanza?
“Oggi c’è un grande silenzio sulla terra”, leggiamo nella Liturgia delle Ore del Sabato Santo: è da quel grande silenzio che la Parola ci (ri)torna.
Perché allora tutta questa paura dell’assenza?
Perché non possiamo entrare dentro questa mancanza?
Forse perché, contrariamente a quanto professiamo, non abbiamo conservato lo Shabbat?
Forse perché non sappiamo, o non abbiamo mai saputo, che cosa fosse, com’era e cosa volesse dire fermarsi?
Fermarsi in tutto, cessare di attivarsi, perfino per ragioni pie.
“Fermatevi e sappiate che io sono Dio”: Salmo 45,11.
Ci fermiamo la domenica, ma per celebrare qualcosa che è diventato un “oggetto” della fede, mentre il comandamento dello Shabbat – un comando divino, inseparabile dal primo comandamento, che ci chiama ad ascoltare ed amare il Signore, il solo Signore, perché è il Signore – questo comando è caratterizzato dall’assenza di ogni altra tematica, di ogni altra ragione, di ogni attività. Il comando è tutto quel che c’è nel grande sabato:
“Fermatevi e sappiate che io sono Dio.”
La crisi che stiamo attraversando mette a dura prova il logos e il pathos cristiano: la compensazione artificiale dell’assenza dei sacramenti, proposta a volte frettolosamente sui social network, manifesta meno un bisogno reale, che una forma di patologia in relazione ai segni della fede.
Da quando possiamo separare i sacramenti dalla comunità che li celebra?
Se la comunità non può riunirsi, prima di fare spettacolo, approfittiamo di questo grande sabato per interrogaci sul nostro rapporto con i segni della fede, con l’istituzione e con il sacerdozio, se siamo sacerdoti. Interroghiamoci sul nostro battesimo, sul nostro rapporto con il Cristo.
Non rimpiangiamo che “la Pasqua di quest’anno non sarà celebrata”.
Perché siamo sempre “a Pasqua” e già ora è “a Pasqua”.
Siamo da sempre nel triduo pasquale. Siamo da sempre nel grande sabato. Come il Cristo, già vittorioso. Con il Cristo, già risorto.
Per la prima volta da molto tempo, possiamo davvero sperimentare cosa sia il Sabato Santo. Possiamo vivere un sabato senza fine, non sacramentalmente, ma esistenzialmente, come i discepoli.
“Lo sposo (ci) è stato tolto. Ora digiuniamo”.
Non lamentiamoci: abbiamo bisogno di meno “indulgenze” e di maggiore lucidità.
Anche di decenza abbiamo bisogno. Dopo l’abuso arriva il deserto.
Non c’è idolo, maschera di divinità tuttofare, garante delle umane missioni e compromissioni, sempre sorridente, sempre accogliente, e sempre non troppo esigente.
Non c’è divinità a nostra misura, o, come direbbe Dietrich Bonhoeffer, dio dalla “grazia facile”, da sacrificare in spettacolo quotidiano sui nostri schermi.
In questo momento c’è un’accusa da frantumare con la forza abbagliante della Parola che ritorna: l’accusa è quella di aver scelto l’apparenza del bene, l’idolo piuttosto che il vero Dio.
Lo Shabbat in questo senso è una crisi: una prova che obbliga a discernere e invita a cambiare, a vivere l’indomani, ma diversamente.C’è ben altro da temere che il “sistema” (sanitario o finanziario) collassi: il peggio sarebbe uscire da questa crisi come ci siamo entrati: immaginando di vedere. (Cfr Gv 9,41).
Per l’Ottava di Pasqua
19 aprile 2020
Toccare con mano
Domenica scorsa, giorno di Pasqua, il Vangelo ci ha riferito dell’atteggiamento di fronte alla tomba vuota di un discepolo anonimo, designato soltanto come “colui che Gesù amava”, chiamato anche “l’altro discepolo”. Colui che vide e credette. Affermazione spontanea e concisa.
Non si può reagire più velocemente!
Oggi lo stesso evangelista ci parla dell’atteggiamento di un altro discepolo, questa volta chiamato e soprannominato, Tommaso, Didimo (gemello). [1]
“Se non metto la mano … no, io non ci credo”: questa è la logica di Tommaso.
La sua è insieme un’affermazione e una reazione, che durano da otto giorni, rappresentando una condizione della mente e del cuore.
L’altro discepolo vede, eppure apparentemente non c’è niente da vedere.
Vede, cosa? Non si sa. Lui crede. Punto e basta.
Tommaso il gemello, invece, vuole la prova: gli sarà concessa.
Il primo crede in assenza della prova, il secondo ha bisogno dell’evidenza dei sensi ordinari, della prova materiale.
Sono due uomini diversi, non due comportamenti all’interno della stessa persona, i testi non dicono che a volte siamo nella condizione dell’uno, a volte dell’altro o in entrambe.
L’altro discepolo: sono io … forse tu? Tommaso il gemello: non sono io … forse neppure tu?
Gesù, con un garbato rimprovero al secondo, loda il primo:
“Perché mi vedi, credi. Beati quelli che non hanno visto e che hanno creduto.”
La questione non è misurare la volontà più o meno buona di accettare la risurrezione di Gesù.
La questione è radicalmente altra: quella della personale attitudine dei discepoli – e nostra – a “vedere”; a vedere oltre l’evidenza materiale e razionale.
Tommaso non si fida di ciò che dicono gli altri, vuole toccare con mano, perché non vede quello che gli altri vedono, vuole “provare” da solo, dopo aver rifiutato di credere alle parole degli altri, come chi, forse a ragione, non vuole sottomettersi per partito preso all’esperienza altrui; quindi, chiede, esige di toccare, di metterci le mani sopra. In questo modo ritiene di poter credere all’esperienza altrui, di afferrarne la realtà oggettiva. Il comportamento di Tommaso tende ad abolire la distanza tra l’assoluto e il relativo in modo che non ci sia nulla di non provato. Questa logica, che in fondo è quella del metodo scientifico, non tiene conto della possibilità che la capacità di vedere di cui parlano i vangeli sia qualcosa presente in tutti gli uomini, ma non in tutti continuativamente funzionante. Diciamo che somiglia un po’ ad un talento specifico: tutti lo hanno, molti lo scoprono, alcuni lo esercitano, pochi lo portano a perfezione.Mi chiedo, cosa ha visto Tommaso di Gesù durante il discepolato, se ora deve visitare le sue ferite per autenticarlo?Forse, di fronte allo scandalo della crocifissione, il dolore, l’amarezza, il senso di abbandono provati diventano una condizione fissa, apparentemente uno stato oggettivo immutabile.In fondo non sono rari coloro che vedono in se stessi e negli altri solo le tracce delle disgrazie e sembrano quasi essere infastiditi dall’arrivo di nuove, buone notizie. Sembra come qualcuno li volesse distogliere dalla commiserazione e disturbare la loro sofferenza.Ci sono persone che, incollate a questa abitudine, divenuta quasi uno stile di vita, non perdono mai un’occasione per partecipare ad un funerale, per poi costruire mausolei e diventare autori di elogi funebri, facendo così zampillare su se stessi le qualità che prestano agli scomparsi.Saranno questi quei morti che bisogna lasciar andare a seppellire i loro morti?Al culmine di questo processo, nel degradarsi del bisogno della prova, subentra un livore sordo e sarcastico, che si diletta delle battute d’arresto del mondo, per poi sbeffeggiare i presunti fallimenti altrui.Costoro preferiscono l’inerzia al movimento, l’immobilità alla creatività, l’intorpidimento alla passione. Il loro motto è: “Qui da noi abbiamo sempre fatto così!”L’Altro non risuona nelle loro parole.Costoro – come Tommaso avrebbe forse continuato a fare, se il Cristo non lo avesse liberato con un atto “educativo” veramente divino, un colpo da Maestro, solo a Lui possibile – costoro dicevo, controllano Dio, valutano gli uomini, chiudono la parola, dettano le verità.Nel Vangelo hanno l’impronta delle istituzioni e del potere, le caratteristiche dei farisei, dei maestri della legge e degli scribi: quelli che legano pesanti fardelli sulle spalle degli altri, perché conoscono il bene e il male. Didimo, prima che il Cristo Risorto lo tocchi, è così. Già: perché in realtà non sarà Tommaso a provare il Cristo, ma il Cristo mediante l’ennesimo abbandonarsi alla volontà del Padre, davanti all’incredulità, proverà Tommaso.Tommaso faceva molta fatica a vedere la via, la vita, la verità, probabilmente perché ne sapeva ancora molto poco. Come avrebbe potuto ammettere e accettare ciò che gli altri discepoli gli raccontavano della vita di Gesù, quando lui stesso era così poco vivo?Gesù risponderà alle lamentele di Tommaso: lo autorizzerà a mettere in atto la volontà di toccare le sue mani e il suo costato, perché il dono della vita va certamente oltre la ristrettezza delle vedute umane.
Tu vuoi mettere la tua mano su di me? Fallo! Sarai stupito – sembra quasi suggerire l’atteggiamento di Gesù – Tu non sai dove questo ti porterà…E accade il grande avvenimento: Tommaso improvvisamente sperimenta un Altro di fronte a lui: pensava di toccare un uomo, e invece si trova faccia a faccia con Dio: Altro assoluto rispetto ad ogni attesa.I fori nelle mani dell’Uomo Risorto rendono le mani di Tommaso impossibilitate a prendere, incapaci di afferrare, di appropriarsi del dono attraverso la prova. Tommaso voleva mettere le mani sulla carne dell’Altro: impossibile, non si possono mettere le mani sulla carne liberata, sulla Vita, sull’amore.
La ferita nel fianco del Redentore produce uno squarcio nel guscio di Tommaso, uno spazio, un posto per “essere al fianco”, per ritrovarsi al fianco, e finalmente vedere con occhi di altra natura chi è veramente il Cristo, che crea la distanza per mettersi in presenza dell’altro, lì dove la comunione può avere luogo.Beati quelli che non hanno visto e che hanno creduto.Beati coloro che credono senza mettere le mani sull’uomo e su Dio.Coloro che non hanno visto e che credono si renderanno conto.
Ora, tutti gli altri sono avvisati: possono essere portati dove non volevano andare.
Per la Terza Domenica di Pasqua
26 aprile 2020
Fece come se…
Due discepoli fanno strada.
Si allontanano dagli avvenimenti tristi e sconvolgenti che hanno vissuto negli ultimi giorni a Gerusalemme. Vanno. Per la loro strada.
Pellegrini, avanzano, continuano, vanno avanti con la loro vita, vagano per la loro storia.
Gesù si avvicina, viene a loro, si fa prossimo, cammina con loro: colui che hanno perso, l’altro, l’improbabile, li raggiunge. L’atteso si presenta quando non lo si aspetta più. Lo sperato appare quando non lo si spera più. Presenza reale, sorpresa, nel cuore dei nostri dibattiti e dei nostri combattimenti.
Qualcuno, là, rianima il cuore: miracolo della relazione autentica con l’altro, che fa avanzare in sua compagnia; un altro, là, che conforta e riconforta. Parola che dona di intendere, di comprendere, di ricominciare.
Egli fece come se dovesse andare più lontano…
Non c’è finzione qui, ma al contrario intento vero. Gesù non gioca. Il testo mostra una verità profonda. Gesù non simula il sorpasso, non nasconde che sta ancora facendo strada. Precede sempre, in Galilea. Cammino aperto: via, verità e vita. Dio non si ferma; desidera, prepara costantemente l’oltre: va oltre.
“Fece come se…”: è il velo prima dello svelamento, la sfocatura che precede la messa a fuoco, la nebbia del mattino prima della luce piena, l’ingarbugliato, precursore dell’evidenza. Delicatezza che precede la rivelazione. Cristo non si impone mai, rispetta in senso assoluto la decisione dell’altro, nell’attesa appassionata dell’invito; pronto, se l’uomo non lo chiede, a scomparire nella notte – nella riserva infallibile di se stesso per la libertà sovrana dell’uomo, nello scrupolo pudico per lo spazio dell’altro, che non viola lo spazio altrui. Dio errante, non riconosciuto, preparato al rifiuto. Non mette mai la mano sull’uomo.
Liberi noi, a immagine di Dio!
I due viaggiatori si sforzano di trattenere l’ospite: sta calando la notte ed è bello stare lì; vogliono ancora e ancora la presenza e sentire il loro cuore animato. È questa l’ora delle solitudini che temono l’abbandono. Diventa momento fatto di pane, di comunione, che consacra la conversazione, di riposo e di risposte.
Gesù, compagno nella condivisione del pane, ospite riconosciuto nel dono della propria carne, non può essere scoperto che nel culmine della sua incarnazione: dono di se stesso intero, corpo e sangue.
La manifestazione si svela. L’epifania si scopre nello stesso momento in cui si nasconde. Gli occhi dei due si aprono per non vedere più che loro stessi, uno di fronte all’altro. Capiscono che d’ora in poi il segno, il sacramento, è il fratello.
Questa comunione li rimette sulla strada, ripartono, confermati – ora – nelle loro vite: attraversano l’oscurità, corrono per confermare la loro comunità.
È il mistero delle nostre Eucaristie; ma spesso gli occhi, invece di aprirsi, sono accecati da un’abitudine quotidiana e banale. Dio – vulnerabile, in cerca di uomini – possiamo invitarlo, ma non tenerlo o conservarlo. Non lascia posare la mano su se stesso, fugge, fuori da ogni giogo o gioco, nell’inafferrabile.
Dio libero, a immagine della sua immagine…
E liberi noi, a sua immagine…
Per la Quarta Domenica di Pasqua
3 maggio 2020
Io sono la porta.
Le espressioni usate da Gesù per dirci chi è ci risultano familiari.
Alcune sono chiare e immediatamente comprensibili: io sono la via, io sono la vite …
Altre sono più astratte: io sono la verità, la vita …
Altre ancora sono delicate: io sono il buon – bel – pastore …
Quella di oggi, io sono la porta, è concreta, semplice…
E mi sorprende.
La Pasqua – come la porta – è un passaggio, anzi è IL passaggio: l’attraversamento di una condizione che sembrava impossibile superare; l’immagine simbolica di questo evento è l’uscita inaspettata da una situazione di schiavitù verso una terra promessa dove scorre latte e miele.
Ho ardentemente desiderato mangiare questa Pasqua con voi (Lc 22,15) – dice Gesù ai suoi discepoli.
Gesù ha desiderato mangiare la Pasqua con i suoi discepoli.
Cosa può voler dire mangiare IL passaggio, se non assorbire la traversata, ingoiare la frontiera? L’attraversamento non si può evitare, ed è proprio in questo passaggio che il Cristo si fa porta.
Come?
Assorbendo la maledizione, aspirando la colpa, assimilando il peccato. È così che distrugge tutto il male: con la Sua morte. Egli compie così l’opera, la completa, la “porta a compimento”, consumando il male; attraversa tutti i mali, affinché altri uomini possano attraversarli con lui, dietro di lui. Egli cammina alla loro testa.
Seguire le sue orme significa diventare capaci di trionfare sulle nostre schiavitù e ottenere la libertà, per saltare dalla distruzione alla vita.
Se qualcuno viene attraverso di me, sarà salvo – dice Gesù.
Il vicolo cieco della morte diventa una porta: il vicolo cieco del nulla si trasforma in apertura; la tomba non è più occupata, rimane vuota. Il passaggio è definitivo, perché in quel momento il cielo attraversa la terra. Non viceversa.
Il Cristo trasforma e supera l’antica Pasqua ebraica; Egli consuma, bruciandolo come sterpaglia, tutto il male del mondo, perché l’ha già preso su di sé, l’ha già subito – compiutamente – attraverso il supplizio della croce.
Ecco perché se uno entra attraverso di Lui, sarà salvo.
Lui, la porta, ci fa liberi, ciascuno, di entrare e uscire: Gesù non è il portiere o il guardiano, non è la serratura. Non è la chiave. È la porta. E la porta è senza potere: non decide chi passa. Si lascia attraversare.
Io sono venuto perché [le pecore] abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
Non c’è altra porta. Non ci sono altri, nessun altro. Né la Vergine Maria, né l’apostolo Pietro, e neppure i suoi successori. Non c’è altra porta: né un’istituzione è porta, né un sacramento può essere porta: solo il Cristo.
Con Lui attraversiamo l’invalicabile, per andare verso la sorgente della vita.
Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca; mi guida per il giusto cammino. Su pascoli erbosi mi fa riposare (Salmo 22).
Per la Quinta Domenica di Pasqua
10 maggio 2020
“Io sono la via, la verità e la vita.”
Sono parole impegnative. Per un giovane, per una famiglia, e anche per una Chiesa.
Cosa vogliono dire? Escludere altri, altre possibilità?
Sentire che esiste una via, una verità, una vita, non è forse pretesa eccessiva?
Come intendere e come vivere in questa Chiesa che afferma Dio essere conoscibile solo in Gesù il Cristo? Non è folle, scandaloso o pretenzioso operare discriminazioni tra religioni, tra filosofie, tra culture? Fare affidamento solo su una e una sola? Non riscontriamo, per caso, indizi, tracce e prove tipiche di un movimento settario?
Provo a rileggere.
Io sono la via, la verità e la vita.
“La via” è una possibilità di cammino aperta, l’invito manifesto ad intraprendere un percorso. Questa parola è la prima delle tre e nella Bibbia ciò che viene prima dà significato e sensi a quanto segue, come nel decalogo e nelle beatitudini: l’inizio è decisivo, è la chiave interpretativa.
S’intraprende la via ed è il cammino stesso che orienta, costruendo a poco a poco un percorso, quello di ciascuno di noi.
Se Gesù avesse detto per prima cosa: “Io sono la verità”, l’affermazione centrale avrebbe privilegiato il dogma, l’ideologia, il fondamentalismo, l’integralismo. Se avesse detto per prima cosa: “Io sono la vita”, l’affermazione avrebbe privilegiato il pensiero morale, sia in senso “pro-vita” che transumanista.
Io sono la via: è questa la Parola prima del contesto evangelico di questa domenica. Non può che trattarsi di imparare a camminare sui sentieri del Cristo, seguirLo come ricerca continua, in un processo che diventa progressione e approfondimento allo stesso tempo e ci porterà dove non sappiamo ancora mentre il nostro passo lascia impronte sul terreno.
Tutti sono chiamati a percorrere la via, a intraprendere il cammino, per conoscere e per incontrare il prossimo. Siamo invitati ad andare avanti, per scoprire un orizzonte nuovo che al momento non vediamo, o almeno, non vediamo una volta per tutte, ma passo dopo passo.
Seguire il Cristo è un cammino: non è una legge, non è un obbligo.
Gesù è la via di “colui che pratica Dio”, di chi pensa e agisce in quella direzione. Non dobbiamo invertire il senso: Gesù non è il Dio che ci frequenta e diventa un’occasione pratica per vivere: non è una persona potente da utilizzare. Cristo non è un modello umano da imitare, né un despota da subire, ma è il Dio che fa andare avanti, malgrado la nostra originaria pulsione all’inerzia.
Per i giovani e per i meno giovani, la fede cristiana non si dà come un’opinione valida una volta per tutte, che uno avrebbe o non avrebbe: la fede cristiana è una relazione, un processo, un cammino che Gesù Cristo apre, un percorso in compagnia del Dio vivente che si manifesta nelle donne e negli uomini che incontriamo, nelle situazioni che attraversiamo.
Camminiamo, ma non sappiamo dove il cammino ci condurrà, verso quale punto d’arrivo siamo diretti: la fede cristiana non si dà come un’assicurazione sulla vita, ma come un salto e un cammino continuo di cui non si conosce mai il seguito.
“Io sono, il cammino, e chi mi ha visto ha visto il padre”, dice Gesù.
Due discepoli reagiscono: Tommaso obietta: “Signore, non sappiamo dove stai andando”, e Filippo chiede direttamente l’impossibile: “Signore, mostraci il Padre e questo ci basta”.
Tutti potremmo avere l’una o l’altra delle due reazioni.
Tommaso è presente fin dall’inizio, ma non può credere alla risurrezione: è l’agnostico di oggi, sincero e scettico, ha bisogno di ragioni ed evidenze palpabili per credere.
Filippo è una di quelle persone che abitano la frontiera, prossimo dei Greci, che moltiplicano e declinano la rappresentazione del divino in tante forme. Filippo è il sincretista, per il quale c’è qualcosa di vero in tutte le religioni e in tutte le culture, ma a condizione che si possa dare al divino una funzione specifica, una faccia e un destino: il dio che porta fortuna, salute, bellezza, o che protegge quello contro quell’altro e viceversa.
Si tratta sempre della stessa tendenza che ci attraversa anche oggi. Di fronte alla necessità di operare una scelta, ogni giorno possiamo tendere a trincerarci dietro certezze o mode che sembrano o propongono di aiutarci.
“Io sono la via e chiunque mi ha visto ha visto il Padre”.
In Gesù, Dio si è rivelato contro l’evidenza e contro le opinioni che conferiscono al divino ogni “superpotere”.
In Gesù il Cristo, siamo invitati a camminare sulle vie del Dio vivente, che si dona nell’infinita ampiezza di un orizzonte senza confini e allo stesso tempo dentro la fragilità della condizione umana di ogni giorno.
Il cammino umano di Gesù lo condusse verso una morte violenta e prematura. La buona notizia viene controcorrente, letteralmente contro la corrente delle nostre rappresentazioni culturali di Dio. Colui che dovrebbe venire per elevarci oltre i limiti della nostra condizione umana è colui che viene ad unirsi a noi per camminare con noi, palpabile proprio lì dove la pianta dei nostri piedi tocca la terra, nei nostri passi, nei capricci e nelle tristezze della nostra vita come nella sua felicità.
Questo percorso continua a sconvolgere le nostre immagini di Dio e tocca le nostre vite.
La casa del Padre non è prima un al di là della fede e della vita, non è l’attesa di un’altra vita, ma la vita stessa nella sua relazione di amore e fiducia tra il Dio vivente e ognuno di noi.
Forse siamo persi nella ricerca di un senso, di Dio, nella paura, nella ricerca ossessiva di un orientamento evidente, identitario, certo, sicuro, che ci contraddistingua dagli altri.
“Io sono la via” dice Gesù: il cammino che costruisce, nella verità e nella vita; un cammino autentico, seguendo passi che non chiudono in una cittadella, ma si aprono verso la libertà, a servizio di coloro che incontriamo e con noi camminano.
Per la Sesta Domenica di Pasqua
17 maggio 2020
Io pregherò il Padre
ed egli vi darà un altro Paraclito
perché rimanga con voi per sempre.
Gesù è il primo Paraclito; un altro Paraclito è promesso, dopo di Lui.
Un altro che sarà come Gesù e sarà presso coloro che lo amano: con loro e in loro, non li abbandonerà e non li lascerà orfani.
È una promessa: una promessa che ci riguarda.
Forse abbiamo difficoltà a considerarla tale, perché non capiamo cosa sia il Paraclito.
In tante traduzioni, si trova la parola “Consolatore”, in altre “Difensore”.
Nel Vangelo di Giovanni, cinque parole definiscono il ruolo del Paraclito:
assicura la presenza dell’Assente, ovunque e sempre (14,16-17); ha una funzione “memoria” e “interpretazione” (14,25-26); assiste i credenti nel loro ruolo di testimoni (15,26-27); ha una funzione “giudizio” (16,8-11); ha un ruolo centrale nel compimento della verità (16,13-15).
In effetti il termine Paraclito può risultare poco comprensibile, perché è una semplice traslitterazione, non una traduzione, del corrispondente termine greco, che potremmo rendere con “Colui che è chiamato presso qualcuno”; tradotto in latino diventa “advocatus”, in italiano, “avvocato”, in ultima analisi colui che è chiamato per stare al fianco, per difendere.
Il solo significato legale è naturalmente riduttivo: il Paraclito è anche colui che assiste, consola, sostiene nelle prove. Il significato è molto ampio e forse anche per questa ragione le Bibbie moderne si astengono dalla traduzione.
Tuttavia, il significato in ambito legale può esserci d’aiuto per migliorare la comprensione delle nostre esperienze di vita.
Può succedere di sentirsi accusati, di vivere esposti agli occhi degli altri come in una prova permanente. Accade anche di assuefarsi alla convivenza con una “cattiva” coscienza, per non aver raggiunto obiettivi prefissati. Succede, accade.
Gesù annuncia che lo Spirito promesso sarà l’avvocato interiore, l’avvocato contro ogni accusa.
L’apostolo Paolo usa la stessa immagine (Rm 8): “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi accuserà gli eletti di Dio? Chi condannerà?”
“Dio giustifica”: assicura la difesa. Qualunque sia la nostra situazione, c’è “un avvocato” assai particolare su cui contare.
La comunità di Giovanni attraversava la persecuzione: qui il “mondo” intenta la causa, accusa, porta in giudizio; i discepoli subiscono la stessa persecuzione del Maestro, nel processo che il mondo istruisce accusandoli di essere eretici, sacrileghi, sobillatori di animi, ribelli, la promessa del Paraclito è al contempo sostegno essenziale e certezza della difesa.
Il testo parla a tutti coloro che sono perseguitati.
Parla anche a noi, che non siamo perseguitati?
Sì. Può aiutare ad essere più audaci nel testimoniare la speranza di fronte all’indifferenza circostante.
Un intero catechismo ha insegnato che “la voce divina è la coscienza”, peccato che per molti fosse solo una “voce accusatrice”. Molti cristiani hanno vissuto e vivono sentendosi costantemente sul banco degli imputati. Forse vale la pena ricordare che “l’accusatore”, nel testo ebraico del vecchio testamento, è Satana.
Il Paraclito – l’Avvocato – è invece l’anti-Satana, colui che, non scalfito da alcuna voce accusatoria, difende e solleva.
Il Paraclito è anche chiamato “Spirito della verità”, è Colui che ricorda la verità ultima che evidentemente non risiede nei nostri successi o fallimenti, realizzazioni pratiche o teoriche, colpe o meriti. La nostra verità essenziale consiste nell’essere figli di Dio.
Quando la cattiva coscienza continua a opprimere, a volte anche dopo e nonostante il perdono divino, può succedere di riuscire ad ascoltare il nostro avvocato interiore e riposare su di lui. È molto bello. C’è bellezza in questo sentimento.
Quando si dispera di raggiungere l’obiettivo, quando non ce la si fa proprio più, quando ci si sente deboli e oppressi dai nostri fallimenti, ascoltare il Paraclito illumina la coscienza, restituisce la pace, dona il coraggio di continuare a camminare nella “verità”. Spezza le catene.
Al contrario, quando la vita è troppo pesante da sopportare, si insinua la sensazione che Dio stesso sia un accusatore, che voglia farci del male, come se ci inseguisse o controllasse, quasi a prendersi gioco di noi.
Nelle avversità possiamo essere ingannati dall’immagine di un Dio avverso. Giobbe ne è l’esempio, quando al capitolo 16, nella sua notte oscura, dice: “Dio mi consegna come preda all’empio, e mi getta nelle mani dei malvagi. Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha rovinato, mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato; ha fatto di me il suo bersaglio.”
Ad un certo punto, però, Giobbe fa appello a Dio, contro Dio stesso, percependo un Difensore celeste che abbatterà tutte le sue rappresentazioni negative di Dio: “Ma ecco, fin d’ora il mio testimone è nei cieli, il mio mallevadore è lassù; miei avvocati presso Dio sono i miei lamenti, mentre davanti a lui sparge lacrime il mio occhio, perché difenda l’uomo davanti a Dio, come un mortale fa con un suo amico”. È l’inizio del risveglio.
Il Paraclito, l’avvocato interiore promesso dal Cristo, consente la difesa delle difese, quella che sbriciola le rappresentazioni di un Dio accusatore e distruttivo.
La venuta del Paraclito, non significa che noi non commetteremo più errori o che non li abbiamo mai commessi veramente, è la certezza che in ogni momento siamo in grado di aderire alla nostra verità ultima. Nessun crimine efferato, nessuna accusa, nessuna condanna possono toglierci la nostra essenziale natura di figli di Dio, nati per amare. Possiamo sbagliare, anche gravemente, ma in ogni momento possiamo essere liberati dalle catene, possiamo alzarci e muovere il primo passo sulla via della verità e della vita.
Ti auguro e mi auguro di ritrovare ad ogni istante questa certezza, questa pace, che è donata ad una sola condizione: “Amatevi gli uni gli altri. Dall’amore gli uni per gli altri, tutti riconosceranno che voi siete miei discepoli”.
Se Gesù è il Paraclito e lo spirito è un nuovo Paraclito…non c’è due senza tre…allora, io per chi o per che cosa sono “ad-vocatus”?
Per l’Ascensione
24 maggio 2020
L’impronta
In Tanzania, una cinquantina di anni fa, conservate sotto la cenere vulcanica, furono trovate impronte di ominidi: queste impronte avevano circa trentaseimila secoli: segno che i nostri molto lontani antenati camminavano su due piedi, erano già capaci di sostenersi e muoversi in posizione verticale; guardavano il cielo; le loro mani erano libere per la tenerezza e la violenza, la preghiera e la creazione.
Cinquantuno anni fa altri uomini camminavano sulla luna, lasciavano tracce dei loro passi e interrogavano lo spazio.
Tra questi due eventi, i discepoli di Gesù videro il loro maestro scomparire nel cielo.
Fino a quando il piede poggia sulla sabbia, non lascia impronta visibile; solo quando è tolto, l’orma ne è traccia: un vuoto.
Come la traccia appare solo in assenza dell’oggetto o del corpo che l’ha iscritta, così era necessario che Gesù – impronta di Dio nell’umano – scomparisse perché la sua orma diventasse leggibile: “mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.”
I discepoli lo seguono con gli occhi per non perdere nulla e poter affermare: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, […] noi lo annunciamo anche a voi.” (1 Gv 1, 1-3).
Da tre milioni e mezzo di anni – almeno – le stesse domande permangono: chi siamo? Dove andiamo? Chi cerchiamo? Chi preghiamo? Dov’è Dio? Chi è Dio? La ricerca dell’uomo rimane: permane il desiderio di avvicinarsi a Dio, di vederlo, di toccarlo.
Così l’uomo lo colloca nei templi o nelle case, o lo racchiude in specifici contenitori, per sentirsi rassicurato, per controllarlo, per mantenere la propria tranquillità.
Ma Dio è sempre da qualche altra parte: in un cespuglio, in un deserto, nel tenue soffio di una brezza leggera, al bordo di un pozzo, là dove non lo cerchiamo, là dove forse non vorremmo neanche trovarlo: nella nostra carne, nella nostra debole carne.
Che Dio si incarni – dopo duemila anni – abbiamo finito per accettarlo; ma questo riguarderebbe Lui, soprattutto Lui e nessun altro. Che la nostra carne, invece, sia divenuta la sua carne, che la nostra debolezza sia divenuta la sua debolezza e venga elevata nella gloria dell’ascensione, nella luce piena, sul trono, alla destra del Padre, è veramente troppo! Non l’abbiamo ancora accettato, perché riguarda noi. E ci spaventa troppo: colui che spesso trattiamo come un nemico – il nostro corpo – è destinato alla gloria.
L’incarnazione di Dio non era sufficiente. Ci voleva la s-figurazione, tramite la croce, e ci voleva la resurrezione; più ancora, ci voleva l’Ascensione per confermare la straordinaria dignità della nostra carne, che d’ora in poi può sedersi alla destra di Dio.
Non c’è più bisogno di guardare il cielo. L’infinito è in noi. Il vuoto è in noi.
L’impronta siamo noi.
Per la Pentecoste
31 maggio 2020
Pentecoste plenaria
I discepoli hanno paura: certo! Gesù è stato messo a morte e potrebbe capitare anche a loro.
Si sono barricati (in casa): per proteggersi; tuttavia, la paura è ancora lì e non vedono via d’uscita, la casa si è trasformata in prigione.
Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse:“Pace a voi!”
Quale pace? È difficile – molti lo sanno – vivere nella paura, sotto la minaccia di abusi, violenze, calunnie, con l’incubo, in ogni momento, di essere investiti da parole di odio, combattuti senza motivo (Ps 108, 3).
È la carne che è ferita: percossa, fiaccata, sfibrata… trema, come quella di Gesù quando già nel Getsemani trasudava sangue (Lc 22, 44).
Quando si ha paura non c’è più spazio per vivere senza angoscia, senza stanchezza, senza rancore.
Per i discepoli, il ricordo del trauma è vivo e li segue come un’ombra. Ovunque.
Anche se il Maestro è stato crocifisso molto tempo fa. Anche se la vita è stata cercata altrove.
Anche se, sopravvissuti, vivono, nascosti, da fuggiaschi.
Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi.
Il verbo “rimettere”, nella traduzione italiana, traduce due verbi diversi adoperati nel testo greco, aphìemi e krateo.
Aphìemi significa “lasciare andare” e quindi, potremmo dire, cessare di reagire, abbandonare la presa del rancore, in certo qual modo anche disfarsi dell’attrattiva negativa che il nemico suscita; lasciare andare per smettere di trattenere l’avversario nei nostri pensieri a causa della paura che ne abbiamo, con l’illusione di poterlo dominare; “lasciare andare” , per liberare, ma soprattutto per liberarsi: questo è “trovare la pace”.
Al contrario non rimettere i peccati, non perdonare – qui il verbo è krateo – significa esercitare una forza, dominare; si tratta della tenacia e del persistere nel tempo della paura e del risentimento nei confronti di chi ci ha offeso o ferito in qualsiasi modo. Questo è “non rimettere i peccati”; porta con sé il rischio di trattenere e tenere in vita il peggio, che consiste nel voler dominare l’avversario, illudendosi di tenerlo sotto scacco, sia pure nascondendosi, mentre ci chiudiamo con lui nella stessa gabbia. Nella stessa cella.
Ma come si fa ad avere la capacità di “mollare” la presa della paura e del rancore su qualcuno che ci appare malvagio, che ci ha offeso e non sembra per nulla disposto a riparare, ma piuttosto a ripetere l’offesa?
[Gesù] mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
L’immagine è fortissima. È Vangelo. È illuminante: lo sguardo di Gesù è distolto dal persecutore, mentre mostra le proprie ferite; per questo i discepoli gioiscono: perché vedono tutto ciò che di liberante si manifesta nella capacità di mostrare le proprie ferite, lasciando svanire il rancore.
È proprio qui che la pace sostituisce la paura, mentre subentra la libertà. Le mani e i piedi del crocifisso sono ancora ferite, ma l’Essere vive e la gioia negli “eredi” prende il posto della paura.
Come è possibile questo capovolgimento?
Nel Getsemani, prima della cattura, Gesù dice al Padre, a chi è insondabilmente più grande di Lui e lo contiene, “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 42): non lotta, rimprovera Pietro che reagisce, si abbandona alla volontà del Padre, che preserva l’integrità di chi si affida alla grande vicenda della vita. Qualunque sia la prospettiva del calvario da attraversare.
Nessuno può sfuggire totalmente alle prove, al male, alla malvagità. Anzi, più si ama, più si è veri, più si patisce.
La pace che improvvisamente i discepoli provano nel vedere Gesù non è soltanto la guarigione dal trauma della perdita del maestro, è la sostanza stessa della missione per la quale sono stati inviati nel mondo.
“Ricevete lo Spirito Santo” – letteralmente: Ricevete il respiro.
È evidente il legame tra il ricevere il soffio dello Spirito e il dono di rimettere o non rimettere i peccati:
sono i discepoli, quelli che seguono Gesù, a ricevere il suo respiro e ad avere quindi la possibilità di scegliere tra il rimettere e il non rimettere i “peccati”; si tratta di tutti i discepoli, non solo dei sacerdoti e dei vescovi, come la dottrina ha indicato molto più tardi.
Lo Spirito è donato a tutti, nello stesso momento in cui viene offerto il “potere di legare o sciogliere”, di trattenere o di lasciare andare.
La prova della paura diventa il luogo per eccellenza in cui si concede all’altro di andare e a se stessi la gioia della libertà.
Il martire o l’eroe, che destabilizzano il malvagio e insieme lo lasciano libero di scegliere se rimanere nella gabbia della propria impotenza o unirsi al loro lasciare andare e accogliere lo spirito che si manifesta in vista di un bene più grande, sono testimoni estremi di questo processo vitale; un processo vitale che scorre ovunque nelle vene del mondo; la storia è disseminata di vicende di singoli, che hanno portato e trasmesso il respiro di Dio.
Più forte della paura è la gioia che viene dalla pace, più potente dell’ostilità è lo Spirito.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome, canta Maria proprio nel momento in cui è minacciata, secondo la Legge, di essere lapidata per adulterio: ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. (Lc 1, 49; 52):
Questo è il dono che ci attende, oggi, in questa festa di Pentecoste: che ne vogliamo fare?
Per il Corpus Domini
13 giugno 2020
Resistenze
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo …
e il pane che io darò è la mia carne …
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Corpus Domini – Giovanni 6,51-58: domenica 14 giugno 2020.
Il vangelo di questa domenica è costellato di parole preziose per tutta la cristianità: il pane, la carne, il sangue, la vita, il cielo, la comunione, la resurrezione, la vita eterna. Tutte queste parole assumono il loro significato per noi fondamentale, grazie al Padre, in Gesù, Figlio dell’uomo, che nutre le folle.
Ma quante resistenze, prima di riuscire ad accogliere queste parole preziose!
Gesù. Non è il figlio di Giuseppe? (v. 42).
Questa parola è dura! Chi può ascoltarla? (v. 60).
Si comincia con il cielo, perché è da lì che (ad)viene la salvezza.
Il “cielo”, in greco, è un nome singolare, mentre in ebraico è plurale, “i cieli”; la forma plurale ebraica rafforza l’idea della collocazione del “cielo” altrove: un plurale il cui singolare significa semplicemente “lì”.
La salvezza, quindi, non è da qui, ma ci viene da lì: viene da un altrove (si veda Isaia al cap. 55).
Eppure “Gesù, figlio di Giuseppe”, “figlio dell’uomo”, l’abbiamo visto qui. È quello che conosciamo o pensiamo di conoscere? Viene da lì, comunque?
I dubbi si susseguono in forma di concetti contrapposti: da lì o da altrove, dal cielo o dalla terra, dal pane o dalla carne, dal Padre o dal Figlio, da Dio o dall’uomo?
Come dire che vorremmo trovare lo straordinario nell’ordinario: il suo ordinario, il nostro ordinario, il mio ordinario, ovvero un segno per poter vedere e credere (v. 30), se si tratta di elementi ordinari, appartenenti alla vita di tutti i giorni, siamo dubbiosi; se si tratta di pane, carne, sangue, uomo, umano, il divino dov’è?
L’umanità trova che l’umanità sia…un po’ poco…un concetto un po’ ristretto; il divino deve essere divino, deve trovarsi in cielo; ci deve toccare, rimanendo divino; l’ordinario non può essere straordinario.
Il testo dice altro, non siamo noi a dover trovare il divino lì nei cieli, ma è il divino che viene a sorprenderci nel nostro ordinario: il movimento parte dal cielo e lo straordinario, il cielo, è sceso nell’ordinario: non c’è altro segno per vedere, niente altro che il “figlio dell’uomo”, l’ “io sono”.
È lui la vita eterna che dobbiamo mangiare, consumandola in tutto il suo spessore di “carne e sangue”; la vita quotidiana è il luogo del regno di Dio, è lì…lì… e lì…, ovunque davanti ai tuoi occhi. Sì. Lì, dove siamo invitati a condividere il pasto messianico, dove la vita ordinaria è ispirata da quel moto che viene da altrove: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (v. 44).
“Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (v. 53).
Evidentemente possiamo essere nella nostra condizione ordinaria e finalmente vedere ciò che vi è di straordinario, ovvero fare del pane quotidiano il Corpo di Cristo, come nella liturgia eucaristica.
E la carne e il sangue?
La parola “carne”, sia in greco che in ebraico, significa proprio la materia fisica di cui è composto il corpo umano: carne, ossa, muscoli, corpo; l’uomo è una creatura in carne ed ossa, vale a dire in ogni momento esposta alla morte. Il respiro è ciò che le consente di nascere e di rimanere in vita. L’origine della capacità di respirare è biblicamente nel respiro di Dio trasmesso all’uomo, di cui ci parla il Genesi: il soffio.
Per il pensiero biblico, se esiste una contrapposizione, non è tra carne e spirito, ma tra spirito “sporco” (impuro) e Spirito di Dio. In Giovanni, l’uso del termine greco per “carne” è tradizionale e indica l’esistenza esterna e materiale dell’essere umano, con le sue caratteristiche intrinseche di parentela e affinità col resto della stirpe umana e, in senso trasposto, richiama l’idea dell’esistenza umana in tutta la sua fragilità. Oggi diremmo forse “condizione umana”, piuttosto che “carne”.
È in questa umanità che Gesù si manifesta, nella nostra stessa condizione umana, attraverso la Sua umanità. In Lui si concentrano Corpo e Spirito, in Lui la Parola prende Corpo e il Corpo diventa tutt’uno con la Parola; la Parola incarnata è la Vita Eterna, che si rinnova ad ogni istante: la condizione umana è condizione cristiana.
“Mangiare” questa umanità è ciò a cui il testo invita: sgranocchiare la vita così com’è; affrontare quello che c’è, diventare Corpo e Vita e vivere la Risurrezione, attraverso la Parola.
In fondo in fondo si tratta di un vero e proprio cortocircuito spirituale, che rende perfettamente vano ogni sforzo di amministrare la salvezza.
L’Eucaristia è inscritta nella vita se questa Parola-Corpo è riconosciuta, ruminata e messa in pratica; la conseguenza di questo atteggiamento costante è la comunione con Cristo, riconosciuto vivo nella “mia” e “nostra” vita quotidiana, proprio quella di tutti i giorni.
L’Eucaristia è vita, non è una forma privilegiata di condizione umana.
Il Cristo è il pane quotidiano.
Qui, domenica è ogni giorno e Dio non si riposa, oppure, se preferisci, si riposa tutti i giorni, ma non perché sia domenica, piuttosto perché si è fatto uomo e vive in mezzo a noi sempre (non un giorno a settimana per la Messa).
Quando io “creo”, cioè lavoro, scrivo, parlo, collaboro, domando, aiuto, m’impegno, ci metto tutto me stesso, è un Altro che crea per me; le “mie” trovate migliori non sono “mie”, vengono da altrove: è bene saperlo. In questo senso tutto è grazia.
“Creaturalità” è umanità cosciente del suo stato di creatura, cioè del fatto che è un altro che Crea quando io “creo”; “fraternità” vuol dire saper riconoscere questa dimensione divina che opera nell’umano: creaturalità e fraternità sono sufficienti in se stesse per ciascuno e per tutti.
C’è chi s’interpone sempre, “relativizza” il testo, tenta di sottrarre radicalità alla Parola.
Laddove si amministrano i sacramenti nel vuoto e nella stasi dell’agire cristiano, ormai scollegato dalla vita, e si sostituisce lo straordinario con l’ordinario, accade che, mentre si crede anche in buona fede di “amministrare” il Cristo, in realtà si stia dando il migliore esempio di come rimuoverlo dalla propria esistenza.
Gesù è il figlio dell’uomo e il Figlio di Dio. Non c’è da resistere in questo.
XII Domenica del tempo ordinario – Anno A
21 giugno 2020
Paura
Il Vangelo di questa domenica sfiora il paradosso: Gesù incoraggia i discepoli a non avere paura, a ripetere le sue parole a gran voce dai tetti, e poi conclude con un avvertimento inquietante, che sembra pronunciato come per convincere all’obbedienza attraverso la paura.
Tutti sappiamo cos’è la paura; siamo entrati nel nuovo millennio con l’11 settembre 2001 portandoci dentro un mondo in cui la parola “terrorismo” è sulla bocca di tutti.
La cristianità, nonostante il trionfante giubileo, si scopre debole, proprio in Europa, là dove ha invocato le sacre “radici cristiane” della cultura europea.
Ed ora, come corollario della precarietà di un modo di sentire, portare e trasmettere la fede, c’è anche la paura del Covid19.
Il contesto guida quasi obbligatoriamente la lettura del vangelo di questa domenica.
“Non abbiate paura”. Non bisogna temere le avversità, perché chi può veramente causare il danno più grave, il vero nemico, è colui che farà di tutto per impedire di diventare ciò che si è davvero.
Facile a dirsi: dove trovare la fiducia in ciò che siamo?
Gesù lo dice: di due passeri, che vengono ordinariamente venduti a molto poco, neanche uno morirà, se Dio non lo vorrà. Neanche un solo capello cadrà senza la volontà divina.
Gesù poteva dire queste cose perché si fermava ad osservare il mondo, gli uomini, le donne.
Se anche noi fossimo in grado di farlo, ce ne accorgeremmo, ma questo non succede; siamo occupati sempre in qualcos’altro che ci distoglie, perchè se ci fermassimo ad osservare ci renderemmo conto per prima cosa…proprio delle paure che ci abitano, dei nostri draghi.
Basterebbe porsi una semplice domanda per avere un rapido sentore di quella paura: cosa faremmo, se come per incanto, ci trovassimo rassicurati di non correre alcun rischio, se fossimo certi di poter vivere in una condizione di pace totale da questo preciso momento in poi?
Potremmo forse neanche riuscire a immaginarlo, o forse andremmo a dire tutto quello che pensiamo a qualcun altro, o forse lotteremmo accanitamente per qualcosa di non ancora realizzato nelle nostre vite; forse cambieremmo lavoro o sentiremmo il bisogno di un figlio, o ancora diventeremmo oppositori di tutto ciò che sentiamo dannoso, deleterio, ingiusto, bugiardo.
Forse saremmo persino capaci di dare il benvenuto a persone che appartengono a un universo mentale che ci confonde. Non so. Ognuno avrà risposte diverse, perché l’elenco è infinito come la gamma delle possibilità del nostro essere.
Il Vangelo di oggi è un estratto del discorso di Gesù, in cui è detto cosa attende il discepolo.
A meno che non si viva in certi angoli del mondo dove le chiese vengono ancora bruciate, la sfida che abbiamo davanti come cristiani non è la persecuzione religiosa, ma è quella di resistere a tutte le tendenze che rinnegano l’unicità e l’originalità di ogni essere umano, che impediscono di coltivare liberamente ciò che è stato seminato nella cavità del nostro essere, che deridono il dolore davanti alla miseria altrui, che ridicolizzano il desiderio di infinito e l’aspirazione a trovare la sorgente del proprio essere.
Chiunque rinneghi di realizzare l’essere che è, la vita che gli è stata donata in tutta la sua bellezza e pienezza, non si renderà riconoscibile agli occhi dell’amore.
Se non sappiamo cosa sia l’amore, nessun altro ci riconoscerà. Perché le radici cristiane dell’umanesimo europeo si basano su questo esatto principio; se le rinneghiamo, non saremo più credibili per nessuno.
Quindi, coraggio. Se siamo cristiani, ancorati alla risposta affermativa verso il bene, non temiamo di essere anche noi figli di Dio e figli dell’uomo, non proviamo terrore di fronte a ciò che siamo e di fronte alle nostre aspirazioni, ai desideri e ai pensieri che ci abitano. Se abbiamo davvero fede, se siamo discepoli del vangelo, questo è ciò che può fare la differenza nel nostro mondo.
Dalla ghianda si sviluppa la quercia, dal seme buono nascono buoni frutti.
XIII Domenica del tempo ordinario – Anno A
28 giugno 2020
Il bicchiere d’acqua
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa.
Matteo 10,37-42 – Domenica 28 giugno 2020.
Il discorso è semplice, anche le parole: non possiamo sfuggire, provando a spiritualizzare e quindi ad addolcire un messaggio che suona molto duro alle nostre orecchie.
Vorremmo dimenticare che Gesù non è il pacifista a tutti i costi, che oggi vorremmo fosse: parla in modo netto, forse per qualcuno inquietante; preferiremmo non sentire.
Sta prendendo in considerazione le opposizioni alla sua missione, a volte opposizioni radicali e perfino pericolose – se ricordiamo la croce.
Il Maestro non vuole coprire le manifestazioni di ostilità con un velo o mettere la maschera alla ruvidezza delle situazioni. Gli accomodamenti hanno dei limiti.
Si può sempre transigere su tutto?
C’è una pace che è spesso solo un simulacro e talvolta persino tradimento.
Ma quali sono queste opposizioni alla missione?
Certo, qui non c’è predicazione masochista che si possa confondere con la fede cristiana; la sofferenza non va cercata per se stessa, non ha valore di riscatto.
Inoltre, non si tratta di vivere tra padre e figlio, madre e figlia, nella famiglia o tra membri della stessa comunità, biasimandosi reciprocamente, in nome di un’orgogliosa severità, mascherata da insipido moralismo.
Si tratta di seguire Gesù, seguire lui al posto delle inclinazioni naturali, degli affetti, degli interessi, delle ambizioni, dei sogni o anche dei nostri personali incubi o paure.
Seguirlo, al posto di tutto questo, perché riguarda la nostra opzione fondamentale: lui, piuttosto che un’esistenza da aggiustare a nostro favore.
È inutile nascondere la testa sotto la sabbia: il testo dice che seguire Gesù ha sempre delle conseguenze; e questo suscita, nella vita del discepolo come in quella del Maestro, una violenta ostilità e può persino portare ad affrontare la morte.
Chi lo sta facendo oggi? Tu? Io? La risposta, se è onesta, arriva subito: no! Noi no.
È una risposta troppo rapida.
La domanda è molto seria, deve essere attentamente considerata: nessuno?
No! Conosciamo donne e uomini che hanno seguito Cristo fino in fondo; la storia del cristianesimo conserva con pietà e gratitudine il ricordo dei santi e dei martiri, non solo quelli del calendario o delle canonizzazioni, non solo quelli di un lontano passato.
È sufficiente guardare la storia umana: ci sono state, ci sono anche oggi, persone che, senza dirlo, oppure dicendolo chiaramente, hanno voluto seguire Gesù senza considerare le conseguenze, credendo che non ci fosse modo migliore di vivere o morire. E basta.
Chiamiamoli “testimoni”: esempi rari, vite insolite, straordinarie e talvolta famose per questo. Sono pochi, è vero, ma nella carovana della vita sono i portatori di torce nelle nostre notti buie.
Dietro di loro c’è una folla di persone anonime, meno eclatanti, forse meno audaci, più timide.
A volte esitano a fare un passo, eppure vedono dove splende la luce, sanno dove andare, dicono persino, e sussurrano piano, che è lì che vogliono andare.
Questa folla siamo noi. A noi, la Bibbia dice, quando vogliamo ascoltarla, che Dio c’è;
a noi amici e fratelli offrono, quando guardiamo da vicino, esempi di fedeltà, obbedienza e fede. Noi, durante la nostra esistenza, abbiamo avuto esperienze che ci hanno fatto scoprire una piccola parte del potere del Vangelo.
Oggi, qui, non rischiamo la vita, affermando la fede, ma siamo sempre inviati, come lo erano i discepoli; non c’è letteralmente da scacciare demoni o risuscitare i morti, ma c’è da amare e sostenere molte persone: parenti, amici, conoscenti e persino estranei…
E allora un rischio c’è sempre: quanto e quale tempo siamo disposti a dare a queste persone? Anche oggi dare tutto il proprio tempo a qualcuno è sempre possibile e sarebbe il nostro modo di “dare la vita”.
Non c’è altro tempo, un’altra volta, domani, quando sarò meno impegnato, se vogliamo essere degni.
Non sappiamo sempre come camminare, quali passi muovere, ma vediamo la luce.
Brilla nella nostra notte.
E se “un bicchiere d’acqua fresca” potesse ancora scacciare un demone o addirittura resuscitare un morto?
XIV Domenica del tempo ordinario – Anno A
5 luglio 2020
Gioghi pericolosi?
Inizio dalla fine: di quale giogo si parla? A tutta prima un giogo sembra comunque un qualcosa che lega e da portare addosso. Gesù indicava una via nella quale il Signore del cielo donava gratuitamente, per grazia, la sua saggezza ai piccoli del mondo: non c’erano neanche pesanti studi da fare: ciò che il Padre voleva rivelare era donato. Inoltre, il Figlio si faceva conoscere da coloro che erano piegati dal peso dell’esistenza, promettendo riposo e ristoro.
Se la verità viene rivelata ai più piccoli, possiamo provare a interrogarci senza l’arroganza di pretendere di trovare tutte le risposte per poi fingere di sapere.
Se Gesù offre “qualcosa” di suo, non sarà per complicarci ulteriormente la vita, più di quanto non sia già complicata. Questa intenzione non sarebbe degna di Lui e l’idea in sé… non dev’essere farina del suo sacco.
Gesù è venuto al mondo per sollevare gli oppressi; il miracolo narrato in Luca 8,10-17 lo dimostra: una donna piegata, ricurva tanto da non poter mai raddrizzarsi, è chiamata, le mani del Maestro l’aiutano a raddrizzarsi, il fardello che la opprime viene rimosso.
Allora, cos’è questo “giogo” da prendere e da portare?
Il giogo concretamente è un’imbracatura che unisce due animali che devono svolgere lo stesso compito. In Matteo 19,6 Gesù usa ancora l’immagine del giogo per descrivere l’unione dell’uomo e della donna: “Ciò che Dio ha messo sotto lo stesso giogo, che un essere umano non lo separi”, frase spesso tradotta “ciò che Dio ha unito, che l’uomo non lo separi”.
Gesù quindi parla del giogo ed evoca, così facendo, la comunione di due persone che diventeranno “una sola carne”: sono unite, congiunte dallo stesso giogo (“giogo” e “coniugato” hanno la stessa radice).
Allora forse conviene riformulare la domanda: il giogo in questione chi unisce?
Unisce noi a Lui e Lui si unisce a noi: questa è la Sua proposta. Rivela un’offerta e un’aspettativa, è la proposta dell’Emmanuele, come lo chiama Matteo all’inizio del suo Vangelo, del Dio con noi.
Il giogo è il nostro legame indissolubile con il Cristo, che cammina con noi, al nostro ritmo, mentre noi impariamo a camminare al Suo.
Questo giogo è leggero?
Sì, perché non è “qualcosa” da portare in aggiunta: si tratta dello Spirito. Ciò che ci unisce a Cristo senza appesantire le nostre spalle, nel Nuovo Testamento, ha un nome: lo Spirito. Questo è il giogo leggero, che raddrizza le vite, il legame che non incatena, la comunione che libera, il legame che niente e nessuno potrà spezzare.
Certo qui siamo all’inizio della predicazione e difficilmente i discepoli avrebbero afferrato il senso del discorso se Gesù avesse loro detto che il giogo è simbolo dello Spirito. Per arrivare a sentire questo, bisogna sperimentare e vivere l’unione con il Cristo. Questo avverrà più tardi per gli apostoli. Prima ebbero bisogno di avvicinarsi, interrogare, ascoltare, provare, accogliere e solo dopo compresero a fondo il giogo che non lega, il legame che libera.
All’inizio del brano Gesù aveva detto: “Padre, ciò che hai nascosto ai saggi e ai dotti, hai rivelato ai più piccoli”. Il “piccolo” indica in primo luogo il neonato che ha bisogno di tutto e tutto riceve e assorbe per vivere, per imparare, per crescere: cibo, rumori, sensazioni, parole, volti.
È un’immagine parlante per designare prima di tutto il Cristo, Colui che riceve tutto dal Padre; ogni cosa Gli è data dal Padre, perché il Figlio è il primo dei “piccoli”.
Essere – farsi – piccoli con il Primo dei piccoli vuol dire ricevere lo Spirito che ci unisce a Lui; questo fatto ha un nome: con terminologia… tecnica significa essere cristiani.
XV Domenica del tempo ordinario – Anno A
12 luglio 2020
Parola seminata
Gesù sale su una barca e da lì parla alle folle che lo ascoltano, sedute sulla spiaggia; forse avrà usato un tono particolare per farsi udire, certo è che dal mare alla terra giunge il suono della Sua voce. Chi lo ascolta somiglia un po’ alla terra che riceve la semente lanciata dal seminatore.
Gesù predica e le Sue parole sono come il seme che crescerà…o sarà soffocato…
Questa parabola è la prima di una lunga serie.
Leggendo la Bibbia dall’inizio, si scopre che il primo seminatore è Dio.
Nel capitolo 2 della Genesi, Dio si manifesta come un abile coltivatore, preparando un giardino per l’uomo; qui è il maestro della semina:
Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo, ma una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo [….] Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. (Cfr. Gn 2,4b-9).
Il gesto ampio e generoso del seminatore è un’epifania di Dio: sparge la vita in abbondanza, la ispira ovunque e sempre, non lesina, la sparge a piene mani.
In questo senso diciamo che il Cristo è l’incarnazione del Logos, della Parola, del Verbo, Colui che esprime pienamente la logica del Padre, portandola davanti agli occhi e dentro le orecchie degli uomini.
C’è un di più nella Parola che si manifesta e vibra nella voce del Cristo, muovendo verso terra dal mare: contiene in se stessa e all’inizio della propria manifestazione alle folle, quasi come un incipit, l’indicazione dei possibili modi nei quali gli uomini la riceveranno.
Sono quattro: alla maniera del bordo della strada, alla maniera dei sassi, alla maniera dei rovi, alla maniera della terra buona.
Alla maniera dei bordi della strada.
È la maniera di coloro cui nulla interessa tranne loro stessi: la Parola non li raggiunge mai, cade a lato, rimane, ignorata, ai margini.
Alla maniera dei sassi.
È la maniera di coloro che, statici e pesanti, sono capaci di entusiasmarsi, ma solo in superficie; il mettersi in movimento necessario alla comprensione e alla pratica della Parola risulta loro impossibile. Sono qui rappresentate tutte le forme della superficialità, della ristrettezza mentale, della mancanza di cuore; senza humus, senza profondità; la parola non radica lì.
Alla maniera dei rovi.
È la maniera di coloro che soffocano il senso di ciò che odono, soffocando se stessi nelle preoccupazioni di tutti i giorni. Sono le forme del desiderio di essere come gli altri si aspettano o pretendono; cercare di piacere a tutti è talmente complicato da occupare tutto il tempo e tutte le energie.
Alla maniera della terra buona.
Infine c’è chi ascolta e custodisce ciò che ha ascoltato. Sono quelli che non hanno né fretta, né pretesa di capire tutto o di agire al meglio, eppure sono in movimento e cercano.
Questa è la terra dove la Parola seminata porta frutto, dove più, dove meno, ma porta frutto in ogni caso.
Sono quattro modi di essere e vivere differenti. Alcuni si innervosiscono quando dico questo perché pensano che Dio faccia delle discriminazioni e allora non saremmo tutti uguali davanti ai suoi occhi. Oppure dicono che siamo tutti fatti allo stesso modo e ascoltiamo ora in un modo ora nell’altro. Lo scopo di una parabola non può essere quello di dire che tutti… sono come tutti, altrimenti non avrebbe senso raccontarla e neanche ascoltarla.
I giochi non sono fatti in anticipo, non siamo tutti classificati in categorie e non ci sono insiemi-intersezione di cui studiare o prevedere la composizione in base al calcolo delle probabilità.
Non siamo “archiviati” nella mente di Dio.
Abbiamo tutti senz’altro fatto l’esperienza di parlare a qualcuno per dirgli qualcosa d’importante e sappiamo di aver incontrato reazioni diverse. Capita di parlare “al muro”, per esempio; c’è persino il detto! Oppure capita che “non era il momento giusto, perché era tutto preoccupato per altro”.
Allora forse non resta che da chiedersi, ma io alla maniera di chi ascolto la Parola e, in generale, gli altri che mi parlano? Non li sento proprio? Sono forse un sasso? Sono per lo più distratto da altre occupazioni o pre-occupazioni? Capisco, o no?
Continuando per questa via… forse sarà pure utile chiedere a Dio cosa ne pensa, in altri termini
interrogarLo alla luce della sua Parola. Non sono matto: è un aspetto importante di ciò che viene definito “vita cristiana” (in termini tecnici): ha a che fare con la preghiera: giungono risposte e non siamo noi a darle.
In ogni caso il “buon terreno”, nell’Antico Testamento, è uno dei nomi dati alla Terra Promessa (Numeri 14,7).
Terra Promessa? Dov’è? Cos’è la Terra Promessa?
Leggi i Vangeli…
Mi viene in mente il ragazzo crocifisso accanto a Gesù, uno dei due ladroni.
A prima vista questo ladro è solo un cattivo terreno, ma non appena si accorge di avere “a lato” il Cristo…gli chiede qualcosa. Basta una sola Parola…
È il frutto di una terra che nessuno avrebbe detto buona; forse, fino a quel giorno, aveva solo ricevuto parole sbagliate.
XVI Domenica del tempo ordinario – Anno A
19 luglio 2020
Diserbanti e pesticidi
Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo?
Da dove viene dunque la zizzania?
Matteo 13,24-30 – Domenica, 19 luglio 2020.
Da dove viene la zizzania?
Vuoi che andiamo a raccoglierla?
Dobbiamo iniziare con la Monsanto, famosa multinazionale di biotecnologie agrarie?
La parabola mi fa venire irresistibilmente in mente storie contemporanee di semi, erbacce, diserbanti e aziende che impongono una varietà unica di sementi, promettendo raccolti abbondanti e redditizi, ottenuti con l’ausilio di diserbanti e pesticidi spesso pericolosi sia per il coltivatore che per il consumatore.
Dunque il contesto attuale ci aiuta forse a cogliere un’idea in ogni caso presente in questo testo: non è facile seminare e tanto meno coltivare.
La parabola delle erbacce mette in scena molti personaggi:
un uomo che semina del buon seme nel suo campo, molte persone che dormono, un nemico che semina zizzania, dei servi che non fanno altro che domande – peraltro non proprio diplomatiche: Non hai seminato del buon seme nel tuo campo? – In ogni caso hanno idea di cosa sia un buon seme (se lo ricordano), sanno che il seminatore è uno ed è il padrone del campo, quindi si fanno venire dei dubbi e chiedono donde venga questa zizzania. Comprensibilmente.
Pensano pure che a loro tocchi il compito di raccoglierla. Sembrano avere la stessa funzione del coro nella tragedia greca: sono meno attori che commentatori perplessi di una storia enigmatica.
Infine, ultimo gruppo di personaggi in scena, i mietitori, esecutori del compito che i servi pensavano fosse il loro: cogliere a tempo debito prima la zizzania per bruciarla e poi il grano per conservarlo.
Poco oltre nel testo Gesù spiega ai suoi discepoli il significato della parabola: il campo rappresenta il mondo nel quale il Figlio dell’uomo semina i figli del regno; mentre tutti dormono il diavolo semina i figli del maligno. Alla fine, verranno gli angeli per bruciare i cattivi e salvare i buoni. C’è da notare che Origene interpretò il seme buono e il seme cattivo come i pensieri buoni e i pensieri cattivi. Il destino di questi ultimi è di essere ridotti in cenere alla luce della Parola: una sorta di purificazione.
Che vuol dire? La parabola è un’allegoria? È una lezione di morale?
Ai discepoli è sufficiente la spiegazione termine per termine?
La spiegazione rivela l’identità di tutti i personaggi e conclude con immagini da giudizio universale.
La distinzione tra buono e cattivo risulta a tutti perfettamente chiara?
Qualcuno può pensare che la spiegazione distribuisca nuovi enigmi e frasi sconcertanti: il Figlio dell’uomo, i figli del Regno, i figli del Maligno, la fine del mondo, il regno del Padre; tutte espressioni enigmatiche resistenti al discorso che contribuiscono a produrre.
Non è facile capire: Gesù termina il momento di svelamento con una formula inquietante: Chi ha orecchie ascolti!
(Abbiamo capito? – Sì…, speriamo…).
Bene. Possiamo sapere ora come distinguere il bene dal male?
Siamo ora in grado di rispondere alla domanda posta dai servi: “Com’è possibile che ci sia la zizzania?”
La teologia forse dà delle risposte, comunque sono propenso a credere che il problema sia insito nella domanda: la logica del discorso del Cristo appartiene ad un mondo possibile, diverso dal nostro attuale.
Il Regno dei Cieli (un “mondo” possibile per noi e reale in senso assoluto) risponde ad una logica che non prevede la separazione tra il bene e il male, per la semplice evidenza che talvolta siamo lesti a confondere l’uno con l’altro, e chi può dire fra noi di non essere mai stato coinvolto in scelte “sbagliate”?
Perché il Regno dei Cieli sia un mondo possibile nella nostra vita quotidiana la domanda “Da dove viene il male?” è…perfettamente inutile.
So che questo può deludere i grandi pensatori e gli intellettuali, ma la domanda, quello che c’è da chiedere, è solo di riuscire ad essere un buon terreno, che dia anche solo il 30: sarebbe già molto.
Penso che mettersi in condizione di accogliere la Parola seminata, voglia dire aprirsi a nuovi significati che allargano lo spazio del senso e della vita e ci mettono all’ascolto non di noi stessi, ma degli altri.
Questo è l’inizio di un nuovo mondo possibile. Forse siamo già in grado di vedere che uno dei principali problemi – e ciò che alla fin fine “distingue” gli uomini – non è tanto la bontà o la cattiveria, di cui siamo sempre un ambiguo miscuglio, ma la capacità di ascoltare e comprendere e, alla resa dei conti, agire per il bene dell’altro.
Il compito dei “servi” di quel padrone – quelli che fanno le domande – non è raccogliere la zizzania, eliminare il male dal mondo (cosa impossibile ad un uomo), il compito è non “separare”, ma “ascoltare”, “custodire” e “comprendere”, vale a dire permettere che la Parola dia i suoi frutti.
Il problema, che attiene alla nostra ragion pratica, non è rappresentato dall’esistenza della zizzania (questione metafisica), ma dal fatto che la zizzania si confonde, mentre siamo addormentati, con il grano.
Discordia, invidia, odio e gelosia sono la nostra personale zizzania: vanno esposti alla luce purificatrice della Parola: solo questo può salvarci dall’insulsa pretesa di conoscere quel che è bene e quel che male, per giunta sempre.
D’altra parte, già dalla Genesi, Caino non fu condannato a morte e la sua punizione non escluse una prospettiva di avvenire.
Siamo invitati a scegliere di entrare in una teologia della fruttificazione, in cui la dimensione del tempo, del nostro tempo che scorre, è importante: questa parabola parla di notte, di giorno, di sonno e riguarda l’avventura umana. Dio è all’opera nella storia, e dentro la storia c’è il nostro tempo personale, la storia di ciascuno di noi.
La comunione, l’unione, le relazioni in senso cristiano si giocano sempre nell’ascolto e nella pronuncia di parole: a noi scegliere quali ascoltare, quali dire.
Per salire al Monte Santo ci faremo strada con diserbanti e pesticidi? O con mani innocenti e cuore puro, senza pronunciare menzogna e giurare a danno del prossimo?
XVII Domenica del tempo ordinario – Anno A
26 luglio 2020
Lo scriba
Siamo al centro del messaggio evangelico e ci sono tre piccole parabole, le più piccole, che raccontano in poche righe cos’è il Regno dei Cieli e come possiamo trovarlo.
Nelle prime due viene paragonato ad un tesoro e ad un mercante in cerca di perle preziose, nella terza ad una rete gettata nel mare. Il Regno, prima di tutto è un tesoro nascosto, che qualcuno cerca con l’ostinazione di un mercante di perle preziose; in sintesi sembra un invito ad essere cercatori di tesori.
A prima vista il discorso sembra semplice, tuttavia quando lo si rilegge ci si imbatte in una selva di ostacoli.
Quello che attrae la mia attenzione oggi è: perché Matteo conclude un capitolo interamente dedicato alle parabole del Regno con un’affermazione di Gesù a proposito dello scriba?
Ai versetti 51-52 è scritto: «Avete capito tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Chi è questo scriba? Quali sono le cose nuove e quali le cose antiche? Si tratta di un’altra parabola ancora?
Alcuni pensano che questo scriba diventato discepolo sia lo stesso Matteo; in effetti Matteo è innovatore in relazione alle sue fonti, con particolare riferimento al vangelo di Marco.
Matteo sarebbe dunque un chiaro esempio di scriba divenuto discepolo del Regno.
Potrebbe anche trattarsi di una comunicazione sintetica il cui significato sarebbe più o meno questo: chi capisce – chi è tra i beati che hanno occhi e orecchie per vedere e per sentire – costui è uno scriba divenuto discepolo del Regno; una persona del genere trae dal suo tesoro cose conosciute e cose non ancora conosciute.
Se provo ad andare in questa direzione penso che si può andare anche oltre: se un discepolo del Cristo diventa capace di attingere dalla Parola (la perla di grande valore) cose antiche e cose nuove, allora ognuno di noi ha la potenzialità di essere sia discepolo che scriba.
Anzi: chi ha occhi e orecchie per intendere è uno “scriba” del Regno.
Ora la questione è semmai perché a qualcuno sia “dato” (donato?) di conoscere i misteri del regno dei cieli e a qualcuno no: un problema collegato alla capacità di comprensione?
Bisogna essere proprio geni raffinati? No. Perché è noto che le cose nascoste sono rivelate ai semplici e ai piccoli: gli stessi apostoli non erano degli scienziati e neanche uomini particolarmente raffinati.
Il verbo comprendere però è ripetuto più volte nel vangelo di Matteo ed in particolare nel contesto del capitolo 13; si può affermare costituisca il tema dominante di tutto il capitolo.
Mi è difficile credere che il Padre scelga di fare un dono così grande, come la comprensione della Parola, a qualcuno sì, e a qualcuno no.
In ogni caso chi comprende trae dal suo tesoro il vecchio e il nuovo. L’allusione per qualcuno è al Vecchio e al Nuovo Testamento, ma qui non si parla concretamente dei testi biblici: i vangeli verranno scritti dopo la morte di Gesù; dunque il tesoro è senz’altro la Parola del Cristo, quella della Sua predicazione in Palestina 2000 anni fa, ma il tesoro è forse anche ciò che alberga nella mente e nel cuore del discepolo.
Nei Vangeli, l’altra occorrenza del binomio “nuovo” e “vecchio” si trova in una discussione tra Gesù e i Farisei a proposito del digiuno che dà origine agli esempi del vestito vecchio rattoppato con tessuto nuovo e del vino in otri nuovi e vecchi (Mc 2,18-22 (v.nota 1); vedi paralleli in Mt 9,14-17; Lc 5,33-39). Qui il senso del rinnovamento è totale e continuo.
Per scoprire quale realtà copra il termine “nuovo”, Marco ci mette sulla strada giusta all’inizio del suo vangelo: Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». (Mc 1,27)
L’insegnamento di Gesù è il “nuovo” per eccellenza, e il nuovo consiste nella rivelazione di tutto ciò che è rimasto nascosto fin dall’inizio del tempo; il nuovo insegnamento rivela fondamentalmente che ciò che è, è perché è un bene per un altro; non esiste altra legge; non basta non uccidere o non rubare, la soluzione sta nel far vivere e nel donare. Non c’è altro. Non esiste altra morale. In termini tecnici…è l’amore cristiano…
Allora forse possiamo azzardare una risposta alla domanda iniziale; chi è lo scriba divenuto discepolo del Regno?
Forse chi durante questa vita potrà disegnare sulla terra, con i propri passi e le proprie azioni, percorsi di benevolenza; ciascuno di noi può diventare uno scriba del Regno.
Ma non a tutti è “dato”. Siamo tutti scrittori, perché la nostra esperienza di vita lascia tracce in questo mondo, non solo per noi stessi, ma per tutti coloro che ci circondano. Non sono sempre tracce edificanti. Si può essere scrittori e non scribi e viceversa. Sappiamo infatti chel’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. (Mt 12,35)
Quale testo vogliamo scrivere sulle vie del mondo?
Un romanzo criminale? Un romanzo d’amore? Un giallo? Una storia triste? Una storia allegra? Un saggio?
Non so, ma il credente che è diventato discepolo ha il potere di realizzare la perpetua novità dell’insegnamento del Cristo, lasciando impronte di bene sulla terra; non è forse questa la missione alla quale siamo chiamati?
Il discepolo divenuto scriba incarna la promessa fatta al profeta Ezechiele: vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne (36, 26). E per qualcuno sarà anche vero ciò che aveva in mente l’apostolo Paolo: ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. (2 Cor 3,14-17).
La trappola peggiore consiste, secondo me, nel sentirsi al sicuro nei panni dello scriba divenuto discepolo del Regno: si ripeterà solo il vecchio e si ridurrà la possibilità di lasciare orme di bene sulle vie del mondo, traendo il nuovo dall’antico. Ecco perché il cristiano o è in cammino, o non è.
Certamente il cammino va oltre l’orizzonte immediato che possiamo intuire, non è sempre facile, tanto meno immacolato, ma nessun percorso è possibile per chi non comincia a camminare qui e ora, traendo dal suo tesoro il vecchio e il nuovo. Nella teoria e nella pratica.
(1)I discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da lui e gli dissero: “Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?”. Gesù disse loro: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno. Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!”.
XIX Domenica del tempo ordinario – Anno A
9 agosto 2020
Tempesta perfetta
In questa apparente calma estiva, non così vacanziera, eppure per qualcuno di riposo, se non di spensieratezza, i media continuano a parlare di Covid-19 e dei suoi effetti “collaterali”: crisi umanitaria, crisi economica e, soprattutto, crisi di fiducia.
Quando la fiducia viene meno, avanza la paura.
Paura di cosa?
Di qualunque cosa, dipende dalla situazione; oggi si chiama paura del Covid e s’infiltra dappertutto, peggio del virus stesso, anche quando cerchiamo di proteggerci: protocolli di sicurezza obbligatori, disinfettanti, mascherine, farmaci per combattere l’ansia…
La paura resta lì, nonostante gli espedienti per esorcizzarla: non riusciamo a controllare ogni cosa, credo per via del fatto che siamo uomini e non dèi.
Il Vangelo di questa domenica ci aiuta a comprendere meglio proprio i meccanismi delle paure umane; come sempre la Parola risuona per l’oggi.
Giovanni Battista è stato ucciso e Gesù, informato dell’accaduto, dopo aver ordinato ai discepoli di salire sulla barca e precederlo sull’altra sponda, congeda la folla e sale sul monte da solo.
Ha bisogno, probabilmente, di pregare in silenzio.
La folla, anch’essa disorientata dalla morte del Battista, lo aveva atteso sulla riva e Lui, vedendola, si era mosso a compassione, aveva guarito malati e dato da mangiare a chi aveva fame.
Ora ciascuno va verso la propria casa, i discepoli salgono sulla barca e Gesù si ritira in solitudine.
I discepoli sono soli, senza Gesù, lo stesso Gesù che li ha obbligati a salire su una barca, per andare all’altra sponda.
Sono soli ed è notte: tra le 3 e le 6, come dice il testo greco: è la quarta veglia e stanno in mezzo al lago, al buio; non ci sono lampade o fari in giro, il tempo e il luogo non li prevedono; ci sono piuttosto onde e vento contrario: tutto sembra concorrere a creare incertezza, paura, ansia. Forse i discepoli vorrebbero essere altrove, ovunque, ma non lì, al buio, soli, in mezzo al lago tempestoso, col vento contrario che impedisce loro di recarsi al luogo designato.
Il pericolo è reale: il naufragio appare probabile; chi naufraga lì, in mezzo alla burrasca, va incontro a morte quasi certa: chi, in una simile situazione, potrebbe prestare soccorso?
I discepoli stanno allontanandosi da tutto, dall’una e dall’altra sponda, stanno perdendo i punti di riferimento e non controllano nulla; sono spaventati e addirittura, vedendo nel buio una forma avvicinarsi, pensano che sia un fantasma. Letteralmente, stanno fantasticando di qualcosa che non è, proprio perché sono al buio e hanno paura.
Gesù lo sa e fa sentire loro la propria voce per tranquillizzarli, ma questo non basta. I discepoli temono un inganno, non lo riconoscono con certezza, nonostante la voce, che dovrebbero conoscere bene.
Da questo momento in poi è come se il fulcro della narrazione si spostasse su Pietro; è uno dei discepoli di cui conosciamo meglio la personalità e mi vengono in mente molti episodi in cui interpreta un ruolo da protagonista: Pietro è il primo a dichiarare che Gesù è il Figlio di Dio, è lui che parla durante la trasfigurazione, è lui che negherà Gesù: Pietro è un impulsivo.
Qui, ora, chiede una prova, quasi lancia una sfida: “Se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. Gesù risponde: “Vieni!” E quello si tuffa, letteralmente, non in senso figurato!
Si noti, per inciso, che Pietro, sempre in preda alla paura, al momento della cattura di Gesù, sarà anche il primo a negare di averlo mai conosciuto…annegando nel dolore un attimo dopo, non appena si renderà conto del suo atto e del fatto che Gesù glielo aveva già predetto.
Ma quale senso può avere questo improvviso tuffarsi nell’acqua?
Pietro non dubita veramente, altrimenti non si tufferebbe.
Compie un gesto sconsiderato? Un atto impulsivo? Vuole primeggiare davanti agli altri?
Scongiura la paura? Esprime di slancio il suo amore per Gesù?
Quando Pietro dice a Gesù “se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”, possiamo anche interpretare quel “se sei tu” come “dal momento che sei tu”, tuttavia la sfumatura del dubbio persiste: per me c’è qui tutta l’umanità di Pietro.
Pietro e Gesù parlano, dialogano c’è una relazione profonda tra Maestro e discepolo, ma si tratta di una relazione sbilanciata: da un lato c’è la fragilità, l’impulsività – e la fede – di Pietro, dall’altro c’è la presenza, costante, di Gesù.
Pietro va, si tuffa, forse per affermare davanti a se stesso, al mondo e a Gesù la sua certezza, in una sorta di exploit di fiducia, coraggio, e fulminea determinazione.
E in effetti ci riesce anche per un po’: cammina sulle acque e sta andando verso Gesù, ma altrettanto fulmineamente s’impaurisce per la violenza del vento e comincia ad affondare.
In altri termini non regge alla forza dello Spirito che lo rende capace di camminare sulle acque. Non ce la fa. Affonda. Non ha che da lanciare un grido: “Signore, salvami!”
Certo: Gesù lo afferra e lo salva. Subito. E gli dice anche quel che pensa di lui: “uomo di poca fede”, lo appella.
Dobbiamo capire che la fede di Pietro è piccola? O piuttosto che nella sua fede vi sono anche dubbi, ovvero che fede e dubbio si intrecciano sempre?
Non so. In ogni caso il grido di Pietro implica la fede: tutti coloro che gridano a Dio manifestano la loro fede.
Quel che capisco io è che questa è una storia iniziata con una separazione (Gesù sul monte, i discepoli sulla barca, la folla altrove) e con una mancanza di…connessione da parte dei discepoli.
È come se dicessero: “Gesù non c’è. Punto. Siamo nei guai. Chi ci dice che quello sia lui e non un fantasma?”
Quel che capisco io è che questa è una storia che continua con una prova “data” da Gesù troppo incredibile, troppo fuori dalla portata umana, qualcosa che finisce per generare un timore dell’azione divina più forte della paura comune, in ultima analisi della comune paura di morire.
Quel che capisco io è che questa storia finisce con un grido, che attesta comunque l’assoluta alterità dello Spirito e della sua azione, rispetto ad ogni possibilità immaginativa di un essere umano, per definizione pieno di dubbi, di incertezze – e di fantasmi mentali – anche se sperimenta la fede, piccola o grande che sia.
Il grido, in ogni caso, è rivolto verso Dio e attesta la fede di chi lo emette.
La parola fede, in ebraico, contiene l’idea di solidità, così come la parola “Amen”, che chiude le nostre preghiere. “Amen” significa: è sicuro, è solido, viene da Dio. Dicendo “Amen” attestiamo la nostra fede nell’affidarci a Dio.
La paura, quella del Covid o di qualsiasi altro evento pernicioso, esiste e dobbiamo farci i conti, non è neanche in sé una cosa malvagia, perché ci aiuta ad evitare i pericoli, ma è tanto naturale, quanto inutile quando s’infiltra in esperienze ed eventi che non siamo in grado di controllare; anzi è controproducente.Se la nostra fede è solida, non lo è perché siamo campioni spirituali, ma solo perché conosciamo colui in cui la riponiamo.
Io lo conosco? Tu lo conosci?
XX Domenica del tempo ordinario – Anno A
16 agosto 2020
Percorsi aperti
Il vangelo di questa domenica risponde ad una domanda: che tipo di relazione possiamo e dobbiamo avere con le persone che vengono “da fuori”, con gli stranieri?
Domanda antica quanto il mondo.
Isaia, uno che ha vissuto tanto tempo prima di Gesù, diceva che il popolo di Israele, popolo scelto da Dio, era come una specie di fermento per consentire al “resto del mondo” di essere salvato; gli stranieri, per essere salvati, dovevano rivolgersi a Dio e in qualche modo accettare la fede di Israele, adempiendo ai comandamenti e ai precetti presenti nella Torah, nella Legge.
Con qualche sfumatura, questo è anche ciò che dice l’apostolo Paolo scrivendo ai Romani, popolo di origine non ebraica, che deve necessariamente adeguarsi alla dottrina cristiana.
Matteo oggi ci dice qualcosa che getta una luce nuova sulla prospettiva della chiesa missionaria: la grazia di Dio è “donata” da Gesù, senza una preventiva accettazione di norme o regole.
Gesù e i discepoli si trovano nel territorio di Tiro e Sidone, in terra pagana; si sono ritirati lì, nella terra tradizionalmente esterna agli interventi del Dio di Israele, riguardanti solo le terre percorse dal popolo eletto.
Gesù ha da poco avuto una discussione con i farisei circa la tradizione degli antichi: i farisei hanno posto la questione del perché i discepoli trasgrediscano alcuni precetti della Legge. Per esempio, non si lavano le mani prima di toccare il cibo.
Gesù ha risposto in maniera chiara e dura e forse sarà stato penoso per Lui accettare non solo l’incomprensione dei farisei, ma anche quella dei discepoli proprio attorno al significato del suo discorso; neanche i discepoli ne hanno subito afferrato il senso: ciò che rende impuro l’uomo non è il cibo impuro che entra dalla bocca, che sarà comunque eliminato, ma le parole malevole o false che escono dalla bocca, perché manifestano l’impurità del cuore.
Dopo questo momento di tensione, Gesù, con gli apostoli, si “ritira” tra Tiro e Sidone, se ne va in terra straniera…forse per cambiare aria. Qui, incontrano una cananea, donna straniera, non ebrea, che grida: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio.”
Gesù sembra non darle alcun peso, non le rivolge neanche una parola, tuttavia gli apostoli intervengono come se intendessero dire: per favore, fa qualcosa per farla smettere di gridare, accontentala!
I discepoli forse volevano stare tranquilli, in intimità col Maestro, senza essere disturbati, ma ecco che arriva la Cananea urlando, chiedendo aiuto a proposito di una questione per lei gravissima: ha una figlia indemoniata. Come si fa? Bisogna risolvere.
Gesù obietta agli apostoli: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”; in altri termini, risolvere i problemi di quelli di fuori non è compito suo.
La donna avrà sentito? Dal racconto di Matteo possiamo supporre di sì, in ogni caso rincara la dose: si getta ai piedi di Gesù e dice: “Signore, aiutami!”
Si tratta del Kyrie eleison, il ritornello che sin dalle origini scandisce la preghiera della Chiesa, non diverso dal grido di Pietro della scorsa settimana.
La risposta di Gesù alla Cananea non ce l’aspettavamo, suona troppo strana, addirittura offensiva:
“Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini.” Gesù traduce in termini semplici la stessa obiezione che ha appena rivolto agli apostoli.
Si tratta di un’altra risposta dura, inquietante, forse offensiva, ma non al punto da scoraggiare la donna, che risponde prontamente: “È vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
La risposta della donna è impressionante: non solo non rinnega la sua origine, e, insieme, non ricusa il punto di vista di Gesù, ma reclama il diritto ad essere trattata come le pecore della casa d’Israele. È come se dicesse: “Va bene, non appartengo al vostro gruppo, ma perché non puoi salvare mia figlia? Perfino al cane si danno gli avanzi dei padroni.
È a questo punto che Gesù agisce, dicendo: “Donna, davvero grande è la tua fede. Ti sia fatto come desideri.” La esaudisce, non perché sia ebrea, ma perché ha fede grande.
In cosa crede la Cananea? Non si capisce bene: è probabilmente politeista e idolatra, questo di fondo è il significato del termine pagano; forse il Dio d’Israele è per lei uno dei tanti, cui rivolgersi, anche se sembra attribuirGli una certa preminenza.
Proprio quest’ultimo è il punto centrale: la donna ha fiducia nel fatto che Gesù possa guarire la figlia.
Immagino la reazione degli apostoli: sono ebrei, che conoscono bene la Legge e la praticano; improvvisamente sono costretti a rendersi conto che la grazia di Dio può “sfuggire” o “ritirarsi” oltre i confini e le frontiere della casa d’Israele, può manifestarsi al di fuori del recinto, a tutti coloro che la domandano.
Ecco. È qualcosa di straordinario; una vera rivoluzione per il pensiero religioso del tempo e per la chiesa, qui rappresentata dai discepoli: la chiesa non controlla la grazia di Dio, non controlla lo Spirito e non controlla nemmeno la fede delle persone.
La fede della donna è “grande”, ma certamente non è conforme alla Torà e neanche alla fede evangelica come s’incarna rispettivamente nei dottori della sinagoga e negli apostoli.
Cionondimeno è la sua fede a mettere la donna in condizione di ricevere la grazia di Dio, tramite il Cristo. Questo è il fatto. Non altro.
Diciamo spesso che riceviamo la grazia di Dio attraverso l’annuncio e l’adesione al Vangelo e che i benefici della salvezza si ricevono attraverso l’adesione alla fede nel Dio di Gesù Cristo, nell’alveo di un credo religioso con comandamenti, dogmi e regole di comportamento.
Ora questo testo sembra dirci in modo folgorante qualcosa in più: la fede in Dio è una fede che la Chiesa non controlla, in ogni caso è una fede non padroneggiabile per altri, una fede che lo stesso Gesù di Nazareth non controlla.
Le conseguenze sono rilevanti: quando proclamiamo il Vangelo e quando lo viviamo non abbiamo alcuna vocazione a convertire il mondo per attrarlo nei nostri recinti; la nostra unica vocazione è testimoniare ciò che il Signore ha fatto nella nostra vita, testimoniare la grazia ricevuta per fede.
Si tratta inoltre di una fede vissuta in modo molto diverso a seconda del luogo e del tempo.
Lo Spirito soffia dove vuole, quando vuole e come vuole.
Il Kyrie eleison non è solo una preghiera della chiesa, ma può risuonare nel cuore di ogni donna e di ogni uomo. E riceve risposta. Da quel momento si apre un percorso individuale, diverso da quel che potevamo immaginare, aperto, che non finisce di stupire e al quale ciascuno risponderà a suo modo.
Ogni cristiano che sia stato investito dal vento della grazia, è solo un semplice testimone di quella grazia; se il vento dello Spirito ha soffiato anche solo una volta nella nostra vita, non si può che essere testimoni della Parola.
Gesù stesso, nel suo percorso umano, riconosce di non essere stato inviato solo per “le pecore perdute della casa di Israele”, ma per tutti.
Anche noi siamo stati mandati, siamo apostoli nel mondo, per proclamare la grazia di Dio, senza chiedere nulla in cambio, solo perché sia esaudito il desiderio di vita dei sofferenti, che gridano verso Dio.
XXI Domenica del tempo ordinario – Anno A
23 agosto 2020
Non praevalebunt
Legare e sciogliere. Aprire e chiudere. Tenere e lasciare andare.
Da che parte stare? Solo Pietro ha le chiavi?
Tanto per cominciare possiamo chiederci se era così importante sapere chi fosse esattamente Gesù; in fondo, se parliamo di relazione personale, ci sono tanti Gesù quanti sono i cristiani.
Tuttavia, Gesù pone una domanda precisa: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?»
Ciò che colpisce sempre è la varietà di opinioni che circolano sul figlio dell’uomo, ma questa molteplicità ha ancora un’unità tipicamente ebraica e biblica: tutti pensano che potrebbe ben essere un messaggero di Dio, a memoria e/o compimento degli interventi divini nel passato, ma è anche vero che quando ci si aggrappa al passato, si vela il presente e il futuro.
Certamente, Gesù si definisce figlio dell’uomo, e non potrebbe essere diversamente; il termine, nella cultura ebraica, si riferisce ad ogni uomo (cfr Daniele 7 e il libro di Ezechiele).
Curiosamente, Gesù non si pronuncia a proposito delle opinioni che circolano su di Lui, sembra piuttosto che si concentri sulla possibile risposta alla domanda seguente:
«Voi chi dite che io sia?»
La domanda, senza mezzi termini, è posta ai discepoli. E naturalmente Pietro è il primo a rispondere: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.” Tutto d’un fiato, Pietro proclama sia la messianicità di Gesù che la sua divinità.
Non è poco.
“Figlio del Dio vivente” si riferisce sia all’origine che alla natura della persona di Gesù: è da Dio ed è Dio. Questo “riconoscimento” da parte di Pietro non sarà senza conseguenze. Gesù dichiara Pietro beato, perché ha ricevuto una rivelazione divina; per questo motivo è davvero sulla persona di Pietro che Gesù costruirà la sua chiesa. È importante rammentare che su Pietro il Cristo costruisce la Sua Chiesa, perché Pietro…è solido come una roccia, ma è il Cristo che mantiene l’iniziativa e l’autorità sulla costruzione; è il Cristo che costruisce, non Pietro, che da solo sarebbe roccia assai friabile. Il Cristo non delega; annuncia e promette la propria attività sulla persona di Pietro.
A proposito poi del senso delle famose chiavi di Pietro, bisogna dire che nell’Antico Testamento e nel giudaismo, le chiavi non erano collegate in alcun modo ad una presunta funzione di “portiere del Regno”, né di “maestro spirituale” e neanche di “guaritore” dai poteri esoterici.
Le chiavi sono piuttosto il simbolo di un’autorizzazione ricevuta, indicata con i verbi “legare” e “sciogliere”. Questa autorizzazione è basata sul riconoscimento di Colui che ha dato un insegnamento: quello contenuto nei vangeli. Altro, non c’è; la costruzione della chiesa dipende dall’importanza dell’identità di Gesù e dalla nostra capacità di continuare a riconoscerlo.
Credere vorrà dire abbandonare ogni idolo.
La domanda “E voi chi dite che io sia” non è questione di teologia sussidiaria, è la chiave che Gesù porge sempre ad ogni discepolo; dalla nostra risposta e dalla solidità della nostra affermazione, dipenderà tutto il resto: il nostro rapporto con gli altri, la qualità delle nostre aspettative, la tipologia delle nostre speranze, il senso dei nostri desideri e in ultimo il significato attribuito da ciascuno alla propria vita.
La ricchezza di questo approccio consiste, tra l’altro, nella possibilità di accogliere tutti e ciascuno, comprese le persone che non si sentono pronte ad aderire ad una confessione di fede.
Possiamo paragonare la situazione di questi ultimi alle varie opinioni corrispondenti alla prima domanda di Gesù, che potremmo riformulare così: La gente, mediamente, chi pensa che sia il figlio dell’uomo? La “gente” è la nostra moltitudine, con le sue molteplici risposte ed opinioni, attorno alle quali Gesù non pronuncia commento, né rimprovero, né lode. La questione vera è personale:
Voi, chi dite che io sia?Gli altri discepoli riceveranno lo stesso dono di Pietro, solo un po’ più tardi, nel momento in cui avranno riconosciuto in Gesù il Figlio del Dio vivente.
Né la carne né il sangue ce lo rivelano, ma il Padre che sta nei cieli: si riconosce in Gesù il Cristo, figlio del Dio vivente solo in un modo: per “dono”, un “per-dono” eminente, un dono di Dio.
Un dono che rende beati, come i beati del discorso della montagna, per loro le porte degli inferi non praevalebunt: qualcuno le ha aperte, ha sciolto i legacci e ha liberato dalle catene, per rinsaldare il legame con la vita … che si era spezzato.
XXII Domenica del tempo ordinario – Anno A
29 agosto 2020
Torre di controllo
A dire il vero faccio fatica a trovare qualcuno che farebbe del vangelo di questa domenica il suo passaggio preferito, un passaggio da rileggere regolarmente, come per assaporare la forza della saggezza delle parole: “soffrire”, “essere ucciso”, “prendere la croce”, “perdere la vita”, “rendere a ciascuno secondo le sue azioni “. Tutti gli ingredienti pare siano qui riuniti per ravvivare un cristianesimo al quale sono piuttosto allergico.
Un vangelo per masochisti?
Come desiderare un simile programma?
La Parola, e quindi anche queste parole, non contiene il segreto per un cammino straordinario, per una vita reale con tutto ciò che da essa può derivare?
Ci siamo emancipati. Il passato con le sue forme “devozionali” e le sue pratiche di “sofferenza corporale” è un antico ricordo. Le immagini di autoflagellazione, di vita diminuita, di pane (poco) e lacrime (tante) sembrano essere cadute in disuso.
Forse bisognerebbe chiedersi cosa significa “rinnegare se stesso”, “prendere la croce”, “perdere la vita”?
Ci provo…
Esiste un’attitudine molto diffusa: la tendenza a controllare. Tutto. La cosa più buffa è che il vero “controllo” non è mai in prima istanza istituzionale, ma è quello che prende l’avvio dal singolo, si può anche estendere e diventare la caratteristica di un ambiente.
Sembra che siamo tutti animati dal bisogno di controllare gli altri, allo scopo di rassicurarci che non stiano facendo nulla che possa mettere in discussione il nostro modo di vivere. Diciamo che è un impulso naturale; d’altronde fin da piccoli abbiamo imparato a cercare di controllare l’ambiente, prima di guadagnare la nostra autonomia. In alcuni casi, anche da grandi, guardiamo all’altro non tanto per interesse e curiosità, ma per influenzarlo o addirittura dominarlo. Allora si controllano il proprio ambiente, i propri colleghi, i propri cari, i propri figli, la moglie, il marito, i figli, i fratelli – e i confratelli – gli amici e i nemici.
Perché? Non per curiosità, per paura; se altri si comportano in modo non confacente alle nostre abitudini, cosa di per sé non solo normale, ma anche auspicabile, sono percepiti come potenziali pericoli.
Curiosamente questo tipo di “grande”, l’ultima cosa che tende ad analizzare è se stesso e il proprio modo di vivere.
Nel nostro ambiente, per esempio, abbiamo imparato a controllare le pulsioni sessuali, abbiamo imparato a sublimarle, a spiritualizzarle, a nasconderle, a canalizzarle, a negarle, abbiamo imparato a controllare l’aggressività o il desiderio di potere o di primeggiare, ma come un fiume carsico, prima o poi da qualche parte, e in qualche modo, tutto questo salta fuori di nuovo, perché si tratta di forze, che governano il nostro mondo e sono perfino la molla dell’evoluzione; se non fossimo una specie così assertiva, energica e dotata d’impulsi animali, non avremmo resistito alle forze della natura. Ci avrebbero spazzato via. Tutto sta nell’intelligenza di guardare a noi stessi per affinare sensazioni, percezioni e sentimenti.
In ogni caso una certa necessità di mantenere il controllo, almeno fino ad un certo punto, fa parte di ogni settore delle attività umane: per esempio, non investiremmo un soldo in un’azienda che non controlli le entrate e le uscite.
Ciascuno di noi potrebbe fare l’esercizio di provare a dire ciò che controlla o ciò che vorrebbe controllare. Chi non vorrebbe esercitare un controllo assoluto sul proprio lavoro, sul proprio impiego? I sindacati non sono nati proprio da questo bisogno? Ma se questo bisogno di controllo, da parte del datore di lavoro o del sindacato, diventa un assoluto in sé, non ci sarà più evoluzione, né novità, né ascolto di idee originali, né adattamento alle nuove condizioni del mercato, né quesiti sulle pratiche attuali, né ricerca di abilità e capacità nuove. Il controllo eretto ad assoluto non solo uccide l’azienda, ma uccide anche il personale.
Anche i genitori vorrebbero controllare il destino dei propri figli – per il loro bene, naturalmente; i genitori sognano in grande per i figli, non vorrebbero in particolare che conoscessero le difficoltà che loro stessi hanno vissuto; provano a tracciare, a mostrare la strada da seguire, per proteggere. Il problema nasce quando questo desiderio, sano di per sé, si blocca nell’esercizio del controllo e del potere, perché per il genitore diventa più importante il proprio desiderio di un figlio fatto in un certo modo, che la serenità del figlio stesso.
Ricordo un amico; il giorno dopo aver conseguito la laurea, disse a suo padre medico: “Ecco la mia laurea in medicina, prendila, è quello che volevi.” E iniziò un altro mestiere. Non deve essere stato un bel momento per quel genitore, che tutto sommato il controllo nel settore degli studi l’aveva esercitato.
Un altro esempio: nel mondo politico e dello spettacolo ci sono i curatori di immagine che esercitano un controllo assoluto su ciò che viene detto e scritto a proposito di un personaggio. Perderne il controllo implica la morte del personaggio. Per definizione, il controllore vuole conservare ciò che esiste e quindi impedisce che si verifichino situazioni nuove.
Ma esiste come una dialettica tra il controllo delle cose e la verità delle cose. Ed è esattamente ciò che il vangelo di questa domenica mostra.
Gesù menziona il destino tragico che l’attende ed è come se dicesse: “Sono fedele alla verità e alla realtà delle cose, anche sapendo che non potrò controllare gli eventi dolorosi che prenderanno forma sulla mia strada.”
Qual è o quali sono gli oggetti del non-controllo da parte di Gesù?
Prima di tutto la Parola, quella che per Lui è la verità; in secondo luogo la possibilità della sofferenza individuale e personale, implicita nell’osservanza della Parola; in terzo luogo il proprio destino.
Ora è più chiaro il motivo per cui Pietro viene redarguito così aspramente: nel suo comprensibilissimo desiderio di conservare la presenza fisica del Cristo nella cerchia degli amici, crea la possibilità di un equivoco e di una falsa prospettiva su tutto il vangelo. Sarà una possibilità sempre aperta nella storia del cristianesimo a venire, accanto a quella di mantenere la via indicata dal Cristo.
Per i cristiani pianificare la vita è una cosa, controllarla è un’altra. Nel controllo c’è un seme di morte.
La sfida della mia vita è accettare di lasciarmi “bruciare” dalle parole dei miei cari, dei miei colleghi (confratelli), dei miei amici, da tutto ciò che può contenere un frutto di verità, e quindi accetto, per scelta e consciamente, di non controllare né le persone, né le eventuali sofferenze derivanti dall’opzione fondamentale per il vangelo.
Forse è anche questa una concretizzazione del “dimenticare se stessi”, del “lasciare la propria vita”?
Questa è la mia “interpretazione”, ciò che credo rilevante per me.
Non so se sia anche ciò su cui la nostra società e l’intera Chiesa dovrebbero meditare; credo però che sia la condizione necessaria della vita nuova, sovrabbondante e insospettata.
XXIII Domenica del tempo ordinario – Anno A
6 settembre 2020
Legare o sciogliere
Questa parole indirizzate a Pietro (cfr. il Vangelo di due settimane fa), nel Vangelo di questa domenica sono pronunciate per tutti i discepoli.Potrebbe voler dire che le azioni del “legare” e dello “sciogliere” non riguardano soltanto il potere sacramentale del perdono dei peccati – concetto storicamente posteriore alla predicazione di Gesù – ma rappresentano in generale l’essenziale dell’agire umano nell’ottica cristiana.
Si lega e si scioglie all’interno delle relazioni, nell’agire l’uno nei confronti dell’altro.
Credo che tanto il “legare” quanto lo “slegare” rimandino entrambi ad atti liberatori e liberanti da condizioni di malessere, di conflitto, di oppressione o di oscuro assopimento.
Essere “legati” significa ritrovarsi impegolati in lacci di vario genere; gli effetti di una simile condizione si manifestano attraverso la sofferenza, generata spesso da scelte infelici o distruttive, liberamente esercitate.
L’apostolo Paolo per esprimere questa tipica situazione umana diceva: io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rom 7,19).
Siamo tutti esseri segnati da certe chiusure e se è vero che la nostra liberazione richiede uno sforzo personale, è anche vero che l’aiuto, la testimonianza (nel senso della presenza) di una sorella o di un fratello sono essenziali: probabilmente tutti o quasi abbiamo sperimentato il sostegno e la prossimità di un altro nel guardare ai nostri problemi con maggiore lucidità, nel sopportare una fatica, nell’attraversare situazioni difficili: è la stessa esperienza dei discepoli di Emmaus, bloccati nella loro pur comprensibile tristezza, attaccati all’apparente fallimento del loro maestro. Anche loro hanno avuto bisogno di qualcuno, di uno sconosciuto – riconosciuto più tardi – affinché i loro lacci si allentassero.
Questa riflessione implica la presa di coscienza di una responsabilità verso gli altri: se siamo consapevoli della sofferenza altrui, siamo chiamati ad esserci per cercare di alleviarla. Gesù fa così con Lazzaro: Slegatelo e lasciatelo andare (Gv 11,44). Noi siamo chiamati ad agire in maniera – umanamente – simile: non siamo noi gli artefici della liberazione, perché anche qui Gesù non delega, ma dà compimento e si serve di coloro che lo seguono.
Nel Vangelo di oggi è portato l’esempio di una relazione tra due persone intrappolate nel disaccordo; probabilmente uno è l’offeso e l’altro è colui che ha offeso e l’obiettivo dato per assoluto è il tentativo determinato di “fare la pace”, che prende l’avvio, guarda un po’ proprio da colui che è stato offeso…Già, perché chi è stato offeso, se non si libera dalla ferita dell’offesa, è il primo a rimanere prigioniero del proprio rancore.Cosa significa questo? E se chi ci ha offeso non ha nessuna intenzione di riconoscerlo e di fare la pace? Se non ci considera o ci cancella dal suo panorama? Abbiamo l’obbligo di perdonare (come vedremo la prossima domenica), ma non di rimanere prigionieri della mancata considerazione di chi non abita nella legge dell’amore indicata dal Cristo. Questo è il punto, e mi rendo conto che può risultare difficile accettarlo, perché questa indicazione fa tabula rasa di ogni forma di buonismo, di ipocrisia, di mediazione al ribasso, di mercificazione dell’etica cristiana.
Questo è “pagano” in un senso per noi oggi comprensibile: pagano è non certo chi appartiene ad un’altra religione, ma colui che si fabbrica degli idoli: la propria reputazione, la propria ricchezza, l’ammirazione del prossimo, la cultura, la professionalità, lo stile; se tutto questo, in sé non negativo, viene preposto al vangelo, ecco, allora siamo pagani. O pubblicani, perché pensiamo di dover riscuotere per diritto acquisito qualcosa dalla vita, come esattori delle tasse, come se appartenessimo al genere umano per meriti speciali.
Forse non comprendiamo mai abbastanza che il dono fondamentale che non saremo mai in grado di restituire è quest’unica vita che viviamo. Cominciamo a capirlo solo quando ci ammaliamo. O quando qualcuno dei nostri cari si ammala.
Allora quale senso potrebbe avere ostinarsi a vivere dentro i lacci e lasciarci dentro anche gli altri?
C’è un di più in tutto questo: Gesù conclude il suo insegnamento evocando il potere della preghiera: dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.
Non è che Dio risponderà di più alla preghiera, solo perché molti dei suoi figli lo stanno implorando, ma perché insieme si agisce per legare o slegare in terra all’interno dell’etica evangelica. Non è il numero a dare più consistenza alla preghiera, ma l’adesione ai valori evangelici.
XXIV Domenica del tempo ordinario – Anno A
13 settembre 2020
Perdono
Non si tratta di un testo che fornisce il metodo del perdono, ma ne illustra l’importanza.
Tutto inizia con una domanda di Pietro: “Quante volte devo perdonare mio fratello quando pecca contro di me?”
L’offesa, il peccato, viene paragonata a un debito.
L’immagine del debito è tanto interessante quanto terribile, perché esprime con spaventosa efficacia la forza e l’effetto del male subìto e non perdonato.
Possiamo pensare a tanti esempi, dall’insulto alla calunnia, dal tradimento alla diffamazione fino ad arrivare all’omicidio e allo sterminio.
Proviamo a pensare, ad esempio, a quei figli che, a causa dell’atteggiamento sbagliato o addirittura violento dei genitori, sono stati derubati della serenità.
Proviamo a riflettere su coloro che sono stati privati dei loro cari, uccisi intenzionalmente, o anche involontariamente a causa di gravi incidenti sul lavoro o sulla strada.
Pensiamo alle vittime dei crimini contro l’umanità, talvolta progettati per cancellare intere popolazioni o culture dal mondo dei viventi.
Sono tutti debiti molto seri.
Quante persone sono state fisicamente sottratte alla Vita, all’affetto dei loro cari e al mondo nel corso della storia? Dev’esserci un vasto e pesantissimo debito totale del genere umano nel suo insieme, accumulato fin dalle origini.
Il racconto biblico ci parla di 10.000 talenti, un ordine di grandezza enorme perché un talento era pari ad un chilo d’oro; il male è quindi pressoché incommensurabile: non siamo in grado di valutarlo correttamente.
Pietro, quando interroga Gesù, vive nell’illusione che sia possibile in qualche modo quantificarlo e quindi calcolare anche quante volte si possa perdonare.
La risposta di Gesù impegna Pietro a scoprire che mentre il male non può essere umanamente calcolato, il perdono non ha alcun limite.
Il male non è oggettivamente misurabile, o almeno, gli autori biblici sono sempre reticenti a definirlo e a teorizzarlo, perché la variabilità dei suoi effetti e della loro percezione è tale da non consentire agli uomini di valutarne l’impatto.
Si può notare con sorpresa, per esempio, che gli attivisti “Pro Life” mentre combattono con vigore contro le interruzioni volontarie di gravidanza, non protestano allo stesso modo contro le morti degli immigrati nel Mediterraneo.
La motivazione potrebbe essere trovata nel fatto che l’unico aspetto del male, cui abbiamo veramente accesso, è quello che “ci fa” male, che fa male a noi, o che assume il carattere del “peggio” ai nostri occhi.
Partendo da questo presupposto, possiamo provare a capire cosa sia il “perdono”.
Tra il male e il perdono c’è l’individuo: nella parabola è un servo, che non poteva essere più indebitato di quanto già non fosse, il cui debito era stato cancellato per pietà dal padrone/creditore. Eppure, questo stesso servo non sarà in grado di mostrare la stessa pietà quando si troverà ad essere modesto creditore a sua volta, e per conseguenza subirà un danno peggiore.
Quindi, dobbiamo perdonare sempre?
Dobbiamo perdonare anche quando i carnefici non lo hanno mai richiesto? Quando non solo non si sono mai gettati ai piedi del creditore, ma lo hanno anche deriso e oltraggiato?
Quando il colpevole è grasso, ben nutrito, prospero, arricchito e antipatico?
È uno scherzo?
L’autentico perdono sembra praticamente impossibile per un essere umano, così come sembra impossibile risarcire 10.000 talenti.
Perdonare vuol dire lasciare andare, recidere tentacoli e vincoli che imprigionano malignamente in una reciprocità di debiti, anche oltre la relazione duale tra il creditore e il debitore.
Gesù con la sua predicazione illumina definitivamente la questione del male e del peccato; il Signore non è il Dio geloso che punisce l’iniquità dei padri sui figli (cfr. Es 20,5), ma Colui che rende manifeste le Sue opere attraverso la grazia (cfr. Gv, 9,1-7). Non si potrà più dire che “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati” (cfr. Ez 18, 1-9), perché la remissione del debito/per-dono è già avvenuta ed è certa; agli uomini e alle donne spetta “soltanto” l’esercizio continuo e fedele dell’equità e della giustizia.
Potremo dire che non è facile sempre, anzi che è molto difficile, ma questo è. Ricordare le parole del Cristo sulla croce ci può aiutare: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno.”
Assolvere, rimettere i debiti – cosa che chiediamo quotidianamente attraverso il Padrenostro – significa sciogliere noi e l’altro dai vincoli del male.
Un essere umano può farlo solo quando lascia che il Cristo operi in lui.
La logica perversa che imprigiona nel labirinto di legami, veti, ricatti, ritorsioni, crediti e debiti, può essere spezzata praticando l’equità e la giustizia e perdonando settanta volte sette, cioè secondo una misura che si prende gioco dei nostri numeri e di ogni calcolo, fino a renderci possibile il perdono alla maniera di Dio. Chi ci riesce … è bravo… cioè… libero…
Il male che commettiamo non possiamo mai risarcirlo, può solo esserci perdonato dal nostro creditore e l’unico limite al perdono è solo il creditore a immaginarlo, in maniera direttamente proporzionale alla forza della sua fede.
XXV Domenica del tempo ordinario – Anno A
20 settembre 2020
Triangoli e fardelli
È pur necessario distinguere tra gelosia e invidia.
La gelosia riguarda la coppia in tutte le sue forme, ma anche l’amicizia: ci sono sempre tre persone coinvolte e la gelosia è il segno di una forma di “amore” che rischia sempre di fallire. Questo la distingue dall’invidia “conclamata”, malattia per la quale il rapporto è già fallito.
La gelosia a volte si nutre della dipendenza da dettagli e fantasie: non importa che ci siano “prove”, è già l’idea stessa che l’amato o l’amata possano preferire un’altra persona a rendere la vita impossibile; il vero geloso detesta meno il rivale – vero o presunto – del partner sospettato di tradimento, prova ne siano le aberrazioni dei reati e dei delitti legati al movente passionale.
L’invidia è, se vogliamo, una forma potenziata della gelosia, ancora più dannosa, perché è un’infelice rivendicazione di sé nei confronti di un simile, ma al cospetto di qualcun altro, ritenuto un’autorità; l’invidia sembrerebbe una tensione tra due persone, o tra una persona e un gruppo, o tra due gruppi di persone.
In realtà ci sono sempre tre “personaggi”, ovvero due soggetti in competizione, almeno uno dei quali crede di non essere stato amato a sufficienza, e una terza istanza, sentita come assolutamente autorevole o autoritaria rispetto ai due, in ogni caso superiore, sia essa un genitore, la comunità, il gruppo dei pari, dei colleghi, il pubblico, lo Stato e così via.
La storia di Caino e Abele (Gen 4,2-8) illustra bene questo meccanismo.
Abele non ha causato alcun danno a Caino, non è in competizione con Caino e non gli ha tolto nulla, eppure Caino lo detesta e lo uccide perché ritiene che Dio Padre lo ami meno di Abele. Questo per Caino è intollerabile, perché si sente bravo e fedele, lavora la terra e onora Dio secondo tutte le regole. Così come il figlio maggiore della parabola del figliuol prodigo (Lc 15,29), Caino non capisce la logica di Dio.
Questa invidia del fratello porta a rotture e conflitti di eredità anche nelle famiglie di oggi; beni materiali, denaro, oggetti più modesti, sono solo simboli di “un di più“ di amore che ci si ritiene in diritto di avere, con la certezza di non averlo mai ricevuto. La terza istanza è sempre rappresentata dal padre o da un’autorità di tipo parentale, che completa il triangolo relazionale nel meccanismo dell’invidia.
Invidiamo i nostri coetanei, le persone che vengono dallo stesso ambiente o dalle stesse scuole, soprattutto se hanno “successo”, se sono ricche, stimate o ammirate, ma soprattutto quelli che percepiamo come più amati di noi.
L’invidia è un pesante fardello, ancor più della gelosia; persone famose e non, sarebbero sorprese se acconsentissero ad esaminare in profondità quanto questo fardello le appesantisce.
C’è prima di tutto chi si vanta o mostra apparentemente e ingenuamente il proprio “successo”, come Giuseppe quando racconta il suo sogno ai fratelli (Gen 37,5-11).
Poi ci sono quelli che, invidiosi, cercano di suscitare invidia in coloro che invidiano, come i discepoli di Giovanni Battista che vanno a dire al loro maestro: “Rabbi, colui che era con te dall’altra parte del Giordano, al quale hai reso testimonianza, ecco battezza e tutti vanno a lui” (Gv 3, 26).
Cosa fare di fronte a questo subdolo male che contamina i nostri pensieri e le nostre azioni?
Siamo forse invidiosi perché un Dio è buono con i nostri simili, o – meno cristianamente – della “fortuna” altrui?
L’invidia è molto di più che una passione individuale; è anche un ingrediente presente in tutte le guerre, in tutte le rivoluzioni e in tutte le lotte di classe, e comunque sempre quando si uccide in nome di un presunto diritto. Il poeta spagnolo Antonio Machado scriveva: “Di ciò che gli uomini chiamano virtù, giustizia e bontà una metà è invidia e l’altra non è carità”[1].
Ci sarebbe molto altro da dire attorno a questo male che abita l’uomo fin dalla notte dei tempi; per i Padri della Chiesa, l’invidia è il Male in senso assoluto, personificato in Satana. Questi è un angelo caduto e non sopporta che gli uomini e le donne possano essere salvati.
Il bene della vita che scorre in tutta la sua pienezza non segue alcuna logica contrattuale, e non appartiene a una logica remunerativa, perché non dipende da ciò che l’uomo fa, ma da ciò che l’uomo è per natura dal momento in cui lo scopre e accetta di esserlo.
Le anime dolenti brontolano nella comparazione invidiosa, contro ciò che sfugge alla loro contabilità.
Il lamento dell’invidioso si perpetua nella ristretta prospettiva del merito e della virtù, non nella generosità dell’essere. Il ricco (Mc 10,17) si situava nel “cosa fare per ereditare” e se ne è andato tristemente.
I lavoratori recalcitranti della prima ora misuravano tutto e tutti col metro del profitto particolare e hanno lanciato strali contro la bontà.
L’accordo col Signore della vigna, il patto, l’alleanza è lo stesso per ogni operaio della vigna: un denaro, la vita, a prescindere da quando i tempi siano maturi per poterla accogliere in tutta la sua pienezza.
XXVI Domenica del tempo ordinario – Anno A
27 settembre 2020
Credibilità
Questa parabola esemplifica ancora una volta la relazione tra il divino e l’umano attraverso l’immagine di un padre e dei suoi due figli, uno che agisce secondo la volontà del genitore e l’altro no.
Sono due fratelli, cresciuti insieme, potremmo dire alla stessa maniera del grano e della zizzania; si assomigliano e sono connessi da un legame molto più profondo di quanto ordinariamente si sia disposti a riconoscere: sono cresciuti sulla stessa terra, vengono dallo stesso ambiente.
Questi due fratelli differiscono molto l’uno dall’altro nell’esercizio della loro libertà personale.
Ad entrambi il padre indirizza la stessa richiesta: “Va’ oggi a lavorare nella vigna”; il primo dice sì e poi non ci va, il secondo dice no e poi ci va.
Questi figli hanno due elementi in comune: non fanno quello che dicono e non sono quello che sembrano. Somigliano a molti altri: siamo spesso in grado di distinguere nella vita quotidiana alcuni, che sembrano lontani da Dio e in realtà gli sono vicini, e altri, che per le loro funzioni sono attaccati alla legge e al tempio e si credono amici di Dio, ma rifiutano di servirlo; possiamo ricordare a questo proposito il versetto 3 del capitolo 23, sempre nello stesso vangelo di Matteo: “Quanto vi dicono (sottinteso gli scribi e i farisei) fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.”
Solo uno dei figli ha realizzato la volontà del padre, l’ultimo: quello che ha detto prima no, e poi ha cambiato idea; “Pubblicani e prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” – dice Gesù, per sottolineare questo fatto.
Passano avanti a chi?
Evidentemente i primi, i figli maggiori, pretendono o immaginano di coltivare la vigna paterna, anche se, appunto, lo dicono e non lo fanno.
I figli minori, il “secondo” della nostra parabola, invece, dicono di non voler fare, poi però cambiano idea, si “pentono”, e iniziano a lavorare nella vigna; si badi: quello stesso giorno, cioè “oggi”, in questa vita.In realtà sembra non esistere un terzo figlio ideale, che viva la perfetta coerenza tra il dire e il fare. Nella parabola ci sono solo due figli diversi, con la stessa idea di Padre: un’autorità che comanda, di fronte alla quale o si fa finta di essere sottomessi o si tenta una franca ribellione.
In realtà sono solo due modi diversi di ribellarsi.
C’è una differenza tra servire il Padre e voler apparire servizievoli: è il caso del primo figlio, “non fa”, ma è pronto a mostrarsi come perfettamente coerente con la volontà del Padre: maschera così la sua paura a dire di no.
Il secondo non ha alcun interesse ad apparire servizievole, vuol essere libero e per istinto, in prima battuta, essere libero significa per lui non fare quello che, per qualsiasi motivo, non ha voglia di fare; poi, si “pente” e in lui cambia il modo di vedere sia il padre che la vigna: non più padrone e fatica, ma nutrimento e profezia: pane e vino; così diventa figlio libero e non servo sottomesso.
Allora, sorgono alcune domande: siamo uomini di facciata o uomini di sostanza?
Vogliamo apparire credenti o essere credibili?
Dio è “dovere” o anche “stupore e libertà”?Forse l’attività creativa dell’uomo libero si manifesta nel suo modo di essere e di agire nel mondo, partendo da “quello che c’è”, dal dato di realtà, da come le cose stanno e non da come ci piacerebbe che fossero. Questo è solo il primo passo per poter cominciare ad essere credibili.
Il verbo essere, sempre coniugato al futuro quando si tratta di indicare chi si ritroverà per primo nel regno dei cieli, indica che nel regno ci si ritroverà per adesione, per “conversione”, durante l’oggi, proprio perché esiste un passato sul quale possiamo ritornare per osservare gli errori fatti, per distanziarcene, per intraprendere un cammino diverso.
Essere credenti credibili significa non solo misurarsi con la realtà concretamente, ma accettare la parola, ascoltarla, poi prenderla “sul serio” per essere e agire in modo coerente.
Allora forse si comprende meglio perché il Cristo dica ai “primi”: “Voi, anche dopo aver visto questo, non avete creduto”.
Anziani e sacerdoti avevano visto pubblicani, esattori delle tasse e prostitute prendere “sul serio” la Parola del Cristo, ma non era passato loro neanche per l’anticamera del cervello di rinunciare all’immobilismo sprezzante, che li caratterizzava.
Questi stessi figli maggiori, li ritroveremo domenica prossima, pronti a bastonare, a uccidere e a lapidare, per impossessarsi della vigna. (Mt 21,38).
Ci sono quelli sempre pronti a muoversi, che ascoltano, cambiano, cercano di vivere nella giustizia e nella lealtà, cercano di non essere prevaricatori, né sfruttatori.
Poi ci sono “gli invariabili nel tempo”, sordi e ciechi a tutto – tranne che alla loro immagine – immoti, con lo sguardo fisso nel loro riflesso e in tutte le notevolissime e importantissime cose che vi scorgono: comunque, sempre morti.
XXVII Domenica del tempo ordinario – Anno A
4 ottobre 2020
Errori fatali
Il vangelo di questa domenica è limpido: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità.
Si tratta del peccato del mondo, da sempre, del peccato per antonomasia.
Fin dalla Genesi, l’uomo comincia – e finisce – per fallire l’obiettivo principale: se c’è un albero della vita e un altro albero del bene e del male, l’uomo e la donna, decidendo di dar retta a un serpente, scelgono l’albero sbagliato, convincendosi solo così, di poter godere pienamente e perfettamente della propria libertà.
Adamo ed Eva, secondo le Scritture, si trovavano all’inizio in una situazione assai favorevole, ma giudicando in maniera un po’ ristretta la figura del loro Creatore, si convinsero di poter scegliere e controllare il loro avvenire per il meglio. I due non potevano in alcun modo accettare di essere stati creati per condividere con Dio la meraviglia di tutta la creazione e, in base a pensieri insinuati nella loro mente da un uno strisciante consigliere, rivendicarono – e continuano a farlo – il diritto di installarsi nella propria autocrazia. Si illudevano – e si illudono – di poter conoscere autonomamente cosa era bene per loro e cosa no.
Passiamo ai loro eredi: Abele pasceva il bestiame, conduceva la sua attività senza incertezze riguardo al futuro, non aveva debiti e non vantava crediti.
Caino coltivava la terra con le stesse modalità, ma a causa di una fortissima invidia, perfezionò il fallimento dei genitori, uccidendo il fratello.
A seguire, in tutta la Bibbia, vediamo gli eredi di Dio rapiti, colpiti, uccisi e lapidati dalle stesse persone che avevano ricevuto la vite in affidamento: i vignaioli.
Il padrone della vigna, ad un certo punto, manda proprio Suo Figlio, pensando che ascoltandone le ragioni, i vignaioli si sarebbero convinti di avere già tutto il necessario per la vita: vigna, frantoio, siepe, torre …(cfr. Isaia, capitolo 5).
A tutt’oggi gli uomini e le donne, nel loro insieme, continuano a fallire l’obiettivo fondamentale; il mondo continua ad avere la ferma intenzione di non condividere i frutti della terra, nella convinzione – ciascuno per proprio conto – di doverla e saperla sfruttare nel migliore dei modi e, in definitiva, di esserne padroni.
Qui sta il peccato del mondo, il suo fallimento, l’errore testardo: errare da soli, cercando di dominare e controllare, invece di condividere e cooperare. Come dire che l’avidità ottusa ha sempre la meglio – apparentemente. Dunque: vendemmie di sangue, ubriacature di potere che trasformano vite e grappoli in rovi e spine per tutti.
Il Figlio, la pietra rigettata dai costruttori di imperi, diventa però la pietra angolare; nel mondo è stato seminato un dubbio sulla correttezza della scelta iniziale, un dubbio che perdura. La pietra d’angolo scartata si fa ostacolo lungo i fallimenti dei vignaioli, e pietra d’inciampo per gli insinuanti maestri di chimere.
Coloro che pensavano ci fosse un’eredità sulla quale mettere le mani, si fanno sfuggire il meglio per un errore di lettura della realtà, per una scelta errata di fondo: se i genitori hanno sbagliato albero, i figli raccolgono il frutto peggiore. Viviamo infatti sui debiti che pagheranno i nostri figli; è vero in tutti settori della realtà, i temi attuali di economia e di ecologia rendono manifesto in modo materiale e concreto, drammaticamente questo.
Che cosa manifestano questi temi?
Lo stesso ritornello: “Venite, uccidiamolo”.
La rete di complicità nelle mafie, nello sfruttamento e nel traffico di esseri umani, nell’accaparramento miope delle risorse del pianeta, nei commerci di armi e di droga: tutto questo ha il significato di continuare a ripetere quell’invito, che già ora porta nell’inferno dell’ingiustizia, delle guerre, delle faide, della criminalità, della miseria, e alla croce dei più deboli.
In questa drammatica apparente necessità dell’errore, del fallimento nella condivisione dei frutti della creazione e quindi del rispetto per il prossimo, rimane la Parola, eternamente presente.
La terra con tutti i suoi abitanti si agita, e tuttavia vi sono colonne rese stabili; mi torna alla mente il versetto del Salmo 76: l’uomo colpito dal tuo furore ti dà gloria, gli scampati dall’ira ti fanno festa.
Questo vangelo è cristallino e la storia continua …
È urgente capire e sentire che la vendemmia di giustizia e di pace è possibile solo a fronte di un deciso cambiamento di rotta nella direzione della cura del creato: dell’ambiente, degli altri e di se stessi.
Troppo difficile da capire? O da realizzare in concreto? Vogliamo continuare a sbagliare albero e a dare retta a chi striscia?
XXVIII Domenica del tempo ordinario – Anno A
11 ottobre 2020
Banchetto nuziale
Un Vangelo che potrebbe preoccupare anche i migliori: molti sono i chiamati e pochi quelli scelti (È forse un concorso pubblico?). Sono parole acute e taglienti diventate un proverbio dal senso incerto al quale ci si rassegna per malinteso. Per ragioni che a noi sfuggono, Dio chiama molte persone, anzi, più precisamente alla fine chiama tutti quelli che i suoi servi riescono a scovare, poi però scorge uno privo dell’abito giusto, si sorprende, lo riprende e quello ammutolisce.
Dio inviterebbe con amore qualcuno, per poi gettalo all’inferno perché ha sbagliato vestito? Questione di etichetta?
Quindi se il Vangelo è una buona notizia, qual è esattamente la buona notizia?
È questione di elezione: guardiamo chi è invitato. In un primo momento non è chiaro, si tratta di un gruppo generico che viene sollecitato alla partecipazione anche una seconda volta. Gli invitati non se ne curano, anzi alla fine se la prendono con i servi, latori dell’invito, e comincia la progressione graduale della violenza: dalle parole, all’insulto, all’aggressione mortale.
Fino alla venuta di Cristo, c’era un solo popolo eletto. È sufficiente appartenere a questo popolo, alla nazione santa, per beneficiare di questa elezione e dei favori divini.
Dal passaggio del Figlio di Dio sulla terra, l’elezione non dipende più dall’appartenenza o meno al giudaismo. Sono invitati tutti; proprio tutti, nessuno escluso, i servi vanno a cercare gli invitati in ogni angolo del mondo: non occorre appartenere ad un popolo specifico, ad una razza speciale o ad una qualche eccezionale tradizione millenaria. Questa è la buona notizia!
La salvezza annunciata è allo stesso tempo universale e individuale.
Si tratta di determinarsi personalmente e ciascuno può farlo.
Il “buon” ladrone, per esempio, è un eletto, uno che ha indossato l’abito giusto. Quest’uomo, ordinariamente considerato uno poco raccomandabile, capisce chi è il Nazareno: lo riconosce, perché quell’uomo si pone nell’ “abito” mentale adatto alla situazione: sa di essere un poco di buono, vicino ad un uomo buono, giusto e innocente: un uomo/Dio. Questo vuol dire riconoscere in Gesù il Cristo.
Tutti sono chiamati, i buoni e i cattivi, i belli e i brutti, i ricchi e i poveri, chi è in carcere e chi è a piede libero. Non importa essere nati samaritani o greci, uomo o donna, baciapile o pagano, beghini e autentici devoti. Poco importano anche i comportamenti e gli atti! Ladri e prostitute, usurai e benefattori sono invitati al banchetto di nozze. Dio si rivolge a tutti, ma l’unico criterio di elezione è la giustizia del cuore.
Dunque, l’abito di nozze, l’abito adeguato al banchetto non è il cappotto dei farisei, né la corazza della buona coscienza, non è neppure l’abito battesimale, né l’abito religioso o talare.
Credo sia l’attitudine, l’abitudine, l’abito a cercare di vivere nella verità e nella giustizia come aspirazione, come ricerca, come agire concreto. Questo è il tipo di festa alla quale siamo tutti invitati. Chi non ha quest’abito, si pone fuori dalla festa; in genere la vita stessa s’incarica di buttarci fuori.
Verità e giustizia almeno come aspirazione, come tentativo continuo: sì. Chi di noi indossa quest’abito?
XXIX Domenica del tempo ordinario – Anno A
18 ottobre 2020
Immagini ed iscrizioni
Leggere questo Vangelo nella giornata missionaria mondiale, può gettare qualche luce sulla missione della Chiesa incarnata in ogni credente, sia religioso che laico e sul vero compito di ciascuno.
Sono state offerte varie spiegazioni di questo brano evangelico, quasi contraddittorie: ci sono quelle che minimizzano la replica di Gesù ai farisei, quasi fosse un’elegante mossa di destrezza retorica per sfuggire a una domanda imbarazzante e ci sono quelle che vogliono vedere in essa il fondamento di una “dottrina dei due regni”, cioè di una radicale separazione tra il temporale e lo spirituale. D’altronde quest’ultima interpretazione si adatta bene agli affari dei regimi politici totalitari, laici e “religiosi”, che volentieri rivendicano, ciascuno per conto proprio, potere assoluto.
Per dare a questa parola il suo vero significato, è necessario rileggere attentamente il racconto del confronto tra Gesù e i farisei.
I farisei volevano coglierlo in fallo, ma la loro malafede diventa palese: in realtà gli tendono un trabocchetto, sperando di farlo cadere nella rete delle sue stesse parole, e comprometterlo davanti agli erodiani e ai discepoli.
«Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?»
La malevolenza è insidiosa; il complimento iniziale non è falso, ma diventa introduttivo ad una specie di confronto tendenzioso tra studiosi, su casi di coscienza non descritti direttamente dalla Legge.
La Torah certo non prevedeva l’occupazione romana e la questione del rendere omaggio a Cesare doveva essere oggetto di discussioni di tipo scolastico-accademico; Gesù si sarebbe messo in un pasticcio sia rispondendo positivamente che negativamente. Dire “No!” sarebbe stato come ammettere di essere schierato dalla parte degli Zeloti, per i quali il rifiuto dell’imposta era un dovere di obbedienza a Dio. Gli Erodiani si sarebbero affrettati a denunciare Gesù ai Romani come un pericoloso sovversivo. Dire “Sì!” avrebbe attirato la rabbia e il disprezzo da parte della popolazione locale, che considerava Cesare e i Romani, invasori, occupanti e pagani.
La chiave della risposta è in quel dire: «Mostratemi la moneta del tributo» e nella domanda: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?».
I farisei gli mostrano una moneta e rispondono correttamente: di Cesare.
In questo modo Gesù rende concretamente visibile un dato di fatto: i farisei usano e hanno a portata di mano la moneta di Cesare. Gesù sa bene che questi uomini, a metà tra resistenza e collaborazionismo con “le forze di occupazione”, nel profondo del cuore sono patrioti ebrei: vogliono la liberazione del loro popolo e sperano nell’avvento di un Messia liberatore; tuttavia, non sono ribelli come gli Zeloti e nel frattempo mediano – sottomessi, volenti o nolenti – con i Romani. Anche loro hanno in tasca i soldi dei romani: bisogna pur vivere!
Gesù non li rimprovera per questo compromesso, ma li spinge a riconoscere pubblicamente la loro pratica in modo che anche i presenti ne possano trarre le conseguenze logiche: si usa la moneta di Cesare, perché si vive nel sistema-impero governato da Cesare, non si è ribelli e dunque si rientra nel “regime fiscale” vigente. Ecco il senso del Dare a Cesare quello che è di Cesare.
Non penso che Gesù, con questa risposta, abbia voluto normare una dottrina cristiana delle relazioni tra chiesa e … Stati, o imperi. Certamente viene relativizzato il ruolo dello Stato: il dominio di Cesare sarebbe oggi incarnato dalle Nazioni governate dalle leggi dell’economia e della politica e organizzate per la sopravvivenza e la crescita della società e dei cittadini. A meno che non vi sia una seria ragione di non conformità alle leggi e alla giustizia, è ragionevole assicurare allo Stato i mezzi per la sua gestione.
Resta da fare attenzione alla seconda parte della famosa risposta: … E a Dio, ciò che è di Dio.
Il riferimento all’immagine e all’iscrizione sulla moneta romana, ha la stessa funzione di una parabola: Cesare fa incidere la sua immagine sulla moneta, ma i farisei, esperti conoscitori del Pentateuco, sanno bene che nella Genesi è scritto che il Creatore ha inciso la sua propria effigie direttamente nell’umano. Questo avrebbe dovuto essere loro sufficiente per comprendere la logica del discorso.
Il denaro è uno strumento inventato per convenzione dall’umanità, per facilitare gli scambi e lo sviluppo del commercio: l’accumulo di denaro ottenuto con mezzi che ledono il diritto ad una buona vita per tutti, nella prospettiva cristiana, è sempre illegittimo.
Non pagare le tasse o frodare lo Stato significa non voler contribuire al mantenimento di tutti i servizi per tutti i cittadini, e in ultima analisi, frodare ogni cittadino, con doppio danno per chi paga onestamente le tasse. Chi lavora regolarmente (certo non coloro che sono sfruttati senza garanzie legali) deve la sua possibilità di lavorare e ricevere in cambio una somma di denaro ad uno Stato e ad un governo che funzionano e continueranno a funzionare solo se il circolo del ricevere e restituire a beneficio della comunità statale funzionerà virtuosamente. D’altra parte, stabilire tassazioni troppo alte che vessino i cittadini e li costringano in povertà, da parte dello Stato, è semplicemente ingiusto; non pagare le tasse è illegittimo; mantenere lavoratori in nero è illegale, sfruttare le persone che lavorano è immorale … Non tutelare i deboli è criminale.
Queste semplici riflessioni m’inducono a credere che non ci sia separazione tra il regno di Cesare e quello di Dio: esiste un unico mondo che inclina pericolosamente all’ipocrisia, mentre basterebbe un onesto pensare e una disposizione a vedere nell’altro l’immagine di se stessi e in tutti l’immagine di Dio.
“Dare a Dio ciò che è di Dio” non è un semplice promemoria dei doveri religiosi insieme al dovere civico; Cesare e Dio non sono fianco a fianco, ma Dio è ben oltre ciascuno.
Invece di cercare il rumore con le nostre trappole sottili, dovremmo chiederci se siamo sul serio arresi a questo Dio che pretendiamo di servire. Questa piccola frase pronunciata in occasione di una domanda trabocchetto è in definitiva molto più stringente dell’incitamento a rifiutare il tributo a Cesare. Tra l’altro, che Cesare avesse il diritto di richiedere contributi, lui che era un invasore di terre altrui, oggi, appare molto discutibile. Ma qui il Cristo chiarisce il ruolo di Dio e dell’etica cristiana dello stare al mondo. La libertà e la dignità dei figli di Dio sono per tutti e si costruisce con l’impegno non ipocrita di ciascuno: compito colossale, visto alla luce del mondo attuale, spesso così disperatamente sordo.
Non si chiede di cambiare il mondo, ma di dare segni di speranza e concreta solidarietà, lì dove siamo, nel nostro modesto posto, con coraggio e perseveranza, nell’accoglienza fraterna dell’altro, nel rispetto del vicino e del lontano.
XXX Domenica del tempo ordinario – Anno A
25 ottobre 2020
“Ama il prossimo tuo come te stesso“.
Me stesso e te stesso
Queste parole sono forse le più note di tutte quelle riportate nei Vangeli, ma anche le più difficili da mettere in pratica. Anzi possono risultare inquietanti all’ascolto, se profferite tanto da chi pensa di sapere cosa sia “l’amore”, quanto da chi se lo immagina soltanto.
Risultano inquietanti all’ascolto per chi vorrebbe essere capace di amare, ma non sa come fare, non essendo neanche tanto sicuro di sapere cosa significhi “amare se stesso”.
In effetti, chi può davvero amare se stesso, se non viene prima amato da un altro?
Pare, lo dicono pure pedagogisti e psicologi, che l’unico modo per essere veramente capaci di amare, sia l’aver sperimentato ciò che voglia dire essere amati fin da bambini.
Sosteneva una opinione simile, anche il buon Dante nel V canto dell’ “Inferno”, descrivendo il disastro prodotto da un amore circoscritto dentro la passione di una coppia … “irregolare” quali a lui apparivano, cristianamente parlando, Paolo e Francesca: “Amor ch’a nullo amato, amar perdona”. In altri termini l’amore, quando si scatena, rende impossibile non riamare chi ci ama.
A voler distinguere, si dice, quello era amore/passione = disastro assoluto, apportatore di sofferenze, ben diverso dall’ “Amore”. Allora non si capisce neanche come l’amore, sogno di ogni coppia, possa essere anche “Amore”, in mezzo a tante evidenti difficoltà quotidiane. E siamo al punto di prima: come si fa ad amare se è una cosa così complicata?
Coloro che vogliono essere amati con un amore potente, intimo e personale e, allo stesso tempo, riconoscono di non saper amare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutto lo spirito né Dio – conosciuto o sconosciuto – né tutti quelli che incontrano, sostengono che l’Amore ( a questo termine in genere viene applicato l’attributo “vero”, che presumibilmente lo distinguerebbe da un altro dato senza attributo, ma implicitamente falso) non può che giungere da un Al-di-là del mondo con tutte le sue sofisticherie. Costoro in genere sono anche gli stessi che si autoaccusano sempre di non amare abbastanza, non come bisognerebbe.
Poi ci sono “gli altri”, i più numerosi, ai quali si rivolge il comando, quelli che amano solo se stessi e non il prossimo; questo prossimo per loro non esiste proprio, nel senso che o non lo vedono o agiscono come se il prossimo non fosse.
Sono quelli che, qualsiasi cosa dicano, sembrano sempre sottendere una richiesta: “Parlami di me!”, perché solo questo li interessa, li stimola e li sprona a ciò che considerano il dialogo o il confronto, ma più facilmente si riduce al soliloquio o al monologo di un sordo.
Sembrano sempre dire: guarda come sono bravo! Come sono intelligente! Come sono buono! Come faccio sempre tutto il possibile! Non lo pensi anche tu? Non ho ragione forse?
Queste persone amano i loro simili solo per il beneficio che possono ottenerne, ovvero nella misura in cui gli altri possono aiutarli a perfezionare e rinsaldare la bella immagine che desiderano dare e avere di loro stessi.
Ecco è proprio qui che il comando “ama il prossimo tuo come te stesso” assume il suo pieno significato, come modo per dire loro: “Guardati intorno, ci sono altri “te stesso” in giro! Non solo il tuo!”
Per questo tipo di persone, che non riescono a trovare altro complemento oggetto che loro stessi al verbo amare (che è transitivo!) ci fu bisogno anche di prescrivere non disprezzerai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco… (Levitico 19,14); fino al loro ultimo giorno, non si decideranno ad amare gli altri e Dio con tutto il loro cuore, tutta la loro anima e tutto il loro spirito come amano loro stessi, ma è comunque bene ricordare a tutti noi ripetutamente che quell’amore arriva a questo prezzo e non c’è altra felicità in questo mondo se non questa. Veramente!
Gli altri sono altri se stessi nel mondo, vivono come noi, soffrono come noi, amano o non amano come noi, e Dio è in loro come in noi stessi.
XXXII Domenica del tempo ordinario – Anno A
8 novembre 2020
Saggezza e follia
La parabola delle dieci vergini è una storia di donne, che segue immediatamente una storia di uomini, “il servitore fedele o infedele” (Mt 24,45-51).
Si tratta di una piccola lezione per insegnare a distinguere un’azione dall’altra, per discernere ciò che è contraddittorio nei comportamenti che sembrano coerenti.
È notte.
Dieci ragazze vanno a un matrimonio, equipaggiate di lampade: escono tutte per accogliere lo sposo annunciato.
Il lettore è avvisato fin dall’inizio del racconto: cinque tra le ragazze sono sagge e le altre cinque sono stolte.
– Oh, ma che orrore! – si potrebbe pensare – Gesù incolla un’etichetta sulla fronte di ciascuna e le blocca in un giudizio dal quale non potranno uscire mai più!
Già: è facile scoprirsi più cristiani o più “maestri” di Gesù … chiaro che ne sappiamo più di lui…
Il processo di comprensione della realtà invece è inverso: per vederla così com’è, è indispensabile avere accettato in anticipo le sue implicanze: la verità non ci appartiene, per “discernerla” dobbiamo osare guardarla come il Cristo abilmente insegna.
Siamo saggi o folli? Tutto da vedere: questo il tema della parabola.
Il significato essenziale apparirà gradualmente nel corso della narrazione.
Chi è stolto? Chi prende le lampade, ma non olio sufficiente per tenerle accese, almeno fino all’alba.
Chi è saggio? Chi prende le lampade e una ragionevole scorta di olio per tenerle accese fin quando sarà necessario.
Potremmo dire che le “sagge” sono realiste, valutano la situazione concretamente, insieme al da farsi: si tratta di uscire per andare incontro ad uno sposo che potrebbe anche tardare; devono quindi dotarsi di una quantità sufficiente di olio, capace di durare anche diverse ore per poter illuminare il corteo nuziale. Sono donne attente, semplicemente responsabili, il più possibile “accordate” alla situazione da vivere. Quanto segue lo dimostrerà.
Le “stolte” sembrano vivere una situazione che non le riguarda direttamente; sono lì per essere viste, per far parte del gruppo, per scimmiottare le altre, ma la situazione reale da vivere – l’arrivo dello sposo e la loro parte nella festa – non è affare che sembri interessarle in maniera autentica.
Se non sono interessato al buon esito di un’azione intrapresa, vuol dire che per me è sufficiente solo l’apparenza dell’azione, la sua riuscita non è tra i miei fini. Dev’essere così anche per le cinque vergini stolte.
La differenza alla base del gruppo si chiarisce all’arrivo dello sposo: le stolte non hanno abbastanza olio per riaccendere le loro lampade; naturalmente, e secondo la loro abitudine, si rivolgono alle compagne “sagge” per chiedere quello che a loro manca.
È troppo tardi: l’olio non basta per tenere accese tutte le lampade e mentre le stolte vanno a comprarlo, finisce il tempo, la situazione si chiude, cambia lo scenario.
Non si tratta necessariamente del momento della morte, no, il racconto vale anche per l’infinita varietà delle circostanze della vita, nelle quali abbiamo vissuto banalmente, senza attenzione, sulla evanescente soglia che distingue l’apparenza dalla realtà e il nostro agire diventa debole, incoerente, rimaniamo privi della costanza e della determinazione necessarie; non siamo più in grado di vedere chiaramente noi stessi, gli altri, le relazioni, le situazioni.
Si può anche trascorrere così i propri giorni, sul limitare della realtà, senza esperirla veramente, senza assumersi alcuna responsabilità personale, aderendo al desiderio di una parvenza di vita.
Quando il tempo a disposizione è finito, quando la porta si chiude, quando le situazioni cambiano, nessuno è in grado di riconoscere chi lo ha ignorato, chi lo ha ingannato, chi lo ha disprezzato, ma anche chi ha vissuto alla superficie delle relazioni, senza assumersi la responsabilità di essere – vivo tra i vivi – al mondo.
“Non ti conosco”, risponderà infatti più tardi lo sposo.
In qualche modo è necessario intraprendere l’azione “giusta” quando è il momento: non si può far finta o imbrogliare.
La parabola è un avvertimento: “vegliate”, e non si riferisce direttamente alla preghiera, perché non siamo qui in un contesto strettamente religioso, ma in una situazione concreta, pratica che riguarda tutti, credenti o meno; è in gioco la vigilanza, l’attenzione permanente alla realtà, dote che appartiene in modo molto naturale a coloro che hanno il gusto di vivere.
La vigilanza delle donne sagge è l’opposto dell’incuria delle stolte.
Non si tratta, da parte di queste ultime, di una semplice dimenticanza – che dovrebbe allora essere giustificata – ma di un atto volontario, di una attitudine, di un rifiuto a collaborare; le “stolte” non hanno nulla da aspettare, nessuno da amare e dunque nessuno da “servire”.
In ultima analisi sono persone caratterizzate dall’ipocrisia, cioè dall’abilità di sfruttare le situazioni senza investire in esse personalmente; il vero ipocrita si compiace di diffondere il suo falso sentimento come si tenderebbe un’esca, per attirare la preda e dominarla.
L’ipocrisia è un atto di potere non difensivo, ma offensivo.
L’ipocrita dei Vangeli è simile al narcisista: tutto gli è dovuto, non deve alcunché ad altri, imbroglia e lo sa.
Abbiamo dunque un insegnamento che è anche un avvertimento; occorre saper discernere, a fini anche molto pratici; tocca a noi applicare la lezione nella vita quotidiana; seguire gli insegnamenti del vangelo, significa agire da subito nella direzione indicata.
XXXIII Domenica del tempo ordinario – Anno A
15 novembre 2020
Uomini e talenti
Un uomo deve partire e affida la sua fortuna a tre servitori, dividendola secondo le capacità di ciascuno: cinque, poi due e infine un talento.
I primi due servitori fanno affari e raddoppiano ciò che hanno ricevuto, mentre il terzo seppellisce il talento e lo restituisce inalterato al padrone, suscitandone l’ira.
Questa parabola può mettere a disagio qualcuno, perché a prima vista il padrone se la prende per il mancato raggiungimento dell’obiettivo, proprio con il servo, cui ha dato meno. Il servitore passivo viene descritto come malvagio, infingardo e fannullone e la sua fine … non la augureremmo a nessuno. Il disagio è tanto maggiore se dietro il volto di questo padrone vediamo profilarsi quello di Gesù.
Com’è possibile che venga tolto proprio a chi ha ricevuto di meno?
Quando ci si trova davanti a questa domanda nel nostro quotidiano, è perché la vita ci ha raggiunto; si sono complicati i nostri piani più belli; i nostri massimi sistemi risultano sovvertiti da logiche altre rispetto a quelle che immaginavamo li governassero.
Come la mettiamo? Cosa fare di fronte all’imprevisto della vita?
Per esempio, ci sono genitori che hanno creduto di aver dato il meglio della loro capacità educativa, poi scoprono che il figlio è tossicodipendente.
Oppure: una giovane coppia sperimenta la felicità della nascita di un figlio, e poi scopre che è portatore di una grave sindrome.
Ancora: andava tutto quasi per il meglio, poi è arrivato un virus qualunque da chissà dove e il il nostro mondo si è sconvolto.
Ecco. Siamo esposti a rischi simili. È il rischio di cui parla questa parabola, il rischio di vivere una vita.
Certo se decido volontariamente di non avere figli, non li avrò: né sani, né malati … né alternativi …
Cosa hanno fatto i primi due servi? Hanno accettato il rischio della vita e raddoppiato ciò che hanno ricevuto.
Cosa ha fatto il terzo? Ha avuto paura del suo padrone e non ha messo a frutto quel poco di cui era capace; è rimasto fermo dopo aver nascosto il suo talento con l’intento di conservarlo inalterato, di non farlo diminuire, di non perderlo; in altri termini non ha osato mettere a repentaglio il suo talento, non ha accettato il rischio; quindi non ha guadagnato, però ha perso …
La domanda “come la mettiamo” si pone ancora.
Quando la vita ci sfida, come trovare la strada senza perdersi? Come mettersi in movimento con la speranza che il poco che abbiamo a disposizione sia risolutore? Come farsi aiutare a realizzare l’effetto moltiplicatore del miracolo dei pani e dei pesci, così pochi per una moltitudine di affamati? Certo, se quello non avesse messo a disposizione i suoi pani e i suoi pesci per timore di non averne più … nessuno avrebbe avuto da mangiare.
Ma torniamo al terzo servitore: ha agito in quel modo per paura del suo padrone.
La paura è l’esatto contrario della fiducia; ma dove andiamo a prenderla questa fiducia?
Cosa guida Gesù quando infrange la legge del sabato per guarire qualcuno?
La Sua fiducia, nel commettere un’infrazione alla Legge del Dio d’Israele, viene da un sentimento di compassione e dalla certezza che sarà amato (e quindi non punito), perché a sua volta ama.
Il rischio di vivere autenticamente non si può accettare se non siamo capaci di amare. E se siamo poco capaci … anche questa capacità crescerà, se ci crediamo e la pratichiamo tutte le volte che ci è possibile. Ad amare…s’impara.
La parabola dei talenti è seguita dalla scena del giudizio finale in cui il Figlio dell’uomo dice: “Avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere … »
Così la nostra tradizione rimane viva, così manteniamo viva la vita in noi e negli altri, così il vangelo rimane vivo.
Quando si ha l’impressione di aver ricevuto poco dalla vita, condividere ciò che si ha e avere fiducia che cresca è così importante, perché è proprio in quelle circostanze che i “miracoli” accadono.
Quando guardo la mia vita, vedo così tante azioni minimali e ordinarie che mi dico: “Sono state tutte cose inutili?” No: era la Parola al lavoro.
Questa è la nostra fede.
XXXIV Domenica del tempo ordinario – Anno A
22 novembre 2020
Ho avuto fame
Questo lungo passaggio di Matteo (Mt 25,31-46), l’ultimo dell’anno liturgico, è stato talvolta chiamato “il vangelo degli atei”, perché il Cristo si rivolge a persone che sembrano non conoscerlo:
“Quando ti abbiamo visto affamato, assetato, nudo, malato o in prigione? “- chiedono tutti.
Cosa vuol dire conoscere Cristo?
Il verbo “conoscere” non designa qui soltanto il possesso di un’informazione esplicita, imparata e mandata a memoria. Conoscere il Cristo “Re” significa aver condiviso con Lui la Sua regalità: nel mondo dove “i benedetti” vivono circola la vita e viene continuamente trasformata dall’azione redentrice dello Spirito; la Bibbia ne ha sempre parlato.
Davide, il re messia, fu scelto da Dio quando era solo un pastore; dopo anni difficili conquistò Gerusalemme, ne fece la capitale del suo regno e vi istallò l’Arca dell’Alleanza (2 Samuele 6). All’arrivo dell’arca Davide si spogliò dei suoi vestiti e danzò alla presenza del Signore.
Per spiegare il suo paradossale comportamento – un re nudo che danza davanti a persone riunite – Davide menziona “le serve dei suoi servi”: sono queste donne, le ultime agli occhi del mondo, che comprendono il suo atteggiamento e lo glorificano. Egli ha fatto molto per il suo popolo, e in quel giorno si prodiga in benedizioni e cibo (2 Samuele 6, 17-19). In cambio, da parte dei più modesti, riceve la conferma della sua gloria di re proprio nel momento in cui si abbassa ad esporsi senza vesti, “come si espone un uomo da poco “: sono le parole di sua moglie Mikal (2 Samuele 6,20). Davide dona agli umili e riceve l’attestazione della sua regalità da coloro che sanno meglio di chiunque altro cosa significhi occupare una posizione umiliata, nuda. Come non ricordare Francesco d’Assisi che si spoglia di tutti i suoi abiti nella piazza del paese?
Ma ciò che Davide può dare è solo ciò che riceve dal Signore. La stessa testimonianza della sua regalità proveniente dal popolo degli umili viene dal Signore.
Il beato è, allo stesso tempo, sia un amministratore di beni ricevuti al solo scopo di poterli donare, sia il beneficiario delle benedizioni che altri pronunciano.
Ecco quello che dobbiamo comprendere oggi: in questi movimenti di “benevolenza” ricevuti e offerti, si realizza la regalità dei membri del popolo santo.
Gesù, a proposito dei beati, sintetizza l’insegnamento biblico originario, per questo parla del “Regno preparato dalla creazione del mondo”. Questa realtà, sempre la stessa, è offerta a tutte le generazioni che si susseguono nella storia.
Gesù quindi rivela una logica, uno stile, un atteggiamento profondo: la regalità consiste sia nel dare regalmente, così come si è ricevuto, sia nel saper ricevere regalmente, cioè con cuore benedicente e leale; il dare e il ricevere sono atti regali: degni dei figli di un Re.
E i figli del Re non hanno merito alcuno per esser nati figli di Re …
Sia i beati che gli altri non arrivano a capire che il Cristo è in colui che dà e in colui che riceve; ma la loro ignoranza non è dello stesso tipo.
I beati riconoscono immediatamente colui che ha bisogno di aiuto e lo soccorrono, ignorano soltanto che proprio l’evidenza e la naturalezza del loro adoperarsi per l’altro viene dal Cristo: è Lui con loro, in loro, attraverso di loro.
D’altra parte, “gli altri” non riconoscono il bisogno del prossimo come un’evidenza alla quale rispondere: spesso non lo scorgono neanche, non riconoscono nulla e nessuno, perché vedono solo le proprie ragioni, i propri guai, i propri interessi, caso mai aspettano che gli altri facciano il primo passo per aiutarli e si ritengono i primi artefici delle loro eventuali fortune.
Per coloro che vivono nella grande corrente della vita, il Cristo risorto e “tutti gli angeli con Lui” (Matteo 25,31) non sono un mondo sconosciuto. Queste persone vedono e ancor più vedranno tutto ciò che hanno cercato di fare, sperimentare, dare, durante le mille, magari oscure e complicate situazioni della loro esistenza terrena.
La conclusione di questo brano evangelico può far paura: qual è la punizione per coloro che hanno ignorato gli altri?
Spesso le parole “ricompensa” e “punizione” corrispondono alla reiterazione logica del punto di vista di ciascuno. Per chi ha vissuto nel movimento spontaneo della vita data e ricevuta non ha senso parlare di ricompense e punizioni: c’è soltanto la gioia che è qualcosa di molto diverso da una ricompensa.
Ma … la punizione? Il Cristo parla senza mezzi termini di supplizio eterno
Mi torna in mente, a questo proposito, la punizione dei sacerdoti di Silo (1 Samuele 2, 27-36): questi uomini erano soliti tenere per se stessi le parti migliori dei doni e dei sacrifici destinati al tempio, ed umiliare le donne che si recavano al santuario.
Samuele profetizza che il Signore eliminerà questi sacerdoti perversi, mettendone un altro al loro posto; gli officianti banditi saranno costretti un giorno a prostrarsi davanti al nuovo sacerdote; imploreranno di poter svolgere qualsiasi servizio subordinato nel santuario, per poter ricevere una moneta e un pezzo di pane.
Dovranno imparare a ricevere la vita da altri in nome di Dio.
Esistono persone costrette a mendicare da altre, in passato disprezzate, magari considerate deboli o troppo preoccupate e prodighe verso il loro prossimo.Forse questi mendicanti di vita, così come gli abitanti di Gerusalemme che non consideravano ammissibile, né reale, né realizzabile il regno di pace predicato dal Cristo, un giorno potrebbero essere condotti a dire a qualcuno:
“Beato sei tu, che vieni nel nome del Signore” (cfr. Luca 13:35).