Andiamo a vedere

Non sappiamo dove l’hanno posto!

17 aprile 2022 – Domenica di Pasqua
Giovanni 20,1-9

Maria va alla tomba e vede la pietra ribaltata, corre a chiamare Pietro e l’altro discepolo, quello amato da Gesù, i due corrono, il secondo arriva per primo e vede le fasce; sopraggiunge Pietro, entra nel sepolcro e nota fasce e sudario ripiegato. A questo punto anche l’altro discepolo entra nel sepolcro, vede e crede.
Per fortuna che ce n’è sempre uno pronto a comprendere la scrittura e a credere per primo…
Avviciniamoci alla realtà di questa mattina non come ad una serie di atti incoerenti, ma come ad una liturgia piena di conseguenze.
Come spesso accade durante l’atto liturgico, le stesse persone che lo eseguono non capiscono immediatamente cosa stia succedendo, ma agiscono e partecipano. Solo dopo capiscono l’immensità di ciò che hanno vissuto insieme ad altri.
Perchè Maria di Magdala va alla tomba? Non viene spiegato, ma il motivo è comprensibilissimo, è lo stesso per il quale ci rechiamo tutti sulla tomba dei nostri cari. Ma qui succede qualcosa di inimmaginabile: la pietra è ribaltata, il sepolcro scoperchiato, il corpo del morto non c’è.
Maria a quel punto corre da Pietro nella convinzione che qualcuno abbia portato via il corpo del Maestro, e lei (lei ed altri, perchè il verbo è declinato alla prima plurale) “Non sanno dove l’hanno messo” …
Una situazione ai confini della realtà; i due apostoli reagiscono d’impulso, corrono per andare a vedere, verificare, capire. Uno corre più veloce.
Forse perché si sentiva più amato corre più veloce e arriva per primo? In che relazione stanno le due affermazioni al versetto 2 e al versetto 4?
Entrambi i discepoli, comunque, entrano nel sepolcro, anche se quello arrivato per primo entra dopo; compiono un gesto, attraversano una soglia.
Che soglia è quella?
Una soglia tra la morte e la vita? Giovanni “vede” e “crede”. Tanto basta perchè i due da quel momento in poi annunceranno il Cristo morto e risorto, annunceranno l’evento che sigilla la loro fede

Entrare e uscire dal luogo della morte è un sacramento; quello che stiamo celebrando questa mattina.
Ciascuno lo vive a modo suo: il discepolo amato vede e crede; Pietro fa fatica, in seguito, sarà interrogato a lungo dal Cristo: “Pietro, mi ami?” (Gv 21, 15-17).
Al di là della nostra capacità d’amore, della quale è possibile a volte ragionevolmente dubitare, la cosa essenziale è aver compiuto il gesto, entrare e uscire dalla condizione della morte, passare dalla morte alla vita tramite Colui che era morto e che ora è il Vivente.
Alcune persone si rammaricano che il Vangelo non includa una descrizione di Gesù uscente dal sepolcro, ma in realtà qui ci sono ben due uomini che escono dalla tomba. Qui, infatti,non si parla solo della risurrezione di Cristo, si parla anche della nostra …
Credere nella resurrezione. Credere nel Cristo risorto. Va bene, è già molto; ma credere in me risorto con Lui, questo è veramente difficile, questo è il vero problema …
Eppure, il Vangelo proclama la resurrezione per ciascuno di noi: questa è la nostra fede.
Sono pronto? Lo considero credibile? Accettabile? Perseguibile? Soprattutto, lo desidero?
Il discepolo amato non è nominato (sarà poi veramente Giovanni o un altro?), forse questo consente a me o a te di mettere il mio o il tuo nome su quel discepolo …
Se fossi tu, se fossi io, lo “sconosciuto” che con Pietro entra e lascia il sepolcro? Se fossi proprio tu l’amato o l’amata?
Si dirà ancora che Gesù non c’è. Dove l’hanno messo? Dove lo abbiamo messo? Non lo sappiamo?

Forse no. Ma qualunque cosa abbia fatto, facciamola con Lui. Qualsiasi cosa facciamo, facciamola con Lui. È il solo modo per vedere e credere, perché nella nostra carne termina ciò che il Cristo ha inaugurato nella sua.
Se si incarna, siamo come lui e con lui nella carne; se muore, moriamo con lui in tutto il tumulto dell’esistenza; quando risorge, risorgiamo con lui. Se non sappiamo dove l’hanno messo, cerchiamolo di corsa.

Tornando a Maria: il Vangelo non ci dice perché sia lì. È lì, semplicemente lì. Qualcosa, o meglio, qualcuno, nella sua carne le dice di andare lì. Ma cosa c’è ancora da fare accanto a una tomba chiusa da una pesante pietra? Maria evidentemente vive una grande liturgia, nel registro della pienezza, quella stessa pienezza che aveva intravisto e poi visto seguendo Gesù. Non tutto è esplicito per lei, ma chiamando i due discepoli, si iscrive d’istinto nel movimento inaugurato sulla croce; è lei la prima ad andare a vedere e a chiamare perché si vada a vedere. Maria chiama Pietro e Giovanni e li spinge nel nuovo mondo che inizia quel mattino, nel primo giorno della settimana, “mentre era ancora buio”, come dice letteralmente il primo versetto. C’è un assaggio dell’inizio qui, ci troviamo nel momento in cui “l’oscurità è sulle acque” (Genesi 1, 2), siamo all’alba della vita. Vogliamo veramente vivere questa vita risorta? Vogliamo andare a vedere dov’è?

Perché la pace sconfigga la guerra,
perché la vita vinca tutti i desideri di morte,
perché sia Pasqua per tutti,
andiamo a vedere.

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Ripensare

Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano
e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galile
a

10 aprile 2022, Domenica delle Palme – Luca 23,1-49

Un giorno, un amico, al quale avevo chiesto se Luca non fosse il suo evangelista preferito, mi rispose con tono secco: “Mai! Luca è troppo dolce! Elimina le scene troppo dure”.
Il racconto della passione di oggi porterebbe acqua al suo mulino: Luca minimizza la violenza; Gesù non porta la corona di spine, non viene fustigato, non dice esplicitamente che i suoi discepoli lo hanno abbandonato. E in più, le scene troppo dure sono mitigate da eventi meravigliosi o salutari: il rinnegamento di Pietro è accompagnato dalla menzione che manterrà la fede e poi rafforzerà i suoi fratelli, l’orecchio mozzato del servo del sommo sacerdote viene subito riparato, uno dei due briganti crocifissi si rivolge a lui e si ritroverà in paradiso, la folla che assiste alla scena della crocifissione, che abbraccia con uno sguardo quella terribile visione, se ne ritorna battendosi il petto.
Abbiamo qui un vangelo edulcorato? E se fosse invece una prospettiva aperta sull’accettazione delle nostre lotte quotidiane, un invito a vedere oltre?
Forse la chiave per comprendere la nostra storia è questa parola di Luca nella scena del Getsemani: “In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra.” (Lc 22,44). Purtroppo, nel testo liturgico la parola “agonia” viene tradotta con “angoscia”.
“Agonia” è una parola di origine greca che significa prima di tutto “lotta” e “combattimento”, e il verbo agonizzare significa prima di tutto combattere, lottare. All’origine della vita, nel mondo, c’è lotta, non angoscia. Lo stesso evento del parto ne è testimonianza.
Quando leggiamo la vita di Gesù, troviamo questa lotta ovunque in tutte le sue forme, dalle lotte interiori riportate nel racconto delle tentazioni, alla dura testimonianza della sua prova, comprese le sue opere di guarigione e i suoi inviti a cambiare stile di vita.

Vivere significa anche lottare costantemente per ri-nascere a noi stessi e aiutare gli altri a ri-nascere a loro stessi. Sembra che non siamo noi a scegliere il tipo di combattimento: ci ritroviamo nel mezzo della lotta più o meno consapevolmente. Un uomo o una donna alle prese con il cancro hanno scelto quella lotta? Una coppia con un figlio malato ha scelto quella lotta? Chi si prende cura di un genitore anziano e malato ha veramente scelto di avere un genitore in quelle condizioni? Potremmo cambiare qualcosa lamentando geni ancestrali difettosi, o genitori che sarebbero responsabili delle tossicodipendenze o del disagio psichico nei loro figli?
A prescindere dalle cause materiali che determinano i loro effetti, rimangono i fatti. Ineludibili.
Soltanto un atteggiamento può risultare utile: la lucidità di riconoscere che chi viene al mondo, ci viene anche per lottare. Nell’ottica evangelica la proposta è di accettare la vita, le sue lotte e trovarvi la forza per ri-nascere a noi stessi e agli altri.
È l’insegnamento che traggo dalla scena del Getsemani. Gesù vede e sente chiaramente il terribile combattimento che si avvicina per Lui fino alle estreme conseguenze. Ma la decisione di “accettare” e incarnare la vita è già stata presa. A quella rimane fedele.
Anche se Luca dice che Gesù prega con tutte le sue forze e che il suo sudore diventa come coaguli di sangue, resta il fatto che quella lotta genera l’accettazione della vita per sé e per gli altri.
È un’accettazione contagiosa: uno dei briganti crocifissi accanto a Gesù rifiuterà improvvisamente di maledire la propria situazione, vedrà oltre e chiederà al Cristo l’apertura sulla vita pacificata: che è eterna. Le folle che lasciano il Golgota, battendosi il petto ora, vorranno combattere quella lotta per una vita nuova?
Accettare o rifiutare la lotta dentro le nostre vite, accettare la lotta: questo è il terribile dono che i cristiani riconoscono di aver avuto.
Fare confusione è pericoloso. La vita non è una battaglia contro l’altro, la vita è un combattimento dentro se stessi per la vita di tutti.

Chi riconosce di avere la vita in sé non sostiene la logica della guerra, ma la lotta dentro se stesso per la vita.

Ripensiamo a quanto è accaduto.

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Scritti nella polvere

3 aprile 2022 – V Domenica di Quaresima
Giovanni 8,1-11

Se Gesù è misericordioso verso una donna che ha infranto la Legge di Mosè, allora viola quella stessa Legge? Come può il Cristo disattendere una parte della Legge di Mosè? C’è una contraddizione in tutto questo?
Prima di rispondere al quesito dei Farisei, se fosse giusto lapidare l’adultera, Gesù guarda in basso e scrive nella polvere; forse un’eco di Geremia 17,13: “O speranza di Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi; quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore”.

Poi prende in contropiede i farisei, riferendosi ad un altro precetto della Legge: in caso di lapidazione, è il testimone del delitto contro la Torah che ha il diritto di lanciare la prima pietra (Dt 17,7).
Indipendentemente da ciò che Gesù abbia scritto sulla terra e dal perché abbia compiuto quel gesto, il versetto di Geremia offre l’opportunità di riflettere sulle diverse modalità di accostarsi alla Scrittura, in particolare nel contesto della sua dimensione giuridica. I farisei cercano di usare la Scrittura per intrappolare Gesù e condannare la donna, mentre Gesù si riferisce alla Scrittura come fonte di misericordia, che scioglie dalle catene dell’errore.
I primi usano la Scrittura partendo dall’idea che l’essere umano debba essere colto in fallo, e, di conseguenza lo intrappolano e lo condannano. Gesù rivela il senso più forte della Scrittura perchè il suo giudizio è libero e amorevole; è misericordioso, perché non è animato dalla sete di vendetta e non è un giustizialista.
Si noti che l’utilizzo della Scrittura al fine d’intrappolare l’essere umano è lo stesso messo in opera dal tentatore, quello che abbiamo visto tentare Gesù nel deserto poche settimane fa.
Qui si vuol far cadere Gesù proprio a causa del suo atteggiamento misericordioso che scoperchia la verità, non condanna e indica un percorso di libertà.
Quando si osserva questo, diventa più chiara la perversità del rapporto con la Scrittura da parte di chi pretende di asservire le norme religiose al principio del controllo.
Gesù si libera dalla trappola che gli è tesa, senza condannare alcuno, ma richiamando a quella verità che ciascuno in cuor suo conosce, anche scribi e farisei: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”, ovvero la scagli quell’integerrimo testimone e accusatore che, secondo la legge mosaica, ha il diritto di farlo. Non sorprenderebbe che nel caso di quella adultera, i testimoni fossero più d’uno, e che molti fossero implicati nello stesso tipo di condotta che volevano punire. Gesù è, oltre che misericordioso, perfino elegante e delicato nello sciogliere la questione.
Come potrebbe del resto il Cristo, che libera l’uomo da ogni schiavitù, sostenere un uso schiavistico della Legge? Chi esige un’applicazione rigorosa, anche rigida, della Legge, prima di tutto dovrebbe immaginare di applicarla a se stesso e quindi accedere ad una prospettiva meno ristretta; la coscienza di essere in errore comporta sia l’istanza morale del perdono nei confronti dell’altro, sia il desiderio di tenersi lontano dall’errore. Solo dopo si potrà dire di essere stati misericordiosi e di aver amato… e si potrà accendere la speranza di non aver vissuto invano, di non essere solo nomi scritti nella polvere.
L’allontanamento degli accusatori è il segno della loro presa di coscienza. Ciascuno si trova, come la donna che avevano portato davanti a Gesù, in una situazione di errore personale. Ciascuno si è riconosciuto trasgressore sotto il giudizio di Dio e non in grado di servirsene in base ai propri interessi. In termini evangelici nessun uomo si situa nella posizione di poter giudicare un altro uomo, perché ogni accusatore davanti al Cristo si trova nella stessa posizione dell’imputato. Certo, possono esserci diversi livelli di gravità, ma è proprio per questo che giustizia e misericordia progrediscono di pari passo. È una vera “fortuna” che scribi e farisei abbiano avuto la capacità di rispondere alla parola di Gesù allontanandosi, perché forse è l’unico modo per dissolvere la perversa illusione di potersi servire della Parola di Dio per asservire.
Avvicinarsi al mistero della misericordia che restituisce alle vittime delle pratiche di schiavitù la loro dignità e libertà, apre un cammino di pacificazione; se incarniamo una pratica di misericordia allora ognuno potrà raggiungere il posto che gli spetta, e noi attesteremo una comprensione della misericordia che non si oppone alla giustizia.
Veramente “non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono”.

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Figli fratelli

Bisognava far festa e rallegrarsi

27 marzo 2022 – IV Domenica di Quaresima
Luca 15,1-3; 11-32

Il Vangelo di questa domenica presenta una situazione che si ripete nel tempo. In una famiglia ci sono due figli dal carattere molto diverso, due prototipi: il figlio “posato” e il figlio “scavezzacollo”.
Il secondo pretende la parte del patrimonio paterno che “gli spetta” e parte. Non sappiamo altro riguardo al contesto familiare, se ci sia stata una lite tra i fratelli, una questione tra padre e figlio, un problema di vicinato o se il desiderio del figlio più giovane di lasciare la casa paterna esprima esigenze più profonde. Il giovane, per realizzare il suo progetto, pensa però di esercitare prima del tempo il diritto alla quota di eredità che “gli spetta”: una richiesta senza precedenti e senz’altro scioccante nel quadro giuridico di quel contesto storico. In qualche modo risulterebbe non bella anche oggi; il messaggio sotteso sarebbe: “Papà, dammi la parte di eredità che mi spetterebbe dopo la tua morte, perchè è ora che voglio godermela”. In altri termini il figlio ritiene che quella parte di eredità sia già sua, “gli spetti”. Un genitore normale, anche oggi, e per quanto liberale possa essere, ci rimarrebbe male per vari motivi: intuirebbe la volontà del figlio di anticipare il futuro con tutto quel che ne potrebbe conseguire di dannoso per lui a causa della mancanza d’esperienza; sentirebbe che il figlio, secondo tutte le apparenze, si prefigura, senza alcun disagio, la morte del padre; capirebbe che quel figlio non ha rispetto per la libertà del padre di decidere, in vita, su ciò che gli appartiene. Ce ne sarebbe abbastanza per mandare in crisi un genitore “normale”, mediamente rispettoso della tradizione.
Ai tempi di Gesù, una simile richiesta era proprio scandalosa, perché l’etica sociale, indissolubilmente legata alla religione, invitava al rispetto per gli anziani; un figlio simile avrebbe disonorato tutta la famiglia e l’intera questione sarebbe stata assai dolorosa, senza bisogno di tante spiegazioni per nessuno.
l padre della parabola invece agisce in maniera sorprendente: divide i suoi averi tra i figli e lascia andare il più giovane, in silenzio, dimostrando rara generosità: nonostante le preoccupazioni lascia il giovane libero di agire.
Nulla poi sembra accadere come il figlio probabilmente aveva immaginato: i suoi sogni di felicità giungono rapidamente al termine, la situazione finanziaria diventa così difficile che lui, erede di genitore benestante, diventa servo e si ritrova ad accudire i maiali di un padrone, magari pure pagano! Estraneo a quella cultura, il giovane perde anche una parte della sua identità. Non si vede più “erede”, ma “garzone”. Decide di tornare a casa, perché la carestia ha distrutto i suoi sogni, ha fame, e allora è meglio essere trattato come un garzone nella casa paterna… Sogna! Ancora, ma stavolta è un incubo, immagina il suo discorso: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni.” E così s’incammina, quando giunge in vista della casa il padre si precipita ad accoglierlo, lo bacia e lo abbraccia. Il giovane non fa neanche in tempo a spiegare il suo piano; non ha più bisogno di fare, mostrare, dimostrare, deve solo accettare di essere amato.

La storia potrebbe finire qui, ma non basta, sorge un’altra questione. Al fratello maggiore tutta questa storia non piace. Potremmo anche porci la questione del rapporto tra i due fratelli; indifferenza o rivalità? Questo ritorno, lungi dal portare gioia al figlio maggiore, sembra al contrario fargli rivivere un’amarezza da tempo sepolta, che ora riemerge. Rimprovera, perfino mente, inventando per suo fratello un’esistenza di dissolutezza intorno alla quale in effetti non può sapere nulla. Il figlio “posato”, silenzioso, non resiste ed esprime la sua rabbia fredda: “tuo figlio” dice, non “mio fratello”, quando si rivolge a suo padre: un’ammissione di alienazione, di assenza dalla vita familiare, e, infatti, è sulla soglia della porta di casa che pronuncia queste parole cariche di amarezza. Si capisce allora che la storia non è quella del figlio perduto, poi ritrovato, ma dei due figli perduti: quello che è andato lontano in cerca di libertà e felicità, e quello che è rimasto a casa, diventando estraneo alla propria famiglia.

Il figlio maggiore non è un uomo felice, deve aver costruito una storia di risentimento… e il risentimento è pernicioso, è una rabbia fredda che si insinua nel tempo, scaturisce dalla reazione ad un insieme di piccole cose, di piccoli fatti; è un dolore sordo, al quale si va incontro mentre gli altri non si accorgono; è il frutto amaro di un lavoro o di un servizio che nessuno sembra riconoscere, forse eseguito ricercando una perfezione che nessuno ha mai veramente richiesto e che nessuno nota. Esteriormente la persona sembra perfetta, compiuta in quello che fa, ma dentro soffre costantemente di una mancanza che nessuno dei suoi sforzi sembra colmare.
Se non si esce da questa situazione, il senso di mancanza si trasforma in un’insoddisfazione cronica che suggerisce costantemente altri responsabili dell’incapacità di colmarla; chiunque, conosciuto o sconosciuto, mio vicino e mio lontano, purché non sia io, ma sempre un altro, una persona o un gruppo, sempre un altro, specifico o collettivo. Il figlio “posato” si vede come vittima per eccellenza, e se c’è qualcuno che appare più vittima di lui… va eliminato.
È in questo secondo scenario che il figlio maggiore si trova nella parabola di Luca. Il suo risentimento ha scelto il fratello minore come colpevole; nella prospettiva del maggiore, il minore, vittima più debole, deve rimanere nel suo ruolo: perduto e assente per sempre.
Il padre rifiuta di entrare in questo gioco di confronto, rivalità e sceglie di rispondere con grazia e fiducia: “Figlio mio”, gli dice, “tu sei sempre con me e tutto quello che ho è tuo. Tuo fratello era morto ed è tornato in vita, si era smarrito ed è stato ritrovato”.

Non sappiamo se il figlio maggiore si sia poi gettato tra le braccia del fratello.
Spetta a ciascuno di quelli che hanno ascoltato questa parabola immaginare il finale di questa storia: era un pubblico eterogeneo di figli perduti, quello al quale Gesù si rivolgeva: esattori delle tasse, prostitute, figli minori persi nella ricerca del denaro, del successo e del divertimento facile, farisei e figli primogeniti, arroccati nel risentimento e nell’amarezza.
E noi? Quale posto tra questo pubblico eterogeneo? Santi risentiti che si armano per eliminare i più deboli? Gelosi di tutti i figli minori, volendosi sostituire al Padre, come ultima terribile scelta?
Oppure figli grati che gioiscono della vita piena di ogni fratello? O ancora tristemente bloccati a metà strada?

Sta a noi scrivere il resto.

Fatti del giorno

E vedremo se porterà frutto per l’avvenire

20 marzo 2022 – III Domenica di Quaresima
Luca 13,1-9

Leggo la Bibbia.
Inizio la mia giornata pregando per i deboli e i poveri, qualunque sia la loro debolezza e la loro povertà. Prego anche per quelli che possono e vogliono rendere un po’ meno povero il povero e un po’ più forte il debole.

Leggo anche i quotidiani. Oltre la carta, mi è impossibile eludere la radio, la televisione, i siti d’informazione.
È inconcepibile “non sapere”, è impensabile “ignorare”.
Ma cosa c’è da sapere? Cosa non si può ignorare?
Cosa è cambiato? Si parlava di “cambiamento” in accezione positiva fino a poco tempo fa.
E allora? Cosa è cambiato? Il nostro modo di essere informati? Il nostro modo di leggere la Bibbia? Preghiamo diversamente?
Se tieni presente il mondo dell’informazione e leggi la Bibbia sembra che ogni informazione sia stata già data secoli fa.
Devo forse andare all’ambone, distribuendo quotidiani per farlo presente a chi presente non è? 
Nel vangelo di domenica ci sono notizie che potrebbero apparire su un giornale in prima pagina: “P…ilato assassino!” Sotto: “Il procuratore romano massacra innocenti sulla strada di Gerusalemme.” Sotto – piccolo – segue a pag. 2. Vado a pag. 2: “…Un gruppo di Galilei è stato trucidato durante una processione pacifica”. Qualche pagina più in là, in cronaca (nera), c’è la notizia del crollo di una torre a Siloe: “Diciotto le vittime”. 
La posizione di chi scrive però sorprende, anzi scandalizza.
Parla delle vittime senza puntare il dito sui colpevoli, e per giunta pone una domanda scioccante: “Credete che quelli che sono morti siano stati più peccatori di tutti gli altri?”. “Credete che quelli che sono rimasti sotto le macerie della torre siano più colpevoli degli altri abitanti del posto?”
La parola è affilata come una spada: “Badate bene che se non vi convertite, finirete come loro.”
Bene! Meglio mi sento!
Ma perché dice questo? Che c’entrano i peccatori? Perché addirittura ammonisce (minaccia?) mettendo in guardia chi non cambia strada subito?
Le cause del male sono molteplici, come molteplici sono i responsabili. Ci sono quelli che operano direttamente il male e quelli che collaborano e li facilitano. Ci sono molti modi per farlo: aiutare attivamente, chiudersi in un silenzio indifferente, far finta di non vedere, limitarsi a guardare lamentandosi; gridare all’orrore e nel frattempo usare le vittime innocenti per apparire pecorella e fare propaganda politica. Tutti conniventi. A diversi livelli.
Ma c’è anche chi agisce con tutte le proprie forze per fermare il male e al momento sembra non riuscire.
Intanto rimane la domanda principale: e i morti ammazzati o quelli rimasti intrappolati sotto le macerie, se lo meritavano di fare quella fine? Nel Vangelo vengono tratteggiate due situazioni molto diverse: un massacro da una parte, un incidente dall’altra.
Ponzio Pilato, il governatore romano, è designato con certezza come il colpevole del massacro.
Per quanto riguarda la torre, la situazione non è chiara. Era forse una cattiva costruzione, realizzata da un imprenditore corrotto che faceva la cresta sui materiali? Era forse un vecchio edificio, un’installazione abusiva costruita sul letto di un fiume deviato? Un edificio non a norma? Una costruzione dichiarata malsana e pericolante, uno spazio occupato illegalmente, cui le vittime non avrebbero mai dovuto avvicinarsi? Oppure c’è stato un terremoto, una fuga di gas o un dissesto idrogeologico?
In ogni caso Gesù esclude l’idea che le vittime, Galilei o gente di Gerusalemme, meritassero quella sorte più di altri. E questo è chiaro, come è chiaro come il sole che non riduce la responsabilità del violento dire: “Sì, gli/le ho fatto del male, ma quello/a mi ha provocato”: sarebbe come accusare Gesù di essersi fatto crocifiggere.

Per questa via Gesù arriva netto alla conclusione del discorso: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.Essere credenti non risparmia persecuzioni, né incidenti. Solo tramite la conversione, il cambiamento radicale di rotta, ci si può salvare.
Ciò che caratterizza i fatti di cronaca evocati dal Vangelo è la morte repentina. I Galilei andavano a Gerusalemme per una festa: non hanno visto arrivare la morte, così come le diciotto vittime di Siloe certo non si aspettavano di rimanere sepolte sotto le macerie; anche loro non hanno visto arrivare la catastrofe. 
Possiamo forse pensare che nel nostro Paese la violenza e la ritorsione politica ci sia risparmiata e che le nostre torri di cemento siano più forti delle costruzioni dell’antichità, perchè noi siamo brava gente?
I nostri quotidiani riportano ogni giorno notizie di crolli, di morti sul lavoro, di incidenti, di attacchi armati, di repressioni sanguinose.
Gesù avverte: guarda che anche tu farai la stessa fine, non tardare, è oggi che devi cambiare il tuo stile di vita, se vuoi vivere il tuo tempo, quello che ti è dato su questa terra, appunto per vivere e scoprire il cielo.
Gesù rifiuta di entrare nel dibattito eterno, riguardante il cosiddetto peccato originale e le radici del male. Non è il passato che lo interessa. Invita piuttosto a volgere lo sguardo verso l’immediato presente e chiede: che cosa hai intenzione di fare oggi? Continuare così, mentre aspetti Pilato e il crollo della torre? Svegliati prima!
Curiosamente non pronuncia parole che facciano pensare ad un’empatia per le vittime e neanche offre sostegno morale a coloro che sono paralizzati dalle cattive notizie. Pressa piuttosto, marca stretto l’ascoltatore (o il lettore) a non perdere di vista ciò che risolve: se sei spaventato di fronte al male, inflitto di proposito, o subito per errore, guarda che hai pronto davanti un altro modo di agire. Non facciamo la parte dei già morti, ciechi, sordi e paralitici. Possiamo essere attivamente operatori di giustizia e di pace, prendendo in mano la nostra esistenza. Lo chiarisce la parabola del fico chiamato a portare frutto.
La parola di Gesù è chiara: tutti, ha detto, morirete; casomai siamo anche già morti, credendo di vivere; quindi, allontaniamoci da questa posizione di infertilità. Smettiamola di fare l’occhiolino al male e fissiamo lo sguardo sulla gratuità del dono che ancora è davanti ai nostri occhi.
Non è dal passato dei nostri errori, ma dalla gratuità di ogni giorno che ci è regalato che attingiamo la forza dello Spirito.
La guerra è guerra ed è sempre sporca. E non è mai giusta. E non l’abbiamo vista arrivare. Il fuoco delle armi non può essere spento investendo sulla guerra.
Dove e come cerchiamo la pace?

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Salire al monte

Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto

13 marzo 2022 – II Domenica di Quaresima
Luca 9,28-36

Perché Gesù prende con sé questi tre discepoli, che non lo lasciano mai, per salire al monte? 
Pietro, Giacomo e Giovanni sentono che l’aria cambia; poco prima erano andati di villaggio in villaggio, annunziando la buona novella e operando guarigioni; con l’aiuto del maestro avevano perfino moltiplicato il pane. Si erano sentiti chiedere: “Chi sono io secondo le folle? (…) E tu, chi dici che io sia?” Non ci dovrebbero essere errori di comprensione nella traversata: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto” (9, 22). E poi, per essere sicuro che capiscano bene, Gesù li prende per salire sul monte. (9,28).
Mentre prega, il suo volto cambia d’aspetto e il suo vestito diventa sfolgorante: la trasfigurazione è simultanea alla preghiera. A questo assistono Pietro, Giovanni e Giacomo: mi piace pensare che loro in quel momento abbiano visto il Regno di Dio.
La preghiera mette in moto; la preghiera trasforma, anche se lì per lì non lo notiamo; avviene, anche senza che lì per lì lo si noti. Per capire basterebbe forse guardare certi innamorati: talvolta, solo dopo poche parole, i loro volti cambiano d’aspetto, sono illuminati.

Sarà l’emozione, la tensione delle ultime settimane, la fatica della scalata, ma i tre amici sono “assonnati”. Eppure, si sforzano di stare svegli. E allora vedono: vedono “la gloria di Gesù”.
La visione è talmente bella che vorrebbero fermarla, immobilizzarla, catturarne lo splendore, insieme al volto della loro guida. Sarebbe così bello, poter fermare il tempo in quel momento… Così hanno un’idea, quasi ingenua: “Facciamo tre tende”. Sono esauditi: una nuvola li copre con la sua ombra, ma quando vi entrano sono presi dal timore; possono ascoltare oltre che vedere: una voce dice che quell’uomo dalle vesti sfolgoranti e dal volto diverso è Suo Figlio, il Figlio di Dio.
Poi lo scenario cambia, la luce si attenua, tutto torna come di consueto: “Gesù solo”.
Già. Gesù solo. Come Elia per quaranta giorni nel deserto. Come gli Ebrei per quarant’anni nella notte della grande traversata. Mi piace molto la forza “teologica” di questa parola: solo.
Gesù, solo Gesù. Un uomo, solo un uomo. Ed è enorme.
Sì …, la voce, la nuvola, l’arredamento, il teatro della religione, la grande rappresentazione della cristianità. Ma attenzione! Non è niente, in confronto a questo squarcio di bellezza che si apre davanti ai tre discepoli: solo Gesù, Gesù solo, ma Gesù “a perdita d’occhio”.
Non guariremo mai dall’aver intravisto questa luce.

La Trasfigurazione non è un invito a ripiegarci dentro la consolazione della grande bellezza per fermarla e tenerla per noi sempre. Non è un invito a scegliere l’eccezionale, ma un incoraggiamento a vivere nell’ordinario, a vedere e ascoltare in modo diverso.
La preghiera trasfigura e allontana dalla mischia; tira, attira verso l’alto e fa avvicinare al fondo delle cose; offre un momento di bellezza per svelare l’eternità che ciascuno porta dentro di sé.
La Trasfigurazione non imprigiona, consegna; non lega, scioglie.
La Trasfigurazione non è una fuga, è una lotta, perché chi ha visto il volto “totalmente diverso” lotterà affinché quella luce abbagliante illumini anche il volto più sfigurato.

Gesù solo. Ma la sua è una solitudine multipla. È anche la nostra solitudine. E se trova un abito impolverato ai piedi della montagna, sa che c’è una luce a illuminare questa polvere.

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Inganni

Non tenterai il Signore Dio tuo

6 marzo 2022 – Prima Domenica di Quaresima
Luca 4,1-13

Ma quando sarà chiaro che il Cristo è veramente Re?

Il dramma è che l’avversario parla sempre attraverso di noi.
Propone a Gesù vari modi perchè dimostri di essere il “Figlio di Dio”. Gesù gli tiene testa e supera la prova, unicamente con la Parola.
Il tentatore cerca vie, argomenti, possibili prese, perché attiva un meccanismo che spinge a dare una dimostrazione, spinge a reagire per dimostrare chi sei e ciò che vuoi.
L’avversario fa notare che c’è di meglio del semplice pane: c’è la possibilità di trasformare ogni cosa in pane, anche le pietre.
Fa notare che c’è la possibilità di riuscire in ciò che è considerato impossibile. Se poi sei addirittura il Figlio di Dio, potresti lanciarti da una rupe, senza farti male.
Alla fine, dice di avere l’impero su questo mondo, un impero fatto di beni, enormi ricchezze e capacità di dominio sulla natura e sugli uomini; dice di essere pronto a donarlo: è sufficiente acconsentire, accettare il dono e ubbidire a lui solo.

A Gerusalemme hanno tutti gli occhi fissi sul Tempio: tutti i profeti hanno annunciato che da lì sarebbe uscita la luce delle nazioni, che lì si sarebbe compiuta la grande Rivelazione.
Ed ecco che l’uomo Gesù si ritrova sul pinnacolo del Tempio! Tutti che guardano e aspettano! Tutti che contano su di Lui, sul Suo coraggio, sulla Sua bravura, sulla Sua incrollabile fede e volontà!
“E’ il momento, dice l’avversario, coraggio, salta! Ma come, fai il prudente? Non ti muovi? Stai fermo? Che aspetti? Miliardi di persone ti stanno guardando! Non osi? Hai paura? Dubiti? Non sei capace di un atto di fede? “Se tu avessi fede come un granello di senape, diresti a questo monte: gettati nel mare”, e tu, qua, non puoi dire a te stesso: gettati dall’alto del Tempio? Ascolta, Gesù, fallo per noi. Abbiamo bisogno di essere convinti, di essere rassicurati. Cosa ti costa e cosa costa a tuo Padre? Tu ti fidi, ti butti e lui stende la sua mano misericordiosa, io mi convinco, tutti si convincono e la partita è vinta. E finalmente tuo Padre, invece di sottoporci continuamente a questo eterno gioco a nascondino, finirà per farsi vedere…e spiegarsi chiaramente…
Gesù, non senti le preghiere di tutti i feriti, di tutti i carcerati, di tutti i naufraghi? Di tutti quelli che sono sotto i bombardamenti? Non senti la preghiera di tutte le religioni del mondo? Non senti l’angoscia di tutti quelli che chiedono: “Sei, o no, il Figlio di Dio? Il Padre esiste o non esiste?” Non li senti? Non li compatisci? Non vuoi aiutarli? 
È chiaro, Tuo Padre dorme il sonno eterno, è morto fin dall’inizio, dobbiamo cavarcela da soli, dunque scendiamo per le scale che è meglio…e andiamo giù, gradualmente, sempre più in basso, senza voli pindarici e senza barzellette.”

Così dev’essere stata per Gesù la tentazione, e così parla ancora oggi nel cuore quella voce che continua a tentare il Signore Dio Nostro.  Cosa potrà mai tentare il Figlio di Dio? Averci e dominarci con i miracoli, fare di noi non solo degli schiavi ben nutriti, ma pure schiavi credenti, schiavi inviati, schiavi incantati, schiavi ardenti, crociati o telebani, in tutti i casi fondamentalisti, ossessivi e maniaci religiosi.
La tentazione è particolarmente pericolosa e angosciante e ha la pretesa di fare della Parola di Dio uno strumento perverso. Porge la promessa di Dio a Gesù come il cacciatore tende il laccio alla preda, nell’attesa che la preda ci cada, per dimostrare la propria grandezza. Sfida la fede a invocare l’aiuto di Dio per un fine che è tutt’altro che orientato al bene.
Acconsentire alla tentazione può sembrare addirittura normale, non fare una grinza, come si dice, può sembrare che tutto sia pronto perché addirittura si tende l’orecchio alla Parola del Padre, finendo per combattere a favore della morte piuttosto che per la vita. Tale è l’inganno. Tale è la viltà.
Ma è alla terza tentazione che l’avversario sfodera l’asso nella manica, ha ancora l’offerta straordinaria, l’argomento decisivo: il vero modo per “avere” gli uomini in mano è il potere, è il governo dei popoli. Offre il potere all’uomo-Gesù, lo vuole fare Re (Cristo Re?), non solo mago o fondatore di religioni. Qui siamo nella storia: gli offre un impero.
L’Avversario possiede i mezzi per conferire l’onnipotenza a chi la vuole ricevere. Gli uomini vogliono tutti l’investitura. E talvolta si fanno votare o si auto-investono, perchè acconsentono a diventare il re, il padrone, il dio che l’avversario concepisce, desidera e incorona.
ll tentatore non fa un’offerta da pescivendolo, può veramente dare la gloria e la potenza di tutti i regni del mondo. Diversamente che tentazione sarebbe? Non si deve considerarla con superficialità, sarebbe poco intelligente svalutarne l’impatto. Non è una commedia.
Come avrebbe potuto Gesù essere tentato da qualcosa che il Tentatore non sarebbe stato in grado di fornire? Il personaggio in questione, l’Avversario, è il Principe di questo mondo.
Dà il potere a chi vuole e a chi lo vuole. L’offerta è reale. Ovviamente Gesù dovrebbe volere questo tipo di potere per cedere.
L’Avversario può offrire a Gesù – ovvero noi stessi possiamo offrire a Gesù o ad altri uomini – di diventare il re e il dio di questo mondo centrato sul potere economico e politico.
Ma come pensiamo che questa offerta possa tentare Gesù? Se lo pensiamo è perché da qualche parte noi stessi lo riteniamo possibile. La tentazione c’è anche per noi: per ogni uomo, è reale. Un’abbondante collezione di questi falliti candidati a “tutto” il potere di cui parla l’Avversario adorna i cimiteri, così come le pagine dei libri di storia.
Se ne potrebbe addirittura concludere che Gesù abbia ceduto a quella tentazione, almeno in parte, vista l’odierna situazione. Dopotutto, le sue ultime parole nel Vangelo di Matteo sono: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Se dunque Gesù ottiene la regalità del mondo, resistendo alla tentazione, è chiaro che la tentazione c’è e non è superata una volta per tutte nelle nostre esistenze storiche.
Il punto è che i regni del mondo appartengono comunque al Cristo: è già il Signore del mondo oltre che del cielo, e perciò se si frantuma il velo dell’inganno, tutti possono vedere nitidamente questo principio. Per questo continuiamo a chiederci con timore che fine fa quella parte di umanità, che ha già ceduto alla tentazione, rifiutando una salvezza a portata di mano.
Occorre comprendere, oggi forse come non mai, che soccombere alla tentazione è mettersi al servizio del principio di morte. Non è soltanto un errore, un peccato, è proprio mettersi al servizio dell’autodistruzione, perché l’intelligenza umana può essere offuscata dall’istinto bestiale, è chiaro come il sole, è il motivo per cui Caino uccide Abele ed è il motivo per cui accadono gli omicidi anche all’interno delle famiglie. Accade.
Non c’è equivoco più grave di quello che vorrebbe farci credere che l’uomo-Gesù resista senza essere scalfito a qualsiasi ambizione, a qualsiasi potere nel tempo, che disprezzi sovranamente le realtà del mondo di oggi e lasci che la sua regalità venga spinta nell’aldilà.
Immaginare la resistenza di Gesù alla terza tentazione come rifiuto di rivendicare i regni di questo mondo e rifiuto ad esercitare su di essi il suo potere è un tremendo malinteso, una sorta di vendetta ingannatrice di colui che tenta: non avendo mai saputo, né mai potendo per l’eternità dare alcun potere di vita all’uomo, ripiega sull’inganno e induce al “ritiro dal mondo”.
Se fosse altrimenti, Gesù non sarebbe il Cristo annunciato dall’Antico Testamento. E le promesse moltiplicate dai profeti alla stirpe di Davide sarebbero lettera morta: il Salmo 2 fa parlare Dio al suo Cristo, cioè a colui che ha eletto e unto a pastore e a re del suo popolo: “Chiedimi, e ti darò le nazioni in eredità”. E il Tentatore scimmiotta: “Chiedimi”, “e io ti darò le nazioni per tua eredità”.
La tentazione per l’uomo-Gesù non sono le nazioni, ma il chiederle al proprietario sbagliato, all’usurpatore. E dunque il superamento della prova per noi consiste nel trovare il modo di rimanere in Cristo e collaborare ad attuare il suo Regno, perché si manifesti chiaramente che il Cristo è Signore del cielo e della terra.
L’apostolo Paolo ricorda che ad Abramo “fu fatta la promessa di avere il mondo in eredità”. Non era una tentazione, era la promessa di Dio, la promessa del Padre al Figlio dell’Uomo, a Gesù Nazareno, Figlio di Dio, Cristo e Fratello di tutti gli uomini.
La tentazione può quindi intervenire solo se un altro viene a fare la stessa promessa, se un altro ambisce a prendere il posto del donatore o viene scambiato per lui. Lo avevamo già notato: l’essenza dell’inganno corrisponde sempre al rischio di confondere le due voci:
“Tu sei mio Figlio…” e “Se tu sei Figlio, ordina a queste pietre…”: queste voci dicono entrambe: “Chiedimi!”. La tentazione riguarda esclusivamente l’identità del donatore. Il rischio assoluto, il possibile fallimento, è che l’uomo-Gesù si sbagli di padre, scambiando per quella di suo Padre la voce di un estraneo, la stessa voce che risuona oggi dentro molti cuori.
Il donatore può cambiare: la donazione non cambia. Così è fatto il mondo. Ma le Sue pecore dovrebbero riconoscere la Sua voce.
La tentazione di Gesù non può riguardare il fine, ma solo i mezzi.

Allora, domandiamoci pure: a chi stiamo chiedendo il potere di instaurare la pace?
Qual è la fonte della nostra presunta autorità? Quale delle due voci stiamo ascoltando?
Ricordo che a Pilato fu detto: “Io sono re. Il mio regno non è di questo mondo”. In altri termini: “Io regno, tutto il potere mi è stato restituito sulla terra, ma regno in un altro modo: con l’amore e non con l’odio.”
Nello scegliere a chi dare ascolto esercitiamo l’assoluta libertà donata all’uomo: la scelta di vivere o morire, di autodistruggersi o di reintegrarsi nella pace che fin dall’inizio è stata promessa.
La scelta ora riguarda l’arma di combattimento e come usarla, non il possesso della terra, riguarda i mezzi e non il fine, ma dalla scelta che sempre si rinnova dipende la vita o la morte di Caino.
“Se il mio regno fosse di questo mondo (cioè se avessi accettato i mezzi offertimi dal Tentatore), il mio popolo lotterebbe per me”. Possiamo immaginare il Nazareno con una forza armata a sua disposizione? E noi, possiamo incarnare l’essenza della cristianità con il Vangelo in una mano e una bomba nell’altra?
Non è possibile servire entrambi i princìpi. Fermi sulla linea di demarcazione, dopo averla chiarita nel cuore di ciascuno, non ci resta che pronunciare parole di pace: rispettiamoci l’un l’altro, e forse potremo amarci l’un l’altro come Lui ha amato noi. L’unica possibilità di vita è servire la pace, disarmati e disarmanti.
Ora è il momento per accorgersene.

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Cecità

Può un cieco guidare un altro cieco?

Lc 6,39-45 – 27 febbraio 2022
VIII Domenica del Tempo Ordinario

L’insieme di tutte queste parole mi fa tornare bambino davanti alla scatola delle costruzioni. Come le metto insieme?
Mi tornano in mente le parole di Ezechiele, il profeta dell’esilio: “Vi darò un cuore nuovo, metterò in voi uno spirito nuovo. Toglierò dalla vostra carne il cuore di pietra, vi darò un cuore di carne”.
Non c’è albero buono… non c’è albero cattivo…
Altrove, Gesù chiederà ad un notabile che lo interroga: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo” (Lc 18,19).
Nella tradizione biblica, il cuore dell’uomo – l’equivalente dell’odierna coscienza – è il luogo in cui Dio cerca di fare alleanza. Quindi, piuttosto che leggere questo Vangelo dividendo l’umanità tra alberi buoni e alberi cattivi, potremmo provare ad approfondire la consapevolezza della nostra personale bontà e della nostra personale cattiveria.
Pare che il cuore dell’uomo sia conflittuale, perché spesso sollecitato da impulsi contraddittori. Speranzosi a parole, grandiosi nelle aspettative, bisognosi d’amore, quasi inetti nell’amare, siamo pieni e vuoti di tutto, sia a fasi alterne che concomitanti: se un Dio vuol fare alleanza nel nostro cuore, la speranza di vittoria può averla appunto solo perché è un Dio. La sfida, la scommessa è proprio quella di allearsi con un essere poco affidabile, perché sottoposto a contraddizioni.
Trovo utile questo approccio per mettere insieme le parole di Luca e ricavarne un senso che dia luce a questi giorni così bui: cecità, discepolo, maestro, frutto, trave, pagliuzza, alberi, e ancora spine, rovi e pienezza. Di fronte ai semplicismi del calcolo binario questo, atteggiamento mi obbliga alla pazienza e alla carità.

Gesù inizia con una domanda molto semplice: “Può un cieco guidare un altro cieco?”.
No. Finiranno in una buca.
Siamo tutti ciechi. Quando guardiamo negli occhi degli altri, rischiamo di trovare qualcosa che già conosciamo: pensieri, emozioni, intenzioni già note. Nessuno può riconoscere negli occhi degli altri qualcosa che non abbia già conosciuto in se stesso. Per essere più vicini al Maestro almeno bisognerebbe averne consapevolezza ed “esercitarsi” a tenere meno appannato il nostro sguardo; avere una pagliuzza e non una trave come ritocco aggiunto alla nostra fotografia della realtà. Sarebbe già un buon punto di partenza. Chi ha una trave nell’occhio e vede la pagliuzza nell’occhio del compagno è un veggente cieco. Per esempio, quando parliamo o sparliamo degli altri, in fondo parliamo o sparliamo di noi stessi. Questa è la base di ogni maliziosità.
Le cose sono del tutto diverse quando due persone cominciano a dialogare con lealtà. Su questa base più matura c’è perfino il dovere della “correzione fraterna”; se abbiamo subito un’ingiustizia, Gesù ha insegnato un metodo preciso: “Se tuo fratello ha peccato contro di te, va e rimprovera…”. A volte si dimentica di finire di leggere …, c’è scritto: “… solo a solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello”. (Mt 18,15). È molto facile dimenticare che nessuno nasce migliore di un altro e che il giudizio definitivo sul percorso compiuto è collocato altrove.
Allora, se l’altro è come me, è evidente che siamo due ciechi e che non possiamo fungere da guida l’uno per l’altro. Non esiste un uomo-albero che dia sempre frutti buoni; il nostro sentire, il frutto dei nostri cuori, si manifesta principalmente attraverso la parola. Gesù aveva già detto qualcosa di simile: “Non è ciò che entra nella bocca che rende impuro l’uomo; ma ciò che esce dalla bocca è ciò che rende l’uomo impuro”. (Mt 15,11).
Come ci si libera da questa catena?
“Il discepolo non è al di sopra del maestro; ma una volta ben formato, ciascuno sarà come il suo padrone”. Una volta ben addestrati… Chi addestra? Gesù: attraverso la Sua Parola. Noi credenti ripartiamo sempre dal Vangelo. È il Cristo che dobbiamo ascoltare, è sulle Sue Parole che dobbiamo appuntare tutto il nostro leale sforzo di comprensione in ogni circostanza; non c’è da verificare misurare la bontà o la cattiveria di alberi diversi; c’è da sapere che c’è una vite (la vita, il Cristo, l’amore per il prossimo come per noi stessi) e ci siamo noi: i tralci. Nella vite dobbiamo rimanere innestati: il tralcio da sé non può dare frutto e se è secco non serve: “Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla”. (Gv 15,5).
Verissimo. Se lasciati soli, siamo tutti ciechi. Anche con la formazione è così: i discepoli di Emmaus avevano seguito l’insegnamento di Gesù, ma quando Gesù muore, lasciano Gerusalemme smarriti. Dopo essere stati raggiunti sul loro cammino da Gesù stesso, sono ancora depressi. Devono attendere la frazione del pane per riconoscerlo. Per noi è lo stesso, è sempre così; abbiamo bisogno di pane condiviso, di incontro, di parole, di gesti, per poter vedere chiaramente in noi stessi. E per ospitare la pace.

Ora, chi sta facendo la guerra? Chi l’ha resa possibile? Un albero cattivo? Di quali pagliuzze e di che travi stiamo parlando? Si tratta di rovi, spine. Non ci sono frutti, in questo discorso, solo tralci secchi. Chi corregge chi? Chi si permette di farsi Maestro? Occorre svelare l’atroce inganno.
Prepariamo l’olio per le lampade, rimaniamo svegli, solo così potremo sperare in un cuore nuovo.

Alla vigilia della Quaresima, oggi, abbiamo un’urgenza estrema di riscoprire questa religione del cuore che lo Spirito insegna a chi glieLo chiede. Il Cristo, con il Suo Vangelo, è venuto a stabilire le nozze dell’umanità con il Suo stesso Cuore, l’unico capace di aprire il nostro alla bontà di Dio Padre; è una Legge impressa nel cuore di ogni uomo e consente a ciascuno di aprirsi agli orizzonti di un Dio che ama senza misura. Ciò che trabocca dalle nostre labbra rivela ciò che abita dentro di noi.
Cosa esce dalle nostre labbra? Guerra? Sanzioni? Due ciechi, a braccetto verso il burrone, che trascinano gli innocenti. Se mai ve ne fossero. Sappiamo che gli innocenti si trovano solo tra i bambini. Noi possiamo solo parlare di pace? Ma a cosa pensava Gesù quando diceva “A chi ti toglie il mantello tu dai anche la tunica”?Siamo pronti a questo?
Dove sta la trave e dove sta la pagliuzza?
Nessuno, ora, vuole mollare il mantello e tanto meno la tunica, ma li abbiamo già persi entrambi.
Non abbiamo visto arrivare la pandemia e non abbiamo visto arrivare la guerra, perchè non ci siamo ancora resi conto che la logica della guerra è una conseguenza del “fine ultimo”: la massimizzazione del profitto. La pandemia avrebbe dovuto farcelo capire: mentre ci si impoveriva tutti, alcuni hanno fatto enormi fortune. E siamo stati a guardare, perché era normale! Era logico! Le disgrazie di molti fanno la fortuna di pochi!
Ora, le sanzioni economiche come risposta all’invasione armata si rivelano impotenti, perché figlie della stessa logica. Nel frattempo, siamo stati a guardare anche l’aumento delle spese militari. È normale! È logico!
Ma a che cosa servono le armi, se non per fare la guerra? E non l’abbiamo vista arrivare!

Può un cieco guidare un altro cieco?

Amate i vostri nemici

Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

20 febbraio 2022 – VII Domenica del Tempo Ordinario
Luca, 6,27-38

Il discorso segue e amplia quello delle Beatitudini. Una parola per me da leggere a piccole dosi, con interruzioni e ripartenze, soprattutto prendendo tempo.
Il tempo di ascoltare, appunto. E interrogarmi.
Gli esperti delle scritture sono abbastanza sicuri che il Nazareno abbia pronunciato queste parole. Forse non lo stesso giorno e non nello stesso luogo, ma Luca – come Matteo – riportano le parole di Gesù facendo una specie di copia-incolla. Ascoltarle è come toccare un capo dei suoi vestiti; nonostante i secoli che ci separano, la vicinanza all’Uomo è molto stretta. Qui è situato il nocciolo del pensiero dell’Uomo di Nazaret, il cuore della Sua fede in un Dio che ha osato chiamare Padre. Sono parole che sembrano parlare simultaneamente all’oggi, perché giungono all’essenziale. Eppure, non contengono alcuna allusione alla pratica religiosa e non sono pronunciate nel chiuso di una sinagoga: sono pronunciate fuori dal tempio. Dove vivono anche tutti coloro che non dedicano l’intera vita alle Scritture. Lì, il Nazareno non istituisce una nuova religione, né ordina nuovi sacerdoti. Soltanto, ribalta l’equilibrio dell’etica tradizionale. E scuote: “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano.”
Imbarazzante. Qualcuno tra i suoi seguaci – i suoi “fratelli”, come li chiamava – pensarono fosse uscito di senno.

Ultimamente abbiamo sentito parlare di “unicità” di ciascuno e poi, come espressione di un’intuizione che vola molto alto, di “diritto umano” al perdono.
Siamo dentro una logica che sembra pretendere l’impossibile.
Uomini e donne nascono liberi di comportarsi, ma la loro libertà non è di per sé garanzia di salute o di guarigione da tutti i malanni. Esiste tutta una gamma di “libertà” di vivere, reagire e agire che non è inserita nella logica dell’amore e ogni volta che viene esercitata procura sofferenza a noi stessi e agli altri. In questo periodo, per esempio, un rischioso abbassamento della soglia di coscienza riguardante emozioni, sentimenti e loro origini sta generando un vuoto di empatia e di forme salutari di rispecchiamento nell’altro. Svalutare la questione porta all’indifferenza, all’edulcorazione posticcia della realtà e ad una graduale miopia spirituale e sociale che non possiamo permetterci.
La richiesta di aiuto sempre più massiccia nel campo della salute mentale non è che un effetto del vuoto di cura e di amore che pure alberga nella nostra smisurata soggettività e nelle nostre relazioni. L’unica medicina per il nostro risentimento, per le nostre false aspettative, per le nostre delusioni, per le nostre ferite è la richiesta di perdono indirizzata verso coloro che abbiamo ferito e/o la possibilità di perdonare chi ci ha fatto soffrire. Questi due tipi di balsamo, queste due facce della stessa medaglia attengono pur sempre alla nostra libertà. Se ci sembra impossibile, difficile, pesante, irraggiungibile la Parola ci accompagnerà.

L’uomo di Nazareth ha cambiato radicalmente il paradigma etico dell’uomo. Anche se le sue parole hanno risonanze in ambiti come la politica, la società e persino la cultura, riguardano soprattutto il rapporto individuale tra due esseri: una relazione che passa anche attraverso il riconoscimento della soggettività dell’altro, della incolmabile diversità, la stessa che ritroviamo anche dentro noi stessi, che si nutre di desiderio e proprio per questo ci rende tutti uguali di fronte alla Legge. Tutti bisognosi di cura e di perdono. L’altro è un altro sé, da accettare come differente da noi, ma sottoposto all’ identica necessità, libero allo stesso titolo, da perdonare per diritto di nascita: la regola è l’ospitalità. La casa – al momento – è il mondo.
Da questa prospettiva ci scopriamo inequivocabilmente nudi come Adamo ed Eva e completamente disarmati.

Nell’Antico Testamento ci sono passaggi in cui Dio è paragonato a un padre. Ma mai un uomo ha chiamato Dio “Abbà”. Sconvolge tutta la comprensione e la vicinanza all’uomo come essere umano che il Cristo ha manifestato con questa invocazione dalla croce, dopo aver chiesto il perdono per coloro che non sapevano quel che stessero facendo. Qui tutte le barriere crollano.
Il Nazareno apre ad una nuova comprensione dell’uomo e di Dio.
Di un Demiurgo, come Bene assoluto, ne aveva già parlato la filosofia greca secoli prima della nascita di Gesù, ma di uomini che possano aspirare ad essere tutti misericordiosi e liberi perché già insediati dall’inizio nella legge dell’amore, questo non era stato mai detto prima. Il Cristo lo ha rivelato. Non è il mondo che deve cambiare, è l’uomo. Può farlo: un approccio di salvezza che passa attraverso la fraternità da costruire, con parole che parlino dell’universale nell’uomo al di là di ogni religione.

Gli sconvolgimenti vissuti oggi dalla maggior parte dei gruppi umani ci invitano alla creatività per una parola che sia udibile e comprensibile nel cuore stesso della modernità.

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Altopiani

Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.

Luca 6,17;20-26 – 13 febbraio 2022
VI Domenica del Tempo Ordinario

Essere guariti da Cristo e prendersi cura degli altri sono due aspetti della stessa felicità.

Guarire, sì, ma da cosa?
Consultiamo i professionisti della salute quando sentiamo un cambiamento nella nostra condizione fisica abituale e qualcosa sembra non andare. La salute è data spesso per scontata, ce ne rendiamo conto solo quando comincia a diminuire. Da qui la ricerca di persone che possano aiutarci a ritrovare il benessere di prima.
La malattia colpisce anche perché tocca il significato della nostra identità, quella che sperimentiamo solitamente e alla quale attribuiamo una continuità nel tempo. Il dolore fisico e il dolore psichico ci costringono ad abbandonare il nostro centro di controllo più noto, e a spostare l’attenzione verso una periferia che percepiamo minacciosa: vorremmo difendere l’integrità della nostra vita.
I due versetti che precedono la parola di Gesù alla folla radunata intorno a lui usano tre volte il verbo “guarire”. Quella gente ha fatto molta strada per raggiungerlo, alcuni vengono da lontano e sperano di ascoltare una parola che nessuno ha ancora mai detto su di loro e per loro; cercano di essere alleviati in un modo specifico: vogliono guarire.
Questo è il movimento principale che porta verso il Cristo. Aspettarlo e ascoltarlo sono due modi che ci obbligano ad ammettere davanti a noi stessi il bisogno di guarigione e di aiuto. Oggi. Nutriamo la speranza di trovare qualcosa di diverso dal peso schiacciante del passato.
Ad una prima lettura, le parole di Gesù mi sconvolgono, piuttosto che consolarmi. La condizione di chi è “beato” e “felice” è inconciliabile con le mie aspettative. Prima di tutto mi chiedo: “A quale categoria di persone appartengo?”. Se sono contento, devo aspettarmi il peggio? Mi devo sentire in colpa? Se è così, non rimango; il Vangelo non deve essere questo, non voglio sentire guai e non ne voglio di più di quanti già ne abbia.
La questione sfida la logica, e, insieme, mette in crisi il significato dato alla mia esistenza. Né la povertà, né la fame, né le lacrime, né la maldicenza mi attirano. Casomai è il contrario.
E allora? A quali condizioni la parola di Gesù può aiutare le persone a incamminarsi verso una strada desiderabile? Cosa mai deve essere guarito?

La parola del Cristo non è una teoria morale e nemmeno un sistema filosofico; descrive e, in certo qual modo, prescrive la reale condizione nella quale mi trovo: un essere umano dentro una relazione orientata al bene con il creato e con ogni simile. Se la mia condizione non è tale, vuol dire che per qualche ragione ho mancato, schivato o disatteso la mia reale natura relazionale. Riguarda il visibile, cioè la relazione tra chi parla e chi ascolta, e l’invisibile, che collega ciascuno al Cristo e il Cristo al Padre. Se non accettiamo la nostra condizione, se rifiutiamo la nostra natura di esseri in relazione fallisce ogni possibilità di guarigione…a meno di un miracolo. Ma dobbiamo voler guarire e chiederlo, e per farlo dobbiamo anche crederci, avere fede.
L’evangelista si rivolge qui a coloro che hanno già scelto il Cristo, a quelli che hanno lasciato la falsa certezza di una situazione materiale e religiosa stabile. A quelli che hanno lasciato tutto e hanno perso anche le certezze “spirituali” di osservare la Legge. Non è il passato ad essere decisivo, ma il futuro del Regno di Dio, che decide del presente.
Solo così riesco a capire che il discepolo non ha bisogno di perdersi nella vendetta per le ingiustizie subite a causa della sua appartenenza a Cristo, né per l’invidia della felicità e della salute altrui, né per il desiderio di possesso. Non ha bisogno neanche di stancarsi a conteggiare se le sue buone opere sono sufficienti per assicurarsi l’eredità divina. In Cristo è guarito dalle logiche del dare e dell’avere, sia nel bene che nel male, ed è sveglio nel presente. Una vera liberazione.
Libertà di andare verso l’altro, chiunque esso sia, per costruire relazioni orientate al bene. Sapendo a priori che qualcuno, che non ha mai accettato la propria reale condizione, tenterà sempre di frapporsi. Pazienza. Possiamo benissimo vivere senza preoccuparci per noi stessi, per essere “prossimi” di chi si trova mezzo morto sulla via della vita.


Essere guariti dal Cristo e prendersi cura degli altri sono due aspetti della stessa felicità.
Beati, felici, coloro che riconoscono questa via.

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