Verranno giorni

Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa

13 novembre 2022 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 21,5-19

“Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate… vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze… vi saranno anche fatti terrificanti… metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno… sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici.”

Previsioni tutt’altro che rosee; guardando al mondo di oggi potremmo anche dire: “Ci siamo! Ecco che la profezia si è avverata!”
Non manca nulla: ci sono le guerre, i terremoti, le carestie, le epidemie, i fatti terrificanti, le persecuzioni, i tradimenti tra parenti e amici. Quindi potrebbe essere per oggi.
Di molte cose che abbiamo ammirato, in effetti, non è rimasto pietra su pietra. E, peggio ancora, persone alle quali abbiamo voluto bene sono scomparse…Oltretutto, il tempo scivola via come sabbia in una mano: tempus fugit! A guardare bene rimaniamo senza fiato nel vedere le generazioni che inesorabilmente passano; non è facile invecchiare, far fronte alla malattia, perdere la propria autonomia.
Il panorama, quanto mai realistico, pare sufficiente a generare paure, angosce e depressioni.

Anche Luca quando scriveva il suo vangelo, intorno all’anno 85, viveva un periodo di terribili sconvolgimenti, basti pensare alla prima sistematica persecuzione dei cristiani ai tempi di Nerone. Nel 70 Tito aveva distrutto Gerusalemme, raso al suolo il tempio e cancellato lo Stato di Israele. Nel 79 il Vesuvio aveva ricoperto di lava Pompei ed Ercolano…
Quindi non solo noi oggi viviamo l’apocalisse…
Di fronte a questi scenari di angoscia e terrore che si ripetono nella storia, tendiamo a gettarci nelle braccia di qualsiasi “salvatore”: guru religiosi e guru laici, aspiranti stregoni, politici e promotori di sogni. La “salvezza” proposta, la panacea, ha sempre l’aspetto del “paradiso dello sconto”, sconti sulla sofferenza, sull’invecchiamento, sulle merci, pronti a recitare mantra, a nutrirci sano (che sia bio, di Scottona, vegan, senza additivi, con omega 3, 4 e 5), pronti ad introiettare slogan e ad acquistare auto elettriche esosissime… per il miglioramento… non sia mai detto dei profitti, no! Del pianeta!
Attenti a non farvi sviare!
Non facciamoci ingannare dai falsi messia, non diamo loro il potere di manipolarci, servendosi delle nostre paure e alle loro promesse di paradisi fasulli.
Il vangelo di oggi sembra dire anche qualcos’altro. Non facciamoci prendere dall’angoscia; rimaniamo stabili e perseveranti, stabili come le montagne, sia pure nell’incertezza e nella paura, perseveranti nella fiducia e vivremo, neanche un capello cadrà dalla nostra testa, senza la volontà del Signore.
Avremo la stabilità delle montagne? Tanta saggezza? Portando il peso del tempo presente, nonostante i disastri, la sofferenza e la malattia, continuando a vivere ogni giorno nella luce? Cercando di portarla con noi nel mondo e mostrarla, perché altri la vedano?
Questo è il programma che propone il Cristo: Lui darà lingua e sapienza.
Se il Signore parla in termini apocalittici, è per collocare il tempo che ci è stato dato nella giusta dimensione e nella giusta prospettiva: questo tempo è un dono da usare per la salvezza di tutti.
Il Vangelo di oggi non è un testo sulla fine dei tempi, ma una parola cruda e realistica che illustra concretamente la condizione del mondo in ogni tempo e invita tutti a costruire ora un mondo nuovo, un mondo di giustizia, pace e fraternità. Nessuno potrà dire di non essere stato avvisato. C’è stata, c’è e ci sarà occasione di essere testimoni del Cristo in ogni tempo, anche senza essere martiri. Tutti i giorni.
Pietro disse ai primi cristiani: “Siate sempre pronti a rendere conto a quanti vi chiedono della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15).
Noi rendiamo testimonianza e preghiamo non perché abbiamo paura di ciò che sta accadendo intorno a noi o perché siamo scoraggiati, delusi e frustrati, ma perché vogliamo ricevere la forza della speranza, la lingua e la sapienza, per rimanere saldi nella tempesta, per incoraggiare chi vive nella paura, per costruire un mondo migliore, un mondo all’altezza della vita che ci è stata data.

“È dalla tua perseveranza che otterrai la vita”.

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Domande strane

Di chi sarà moglie?

6 novembre 2022 – XXXII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 20, 27-38

Di chi sarò marito?
Questa è la domanda dei sadducei, e forse anche la nostra.
I sadducei sono meno conosciuti dei farisei. Il loro nome si riferisce ai figli di Saddoq, una stirpe di sacerdoti fedeli menzionati nel libro di Ezechiele. I Vangeli ne parlano relativamente poco, in quanto, al momento della loro stesura, i sadducei non fanno più parte del panorama religioso perché il tempio di Gerusalemme dove officiavano è stato distrutto, ma bisogna tenere presente che al tempo di Gesù essi costituivano una corrente del giudaismo a pieno titolo, allo stesso modo dei farisei e non ammettevano alcuni elementi della fede che si erano via via sviluppati nell’ebraismo, in quanto non apparivano nella Torah. In particolare, avversavano la risurrezione dei morti e l’esistenza degli angeli (cfr At 23,8).
La loro questione è dunque un caso particolare di una casistica più generale, presentata dagli evangelisti probabilmente anche per illustrare con chiarezza la decisa ostilità delle autorità del popolo che Gesù dovette affrontare durante la vita pubblica. Gli erano contrarie tutte le autorità religiose: sommi sacerdoti, scribi e anziani, soprattutto perché a quei tempi e in quei luoghi l’autorità anche governativa non poteva essere esercitata se non in nome di Dio; per gli Israeliti era attribuita direttamente da Dio.
La questione posta a Gesù è ovviamente un gioco mentale e l’esempio è così esagerato da non avere alcuna relazione con la realtà. Eppure, per qualche verso, la domanda dei Sadducei può mettere a disagio anche noi oggi. Come far fronte a questa logica tanto implacabile, quanto solo apparentemente razionale?Sembrano domande infantili, ma le incontro concretamente tutti i giorni.
Come sarà lassù? Sarà così grande da starci tutti? Il Cielo, o il lassù, in cosa consiste? Quanti anni avrò da risorto? Ci riconosceremo?
Che sette fratelli abbiano avuto la stessa moglie è un po’ esagerato, ma esistono oggi molte persone che hanno avuto o hanno più di un coniuge nella loro vita. Dunque, con chi risulteranno sposati per l’eternità? Con quale moglie o marito staranno? Con la prima, l’ultima o con l’amante? Chissà quante sorprese … Colpi di scena? Esiti inattesi?
La risposta di Gesù invita ovviamente a desistere da simili fantasie, a non lasciarsi irretire da tali ragionamenti, logici solo in apparenza, in realtà fuorvianti – e probabilmente utilizzati solo per evitare l’unica domanda fondamentale, che intanto si dovrebbe porre a se stessi: “Io, ci credo o no nella risurrezione?”.

Cosa si debba credere e poi ciò che debbano credere gli altri non può diventare un problema di logica tra me e te, sarebbe come se Cappuccetto Rosso e il cacciatore si mettessero a discutere del futuro della nonna… o come sarebbero andate le cose col “metaverso” … o quale soluzione illuminante avrebbe potuto offrire l’algoritmo…

Sull’aldilà, come su tante cose, Dio non ci ha ancora detto tutto… per fortuna. Grazie a Dio! Dobbiamo accettare che, quando si parla di risurrezione e di vita eterna, e quindi in definitiva di Dio e di vita, si fa un salto di qualità tale, che la nostra mente è assolutamente incapace di formarsi un’immagine e ancor meno di darsi una spiegazione di queste realtà. Come creature viviamo nel tempo e quindi pensiamo per categorie inevitabilmente da inserirsi nello scorrere di una dimensione temporale come tutti la conosciamo, fatta di prima e dopo, nascita e morte, giovinezza e vecchiaia, luce e ombra, freddo e caldo. La trasformazione di queste condizioni a priori del nostro sperimentare è costante ed inseparabile dall’esistenza. Io credo che il nostro “reale” sia solo il riflesso di un reale, che appartiene alla sfera del Dio vivente in eterno.

Eppure, noi esseri umani abbiamo accesso a questa Realtà, perché l’unica “cosa” che abbiamo sempre a portata di mano e di cuore, come dice Gesù, è il rapporto con questo Dio. Abramo, Isacco e Giacobbe, entrati nell’Alleanza che Dio ha stabilito con loro, non possono scomparire, perché il loro Dio è lo stesso Dio di tutti e il Suo rapporto, il Suo legame d’amore con loro non muore, così come non morirà per tutti coloro che erano, sono e saranno chiamati ad entrare nella stessa Alleanza.
Questo vale per tutti, oggi, concretamente e realmente: entrati nel tempo della risurrezione, siamo Figli di un Dio risorto, vivi della stessa vita di Dio. Questa relazione con il Dio vivente relativizza ogni altro rapporto instaurato nel tempo finora trascorso, anzi lo integra, lo riordina e lo realizza.
In Cielo, cioè in questa condizione di risurrezione nella quale possiamo entrare ogni giorno e dove saremo per sempre alla fine dei nostri giorni, ritroveremo “eternizzato” tutto l’amore che saremo stati capaci di dare, ma soprattutto, tutto l’amore che il Cristo ha riversato sul mondo, incarnandosi e accettando di condividere la sorte di ogni donna e di ogni uomo perché noi potessimo conoscerlo, tramandare la memoria di quegli eventi ed essere partecipi del suo piano di salvezza.
Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Gesù è lo stesso dei miei genitori e dei miei antenati, di tutte le persone a cui la vita mi ha legato.
Credere per mezzo di Gesù Cristo Risorto nella nostra risurrezione vuol dire per me leggere la storia delle generazioni alla luce del soffio creativo che genera e agisce in esse e attraverso di esse; vuol dire affermare di trarre la nostra origine da Dio, di ricevere da Lui la nostra identità di figli e figlie, pur essendo figli in questo mondo. Il Dio di Gesù è il Dio dei vivi, perché se da Lui ereditiamo il respiro, come sarebbe possibile non vivere per sempre di questo respiro?
Se, per pura grazia, aderiamo a questo, sappiamo che alcune relazioni sono peculiari del mondo, così come tutte quelle che trasmettono il respiro da una generazione all’altra.
Nella mia, nella nostra speranza, il rapporto di tutti i rapporti è quello della filiazione divina che dura per sempre ed è questo stesso soffio creativo che misteriosamente ci unisce sulla terra e ci fa desiderare ardentemente, quotidianamente, l’avvento di una civiltà aperta all’incorruttibile.
Gesù ha promesso la sua presenza fino al compimento della storia, ma rimane un testimone impotente in mezzo a noi, perché la Sua come la nostra risurrezione, così come la vita, non è oggetto di dimostrazione, ma di speranza e poi di esperienza.
“Ama e vivrai”. Chi potrebbe separare chi ama dall’Amore, anche se non riuscisse a farsi una ragione della risurrezione?
Quindi, proviamo costantemente ad amare fino alla fine come Gesù ha amato e “il tempo ce lo dirà”.

Dire a qualcuno “ti amo!” è come dirgli “non morirai!”.
La mia speranza è che ciascuno possa riuscire ad ascoltare il Signore che sussurra il suo “ti amo!”
Sia benedetto questo Dio, per essere la fonte di tutta la vita che ho finora incontrato e vissuto.
Posso solo chiedergli di non stancarsi mai di insegnarmi a vivere oggi alla Sua presenza, in comunione con tutti i Suoi figli.

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Riparazione

Se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto

30 ottobre 2022 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario
Luca 19, 1-10

C’è da chiedersi: “Ma che esperienza ha fatto Zaccheo, per arrivare a dire così?” E a farlo, evidentemente!
Zaccheo è lo stesso pubblicano di domenica scorsa? Quello che chiede pietà per se stesso peccatore? Se è lo stesso, è già su una strada migliore…
La questione – seria – si presenta quando si è giunti a quel punto in cui il male non viene più percepito come tale, ma si trasforma in consuetudine socialmente accettata a causa di una forma generalizzata d’indifferenza, rassegnazione, incoscienza o ignoranza.
Si parla tanto di educazione alla legalità… bene! Ma in quale modo, mi chiedo, è possibile fare l’esperienza di Zaccheo?
Lui, bassino, è salito sull’albero, vale a dire, molto più in alto degli altri, per osservare meglio: magari questo Gesù, questo strano predicatore di successo, potrebbe essere d’aiuto? Mi viene il dubbio – non che sia bello, ma essendo sospettoso… – che da qualche parte possa esistere pure qualcuno che voglia mettere a frutto economicamente perfino Gesù … Anche Enrico IV di Borbone, si dice, ebbe a pensare e a dire: “Parigi, val bene una messa!”
Conosciamo la storia di Zaccheo. Gesù alza lo sguardo e gli dice: “Zaccheo, sbrigati, perché oggi voglio fermarmi a casa tua”; interpreto molto semplicemente come: “Voglio vivere in comunione con te, perché ti voglio bene”.
E Zaccheo per tutta risposta, distribuisce metà della sua fortuna ai poveri, senza che gli venga chiesto nulla, e promette il rimborso con un tasso di interesse del 400% per ogni ingiustizia commessa: una vera e propria rivoluzione di natura individuale, pacifica e pacificante!
Mi si dirà: “Il metodo di Gesù è unico ed è impraticabile per noi, perché Lui era il Figlio di Dio!”. Ovvio, ma è sempre possibile fare come Zaccheo!
Quando il Vangelo dice: “Zaccheo si affrettò a scendere e accolse Gesù con gioia”, afferma che quell’uomo ha deciso di lasciarsi voler bene.
Povero Zaccheo! Quando penso che talvolta viene presentato solo come un peccatore! Subito magari vorremmo far parte di quel gruppo che lo giudica e recrimina, rimproverando Gesù di voler stare con lui!
Eppure, è proprio Zaccheo stesso che dice immediatamente: “Se ho fatto un torto a qualcuno…”
Qual è la nostra prima reazione quando qualcuno mostra interesse per noi? Guardiamo alle cose che siamo stati in grado di fare e di ottenere, ovvero cerchiamo il nostro valore al di fuori di noi stessi. Eppure, la folla ha detto di Zaccheo: “Questo Gesù è andato ad alloggiare presso un uomo che vive nel peccato!”.
Dev’essere andata così: Zaccheo ha compreso di essere accettato e amato dal Nazareno per quel che era, e forse non ha più avuto bisogno di guardare al proprio status e alla propria ricchezza per sentirsi “qualcuno”; ha solo deciso di lasciarsi amare, accettando di ricevere il proprio valore non dalle cose e dagli obiettivi raggiunti, ma da un rapporto d’amicizia senza condizioni. Di colpo percepisce i propri errori come ostacoli frapposti tra se stesso e gli altri, una drammatica stupidaggine.
Ma a cosa corrisponde per me la frase di Zaccheo: “Ecco la metà della mia fortuna, la do…”?
Qual è la mia ricchezza? Non necessariamente i soldi. È il mio tempo, la mia salute, la mia energia. Per altri sarà il proprio denaro, ma anche la propria cultura, le conoscenze, le capacità, l’esperienza, o forse la capacità di essere teneri, comprensivi, sensibili: in breve tutto ciò che fa di ciascuno un essere particolare.
Accettare di lasciarsi amare vuol dire accettare di ricevere il proprio valore da un rapporto d’amicizia verso il prossimo e non più da ciò che abbiamo, anche se non fossero ricchezze accumulate disonestamente, ma frutto del lavoro e/o, metaforicamente, qualità positive in cui consiste la specificità personale di ciascuno. Questo è ciò che deve aver sperimentato Zaccheo.
Nella nostra vita abbiamo vissuto un momento in cui qualcuno ci ha guardato e ci ha detto: “Voglio stare con te, mi beo della tua presenza, ti scelgo, ti amo”?
Nel caso fosse capitata una cosa del genere, cosa è successo dopo?
In alcuni casi uno stravolgimento, un completo capovolgimento del nostro mondo: ciò che prima era importante ha perso valore, ciò che prima non era importante, lo è diventato. Ad un tratto è iniziata una “strana consapevolezza”. Per chi ha fatto un’esperienza del genere il proprio valore non viene più da quel che sa fare e/o dagli oggetti che possiede, ma da un rapporto-relazione-legame vissuto, è il caso di dire, senza se e senza ma. Qualcosa di simile accade a Zaccheo. La gratitudine lo rende immediatamente pronto a restituire, a riparare ogni errore commesso, a intraprendere una vita nuova.
Non è normale che due persone che si amano inizino a condividere tutto? Anche le risorse finanziarie? Un cuore amorevole trabocca di gioia e generosità.
Non è l’esperienza di Zaccheo? Se veramente riuscissimo a vedere in ogni persona la proposta d’amore del Dio con noi e riuscissimo a corrispondere, allora… la questione delle frodi e del mancato senso di legalità sarebbe solo la dispiaciuta memoria di un miserevole errore da riparare.

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Lo spazio del Vangelo

Non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo

23 ottobre 2022 – XXX Domenica del Tempo ordinario
Luca 18,9-14

Ognuno di noi ha bisogno di rassicurazioni.
Riguardo a cosa?
Riguardo al proprio valore, riguardo alla propria capacità di farsi capire, accettare, amare.
Alla fine, alcuni potrebbero addirittura arrivare a chiedersi (insensatamente) se meritano di vivere.
Ma noi siamo sicuramente lontani da queste domande… sicuramente!
In realtà, la questione di rado è posta in modo così diretto; rimane tuttavia sullo sfondo delle nostre coscienze.
Per evitarla, si può vivere alla superficie di se stessi, alla ricerca dello svago, del passatempo, del divertimento o, al contrario, soffocandosi costantemente di impegni di ogni genere, quasi per sentirsi giustificati: “coscienza oscurata per mancanza di tempo”.
Se parliamo di “divertirsi”, mi chiedo: divertirsi con cosa? Da quale perplessa profondità? Se parliamo di impegni e di lavoro: per chi? A quale scopo? Per il sostentamento di se stessi e della famiglia: giusto! Ma è sempre solo questo?
Tutto può servire da alibi, da rifugio, per evitare la domanda fondamentale che in questo preciso momento della storia non riguarda più tanto il bisogno di sicurezza emotiva, ma la responsabilità morale individuale di chi trae profitto dal persistere delle guerre fratricide (devono essere relativamente pochi), di chi è costretto a sostenere indirettamente conflitti e speculazioni, dovendo sottostare alla crescita esponenziale di beni di prima necessità (sono molti, praticamente tutti).
Si badi che sto lasciando da parte altre responsabilità, che comunque non possono passare sotto silenzio: il continuo svuotamento delle risorse del pianeta, il velenoso inquinamento dell’ecosistema in cui cresce la vita e l’ulteriore impoverimento dei ceti sociali più deboli in ogni parte del mondo.
Allora la ricerca del denaro, le imprese varie – come dice il salmo 48, che merita di essere letto tutto tanto è attuale – il desiderio di dare il nostro nome a una terra, a una fondazione, anche ad una strada assumono un altro senso, quello del “mettersi alla prova” che non finisce mai per sentirsi a posto.
La fede cristiana invece è un invito continuo a lasciare la preoccupazione per se stessi e passare alla preoccupazione per gli altri, alla “cura”: qui risiede la nostra verità di uomini fatti a immagine di Dio. A condizione, naturalmente, che la preoccupazione per noi stessi non permanga e giunga ad avvelenare il modo in cui pretendiamo di prenderci cura degli altri.
Diventiamo veramente liberi solo quando riusciamo a vincere la paura di non “bastare”, la paura della nostra insufficienza umana e morale; altrimenti, lo sforzo intrapreso per controllare la situazione può raddoppiare la fatica e questa è la trappola della virtù … della prova che esigiamo da noi stessi.

Da questa prospettiva rileggo la parabola del fariseo e del pubblicano.
Il primo si rassicura elencando i propri meriti: non ladro, non ingiusto, non adultero, neppure pubblicano, in ogni caso migliore degli altri. Ringrazia.
Tralasciamo il fatto che potrebbe anche elencare ciò che omette di fare in termini di dono, giustizia, fedeltà e sostegno al prossimo… mi si direbbe che sono sospettoso e pedante …
Ad ogni modo, nella logica della parabola, non c’è motivo alcuno di sospettare della purezza delle sue affermazioni: il fariseo rende grazie a Dio e in questo ha ragione, la gratitudine è il​​ culmine di ogni preghiera, di ogni parola rivolta a Dio…
Il problema è che ringrazia non per quello che riceve, ma per quello che fa, come se ne fosse la fonte: digiuna due volte a settimana e paga le decime. Tanto gli basta per prendere letteralmente il posto di Dio nel positivo giudizio verso se stesso: si considera diverso dagli altri, cioè superiore. Ce n’è, è vero, già abbastanza per sentirsi rassicurati per conto proprio se uno paga le tasse, ma qui è posta la questione principale che fa crollare tutto l’edificio: quell’uomo in realtà basta a se stesso, ha ragione, non ha più bisogno di Dio, è autosufficiente. E dunque, non ha bisogno alcuno di giustificazione, e, per giunta, lo ignora. Perché continua a recarsi al tempio? Solo per paragonarsi agli altri e confermarsi nella propria superiorità?
Sì, si paragona agli altri e preferisce se stesso;  gli altri, al limite, possono solo meritare un altro pacchetto di sanzioni…
Il pubblicano, peccatore per definizione, si suppone viva dei soldi sottratti durante il suo lavoro di esattore delle tasse; come non c’è motivo di dubitare della veridicità dei complimenti del fariseo a se stesso, possiamo prendere sul serio l’accusa che il pubblicano si muove: «Io sono un peccatore».
Quindi, peccatore consapevole, non trova sicurezza in se stesso e nel proprio comportamento, infatti non osa neanche alzare gli occhi al cielo.
È bellissimo questo atto non detto, quasi invisibile, inosservabile dall’esterno. È qui che nasce forse il “timore” di Dio: una percezione della propria assoluta fragilità di fronte ad un mistero dichiaratamente immenso e la conseguente imprescindibile invocazione: “Abbi pietà di me peccatore!”.
Nell’immagine di questo pubblicano Gesù si fa prossimo al peccatore, si fa Parola incarnata per tutti, si fa Porta di un cammino di salvezza sempre possibile; la misericordia di Dio è “discesa verso di noi”, secondo le parole di san Giovanni Crisostomo; c’è più del perdono qui, ci sono le nozze, c’è la promessa di un cammino insieme e la fedeltà di Dio a noi, anteriore e più grande della nostra a Lui. C’è di che farsi tremare le gambe, per la vertigine che una simile accecante intuizione può causare, soprattutto se accompagnata dalla concreta percezione della nostra fragile umanità.
Dove c’è un pubblicano consapevole della sua miseria, lì ci sarà anche il Cristo con la Sua verità: “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.

Cosa possiamo trarre per l’oggi dalla “lezione di vita” contenuta in questa parabola?
Il respiro che la anima mi sembra essenziale: dice della possibilità di abbandonare una pratica religiosa autocompiacente e autoreferenziale, che la rende ipocrita e malevola, per varcare la soglia della fede.
Si tratta di percepire la reale presenza di un Dio al quale abbiamo sempre resistito, in nome di una nostra personale autosufficienza immaginaria, magari nascosta dietro ogni sorta di meravigliose prospettive sull’intelligenza, sulla creatività, sull’accesso a conoscenze superiori, ormai alienatesi da ogni senso del limite e della realtà, mentre malattia, morte e guerre vengono derubricate a “danni collaterali” e svanisce in un alone di follia il senso dell’umano limite.
Solo il netto rifiuto di simile barbarie porterà con sé una società liberata dal moderno ritualismo ossessivo delle cancellerie, dei governi, delle multinazionali; dall’ossessione del doversi sentire dalla parte del più ricco, del migliore o del più giusto, rendendosi al contempo inevitabilmente complice degli orrori generati dalla ferocia di uomini e istituzioni… che non temono colpa, né morte…
Dove sta l’uscita da quest’inferno in cui ci siamo cacciati?
E pensare che oggi è pure la giornata missionaria mondiale… il terreno frana sotto i piedi… e io mi sento come un birillo su uno sciame sismico.
Mi servono una “teologia” – ma pure “un’antropologia” – nuove, che aiutino a ritrovare “la potenza della creazione di cui il testo antico è traccia, il sorgere di un pensiero capace di creare lo spazio che viene, perché lo spazio del Vangelo sorge quando questa Parola si fa viva, quando essa arriva a interpretare il momento in cui parla e non attraverso riferimenti a un passato, per quanto venerato, ma attraverso un’anticipazione eroica, dove la memoria dell’ascolto si trasmuta interamente in potenza di generare il nuovo”. (Cfr testo già citato la settimana scorsa di Maurice Bellet, Il Messia crocifisso). Solo il Cristo “libera il popolo dall’illusione del popolo, che è quella di voler dominare, di godere del potere divenendo schiavo di coloro che lo detengono”.

Cari confratelli, cari amici, parenti, fratelli e sorelle, e cari tutti coloro che non amo abbastanza o non amo affatto: “Che ne è del Messia crocifisso?”

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Perseveranza e speranza

Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?

16 ottobre 2022 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Luca 18,1-8

La vedova, nella Bibbia, è il modello per eccellenza della persona debole, ordinariamente privata dei propri diritti, sostanzialmente senza alcuna tutela: la sua parola non ha peso, non c’è chi la difenda. Anche la figura del povero nella Bibbia è legata alla condizione sociale di chi non riesce a far valere i propri diritti di fronte a chi avrebbe il compito di esercitare la giustizia. Alla radice, non soltanto economica, della questione c’è l’ingiustizia derivante dall’operato di chi, pur avendo il potere legale di sanarla, si permette di perpetrarla, proprio ignorando i bisogni dei più deboli.
Il giudice iniquo del vangelo è una persona di tal fatta: “non ha riguardo per nessuno”.
Il Dio cristiano, al contrario, è giusto; dunque, se la perseveranza nella richiesta ostinata di una vedova riesce ad avere la meglio sull’indifferenza egoistica di un giudice sprezzante, quanto più la nostra preghiera può essere piena di speranza, essendo rivolta al Padre misericordioso che già conosce la nostra condizione e i nostri bisogni.
Gesù istruisce i discepoli, però, anche circa la tentazione di dire lunghe preghiere, e, allo stesso tempo, non farsi scrupoli nel divorare i piccoli averi delle vedove (20,47). Se, pur temendo Dio, pensiamo di cavarcela pregando a tutte le ore, mentre quotidianamente ci rendiamo complici di ogni tipo di omissioni verso i più deboli… meglio rivedere il nostro programma esistenziale…
La parabola di oggi indica nella costanza della preghiera, quella qualità della fede di chi non smette mai di pregare e mai si scoraggia, anche quando il Padre sembra ignorare la sua richiesta.
Pregare costantemente significa chiedere giustizia con insistenza e fiducia senza moltiplicare inutilmente le parole.

Detto questo, come mai il Signore può farci attendere, prima di fare giustizia?
Poco prima, interrogato dai farisei sul “quando” sarebbe venuto il Regno di Dio, Gesù aveva risposto: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!” (17,20-21).
Questa risposta illumina di una luce nuova anche la storia della vedova e del giudice e me ne convinco di più quando mi ricordo che è scritto anche: “Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete” (17,22).
E’ vero: ho sperimentato circostanze, tempi, eventi in cui ho sentito l’ardente bisogno di vedere questo Regno di Dio, manifesto, ma non l’ho visto. So che esiste una sorprendente connessione tra l’angoscia-tribolazione e la speranza. 
La vedova insiste, è perseverante, pur nell’angoscia, perché si basa sulla fede in un Dio giusto, e sulla forza della speranza che le viene dal proprio netto rifiuto dell’ingiustizia. Non si scoraggia, perché sa che i suoi diritti sono stati cancellati ingiustamente.
Anche Giobbe si aggrappa alla giustizia che si aspetta da Dio, perché c’è nella fede di Giobbe un profondo e autentico rifiuto dell’ingiustizia.
Gesù conclude così: “Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”

Ora, mi chiedo, quale speranza c’è in me alla quale non rinuncerò mai?
C’è una simile speranza?
Penso ad Abramo, che osa alzarsi davanti a Dio e chiedere giustizia per Sodoma: “Lungi da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?” (Gn 18,25).  Abramo contratta, insiste di fronte a Dio, non rinunciando a ciò che sa essere giusto.
Luca ha ragione, questa è perseveranza nella preghiera, Non quella, pur importante che scandisce le ore del giorno, ma l’ardente preghiera della fede, quella rozza e tenace, che nulla tace, perché si aggrappa al Dio giusto, sua unica speranza.
Dio fa anche aspettare il suo popolo.
Sono rimasto incuriosito dalla traduzione del versetto 7 seguita dalla TOB: “Dio rende giustizia ai suoi eletti che lo gridano giorno e notte e – tuttavia – li fa aspettare!” Una traduzione che fa eco all’esperienza cristiana di una lunga perseveranza che spesso è necessario vivere.
So che la Chiesa ha realmente un’unica potenza: la sua resistenza alle dimissioni, la forza della perseveranza nella speranza; nient’altro che la stupefacente potenza di non cessare di esigere giustizia, perché Dio è giusto e quindi il futuro del mondo non può che essere giustizia. Questa speranza si aggrappa a chi ha già vinto la morte.
È dunque la vocazione del popolo di Cristo, ad essere descritta nelle vesti di questa vedova.
Mi vengono in mente le parole di Paolo: “abbiamo un tesoro in vasi di creta” (2 Cor 4,7).
Di fronte ai poteri del mondo, affrontare i nodi degli interessi industriali, economici, militari, politici, ideologici; di fronte a tutta la corruzione, grande e piccola, quella laggiù e quella qui vicino; di fronte al disprezzo, di fronte alla cattiva volontà, insieme, perseveriamo, resistiamo e non smettiamo di chiedere giustizia per il mondo. Solo così, quando il Figlio dell’uomo verrà, in questa vedova troverà la fede.
“Abbiamo pregato tanto – mi hanno detto recentemente – e non è successo niente!”
Qualcuno dice che Il Signore ci vuol mettere alla prova; questa spiegazione a tutta prima, in genere, non piace molto. Io non credo che Dio abbia bisogno di una prova per sapere fino a che punto arriva la nostra fede. Se pensassimo così, avremmo un’immagine di Dio, tinta di un certo sadismo. Siamo noi ad aver bisogno della prova!
L’opera di Gesù è “rendere visibile il male”, come scrive Maurice Bellet, “risvegliare la morte per risvegliare la vita”; allora possiamo capire le parole di Paolo: “Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata  e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.” (Rm 5,3-5).
Ed è vero che la morte sembra governare il mondo, eppure la costanza nella preghiera e la speranza sono il risultato di una fede autentica e della scelta di tenere le parti della giustizia attraverso la misericordia.
“Perché ritardare?” – chiedono diversi salmi – Perché non subito?
Credo sia necessario un salto del pensiero: riconoscere che Egli interviene “ora”, che il Suo intervento è contemporaneo alla mia preghiera e anche che la mia preghiera è essa stessa prova di quell’intervento, perché non posso pregare veramente senza che lo Spirito sia presente; è tutto il giorno che Israele deve perseverare e credere nella vittoria contro gli Amalechiti e contro la morte, e tenere sollevate le braccia di Mosè (Es 17,8-13). In ogni momento ci troviamo sulla linea di demarcazione tra la vita e la morte e la rivelazione data in Cristo mostra che anche questa soglia è superata:
Abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.” (2 Cor 4,7-12).

Nella nostra miopia vediamo solo la faccia di morte della Pasqua che stiamo vivendo; la fede ci fa scoprire il volto della vita e produce il ringraziamento.
Preghiamo sempre, perché è sempre l’ora in cui Dio, con le nostre ingiustizie, fa la nostra giustizia ed è sempre l’ora in cui viene il Figlio dell’uomo.

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Alzati e va’

Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?

9 ottobre 2022 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 17,11-19

Quante volte ho ascoltato questo vangelo e quante volte ho messo e sentito mettere l’accento sull’ingratitudine dei nove che non tornano indietro a ringraziare. 
Oggi penso che forse la questione non riguardi tanto la mancanza di gratitudine, quanto un difetto nella capacità di riconoscere ciò di cui si dispone per dono. Talvolta non si sente ineludibile il bisogno di ringraziare per il bene ricevuto. Può voler dire che quel bene non si riconosce per quello che è, letteralmente si manca di “riconoscenza”, direi per incapacità ad afferrare l’idea che la vita e la salute non sono elementi acquisiti una volta per tutte da rivendicare come un possesso scontato.
Da cristiano, sono certo che la vita (e la salute) siano doni divini da tutelare e sorge spontanea in me riconoscenza e gratitudine verso il Signore per averli ricevuti.
Se rimanessimo entro il ristretto criterio del ringraziamento da galateo, come antidoto contro l’ingratitudine, inevitabilmente sarebbe come trasmettere l’idea che Gesù si possa offendere perché non gli è stato detto grazie. “Cosa si dice?” – diciamo ai bambini quando si dà loro un regalo- “Grazie!!!” – risponde giustamente il bimbo ben educato. Ma quando la prospettiva dalla quale diciamo “grazie” è quella evangelica, in presenza del Signore, non stiamo certo applicando le norme prese da un manuale di buone maniere…
Se faccio un regalo a qualcuno non penso al fatto che mi si dirà grazie; probabilmente chi lo riceve lo dirà, ma la riconoscenza e la gratitudine appartengono ad un livello diverso: la posta in gioco va molto più in là, è più grande, più seria.

Mi chiedo cosa possa aver vissuto quello tra i dieci lebbrosi che è tornato indietro per lodare Dio a gran voce. Si potrebbe rispondere che ha vissuto un’esperienza religiosa: per tornare indietro deve essersi reso conto che la sua guarigione era opera gratuita del Cristo, più precisamente deve essersi sentito accolto e toccato da un intenso amore ed essersi reso conto che la sua non è stata solo una guarigione fisica, ma vita riavuta, ritrovata, cambiata, solo per averlo chiesto con fede.
Quell’uomo mentre torna indietro, per così dire, va avanti: gettarsi ai piedi di Gesù esprime il desiderio di seguirlo, di vivere il suo insegnamento e quell’ “alzati e va’”, è un invito a rialzarsi, a mettersi in piedi per vivere realmente ciò che si è scoperto. Forse il vero miracolo non è neppure la guarigione dalla lebbra, ma la trasformazione dell’uomo.
Rimane il grande mistero: perché solo lui, perché non gli altri? Rimane il mistero della libertà umana di dire sì e di dire no, di rimanere a distanza o seguire il Maestro; ma non dobbiamo dimenticare che quell’uomo era un Samaritano, un impuro agli occhi di un israelita di allora. È proprio colui che è considerato impuro, peccatore, ripugnante, a sentire maggiormente il peso della propria condizione e dunque anche tutta la forza dirompente della liberazione fisica e morale dal male. In altri termini è nella malattia che sogniamo e apprezziamo la salute.
Similmente potremmo dire che è solo dopo aver accettato il peso e la preoccupazione della maternità, che si può piangere di gioia davanti al neonato.
Il ritorno dalla malattia rappresenta spesso la scoperta del dono straordinario di ogni istante di vita. Si impara o si re-impara a vivere, a riprendersi da qualcosa, a ritrovare gli altri e se stessi. Ed è qui che si prende la decisione: accettare di aprirsi alla chiamata a vivere, piuttosto che rimanere prigionieri dell’oscurità. Misteriosamente, la fede è liberatoria. Si può aver chiesto, con fede, a gran voce, la guarigione tenendosi a distanza perché ci si sente indegni. Una volta ottenuta la guarigione, chi torna a lodare? Colui che torna è “salvo”: “Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».”

Dei rimanenti nove sappiamo che, risanati, sono stati inviati dai sacerdoti: i nove sono persone ancora in cammino…il Samaritano invece non solo riconosce il dono, ma anche il donatore, sa di trovarsi alla Sua Presenza: non gli resta che vivere la Grazia: è salvo, già nella corrente della vita eterna.

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Granelli e montagne

Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe

2 ottobre 2022 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 17,5-10

Dovevo parlare di fede a dei bambini. Mi chiedevo come fare per rendere il discorso “semplice” e rimuginavo questa parola: “Se aveste fede grande quanto un granello di senape…”.
Arrivato nel gruppo, ho chiesto: “Sarebbe stato lo stesso se Gesù avesse parlato di fede paragonandola ad un granello di sabbia piuttosto che ad un granello di senape?”
Una ragazzina: “Ma noooo!” – “Come mai?” – “Perché la sabbia non cresce!” 
Già…

Se avessi tanta fede, quanta è la forza che abita un minuscolo seme – la stessa forza che mi abita e abita il mondo – vedrei lo spostamento di montagne e lo sradicamento di alberi. A pensarci bene, pochi centimetri di terra su un minuscolo granello di semente rappresentano per il seme una grande montagna da spostare: grazie all’ondata di potere nascosta in lui, il granello sposta le montagne e cresce. Penso, per esempio, alla stessa forza che fa crescere la sassifraga, aprendo l’asfalto e rompendo le rocce.
L’apostolo Paolo chiarisce inoltre che la fede, quella che trasporta le montagne, senza la carità, ci renderebbe nulli: “….se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla” (1Cor 13,2).
In altri termini sarebbe inutile – e forse impossibile – possedere tutti i doni spirituali senza la carità, germe divino sepolto nella nostra carne, che, sollevandosi, può spostare le montagne, sradicando i nostri personali impedimenti ad amare. Può essere felice oggi chi sente o vede, nonostante il diluvio di cattive notizie, l’onda anomala dell’amore e i suoi miracoli quotidiani.
Tuttavia, cristianamente parlando, il servo fedele che sposta le sue montagne, non si aspetta che il suo signore si senta in obbligo verso di lui. Quel che fa è un incarico affidatogli, relativo a ciò che non è di proprietà del servo e quindi non è legato alla sua iniziativa personale: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; […] se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato.» (1 Cor 9,16-18). La gratuità nella trasmissione e nell’annuncio della Parola diventa in San Paolo una conditio sine qua non, perché lui sente l’incarico di annunciare il Vangelo come una assoluta necessità.
E ogni cristiano è potenzialmente chiamato a farlo; la vita cristiana non è realizzazione personale, ma permanenza nella corrente di vita che ha la sua sorgente nel Signore, la nostra ricompensa è ciò che quella corrente produce in noi.
Veniamo alla richiesta di oggi: “Aumenta la nostra fede!”
Il ruolo della fede ha qualcosa di eccessivo: potrebbe sradicare un gelso e ripiantarlo nel mare, la fede ha il potere di infrangere l’ordine delle cose e di radicarsi dove sembra impossibile.
Purtroppo il testo liturgico non fornisce il contesto della richiesta. In precedenza Gesù aveva detto: “E se sette volte al giorno pecca contro di te e sette volte torna da te dicendo: ‘Mi pento’, tu lo perdonerai”. Significa avere…un cuore grande come una capanna… poi anche la speranza che noi stessi e gli altri possiamo cambiare in meglio perché la vita è molto più grande di ciò che vediamo.
In effetti c’è da chiedere a gran voce: “Signore, aumenta la nostra fede!”
Allora proviamo a trasferiamo la richiesta dei discepoli nel nostro contesto: conflitti insolubili tra Israeliani e Palestinesi, tra Russi e Ucraini – tra e tra… – nei quali, ovviamente, tutti hanno motivazioni, ma contrastanti; sono conflitti incessanti che affamano paesi e mantengono intere popolazioni senza casa; conflitti che ghettizzano e rivelano il peggio nell’uomo; sciacalli e avvoltoi che speculano, traendo profitto dalla sventura altrui; in tutte queste situazioni, s’innestano i drammi e i conflitti personali.
Cosa significa esattamente: “Se sette volte al giorno tuo fratello pecca contro di te e ti dice: ‘Mi pento’, tu lo perdoni?”
Sì, accresci la mia fede, Signore, perché se imparo a perdonare, il mio collegamento con la vita, che si era interrotto, può riprendere.
In poche parole?
Senza fede non c’è futuro per la nostra umanità.
Solo la fede mi permette di non essere paralizzato da ciò che vedo.
Solo la fede mi permette di superare le mie paure.
Personalmente ho raggiunto l’età in cui le persone fanno la domanda:
“Di cosa vivrò quando non potrò più lavorare?”
Senza fede, si può voler cercare la sicurezza tra quattro mura, barricandosi nel proprio piccolo ambiente fisico e/o mentale, a dispetto di ogni solidarietà umana.
Alcuni identificano la fede con la persistenza nel credere che andrà tutto bene, nonostante le palesi contraddizioni e negazioni della vita. Ritengo che sia proprio il contrario. Non è che tutto andrà bene, è che la fede trasforma me e mi permette di vedere gli eventi come una parola diversa creata apposta per mettermi su una strada diversa.
La fede porta a considerare il domani come un’alba, non come un tramonto.
Quando il Cristo parla della fede e del ruolo che essa svolge, parla in base alla propria esperienza.
È questa fede che gli ha permesso di rimettere in piedi gli esseri umani. È stata questa fede che gli ha permesso di affrontare la morte come ha fatto. In definitiva, la risurrezione è il risultato della fede.
Ecco perché è così fondamentale in ogni giorno della vita.

Compassione e misericordia

C’era un uomo ricco che vestiva di porpora e di bisso…

25 settembre 2022 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Luca 16, 19-31

Un giorno ho ascoltato questa frase:
“Si dovrebbe insegnare la compassione a scuola”; il sottinteso… per dare ai bambini l’opportunità di “commuoversi”.
Ma, guardandomi attorno mi dico:
1) chi potrebbe insegnare la compassione?
2) la compassione può essere appresa?
La compassione o ce l’hai – e l’età non conta – per “talento”, o l’acquisisci, se l’acquisisci, con la maturità. Altre opportunità non vedo nel tempo presente.
Talvolta penso che la compassione venga percepita come una qualità del carattere altruistico, salvo poi facilmente tacciare l’altruista di buonismo.
La compassione è una capacità della carne personale di condividere il destino degli altri.
Ho sentito dire, a proposito di un’atrocità commessa su un bambino: “Chissà i genitori, poveretti! Fosse successo a mio figlio: che orrore!”
Io figli non ne ho, quei genitori mi fanno un po’ pena, mentre la sorte del bimbo mi ferisce profondamente.
La compassione mi sembra talvolta il risultato di un lavoro dell’immaginazione, una postura acquisita come “moda spirituale”: cambia, se l’oggetto ferito e deturpato non è tra le mie priorità.
Nella compassione, la domanda non è se potrebbe succedere a te o a me, ma solo: se è successo a qualcun altro, allora è successo a me e a te, necessariamente, qualunque sia la mia o la tua situazione attuale. La compassione è una qualità della carne immediatamente permeabile a ogni altra carne, senza altro presupposto che la presenza dello Spirito. Penso che attraverso la compassione si sia associati al Cristo e si collabori al suo ministero. Attraverso la compassione di pochi, un’intera generazione viene offerta invisibilmente al Padre e potenzialmente salvata dal proprio rancore e dalla propria malvagità: è questo mistero che ogni volta celebriamo facendo memoria della passione, morte e resurrezione di Cristo.
Se Lazzaro non è stato visto, forse non è un caso: non c’è compassione per lui.
Possiamo dire male del ricco adorno di porpora e di bisso? Qui c’è da intendersi bene: se il sentimento dell’ingiustizia ci indigna, siamo nel giusto, ma se c’è l’avversione per chi è ricco, allora la nostra compassione per Lazzaro non potrà essere pura.
Che fa di male il ricco epulone? Banchetta lautamente con quelli del suo rango, invita chi lo invitava. E allora?
Tutto bene, ma Lazzaro non può essere invitato? E qui capisco quanto sia difficile far passare un cammello per la cruna di un ago…
Comunque sia… che strano effetto leggere questa storia nel giorno delle elezioni… e per di più giornata mondiale del migrante e del rifugiato: ironia della sorte o cinismo consapevole?
Bene, andiamo a votare. Scegliamo, eleggiamo coloro che occuperanno i primi posti, coloro che hanno il maggior grado di responsabilità morale e civile nella nazione, che fanno di tutto per rimanere lì, sentendosi quindi adeguati e meritevoli oltre ogni dubbio.
Quanto è facile essere centrati su se stessi…
Infatti, neanche dopo la morte l’epulone cambia sguardo e approccio: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura”… e visto che la cosa risulta impossibile, “Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca…”
Ah! certo! Ci si ricorda dei poveri, quando si scopre che possono forse ancora essere usati a fini familiari e personali…
Quale speranza di redenzione?
Almeno per una volta, forse una sola ed ultima volta, il ricco epulone ha avuto l’intelligenza di non promettere nulla…
La campagna elettorale – la fiera delle promesse – è finita… si continua col caro vita, il caro bollette, e l’orrore di una guerra tra poveri…

La compassione, o ce l’hai o non ce l’hai, se non l’hai “imparata” prima, non si riceve per elezione e tanto meno entra nelle leggi di bilancio … o nei condoni… I Lazzaro continuano a passare inosservati.

“Li ammonisca”
Ma come è possibile? Lazzaro che ammonisce?
“Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”


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Racconto

Questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi

18 settembre 2022 – XXV Domenica del Tempo Ordinario
Luca 16,1-13

Oggi, una parafrasi.
Non è parto della mia fantasia, lessi una cosa simile tempo fa, non ricordo più dove, e mi colpì; la racconto così come la ricordo, evidentemente mettendoci qualcosa di mio; del resto è così per tutte le storie che si raccontano.

Temporibus illis, Dio scelse un amministratore per la sua Chiesa.
Questi, sapendo di essere amministratore dei misteri di Dio, intraprese delle riforme nell’Istituzione dalle tradizioni secolari.
Come talvolta accade, seppur belle e intelligenti, le riforme non accontentarono tutti i cardinali di curia. E non solo loro! In giro c’era un sacco di gente, ma proprio tante persone, nostalgiche millantatrici di moralità cosiddetta “conservatrice”, che a noi, per essere sinceri, pare solo fasulla.
Queste persone per anni avevano litigato su ogni cosa; si trovarono invece sorprendentemente, all’improvviso e quasi d’incanto tutte d’accordo proprio sulla lotta di contrasto all’Amministratore. Così, si mossero come un sol uomo per andare a cercare il Signore allo scopo di denunciare lo sperpero dei sani e non negoziabili valori della Legge.
Il Signore, preoccupato, decise allora di andare a vedere cosa stava succedendo e di chiedere conto all’amministratore della sua gestione.
L’amministratore pensò tra sé: “Cosa devo fare? Tornare indietro non posso. Dimettermi non vorrei”. Probabilmente memore delle parole di Gesù sulla richiesta di remissione dei propri debiti, decise di convocare in Vaticano tutti coloro che si sentivano emarginati, esclusi e abbandonati: quelli che avevano “debiti” con la Chiesa.
Chiese al primo: “Qual è il tuo problema, quanto ti sei indebitato col Signore?”
“Sono fuori dalla Chiesa a causa di una scomunica latae sententiae!”
“Figliolo, ecco qui un foglio di carta intestata del Vaticano con il mio sigillo. Scrivi: “Vado a fare gli Esercizi Spirituali e al loro termine, la mia scomunica sarà revocata”.
In altre parole, ti lascio olio in quantità sufficiente per accendere la tua lampada, rileggi il Vangelo e ti accorgerai che al mondo non ci sei solo tu.

Avanti il prossimo!
“E tu? Qual è il tuo problema?”
“Sono divorziata e risposata e quindi esclusa dai Sacramenti”.
“Scrivi: “Mi impegno a servire i pasti una volta la settimana alla mensa dei poveri e potrò ricevere di nuovo la Comunione”… E anche il debito riguardante il grano è risolto…

“Avanti il prossimo!”
Una coppia…
“E voi?”
“Non riusciamo a seguire le linee guida della Casti connubii e dell’Humanae vitae“.
“Non sapete che per commettere un peccato grave (mortale) servono tre condizioni: materia grave, piena avvertenza della gravità e la volontà di fare il male? Esaminate bene la vostra coscienza e giudicate voi stessi.”

E così via…

Quando il Signore tornò a controllare, sentì migliaia di voci che si levavano dal colonnato del Bernini: “Grazie a lui ho ritrovato la gioia della fede!” “Grazie a lui ho trovato la pace!” “Grazie a lui ho potuto riprendere il mio posto nella vita!” “Grazie a lui ho trovato il coraggio di testimoniare la mia fede in ambienti ostili!” “Grazie a lui ho trovato la mia strada!”
Grazie a lui … grazie a lui… “Grazie a lui mi sono ritrovato!”
Sentendo tutti questi “grazie”, il Signore lodò l’Amministratore, perché aveva agito abilmente e gli disse: “Vieni, servo buono; sei stato fedele in queste piccole cose, te ne darò di più grandi, quanto agli altri, lasciali ragliare e digrignare i denti. Tu entra nella gioia del tuo Maestro.”

Post scriptum
Ricordo un confratello che, parlando di povertà, diceva che in Europa la gente giudica povero chi non ha nulla, mentre in Africa è povero chi non ha alcuno.

Felice chi, pur pensando che “il tempo è denaro”, ne investe ogni giorno un po’ del suo, per alimentare i suoi crediti di affetto, di amicizia, di amore.
Forse è questo che intendeva Gesù nel trovare scaltro l’amministratore che, nel suo piccolo, faceva sconti su ciò che i suoi dovevano al suo padrone.
Fuor di metafora, in concreto – per esempio – chi amministra gas, luce, acqua, sole, energia: pensa forse di esserne il Proprietario? O addirittura qualcosa di più?
Se lo pensa veramente, si prepari, che domenica prossima saprà come potrebbe andargli a finire, qualora non si ravvedesse in tempo utile; mica perché ci saranno le elezioni! Perché ci sarà proprio il brano di Vangelo scritto apposta …

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Perdere e cercare

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. Gli scribi e i farisei mormoravano…

11 settembre 2022 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Luca 15, 1-32

Quando Gesù “dice” una “parabola”, ha un fine che non dev’essere quello di raccontare una storiella semplice per fare della morale spicciola; la maggior parte di questi testi, riportati dagli Evangelisti come discorsi di Gesù, include un nucleo resistente all’immediata comprensione, che ha lo scopo di scuotere l’ascoltatore per liberarlo da concetti stereotipati e da una forma anchilosata del pensiero. Ecco perché, secondo me, i religiosi del tempo si infuriavano quando insegnava in pubblico e per come si comportava: se almeno fosse stato il portatore di una dottrina “quadrata”, avremmo potuto discutere, opinare, filosofeggiare, cogitare… Invece no! Con i suoi discorsi sembra confondere le acque, additare complessità (umane e teologiche), invitare ciascuno di noi a porsi domande, oltre il catechismo, i principi, l’erudizione e i riti della Legge. Pubblicani e peccatori si avvicinano per ascoltarlo, forse perché si immedesimano prima nei racconti… e si ritrovano.

Nel Vangelo di questa domenica vengono proposti tre racconti che in genere vengono chiamati “la parabola della pecora smarrita”, “la parabola della dracma perduta” e la “parabola del figliuol prodigo”. Alcune traduzioni della Bibbia li presentano da un’altra prospettiva e li considerano insieme, chiamandoli “la parabola della gioia del Padre”. In effetti, il testo non annuncia una serie di parabole, ma una sola articolata su tre livelli, corrispondenti ai tre racconti; in un crescendo di senso il lettore è obbligato a notare la differenza tra i vari tipi di rapporto che gli esseri umani possono instaurare nel mondo, fino ad arrivare alla genitorialità, alla figliolanza, alla fraternità. Sono tre dimensione che si evolvono dall’utilitarismo, all’altruismo, alla gioia per il ritorno alla vita.

I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».
Gesù risponde a questo tipo di mormorazioni in maniera unica ed univoca con una risposta talmente larga da essere illuminante per tutti. All’inizio sia della seconda che della terza storia, una o due parole spiegano che i tre racconti sono da intendersi internamente collegati dallo stesso tema: ogni volta che qualcosa o qualcuno “si perde” – nell’ambito spirituale del regno di cui il Cristo è re – questo qualcosa o questo qualcuno viene ritrovato e l’esito finale è la gioia condivisa.

I primi due protagonisti principali, il pastore e la donna, si danno da fare molto attivamente per trovare ciò che sanno di aver perso – rispettivamente la pecora e la dracma. Nel terzo racconto, invece, non solo a prima vista sembra che sia solo il padre ad aver perso il figlio e solo più tardi afferriamo che è soprattutto il figlio ad aver perso se stesso, ma questo “essersi perduto” del figlio viene espresso come un fatto intrinsecamente legato all’esperienza umana; alla relazione tra il padre e il figlio appartiene una sorta di reciprocità sia nel dolore del perdersi che nella gioia del ritrovarsi. Tale reciprocità sicuramente non può esistere nei confronti di una pecora o di una moneta…Un uomo che abbia perso se stesso (sia padre umano – che non è Dio – sia figlio, e, per ovvia estensione sia madre, sia figlia) non è mai solo: esiste sempre un momento possibile nel quale possono essere pronunciate per lui queste parole: “era perduto ed è stato ritrovato”.

Domande?
Bisogna fare qualcosa per essere salvati? Dio salva tutti o si salvano solo i buoni? Come ci si salva?

Qual è la differenza tra perdere e perdersi, cercare e ricercare, trovare e ritrovare qualcosa o qualcuno?
Troppe. Forse neanche necessarie.
Nel primo racconto, quello del pastore e delle sue pecore, Gesù annuncia senza ambiguità che anche il più peccatore dei peccatori è cercato e trovato da Dio. Non dice che la pecora si lascia trovare, né che riconosce la sua colpa, né che supplichi il pastore di caricarsela sulle spalle per riportarla all’ovile. Non c’è un grammo di congiuntivo o di condizionale nella reintegrazione della pecora e nella ricostituzione del 100% del gregge: la pecora che si è smarrita non ha chiesto di essere tirata fuori dalla bocca del lupo.

Nella terza storia, quella del padre e dei suoi due figli, l’uomo – che rappresenta Dio – lascia i suoi figli totalmente liberi: se uno vuole partire, viene lasciato andare dove vuole, per fare ciò che crede. Non viene trattenuto con parole né con gesti. Non viene neanche ricercato per vedere se sta bene, anche quando si verifica una grande carestia. Il messaggio di questa terza storia sembra essere chiarissimo: ognuno è libero di fare o disfare la propria vita e addirittura di perdere se stesso. E non è Dio che ritrova o fa trovare il figlio. È il figlio che si fa protagonista del proprio ritorno, perché l’esperienza lo obbliga all’esercizio della memoria e del ricordo di ciò che ha realmente perduto. È lui che “parte”, è lui che sperpera, è lui che si affatica, è lui che ha fame, è lui che “entra in se stesso”, è lui che si alza, è lui che immagina cosa dire, è lui che si mette in cammino, è lui che si avvia verso casa. Senza parafrasi, il testo chiarisce che lo fa sull’onda di un bisogno acuto; solo quando comincia a scoprire di valere di più di come è ridotto, ritrova lo slancio vitale e un barlume di benevola memoria per se stesso, per ciò che ha respinto.
E questo eviti per sempre ad alcuni genitori di questo tipo di figlio, l’errore del pretendere riconoscenza: sarebbe banale e da inesperti. Quei figli, se tornano, è perché hanno già sofferto e saranno riconoscenti, perché avranno ritrovato se stessi e il loro padre.
Comunque sia, il figlio trova la forza di “alzarsi” (15,18.20): il verbo è lo stesso usato altrove per indicare la risurrezione di Cristo, esprime proprio il ritorno alla vita gioiosa. Il Padre sembra completamente passivo durante tutto questo tempo. Solo dopo si dirà che è mosso da tenerezza e accoglie il figlio come un principe. La distanza d’intensità di senso tra la prima e la terza storia è forte. Qui è in questione il ruolo di Dio e la nostra “partecipazione” alla possibilità di vivere e gioire. È anche uno shock su cosa significhi amare qualcuno e sul come aiutarlo.

E la storia della donna che si rallegra per aver trovato la sua moneta?
Non deve trovarsi lì per caso.
La protagonista è sì una donna, ma oggi potrebbe essere anche un uomo. Non dimentichiamo che Gesù parlava ai suoi contemporanei, i più erano pastori, pescatori e donne di origine israelita con i loro usi e costumi di allora, non parlava solo a eruditi, scribi, farisei e soldati romani.
Quindi, la più piccola moneta ha, per questa persona, un valore inestimabile e dunque, anche se persa nella polvere dell’angolo più recondito, la cercherà e la troverà. Così, normalmente, ci comportiamo quando vogliamo trovare qualcosa che abbiamo perso, cui teniamo molto: cerchiamo insistendo, persistendo, fino a trovare, fino a ritrovare; sappiamo di possedere quella cosa e dev’essere da qualche parte. È anche una parabola della pulizia, del rimuovere ciò che vela, della liberazione da ciò che copre e maschera l’importante, dello scioglimento dei nodi, dell’inconsistenza dello sguardo di chi non capisce ciò che noi sappiamo di aver avuto e di aver perso.

Di cose belle ne abbiamo perse un bel po’, probabilmente più di una dracma; per non perdere anche le altre nove o novantanove che siano, con la stessa sbadataggine, c’è da rimettersi a cercare, sicuri di trovare, così come siamo già stati cercati e trovati almeno una volta.

NB: immagine di copertina in: In my disc of gold; itinerary to Christ of William Congdon, New York, Reynal, 1962, Pl. 12, Nativity (Lk 2,12-14).