Rendere grazie

17 marzo 2024 – V Domenica di Quaresima

Prima Lettura: Ger 31,31-34
Seconda Lettura: Eb 5,7-9
Vangelo: Gv 12,20-33

Vogliamo vedere Gesù, chiedevano alcuni greci. Perché volevano vedere Gesù? Non lo sappiamo. Va detto che, fin dall’inizio del Vangelo di Giovanni, il Nazareno aveva compiuto segni straordinari, come trasformare l’acqua in vino, sfamare la folla, risuscitare un morto, attraversare trionfalmente Gerusalemme e forse qualcuno ricorda anche di come aveva salvato la vita a una donna e guarito un cieco. La sua fama quindi era certamente notevole e si può capire perché anche i pellegrini greci volessero vederlo. Non è l’unica volta che, nel Vangelo di Giovanni, qualcuno chiede di vedere. Il discepolo Tommaso, per esempio, la sera della risurrezione, chiede di vedere per credere. Anche Andrea, pur avendo vissuto una bella fetta di vita accanto a Gesù, chiede di vedere il Padre. Perché questi pellegrini greci volevano vederlo? Per poter credere, come Tommaso, o per  conoscere il fenomeno? E noi, vorremmo vederlo? Per quale motivo? Perché come Tommaso abbiamo bisogno di vedere per credere, o per scopi….filosofico/scientifici? O ancora per essere guariti?
Essendoci per sempre sconosciute le intenzioni di questi pellegrini non ci resta che interrogare il loro sguardo e tanto più volentieri, in quanto la risposta risulta inattesa. Il loro sguardo resterà senza oggetto?
Ad ogni modo Gesù, inaspettatamente, sceglie questo momento per dire: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo.” Una voce dal Cielo si fa sentire, alcuni tra i presenti la interpretano come un tuono, altri come voce angelica, ma pensano sia rivolta a Gesù. La voce dal cielo attesta che il Padre ha glorificato e glorificherà ancora il suo Nome. I Greci avranno visto e sentito?

Quella voce non parla per Gesù, parla per i presenti; siamo nel vangelo di Giovanni, dove il Cristo è potentemente sovrano e non è Lui ad aver bisogno di essere confermato da quella voce dal cielo. Siamo noi ad averne bisogno. Potremmo non aver ancora sentito quella voce.
Ma ne abbiamo la traccia, la traccia scritta, che tutti possono leggere, ascoltare e forse comprendere: la traccia della voce è accessibile a tutti, a tutti coloro che hanno occhi e/o orecchie. Questa traccia è per noi, perché la voce del cielo è per noi e proclama che Dio ha glorificato il nome del Figlio e lo glorificherà ancora.
Per noi la speranza si fa parola, voce e carne nel nostro quotidiano, perché siamo certi che il nome del Signore sarà in eterno glorificato.
Chi tra noi renderà grazie al Cristo? Le domande che mi pongo, e forse ti poni, non sono più questioni letterarie o storiche o teologiche.
La gloria di Gesù è nell’essenza e nel modo dei suoi atti, atti di una sovranità assoluta, perché implicano il dono totale e gratuito della vita per amore: l’attesa, la nascita, la predicazione,  la sofferenza, la passione, la morte, la guarigione, il perdono, la rinascita, il miracolo, e, soprattutto, la risurrezione. Tutto viene dal Padre. Noi stessi veniamo dal Padre, se rifiutassimo l’idea di essere stati “seminati” e quindi la possibilità di germogliare e portare frutto per amore, ma anche il rischio di perdere la vita, il Cristo non ci condannerà, perché è stato glorificato per salvare e non per condannare. Gesù aggiunge però che: “il principe di questo mondo sarà gettato fuori”.

Quando l’impegno di vita, a qualsiasi livello, è diretto verso il bene e verso la pace il Verbo si fa carne e viene a trasformare e a rinnovare la vita di tutti, ovunque.
Noi rendiamo grazie al Signore per i doni ricevuti e per fede in chi è stato glorificato definitivamente con la resurrezione.

Mi piace ripetere con Paolo: a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. (Rm 16, 27).

NB: per leggere la riflessione del 20 marzo 2021 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Nascere di nuovo

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto,
così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo

10 marzo 2024 – Quarta Domenica di Quaresima

Prima Lettura: 2Cr 36,14-16.19-23
Seconda Lettura: Ef 2,4-10
Vangelo: Gv 3,14-21

“Nessuno, se non è nato di nuovo, può entrare nel Regno di Dio”, dice Gesù a Nicodemo qualche versetto prima.
C’è luce che filtra da queste parole, la stessa che emana dall’immagine lucana del panorama che si apre davanti allo sguardo delle donne sulle tre croci al venerdì santo.
Lì, sul calvario, il Dio-Uomo si rivela all’umanità e strappa il velo che l’uomo ha accettato calasse sui propri occhi. La vita è in questo mondo e in questo mondo viene quotidianamente crocifissa: guardate al Figlio dell’Uomo innalzato come lo fu il serpente di bronzo da Mosè e comprenderete, guarirete dalla follia della morte: un atto di fede assoluta, una rinascita, anzi una risurrezione.
C’è bisogno di un tempo, fuori dal desiderio di uccidere Cronos, di divorare i giorni, le ore, i minuti, i secondi che abbiamo a disposizione, nell’angoscia che finiscano senza esserci appropriati di nulla, neanche delle nostre ceneri; abbiamo bisogno di accedere al tempo senza ritmi dove tutto sta accadendo, dove continuiamo ad essere presenti, malgrado noi.
In effetti, sembra che si giri sempre in tondo in questo deserto, tra il Cairo e Gerusalemme: passando per la strada indicata da Google Maps sono 164 ore a piedi e in linea d’aria non si arriva neanche a 500 chilometri – meno di 500 chilometri di deserto che durano quarant’anni… Come se partissi a piedi domattina per Brescia e arrivassi quando ho 102 anni… improponibile, devo convertirmi prima e capire che Roma non è il luogo di schiavitù… malgrado la confusione… comunque il chilometraggio è lo stesso.
Quante quaresime per formare un popolo? Per altro già formato e già salvato a priori!
Quante Quaresime a rimpiangere il pane e cipolla degustato in Egitto quando eravamo schiavi? Quanto ci vorrà per aprire gli occhi?
“È davvero buono questo Dio che ci ha liberati?”
“Sei proprio sicuro di quello che dici?”
“Come fai?”
“Mi ama?”
“È con me?”
“È con noi?”
“Chi è ‘noi’?”
E dal dubbio alla rivolta, c’è solo un passo… è chiaro.
Basta l’influenza di pochi leader, anche completamente ignoranti. E la rivolta genera la repressione: escono i manganelli. Un fallimento, dice il Capo dello Stato, altro che autorevolezza!
Sono i serpenti che invadono il campo e il cui morso è mortale, non vi siete accorti! Ci è stato ripetuto per secoli, “a memoria la conosciamo la Legge di Dio”, come cantava De André.
Mi scuso per la digressione politica, ma il discorso è sempre lo stesso: tutti gridano all’intervento risolutivo verso qualcuno che potrebbe intervenire con autorevolezza (autoritariamente?)
Tutti fanno rimostranze: come gli israeliti che chiedevano a Mosè di risolvere la questione incresciosissima dei serpenti e dei loro morsi.
“Fondi un serpente nel bronzo, mettilo in cima a un palo. Chi sarà morso dai serpenti dovrà solo guardare il serpente di bronzo e sarà salvato.”
È stato fatto: è ora di guardare il Figlio dell’Uomo innalzato e accorgersi, che la storia si ripete nel tempo, nel nostro tempo cronologico.
Che anche i discendenti di Isacco e Rebecca se ne facciano una ragione…
Guardate al figlio dell’uomo, crocifisso da innocente, giustiziato come un criminale, risorto nel Signore per la salvezza di tutti.
Gesù riprende con Nicodemo l’immagine del serpente di bronzo per esprimere il senso della sua missione: il creatore “si consegna” al mondo per manifestare il suo amore, e lo fa facendosi come il serpente di bronzo, quando Gesù, innalzato su un palo di legno, darà la sua vita. Basterà guardare verso il crocifisso per essere sicuri della salvezza.
Il serpente del deserto è sia un’immagine di morte che un segno di vita, perché ci ricorda il serpente delle origini, che introduce il dubbio nella mente dell’uomo “Ma Dio ci ama davvero?” L’uomo e la donna che hanno tutto per essere felici in mezzo al cosmo di cui sono i gestori si dicono un giorno: “Non è possibile! Dio non è così buono! È un Dio perverso, non vuole la nostra felicità, è geloso della nostra libertà”. Il dubbio si insinua nelle loro menti, e, come dicevo, dal dubbio alla rivolta c’è solo un passo.
In questo serpente archetipico evocato da Gesù c’è un patrimonio di senso sufficiente a spiegare ogni piega dell’animo umano, ogni evento, ogni intervento del “soprannaturale”, che non cessa di essere nel tempo e fuori del tempo.
Se Dio è amore, credere vuol dire amare.

NB: per leggere la riflessione del 2021 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Passare oltre

Scacciò tutti fuori del tempio

3 marzo 2024 – III Domenica di Quaresima
Prima Lettura: Gen 37,3-4.12-13.17-28
Seconda Lettura: 1Cor 1,22-25
Vangelo: Gv 2,13-25

Due parole sulle Parole di Paolo:

Al tempo di Paolo, i Greci – pagani, nel senso che credevano negli déi dell’Olimpo – non capivano come la morte di un semplice ebreo potesse essere considerata il culmine della storia, mentre gli ebrei non riuscivano a capire come proprio la crocifissione e resurrezione del Messia tanto atteso fosse il mezzo scelto da Dio per instaurare il suo Regno.

Per noi, però, oggi, la croce è ancora una follia, sia per il non credente che per il religioso. O abbiamo una mentalità pseudoscientifica e vogliamo le prove, cioè aspettiamo ancora i miracoli pur non essendo credenti né in Dio, né in Giove, né in Giunone, ed è questo l’ateismo contemporaneo, o siamo intellettuali e aspireremmo ancora ad una spiegazione razionale.

In relazione alla finalità salvifica della croce, l’uomo comune e credente invece o si considera “non così cattivo” e quindi non bisognoso di essere “perdonato” da Dio, oppure pensa di riscattarsi facendo del bene. In ogni caso, la limpidezza del messaggio della Croce continua ad essere percepita come notizia scandalosa o folle:
«Dio infatti ha tanto amato il mondo che ha dato (gratuitamente) il suo Figlio unigenito affinché chiunque (il pagano e il religioso, il greco e il giudeo) creda (unica cosa da fare) in lui (in nessun altro), non perisca, ma abbia la vita eterna” (Gv 3:16).

Sul Vangelo:

Da bambino, quando percepivo un’ingiustizia oppure quando qualcuno veniva punito al posto di qualcun altro, o mi sembrava che gli adulti abusassero della loro autorità, letteralmente mi arrabbiavo. Adesso pure.

Da bambino diventavo collerico anche quando mi prendevano troppo in giro. Come spesso succede tra bambini, quando poi si veniva indotti a chiarirsi a parole l’un l’altro e anche, perché no, a scusarsi dell’incomprensione, la tensione si placava rapidamente e potevo perdonare l’offesa ricevuta, vera o presunta. Adesso, di meno, perché ho a che fare con gli adulti: sono peggiorato?

Paolo, in Ef 4,26 scrive: “Nell’ira, non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo.” 

Da adolescente ho imparato ovviamente a controllare la “rabbia”, a mettere le mani in tasca e a stringere le dita molto forte, quando sentivo che l’istinto bieco mi spingeva piuttosto a sferrare un cazzotto. Sono stato educato – molto correttamente – a distinguere la “collera” dell’uomo dalla “rabbia” dei cani e oggi penso che la collera brutale che si trasforma in rabbia animalesca sia parte di ciò che chiamiamo “male”, come dimostra purtroppo la cronaca nera anche recente.

All’inizio del mio ministero mi sentivo a disagio, leggendo il brano del Vangelo di oggi. Come commentarlo? Come può la collera essere santa? Come si può rendere ragione dell’ ira di Dio o di quella del Nazareno che rovescia i banchi del mercato? Cosa dire, senza ripercorrere i soliti luoghi comuni e leggermente farisaici, che sembrano voler giustificare ora l’Uno, ora l’Altro, rivestendoli di verbose spiegazioni?

La collera che degenera in atto violento, laddove si è impotenti a dimostrare a parole le proprie ragioni, è sempre un male; per esempio, laddove parte uno scappellotto genitoriale, anche giustificabile in alcuni casi, occorrerebbe sempre chiedersi “come mai” si è giunti fin lì.
La collera non necessariamente è parte del male, un peccato da confessare, ma mette in questione il tipo di relazione che abbiamo instaurato con l’altro. Una reazione violenta è sempre una possibilità in più data al male per intromettersi nelle nostre relazioni ed è proprio per questo, io penso, che Paolo scrive: “…non tramonti il sole sopra la vostra ira”: deve durare poco, non deve diventare risentimento, ci si deve riconciliare al più presto.
Fin qui l’etica cristiana.

L’ira, quindi, è un sentimento che può prendere due diverse direzioni, una verso la vita, una verso la morte. Sono due direzioni antitetiche e possono entrambe prendere il sopravvento dentro di noi, diciamo una facendoci arrossire e l’altra facendoci impallidire. La prima è un’emozione forte, improvvisa, giustificata, ma di breve durata, senza gesti violenti, l’altra può essere altrettanto forte, improvvisa, lunga o breve, ma se degenera in gesto violento e diventa aggressione fisica, anche di lieve entità, mette in discussione la nostra persona e quella dell’altro. Ogni credente dovrebbe sentire risuonare nelle proprie orecchie la Parola in Mt 26,50-54: “…Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?’”

La possibilità di adirarsi è quindi prevista, anzi fa parte dei quei meccanismi di difesa addirittura positivi, perché possiamo prendere risoluzioni efficaci e ragionevoli per cercare di fermare comportamenti incongrui, ingiusti o malevoli, ma queste risoluzioni mai deriveranno dal nostro personale istinto violento e vendicativo.
Se un’altra auto tampona la vostra, vi innervosite, magari scendete urlando poco urbanamente, ma non scendete per prendere a schiaffi chi vi ha tamponato, anzi forse non vi passa neanche per l’anticamera del cervello. Si tratta di una reazione innocente, che non comporta odio, azione violenta o vendicativa e dunque non è neanche pericolosa per l’altro.
D’altra parte, la collera, più simile, come io dico, alla rabbia del cane, quella che fa impallidire, suscita il desiderio di vendetta: è lo stesso tipo di sentimento che alberga nel cuore di Esaù contro il fratello che gli ha sottratto la primogenitura. Esiste in lingua italiana anche un detto: la rabbia è un piatto che va servito freddo, cioè dev’essere controllata, sbollentata e raffreddata, allora non fa male.

Ma veniamo alle “arrabbiature sacre”, come quando Gesù scaccia i mercanti dal tempio; io credo che l’atto di rovesciare i banchi (non i mercanti) e di cacciare fuori dal tempio pecore e buoi con gli agenti della loro compravendita (i mercanti) sia una reazione per l’indignazione rispetto alla gravità dell’ingiustizia subita.
Come è possibile occuparsi solo di compravendite, proprio dentro il tempio e proprio alla vigilia della pasqua, commemorazione di un avvenimento unico quale la liberazione del popolo dalla schiavitù? Cosa ha a che fare il commercio di animali e il cambio della valuta con il rendere gloria e il ringraziare il Dio d’Israele? Come può essere vissuto un rapporto con Dio in questo modo? Di fronte all’enorme incongruità ed infedeltà del popolo che ricade sempre nello stesso errore, così come Mosè aveva frantumato nell’ira le Tavole della Legge dategli dal Signore, accorgendosi che i suoi nel frattempo avevano fatto dell’oro il proprio idolo, ora Gesù, cacciando animali e mercanti con la cordicella, ancora una volta chiarisce nei fatti lo stesso principio.
Non è che Mosè abbia spaccato le tavole di pietra in testa a qualcuno… Per Mosè la propria ira è quella di Dio stesso, è nel nome stesso di Dio che egli infrange le Tavole della Legge, ed esprime col suo gesto ciò che gli è impossibile spiegare a Israele, condannando con indignazione ciò che attacca alle radici la fonte della vita, ciò che infligge colpi mortali alla vita: egoismo, volontà di potere, dominio sull’altro, istinto di sopraffazione; di fronte alla tomba in cui tutto questo tende a rinchiuderci, la Vita diventa più forte, si erge imponendo la propria forza, impedendo di rescindere il legame con il suo creatore.

L’ira è un passaggio della vita, non siamo destinati a rimanere in quel passaggio, nel mezzo dell’esistenza, perché la vita consiste nel passare da un luogo all’altro e nell’attraversare soglie, è un passare oltre nell’incontro con gli altri e la benedizione arriva dopo una lotta, la benedizione è il frutto dell’essere passati oltre rimanendo nell’amore. Inoltre, la Bibbia chiama la benedizione attraverso la prole, vale a dire, attraverso la vita che viene data in dono, che amiamo smisuratamente fino a scoprire che va oltre noi stessi, all’infinito. In materia di benedizione, Dio avrà l’ultima parola e non importa quanto la nostra vita possa essere curva, perché la benedizione di Dio è scritta direttamente su di essa, a patto che abbiamo il coraggio di portare avanti quel che siamo, anche nell’ira e forse in parte anche nella ribellione, intese come passi difficili, da superare, ma vitali.

Che l’ira possa indicarci la via della santificazione è un’idea francamente “innaturale”, eppure, per crederci, dobbiamo attraversarla, come ogni esperienza, con il Signore accanto e non da soli e saremo invitati ad andare fino in fondo alla vera conversione.

Il profeta Osea ci aiuta a farlo: “Il mio cuore è turbato e allo stesso tempo la mia pietà è commossa. Non darò sfogo alla mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché io sono Dio e non uomo, in mezzo a voi sono santo; non verrò con furore.” (Osea 11,8b-9). C’è un po’ di fusione tra Dio e l’umano? Se anche fosse, ciò significa che Dio può stare nelle nostre più intime vicinanze senza minacciare di inghiottirci. Questa esperienza ci dà la garanzia che non ci distruggerà, perché è lì, tra noi, che ha costruito la sua casa. Siamo invitati ad andare fino in fondo nella nostra conversione. Se manteniamo il sospetto, temendo ancora un po’ l’ira del Dio malvagio, non siamo pronti ad essere noi stessi e rimaniamo nel “politicamente corretto” col Signore. Fino alla fine saremo invitati a camminare nella verità, anche se, come per Giacobbe, la lotta lascia il segno.
Non si avanza in amore senza zoppicare.

NB: per leggere la riflessione del 2021 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Ascoltare e tacere

Alcuni di coloro che stanno qui
non moriranno prima di aver visto venire con potenza
il regno di Dio (Mc 9,1)

25 febbraio 2024 – II Domenica di Quaresima
Seconda Lettura: Rm 8,31-34
Vangelo: Mc 9,2-10

Il testo è come un paesaggio che si apre davanti a noi. Lo sguardo di ciascuno non è attratto dagli stessi elementi, le nostre orecchie non ascoltano gli stessi suoni, si attiva una selezione in gran parte inconsapevole, si ritagliano raffigurazioni del tessuto che sembrano avere più peso di altre, molto ci sfugge, si riempiono automaticamente gli spazi lasciati aperti e si ricostruisce la scena dalla nostra memoria o dalla nostra immaginazione. E siamo ancora noi. Questa immaginazione riflette il già noto, ciò che crediamo di conoscere. Occorre prendere tempo e rileggere.

“Alcuni di coloro che stanno qui (dove?!) non moriranno prima di aver visto venire con potenza il regno di Dio” (Mc 9,1).
E nessuno fa domande! Nessuno! Né Pietro, né Giacomo, né Giovanni.
Io ne avrei molte… ho segnato molti punti interrogativi a margine… rimangono lì e continuano a interrogare, come davanti al titolo di un testo che promette qualcosa di troppo bello per poterci credere…
La storia prosegue con l’indicazione del tempo: “… 6 giorni dopo, prese con sé…”: strana frazione di un tempo impercepito. 6 giorni dopo? Forse di sabato, giorno propizio al riposo e alla riflessione?
Ad ogni modo 6 giorni dopo Gesù “prende con sé…”, “li fa salire”… non parlano, non dialogano. Vanno.
Andiamo.
I lettori, tu e io, vengono presi con lui, con loro, saliamo anche noi e vediamo quel che i nostri occhi e le nostre orecchie possono immaginare: una trasformazione di quell’uomo che irradia luce dagli abiti e si pone in dialogo con Elia. E con Mosè. La relazione fra i 3 è basata sulla parola, i discepoli sono solo spettatori, stanno a guardare e si riempiono gli occhi di quel che vedono.
A questo punto Pietro parla. Perché? Per partecipare al dialogo? Per rompere il disagio di una situazione che sembra allo stesso tempo reale e incredibile?
Il testo ci viene in aiuto, Pietro parla perché “non sapeva cosa dire”. In quel contesto Pietro, nonostante lo spavento, trova che il tutto sia bello, vorrebbe rimanere lì, non sa cosa dire, è intimorito, spaventato, parla per parlare, forse per nascondere l’imbarazzo, come quando interveniamo in un colloquio, al quale nessuno ci ha invitati, e cerchiamo disperatamente di dimostrare di esserci, mentre magari siamo completamente fuori tema, come spesso accade nella vita: quando proviamo a fingere, si vede che prendiamo lucciole per lanterne!
Bambini e giovani sono particolarmente bravi a decodificare queste maschere degli adulti. Tutti i discepoli temono questo evento insolito sulla montagna. Ma invece di accettare la loro paura, o fare domande, Pietro sceglie di “rispondere”, come al solito, esponendosi e, all’improvviso, sembra rasentare il ridicolo. Era partito già attrezzato per costruire tende?
Sento una forte empatia nei confronti di Pietro e vorrei gridargli: per favore fermati, non dire nulla! Voglio voltare velocemente la pagina della mia Bibbia per non essere più testimone di questo momento assolutamente fuori dall’ordinario per Pietro. Come uscire “normalmente” da questa situazione? Pietro, con il suo progetto di costruire tre tende, ingarbugliato in parole senza senso, Gesù in dialogo con Mosè ed Elia, gli altri discepoli, attoniti, in silenzio. Cos’altro succederà?
Finalmente la via d’uscita: la nuvola, che li oscura, li pone al riparo. Che sollievo… finalmente! Un po’ di oscurità, uno spazio in cui il timore si acquieta e le parole di Pietro non restano nude, alla vista di tutti. Gli occhi, fino ad ora così sollecitati dalla luce accecante, possono riposarsi un po’.
Lo sguardo si distende, ma l’udito si fa più fine, perché da quell’ombra viene la voce di Dio: “Questo è mio figlio, l’Amato: ascoltatelo”: una voce che parla distintamente, chiaramente, semplicemente, senza chiasso: è un Padre che ama, e chiede ascolto per il Figlio, per l’Amato.
Non parla per sé, parla per l’Altro, per l’Altro da ascoltare, annullando ogni discorso in prima persona. Stare lì, sotto la nuvola, non dura per sempre; stavi già pensando anche tu di stabilirti lì per sempre, con o senza tende? No, non è possibile. All’improvviso ci si guarda intorno, e non si vede altro se non Gesù. Nessuno è più solo dopo la trasfigurazione, il Figlio, l’Amato, “da ascoltare” è qui e raccomanda di non raccontare a nessuno l’accaduto, se non quando il figlio dell’uomo sarà risorto dai morti.
Ma perché aspettare? Perché non dire niente? Non è questo forse un evento da gridare dai tetti?
Imporsi un’attesa, come un ritardo nel parlare, sembra una precauzione da una parte e un metodo dall’altra. C’è il rischio di parlare, di raccontare, senza che l’ascolto sia arrivato alla fine di tutto quello che c’era da ascoltare. Per Gesù, evidentemente, bisogna andare fino alla fine, fino alla morte e alla risurrezione, per aver udito abbastanza per poter parlare.
Il testo si chiude con una nota intrigante: parlano, discutono tra loro, come studenti: “Che cos’è: “risuscitare dai morti”? Mantengono la parola data, ed è un modo sorprendente per dire che hanno ascoltato e che questo li spinge a porsi domande che per il momento rimangono senza risposta, senza parole da dire pubblicamente, esternamente. Quindi per ora, per loro, e forse anche per noi, non c’è niente da dire, ma solo da andare fino in fondo ad ascoltare.
Per rileggere…

Alcuni di coloro che stanno qui non moriranno prima di aver visto venire con potenza il regno di Dio

NB: per leggere la riflessione del 28 febbraio 2021 clicca qui

Nel deserto

Stava con le fiere e gli angeli lo servivano

18 febbraio 2024 – I Domenica di Quaresima

Prima Lettura: Gn 9,8-15
Seconda Lettura: 1Pt 3,18-22
Vangelo: Mc 1,12-15,

In genere apprezziamo così tanto la nostra libertà, da mal sopportare le indicazioni che provengono da un’autorità, sia essa lo Stato, la Chiesa o anche un datore di lavoro, un capo di qualcosa… Ma vale anche per i giovani nei confronti delle loro figure di riferimento: genitori, insegnanti, formatori. L’autorità dovrebbe, d’altra parte, essere credibile e usiamo anche due aggettivi diversi per distinguere l’implicita rispettabilità di un’autorità: si può essere autoritari o autorevoli.
In ogni caso è la reazione alla sollecitazione che conta e una certa continuità nel chiedersi cosa ci ha spinto a parlare o ad agire in un certo modo, unita a quel tanto quanto basta di mente lucida per sospendere il giudizio verso se stessi e gli altri per un breve lasso di tempo; questo atteggiamento consente spesso di scoprire qualcosa di utile.
Certamente l’esempio del Nazareno, spinto dallo Spirito nel deserto subito dopo essere stato riconosciuto figlio prediletto da quello stesso Spirito, predicatore del “porgi l’altra guancia”, obbediente alla volontà del Padre senza alcuna ribellione fino alla crocifissione, dà da pensare.
Dev’esserci un passo in più in questo percorso che sfugge completamente all’ordinarietà delle reazioni automatiche e che in qualche modo anche un “normale” essere umano potrebbe compiere.
Ciò che spinge a parlare e ad agire non è sempre il vento della nostra personale vocazione, e forse proprio perché non sappiamo  da dove questa venga, né dove vada. Anche il Nazareno, come ogni uomo e ogni donna, viene spinto nel deserto, si ritrova a fronteggiare le provocazioni di una perfida autorità, che tenta di farlo letteralmente “cadere”; ha insomma a che fare con la malafede più turpe, di cui non è difficile scorgere la presenza anche nel nostro mondo.
Matteo e Luca entrano nel dettaglio delle tentazioni, Marco invece le riassume in una sola, forse perché è la specifica lotta che il Nazareno dovrà affrontare per tutta la durata della sua esistenza terrena. Marco, tra l’altro, non scrive mai che Gesù lascia il deserto, forse perché quel deserto è appunto una condizione con cui fare i conti tutta la vita. Anche il Figlio di Dio avrebbe vissuto, risolutamente e totalmente, ai bordi del baratro in cui ogni uomo potrebbe cadere?
Credo di sì, perché dev’essere proprio questa la lotta del Verbo quando sceglie deliberatamente di farsi uomo per riscattare l’uomo.
Inizialmente vuol dire riabilitazione dei malati, degli infermi, di tutti gli impuri, reintrodotti, nonostante la Legge, nella cerchia dei vivi. Diventa poi perfino lotta contro i “giusti” che si sostituiscono a Dio per potersi permettere di dividere gli esseri umani tra eletti e dannati. Forse ancora più duro dev’essere guardare a coloro che non intendono riconoscere Dio in un volto umano, ovvero lo scopo ultimo, la battaglia decisiva: mostrare Dio presente nell’umano.
Occorre ricordare però che tutti gli schiavi dei propri demoni, tutti i dannati della terra, tutti, proprio tutti, possono ascoltare il grido del Cristo, quello che nasce nel deserto, sprofonda risolutamente e definitivamente nella condizione umana fino a poco prima di morire in croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Il desiderio di un’autorità inconfutabile, capace di risparmiare la fragilità e la lotta a favore della vita, somiglia troppo a quel tipo di desiderio che gli uomini confusamente immaginano di soddisfare, diventando schiavi del potere, del successo, del danaro.

Ma l’ordine del mondo è cambiato. E la lotta continua, perché il nemico è ovunque il sogno di essere onnipotenti, invincibili, autosufficienti, mentre è sempre possibile abitare il limite della nostra condizione umana, comprendendone l’invito alla fratellanza, alla responsabilità, alla fiducia e, perché no, anche al coraggio.

Riflessione del 1° febbraio 202.1

Per info sull’immagine di copertina clicca qui

Miracoli e fede

11 febbraio 2024 – VI Domenica del Tempo Ordinario

Prima Lettura: Lv 13,1-2.45-46
Seconda Lettura: 1Cor 10,31-11,1
Vangelo: Mc 1,40-45

Cosa ha fatto Gesù finora? Ha ricevuto il battesimo, ricevuto lo Spirito Santo e sentito voci dal cielo, poi c’è stato un tempo nel deserto, in seguito ha iniziato ad annunciare il Vangelo di Dio – convertirsi e credere al Vangelo – ha chiamato discepoli, poi ha compiuto un primo miracolo, poi un altro, poi dozzine di miracoli, poi ancora miracoli fino a questa parola: “Se vuoi, puoi purificarmi”, gli dice un lebbroso. Gesù si commuove. E chi non si sarebbe commosso? E chi, avendo il potere che Gesù ha, resisterebbe a tale domanda? Lo purifica, naturalmente, però, dopo, lo ammonisce severamente, letteralmente lo caccia e gli raccomanda di non dire ad alcuno quel che è successo.
E io mi chiedo: ma perché? Perché cacciare il lebbroso dopo averlo curato amorevolmente? Perché proibirgli di raccontare l’accaduto? E perché poi rimandarlo dai sacerdoti?
Sono domande che mi portano a interrogare il Vangelo.
Dal primo demone scacciato nella sinagoga di Cafarnao, lo spirito impuro, Gesù ha operato guarigioni su guarigioni, motivo per cui la gente continua a chiedergli miracoli e lui fa i miracoli.
Ci sono solo miracoli in questa storia? Marco non ha scritto “Inizio della storia di Gesù di Nazaret, operatore di miracoli”, ma “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio”. Ma, all’inizio del ministero pubblico di Gesù, l’attenzione si focalizza sulla sovrabbondanza del miracoloso. E qui sorge il problema, tanto per chi li compie, tanto per chi ne beneficia.
Chi fa i miracoli dovrà continuare a farne, perché sempre sarà crescente il numero di persone che li chiede. Mi sembra abbastanza chiaro. Certamente, i miracoli suscitano interesse, entusiasmo e adesione.
E poi?
Quanti sono i miracoli riportati in un giorno qualunque di un’esistenza qualunque? E quanti ne vorremmo nei momenti difficili?
La questione della fede non si pone quando ci sono miracoli; tutti si rallegrano che ci siano miracoli, ma nessuno pone la questione della fede e della “domanda” che muove a compassione il Signore. Ha fatto dieci miracoli? Gliene chiedono cento, lui ne fa cento e gliene chiedono mille.
E dopo? Così è “la folla”. Non si mette in discussione, non ha esitazioni quando il suo campione vince e tutto va bene. I problemi sorgono quando il miracolo non c’è, ed in questo sta il nodo: con o senza miracoli la fede o c’è o non c’è, ma se c’è un miracolo è la domanda, la preghiera che lo suscita.
Perché allora Gesù ha cacciato questo pover’uomo dopo averlo guarito? Oppure, perché l’evangelista Marco colloca questa scena brutale proprio lì, proprio all’inizio del suo Vangelo?
Prende corpo in questo inizio del vangelo di Marco la grazia pre-potente che abita il Nazareno, la sua propensione alla compassione e il suo desiderio di riparare tutto.
Il lettore scopre però che l’annuncio di questo Vangelo non può scaturire solo da una tale sovrabbondanza di potenza benevola, scopre addirittura che se Gesù nella sua vita avesse fatto solo miracoli, non ci sarebbe stata alcuna lieta novella. Il miracoloso attrae sempre l’uomo, ma la solitudine della croce denuncia l’assenza di relazione fra l’uomo e Dio, e, precisamente, denuncia la fuga dell’umano, davanti all’apparente impotenza dell’Onnipotente.
E scoprirlo può essere straziante.
La grazia è onnipotente, ma è di sola fede che possiamo vivere.
Paradossalmente vivere di sola fede è perdere le illusioni: fine dei sogni, inizio del risveglio e della responsabilità, vero inizio del Vangelo per ciascuno di noi.
Ora, ciò che perdiamo in illusione, guadagniamo in lucidità. Scacciando il miracolato, è il miracolo per il miracolo che Gesù esclude. E se poi farà altri miracoli, sarà per il servizio del Vangelo, e per nient’altro. Gesù dunque respinge il miracoloso, non vuole che se ne parli, rimanda all’ortodossia delle pratiche religiose del proprio tempo e della propria collocazione geografica.
E’ questo Vangelo che Marco tramanda, invito alla conversione per una vita non miracolata e neanche rassegnata, ma rivendicata nella sua sovrabbondanza di presenza e di possibilità; una vita non golosa e smemorata, ma accolta e consacrata alla quale andare incontro perché è tutto e solo quello che c’è.
Il lettore del Vangelo di Marco deve scoprire questo, deve imparare a vivere questo, e sapere che Gesù stesso lo scopre e lo vive.
C’è una verità del Vangelo che si dice solo alla croce, quando il moribondo grida al cielo e muore, ed è racconta anche nel percorso dei discepoli, nello smarrimento dei testimoni e nel silenzio del sepolcro vuoto.
Infine c’è un’ultima verità: scartato il miracoloso, vinta la paura della morte, accolta anche la sofferenza, è possibile leggere, dire e confessare, oggi, il primissimo versetto: inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio, nella fede e per fede è vivo e Signore.
Vivere sotto la grazia è dato dall’alto, ma vivere di sola fede si impara quando si è deciso di vivere.

NB: per leggere la riflessione del 14 febbraio 2021 clicca qui

Sollevata

La sollevò prendendola per mano

4 febbraio 2024 – V Domenica del Tempo Ordinario

Prima Lettura: Gb 7,1-4.6-7
Seconda Lettura: 1Cor 9,16-19.22-23
Vangelo: Mc 1,29-39

Nel vangelo di domenica scorsa Gesù, nella sinagoga, iniziava il suo ministero compiendo il primo miracolo, che aveva colpito tutti i presenti e messo in luce la sua autorità, aveva guarito un uomo disturbato e spossessato del suo vero essere. Il racconto di oggi continua con esemplare concisione: Gesù si avvicina all’ammalata, la prende per mano, la fa alzare e la donna, subito guarita, si mette a servire.
Anche questo miracolo si svolge di sabato, sempre a Cafarnao, ma è molto diverso dal primo perché non siamo più nella sinagoga, ma in una casa privata, nell’intimità di una famiglia amica, quella di Pietro e Andrea; il miracolo non è spettacolare come la guarigione dell’indemoniato; e da ultimo, mentre nell’esorcismo l’uso della parola da parte di Gesù è stato fondamentale, qui il Nazareno tace, compie solo un gesto, prende la mano della malata e la solleva.
Chi ha a che fare con le persone malate sa bene che a volte la comunicazione è difficoltosa, perché chi soffre talvolta non può parlare o è addirittura  incosciente, mentre il tatto rappresenta ancora una possibilità di relazione.
Ma c’è dell’altro.
Dicevo che ora non siamo più nella sinagoga, ma in una casa privata; in effetti l’epoca in cui fu scritto questo Vangelo, intorno al 70 d.C., fu un periodo di transizione: i cristiani non erano più i benvenuti nelle sinagoghe e non avevano ancora costruito propri luoghi di culto, di conseguenza si incontravano nel luogo più ovvio, le loro case.
L’abitazione di Pietro e Andrea può allora assumere un carattere simbolico e rappresentare il luogo di condivisione della Parola più appropriato per la nascente cristianità.
In casa, di massima, ospitiamo amici e Gesù stesso va da Simone come un amico, Maestro, ma sempre amico. Aiuta la suocera di Pietro a rialzarsi con un gesto tipico, confidenziale, familiare, inequivocabilmente affettuoso nei confronti di un’amica malata e costretto a letto. Attraverso quel gesto la donna però si rialza immediatamente e questo “rialzarsi” è reso in greco con lo stesso verbo che i cristiani adopereranno per parlare di risurrezione.
Marco avrà forse voluto sottolineare significativamente il senso “corporeo” del “rialzarsi“ come fosse un anticipo di risurrezione? Questo è il tema al centro della realtà ecclesiale: a pochi decenni dal “fatto” inaudito, i primi cristiani avevano preso l’abitudine di ricordare e celebrare ogni domenica la risurrezione di Gesù Cristo e noi continuiamo a farlo anche se a volte lo dimentichiamo. Ogni domenica, noi, celebriamo la risurrezione di Cristo.
La suocera di Pietro, una volta guarita, si rialza, per servire Gesù, i suoi figli e i loro amici.
A questo punto non vorrei essere sbranato né dalle donne, né dalle donne che si dichiarano femministe, ma io credo che il “servire” immediato della suocera di Pietro, appena riavutasi dalla malattia, non abbia nulla a che fare con l’abitudine inconsapevole, contratta in una società maschilista. Credo piuttosto sia la naturale manifestazione di una forma forte di gratitudine e di amore. La donna agisce autonomamente con naturalezza, senza incertezze. Lo farebbe per chiunque? Io non credo. Lo fa per coloro che ama, per usare le parole di San Paolo, ed è una necessità che sgorga da una profonda gratitudine.
Diciamo che ogni cristiano può sperimentare il “servire” alla maniera della suocera di Pietro. La Chiesa ha poi istituzionalizzato il ministero del diaconato: il diacono “serve” per il bene della comunità, ma questo non è compito del solo diacono: è – sempre – per tutti, ognuno nel proprio contesto, donna o uomo, prete o laico.
Il gesto del Nazareno contiene un messaggio forte quanto la parola e lo ritroveremo ancora di più nella lavanda dei piedi narrata da Giovanni: la vocazione a servire per amore è il modo dei risorti.

Questo modo s’impone perchè siamo stati risollevati.
Non è un vanto predicare il vangelo…

NB: per leggere la riflessione del 7 febbraio 2021 clicca qui

Insegnamenti efficaci

28 gennaio 2024 – IV Domenica del Tempo Ordinario
Prima Lettura: Dt 18,15-20
Seconda Lettura: 1 Cor 7,32-35
Vangelo: Mc 1,21-28

Il primo capitolo del Vangelo di Marco inizia ricollegandosi al tema del profondo cambiamento che permette di “volgersi” verso il Regno di Dio in vista del “bene nuovo ”(Mc 1,15) e la prima questione affrontata è quella degli spiriti e dello Spirito.
Quali spiriti regnano in questo mondo, nelle nostre vite, nei nostri luoghi di vita comune, nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, nelle nostre Chiese, e, perché no, sui nostri social network?
La prima azione guaritrice del Cristo si realizza di sabato, nella sinagoga: lì un uomo viene liberato dallo spirito impuro che lo dominava. Sì perché di guarigione si tratta, anche se l’accento è spostato sullo spirito immondo e sulla meraviglia degli astanti rispetto al potere che Gesù mostra di avere. Possiamo anche osservare un altro elemento interessante: non è l’uomo ad essere impuro, ma lo spirito che utilizza l’uomo, “accasandosi” e asservendolo. In altri termini lo possiede.
L’uomo, di cui non conosciamo il nome, è un uomo qualunque, posseduto da uno spirito che grida in preda al terrore di essere cacciato, di essere “spossessato” della casa in carne ed ossa trovata di cui si è appropriato. Giustamente è terrorizzato di fronte allo Spirito di Dio.
Se andiamo a leggere il greco, lo spirito impuro è definito da un aggettivo “akàtharton”: non è purificato, non è purificabile, perché non può pentirsi e dunque non può neanche convertirsi, può essere solo cacciato dal Cristo.
Lo Spirito di Dio, manifestatosi in Gesù al momento del battesimo al Giordano, apre lo sguardo e l’anima verso una realtà incommensurabile: Gesù Cristo è l’uomo stesso generato da Dio, figlio amato nel quale il Padre si è compiaciuto e dunque anche l’uomo nuovo, capace di accettare e rispettare la propria originaria dignità e libertà. Gesù Cristo, con la Sua Parola, può purificare e liberare l’uomo, sollevandolo dall’indegnità e dall’asservimento.
Questa azione guaritrice,  emblematica e significativa, svolta con la forza della Parola e l’autorevolezza dello Spirito di Dio, è preludio a tutte le altre, ed è esemplificativa per tutta la missione cristiana. La Parola apre il cielo (come nel battesimo del Cristo) agli uomini, apre lo spazio in cui soffia lo Spirito del regno di Dio.
Gli “spiriti impuri” equivalgono a tutti i demoni che tormentano e abitano l’umano: Cristo li invita imperiosamente a tacere e li caccia. Non è possibile infatti scendere a patti con i demoni e accedere al Regno dei cieli. Le due cose si escludono.
La parola demone, infatti, ha origine da un’antica radice indoeuropea, che riporta al significato primario del dividere, nel senso di separare o allontanare da qualcosa, nel caso dei demoni di cui parla il vangelo, dalla comunione con il Cristo, da un’appartenenza radicale e primaria.
Sarebbe anche interessante attardarsi sul fatto che lo “spirito impuro”, nel nostro testo, va in sinagoga col suo uomo e, dunque, non dev’essere incompatibile con l’uomo religioso, né con le chiese.
Questo caso è riferito al tempo di Gesù, ma è ancora possibile oggi nel mondo cristiano vedere e sentire modalità divisive teoriche e pratiche che tendono a costruire muri dottrinali o barriere fisiche ora contro uno ora contro l’altro: operazione di ricercata sterilità, opposta a qualsiasi idea di “generatività” – comunque la si voglia intendere – che apre la porta sull’inferno dell’ostilità anzichè verso la pace.
La predicazione del Cristo non è discussione accademica sulle Scritture, ma è evento capace di condurre gli ascoltatori attraverso la presa di coscienza verso il pentimento, la conversione, la fede.
Non credo neanche si possa derubricare questa “possessione” ad un caso di epilessia, allora incomprensibile; forse Marco voleva parlare ad una giovane Chiesa, per avvisarla che non sarebbe stata immune da rischi di compromissione con il male.
Dunque, vale sempre la pena di porsi, tanto per cambiare, qualche domanda: chi parla in me? Chi mi “possiede”? Quale pensiero distorto mi occupa? Quale abitudine dannosa mi schiavizza? Quale spirito o quali spiriti agiscono in me e al mio posto, ma a mio nome? Quali sono le ideologie dominanti, le convinzioni pronte, i dogmi, i titoli che parlano in me, al posto mio? E al posto vostro?
Se l’esordio della predicazione di Gesù in Marco comincia da qui, se ne dovrebbe dedurre che la vocazione cristiana sia quella di far accomodare all’uscita gli spiriti immondi che invadono i luoghi della vita per fare spazio allo Spirito di Dio.
“Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni”. (1Cor 7,35, seconda lettura)

Non si tratta di lacci e di legare, ma di purificarsi e sciogliersi dai lacci per poter aiutare altri a fare lo stesso: dai frutti li riconoscerete…

E… quindi attenzione ai presunti profeti e a tutte le presunzioni… di loro non devi aver paura  (cfr Dt 18,15-22, prima lettura).

NB: per leggere la riflessione del 31 gennaio 2021 clicca qui

NB: in copertina scena immaginaria elaborata digitalmente, ispirata al tema della “Scala del Paradiso” di Giovanni Climaco

Regno e profeti

Prima Lettura: Gio 3,1-5.10
Seconda Lettura: 1Cor 7,29-31
Vangelo: Mc 1,14-20

Quando le persone sono pronte ad ascoltare la parola di Dio, non c’è bisogno di un profeta. Compito dei profeti è ricordare agli uomini la “via maestra”. Per questo sono spesso sgraditi, come lo fu il Battista ad Erode Antipa.  Credo che ci siano veri profeti solo quando rischiano di essere uccisi di spada o di lingua e quando la maggior parte del popolo di Dio o di qualche suo sottoinsieme, ha bisogno di essere riportata sulla retta via. Questo deve essere stato il motivo della presenza del Battista in Palestina alla fine degli anni Venti del I secolo d.C.
Quando Giovanni fu arrestato, Gesù si recò in Galilea, “crocevia dei pagani”. Non andò a Gerusalemme, non andò a illuminare  “il centro”, andò a illuminare la periferia abitata per la maggior parte da persone di varia provenienza geografica, non professavano tutti la stessa religione.
La luce si manifesta, infatti, dopo un periodo buio. E, in coerenza con il suo detto “non si accende una lampada per nasconderla” (cfr Mt 5,15), dopo la morte del Battista, Gesù cominciò a predicare in lungo e in largo.
Il contenuto della sua predicazione non era solo profetico; l’originalità del suo “convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino” risiede nel suo convincimento che proprio in Lui, non in un altro e non in un futuro lontano, si stava realizzando la promessa messianica.
Il “giudizio” che egli viene ad annunciare, quindi, non è solo quello in vista della fine del mondo; la sua predicazione si differenzia da quella, per esempio, di Giona nella prima lettura:
“Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. Ninive, ricca città assira, in effetti fu conquistata e saccheggiata, anche se il libro di Giona non ne è testimonianza storica puntuale, ma in ogni caso non cadde sotto le folgori di un dio simile a Giove, fu piuttosto devastata dal popolo che, in un vortice di violenza espansionista, prese il sopravvento sugli Assiri nel corso della storia in quell’area geografica: stiamo parlando di molti secoli prima di Cristo. Evidentemente i profeti dell’antico Israele tramandavano una conoscenza che ritenevano essenziale per gli uomini: Dio è infinitamente misericordioso, ma gli uomini sono inclini per lo più al male e tendono a disobbedirgli. La storia, che si ripete nel tempo, insegna che l’umana inclinazione al bene in generale viene offuscata dall’istinto di sopravvivenza, degradato fin troppo spesso in istinto di sopraffazione. Il giudizio del Nazareno, oggetto della sua predicazione, non riguarda la fine del mondo, ma “il regno dei cieli” e vuol significare che la promessa messianica si sta adempiendo proprio lì, in Palestina nel I secolo, ai tempi di Gesù, quindi, in termini umani, c’è solo il tempo di una singola vita individuale per accettare quella salvezza, ora come allora.
Quando parliamo del “regno”, sembra sempre che si tratti di una realtà aliena, una specie di altro pianeta in fase di avvicinamento, non si sa se foriero di disastri o di grandi fortune. Ma il Cristo non è un alieno, né una figura mitica: è nel nostro mondo, nella nostra realtà: per noi è già qui il suo regno, ancora prima della fine dei tempi e non esiste un altro posto dove poter essere autenticamente “cristiani”. Questo spiega anche l’urgenza della missione.
Ho l’impressione, invece, che questo Regno venga spesso confuso con una sorta di “reame” da favola.
Parlare del regno di Dio non indica tanto quello che i “sudditi” dovrebbero fare, quanto quello che lui ha già fatto: mettere ogni uomo nella condizione di salvarsi, solo che lo voglia, per fede.
Dovremo aspettare alcuni versetti per ascoltare il “Discorso della Montagna”, e comprendere con chi e per chi inizia sempre il regno di Dio: “Beati…”
Il Cristo realizza questo regno nelle vite degli uomini e delle donne che vogliono seguirlo.
Esempio di questa volontà di seguirlo sono i primi quattro discepoli. Cosa sia avvenuto nella mente e nel cuore di queste persone noi non sappiamo, possiamo solo immaginarlo dagli esiti storici delle loro vite, oppure vivere esperienze analoghe nelle nostre vite. I due fratelli che stavano pescando in riva al lago non avevano chiesto niente a nessuno. Il Nazareno avvia una relazione con loro, improntata ad un comando che sembra perentorio e al quale quegli uomini obbediscono: “seguimi”. È un rapporto forte, un rapporto di fiducia.
I primi discepoli probabilmente non si sentivano solo figli di Zebedeo, Galilei e pescatori, ma soprattutto uomini in relazione con Gesù di Nazaret. Solo più tardi compresero il senso della sua e della loro unità, tramite lui, col creatore. Non bastano specie, genere, nome, nazionalità, professione o mestiere, stato sociale, per definire completamente la propria identità. C’è radicalmente molto di più.
Gesù di Nazaret non è solo profeta e maestro di saggezza: è Dio stesso che cammina sulle rive del Mare di Galilea, come ai vecchi tempi camminava nel Giardino, cercando l’essere umano e chiamandolo ad essere: il regno è arrivato, è lì. Ed è qui, ora, per chi lo segue.
Gli effetti del regno si manifestano: “guarì tutte le malattie e tutte le infermità del popolo”. Perché il regno di Dio porta frutto, altrimenti sarebbe vuoto, un nulla. I suoi frutti sono quelli della creazione; come in Genesi ha ordinato il caos per renderlo un mondo abitabile, ora guarisce tutto ciò che deve essere guarito per impiantare la sua nuova creazione.
I consigli che Paolo elargisce nella seconda lettura non sono esortazioni a non avere un compagno di vita, a non piangere, a non godere, a non possedere, a non vivere la realtà della vita, ma a non attaccarsi a tutto questo come se esaurisse il panorama delle nostre possibilità: il nostro essere creature implica un di più che non passerà, mentre la scena del nostro mondo passerà.
Anche ora ci sono quelli che seguono il Cristo e che mettono in lui tutto il loro presente e tutto il loro futuro. Poi c’è anche chi lo segue per riconoscenza o per interesse; ma non può bastare, perché non appena il suo regno interferirà con quello che essi immaginano essere il proprio regno (e succederà, perché succede sempre durante l’esistenza di confondersi) le reazioni possibili saranno molteplici: chi lo abbandonerà, chi lo rinnegherà, chi gli si rivolterà contro, chi lo riconoscerà, chi rimanderà il riconoscimento, chi si convertirà cambiando stile di vita, chi lo seguirà per sempre.
Ci sono quelli per i quali la croce sarà una vittoria e quelli per i quali avrà solo il senso di una ridicola sconfitta.
Ci sono quelli che preferiscono chiamare “caso” le loro vite, perché altrimenti si sentono sminuiti nella loro presunta autonomia, e ci sono quelli che credono di essere totalmente nelle mani di Dio.
Ci sono quelli che si chiedono come si fa a credere ai miracoli, e ci sono quelli che li hanno sperimentati in prima persona nei loro corpi e nelle loro anime.
Il testo di oggi ci offre quindi tre figure di Gesù. Dico “ci”, perché è a ciascuno di noi che li propone, il sacerdozio non esclude certo dal gruppo, cui il Cristo si rivolge. Se siamo attaccati ad un Gesù teologo, a un Gesù guaritore delle ferite dell’individuo e della società o al Gesù, espressione del Creatore, che ci ripete la chiamata del Padre e ci dà una vocazione, sappiamo che le tre figure, il profeta, il maestro, il creatore, non si escludono a vicenda, sono tutte e tre presenti nel nostro testo.
Ai piedi della croce però bisognerà scegliere e non seguiamo allo stesso modo o alle stesse condizioni a seconda che Gesù sia prima di tutto l’una o l’altra di queste definizioni.
Se Gesù è un profeta, allora sarà rigettato: non lo ascolteremo. Non lo ascolteremo perché i profeti dicono la Legge di Dio e gli uomini non sanno cosa sia “obbedire al Signore”.
Se Gesù è un guaritore, allora non riusciremo a capire perché non guarisca subito tutti i malati e tutti i mali del mondo.
Rimangono solo quelli che hanno sperimentato in lui non la condanna della Legge, ma il potere della grazia e la speranza della salvezza.


NB: per leggere la riflessione del 24 gennaio 2021 clicca qui

NB: immagine di copertina da foto propria scattata alla pinacoteca di Siena

Ritrovarsi

14 gennaio 2024 – II Domenica del Tempo ordinario
Vangelo: Gv 1,35-43
Seconda Lettura: 1Cor 6,13-15.17-20

La chiamata dei discepoli è una pagina molto bella. Giovanni Battista riconosce Gesù, lo presenta ai suoi discepoli come colui che immerge, non più nell’acqua, ma nel fuoco, nel respiro.
Due discepoli ascoltano le sue parole e seguono Gesù che si volta e chiede loro cosa cercano. “Dove vivi?” chiedono. “Venite e vedete”, risponde Gesù. Vanno, vedono e restano per un giorno. Ma perché non rivelano dove abita Gesù? 

In libreria, quando qualcuno mi chiede se sto cercando qualcosa, a volte rispondo: “No, guardo per vedere se un libro sta cercando me!” Forse, con le debite differenze, accade così anche per le persone. Le cerchiamo e ci dà respiro quando ci ritroviamo.
La storia di Giovanni presenta, infatti, persone che si cercano e si ritrovano. Gesù stesso cerca e si ritrova. I discepoli cercano e si ritrovano. Le loro aspettative assumono un nome e un volto, abitano un luogo e dunque i grandi titoli attribuiti all’atteso Messia si fondono con quelli di Gesù di Nazaret. Dio non è nelle nuvole, non nell’iperuranio delle idee, fa la sua casa con noi e desidera vivere con noi. Sarà forse nell’incontro che scalda il cuore che pianta la sua tenda? Non abbiamo forse il desiderio d’incontrare qualcuno con cui sia bello restare?
Dio, come noi, trova la sua casa nell’incontro, nello scambio reciproco di ciò che siamo l’uno per l’altro, l’uno per l’altra. Vivo, dove vive l’amore.
Forse è ciò che intendeva Paolo, il quale si esprime a modo suo e ragiona a modo suo nel suo tempo, per arrivare ad almeno due conclusioni:
1) C’è un mistero profondo nell’unione di due carni : “I due saranno, è detto, un corpo solo” – al v.16, omesso dalla lettura odierna, forse perchè non è semplicissimo intenderne il messaggio, si parla dell’unione carnale di un uomo con una prostituta e – chiede Paolo retoricamente – “ O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo?”
2) Il nostro corpo, poiché è “tempio dello Spirito Santo” e parte del corpo di Cristo, è “sacro” e appartiene a Dio (v. 19 – 20). Fin dall’inizio.
Queste due conclusioni portano alla condanna della “fornicazione”, intesa come frequentazione di prostitute.
Allargando il tema e riattualizzandolo nel contesto contemporaneo, si potrebbe dire che vendere il proprio corpo o comprare quello di un altro, si tratti di prostituzione, di schiavitù, di tratta di esseri umani, di commercio d’organi, di uteri in affitto – ovviamente tutti livelli di differente gravità e alienazione della dignità del corpo, è qualcosa di completamente estraneo al vangelo e al pensiero di Paolo.
Inoltre la fornicazione che Paolo condanna è un concetto con una propria genealogia nel vecchio testamento in Tb 4,12: “Guardati, o figlio, da ogni sorta di fornicazione; anzitutto prenditi una moglie dalla stirpe dei tuoi padri e non una donna straniera, che cioè non sia della stirpe di tuo padre, perché noi siamo figli di profeti. Ricordati di Noè, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, nostri padri fin dal principio. Essi sposarono tutti una donna della loro parentela e furono benedetti nei loro figli e la loro discendenza avrà in eredità la terra.”
È molto chiaro che per “fornicazione” s’intende qui qualsiasi rapporto carnale con una donna non appartenente ad alcuna tribù d’Israele e, per estensione, estranea alla Legge di Mosè.
L’ottica della nostra fede, oggi, è molto distante da questo nucleo nel seno del quale è nata; i “padri” del popolo di Dio sono gli stessi per tutto il genere umano, ma il popolo di Dio è l’intero genere umano: è il genere umano che ha in eredità la terra, senza distinzioni, non soltanto la discendenza delle dodici tribù d’Israele, che, come tali, sono parte del genere umano amato da Dio. La paternità di Noè, Abramo, Isacco e Giacobbe non è una paternità carnale, fisica, di sangue, è una paternità concreta, storica, ma è segno di quella paternità che fin dall’inizio della narrazione Dio soffiò nelle narici di Adamo.
Forse, anzi certamente, è il senso della chiamata di Andrea, di Giovanni, forse l’amico che era con lui, di Simone, persone chiamate a diventare apostoli dell’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.
Ora io mi domando: abbiamo la memoria di Dio nei nostri corpi? Visto che “il Signore è per il corpo” (v. 13), potremo mai pensarlo e trattarlo, riducendolo esclusivamente ad un bell’oggetto da utilizzare? Oppure a merce da vendere o comprare?
Questo, forse, è il peccato del mondo, per riscattarci dal quale l’agnello si è immolato (da innocente) nello scandalo della croce.
Conserviamo veramente la memoria di Dio nel nostro corpo, oltre che nella nostra mente?
La “grazia a caro prezzo”, il tesoro nascosto nel campo, la Parola che abbiamo ricevuto in eredità e che sempre è necessario ritornare a cercare?

NB: per leggere la riflessione del 17 gennaio 2021 clicca qui

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui