Recuperare la vista

Va’, la tua fede ti ha salvato

27 ottobre 2024 – XXX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 10,46-52

Gerico non è molto lontano da Gerusalemme, dove Gesù sarà ucciso. 

Con forza Giovanni presenta Gesù come la luce del mondo, e Cristo-luce è un tema comune a tutto il Nuovo Testamento. In Giovanni 8,12 Gesù dice: “Chi segue me non cammina nelle tenebre”. 

Ma tutte queste persone che seguono Gesù, sono cieche a ciò che accadrà nella “città che uccide i profeti”? 

Bartimeo li rappresenta tutti: è il simbolo della cecità generale, e se la gente vuole impedirgli di andare a trovare Gesù, è perché la loro cecità, probabilmente inconsapevole, non venga né sanata, né resa manifesta. “Siamo ciechi anche noi?”, chiedono, infatti, i farisei, che del tutto inconsapevoli certo non sono (cfr Gv 9,40). Di fronte al mistero che sta per compiersi, in ogni caso, tutti sono ciechi. Anche Giacomo e Giovanni, nel Vangelo della settimana scorsa, avevano chiesto a Gesù un dono in totale contraddizione con la logica della Croce.

È come se seguissimo Cristo ad occhi chiusi, ma la storia di Bartimeo insegna che un giorno vedremo la luce e forse capita già ora di essere illuminati da lampi fugaci, che indicano il percorso. Non sappiamo cosa succederà domani, nel corpo, nello spirito, nelle relazioni, ma contiamo in quella luce che ci indicherà il percorso.

In linea di massima siamo vedenti che sanno dove stanno andando, come la “grande folla” che esce da Gerico, seguendo Gesù. Oggi li potrei definire “buoni cristiani”, però non sono solidali con Bartimeo, cieco, immobile, “sul ciglio della strada”: emarginato rispetto alla “grande folla” che segue la retta via. Salvo che Bartimeo alla fine vede chiaramente e inizia a seguire Gesù “per la strada”. Dunque perché sospettare di questa folla di ciechi?
Quando i farisei chiedono: “Siamo ciechi anche noi?” Gesù risponde: “Se foste ciechi, non avreste colpa; ma poiché dite: Vediamo, il vostro peccato rimane”. Quindi è la finta cecità spirituale ad essere sotto accusa. Da questa prospettiva tutti, e per ragioni molteplici e diverse, possono impedire a Bartimeo di raggiungere Gesù. E la folla sta proprio seguendo Gesù, mentre cammina verso Gerusalemme?
Seguono Cristo, certo, ma dove Egli non va.
Un giorno, senza dubbio, si apriranno i loro occhi, ma non è ancora giunto il momento.
Bartimeo sa bene di essere cieco, come il ricco in Marco 10,17-22. La cecità di Bartimeo e il tarlo del giovane ricco sono entrambi segni esteriori di una carenza fondamentale, di un vulnus tutto umano: non sanno dove stanno andando, neanche hanno idea su “dove” debbano andare, perciò rimangono fermi, sono appunto vulnerabili: feriti dall’inizio delle loro esistenze, rischiano di non voler guarire o che altri o “altro” impediscano la loro guarigione.

La fiducia di Bartimeo crescerà nel corso della storia: al versetto 47, Cristo è per lui “Gesù il Nazareno”, ovvero un noto guaritore; poi lo chiama “Figlio di Davide” (vv. 47 e 48), che è un titolo messianico; infine, nel versetto 51, lo chiama “Rabbunì”, Maestro.
In Matteo Gesù dice: “Non chiamatevi fra voi Rabbi, perché uno solo è il Maestro e voi siete tutti fratelli” (cfr Mt 23,8). Cosa fa questo Maestro? Sta per fare il suo ingresso a Gerusalemme. In altri termini, Colui che è Luce entra nelle tenebre; il Prologo di Giovanni aggiunge che le tenebre non lo hanno soffocato. Anzi, come è perfino ovvio che sia, le tenebre si illuminano, la Luce le fa dileguare. I Salmi cantano:  “le tenebre stesse non possono nasconderti nulla e la notte per te è chiara come il giorno; le tenebre e la luce ti sono uguali” (cfr Salmo 139,12).

Gli evangelisti, diversamente dalla folla ordinaria, non sono ciechi, hanno occhi “davanti e dietro”, come i quattro animali dell’Apocalisse (cfr Ap 4,1-11): guardando indietro, vedono l’Antico Testamento e la Parola scritta donata agli uomini per rischiarare le loro tenebre; guardando avanti seguono la Parola incarnata , lampada per i loro passi, luce sul loro cammino (cfr Sal 119,105).
Per Marco il Cristo è la Parola conclusiva, definitiva di un lungo percorso che, in senso relativo, contiene ogni tragitto individuale, in senso assoluto culmina nella Resurrezione.
Forse Bartimeo, illuminato attraverso la guarigione operata dal Cristo, avrà intuito tutto questo, certo è che Gesù gli rivolge la Parola, dicendo: “La tua fede ti ha salvato”.

…“Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato” (Eb 5,5).

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Chi giudica chi?

Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo

20 ottobre 2024 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 10,35-45

Quando i discepoli chiedono a Gesù di sedersi alla sua destra e alla sua sinistra nella sua gloria, che idea di “gloria” hanno? Forse pensano ad una presa di potere da parte dei “giusti”?

Nella versione di Matteo la parola usata per “gloria” è “regno”; un giorno, – pensavano forse Giacomo e Giovanni – il Signore verrà a strappare l’umanità dalle ingiustizie e dalle atrocità, a imporre la sua volontà e la sua Legge; non una virgola potrà essere tolta o cambiata e saranno definitivamente stabilite le condizioni per la pace tra gli uomini.
L’ora della Gloria era probabilmente per i due discepoli quella del giudizio del mondo, del trionfo sul comportamento perverso degli uomini e coloro che siedono alla destra e alla sinistra del giudice sarebbero forse i suoi assistenti o cancellieri. 

Non giudicherei troppo in fretta l’ambizione dei due fratelli, tacciandoli di infantilismo nelle loro pretese. In fondo in fondo, si confrontano con la segreta pretesa che abita anche il mondo di oggi e che, spesso, è il motivo segreto del comportamento di molti, talvolta anche sotto la maschera delle virtù esibite. La Chiesa stessa non è immune dal carrierismo (o dal “clericalismo” come lo chiama Papa Francesco, del resto mi pare pure una tautologia: che cosa potrebbero fare dei chierici di diverso che comportarsi come tali ed essere parte del clero?) Gradi, titoli, nomine, insomma tutto ciò che distingue, differenzia dalla massa e polarizza lo sguardo, mantiene il suo fascino e il suo mistero. Si può recitare e anche professare il vangelo mentre ci si comporta, apertamente o segretamente, secondo il suo contrario. Per esempio, mi chiedo, come possono esserci “onorificenze ecclesiastiche” con conseguenti “privilegi”? Se poi al clero aggiungiamo pure i laici che soffrono di clericalismo per contagio, la situazione non permette in alcun modo di emettere giudizi nei confronti di Giacomo e Giovanni. E non saremmo neppure immuni dalla tentazione (sempre diabolica) di ergerci a giudici del prossimo.
L’ovvia conclusione è che l’ ultimo posto” – si sa, poco ambito – è sicuramente anche quello moralmente più sicuro…

Ma se si va avanti nella lettura del Vangelo ci si accorge che l’ora della “gloria”, del giudizio del mondo, della “presa di potere”, in realtà è quella della crocifissione. Proprio allora, infatti, il peccato del mondo, la volontà di dominio che culmina nella condanna e nell’uccisione dell’unico giusto, è smascherato e reso palese davanti a tutti: tutti gli occhi sono rivolti a colui che il male ha trafitto (cfr. Gv 19,37).

Che Gesù parli della Croce disturba, è una parola dura da digerire anche per i discepoli; a partire dal capitolo 9 si parla apertamente della salita verso Gerusalemme per la Pasqua della crocifissione. Da Cesarea di Filippo, luogo del Nord praticamente pagano, dove i discepoli per bocca di Pietro riconoscono Gesù come il Cristo, siamo guidati verso sud, per entrare nella “città che uccide i profeti”.
Il racconto della Passione è l’unico altro brano del Vangelo, in Marco e Matteo, dove si parla di “destra” e “sinistra” come collocazioni spaziali dello stesso valore. Nella Passione qualcuno sta veramente alla destra e alla sinistra di Gesù crocifisso, ma si tratta di due malfattori, a loro volta crocifissi uno a destra e l’altro a sinistra del Nazareno. Ma questi due, che altro avrebbero potuto essere se non malfattori, visto che solo Dio è giusto?
Però, nella versione di Luca anche i due “ladroni” giudicano: uno condanna Gesù per la presunta incapacità di sfuggire alla Croce; l’altro, accettando intanto la propria condanna, si congedo da Lui, giudicandolo “giusto”, in netto dissenso col parere dei più. Gesù, invece, parla per assolvere il “buon ladrone”.
Possiamo prestare attenzione a tutti i giudizi che si intersecano, espressi dai vari protagonisti in gioco: il giudizio del mondo sembra provocare, nel bene e nel male, un risveglio delle coscienze. Alla fine, ci si schiera.
Qualcuno si accorge di essere un “malfattore” e anche di chi non lo è.

Nessuno tra i giurati dei nostri tribunali ha l’autorevolezza per lanciare la prima pietra, tuttavia, il giudizio del mondo davanti alla Croce insegna che tutto il male che si può fare è surclassato dall’amore di chi lo dona. Il
riconoscimento del solo Giusto conduce alla salvezza. 

Le croci che erigiamo ai nostri incroci, che appaiono sulle pareti delle nostre stanze, che alcuni appendono al collo o al bavero delle loro giacche, ricordano la nostra adesione al regno della giustizia e dell’amore.
“Non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa… Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.” (Cfr Eb 4,15-16).

Qual è la nostra idea di “gloria”? Mi pare che abbiamo poco di cui gloriarci, ma tutto da ricevere.

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Salvato

Buon Maestro, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?

13 ottobre 2024 – XXVIII Domenica del Tempo ordinario
Vangelo: Mc 10,17-30

Marco, ad un certo punto del racconto dell’incontro con un “tale”, dice che Gesù “guardatolo, lo amò”. Il verbo “amare”in Marco è raro, anzi questo è l’unico versetto in cui, ci viene detto che Gesù “amò”. Che vuol dire esattamente?
L’amore è un sentimento che non può essere provato a comando; quale movimento del cuore, dunque, lo ispira? Gesù, dopo aver dialogato con quest’uomo, lo guarda e, in quel momento, nasce in lui questo sentimento. Credo che proprio attraverso questa strana formula temporale che fissa la nascita del sentimento in un momento preciso, l’evangelista voglia trasmetterci qualcosa di fondamentale.
Poco dopo, Gesù, pur amando quest’uomo, gli offre un comandamento “estremo”, che ingenera “tristezza” e la conseguente decisione di “abbandonare” la sequela. Il giovane sa di non poter rispondere con un “sì”.

Forse si tratta di un richiesta estrema che ha preoccupato anche i discepoli, e, forse, preoccupa anche noi.

Quale legame può esserci tra l’amore di Gesù per quell’uomo e la richiesta di abbandonare tutti i beni e unirsi agli altri discepoli?
La situazione sorprende e pure sconcerta. Il “tale” è un uomo comune, non è un infermo, non è un malato che abbia bisogno di cure, non è una persona posseduta da liberare, non è un fariseo arrogante da mettere a tacere, non è uno straniero da rimandare a casa e non è neanche un discepolo chiamato direttamente, uno cioè che di fondo non capisce niente o capisce poco, ma comunque sa di poter dire “sì”.
Questo “tale” è un uomo comune, uno sano di mente, pure praticante, onesto, che si avvicina spontaneamente e volontariamente a Gesù.
Avrei potuto essere io quello? Ricchezze a parte, che non ho, come mi sarei comportato trovandomi in una condizione del genere? E voi? Avreste potuto essere voi quell’uomo?
Forse, è meglio, per il momento, accontentarsi di rimanere solo lettori del Vangelo…
“Buon Maestro, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”
In altri termini, cosa devo fare “quaggiù” di corretto, conforme, giusto, per ereditare la vita di “lassù”? Preoccupazione legittima, dopotutto, che ha attraversato la storia.
In fondo la risposta è nella domanda stessa. Per ricevere una “buona” eredità, bisogna essere nati in una famiglia ricca.
Cosa possiamo fare per nascere ricchi?
Assolutamente niente. Non c’è alcuna azione fattibile: non si può scegliere in quale famiglia nascere. Caso mai, potremmo essere stati scelti, nel senso di adottati, da qualcuno detentore di ricchezza. Ma non possiamo fare alcunchè per essere adottati da qualcuno che sia ricco.
Però, in entrambi i casi, c’è un’unica condizione: bisogna comunque farsi trovare vivi al momento di ricevere l’eredità! E se non siamo più, certo non è “colpa” nostra.
E dev’essere proprio questo il senso della risposta – data con tenerezza – di Gesù: non c’è niente che tu possa fare, in senso assoluto, per ottenere la vita eterna.
Resta il fatto che, nella relatività delle nostre vite quotidiane, possiamo e dobbiamo fare diverse cose.
Gesù continua la sua risposta accennando alla parte etica della Legge.
“Dio solo è buono” non è solo un’affermazione teologica, ma anche un’affermazione concreta che ha senso solo attraverso le azioni concrete. Confessare la propria fede non è nulla se non confessarla concretamente attraverso la propria vita. Queste azioni concrete, giuste e buone, il tale le ha compiute tutte. E, quando fa la sua domanda, non ha alcuna intenzione di guadagnare una ricompensa, nel suo ragionamento non c’è alcun criterio utilitaristico, c’è solo la convinzione di dover e poter fare ancora qualcosa senza, tuttavia, sapere cosa.
A differenza di tutti i personaggi che il Vangelo di Marco ci ha presentato finora, quest’uomo non mette in luce né i suoi pregi né i suoi meriti, e noi non mettiamo in luce nessuna delle sue debolezze. Si avvicina a Gesù apparentemente con un certo distacco. È distaccato dalle sue azioni. Ed è questo che Gesù ama di lui, questo distacco dalle sue azioni, questo distacco che è potenzialmente un’apertura. Può piacerci, sì, questo modo di donarci alla vita, e di non aggrapparci a ciò che abbiamo già fatto. Possiamo amare questo, questo modo di interrogare la vita, e di essere pronti ad imparare, a scoprire.
Gesù “l’amò”.

L’ultimo comandamento – il dare tutto ciò che si ha (perché non si è ciò che si ha) è qualcosa che solo la santità può realizzare. Pensiamo a Francesco d’Assisi.
Eppure Gesù ama quest’uomo che, pur a buon punto, non è certo Francesco d’Assisi.
Questa volta se ne andrà. Ma il giorno dopo? O dieci giorni dopo? O vent’anni dopo?
Chi è ricco di denaro è colpito da questo comandamento, e non solo simbolicamente. Ma non possiamo pensare che, non essendo ricchi, non ci riguardi.
Sarà difficile per chi ha le ricchezze entrare nel Regno di Dio, dice Gesù.
Quali ricchezze?
Tutto ciò a cui siamo attaccati è troppo per entrare nel Regno.
Chi sa che solo Dio è buono, sa anche che solo per pura grazia sarà salvato, e quindi non sarà più attaccato alla sua conoscenza, alle sue ricchezze, alle sue opere. Vivrà per fede.
Il comando è impossibile? Eppure alcuni hanno obbedito, perché, in ultimo, la fede non è solo un sentimento.
Francesco d’Assisi si staccò dalla sua ricchezza. Il professor Paul Tillich prese posizione contro il nazismo, che gli valse, nel 1933, il licenziamento e l’esilio negli Stati Uniti. Il pastore Dietrich Bonhoeffer rinunciò a un dorato esilio negli USA e tornò in Germania, poco prima della guerra. Il comando c’era, e lo hanno attuato concretamente, fino alla fine. Lo hanno fatto, e anche altri, meno famosi.

Non è scritto che non ci sia salvezza per questo tale ricco del vangelo di Marco.
Né è scritto che non ce ne sia per i discepoli di Gesù. Li si vede affermare di aver lasciato tutto per seguirlo, ma trarre vantaggio da questa scelta non è ancora essere buoni, amare, credere fino in fondo.

Chi può essere salvato? Il verbo è al passivo: la salvezza può essere solo ricevuta.
Solo Dio è buono, insegna Gesù. Dio solo salva chi vuole salvare, insegna ancora.
E con ciò libera il credente dalla preoccupazione per la propria salvezza, e, io credo, lo libera perché possa liberamente amare, liberamente credere, liberamente obbedire.

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Avviso ai naviganti

Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro

6 ottobre 2024 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 10,2-16

L’essere umano è maschio e femmina e questo non dovrebbe sorprendere poiché vediamo una differenziazione simile in tutti gli esseri viventi. 
Eppure, a pensarci bene, cosa c’è di più sorprendente? Questo “simile”, rappresentato dalla persona dell’altro sesso, è allo stesso tempo il “diverso”, al punto che è inutile fingere di capirlo fino in fondo.
Il risultato è un fascino non interamente frutto dell’attrazione sessuale, ma anche dell’attrazione del mistero.

Ciascuno sente vagamente che l’altro è qualcuno che “non è…”, che “non ha”…, di cui “non sono…”, di cui “non ho…”, ma in ogni caso, difficile da definire del tutto in forma positiva. E questo, secondo me, può creare una curiosità, amplificata dal bisogno del nuovo e, ovviamente, dall’attrazione sessuale. Fin qui niente di male: gli esseri umani “funzionano” proprio così, a vantaggio della loro magnifica capacità di adattamento all’ambiente.

Ciascuno dei due illustra per l’altro la differenza; ecco perché, per la fede cristiana, l’unione dell’uomo e della donna assume un significato teologico. Dio è il “totalmente altro” rispetto a tutto ciò che noi esseri umani siamo o possiamo essere e l’unione con questo totalmente altro è il desiderio di fondo che anima la vita. La differenza e, insieme, il bisogno di unità perché la vita viva, costituiscono la dinamica dell’amore e questo vale sia per la relazione dell’essere umano con Dio, che per la relazione tra l’uomo e la donna: vediamo in essa un “sacramento”, cioè un segno riconoscibile di ciò che sta accadendo tra Dio e noi.

Il Nuovo Testamento allargherà il concetto parlando in termini matrimoniali dell’unione di Cristo con la Chiesa, e infine con l’umanità. È allora che l’Alleanza assume il suo significato ultimo e che l’amore si rivela come il segreto del nostro rapporto con Dio e con il prossimo. Si tratta di amore, non di fusione che tende a cancellare le differenze, ma dono di sé, perché l’altro sia libero, a sua volta, di amare. La reciprocità delle intenzioni rende possibile l’unità della coppia.
Certamente, l’unità della coppia rappresenta un ideale molto ampio e alto.

Nel versetto 12 del Vangelo di oggi, Gesù parla anche del ripudio del marito da parte della moglie. Un’aggiunta, neanche lontanamente contemplata dall’Antico Testamento, che susciterà le parole di Paolo: “Non c’è né uomo, né donna”. La formula va intesa, in particolare, in riferimento allo stato sociale: l’intera vicenda biblica si articola nell’ambito di una cultura patriarcale, ma la attraversa per oltrepassarla; con tutta evidenza, ad oggi, non abbiamo ancora assimilato le tappe dell’intero percorso, ancora incompiuto.
L’uomo e la donna sono posti da Gesù sullo stesso piano, in forza di una legge che egli non fa risalire a Mosè, ma “al principio”.  Non si tratta di una prescrizione dipendente da una religione o da una cultura, ma della natura stessa dell’essere umano, che nessuna prescrizione legale può cancellare, magari allo scopo di attutire le sofferenze derivanti dai conflitti di coppia per una sola delle parti in gioco. Non si può fare giustizia, prendendo a criterio una sorta di “diseguaglianza legalizzata”. L’essere umano comincia ad esistere per sempre quando entra in relazione. Di più: da solo, in sé, è relativo, nel senso letterale del termine: l’essere umano è, perché “in connessione con…”.
Genesi 2 dà esplicitamente la parola all’uomo solo quando incontra la donna: “Allora l’uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta»”. Il versetto è basato sulla somiglianza del suono tra i due termini che in ebraico indicano rispettivamente “uomo” e “donna”.

Quanto appena detto, forse, aiuta a capire meglio perché la Chiesa mantenga saldo il principio dell’indissolubilità del matrimonio. Si tratta di rendersi conto che il rapporto dell’essere umano con la vita è il suo rapporto con Dio, si tratta di un’unica, identica cosa.  

Quando nasce l’amore tra un uomo e una donna, il più delle volte è un “amore ingenuo” o, se si vuole, “nativo”. L’euforia iniziale, che non vede altro all’infuori dell’amato, può celare zone d’ombra che s’annidano nel vissuto personale. Riguarda tutti, indistintamente; se all’euforia iniziale segue la delusione e il conflitto, è segno che l’ipotetico dono di sé si sostanzia soprattutto delle proprie delusioni e frustrazioni. In questo caso è facile scoprire delle zone di “non-amore”. Al contrario, Se al termine dell’euforia iniziale, si riesce ad amare anche le ferite dell’altro, allora entriamo veramente nella dinamica dell’amore che si costruisce e si rinnova giorno dopo giorno. Si badi: non si tratta di un contratto di mutuo soccorso, ma un tempo della vita nel quale si prende la decisione di fare del proprio dono di sé una fonte di consolazione e gioia per l’altro. Allora ci sarà sempre un altro con noi a guidarci: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome…

Le forme di amore fragile che tendono a “divergere”, a volgersi altrove, a distogliere il volto dalla decisione una volta presa, sono comunque sempre segno di sofferenza, cui è necessario a mio avviso, rispondere con un “di più” di amore, non con un “di meno”, e una Chiesa amorevole e accogliente non può chiudere il porto a dei naviganti che rischiano di naufragare durante una tempesta in mare aperto.

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Posta in gioco

29 settembre 2024 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 9,38-43.45.47-48

Gli ultimi cinque versetti, letterariamente, sono un’iperbole, ma indicano anche la stabilità di una decisione già presa: Gesù si arrende agli uomini. È la sua decisione, la decisione della sua fede, la decisione della sua vita.
E noi? Come ci rapportiamo a questi cinque versetti?

Sappiamo che nel corso della storia, in nome di una certa interpretazione letterale, alcuni si sono orribilmente mortificati, hanno fatto orrori contro se stessi, fino a scandalizzare il prossimo; altri, invece, sono stati terribilmente mortificati; Gesù parlava di vita e si è arrivati a predicare la “mortificazione”.

Sappiamo anche che nel corso della storia c’è chi si è arricchito insegnando ai propri seguaci a privarsi di tutto, non privandosi personalmente di nulla. 

Sappiamo anche che, alla luce di questi versetti, alcuni hanno preso decisioni serie e hanno agito in conformità con il Vangelo, hanno offerto il loro benessere e la loro sicurezza, hanno perso la loro reputazione e dato la loro vita.

Questi versetti fanno parte delle Sacre Scritture. 

Non possiamo escluderli dal nostro orizzonte.
Ma nemmeno possiamo predicarli senza interpretarli seriamente.
In questi versetti lo stesso verbo si ripete quattro volte: secondo le traduzioni “scandalizzare” – proprio simile alla forma greca anche come suono della parola – o “inciampare” o “far cadere nel peccato”.
Quale comportamento potrebbe ferire “uno di quei piccoli che credono”, qualcuno il cui unico bene sia la vita, che non abbia altro e che non si aspetti altro. Deve trattarsi di quei “bambini” o di quei “piccoli” di cui parlava il vangelo di domenica scorsa. “Essere piccoli” e “credere” sono due espressioni che quasi si sovrappongono. I piccoli, per ringraziarti del bene che ricevono, non hanno altro da offrire se non il loro sguardo e il loro sorriso. Ostacolare un piccolo significa ferire chi chiede solo di vivere. Evito di usare l’espressione “far cadere nel peccato” o il verbo “scandalizzare” per non rischiare un malinteso: si può essere formalmente corretti e gentili e, allo stesso tempo, ferire profondamente un altro. In effetti, la lingua greca suggerisce l’idea della “trappola”, dell’“ostacolo sulla strada”, che blocca o ritarda, fa inciampare, cadere, procura ferite e/o dolore. Se ci comportiamo in maniera tale da togliere a qualcuno la fede, appunto, lo priviamo della vita e della speranza, specialmente se è fragile, se è, appunto, un “piccolo”.

Questi versetti sono una sfida radicale. 

A volte distogliamo lo sguardo, volontariamente, a volte ci capita di non vedere nulla, involontariamente; del resto il tenore di vita medio dell’intero Occidente non permette di sperimentare i dettagli della miseria del resto del mondo e, purtroppo, spesso induce anche a ignorare totalmente chi ci passa accanto, perfino di un parente, di un vicino: non sappiamo cosa gli frulli nella testa e nel cuore. Chi può dire che non gli è mai capitato?
Bene, allora, se il rischio che corriamo non è “solo” di perdere la vita, ma di farla perdere ad un altro, allora sì: sarebbe preferibile finire in mare con una pietra al collo…
Prendiamo il testo esattamente come un’iperbole: se non senti il richiamo della vita che non finisce, se non ci credi e la ostacoli, sarebbe meglio che la tua esistenza si concludesse subito, perché tanto sei già morto. Suona duro? Lo è. Ma almeno esercitiamo l’intelligenza. Continuiamo a leggere. Prendiamo il testo per quello che è: se perdo una mano, prima di dare una coltellata a qualcuno sarà molto meglio per me e per lui. Vero.

Se perdo un piede prima di scaraventare qualcuno nell’abisso con un calcio, è molto meglio per me e per lui. Vero.
Se perdo la vista prima di colpire la mia vittima designata, sarà meglio per me e per lei. Vero.
Le mie mani, i miei piedi e i miei occhi sono dei miei rappresentanti, sono il mio potere personale di agire. Occorre pensare PRIMA di agire e decidere COME usarli, cosa che il mondo contemporaneo sembra dover di nuovo imparare da capo.
La passione viscerale, la furia che brucia il tempo di un istante, quella del “sangue agli occhi”, per intenderci, il raptus che ci rende proni all’istinto brutale passa esattamente attraverso le mani, i piedi e gli occhi. Privandoci irrimediabilmente della libertà.

Se la cronaca nera è piena di tanti orrori è perché abbiamo smesso di insegnare tutto questo, probabilmente ritenendolo non più necessario. Come se improvvisamente avessimo cominciato a considerare l’uomo contemporaneo un animale addomesticato, ubbidiente, mite e mansueto.

Perché saremmo nati con mani, piedi e occhi? Interrogarsi su questo è ciò che ci viene proposto oggi. A noi decidere che farne, questo è quanto. In caso – continuando l’iperbole – bastano anche un solo piede, una sola mano e un solo occhio, forse ci accorgeremmo di aver bisogno di qualcuno che ci aiuto…Un po’ di lentezza, del resto, ci sarà utile, il bastone che dovremo impugnare per muoverci occuperà degnamente la mano rimasta e se, per caso, decidessimo di dare o ricevere qualcosa dovremo sederci, lasciare andare il bastone e fermarci con lo sguardo negli occhi dell’altro. Questo insegnano anche le storielle di saggezza di culture, come si vede, non poi così distanti dalla nostra.
Sarebbe molto, molto meglio, se possibile, conservare due occhi per apprezzare i rilievi e le distanze, per distinguere correttamente i dettagli, valutare l’aspetto, capire cosa desideriamo e cosa no, che valore ha ciò che ci si para davanti.

Dopo tutto questo, dopo una nuova ri-educazione all’amore, forse saremo abbastanza fragili, abbastanza “piccoli”, per entrare nella vita. E mai da soli.

La lezione di questo testo è insopportabile? 
Pazienza, la posta in gioco è molto alta, nessuno ha mai negato che ci vuole un po’ di coraggio.

Il Vangelo è esigente, il Vangelo è azione, il Vangelo è promessa. Chi sceglie di entrare nella vita che non finisce, la riceve e, proprio perché la riceve, non è da solo.

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Argini

Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me

22 settembre 2024 – XXV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 9,30-37

Sappiamo bene come fare cose sbagliate, un po’ meno bene come fare cose giuste. Prova ne siano gli orrori, di cui siamo costretti a restare informati, della cronaca nera recente e delle stragi di guerra.
Si capisce cosa voglia dire Gesù quando dichiara che di lì a poco lo uccideranno?
Lo capiamo cosa voglia veramente dire quando, per esempio, ascoltiamo alla TV che un’intera famiglia è stata sterminata dalla furia omicida di un parente, di un figlio?
Come diceva Edgar Morin, occorre dotarsi di un pensiero capace di comprendere quanto siano accecanti il manicheismo assoluto, le propagande menzognere, le criminalizzazioni non solo degli eserciti, ma anche dei popoli nemici, e i deliri e le illusioni sempre rinnovate degli individui (in “Di guerra in guerra”, 2023). C’è qualcosa di perverso nelle notizie di cronaca nera, battenti come la pioggia sui vetri: non bagnano, sono solo spettacolo. Il problema è sempre lo stesso: gli uomini si chiedono, nel frattempo, chi sia il migliore. Intanto dilaga la violenza planetaria. Intanto la guerra (le guerre) accadono in un tempo (il nostro, ora) in cui ovunque domina un pensiero incapace di concepire la complessità dei fenomeni, un pensiero lineare, meccanicista che frammenta ciò che nella realtà è strettamente connesso (cfr Morin, op. cit.). Occorre costruire argini contro la barbarie del pensiero semplificato.

2000 anni fa si era cominciato a costruire un’argine d’amore contro la barbarie, ma a chi si presentava come la sostanza stessa di cui era costituito questo argine, preferirono un delinquente. Il Nazareno, che mise il suo corpo ad argine della violenza altrui, era un visionario, parlava di risurrezione. Ma i pescatori che camminavano – sotto il sole – sulla strada verso Cafarnao, avevano seguito quell’uomo che aveva reciso in se stesso la barbarie caina. L’avrebbero ucciso, sì, e senza altra colpa che quella di aver messo a nudo lo spettacolo ipocrita di cui si nutrivano i più, ma lui sarebbe risorto. Non solo. Dichiarava che tutti erano destinati a risorgere, salvati dalla barbarie.
Un vero e proprio sogno? Se non ci crediamo, è solo perché noi stessi non ci sentiamo i migliori, ma sappiamo anche che, in fondo, in fondo, avremmo le stesse possibilità di delinquere di Caino, se non avessimo solidi argini d’amore.

“Ma com’è questa storia della risurrezione?” – Avrebbero potuto chiedersi i discepoli, piuttosto che discutere infantilmente di successione o cose simili. Certo, talvolta mi stupiscono, ma non vorrei correre il rischio di sentirmi migliore di loro, più grande, più adulto: una vera e propria tentazione. –
Il fatto è che, probabilmente, Gesù non li vedeva come uomini adulti, li vedeva come bambini. I bambini non sanno quello che fanno per definizione. Possono commettere gli atti più scellerati, senza la minima esitazione, per poi ritrovarsi in fondo a un inferno senza uscita un minuto dopo. Proviamo a guardare gli altri come fossero bambini: non buoni, solo bambini, praticamente irresponsabili. Se uno non è malato, ai bambini si vuole bene. La gente farebbe follie per un cane o per un gatto, non mi dite che odiate i bambini. Solo i bambini possono essere sopportati e anche amati per quello che sono. Come i discepoli da Gesù, anche se discutono di fesserie dannose.
Come noi siamo sopportati, del resto, anche quando diciamo e facciamo fesserie da tutti quelli che ci vogliono davvero bene: è come se una parte – anche piccola piccola – del loro cuore fosse abitata dal Nazareno.
I discepoli non comprendono nulla, lo dice Marco. Hanno paura di chiedere. La faccenda è talmente enorme che i bambini non la “reggono”. Loro possono solo chiedersi chi è il migliore, e come si farà a sostenere un’eredità così enorme. Anzi, parliamoci chiaro: chi è il primo? Chi è che comanderà?
Voi capite che in una situazione antropologica simile, la distruzione sistematica di ogni valore evangelico da parte della società cosiddetta civile rischia di diventare un danno irreversibile.
In realtà, oggi, superare il prossimo, occupare il primo posto, primeggiare in tutto, nasce dalla curiosità di sapere se siamo vivi o meno. Altro che risorti! Mai nati! Ma si fa sempre in tempo…
Tramontano le classiche spiegazioni della psicologia ancora troppo “perbeniste”: non si desidera primeggiare per un bisogno di convalida del proprio valore, della paura del proprio vuoto, della propria fragilità. Anche nel male si vuole primeggiare, ma chi lo fa, lo fa per sapere se è ancora vivo, se tutta l’estraneità del mondo circostante sia sogno o realtà. Di una fanciulla che compie, secondo tutte le apparenze, un doppio infanticidio dei propri figli si dice che è “impenetrabile”.
Barbarie. Dentro un mondo che non accetta di amare, né di essere amato.

D’altronde Caino fu buttato di sotto proprio perché era un efferato criminale. Vestito di pelli di animali, ricorda quei primi tremendi esemplari di homo sapiens, alle prese con tutto un mondo estremo da addomesticare. Se in quella condizione psicologica ti ci trovi oggi, trentamila anni dopo – e l’ambiente circostante non può essere spettatore ignaro e dirsi stupefatto dell’accaduto più di tanto – forse vai ad ammazzare tutti quelli che vedi per strada.
Non dimentichiamo che Genesi 3 presenta il peccato dell’uomo come l’ambizione di diventare “come Dio”, che il primo omicidio, quello di Abele da parte di Caino, è attribuito alla gelosia e che Marco 15,10 dice che Pilato capisce come i sommi sacerdoti vogliano morto Gesù per invidia.
L’ambizione per il primo posto, anche nel male, l’assoluto desiderio di essere arbitri di se stessi, ivi compreso del proprio corpo e dell’altrui corpo, ci lascia soli con noi stessi; gli altri diventano semplici strumenti da utilizzare per la nostra elevazione. Chiusi nel cerchio dell’interesse esclusivo per noi stessi, non sappiamo più che possiamo essere veramente noi stessi solo attraverso le relazioni con gli altri, relazioni positive, perché se le facciamo diventare negative, facciamo un salto all’inferno in anticipo.
L’invito pressante, dunque, non è a diventare bambini, ma ad avere cura del nostro prossimo come ne avremmo (normalmente) di un bambino. Non si può confondere l’infanzia con l’innocenza. Resta il fatto che il bambino è l’essere umano nella sua apertura: incompiuto. La vita è lì davanti. Ha bisogno di speranza, di fiducia nel futuro. E chi può darla a un bambino?
Gesù, secondo Marco, non parla della necessità di tornare all’apertura e alla confidenza dell’infanzia, invita ad accogliere nel suo nome chi può contare “solo” su di Lui.
Accogliere un bambino per quello che è, accogliere chi ha “solo” Dio a sostenerlo, è accogliere direttamente Dio. Unica via di salvezza possibile.
Solo Dio, d’altronde, ha il potere di togliere il suo sostegno a chicchessia.

Uomini rivestiti di pelli con la clava in mano, “il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

La vita salvata

«E voi, chi dite che io sia?»

15 settembre 2024 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 8,27-35

Tutti e quattro i Vangeli, e non solo quello di Marco, indicano l’inevitabile passaggio attraverso la croce. Non la vorremmo per noi stessi, quindi non la vogliamo neppure per Gesù. È proprio questa logica umana che il Nazareno rimprovera a Pietro. Nella vita cristiana tutto è da prendere, niente da lasciare, da preferire o da sistemare meglio. La tradizione ha assunto come tesoro i canti del servo del libro di Isaia (capitoli 49-52), il terzo dei quali è riportato nella prima lettura: ascoltando il suo Signore, il servo impara la fiducia, qualunque sia la sua sorte, per scoprire un Dio di consolazione. Per compiere il percorso della rivelazione e giungere all’alba della risurrezione, non è possibile saltare i passaggi che non ci piacciono.
Un insegnamento impopolare? Chi ha parlato così prima? È un altro modo per chiedersi chi sia stato veramente il Nazareno.
La teologia cerca di venirci in aiuto, dicendo che il Cristo è vero uomo e vero Dio. Detto questo, per noi cosa cambia? La domanda rivolta un giorno ai discepoli nei pressi di Cesarea di Filippo, è la stessa qui e oggi per tutti, ma è di altro ordine. Non si tratta di scoprire chi è il Nazareno in termini filosofici o teologici, si tratta di capire chi è veramente per noi, per ciascuno di noi. Forse non possiamo rispondere con i nostri buoni resti di catechismo, sembra inutile cercare sui libri la risposta che meglio si attagli alla nostra sensibilità.
Io credo che Gesù stesso si pose per primo la domanda cruciale sulla propria identità: vero uomo e vero Dio dovette trovare gradualmente la risposta in se stesso.
Molte persone vedono nel vangelo di questa domenica un Gesù maestro che verifica la conoscenza dei suoi discepoli; mi sembra riduttivo per i discepoli, che non erano studenti, ma soprattutto per il Nazareno. Allora, se non è una domanda scolastica, deve contenere un dubbio o almeno una curiosità: che pensa di me la gente?
Per uscire dall’incertezza, alcuni, pochi a dire la verità, pensano che Gesù sia un socratico, abile a risvegliare la saggezza nei suoi ascoltatori attraverso un gioco di domande e risposte. Di Socrate si dice che fosse molto poco attraente, ma intelligente, altruista, povero e al servizio della città. Dovremmo individuare i tratti da imitare di un discepolo socratico, nato cinque secoli dopo il suo maestro? Tanto varrebbe imitare Socrate… facendo dei dialoghi di Platone un nuovo vangelo.
Non sembra la mia strada e neanche una strada conveniente…
Personalmente credo che Gesù abbia posto ai suoi discepoli la questione per condividere con loro la domanda cruciale della sua esistenza: Chi lo abita, creando in lui una chiamata così potente da destare il continuo volgersi verso il Padre?
Immagino che questa domanda non sia estranea a nessuno di quelli che sperimentano una forte vocazione e non di tipo esclusivamente religioso. Da dove viene, per fare un solo esempio, la vocazione ineludibile a dedicarsi all’arte? Per il Cristo la vocazione è fare la volontà del Padre in vista della salvezza di ogni essere umano.
Già al momento del battesimo, aveva ascoltato ciò che sua madre gli diceva fin dall’infanzia: “Tu sei il figlio prediletto del Padre; hai tutto il suo favore”. Ma, dal punto di vista umano, cosa fare con questa parola? Gesù sente il bisogno di ascoltare la risposta degli uomini, dei fratelli, dei discepoli. Nella risposta di Pietro riconosce l’ispirazione divina. Dev’essere stata una svolta decisiva nella sua vita. Il passo successivo sarà la trasfigurazione. Sembra che gradualmente si lasci investire dalla pienezza della sua identità e dalla vocazione nella quale prende forma il resto della sua storia.
Tutto questo è magnifico e, allo stesso tempo, inquietante: mostra tutta la fragilità dell’uomo Gesù, la stupefacente umiltà nel lasciar emergere la domanda e, insieme il salto spirituale, in cui dubbio e curiosità svaniscono, dissipati dalle parole di Pietro.
Non è da tutti e non è sempre facile discernere nelle parole di un amico un’ispirazione divina; ci vuole una certa disposizione a lasciar penetrare in noi la luce, senza chiudere subito la porta delle nostre paure. Lo stesso Pietro, nonostante il riconoscimento della realtà davanti la quale si trova, viene rimproverato subito dopo, perchè non vuole accettare le conseguenze di quella realtà, credendo caso mai di poter “ammorbidire” la cosa.
A pensarci bene, il tentativo di Pietro, come al solito un po’ ingenuo, ma, in fin dei conti, animato dall’affetto per Gesù, è contraddittorio: se Pietro crede veramente nelle parole che ha pronunciato, non è possibile cambiare il progetto di Dio.

L’economia della salvezza non è rivedibile…

NB: in copertina una celebre opera di H. di Matisse: “La Gerbe”

Effatà

Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare

8 settembre 2024 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 7,31-37

Stilando un breve inventario delle cose che Gesù ha fatto bene fino a questo punto del racconto evangelico e meditando sull’entusiasmo della folla, mi chiedo perché si aggiunga che “fa udire i sordi e parlare i muti”, come fosse una conferma in senso assoluto del “fare bene ogni cosa”.
Gesù, finora, ha pregato, predicato, guarito, contestato usanze, ridotto al silenzio fini ragionatori, chiamato e inviato discepoli e… camminato anche sull’acqua…
Tutto quello che fa, lo fa bene, ma c’è un di più, c’è il potente effetto di quell’ “Effatà!”, che rende perfetta la sua azione.

Se ci viene affidato un compito, molti di noi cercano di farlo bene e alcuni sono anche capaci di fare bene ogni cosa. Non ci sarebbe niente di straordinario qui. Gesù, ovviamente dotato di notevoli potenzialità, decide di metterle al servizio dei suoi simili e lo fa nella misura delle sue infinite potenzialità. È chiaro che la folla è entusiasta, sebbene nel testo di oggi ci siano due elementi che suggeriscono di non adeguarsi a questo tipo di entusiasmo. Il primo è che Gesù consiglia di tacere, il secondo risiede proprio nell’aggiunta conclusiva dell’intera sequenza: “fa udire i sordi e parlare i muti”.
Il richiamo al silenzio è caratteristico del Vangelo di Marco, ma riguardo al secondo elemento quanto più Gesù raccomanda discrezione sulle sue opere, tanto più se ne parla.
La guarigione, però, sembra non essere il cuore né l’essenza del messaggio. Cristo compie miracoli non come qualsiasi taumaturgo. Anche oggi esistono “taumaturghi”, solo che li chiamiamo “medici”, “psicologi”, “amici” o “saggi”. Ci sono anche persone  tra i discepoli che pur non potendo guarire nessuno, “parlano”, nel senso che annunciano realmente e concretamente il Vangelo. Quando il testo aggiunge “fa udire i sordi e parlare i muti”, afferma l’essenza stessa del Vangelo, che è legata all’invito al silenzio. Nel senso che non è utile parlare delle guarigioni; è meglio ascoltare e solo dopo parlare.
Immaginiamo come sarebbe un mondo abitato esclusivamente da persone che non sentono e non parlano. Se abolissimo le parole, cosa resterebbe? L’immagine fissa, indiscutibile e incomunicabile di ogni elemento del nostro mondo individuale, sia esteriore che interiore.
L’uso della parola ci permette di dare un nome a ciò che vediamo, viviamo e a ciò che siamo. È ancora l’uso del linguaggio che permette di elaborare ogni nostro istinto, di pensare, di trasformare il reale, di scegliere se attendere o agire, di dire sì o no. Ed è ancora l’uso della parola che consente di chiedere, discutere, far valere, rendendolo pubblico, il nostro discorso. Da ultimo è la parola che consente l’avvicinamento progressivo da cui nascono gli incontri autentici. La parola fonda l’umanità nel riconoscimento di ogni cosa che la circonda e conduce alla presa di coscienza dell’alterità assoluta di ogni componente del mondo circostante.
A quest’alterità assoluta è possibile rapportarsi sostanzialmente in due modi: rivestendola del nostro personale vissuto e dunque dei nostri pregiudizi, oppure vedendola per quello che è. La seconda modalità è quasi impossibile senza quell’ “Effatà!”
Senza l’“Effatà!” ci ritroveremmo in un mondo popolato da tre categorie di persone: vittime, mistificatori e stupefatti, oppure – peggio – predatori, prede e complici, un mondo in cui sarebbe perennemente in atto il tentativo di distorsione della parola a vantaggio del proprio, individuale modo di pensare e di vivere e del proprio utile personale: un vero e proprio capovolgimento del messaggio evangelico.
Tuttavia, questa riflessione non è nuova nella Bibbia. Nel Deuteronomio s’insiste sul fatto che nessuna forma, nessuna immagine, nessun oggetto è visibile quando il Signore parla sull’Oreb (Sinai). Quando il Signore comunica la sua alleanza, la incide su tavole di pietra, ma non chiede di fare di quelle tavole un feticcio.  L’accento è posto sull’eternità del comando morale, garantito dalla forza della roccia sulla quale è scritto. D’altronde quello stesso materiale, così resistente, viene frantumato dall’ira di Mosè, proprio nel momento in cui Israele dà la prova di non saper essere fedele al suo Dio. Alla parola viva, alla legge dell’amore che esige il rispetto di ogni alterità, si preferisce il culto del vitello d’oro.
Non esiste nulla da adorare a vuoto, c’è da ascoltare, esaminare, pensare, dialogare, decidere, agire e ricominciare, dice la parola dell’alleanza. C’è da amare il creato del quale facciamo parte.
La fedeltà all’Alleanza è prima di tutto fedeltà all’ordine della parola tra gli uomini. Quindi, quando la folla del Vangelo di Marco afferma che Gesù “ha fatto tutto bene”, sta dicendo la verità, in relazione a tutte le grandi azioni compiute, ma quando conclude, dicendo che “fa udire i sordi e parlare i muti”, chiarisce l’essenza dell’Alleanza: udire quel che c’è da udire e poi parlare nella retta osservanza di quel che si è udito. In questo senso capiamo anche l’invito a tacere sui miracoli: che se ne farebbe il Creatore di gente attratta non dall’amore, ma solo dal miracolo? L’ “Effatà!”apre su una dimensione spirituale e pratica ricca di forza e di bellezza, perché la sua essenza si manifesta proprio quando tutto sembra ormai perduto. È solo così che può cominciare la risurrezione.
Se speriamo di risorgere, riattivando la nostalgia del passato, tornando a “come era prima”, siamo perduti dentro le nostre immagini fisse e congelate del tempo che fu. La speranza della risurrezione, cuore del Vangelo, non può essere nostalgia del tempo passato. È vero nella vita delle comunità, sia nei rituali, che negli edifici. Tutto ciò che diventa estraneo all’ordine della parola e della vita, tutto ciò che diventa indispensabile, tutto ciò che oppone l’egemonia del passato, ostacola il futuro che deve venire, mentre noi diventiamo muti e sordi. Vale anche nella vita dei singoli. Nessuno è oggi quello che era ieri, né quello che sarà domani. E sia nella vita dei singoli che in quella delle comunità, il Cristo vivo fa udire i sordi e parlare i muti. È anche in questo, e, forse, in questo essenzialmente, che fa bene ogni cosa. Ma lo fa prendendoci in disparte, lontano dalla folla e con discrezione. Allo stesso modo, sta a noi ascoltare, parlare, agire – con discrezione – in accordo con ciò che celebriamo e meditiamo.

E Lui, discretamente, molto intimamente, fa udire i sordi e parlare i muti.

NB: in copertina, riproduzione di “La tavola da pranzo rossa” (1908) di Henri Matisse, in Néret Gilles, Matisse, p.50.

Perché ti lavi le mani?

Vi sono molte altre cose che osservano per tradizione

1° settembre 2024 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 7,1-8.14-15.21-23

In ogni tradizione religiosa ci sono modi di fare e di dire che si ripetono nel tempo diventando abitudini.
Una delle disposizioni dell’Antico Testamento prescrive di lavarsi le mani prima di toccare il cibo: regola di sana igiene, divenuta rito. I discepoli di Gesù evidentemente non considerano fondamentale questo aspetto rituale e dal punto di vista di scribi e farisei la cosa è inconcepibile. Secondo loro, Gesù avrebbe dovuto pretendere l’osservanza della Legge dai suoi, ma, a quanto pare il Maestro non è turbato dall’inosservanza.
Le prime comunità cristiane si trovarono a dover illustrare diffusamente le motivazioni delle loro pratiche. Non tutti i membri delle loro comunità avevano la stessa origine e i dibattiti dovevano essere vivaci.
Nel testo di oggi il dibattito tra Gesù e i farisei è sostanziale e ci riguarda. Ebbene, eccoci qui, con la nostra tradizione, con il nostro modo di vivere e di pregare, ed eccone altri, di un’altra tradizione, con un altro modo di vivere e di pregare: sono amici di Dio, vicini a Dio, amati da Dio quelli la cui osservanza rituale è diversa dalla nostra? Quelli che pregano diversamente da noi? E quelli che non vediamo mai pregare? Quesiti semplici, vecchi e perenni. E la risposta dei farisei, che a volte può essere anche la nostra, è semplice, antica, permanente e, naturalmente, negativa. Recita così: “bisogna fare scrupolosamente ciò che si è sempre fatto e tramandare gli insegnamenti tali e quali”. Farisei e scribi, nel testo che leggiamo, non sono solo personaggi, sono anche esempi di attitudini di pensiero anguste, interessate, ripetitive che possono anche degenerare in atti persecutori.
Queste attitudini, questi abiti mentali, sono stati individuati e denunciati tanto dalla Torah, quanto dai Profeti, dai Vangeli e dalle Epistole, lungo tutta la storia della Chiesa.
Mi viene in mente a questo proposito un ricordo dell’inizio della missione a Douala: Gaston, a me che chiedevo dove potessi lavarmi le mani prima del pranzo, disse: “Ma perché, c’è il cous-cous?”
Qui, mi occorre forse illustrare che lì, la consuetudine consisteva nel mangiare il cous-cous prendendolo con la mano destra dal piatto comune e, dopo averne fatto con le dita una pallottola piuttosto compatta con una fossetta al centro, lo si immergeva nella ciotola del sugo, altrettanto comune, tanto quanto il piatto. Quindi, se il menu non prevedeva il cous-cous, non era necessario lavarsi le mani! Ne deduco che, in un contesto simile, il mio desiderio di lavarmi le mani prima del pasto, stimolasse un po’ di ironia, finalizzata a stanare il mio eventuale fariseismo e la quota di adattamento culturale… che era zero carbonella, perché tanto ci si lavava le mani tutti nello stesso recipiente, ed ero orripilato, quindi o eri convinto dell’insegnamento del Maestro o te ne potevi tornare a casa!

Per tornare a noi, ogni generazione, ogni credente, può permettere che si corrompa l’eredità di grazia che ha ricevuto; anzi, può lasciarsela corrompere, comprendendo che il ricevuto per grazia non solo non è dovuto, ma non è dovuto per sempre e non è soggetto alla propria volontà. L’eredità della grazia può solo essere accolta, ma deve essere personalmente ratificata da ciascuno come tale, e trasmessa come tale.
Detto questo, in molte altre occasioni oltre quella narrata sopra mi sono ritrovato a non potermi lavare le mani prima del pasto e, in vent’anni, non ho mai preso infezioni. Certo, potendo, continuo a conservare quest’ottima abitudine igienica. Ma resta indiscutibile che per trasmettere l’eredità della grazia, dobbiamo parlarne rettamente. E per farlo, per nominare questo patrimonio, dobbiamo utilizzare una lingua particolare, dentro una tradizione particolare. Le nostre abitudini personali e culturali e i nostri abiti mentali non sono LA Grazia. Non si tratta solo di trasmettere gesti, parole, uffici e templi. “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma mangiano con mani impure?” Domanda legittima. Una risposta non meno legittima, sarebbe: perché gli antichi insegnavano questo? Perché tu lo fai? Perché vuoi costringere tutti a farlo? E con quale animo lo fai?
Queste domande devono essere poste e risolte da ciascuno a se stesso.
Siamo liberi di compiere un gesto tradizionale nella meditazione, nella gratitudine e nella gioia, lo si può talvolta compiere anche nel dubbio, o nel dolore, ma purtroppo lo si può compiere anche con la sola ed ipocrita soddisfazione di averlo compiuto in base ad un principio di autorità che risiede solo nella nostra testa, e , per giunta, sentendoci moralmente esonerati dalle conseguenze sul nostro prossimo. Ci sono chiaramente situazioni molto meno banali della mia storiella; in alcuni casi, ai tempi di Gesù, si configuravano indecenti offerte al Tempio da parte di donatori, per esempio, esentati dal venire in aiuto dei loro vecchi genitori indeboliti, proprio perché facevano quell’offerta al tempio. Non lo dico io, sta scritto nei versetti omessi nel Vangelo di oggi. Come potrebbe l’ira del Maestro non farsi terribile contro i predicatori di questo sporco affare? L’adempimento di un obbligo religioso non può in alcun caso esentare dalla sollecitudine per il prossimo. Questa, credo, sia l’eredità della grazia.
Allora, perché ti lavi ritualmente le mani? La risposta del Vangelo è senza appello: se lo fai per abitudine irriflessa, se lo imponi ad altri perché hai il potere di farlo, se non sai qual è la sua ragione profonda dentro di te, la tua pratica è vuota, vana, forse morbosa e, si potrebbe pure aggiungere che la generazione seguente avrà mille volte ragione di farne a meno.
Evidentemente, il testo non condanna in alcun modo l’osservanza delle norme e delle pratiche religiose, ma chiede che siano adempiute senza che vengano mai meno l’amore per il prossimo e la lealtà delle nostre intenzioni.
Gli atti e i gesti della pratica religiosa, non allontanano dal prossimo, non esonerano dalla solidarietà e dalle responsabilità personali.

Allora, diremo così: ti lavi le mani o te ne lavi le mani?

L’Unico Possibile

Abbiamo creduto e conosciuto

25 agosto 2024 – XXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Gv 6,60-69

Per chi legge i Vangeli o il Nuovo Testamento, ci sono brani che diventano un punto di riferimento o un’ancora, perché gettano una luce particolare sulla vita, perché danno un nome a ciò che sentiamo o percepiamo. Il vangelo di oggi, per me, svolge proprio questo ruolo. Quando Gesù vede i suoi discepoli abbandonarlo e chiede ai Dodici se anche loro vogliono lasciarlo, Simon Pietro risponde: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita”. Quante volte questo grido è stato l’unica parola nella notte della fede! Cerco di capire cosa c’è in gioco.

Innanzitutto perché i discepoli vogliono lasciare Gesù? Tutto andava bene. Gesù aveva nutrito una folla con pane d’orzo e pesce e la gente sembrava affezionarsi a lui. Quando li invita a lavorare non solo per la pancia, ma per fare le opere di Dio, la gente lo segue ancora. A Gesù che presenta il vero pane disceso dal cielo, diverso dalla manna donata da Mosè nel deserto, la gente risponde: “Dacci ancora di questo pane”. Ma tutto sembra rovinarsi quando aggiunge: “Io sono questo pane”. Per questo lo lasciano? Qual è la difficoltà qui? “Non è il figlio di Giuseppe?”, dice la gente. In altre parole, come può Dio, così grande e potente, dare il suo nutrimento di vita attraverso un essere limitato di carne e ossa?

E poi, ascoltiamo le parole sulle quali anche i discepoli vacillano: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita senza fine”. “Com’è possibile?” – Si interroga la gente.
Qual è la vera difficoltà nell’accettare questa affermazione? Facciamo attenzione a non proiettare il nostro quadro liturgico sul Vangelo di Giovanni; l’essenza della questione non è affatto credere che mangiando quel pane e bevendo da quel calice entriamo in comunione con il corpo di Cristo. L’essenza consiste nella certezza che la vita donata da Gesù e il suo sangue versato per amore hanno un impatto universale e che chiunque intraprende lo stesso percorso sperimenterà la stessa vita senza fine. Quindi, non è solo “in cielo” che troviamo Dio, ma nell’essere umano limitato si sperimenta la vita che non finisce solo facendo propria quella donataci da Gesù.

“Quello che hai appena detto è difficile”, dissero i discepoli.

È in gioco la nostra visione di Dio, infatti Gesù dice: “Nessuno può diventare mio discepolo se il Padre non gli dà questa forza”.
Siamo onesti: se avessimo potuto creare noi questo mondo in cui viviamo, lo avremmo creato diverso! Senza lasciare tutto questo spazio al caso, agli incidenti, alle malattie, al male! È molto difficile conciliare la nostra immagine di Dio con una visione realistica della vita. Questo mondo è troppo umano per venire da Dio!
Non è forse questa la difficoltà principale?
Troppo facile pensare: sì, ma siccome io il mondo non l’ho potuto creare, perché non sono Dio… Di conseguenza il nostro problema è conciliare la nostra visione della realtà molto umana e razionale nella quale siamo immersi, col “possibile migliore” del Regno. Sanare questo conflitto di natura intellettuale sarebbe impossibile se non avessimo la testimonianza di Gesù. Questo spiega la ragione appassionata di Pietro (e la nostra): “Dove altro possiamo cercare il significato in questo mondo e in questa vita? Nessuno è in grado di portare la luce come fai tu.”

Alcuni trovano la via, altri no, proprio così come osserva Gesù?
Alcuni riceverebbero la possibilità da Dio e altri no?
Io credo che questa domanda scaturisca da un ragionamento al contrario, da un pregiudizio dal quale non può che discendere un discorso fallace. Bisognerebbe arrendersi ad un “migliore possibile”. L’uomo e la donna sarebbero solo dei simpatici animali, se non avessero la parola. Perfino la scienza ha dimostrato che la mente umana si sviluppa e si conforma all’uso del linguaggio. Credere è innanzitutto arrendersi a un’intuizione, a un movimento del cuore d’immensa gratitudine proprio perché si dà “il caso” che all’inizio fosse la parola

Senza la parola noi saremmo come il nostro gatto o il nostro cane, con tutto il rispetto per entrambe le graziose bestiole. Questa semplice riflessione, qualora se ne accenda la possibilità, può aprire un varco nel muro delle difficoltà a credere nella parola di Dio incarnata: Gesù di Nazaret. Allora anche i testi sacri assumono un altro aspetto, e può capitare addirittura di pensare che la parola di Dio non solo non sia patrimonio esclusivo delle confessioni cristiane, ma forse sia anche scritta in ogni testo sacro di ogni tradizione religiosa. Ci verrà forse il dubbio di aver vissuto nell’ottusità e nell’ignoranza perché questo è il destino dell’animale uomo, finché non incontra, provando un’immensa gratitudine, la Parola Incarnata: il Cristo, che era fin dal principio.

Gli uomini hanno il linguaggio e lo utilizzano come vogliono, questa è la libertà: possiamo usarlo per il bene e per il male, per mormorare o incoraggiare, ma senza la gratitudine per questa possibilità alla quale siamo abituati come i pesci sono abituati all’acqua… non avremo luce.

Dalla gratitudine può nascere solo l’amore. E non è scontato per gli umani amare.

Quando riusciamo miracolosamente a mettere a fuoco tutto questo, possiamo ripetere con Pietro: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita”.

La soluzione del conflitto tra accettare o rifiutare la nostra vita, oppure, ponendo la domanda in termini religiosi, tra accettare o rifiutare che il pane della vita diventi pane di vita eterna, avviene dentro il vangelo, l’unico discorso possibile. Per quanto mi riguarda, il mio migliore possibile.

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