Effatà

Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare

8 settembre 2024 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 7,31-37

Stilando un breve inventario delle cose che Gesù ha fatto bene fino a questo punto del racconto evangelico e meditando sull’entusiasmo della folla, mi chiedo perché si aggiunga che “fa udire i sordi e parlare i muti”, come fosse una conferma in senso assoluto del “fare bene ogni cosa”.
Gesù, finora, ha pregato, predicato, guarito, contestato usanze, ridotto al silenzio fini ragionatori, chiamato e inviato discepoli e… camminato anche sull’acqua…
Tutto quello che fa, lo fa bene, ma c’è un di più, c’è il potente effetto di quell’ “Effatà!”, che rende perfetta la sua azione.

Se ci viene affidato un compito, molti di noi cercano di farlo bene e alcuni sono anche capaci di fare bene ogni cosa. Non ci sarebbe niente di straordinario qui. Gesù, ovviamente dotato di notevoli potenzialità, decide di metterle al servizio dei suoi simili e lo fa nella misura delle sue infinite potenzialità. È chiaro che la folla è entusiasta, sebbene nel testo di oggi ci siano due elementi che suggeriscono di non adeguarsi a questo tipo di entusiasmo. Il primo è che Gesù consiglia di tacere, il secondo risiede proprio nell’aggiunta conclusiva dell’intera sequenza: “fa udire i sordi e parlare i muti”.
Il richiamo al silenzio è caratteristico del Vangelo di Marco, ma riguardo al secondo elemento quanto più Gesù raccomanda discrezione sulle sue opere, tanto più se ne parla.
La guarigione, però, sembra non essere il cuore né l’essenza del messaggio. Cristo compie miracoli non come qualsiasi taumaturgo. Anche oggi esistono “taumaturghi”, solo che li chiamiamo “medici”, “psicologi”, “amici” o “saggi”. Ci sono anche persone  tra i discepoli che pur non potendo guarire nessuno, “parlano”, nel senso che annunciano realmente e concretamente il Vangelo. Quando il testo aggiunge “fa udire i sordi e parlare i muti”, afferma l’essenza stessa del Vangelo, che è legata all’invito al silenzio. Nel senso che non è utile parlare delle guarigioni; è meglio ascoltare e solo dopo parlare.
Immaginiamo come sarebbe un mondo abitato esclusivamente da persone che non sentono e non parlano. Se abolissimo le parole, cosa resterebbe? L’immagine fissa, indiscutibile e incomunicabile di ogni elemento del nostro mondo individuale, sia esteriore che interiore.
L’uso della parola ci permette di dare un nome a ciò che vediamo, viviamo e a ciò che siamo. È ancora l’uso del linguaggio che permette di elaborare ogni nostro istinto, di pensare, di trasformare il reale, di scegliere se attendere o agire, di dire sì o no. Ed è ancora l’uso della parola che consente di chiedere, discutere, far valere, rendendolo pubblico, il nostro discorso. Da ultimo è la parola che consente l’avvicinamento progressivo da cui nascono gli incontri autentici. La parola fonda l’umanità nel riconoscimento di ogni cosa che la circonda e conduce alla presa di coscienza dell’alterità assoluta di ogni componente del mondo circostante.
A quest’alterità assoluta è possibile rapportarsi sostanzialmente in due modi: rivestendola del nostro personale vissuto e dunque dei nostri pregiudizi, oppure vedendola per quello che è. La seconda modalità è quasi impossibile senza quell’ “Effatà!”
Senza l’“Effatà!” ci ritroveremmo in un mondo popolato da tre categorie di persone: vittime, mistificatori e stupefatti, oppure – peggio – predatori, prede e complici, un mondo in cui sarebbe perennemente in atto il tentativo di distorsione della parola a vantaggio del proprio, individuale modo di pensare e di vivere e del proprio utile personale: un vero e proprio capovolgimento del messaggio evangelico.
Tuttavia, questa riflessione non è nuova nella Bibbia. Nel Deuteronomio s’insiste sul fatto che nessuna forma, nessuna immagine, nessun oggetto è visibile quando il Signore parla sull’Oreb (Sinai). Quando il Signore comunica la sua alleanza, la incide su tavole di pietra, ma non chiede di fare di quelle tavole un feticcio.  L’accento è posto sull’eternità del comando morale, garantito dalla forza della roccia sulla quale è scritto. D’altronde quello stesso materiale, così resistente, viene frantumato dall’ira di Mosè, proprio nel momento in cui Israele dà la prova di non saper essere fedele al suo Dio. Alla parola viva, alla legge dell’amore che esige il rispetto di ogni alterità, si preferisce il culto del vitello d’oro.
Non esiste nulla da adorare a vuoto, c’è da ascoltare, esaminare, pensare, dialogare, decidere, agire e ricominciare, dice la parola dell’alleanza. C’è da amare il creato del quale facciamo parte.
La fedeltà all’Alleanza è prima di tutto fedeltà all’ordine della parola tra gli uomini. Quindi, quando la folla del Vangelo di Marco afferma che Gesù “ha fatto tutto bene”, sta dicendo la verità, in relazione a tutte le grandi azioni compiute, ma quando conclude, dicendo che “fa udire i sordi e parlare i muti”, chiarisce l’essenza dell’Alleanza: udire quel che c’è da udire e poi parlare nella retta osservanza di quel che si è udito. In questo senso capiamo anche l’invito a tacere sui miracoli: che se ne farebbe il Creatore di gente attratta non dall’amore, ma solo dal miracolo? L’ “Effatà!”apre su una dimensione spirituale e pratica ricca di forza e di bellezza, perché la sua essenza si manifesta proprio quando tutto sembra ormai perduto. È solo così che può cominciare la risurrezione.
Se speriamo di risorgere, riattivando la nostalgia del passato, tornando a “come era prima”, siamo perduti dentro le nostre immagini fisse e congelate del tempo che fu. La speranza della risurrezione, cuore del Vangelo, non può essere nostalgia del tempo passato. È vero nella vita delle comunità, sia nei rituali, che negli edifici. Tutto ciò che diventa estraneo all’ordine della parola e della vita, tutto ciò che diventa indispensabile, tutto ciò che oppone l’egemonia del passato, ostacola il futuro che deve venire, mentre noi diventiamo muti e sordi. Vale anche nella vita dei singoli. Nessuno è oggi quello che era ieri, né quello che sarà domani. E sia nella vita dei singoli che in quella delle comunità, il Cristo vivo fa udire i sordi e parlare i muti. È anche in questo, e, forse, in questo essenzialmente, che fa bene ogni cosa. Ma lo fa prendendoci in disparte, lontano dalla folla e con discrezione. Allo stesso modo, sta a noi ascoltare, parlare, agire – con discrezione – in accordo con ciò che celebriamo e meditiamo.

E Lui, discretamente, molto intimamente, fa udire i sordi e parlare i muti.

NB: in copertina, riproduzione di “La tavola da pranzo rossa” (1908) di Henri Matisse, in Néret Gilles, Matisse, p.50.

Perché ti lavi le mani?

Vi sono molte altre cose che osservano per tradizione

1° settembre 2024 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 7,1-8.14-15.21-23

In ogni tradizione religiosa ci sono modi di fare e di dire che si ripetono nel tempo diventando abitudini.
Una delle disposizioni dell’Antico Testamento prescrive di lavarsi le mani prima di toccare il cibo: regola di sana igiene, divenuta rito. I discepoli di Gesù evidentemente non considerano fondamentale questo aspetto rituale e dal punto di vista di scribi e farisei la cosa è inconcepibile. Secondo loro, Gesù avrebbe dovuto pretendere l’osservanza della Legge dai suoi, ma, a quanto pare il Maestro non è turbato dall’inosservanza.
Le prime comunità cristiane si trovarono a dover illustrare diffusamente le motivazioni delle loro pratiche. Non tutti i membri delle loro comunità avevano la stessa origine e i dibattiti dovevano essere vivaci.
Nel testo di oggi il dibattito tra Gesù e i farisei è sostanziale e ci riguarda. Ebbene, eccoci qui, con la nostra tradizione, con il nostro modo di vivere e di pregare, ed eccone altri, di un’altra tradizione, con un altro modo di vivere e di pregare: sono amici di Dio, vicini a Dio, amati da Dio quelli la cui osservanza rituale è diversa dalla nostra? Quelli che pregano diversamente da noi? E quelli che non vediamo mai pregare? Quesiti semplici, vecchi e perenni. E la risposta dei farisei, che a volte può essere anche la nostra, è semplice, antica, permanente e, naturalmente, negativa. Recita così: “bisogna fare scrupolosamente ciò che si è sempre fatto e tramandare gli insegnamenti tali e quali”. Farisei e scribi, nel testo che leggiamo, non sono solo personaggi, sono anche esempi di attitudini di pensiero anguste, interessate, ripetitive che possono anche degenerare in atti persecutori.
Queste attitudini, questi abiti mentali, sono stati individuati e denunciati tanto dalla Torah, quanto dai Profeti, dai Vangeli e dalle Epistole, lungo tutta la storia della Chiesa.
Mi viene in mente a questo proposito un ricordo dell’inizio della missione a Douala: Gaston, a me che chiedevo dove potessi lavarmi le mani prima del pranzo, disse: “Ma perché, c’è il cous-cous?”
Qui, mi occorre forse illustrare che lì, la consuetudine consisteva nel mangiare il cous-cous prendendolo con la mano destra dal piatto comune e, dopo averne fatto con le dita una pallottola piuttosto compatta con una fossetta al centro, lo si immergeva nella ciotola del sugo, altrettanto comune, tanto quanto il piatto. Quindi, se il menu non prevedeva il cous-cous, non era necessario lavarsi le mani! Ne deduco che, in un contesto simile, il mio desiderio di lavarmi le mani prima del pasto, stimolasse un po’ di ironia, finalizzata a stanare il mio eventuale fariseismo e la quota di adattamento culturale… che era zero carbonella, perché tanto ci si lavava le mani tutti nello stesso recipiente, ed ero orripilato, quindi o eri convinto dell’insegnamento del Maestro o te ne potevi tornare a casa!

Per tornare a noi, ogni generazione, ogni credente, può permettere che si corrompa l’eredità di grazia che ha ricevuto; anzi, può lasciarsela corrompere, comprendendo che il ricevuto per grazia non solo non è dovuto, ma non è dovuto per sempre e non è soggetto alla propria volontà. L’eredità della grazia può solo essere accolta, ma deve essere personalmente ratificata da ciascuno come tale, e trasmessa come tale.
Detto questo, in molte altre occasioni oltre quella narrata sopra mi sono ritrovato a non potermi lavare le mani prima del pasto e, in vent’anni, non ho mai preso infezioni. Certo, potendo, continuo a conservare quest’ottima abitudine igienica. Ma resta indiscutibile che per trasmettere l’eredità della grazia, dobbiamo parlarne rettamente. E per farlo, per nominare questo patrimonio, dobbiamo utilizzare una lingua particolare, dentro una tradizione particolare. Le nostre abitudini personali e culturali e i nostri abiti mentali non sono LA Grazia. Non si tratta solo di trasmettere gesti, parole, uffici e templi. “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma mangiano con mani impure?” Domanda legittima. Una risposta non meno legittima, sarebbe: perché gli antichi insegnavano questo? Perché tu lo fai? Perché vuoi costringere tutti a farlo? E con quale animo lo fai?
Queste domande devono essere poste e risolte da ciascuno a se stesso.
Siamo liberi di compiere un gesto tradizionale nella meditazione, nella gratitudine e nella gioia, lo si può talvolta compiere anche nel dubbio, o nel dolore, ma purtroppo lo si può compiere anche con la sola ed ipocrita soddisfazione di averlo compiuto in base ad un principio di autorità che risiede solo nella nostra testa, e , per giunta, sentendoci moralmente esonerati dalle conseguenze sul nostro prossimo. Ci sono chiaramente situazioni molto meno banali della mia storiella; in alcuni casi, ai tempi di Gesù, si configuravano indecenti offerte al Tempio da parte di donatori, per esempio, esentati dal venire in aiuto dei loro vecchi genitori indeboliti, proprio perché facevano quell’offerta al tempio. Non lo dico io, sta scritto nei versetti omessi nel Vangelo di oggi. Come potrebbe l’ira del Maestro non farsi terribile contro i predicatori di questo sporco affare? L’adempimento di un obbligo religioso non può in alcun caso esentare dalla sollecitudine per il prossimo. Questa, credo, sia l’eredità della grazia.
Allora, perché ti lavi ritualmente le mani? La risposta del Vangelo è senza appello: se lo fai per abitudine irriflessa, se lo imponi ad altri perché hai il potere di farlo, se non sai qual è la sua ragione profonda dentro di te, la tua pratica è vuota, vana, forse morbosa e, si potrebbe pure aggiungere che la generazione seguente avrà mille volte ragione di farne a meno.
Evidentemente, il testo non condanna in alcun modo l’osservanza delle norme e delle pratiche religiose, ma chiede che siano adempiute senza che vengano mai meno l’amore per il prossimo e la lealtà delle nostre intenzioni.
Gli atti e i gesti della pratica religiosa, non allontanano dal prossimo, non esonerano dalla solidarietà e dalle responsabilità personali.

Allora, diremo così: ti lavi le mani o te ne lavi le mani?

L’Unico Possibile

Abbiamo creduto e conosciuto

25 agosto 2024 – XXI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Gv 6,60-69

Per chi legge i Vangeli o il Nuovo Testamento, ci sono brani che diventano un punto di riferimento o un’ancora, perché gettano una luce particolare sulla vita, perché danno un nome a ciò che sentiamo o percepiamo. Il vangelo di oggi, per me, svolge proprio questo ruolo. Quando Gesù vede i suoi discepoli abbandonarlo e chiede ai Dodici se anche loro vogliono lasciarlo, Simon Pietro risponde: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita”. Quante volte questo grido è stato l’unica parola nella notte della fede! Cerco di capire cosa c’è in gioco.

Innanzitutto perché i discepoli vogliono lasciare Gesù? Tutto andava bene. Gesù aveva nutrito una folla con pane d’orzo e pesce e la gente sembrava affezionarsi a lui. Quando li invita a lavorare non solo per la pancia, ma per fare le opere di Dio, la gente lo segue ancora. A Gesù che presenta il vero pane disceso dal cielo, diverso dalla manna donata da Mosè nel deserto, la gente risponde: “Dacci ancora di questo pane”. Ma tutto sembra rovinarsi quando aggiunge: “Io sono questo pane”. Per questo lo lasciano? Qual è la difficoltà qui? “Non è il figlio di Giuseppe?”, dice la gente. In altre parole, come può Dio, così grande e potente, dare il suo nutrimento di vita attraverso un essere limitato di carne e ossa?

E poi, ascoltiamo le parole sulle quali anche i discepoli vacillano: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita senza fine”. “Com’è possibile?” – Si interroga la gente.
Qual è la vera difficoltà nell’accettare questa affermazione? Facciamo attenzione a non proiettare il nostro quadro liturgico sul Vangelo di Giovanni; l’essenza della questione non è affatto credere che mangiando quel pane e bevendo da quel calice entriamo in comunione con il corpo di Cristo. L’essenza consiste nella certezza che la vita donata da Gesù e il suo sangue versato per amore hanno un impatto universale e che chiunque intraprende lo stesso percorso sperimenterà la stessa vita senza fine. Quindi, non è solo “in cielo” che troviamo Dio, ma nell’essere umano limitato si sperimenta la vita che non finisce solo facendo propria quella donataci da Gesù.

“Quello che hai appena detto è difficile”, dissero i discepoli.

È in gioco la nostra visione di Dio, infatti Gesù dice: “Nessuno può diventare mio discepolo se il Padre non gli dà questa forza”.
Siamo onesti: se avessimo potuto creare noi questo mondo in cui viviamo, lo avremmo creato diverso! Senza lasciare tutto questo spazio al caso, agli incidenti, alle malattie, al male! È molto difficile conciliare la nostra immagine di Dio con una visione realistica della vita. Questo mondo è troppo umano per venire da Dio!
Non è forse questa la difficoltà principale?
Troppo facile pensare: sì, ma siccome io il mondo non l’ho potuto creare, perché non sono Dio… Di conseguenza il nostro problema è conciliare la nostra visione della realtà molto umana e razionale nella quale siamo immersi, col “possibile migliore” del Regno. Sanare questo conflitto di natura intellettuale sarebbe impossibile se non avessimo la testimonianza di Gesù. Questo spiega la ragione appassionata di Pietro (e la nostra): “Dove altro possiamo cercare il significato in questo mondo e in questa vita? Nessuno è in grado di portare la luce come fai tu.”

Alcuni trovano la via, altri no, proprio così come osserva Gesù?
Alcuni riceverebbero la possibilità da Dio e altri no?
Io credo che questa domanda scaturisca da un ragionamento al contrario, da un pregiudizio dal quale non può che discendere un discorso fallace. Bisognerebbe arrendersi ad un “migliore possibile”. L’uomo e la donna sarebbero solo dei simpatici animali, se non avessero la parola. Perfino la scienza ha dimostrato che la mente umana si sviluppa e si conforma all’uso del linguaggio. Credere è innanzitutto arrendersi a un’intuizione, a un movimento del cuore d’immensa gratitudine proprio perché si dà “il caso” che all’inizio fosse la parola

Senza la parola noi saremmo come il nostro gatto o il nostro cane, con tutto il rispetto per entrambe le graziose bestiole. Questa semplice riflessione, qualora se ne accenda la possibilità, può aprire un varco nel muro delle difficoltà a credere nella parola di Dio incarnata: Gesù di Nazaret. Allora anche i testi sacri assumono un altro aspetto, e può capitare addirittura di pensare che la parola di Dio non solo non sia patrimonio esclusivo delle confessioni cristiane, ma forse sia anche scritta in ogni testo sacro di ogni tradizione religiosa. Ci verrà forse il dubbio di aver vissuto nell’ottusità e nell’ignoranza perché questo è il destino dell’animale uomo, finché non incontra, provando un’immensa gratitudine, la Parola Incarnata: il Cristo, che era fin dal principio.

Gli uomini hanno il linguaggio e lo utilizzano come vogliono, questa è la libertà: possiamo usarlo per il bene e per il male, per mormorare o incoraggiare, ma senza la gratitudine per questa possibilità alla quale siamo abituati come i pesci sono abituati all’acqua… non avremo luce.

Dalla gratitudine può nascere solo l’amore. E non è scontato per gli umani amare.

Quando riusciamo miracolosamente a mettere a fuoco tutto questo, possiamo ripetere con Pietro: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita”.

La soluzione del conflitto tra accettare o rifiutare la nostra vita, oppure, ponendo la domanda in termini religiosi, tra accettare o rifiutare che il pane della vita diventi pane di vita eterna, avviene dentro il vangelo, l’unico discorso possibile. Per quanto mi riguarda, il mio migliore possibile.

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Parole di vita

Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.

18 agosto 2024 – XX Domenica del tempo Ordinario
Vangelo: Gv 6,51-58

Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù prosegue il suo insegnamento utilizzando ampiamente la metafora del pane. L’alimento base del mondo mediterraneo diventa così un simbolo; nei pochi versetti del Vangelo del giorno il verbo “mangiare” ricorre otto volte in due diverse forme, rese però in italiano sempre con lo stesso verbo.  Quando il vangelo usa la formula “chi mangia la mia carne”, il participio greco corrispondente all’italiano “chi mangia” assume il senso del cibarsi masticando, mordendo, sgranocchiando. Si tratta di un’azione compiuta senza fretta, gustando la consistenza e il sapore dell’alimento di cui ci si sta nutrendo.
L’alimento è costituito dalle parole di Gesù, dalla sua carne, cioè dalla sua esistenza umana e carnale. Se già nel prologo Giovanni aveva annunciato che il Verbo si è fatto carne, ora, attraverso il discorso di Gesù, aggiunge che la carne si è fatta pane.
L’enfasi sull’azione del mangiare suggerisce che la parola e il corpo del Cristo siano cibo da consumare; il suo corpo non dev’essere oggetto di pietà, né premio riservato solo alle buone coscienze; è fatto per essere masticato e assimilato e, come il cibo che si consuma ordinariamente, si trasforma nella sostanza stessa della nostra persona. Così come ci si nutre materialmente per restare in salute e non finire anemici o moribondi, ci si nutre spiritualmente della Parola per mantenere la persona degna del fine per il quale è stata creata. Il Cristo non chiede sacrifici o culti particolari, cerimonie o liturgie sfavillanti. Chiama a rimanere in Lui e ad amarsi l’un l’altro come Lui ha amato noi.

Immaginiamo per un momento che una persona di un’altra religione o anche un ateo di oggi legga o ascolti questi versetti. Forse non direbbe più, come perfino Tacito era propenso a credere, che i cristiani si cibano di carne umana. Credo che l’umanità abbia fatto sufficienti passi nella conoscenza del bene e del male per saper adoperare il pensiero simbolico, ma posso capire che ai tempi di Gesù l’unico testo di riferimento erano i Rotoli della Legge e tutto veniva compreso alla luce della parola dei Padri. I membri della nuova comunità cristiana avranno avuto qualche difficoltà ad afferrare la differenza tra l’aspetto materiale del pane del cielo, fosse la manna caduta nel deserto o i pani moltiplicati da Gesù, e il pane spirituale come corpo e sangue del Cristo, parola di Dio incarnata. Ecco perché il discorso di Gesù appare duro e incomprensibile, e, a tal punto, da provocare l’allontanamento da lui. (Gv 6,60-66).

Non sono un esegeta, né un teologo, ma la sostanza dell’invito di Gesù a cibarsi del suo corpo mi sembra la stessa, rinnovata e in forma positiva, del comando di Dio, contenuto in Gn 2,17. La prima forma del verbo mangiare (fagéo) è la stessa usata in Gn 2,17: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non mangerai, perché, nel giorno in cui tu ne dovessi mangiare, certamente moriresti.” Mentre con queste parole Dio Padre comandava ad Adamo ed Eva di non cibarsi dell’albero della conoscenza del bene e del male, ora invece Gesù, Parola di Dio incarnata per una nuova alleanza con l’uomo, invita i discepoli a cibarsi della propria carne, in quanto autentico nutrimento sceso dal cielo, alimento tutto buono, perfetto, forse in connessione con quell’albero della vita (cfr Gn 2,9) che Adamo ed Eva avevano ignorato, preferendo, sventuratamente, l’albero della conoscenza del bene e del male.

Scegliere di amare il prossimo come se stessi e camminare sulla via indicata dai Vangeli, cibandosi quotidianamente della parola di Dio, è sempre una decisione che reca in sé il sigillo dello Spirito. Credo che l’uomo Gesù, nella profonda consapevolezza del suo compito, abbia liberamente sacrificato la sua esistenza terrena, senza sottrarsi alla malvagità umana, proprio perché la sua persona, coincidente con il Discorso di Dio, rivelasse finalmente il senso ultimo di quell’albero della vita originariamente piantato in Eden a beneficio dell’umanità.

La comprensione del cuore e l’amore ricevuto e dato fanno sì che, talvolta, i cherubini posti ancora lì, a guardia e protezione dell’albero della vita, lascino trapelare un bagliore di quel mistero.

Inutili mormorazioni

Il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne

11 agosto 2024 – XIX Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Gv 6,41-51

Nella storia del lungo esodo degli Israeliti è narrata una vicenda enigmatica, in cui si parla ancora di mormorazioni, come nel vangelo di questa domenica.
Si è spesso detto che Dio punì Mosè proibendogli di entrare nella Terra Promessa: non è un’interpretazione, è proprio scritto che il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete avuto fiducia in me per dare gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le do», (Num 20,12). A Meriba, mentre il popolo mormorava contro Mosè e contro Dio perché aveva sete, Mosè colpì una roccia con il suo bastone facendo sgorgare acqua in abbondanza. Prima, però, insieme ad Aronne, aveva radunato il popolo dicendo «Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?» (Num 7,10). In questo modo non aveva ubbidito alla lettera; il comando del Signore suonava in altro modo: “Convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua; tu farai sgorgare per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame” (Num 7,8).

Una profonda saggezza ha ispirato questo racconto, perché vi è rivelata una verità: si possono commettere errori di “posizionamento” nelle nostre relazioni con il prossimo, apparentemente benigni, ma dannosi per chi li commette. Per più di 2000 anni i teologi hanno pensato a questo curioso episodio e hanno fornito molteplici spiegazioni. Per esempio, Dio aveva chiesto a Mosè di “parlare alla roccia” non di colpirla, il gesto è quindi violento e non dialogico; il senso spirituale dell’episodio potrebbe essere un invito all’uso della parola piuttosto che della violenza: non si “percuote” per convincere qualcuno a dare ciò che normalmente non ha o non vuol dare. Si parla. Mosè evidentemente colpisce per “fare colpo” e si fa accusatore degli Israeliti perché avevano mormorato contro Dio, chiamandoli “ribelli”. Sembra che il Signore, in quell’occasione, non avesse avuto intenzione di rimproverare alcuno, volendo solo dissetare il suo popolo. Il comportamento di Mosè risulterebbe, come dire, un po’ eccessivo, teatrale, non privo di una certa violenza coercitiva, mentre forse avrebbe potuto essere più benevolo. In questo caso il bastone rappresenta per Mosè lo scettro del comando, piuttosto che un dono miracoloso offertogli dal Signore.

Ciascuno di noi, del resto, ha il proprio bastone “in stile Mosé”, certo più o meno potente, ma è pur vero che ognuno esercita il suo piccolo potere su qualcun altro. È un saggio insegnamento l’invito ad usarlo per sostenere e non per colpire, per incoraggiare e non per umiliare.
Il bastone di Mosè rappresentava il potere religioso e mi sembra sia chiaro il rischio del suo uso improprio: si testimonia l’abbondanza dell’acqua o si bacchettano le persone?
La tradizione ebraica tramanda che l’errore di Mosè fosse essenzialmente quello di indulgere all’ira. Nel cristianesimo indulgere all’ira è considerato uno dei sette peccati capitali, perché spezza i legami della fiducia.

Esiste anche un’altra interpretazione della vicenda, ricavata dal confronto con Es 17,5-6, dove è narrato un antecedente. Mosè aveva già fatto scaturire l’acqua colpendo una roccia, usando il bastone come Dio effettivamente gli aveva chiesto. Quindi Mosè, la seconda volta, avrebbe agito automaticamente allo stesso modo. L’uomo di fede dovrebbe essere sempre aperto alla novità della chiamata ad essere e ad agire, quindi circostanze diverse, in tempi diversi, richiedono modalità di soluzione differenti. Non necessariamente la formula rivelatasi giusta nel passato, sarà adeguata al futuro e sarebbe mancanza di fede affidarsi alle consuetudini.
Emblematicamente non si può entrare nella Terra Promessa conservando nel cuore la nostalgia del passato; il rimpianto del “buon tempo antico” è una cattiva compagnia, che ostacola il cammino personale, mentre il ruolo della Chiesa è quello di radunare il popolo, non per giudicarlo, piuttosto per sostenerlo nel cammino verso la Terra Promessa.
In tutte le confessioni religiose lo “slittamento” di Mosè verso la tentazione di considerare proprio il potere datogli da Dio, ritorna puntualmente. I sacramenti, per esempio, dovrebbero essere aperti a tutti senza condizioni, perché questa è la caratteristica della grazia, in via di principio non sarebbe possibile escludere alcuno senza dimostrare mancanza di fiducia nella grazia del Signore.
La buona notizia è, però, che se anche Mosè e Aronne non furono perfettamente obbedienti, o se qualcuno avesse scarsa fiducia nella grazia, il popolo avrà comunque sempre tutta l’acqua di cui ha sete. I cattivi servitori, dunque, non possono essere un alibi per la mancanza di fede nel Signore.

Mi sono dilungato sulla vicenda di Mosè e della roccia, perché la roccia è un’immagine del Cristo: “Tutti furono battezzati in Mosè… tutti bevevano la stessa bevanda spirituale, perché bevevano da una roccia spirituale che li seguiva, e quella roccia era Cristo”. (1 Cor 10,2). Se non riusciamo ad accettare il Cristo, non c’è bisogno di colpirlo, possiamo anche solo parlargli. Nutrirsi del dialogo con Dio è mangiare il pane disceso dal cielo, il Cristo, letteralmente la voce di Dio incarnatasi in Gesù di Nazaret.

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Il nutrimento spirituale

Maestro, quando sei giunto qui?

4 agosto 2024 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Gv 6,24-35

Il brano in questione è preceduto dal racconto della moltiplicazione dei pani, “segno” ricco di significato spirituale, oltre che materiale. Ora i discepoli attraversano il Lago di Galilea, Gesù si unisce a loro e il giorno dopo, senza che si sappia davvero come, la folla li raggiunge e rimane stupita nel vedere che Gesù è già lì, dall’altra parte del lago. Gli chiedono perfino come vi sia giunto. Gesù risponde spostando l’argomento appunto sul significato spirituale del cibo e sulle motivazioni di coloro che lo cercano: la folla non lo sta cercando perché ha visto un “segno”, ma perché ha mangiato con grande soddisfazione. Occorre mettersi al lavoro per ottenere non cibo fisico – certamente necessario, tuttavia deperibile – ma cibo spirituale che rimane per sempre.
Il Cristo non è essenzialmente colui che opera miracoli, degni di un generoso sovrano terreno, ma colui che dona quel nutrimento spirituale di cui gli uomini hanno una fame immensa, pari forse solo alla sete della samaritana sul bordo del pozzo, incontrata due capitoli fa.
La fame e la sete possono essere intese sia in senso materiale che spirituale, si tratta sempre e comunque di bisogni vitali, che ci caratterizzano, ma del loro aspetto spirituale non sempre siamo consapevoli. Forse per questa ragione Gesù prende le mosse dal regno materiale e utilizza segni per indicare la via maestra.
Quando l’evangelista fa dire a Gesù che bisogna lavorare per l’opera del Padre suo, la massa non sembra capire, crede si tratti di fare qualcosa di speciale per Dio. C’è sempre nei ragionamenti umani questo tarlo che consiste nel credere di poter o dover fare qualcosa per Dio.
Ed è bene sia così, forse perché è necessario rendersi conto fino in fondo che noi possiamo fare autonomamente, in questa vita, una sola cosa: lasciare che il Cristo ci preceda, cioè credere e non frapporre ostacoli tra noi e lui e, soprattutto, tra lui e gli altri.
L’opera di Dio è che noi crederemo nel Cristo. È tutto.
Il testo di oggi ha un precedente nell’episodio della manna durante l’esodo, mandata da Dio per sfamare gli israeliti durante la traversata del deserto, la manna era un cibo strano e bizzarro, tanto che il nome stesso attribuitole in ebraico significa “che cos’è?” Come la manna, anche il cibo spirituale proveniente dal Cristo può sembrare strano e meno attraente di quello a cui siamo abituati, eppure ci permette non solo di sopravvivere nella difficoltà, ma di vivere pienamente, perché “L’uomo non vive di solo pane, ma di tutto ciò che esce dalla bocca del Signore”.
La Parola di Dio non è la Bibbia in sé in quanto libro, come talvolta erroneamente si pensa, la Parola di Dio è Cristo stesso, di cui la Bibbia è testimonianza diretta. È il Cristo che ci sostiene e ci mantiene in vita, nel deserto del mondo e si manifesta in due modi: parola udibile e parola visibile, la parola della predicazione.
I primi cristiani ricordavano l’Ultima Cena partecipando a pasti comuni, ma si tendeva a considerarli solo banchetti, perdendone il senso spirituale. Per questo motivo si giunse a separare la mensa comune dal sacramento del pane e del vino. Paolo stesso menziona la questione già nella prima lettera ai Corinzi. Per l’azione dello Spirito Santo e la forza della fede il pane e il vino diventano segni della presenza di Cristo in mezzo a noi secondo il principio che chi viene a Lui non avrà mai fame e chi crede in Lui non avrà mai sete.
In sua assenza, certamente non muoriamo fisicamente, anzi in questo mondo alcuni vivono senza Dio senza rendersene neanche conto.
La situazione degli ebrei usciti dall’Egitto parla d’altronde solo di fame fisica: le provviste della partenza si esauriscono, si pensa di morire di fame nel deserto di sabbia, ci si ribella a Mosè e ai padri, ricordando i “piatti di carne” e il “pane a sazietà” che si sarebbe potuto avere, si dimentica la schiavitù che li imbandiva…e le cipolle…diventano desiderabili come fossero…bistecche fiorentine.
James Hillmann dice, molto appropriatamente, che la vita è il nostro racconto immaginario intorno a noi stessi, molto spesso organizzato su una sequenza di pensieri alterati da emozioni che ne stravolgono il senso reale. Per esempio, si può trascorrere un’intera esistenza nel rammarico di ciò che è stato o di ciò che non è stato o di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Come diceva una mia carissima amica, poco incline alla diplomazia: “Non è depressione, è imbecillità”. Certo è facile inventarsi un passato sul quale fermarsi, per non affrontare lo sforzo di procedere.
Il credente dovrebbe essere un nomade che viaggia leggero, un uomo o una donna intessuti nella trama del desiderio, che contano ogni giorno su un Dio fattosi per loro Parola e Pane di Vita.

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Spontaneità, generosità e miracolo

Prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì

28 luglio 2024 – XVII Domenica del Tempo Ordinario
Seconda Lettura: Ef 4,1-6
Vangelo: Gv 6,1-15

La moltiplicazione dei pani ricorre anche nei sinottici, ma solo Giovanni parla del ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci. Gli altri evangelisti parlano dei pani e dei pesci che servirono come base per sfamare la moltitudine, ma non ne indicano la provenienza, né il modo in cui arrivarono tra le mani di Gesù.
Giovanni scrive di questo ragazzo, forse un adolescente, che – previdente lui o previdenti i suoi genitori – portava con sé le provviste per la merenda. Certo la merenda sembra un po’ troppo sostanziosa per una sola persona; forse il giovane progettava di dividerla con qualcuno?
E come mai si trovava in mezzo alla folla al seguito del Nazareno? Aveva già incontrato Gesù? Era al corrente dei miracoli e dei discorsi di questo “rabbino” fuori del comune, che operava guarigioni e galvanizzava le persone con parole di speranza e di amore? Oppure il ragazzo si trovava lì per caso e altrettanto per caso aveva sentito il Maestro chiedere ai discepoli di dar da mangiare alla folla? Quali saranno stati i suoi pensieri? Avrà pensato anche lui, come gli apostoli, che i suoi pani e i suoi pesci erano troppo poco per sfamare circa cinquemila persone? Avrà esitato o agito d’impulso? Certo è che attorno alla sua persona non viene detto altro.
In ogni caso il cibo che sembra troppo per uno solo e troppo poco per molti, inaspettatamente si rivela abbondante per tutti. Ci saranno anche dodici ceste di avanzi.
Il giovane, quindi, è stato partecipe nei fatti e testimone in quella situazione, poi trasmessa nei secoli attraverso il racconto degli evangelisti.
Come prima domanda potremmo chiederci se il nostro giovane amico è stato o sarà ricompensato della buona azione. Secondo me, non aveva pensato a ricompense, sarebbe assurdo pensarlo, avrà messo a disposizione quel che aveva in modo semplice e spontaneo.
C’è molto da imparare da questo ragazzo, le domande sulla spontaneità, la generosità, la semplicità e la consistenza dell’offerta si moltiplicano all’infinito. Mi ritorna in mente anche l’offerta della vedova (Mc 12; Lc 21), che dà non traendo la sua offerta da ciò che ha in abbondanza, ma da ciò che per lei è necessario e appena sufficiente. Entrambi, sia il ragazzo che la vedova, si sentono liberi di condividere quel che hanno e di offrirlo quando se ne presenta l’occasione; così facendo, contribuiscono al compiersi del miracolo.
Non mi basta ripetere la conclusione: “Per quanto piccola possa essere l’offerta o apparentemente insignificante l’agire, il Signore saprà trasformare l’una e l’altro e amplificarli per il bene di tutti”.
Le parole di Gesù ai discepoli: “Date voi stessi loro da mangiare” sono un pungolo e rimbombano come un’esortazione continua. Il ragazzo si è comportato come un discepolo, mentre i discepoli formulavano caute e ragionevoli domande…
Il giovane ha risposto con slancio e generosità, comportandosi come un “discepolo”.
Che è successo dopo? L’inimmaginabile. Qualcosa cui si può credere solo per fede o per esserne stati partecipi e testimoni…
Credo che ognuno di noi sarà stato testimone di fatti non immaginabili, che hanno in comune con questo “segno”, il sigillo dell’abbondanza di ciò che per principio manca.
Io sono testimone di questo. A ciascuno rimane la possibilità di partecipare e condividere per trovare il segno della grazia nella quotidiana ordinarietà. Nessuno ci impedisce di pensare che attraverso comportamenti ispirati al modello del ragazzo e della vedova, si possa continuare a costruire la comunità umana. San Paolo stesso ci mette di fronte alla nostra responsabilità; se vogliamo conservare l’unità che abbiamo acquisito, la nostra condotta deve essere in linea con un criterio di tipo universale, e non reso frammentario da miriadi di particolarismi e interessi individuali. Purtroppo funzioniamo tutti… come candelotti di dinamite. La Chiesa contiene abbastanza “esplosivo” da farla saltare in pezzi: lì, un fratello cerca di acquisire ascendente sugli altri, qui, una sorella perde la pazienza e risponde duramente. Un altro ancora deplora la mancanza del sostegno fraterno a cui aspira. La reazione comune è la rassegnazione o, peggio, la divisione. Forse ci siamo già trovati di fronte a situazioni simili.
Il Signore ci aiuti ad agire nelle nostre relazioni come operatori di pace.

La sosta

Da tutte le città accorsero a piedi e giunsero là prima di loro

21 luglio 2024 – XVI Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 6,30-34

Il testo evangelico di questa domenica precede il racconto della moltiplicazione dei pani; sono versetti che illustrano il sentimento di Gesù di fronte all’umanità smarrita. Nel testo greco viene adoperato un verbo per questo sentimento che non ha un esatto equivalente in italiano, non si tratta semplicemente di compassione, ma di una profonda pietà che coinvolge tutta la persona. Questo significa che il Cristo vive in se stesso totalmente la sofferenza dell’altro, desiderando sanarla. La folla è instabile, disorientata, spaventata, corre a destra e a manca, va dove tira il vento, lasciandosi trascinare senza una meta.
D’altronde correre insieme senza un obiettivo propriamente autentico, magari mossi dalla fame, non è facile, anzi può essere anche molto pericoloso: se si esita, se non si va tutti alla stessa velocità, o se si cade, si può essere spinti, calpestati, travolti, e soprattutto altri possono rimanere travolti.
In un movimento di gregge, o, come si direbbe in psicologia sociale, nel ritrovarsi ad agire sotto l’influenza della cosiddetta “riprova sociale”, cioè di quel che pensa o fa la maggioranza, non c’è discernimento individuale e personale; se la maggioranza è allo sbando, si può essere trascinati inconsapevolmente in situazioni del tutto incontrollabili.
Questa folla indiscriminata, instabile, turba Gesù in profondità; è lo stesso tipo di massa allo sbando che più tardi griderà a gran voce: “Crocifiggilo!”.
Sì, perché una folla instabile, priva della capacità di provare compassione, non orientata al bene per decisione personale, diventa omicida, e, come un’imbarcazione senza timoniere, investe tutto ciò che trova prima di frantumarsi sugli scogli.
La mancanza di “discernimento” del popolo porterà infatti alla morte di Gesù.
Il fenomeno gregario è sempre esistito, esiste anche oggi ed è alla base anche di ogni conflitto armato. L’individuo, che non sa cosa pensare o fare in proprio, ha una naturale tendenza ad adottare il punto di vista dell’ “influencer” (o del politico) di turno e si comporta come una pecora in mezzo al gregge.
Si può trovare un esempio abbastanza comune di “riprova sociale” negli effetti delle recensioni online (positive o negative) oppure nell’atteggiamento di chi cerca un ristorante, e oggi, purtroppo quasi alla stessa stregua, un partito politico o, peggio, una credenza spirituale e un luogo di culto. Il più delle volte andrà dove c’è già molta gente entusiasta, nella direzione del gregge, seguendo spesso un “capo” che il più delle volte presta la propria voce agli istinti di difesa e auto conservazione di tipo animale. Sono queste le ragioni alla base del successo populista, o, peggio ancora, della radicalizzazione terroristica o dell’urgente bisogno irriflesso di vendetta.
La qualità straordinaria del racconto evangelico di oggi consiste nell’essere un pungolo continuo per ogni parte della persona rimasta muta e cieca (forse anche zoppa e sorda), perché sopraffatta dall’istinto gregario; il testo suggerisce anche il metodo risolutivo: il riposo nel deserto.
Cosa può voler dire? Non certo recarsi nel Sahara o nel Gobi ma “essere” in un tempo singolare e personale di sospensione della corsa faticosa di gruppo ora a destra e ora a manca, cercando attivamente una dimensione personale svuotata da idee e sentimenti appartenenti al passato e al futuro, con l’obiettivo di veder emergere nel presente un punto di vista diverso.

In una condizione di vuoto interiore è possibile udire la Parola di Dio, ritrovare la guida di se stessi e la direzione. Il deserto, dunque, è il luogo per ritrovare il senso dell’essere al mondo; si tratta di una sosta temporanea per ricominciare a vivere, a nutrirsi della Parola e a nutrire coloro che ci vengono incontro, quasi fossero arrivati prima di noi…

NB: per info sul particolare da un dipinto di Klimt riportato in copertina clicca qui

Calzare i sandali

Comandò loro di non prendere niente per il viaggio;
né pane, né sacca, né denaro nella cintura, ma soltanto un bastone

14 luglio 2024 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 6,7-13

Ricordo ancora l’inizio dell’anno pastorale nella mia parrocchia alcuni anni fa. Il comitato pastorale aveva preparato un grande striscione che recitava: “La nostra missione è annunciare Gesù Cristo al mondo d’oggi”. Vasta missione! Ma una tale definizione si trova così tanto a livello stratosferico che si applica a tutto e niente allo stesso tempo. Personalmente, mi sento un po’ imbarazzato a situare la mia vita lì.
Eppure siamo così tanto abituati alle missioni, per di più mi dico pure “missionario”. E poi, ad un certo punto ci siamo scoperti tutti “missionari in forza del battesimo”…
Nell’ambiente governativo, ogni ministero, ogni dipartimento, ogni sezione ha la sua missione, che ruota più o meno intorno al servizio ai cittadini, all’equa applicazione della legge… Anche le istituzioni educative hanno la loro missione. Anche i vari media, radio, televisione, giornali, riviste sono orgogliosi di una missione. La tradizione cristiana non ha più il monopolio della lingua sulla missione. Ma allora come collocare la missione in relazione agli altri?
Voglio prendermi il tempo di immergermi nella storia di Marco in cui Gesù manda i suoi discepoli a due a due. A che scopo? A prima vista, non lo sappiamo, perché Gesù semplicemente dà loro la capacità di dominare “spiriti disturbati” (che traduce il significato ebraico di impuro, cioè che sfugge alla normalità e ad un certo ordine), senza aggiungere nulla. Conoscendo il Vangelo di Marco, possiamo facilmente intuire che si tratta di continuare l’opera di Gesù, soprattutto perché la sua morte si profila all’orizzonte, preannunciata dalla morte di Giovanni Battista che segue nel racconto di lì a poco. Il volto di Gesù lasciato da Marco è quello di un uomo d’azione, che ha invitato le persone a cambiare vita perché il mondo di Dio è più vicino di prima e che non ha cessato di agire per trasformare anche fisicamente chi gli è vicino. Cosa fanno i Dodici per rispondere all’invio di Gesù? Chiedono alle persone di cambiare vita, liberano le persone dai loro impulsi malvagi (malattie psicologiche e mentali), curando gli infermi (gli afflitti da malattie fisiche) con l’unzione.
Seguendo questo racconto, come possiamo dunque definire la missione cristiana, e, più in particolare, la mia? Mi sembra che non si possa “inventare” una missione, per quanto nobile possa apparire, del tipo generale “annunciare Gesù Cristo”. Possiamo solo “scoprirla”. Il Vangelo dice anche: Gesù chiama i dodici e comincia a mandarli, quindi non è un’iniziativa dei discepoli. Questo fatto può generare una certa tensione: “A cosa sono chiamato, a quale scopo sono stato inviato, o, per dirla grossa, “Cosa si aspetta Dio da me?”
Questo racconto di Marco mi dà un indizio: Gesù dà ai suoi ciò che serve per dominare gli spiriti disturbati, cioè la capacità di padroneggiare tutto ciò che perverte gli esseri umani. Vengo chiamato solo là, dove ho la capacità di agire: la mia missione dipende da quello che sono e da quello che posso dare. Quindi, in fine dei conti, la vera domanda è: “Chi sono io e che cosa posso dare?”
So di essere sempre dove vengo chiamato e quello che faccio è anche la mia missione, ma il senso spirituale è per me una scoperta che continua. Capisco le immagini di Paolo di Tarso: Lui, che aveva tanto da dare, non può che esprimere forza, ardore, amore, passione in tutto ciò che intraprende, anche se attraversa ore buie e momenti dolorosi. 
Noi, che spesso soffriamo del vuoto di parola in molte delle nostre celebrazioni, possiamo accorgerci che c’è una chiamata missionaria per tutti i cristiani.
I discepoli vengono inviati senza alcun tipo di avere personale, senza nemmeno il minimo per la sussistenza, hanno “solo” il Vangelo, possono essere accolti esclusivamente a motivo della loro missione. Essere accolti, infatti, non solo vuol dire essere sotto la grazia delle persone che ti accolgono, ma soprattutto rendersi disponibili, pronti per essere ricevuti solo perché portatori della Parola, coerenti nell’azione. Il nostro mondo opera sulla base di lotte di potere, intimidazioni e violenza, pressione del denaro, prestigio e leva finanziaria: tutto questo non riguarda il Vangelo; l’audacia della sua semplicità consiste nell’essere un modello che non può in alcun modo essere agganciato all’egoismo prevalente nelle consuetudini mondane. La povertà degli inviati non può essere finta o superficiale: è l’unica condizione che rende possibile ascoltare ed essere testimoni della grazia. Diventare poveri significa accettare di ricevere ciò che Dio vuole darci attraverso coloro che incontriamo.
Il testo specifica che i discepoli vengono inviati a due a due, dunque l’invio non è una questione di realizzazione individuale. Il fatto di sostenersi a vicenda dice che la parola non è personale, viene da altrove, non è nostra, non è un potere individuale e personale. Esattamente come il potere e l’autorità sui demoni che Gesù dà ai suoi discepoli. Il Vangelo stesso è forza di liberazione. Gli spiriti, spesso descritti in Marco come spiriti di contestazione, si oppongono precisamente alla parola di Dio. L’unica arma contro di essi è la potenza della parola di Dio, che annuncia la grazia.

Si tratta di costruire un ponte verso la Buona Novella che sia transitabile;
Tutti coloro che hanno sperimentato la grazia della parola possono fare questo. Sarà poi la Parola stessa a produrre il cambiamento, ciò che conta è che le persone possano ancora una volta rialzarsi, reclamare la propria vita e la propria storia.

Siamo pieni di demoni che tentano di impadronirsi delle nostre vite a livello sociale, mentale, spirituale. Tutte le ideologie che vogliono convincerci della validità del fatalismo, della violenza e della guerra sono rappresentanti dei demoni più attivi del nostro tempo. Dobbiamo portare questo messaggio insieme e a tutti, ma non siamo i padroni della decisione di accoglierci e, forse, ignoreremo la risposta di Dio fino all’ultimo giorno.

“Va, con questa forza che hai.” (Giudici 6,14).

Nemo propheta in patria

Nessuno è profeta nella sua patria

7 luglio 2024 – XIV Domenica del Tempo Ordinario
Vangelo: Mc 6,1-6

Ci sono condizioni che rendono inefficace la Parola? Ci sono situazioni in cui anche la Parola e la potenza di Cristo possono essere del tutto inefficaci? Dove Cristo fallisce nella mia vita, nella mia famiglia, nella mia città, nel mio mondo? Cosa ostacola il suo potere di guarigione?
Dal brano di oggi ricaviamo che un’eccessiva familiarità con Gesù è di ostacolo.
Se provo ad immedesimarmi nei “molti che si stupivano”, non faccio fatica a credere che fossero perplessi. La gente conosceva perfettamente Gesù, anche la sua famiglia e il suo mestiere, appartenevano tutti alla stessa terra, abitavano sullo stesso suolo, ma da qui ad accettare quell’uomo come Messia, come Dio… Essendo uno di loro, veniva ascoltato, ma non accolto e seguito: dev’essere questa la condizione umana che rende inefficace la Parola. Miracoli? In questo caso non ne avvengono.
Il primo tema  di riflessione è quindi riscoprire Gesù Cristo come uno straniero, proveniente da un luogo che non ci è “familiare”, che dice e fa cose nuove, strane, forse addirittura sconvolgenti. Il passaggio difficile per noi, oggi, credo sia proprio quello dal Gesù storico al Cristo della fede. Il senso della predicazione del Nazareno non è sempre evidente, talvolta ci sorprende con la bellezza, talaltra ci irrita con ciò che a noi sembra contraddittorio.
Ad Abramo fu detto: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, va’ nel paese che io ti indicherò… Io ti benedirò… e tu diventerai una fonte di benedizione” (Gen 12,1-4). Cercare attivamente il Cristo è probabilmente l’inizio della salvezza perché la Parola di Dio ha di per sé il potere miracoloso di farci abbandonare le abitudini sterili, sia fisiche che mentali, ha il potere di vivificarci.
Il Cristo è la porta attraverso la quale possiamo uscire dalle nostre tane, per affrontare un percorso sconosciuto. Il Vangelo può disturbare molto le nostre abitudini, il nostro modo di essere, i nostri assunti fondamentali, ma non ci chiederà di smettere di pensare, di sentirci in colpa, di disperare del valore della nostra persona, del nostro futuro o di quello degli altri. Se questo accade, la voce è quella del mercenario o del ladro di pecore travestito da pastore.
Quando si parla di partire, non è sempre o solo una questione geografica come per Abramo, ma è anche una questione di “mollare” un punto di vista atrofizzato. C’è una novità che è più di quel che abbiamo, e questa è una buona notizia.
Certamente il testo di Ezechiele – il sacerdote esiliato, di cui ricordiamo il genio potente e le immagini grandiose del destino di Israele, punito e salvato da Dio – doveva suonare “irritante” per i deportati babilonesi del V secolo a.C. Meglio per loro era pensare ad Ezechiele come ad un pericoloso esaltato, piuttosto che riconoscerlo come un autentico rappresentante di Dio. Proprio come succederà a Gesù.
Quanto all’apostolo Paolo, nella seconda epistola ai Corinzi afferma che la forza divina si manifesta in lui proprio quando è più debole. Anzi, per lui l’autentico “successo” passa da qualcosa che mette in risalto la propria debolezza.
Forse “lo schiaffo di Satana” deriva dalla tentazione di lasciarsi inebriare dai risultati dell’azione e dall’impatto della Parola, e quindi la coscienza della fragilità salva anche dal delirio di onnipotenza.
Quanto a Gesù gli è “impedito di compiere il minimo miracolo” perché i suoi ascoltatori, per lo più amici intimi che lo frequentano quotidianamente, invece di lasciarsi toccare da ciò che sentono, preferiscono “etichettarlo”. Allora Gesù va nei paesini intorno, dove la sua parola fa centro. Succede che vada ad “interferire” in modo imprevedibile, ma pertinente, portando vita agli stranieri o ai malati o a chi è in grado di riceverla all’improvviso, perché pronto a lasciarsi turbare e ad avviarsi verso una nuova vita.
Il rischio per noi è quello di considerare Cristo come qualcuno che già conosciamo fin troppo bene, di cui sappiamo a memoria le parole, che si trasformano in qualcosa di ripetitivo e ben noto che non acquista mai nuovi significati. Il Vangelo può ancora sconvolgerci, proprio come la parola profetica sconvolgeva uomini e donne dei tempi antichi, che reagivano maltrattando e uccidendo i profeti. La parola profetica sembra strana perché porta un nuovo punto di vista. La parola di Cristo è ancora più forte, perché è come un atto di creazione, come quando dice “Bambina, alzati!”, un atto che fa passare dalla morte alla vita, o come quando dice “apriti” al muto che ritrova la parola. Il Cristo non è qui solo per confermarci in quello che siamo, ma per trasformarci, anche quando questo in un primo momento ci disturba profondamente. Si può rimanere fiduciosi perché l’azione di Dio non viola mai l’uomo, il miracolo è sempre quello di ridare vita, di promuovere una novità che fa progredire, che risolleva chi è a terra, che risuscita.
Ci si scopre riorientati verso la vita ed è un autentico miracolo; non si compie però tra chi non può rivivere a causa di un’eccessiva “familiarità” con parole ormai ripetute al pari di una cantilena scontata.

NB: in copertina riproduzione di Kazimir Severinovič Malevič (1878-1935), Suprematismo della pittura. Masse pittoriche in movimento, 1916, in Gilles Néret, Malevič, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2003, p.63.