Prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuรฌ
28 luglio 2024 – XVII Domenica del Tempo Ordinario Seconda Lettura: Ef 4,1-6 Vangelo: Gv 6,1-15
La moltiplicazione dei pani ricorre anche nei sinottici, ma solo Giovanni parla del ragazzo che ha cinque pani dโorzo e due pesci. Gli altri evangelisti parlano dei pani e dei pesci che servirono come base per sfamare la moltitudine, ma non ne indicano la provenienza, nรฉ il modo in cui arrivarono tra le mani di Gesรน. Giovanni scrive di questo ragazzo, forse un adolescente, che – previdente lui o previdenti i suoi genitori – portava con sรฉ le provviste per la merenda. Certo la merenda sembra un poโ troppo sostanziosa per una sola persona; forse il giovane progettava di dividerla con qualcuno? E come mai si trovava in mezzo alla folla al seguito del Nazareno? Aveva giร incontrato Gesรน? Era al corrente dei miracoli e dei discorsi di questo โrabbinoโ fuori del comune, che operava guarigioni e galvanizzava le persone con parole di speranza e di amore? Oppure il ragazzo si trovava lรฌ per caso e altrettanto per caso aveva sentito il Maestro chiedere ai discepoli di dar da mangiare alla folla? Quali saranno stati i suoi pensieri? Avrร pensato anche lui, come gli apostoli, che i suoi pani e i suoi pesci erano troppo poco per sfamare circa cinquemila persone? Avrร esitato o agito dโimpulso? Certo รจ che attorno alla sua persona non viene detto altro. In ogni caso il cibo che sembra troppo per uno solo e troppo poco per molti, inaspettatamente si rivela abbondante per tutti. Ci saranno anche dodici ceste di avanzi. Il giovane, quindi, รจ stato partecipe nei fatti e testimone in quella situazione, poi trasmessa nei secoli attraverso il racconto degli evangelisti. Come prima domanda potremmo chiederci se il nostro giovane amico รจ stato o sarร ricompensato della buona azione. Secondo me, non aveva pensato a ricompense, sarebbe assurdo pensarlo, avrร messo a disposizione quel che aveva in modo semplice e spontaneo. Cโรจ molto da imparare da questo ragazzo, le domande sulla spontaneitร , la generositร , la semplicitร e la consistenza dellโofferta si moltiplicano allโinfinito. Mi ritorna in mente anche lโofferta della vedova (Mc 12; Lc 21), che dร non traendo la sua offerta da ciรฒ che ha in abbondanza, ma da ciรฒ che per lei รจ necessario e appena sufficiente. Entrambi, sia il ragazzo che la vedova, si sentono liberi di condividere quel che hanno e di offrirlo quando se ne presenta lโoccasione; cosรฌ facendo, contribuiscono al compiersi del miracolo. Non mi basta ripetere la conclusione: โPer quanto piccola possa essere lโofferta o apparentemente insignificante lโagire, il Signore saprร trasformare lโuna e lโaltro e amplificarli per il bene di tuttiโ. Le parole di Gesรน ai discepoli: โDate voi stessi loro da mangiareโ sono un pungolo e rimbombano come unโesortazione continua. Il ragazzo si รจ comportato come un discepolo, mentre i discepoli formulavano caute e ragionevoli domandeโฆ Il giovane ha risposto con slancio e generositร , comportandosi come un โdiscepoloโ. Che รจ successo dopo? Lโinimmaginabile. Qualcosa cui si puรฒ credere solo per fede o per esserne stati partecipi e testimoniโฆ Credo che ognuno di noi sarร stato testimone di fatti non immaginabili, che hanno in comune con questo โsegnoโ, il sigillo dellโabbondanza di ciรฒ che per principio manca. Io sono testimone di questo. A ciascuno rimane la possibilitร di partecipare e condividere per trovare il segno della grazia nella quotidiana ordinarietร . Nessuno ci impedisce di pensare che attraverso comportamenti ispirati al modello del ragazzo e della vedova, si possa continuare a costruire la comunitร umana. San Paolo stesso ci mette di fronte alla nostra responsabilitร ; se vogliamo conservare l’unitร che abbiamo acquisito, la nostra condotta deve essere in linea con un criterio di tipo universale, e non reso frammentario da miriadi di particolarismi e interessi individuali. Purtroppo funzioniamo tuttiโฆ come candelotti di dinamite. La Chiesa contiene abbastanza โesplosivoโ da farla saltare in pezzi: lรฌ, un fratello cerca di acquisire ascendente sugli altri, qui, una sorella perde la pazienza e risponde duramente. Un altro ancora deplora la mancanza del sostegno fraterno a cui aspira. La reazione comune รจ la rassegnazione o, peggio, la divisione. Forse ci siamo giร trovati di fronte a situazioni simili. Il Signore ci aiuti ad agire nelle nostre relazioni come operatori di pace.
Da tutte le cittร accorsero a piedi e giunsero lร prima di loro
21 luglio 2024 – XVI Domenica del Tempo Ordinario Vangelo: Mc 6,30-34
Il testo evangelico di questa domenica precede il racconto della moltiplicazione dei pani; sono versetti che illustrano il sentimento di Gesรน di fronte allโumanitร smarrita. Nel testo greco viene adoperato un verbo per questo sentimento che non ha un esatto equivalente in italiano, non si tratta semplicemente di compassione, ma di una profonda pietร che coinvolge tutta la persona. Questo significa che il Cristo vive in se stesso totalmente la sofferenza dellโaltro, desiderando sanarla. La folla รจ instabile, disorientata, spaventata, corre a destra e a manca, va dove tira il vento, lasciandosi trascinare senza una meta. Dโaltronde correre insieme senza un obiettivo propriamente autentico, magari mossi dalla fame, non รจ facile, anzi puรฒ essere anche molto pericoloso: se si esita, se non si va tutti alla stessa velocitร , o se si cade, si puรฒ essere spinti, calpestati, travolti, e soprattutto altri possono rimanere travolti. In un movimento di gregge, o, come si direbbe in psicologia sociale, nel ritrovarsi ad agire sotto l’influenza della cosiddetta โriprova socialeโ, cioรจ di quel che pensa o fa la maggioranza, non cโรจ discernimento individuale e personale; se la maggioranza รจ allo sbando, si puรฒ essere trascinati inconsapevolmente in situazioni del tutto incontrollabili. Questa folla indiscriminata, instabile, turba Gesรน in profonditร ; รจ lo stesso tipo di massa allo sbando che piรน tardi griderร a gran voce: โCrocifiggilo!โ. Sรฌ, perchรฉ una folla instabile, priva della capacitร di provare compassione, non orientata al bene per decisione personale, diventa omicida, e, come unโimbarcazione senza timoniere, investe tutto ciรฒ che trova prima di frantumarsi sugli scogli. La mancanza di โdiscernimentoโ del popolo porterร infatti alla morte di Gesรน. Il fenomeno gregario รจ sempre esistito, esiste anche oggi ed รจ alla base anche di ogni conflitto armato. L’individuo, che non sa cosa pensare o fare in proprio, ha una naturale tendenza ad adottare il punto di vista dellโ โinfluencerโ (o del politico) di turno e si comporta come una pecora in mezzo al gregge. Si puรฒ trovare un esempio abbastanza comune di โriprova socialeโ negli effetti delle recensioni online (positive o negative) oppure nellโatteggiamento di chi cerca un ristorante, e oggi, purtroppo quasi alla stessa stregua, un partito politico o, peggio, una credenza spirituale e un luogo di culto. Il piรน delle volte andrร dove cโรจ giร molta gente entusiasta, nella direzione del gregge, seguendo spesso un โcapoโ che il piรน delle volte presta la propria voce agli istinti di difesa e auto conservazione di tipo animale. Sono queste le ragioni alla base del successo populista, o, peggio ancora, della radicalizzazione terroristica o dellโurgente bisogno irriflesso di vendetta. La qualitร straordinaria del racconto evangelico di oggi consiste nellโessere un pungolo continuo per ogni parte della persona rimasta muta e cieca (forse anche zoppa e sorda), perchรฉ sopraffatta dallโistinto gregario; il testo suggerisce anche il metodo risolutivo: il riposo nel deserto. Cosa puรฒ voler dire? Non certo recarsi nel Sahara o nel Gobi ma โessereโ in un tempo singolare e personale di sospensione della corsa faticosa di gruppo ora a destra e ora a manca, cercando attivamente una dimensione personale svuotata da idee e sentimenti appartenenti al passato e al futuro, con lโobiettivo di veder emergere nel presente un punto di vista diverso.
In una condizione di vuoto interiore รจ possibile udire la Parola di Dio, ritrovare la guida di se stessi e la direzione. Il deserto, dunque, รจ il luogo per ritrovare il senso dellโessere al mondo; si tratta di una sosta temporanea per ricominciare a vivere, a nutrirsi della Parola e a nutrire coloro che ci vengono incontro, quasi fossero arrivati prima di noiโฆ
NB: per info sul particolare da un dipinto di Klimt riportato in copertina clicca qui
Comandรฒ loro di non prendere niente per il viaggio; nรฉ pane, nรฉ sacca, nรฉ denaro nella cintura, ma soltanto un bastone
14 luglio 2024 – XV Domenica del Tempo Ordinario Vangelo: Mc 6,7-13
Ricordo ancora lโinizio dell’anno pastorale nella mia parrocchia alcuni anni fa. Il comitato pastorale aveva preparato un grande striscione che recitava: โLa nostra missione รจ annunciare Gesรน Cristo al mondo dโoggiโ. Vasta missione! Ma una tale definizione si trova cosรฌ tanto a livello stratosferico che si applica a tutto e niente allo stesso tempo. Personalmente, mi sento un poโ imbarazzato a situare la mia vita lรฌ. Eppure siamo cosรฌ tanto abituati alle missioni, per di piรน mi dico pure โmissionarioโ. E poi, ad un certo punto ci siamo scoperti tutti โmissionari in forza del battesimoโโฆ Nellโambiente governativo, ogni ministero, ogni dipartimento, ogni sezione ha la sua missione, che ruota piรน o meno intorno al servizio ai cittadini, all’equa applicazione della legge… Anche le istituzioni educative hanno la loro missione. Anche i vari media, radio, televisione, giornali, riviste sono orgogliosi di una missione. La tradizione cristiana non ha piรน il monopolio della lingua sulla missione. Ma allora come collocare la missione in relazione agli altri? Voglio prendermi il tempo di immergermi nella storia di Marco in cui Gesรน manda i suoi discepoli a due a due. A che scopo? A prima vista, non lo sappiamo, perchรฉ Gesรน semplicemente dร loro la capacitร di dominare “spiriti disturbati” (che traduce il significato ebraico di impuro, cioรจ che sfugge alla normalitร e ad un certo ordine), senza aggiungere nulla. Conoscendo il Vangelo di Marco, possiamo facilmente intuire che si tratta di continuare lโopera di Gesรน, soprattutto perchรฉ la sua morte si profila allโorizzonte, preannunciata dalla morte di Giovanni Battista che segue nel racconto di lรฌ a poco. Il volto di Gesรน lasciato da Marco รจ quello di un uomo dโazione, che ha invitato le persone a cambiare vita perchรฉ il mondo di Dio รจ piรน vicino di prima e che non ha cessato di agire per trasformare anche fisicamente chi gli รจ vicino. Cosa fanno i Dodici per rispondere allโinvio di Gesรน? Chiedono alle persone di cambiare vita, liberano le persone dai loro impulsi malvagi (malattie psicologiche e mentali), curando gli infermi (gli afflitti da malattie fisiche) con lโunzione. Seguendo questo racconto, come possiamo dunque definire la missione cristiana, e, piรน in particolare, la mia? Mi sembra che non si possa โinventareโ una missione, per quanto nobile possa apparire, del tipo generale โannunciare Gesรน Cristoโ. Possiamo solo โscoprirlaโ. Il Vangelo dice anche: Gesรน chiama i dodici e comincia a mandarli, quindi non รจ un’iniziativa dei discepoli. Questo fatto puรฒ generare una certa tensione: โA cosa sono chiamato, a quale scopo sono stato inviato, o, per dirla grossa, โCosa si aspetta Dio da me?โ Questo racconto di Marco mi dร un indizio: Gesรน dร ai suoi ciรฒ che serve per dominare gli spiriti disturbati, cioรจ la capacitร di padroneggiare tutto ciรฒ che perverte gli esseri umani. Vengo chiamato solo lร , dove ho la capacitร di agire: la mia missione dipende da quello che sono e da quello che posso dare. Quindi, in fine dei conti, la vera domanda รจ: โChi sono io e che cosa posso dare?โ So di essere sempre dove vengo chiamato e quello che faccio รจ anche la mia missione, ma il senso spirituale รจ per me una scoperta che continua. Capisco le immagini di Paolo di Tarso: Lui, che aveva tanto da dare, non puรฒ che esprimere forza, ardore, amore, passione in tutto ciรฒ che intraprende, anche se attraversa ore buie e momenti dolorosi. Noi, che spesso soffriamo del vuoto di parola in molte delle nostre celebrazioni, possiamo accorgerci che c’รจ una chiamata missionaria per tutti i cristiani. I discepoli vengono inviati senza alcun tipo di avere personale, senza nemmeno il minimo per la sussistenza, hanno โsoloโ il Vangelo, possono essere accolti esclusivamente a motivo della loro missione. Essere accolti, infatti, non solo vuol dire essere sotto la grazia delle persone che ti accolgono, ma soprattutto rendersi disponibili, pronti per essere ricevuti solo perchรฉ portatori della Parola, coerenti nellโazione. Il nostro mondo opera sulla base di lotte di potere, intimidazioni e violenza, pressione del denaro, prestigio e leva finanziaria: tutto questo non riguarda il Vangelo; l’audacia della sua semplicitร consiste nellโessere un modello che non puรฒ in alcun modo essere agganciato allโegoismo prevalente nelle consuetudini mondane. La povertร degli inviati non puรฒ essere finta o superficiale: รจ lโunica condizione che rende possibile ascoltare ed essere testimoni della grazia. Diventare poveri significa accettare di ricevere ciรฒ che Dio vuole darci attraverso coloro che incontriamo. Il testo specifica che i discepoli vengono inviati a due a due, dunque lโinvio non รจ una questione di realizzazione individuale. Il fatto di sostenersi a vicenda dice che la parola non รจ personale, viene da altrove, non รจ nostra, non รจ un potere individuale e personale. Esattamente come il potere e l’autoritร sui demoni che Gesรน dร ai suoi discepoli. Il Vangelo stesso รจ forza di liberazione. Gli spiriti, spesso descritti in Marco come spiriti di contestazione, si oppongono precisamente alla parola di Dio. Lโunica arma contro di essi รจ la potenza della parola di Dio, che annuncia la grazia.
Si tratta di costruire un ponte verso la Buona Novella che sia transitabile; Tutti coloro che hanno sperimentato la grazia della parola possono fare questo. Sarร poi la Parola stessa a produrre il cambiamento, ciรฒ che conta รจ che le persone possano ancora una volta rialzarsi, reclamare la propria vita e la propria storia.
Siamo pieni di demoni che tentano di impadronirsi delle nostre vite a livello sociale, mentale, spirituale. Tutte le ideologie che vogliono convincerci della validitร del fatalismo, della violenza e della guerra sono rappresentanti dei demoni piรน attivi del nostro tempo. Dobbiamo portare questo messaggio insieme e a tutti, ma non siamo i padroni della decisione di accoglierci e, forse, ignoreremo la risposta di Dio fino all’ultimo giorno.
โVa, con questa forza che hai.โ (Giudici 6,14).
7 luglio 2024 – XIV Domenica del Tempo Ordinario Vangelo: Mc 6,1-6
Ci sono condizioni che rendono inefficace la Parola?ย Ci sono situazioni in cui anche la Parola e la potenza di Cristo possono essere del tutto inefficaci? Dove Cristo fallisce nella mia vita, nella mia famiglia, nella mia cittร , nel mio mondo? Cosa ostacola il suo potere di guarigione? Dal brano di oggi ricaviamo che unโeccessiva familiaritร con Gesรน รจ di ostacolo. Se provo ad immedesimarmi nei โmolti che si stupivanoโ, non faccio fatica a credere che fossero perplessi. La gente conosceva perfettamente Gesรน, anche la sua famiglia e il suo mestiere, appartenevano tutti alla stessa terra, abitavano sullo stesso suolo, ma da qui ad accettare quell’uomo come Messia, come Dioโฆ Essendo uno di loro, veniva ascoltato, ma non accolto e seguito: devโessere questa la condizione umana che rende inefficace la Parola. Miracoli? In questo caso non ne avvengono. Il primo temaย di riflessione รจ quindi riscoprire Gesรน Cristo come uno straniero, proveniente da un luogo che non ci รจ โfamiliareโ, che dice e fa cose nuove, strane, forse addirittura sconvolgenti. Il passaggio difficile per noi, oggi, credo sia proprio quello dal Gesรน storico al Cristo della fede. Il senso della predicazione del Nazareno non รจ sempre evidente, talvolta ci sorprende con la bellezza, talaltra ci irrita con ciรฒ che a noi sembra contraddittorio. Ad Abramo fu detto: โVattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, vaโ nel paese che io ti indicherรฒ… Io ti benedirรฒ… e tu diventerai una fonte di benedizioneโ (Gen 12,1-4). Cercare attivamente il Cristo รจ probabilmente lโinizio della salvezza perchรฉ la Parola di Dio ha di per sรฉ il potere miracoloso di farci abbandonare le abitudini sterili, sia fisiche che mentali, ha il potere di vivificarci. Il Cristo รจ la porta attraverso la quale possiamo uscire dalle nostre tane, per affrontare un percorso sconosciuto. Il Vangelo puรฒ disturbare molto le nostre abitudini, il nostro modo di essere, i nostri assunti fondamentali, ma non ci chiederร di smettere di pensare, di sentirci in colpa, di disperare del valore della nostra persona, del nostro futuro o di quello degli altri. Se questo accade, la voce รจ quella del mercenario o del ladro di pecore travestito da pastore. Quando si parla di partire, non รจ sempre o solo una questione geografica come per Abramo, ma รจ anche una questione di โmollareโ un punto di vista atrofizzato. Cโรจ una novitร che รจ piรน di quel che abbiamo, e questa รจ una buona notizia. Certamente il testo di Ezechiele – il sacerdote esiliato, di cui ricordiamo il genio potente e le immagini grandiose del destino di Israele, punito e salvato da Dio – doveva suonare โirritanteโ per i deportati babilonesi del V secolo a.C. Meglio per loro era pensare ad Ezechiele come ad un pericoloso esaltato, piuttosto che riconoscerlo come un autentico rappresentante di Dio. Proprio come succederร a Gesรน. Quanto allโapostolo Paolo, nella seconda epistola ai Corinzi afferma che la forza divina si manifesta in lui proprio quando รจ piรน debole. Anzi, per lui lโautentico โsuccessoโ passa da qualcosa che mette in risalto la propria debolezza. Forse โlo schiaffo di Satanaโ deriva dalla tentazione di lasciarsi inebriare dai risultati dellโazione e dallโimpatto della Parola, e quindi la coscienza della fragilitร salva anche dal delirio di onnipotenza. Quanto a Gesรน gli รจ โimpedito di compiere il minimo miracoloโ perchรฉ i suoi ascoltatori, per lo piรน amici intimi che lo frequentano quotidianamente, invece di lasciarsi toccare da ciรฒ che sentono, preferiscono โetichettarloโ. Allora Gesรน va nei paesini intorno, dove la sua parola fa centro. Succede che vada ad โinterferireโ in modo imprevedibile, ma pertinente, portando vita agli stranieri o ai malati o a chi รจ in grado di riceverla allโimprovviso, perchรฉ pronto a lasciarsi turbare e ad avviarsi verso una nuova vita. Il rischio per noi รจ quello di considerare Cristo come qualcuno che giร conosciamo fin troppo bene, di cui sappiamo a memoria le parole, che si trasformano in qualcosa di ripetitivo e ben noto che non acquista mai nuovi significati. Il Vangelo puรฒ ancora sconvolgerci, proprio come la parola profetica sconvolgeva uomini e donne dei tempi antichi, che reagivano maltrattando e uccidendo i profeti. La parola profetica sembra strana perchรฉ porta un nuovo punto di vista. La parola di Cristo รจ ancora piรน forte, perchรฉ รจ come un atto di creazione, come quando dice โBambina, alzati!โ, un atto che fa passare dalla morte alla vita, o come quando dice โapritiโ al muto che ritrova la parola. Il Cristo non รจ qui solo per confermarci in quello che siamo, ma per trasformarci, anche quando questo in un primo momento ci disturba profondamente. Si puรฒ rimanere fiduciosi perchรฉ lโazione di Dio non viola mai lโuomo, il miracolo รจ sempre quello di ridare vita, di promuovere una novitร che fa progredire, che risolleva chi รจ a terra, che risuscita. Ci si scopre riorientati verso la vita ed รจ un autentico miracolo; non si compie perรฒ tra chi non puรฒ rivivere a causa di un’eccessiva โfamiliaritร โ con parole ormai ripetute al pari di una cantilena scontata.
NB: in copertina riproduzione di Kazimir Severinoviฤ Maleviฤ (1878-1935), Suprematismo della pittura. Masse pittoriche in movimento, 1916, in Gilles Nรฉret, Maleviฤ, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2003, p.63.
30 giugno 2024 – XIII Domenica del Tempo Ordinario Seconda Lettura: 2Cor 8,7.9.13-15 Vangelo: Mc 5,21-43
Nei capitoli 8 e 9 Paolo incoraggia i Corinzi a essere generosi nel dare. In questi capitoli troveremo principi a volte insoliti che possono aiutarci. Consideriamo innanzitutto come si รจ manifestata la grazia di Dio nei cristiani della Macedonia. Per ricchezza o successo? Erano molto poveri e perseguitati. Era piuttosto la loro generositร nonostante la precarietร della loro situazione. Si noti inoltre che non รจ la quantitร che conta, ma lโatteggiamento (v. 3) e la motivazione (v. 5). Ricordiamo poi che il vero amore non si esprime con le parole o la conoscenza, ma con la generositร , come Cristo (vv. 8-9). Un amore che frena davanti alla necessitร di mettere mano al portafoglio per aiutare qualcuno ad uscire dalla miseria non puรฒ essere molto profondo; e questo รจ ovvio, ma cโรจ di piรน. Per portafoglio non intendo soltanto o semplicisticamente il denaro, ma tutto ciรฒ che ciascuno ha, che considera โproprioโ. Tutto ciรฒ che abbiamo appartiene effettivamente al Signore, dal benessere materiale, alla salute, alle doti intellettuali e morali: non si tratta di beni โnostriโ, ma di beni a noi โaffidatiโ. La questione fondamentale consiste nel come gestirli correttamente. Come scrive Paolo: โnon si tratta di mettere voi nel bisogno per dare sollievo agli altri, ma di seguire un principio di uguaglianzaโ, affinchรฉ non ci siano dislivelli che impoveriscono una parte a favore di unโaltra. E, ribadisco, non si tratta solo di denaro. Anche la psicologia ci dice oggi che chi non riceve amore, non riesce a darne: una forma di impoverimento, forse piรน dannosa dellโimpoverimento materiale. Pensiamo, per esempio, allโemorroissa (Mc 5,21-43): vive ai margini della societร a causa della sua malattia: si vergogna, ha paura, vive una doppia paura, come i discepoli durante la tempesta sedata; teme non soltanto per sรฉ, ma trema anche davanti alla guarigione ottenuta. Ha solo cercato di toccare la veste di Gesรน nella certezza di essere salvata, con un atteggiamento che ricorda quello del centurione romano il cui servo sta per morire: โdiโ una sola parola e il mio servo sarร guaritoโ (Mt 8, 8). Nella fede cโรจ una distanza fisica tra lโessere umano sofferente e il Cristo che genera timore. Senza la convinzione che Gesรน avrebbe potuto guarirla, perfino se fosse riuscita solo a sfiorarne il vestito, la donna sarebbe rimasta bloccata in un ciclo infernale di malattia e vergogna. Ha trovato invece, al Suo passaggio, la forza di avere fiducia in una fonte di guarigione distante e quasi intangibile. Marco dice che โGesรน sentรฌ una forza uscire da luiโ: ancora una forma del โdareโ, perfino ignorando a chi. Il testo greco parla di โdโโโynamisโ, termine da cui derivano anche lโitaliano โdinamismoโ e โdinamiteโ, che le Bibbie traducono con โforzaโ o โpotereโ, e talvolta anche con โmiracoloโ. Preferisco pensare ad unโenergia spirituale che agisce con potenza nellโintimitร e nella segretezza: invisibile, come appunto nel caso della guarigione dellโemorroissa. Gesรน la โrialzaโ in maniera invisibile e non percepibile da altri. Il ripiegamento su se stessi dร origine a paure e ferite interminabili. La fede spezza il circolo vizioso della paura, rompe lโostacolo principale e lascia il Cristo libero di agire. Comprendo bene anche il timore per โlโenormitร โ del fatto. Il rialzarsi interiore si traduce in un cambiamento di comportamento, permettendo che si manifesti, diventi visibile ciรฒ che il Cristo ha compiuto in modo invisibile. La guarigione dellโemorroissa รจ emblematica del discorso cristiano sugli umili, i feriti della vita e gli emarginati; un discorso che muove dalla sapienza e dalla conoscenza dellโerranza e dellโindifferenza del mondo, della gente in strada, che passa cieca, sorda o senza parola. Ma nel mondo cโรจ anche questa forza unica dellโesser privi di tutto, tranne che della fede. Tutti siamo poveri di fronte alla malattia; se pensiamo che lโisolamento protegga, รจ necessario rendersi conto invece che รจ soltanto lโinizio della paura, lโinnesco di un circolo vizioso che depaupera la vita e inaridisce lโamore. Ci si ritrova indeboliti come i popoli dellโEuropa Medievale, dopo la grande peste che aveva distrutto metร della sua popolazione. Oggi, secondo me, la guerra รจ peggio della peste, รจ peggio di qualsiasi pandemia; lโostinazione del ripiegamento verso lโinteresse materiale a qualsiasi costo crea delle implosioni, mentre qualcosa della nostra civiltร sta per crollare, costringendoci a cambiare rapidamente il nostro modo di essere.
Cosa nutre le nostre speranze? Che speranza abbiamo, nonostante tutto?
23 giugno 2024 – XII Domenica del Tempo Ordinario Vangelo: Mc 4,35-41
Durante la tempesta sembra che i discepoli non sappiano come relazionarsi con Gesรน. Quando il maltempo inizia non gli rivolgono parola: Gesรน dorme. Quando la cosa diventa davvero grave, si lasciano prendere dal panico, lo svegliano e, come per rimproverarlo, gli chiedono affannosamente se sia indifferente alla loro sorte: โMaestro, non ti importa che noi moriamo?โ Quando Gesรน si sveglia e seda la tempesta, i discepoli rimangono terrorizzati. In altre parole, quando hanno lโimpressione che il Signore non faccia nulla, lo sgridano, quando agisce per salvarli, si spaventano. Qualunque cosa faccia il Signore, sono i discepoli a non essere mai sereni. Giustamente il Signore chiede: โPerchรฉ siete cosรฌ paurosi? Non avete ancora fede?โ Dunque la fede รจ un elemento indispensabile per la salvezza personale. E noi? Te la prendi mai con Dio? Sei stato mai tentato di farlo? Io sรฌ. Cosa fare quando il Creato intorno a noi sembra caotico? Anche nei Paesi โparadisiaciโ, dietro tutte le belle foto e al di lร delle apparenze, c’รจ la sofferenza umana. Ovunque come a casa nostra.
Potrei ricordare che, circa 3000 anni fa, Giobbe aveva osato sfidare Dio a proposito delle proprie sofferenze in modo molto diretto; anche noi abbiamo il diritto di parlargli francamente. I Salmi sono pieni di simili colloqui; รจ tratta dal Salmo 22 la domanda che Gesรน ripete al Padre sulla croce: โDio mio, Dio mio, perchรฉ mi hai abbandonato?โ. ร difficile immaginare una domanda piรน umana e personale di questa. Certo potremmo non provare ora sofferenze atroci, ma spesso il nostro orizzonte non รจ โroseoโ.
Quali che siano le nostre difficoltร personali, le parole di Paolo nella Lettera ai Romani, dovrebbero aiutarci ad ampliare lo sguardo. Mentre di solito tendiamo a guardare le nostre difficoltร come individui separati dagli altri e autonomi rispetto a Dio, Paolo parla non solo della nostra sofferenza personale, ma della sofferenza di tutto il Creato: โLa creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti รจ stata sottomessa alla caducitร – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitรน della corruzione, per entrare nella libertร della gloria dei figli di Dio. […]; essa non รจ la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.โ (Rm 8, 21-23). Lโapostolo delle genti non separa la sofferenza della Creazione da quella dei figli di Dio; il loro futuro รจ intimamente connesso. Lโepistola di Paolo, con piรน di due millenni di vita, รจ di straordinaria attualitร , proprio perchรฉ mette in luce questo fatto, e lo comprendiamo bene, se anche solo per un attimo pensiamo allโattuale situazione del nostro pianeta.
Lโinvito iniziale di Gesรน, perรฒ, segna una svolta e una rottura definitiva col passato rispetto alla posizione da prendere: โIn quello stesso giorno, alla sera, Gesรน disse loro: โPassiamo all’altra rivaโ.ย Gesรน invita i suoi discepoli ad attraversare il mare di Galilea per recarsi in un altro territorio ed รจ in quella situazione che le onde del lago cominciano a gonfiarsi, agitate dal vento: unโimmagine che parla da sola di ciรฒ che sperimentiamo durante i โpassaggiโ della nostra vita: l’instabilitร e lโevidente rischio. Se devo andare โallโaltra rivaโ, dovrรฒ per forza attraversare il lago e non รจ detto che ci sia sempre bel tempo. Se si alzasse la tempesta e fossi ancora lontano dalla riva, potrei essere sbattuto a destra e a sinistra, imbarcare acqua e anche se fossi un esperto barcaiuolo e un ottimo nuotatore – โnavigatoโ, come si suol dire – avrei paura, sarei cosciente del fatto che non basta saper nuotareโฆ I discepoli non solo sperimentano la tempesta, ma si sentono soli in quel frangente, come se il Signore, che dovrebbe aver cura di loro, perchรฉ loro si sono messi nelle sue mani, dorme, non si fa sentire, non risponde. Non รจ disturbato dal rumore del vento, nรฉ dai movimenti della barca, nรฉ dall’agitazione degli amati discepoli. Si potrebbe dire che dorme il sonno dei giusti. I discepoli sono preoccupati, forse anche irritati, scuotono il Maestro, che si sveglia allโapparenza indifferente, come se non si fosse accorto di nulla fino a quel momento. Del resto, quando dormi profondamente, non sei consapevole di cosa succede attorno, ma quando sei sveglio ti accorgi e puoi intervenire nelle situazioni. Se รจ Gesรน ad intervenire, perchรฉ tu glielo hai chiesto, la tempesta รจ sedata. Il Signore, prima immerso nell’incoscienza del sonno, si rivela improvvisamente padrone degli elementi naturali e assume tutte le prerogative della divinitร salvatrice, cosรฌ come aveva promesso.
A noi, che da Adamo ed Eva in poi preferiamo essere consapevoli del bene e soprattutto del male, e che ci immaginiamo indipendenti dal Signore e dal resto del Creato, in caso analogo, dirร : โPerchรฉ avete tanta paura? Non avete ancora fede?โ
Il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come
16 giugno 2024 – XI Domenica del Tempo Ordinario Vangelo: Mc 4,26-34
Ecco una parabola di Gesรน per spiegare ai suoi discepoli che il regno di Dio necessariamente va avanti cosรฌ come in natura il seme cresce e si sviluppa. Marco ricorda ai cristiani del suo tempo, decimati dalle persecuzioni, di perseverare con fiducia perchรฉ, in ogni caso, l’opera di Dio procede irresistibilmente, fino al suo pieno compimento. La parabola non ha perso nulla della sua attualitร . Rassicura gli ansiosi che si angosciano perchรฉ non vedono progressi negli altri o in se stessi, conforta quanti sono scandalizzati dalle tristi situazioni del nostro mondo. La valutazione negativa degli scandali morali, degli imbrogli finanziari, dell’arroganza politica, delle violenze fratricide non deve far disperare sull’avanzamento del regno di Dio. ร come se ci venisse detto: “Non cercate di affrettare la primavera tirando i germogli, non รจ cosรฌ che crescono le piante; il raccolto รจ in arrivo, arriverร a suo tempo, abbiate pazienza e fiducia”. L’altra parabola, quella del piccolo seme che fa nascere un grande albero, rimanda alla discrezione di un Dio nascosto, nรฉ rumoroso, nรฉ spettacolare, che non avanza attraverso imprese, dimostrazioni di forza o di prestigio, e nemmeno attraverso la costrizione delle leggi; procede discretamente, attraverso la fragilitร umana, attraverso piccoli gesti ordinari, avvertimenti e avvenimenti il piรน delle volte inosservati.
Ora la questione primaria consiste nel sapere cosa s’intenda per “Regno di Dio”. Ci sono diverse concezioni teologiche, ma una cosa รจ certa, (cfr Lc 17,21), Gesรน ha detto che si trova dentro di noi. La tendenza a considerare il regno di Dio esclusivamente come una realtร escatologica, che si realizzerร alla fine dei tempi come un evento cosmico durante il quale il Cristo ritornerร per regnare, in seguito al giudizio, con i giusti nella pace, nella fedeltร e nella gioia eterna, รจ una limitazione che imponiamo ai nostri pensieri, perchรฉ difficilmente gli esseri umani riescono a percepire con urgenza qualcosa che si avvera oltre l’arco della loro esistenza terrena: siamo noi ad essere limitati. Il Regno di Dio non รจ una realtร futura, รจ qualcosa che cresce in ogni credente qui ed ora, per essere portato a compimento in modalitร a noi completamente ignote. ร vero, tuttavia, che i primi cristiani credevano nell’imminenza della fine del mondo. Gesรน, probabilmente, parlava di qualcosa di molto piรน grande, che i discepoli hanno interpretato come il riferimento ad un evento storico tremendo e imminente. Possiamo quindi intendere la nozione di “Regno di Dio” come tutto ciรฒ che, a partire da ora, nel nostro mondo e in noi, riconosce in Cristo il Dio incarnatosi per la salvezza di tutto il genere umano. Nel nostro mondo, spesso, sono lโodio e la violenza ad avere la meglio, piuttosto che lโamore per Dio e per il prossimo. Ciรฒ che chiediamo ogni giorno nel Padre Nostro, infatti, รจ che venga il regno di Dio, cioรจ che progredisca nel mondo il regno della giustizia, della pace, della fraternitร , della grazia. Come parte attiva e collaborante, gli stessi cristiani sono responsabili del realizzarsi del regno di Dio attraverso la fede. Gesรน infatti, dice anche: “… se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: ‘Spostati da qui a lร โ, ed esso si sposterร , e nulla vi sarร impossibile”. Cosรฌ come esistono un regno minerale, un regno vegetale, un regno animale, esiste un regno spirituale accessibile ad ogni essere umano. Siamo molto di piรน che “semplici” mammiferi, proprio perchรฉ, attraverso la parola e la fede, possiamo accedere alla dimensione spirituale, che รจ parte del divino che ci abita. La nostra responsabilitร principale consiste nel riconoscere, custodire, mantenere viva e lasciar crescere la realtร spirituale che รจ in noi. Molti sperimentano, prima o dopo, un allontanamento dalla fede. Si tratta di un’esperienza paragonabile al seme di grano piantato in autunno: cresce rapidamente, e poi, durante l’inverno, vegeta. Non appena le condizioni esterne diventano favorevoli puรฒ svilupparsi molto rapidamente, dando i suoi frutti. Se la parola รจ il seme che รจ stato seminato (cfr Mc 4,3ss) abbiamo ricevuto una grazia originaria valida per tutti fino alla fine dei tempi. Non per meriti particolari, anzi, proprio perchรฉ necessitiamo di continua redenzione e senza lo Spirito non possiamo far nulla. Se guardiamo con onestร e lealtร dentro noi stessi, ci accorgiamo che รจ proprio cosรฌ, e potremmo renderci conto improvvisamente che la nostra vita terrena รจ anche l’unica occasione di accesso al Regno di Dio. Questa parabola รจ un testo nel quale ogni lettore puรฒ immergersi per riconoscere e riconsiderare la propria occasione di grazia. Il servo “cattivo” della parabola dei Talenti si ritrova gettato “fuori, nelle tenebre” perchรฉ, quasi spaventato dal talento ricevuto, lo ha sotterrato, non usato e restituito, senza averlo minimamente curato. In fondo, non ha commesso alcun esecrabile delitto, ma ha rifiutato di accettare la grazia, di custodire e far crescere il seme della parola. Potremmo sostenere addirittura che nell’uomo, e proprio in ogni persona, sia riposta l’infinita speranza di Dio. Che ci si creda o meno, la nostra posizione cambierร il corso e gli esiti delle nostre vite, ma non impedirร a Dio di esistere, nรฉ che Egli riponga le sue speranze in ogni essere umano. A ciascuno di noi รจ stato dato qualcosa per pura grazia; questo qualcosa รจ destinato a crescere e a trasformare la nostra vita e i nostri atti per rendere il mondo un luogo piรน sereno. Anche se ciรฒ che avessimo ora fosse un germoglio fragile, a questo dovremmo dedicare tutte le nostre cure, affinchรฉ non si realizzi proprio nella nostra persona la distruzione della dimensione spirituale come avvisato nel versetto conclusivo della parabola dei Talenti: “a chi ha sarร dato, a chi non ha sarร tolto quello che ha”. L’invito รจ alla cura di ogni aspetto positivo e a tralasciare con decisione tutto ciรฒ che ci rende strumenti impotenti di spinte oscure. Dovremmo anche ricordare che la parola di grazia spesso cammina sulle gambe di altri esseri umani e che i semi raccolti sono della stessa natura dei semi piantati: possono essere distribuiti. I doni non cadono dal cielo, ma giungono attraverso i fratelli, le sorelle, coloro che incontriamo, i nostri figli, i nostri vicini, i nostri amici, i nostri genitori, o il nostro coniuge. Il cristianesimo รจ una religione del riconoscimento, della gioia e della libertร , volerla vedere al contrario, per ribellione ed ostilitร , รจ la dolorosa punizione che chi non ama si ostina ad infliggere a se stesso e agli altri. Anche psicologicamente non sarร possibile costruire nulla di buono sull’ostilitร , sul senso di colpa, sulla mancanza, sulla tristezza, sulla violenza, sulla mormorazione. Si puรฒ costruire in positivo solo su qualcosa di positivo, e possono dare frutti buoni solo le piante ben curate, il che equivale a dire che si puรฒ dare amore solo se sappiamo amare, si puรฒ perdonare solo se ci sentiamo perdonati.
9 giugno 2024 – X Domenica del Tempo ordinario Vangelo: Mt 28,16-20
I discepoli sono andati in Galilea nel luogo stabilito da Gesรน: il monte. Lรฌ vedono il Maestro risorto. Alcuni dubitano, pur prostrandosi in segno di riverenza verso il Signore. Non mi sorprende affatto. Mi sorprende piuttosto che molte traduzioni riportino che solo โalcuniโ abbiano avuto dei dubbi. In realtร il testo greco, al versetto 18, recita โฮฟแผฑ ฮดแฝฒ แผฮดฮฏฯฯฮฑฯฮฑฮฝโ (hรณi dรฉ edรญstasanย = essi dubitarono), essendo riferito โฮฟแผฑโ al soggetto della proposizione: โoแผฑ ฮดแฝฒ แผฮฝฮดฮตฮบฮฑ ฮผฮฑฮธฮทฯฮฑแฝถโ (hรณi dรฉ รฉvdeka mathetรกiย = gli undici discepoli), posto allโinizio del versetto 16. Devo intendere che gli undici apostoli vedono Gesรน, si prostrano e dubitano. Personalmente non faccio fatica ad immedesimarmi nello stato dโanimo degli undici apostoli, che, pur prostrandosi senza esitazione alcuna davanti a Gesรน risorto, sono anche dubbiosi, nel senso che sono esitanti, perplessi, divisi fra il credere e il non credere ai loro stessi occhi. Tra lโaltro รจ proprio questo il senso del verbo โฮดฮนฯฯฮฌฮถฮตฮนฮฝโ (distรกzein) tradotto con โdubitareโ, in realtร composto da โdis-โ = โdue volteโ e โรญstemiโ = โstareโ, come ad indicare unโazione nella quale si sta divisi in due; รจ precisamente lo stato di chi รจ incerto, perchรฉ allo stesso tempo crede e non crede a qualcosa. Rimane il fatto che gli undici si prostrano tutti davanti a Gesรน, morto e sepolto a Gerusalemme, che appare ora loro in carne ed ossa sul monte della Galilea. Quindi, credere nella risurrezione non รจ una questione di dogmi, รจ una questione di fede, significa adorare (prostrarsi davanti a) Cristo risorto, oltre ogni pur legittimo dubbio. Non si aderisce necessariamente, senza esitazione alcuna, a ciรฒ che la ragione piรน ovvia vorrebbe rifiutare. Chi dubita in un normale stato di coscienza davanti a ciรฒ che vede con i propri occhi – sia detto per inciso – dubita dei propri occhi, delle proprie percezioni, non di ciรฒ che vede. Se mi capitasse qualcosa di simile direi a me stesso: โSogno o son desto?โ Questo tipo di dubbio, dunque, caratterizza la reazione di ciascuno degli undici discepoli di Gesรน, e la fede nella risurrezione include chiaramente questo elemento. Il prostrarsi รจ, invece, un gesto fortemente simbolico, segno di ben altro insieme e oltre il dubbio. Ricordiamoci che รจ il primo giorno della settimana e che le donne vanno al sepolcro. Nel racconto di Matteo lโangelo annuncia la risurrezione, dice loro di andare ad annunciarla ai discepoli; le donne, senza che si parli di dubbi, fanno esattamente come lโangelo ha detto. Lungo il cammino, lโannuncio e lโordine vengono loro ripetuti dallo stesso risorto e il dubbio non sembra essere questione che le riguardi; lโincredibile trova in queste donne luogo e voce.
Il vangelo narra anche tuttโaltro tipo di reazione: pure i soldati impegnati a custodire la tomba rimangono sbalorditi dagli avvenimenti, ma subito dopo vanno a prendere ordini dai loro capi, che, a prezzo di una somma in denaro, ordinano che sia diffusa una versione molto razionale e credibile: mentre loro – i soldati – dormivano, i discepoli di Gesรน hanno rubato il corpo, per poter far credere agli altri che Gesรน sia risorto. Ancheย questaย Parola (perchรฉ รจ scritta nello stesso vangelo che consideriamo Parola sacra) รจ fortemente simbolica: sappiamo che lโagire di quei soldati si ripete nei secoli: esistono uomini, anche cristiani, che rubano il corpo di altri uomini e di altre donne in ogni tempo e in ogni etร . Non parlo banalmente della morale sessuale, sto parlando della soppressione fisica su larga scala reiterata nei secoli in ogni guerra, sempre fratricida. Risuona tragicamente questa leggenda attorno ad una supposta e fraudolenta sottrazione del Corpo di Cristo ad opera degli apostoli: la interpreto come fosse la drammatica proiezione di Caino, gettata sugli apostoli. Questโombra di Caino รจ sempre pronta ad afferrare ogni essere umano e continua ad aggirarsi nel mondo come un atavico spettro del rifiuto di Dio, nulla avendo imparato Caino a proposito di sรฉ e di Dio.ย I soldati del vangelo di Matteo, perรฒ, avevano anche assistito alla discesa dellโangelo, lโavevano visto rotolare via la pietra e sedersi su di essa, ma, adeguatamente pagati, tralasciano di farsi qualsiasi domanda in merito a quella visione, vanno a raccontarla ai loro capi e poi diffondono, anzichรฉ la propria visione, la versione immaginaria dei loro capi.
Tutto questo รจ inquietante; come cristiani ci mette allโangolo di fronte alla necessitร di prendere una posizione: per noi, che siamo lettori del Vangelo di Matteo, la risurrezione e le apparizioni avvengono nel Libro Sacro. Nessuno dubita? Alcuni dubitano? Molti dubitano? Tutti dubitano? Non ha alcuna importanza, se siamo come quelle donne, che non si occupano dei loro dubbi in alcun modo, ma mettono in moto le persone. Non ha alcuna importanza neanche se siamo dubbiosi come gli apostoli. Lโimportante รจ non essere traditori della vita, prezzolati, al servizio di una versione ufficiale falsa, ammantata di pseudo-razionalismo. Preferiamo il dogma della Chiesa, e preferiamo prendere ordini dal Dio che ci abita, non dal razionalismo umano sempre pronto, in ultima analisi, a trovare una giustificazione per espropriare, sottrarre e distruggere il corpo vivente: un sistema caino che ci fa sopravvivere come schiavi. Se non sapessimo che anche Caino, come uomo-simbolo, gode della protezione di Dio, nonostante i suoi misfatti, potremmo considerarci una specie perduta.
Possiamo ovviamente identificarci con ciascuno dei personaggi del vangelo di questa domenica, ma noi siamo lettori che vivono oggi, e, se vogliamo situarci credibilmente in relazione alla nostra fede, dobbiamo prima prendere atto del fatto che non siamo stati testimoni della risurrezione come sembrano esserlo stati i personaggi di questo racconto. Ciรฒ che mi fa annunciare il vangelo, sia pure con tutti gli errori e i dubbi di un uomo normale, รจ la fede in Cristo risorto oltre ogni dubbio su me stesso e sui miei occhi di lettore. Se non avessi una fede profonda nel Cristo risorto, non mi occorrerebbe dirmi cristiano per sostenere una visione pervasa dallโamore per il prossimo. Idealmente qualsiasi gruppo umano potrebbe farlo, senza bisogno di aderire ad una confessione religiosa. Ciรฒ che mi tiene anche a scrivere a questa scrivania รจ contenuto in queste parole: โAndate dunque: ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a fare tutto ciรฒ che vi ho comandatoโ. Per me, per noi, la fede nella risurrezione di Gesรน Cristo e della nostra risurrezione in Gesรน Cristo non puรฒ essere sorretta da alcuna apparizione del risorto, ma puรฒ essere portata e trasmessa con i gesti che la Chiesa propone. In primo luogo, per mezzo del battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, segno forte di unโappartenenza precisa ad unโumanitร redenta e sempre redimibile, in secondo luogo trasmettendo ciรฒ che ci รจ stato insegnato e che รจ stato praticato sotto i nostri occhi, secondo ciรฒ che Gesรน Cristo ci ha insegnato. La fede nella risurrezione di Gesรน Cristo non ha primariamente per oggetto la rianimazione e la contemplazione di un corpo martoriato, ma ha per oggetto una pratica e un discorso coerenti tra loro e coerenti soprattutto con questo Vangelo che noi tutti ancora e sempre possiamo leggere, ascoltare e mettere in pratica. Il dubbio allora non รจ un incidente o unโinfermitร della fede: รจ insito nella fede. La storia del cristianesimo รจ stata anche disseminata di ingiustizie e di cadaveri, perchรฉ la complessitร delle situazioni esiste, e siamo sempre noi esseri umani, noi, persone nella nostra individualitร , con tutte le nostre incertezze, a dover decidere ed agire. La vita a volte รจ terribilmente crudele, ma oltre il dubbio รจ bene coltivare almeno altri due pensieri: รจ sempre necessario credere nella risurrezione di Gesรน Cristo, perchรฉ ci sono grandi uomini che hanno dato la loro vita per questa fede ed รจ possibile in ogni momento che la Sacra Scrittura ci illumini in modi inaspettati. Ciรฒ che รจ veramente essenziale, anche se spesso non capiamo dove stiamo andando e se ci stiamo veramente muovendo nel modo giusto, รจ che il futuro ci รจ ignoto e noi camminiamo e viviamo solo per fede. Ciรฒ che rende possibile a chi crede nel Cristo risorto andare verso questo ignoto รจ detto nellโultimo versetto del Vangelo di Matteo: โIo sono con voi sempre fino alla fine dei tempiโ. Questo รจ il mio e il nostro fondamento.
Siamo ritornati nel tempo ordinario, sono finite le feste e le solennitร , ricominciamo ad โandareโ, a โfareโ, a lavorare, a โbattezzareโ la vita, tutta la vita, ogni vita, perchรฉ il Cristo risorto รจ con noi fino alla fine dei tempi e noi lettori e ascoltatori del Vangelo risorgiamo in Cristo ogni giorno.
Lโultima cena che Gesรน ha condiviso con i suoi discepoli รจ un fatto conosciuto e lo conosciamo a memoria. Mi chiedo perรฒ se basti la memoria. Ogni volta che celebriamo la Cena del Signore, riascoltiamo ciรฒ che รจ avvenuto e, come spesso accade per le cose ripetute a memoria, si corre sempre il rischio di fare nel frattempo qualcosโaltro. Condividere il pane e il calice รจ il mandato della nostra tradizione e, come diciamo, ci รจ stato comandato direttamente da nostro Signore. Insomma, il racconto dellโultima cena che Gesรน ha condiviso รจ per noi familiare, forse troppo familiare, e non ci siamo accorti, leggendo il Vangelo, che questo comando non compare nรฉ in Marco, nรฉ in Matteo. Il comando del Signore รจ raccontato solo da Luca (cfr Lc 22,19) e da Paolo (cfr 1 Cor 11,24). Anche per questo motivo la Cena del Signore รจ stata oggetto di dibattiti, controversie e interrogativi nella ricezione allโinterno delle comunitร e tra le comunitร . Dopo che Luca e Paolo l’hanno raccontata nel loro modo, tutto รจ accaduto come se ogni confessione cristiana avesse istituito l’eucaristia come memoriale, ciascuno per conto proprio, disponendone allโinterno della comunitร di appartenenza.
Possiamo certamente disporre della Cena del Signore, possiamo disporre di ciรฒ che viene dato durante lโultimo pasto. Il Cristo si รจ offerto totalmente e volontariamente a tutti. Voglio soffermarmi su questa questione, meditando il racconto come fosse la prima volta. Mi viene in mente che cโรจ un modo di โdarsiโ esclusivamente umano e un modo di darsi che รจ possibile solo al Cristo.
Cโรจ unโaltra storia che inizia al capitolo 14: Gesรน si trova a Betania in casa di Simone il lebbroso, e mentre รจ a tavola viene una donna con un vaso di alabastro contenente profumo di nardo, puro e molto prezioso: โruppe il vasetto di alabastro e versรฒ l’unguento sul suo capoโโฆ E il resto lo sappiamo, il testo continua con la virtuosa indignazione degli astanti: si sarebbe potuto vendere quel profumo, distribuire il ricavato tra i bisognosi (di cui, per definizione, possiamo sempre disporre perchรฉ ci sono e ci saranno sempre e poi, siccome sono poveri, non andranno mai troppo lontano e avranno ancora bisogno di noi (ndr) e via di seguito; naturalmente la reprimenda viene proprio da chi poi โtradirร โ: un caso? Comunque per il momento nรฉ questa donna, nรฉ il suo profumo, nรฉ il suo gesto sono a nostra disposizione, mentre a nostra disposizione รจ lโofferta del Cristo. La donna dร senza prendere, prende da quel che ha e dร senza risparmio: rompe direttamente il vaso e sparge tutto lโunguento. Non dispone di altro tranne che della presenza totale di colui che ha deciso di onorare. Gesรน si lascia ungere in virtรน dellโora della sua presenza sulla terra, allo stesso modo in cui si lascerร arrestare, condannare e allo stesso modo in cui affiderร la sua vita nelle mani del Padre. E allora mi chiedo: ma chi potrebbe offrire cosรฌ la propria presenza, il proprio essere al mondo, la propria vita?
Uno dei Dodici perรฒ non si offrirร , non offrirร se stesso in alcun modo, ma offrirร Gesรน, nel senso che lo consegnerร a chi se ne sbarazzerร . Disporre di un oggetto e utilizzarlo รจ cosa ben diversa dal disporre della vita di un altro. Il bacio di Giuda, un segno fraudolento dโamicizia, diventa simbolo della catastrofe dellโumano, che fa naufragare la vita contro gli scogli della violenza fratricida. Anche il bacio di Giuda รจ un modo del โdareโ. Ci sono modi molto diversi del dare – per esempio quello della donna che unge il capo di Gesรน e quello di Giuda che lo bacia. Cโรจ, infine, una differenza sostanziale tra ciรฒ che ciascuno di noi puรฒ offrire di buono e di bello e ciรฒ che Gesรน offre.
Potremmo quindi chiederci chi siamo quando offriamo qualcosa. Quali sentimenti animano il nostro โdareโ, quali intenzioni? Cosa diamo in dono? Disponiamo del nostro? O disponiamo di ciรฒ che รจ di tutti? Disponiamo forse della vita di un altro o di altri? Dalla risposta dipende la qualitร della nostra visione del mondo. Sui donatori che dispongono di coloro ai quali donano, Gesรน pronuncia una condanna radicale. Quando Gesรน prende il pane, pronuncia la benedizione, lo โsbriciolaโ e lo dร dicendo: โPrendete, questo รจ il mio corpoโ, non specifica anche cosa si debba fare con ciรฒ che รจ stato ricevuto. Ovviamente lo si mangerร , ma posso anche immaginare di prendere e dare agli uccelli. Il dono non mi obbliga in alcun modo, non crea per me, di per sรฉ, alcun vincolo o alcun obbligo, mi lascia perfettamente libero dallโuso che ne farรฒ. E se richiedesse una decisione, un atto, una parola, sarร la mia decisione, la mia parola e il mio atto. Si noti che in Matteo 7,6 Gesรน dirร anche: โNon date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perchรฉ non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarviโ. Questo indica la semplicitร e allo stesso tempo la saggezza profonda del discorso evangelico.
E la storia dellโUltima Cena? Il dono del Cristo non contiene alcuna disposizione di utilizzo, proprio perchรจ รจ un dono totale, corpo e sangue, corpo e anima, senza resto e senza possibiltร di contraccambio. Gesรน stesso dice che quel che dร , non lo gusterร piรน fino alla fine dei tempi. Chi puรฒ dare in questo modo? Possiamo certo pensare a coloro che, a causa della fede, hanno dato le loro vite. Ma chi non รจ martire, e non tutti lo siamo grazie a Dio, a cosa รจ chiamato?
Pensiamo ancora alla donna di cui abbiamo parlato e il cui gesto si รจ avvicinato al vero dono: ha dato ciรฒ che aveva con tutta la sua umanitร , non certamente nella totalitร , ma senza possibilitร di recupero, senza disporre di nessuno e senza obbligare colui al quale ha donato. Questa agire semplice indica la strada. E questo percorso, รจ sempre possibile per tutti noi. ร possibile nella nostra vita quotidiana. A questo siamo chiamati: a offrire al prossimo ciรฒ che abbiamo di buono e di bello senza risparmio.
โAbbaโ. Gesรน usa questo termine in un momento di estrema angoscia, nel giardino del Getsemani (Mc 14,36). Come Paolo, gli โeditoriโ della Bibbia scelsero di non tradurlo come โpapร โ e di lasciarlo in aramaico, la lingua di Gesรน. Paolo vuol forse dire qui che possiamo rivolgerci a Dio con la stessa intimitร e libertร con cui Gesรน parlรฒ al Padre. Lo Spirito Santo ci sussurra talvolta che anche noi possiamo farcela. Dice anche che parteciperemo a un nuovo mondo.
Ecco una delle domeniche piรน difficili dellโAnno Liturgico; mi sento come uno che debba arrampicarsi sui cristalli con il duplice imperativo di non romperli e di non frantumarsi nella cadutaโฆ A Pentecoste lo Spirito Santo era sceso sugli apostoli e loro ne erano stati โriempiti”; la paura che fino a quel momento aveva inchiodato le loro lingue e i loroย corpi era scomparsa, alla stessa maniera in cui la morte era stata giร misteriosamente e del tutto cancellata dal corpo del Cristo. Saldi nello Spirito, gli apostoli ora non tremano piรน: vivono e sono capaci di โparlareโ in modo da risultare assolutamente comprensibili a tutti coloro che incontrano, a prescindere da ogni lingua o dialetto particolare. Parlano, come tempo prima aveva parlato il figlio della vedova resuscitato da Gesรน: si era alzato โe parlavaโ (cfr Lc 7,15). I discepoli riempiono immediatamente il mondo con le parole insegnate loro dallo Spirito, โe tutti li comprendono nella propria linguaโ. Per molti lo Spirito Santo rimane un enigma; altri lo percepiscono come un simbolo o una metafora. Sia rappresentato come fuoco, colomba o vento violento, occupa comunque lo spazio dellโamore tra il Padre e il Figlio e, per estensione, tra tutti coloro che, appartenendo alla comunitร umana, nutrono lโun per lโaltro lo stesso tipo di amore che unisce il Padre e il Figlio. Ci sono anche a tuttโoggi persone che pensano allo Spirito come fosse energia invisibile priva di volontร propria, da dirigere in base a conoscenze particolari; in questo caso alcuni fantasticano su come la si potrebbe invocare magicamente. Questโultima posizione, di tipo manipolatorio, che spesso si serve del denaro illudendosi e illudendo altri sul fatto che i doni dello Spirito possano essere ridotti a merce da vendere o comprare, รจ assai pericolosa per tutti coloro che vi hanno a che fare: si tratta di una vera e propria tentazione, cui lโuomo รจ esposto fin dal tempo dei primi apostoli, si veda, a questo proposito, lโepisodio riguardante quello strano personaggio di nome Simone, narrata in Atti 8,9-25 e le parole di Simon Pietro a suo riguardo. Lo fede nello Spirito Santo รจ rivolta a una Persona, unita nella Trinitร al Padre e al Figlio. Ogni anno la Chiesa celebra la Solennitร della Santissima Trinitร , ricordando ai fedeli che non รจ possibile โscegliereโ tra tre divinitร , perchรฉ il Signore รจ uno. Sebbene io riesca a comprendere che, nella preghiera, talvolta sโinvochi lโuna o lโaltra delle tre componenti, per esempio solo il Padre, magari sentendo la mancanza di un genitore di questo mondo che non cโรจ piรน, o solo il Figlio, riferendosi a un Gesรน โpiรน umanoโ, fraternamente vicino ai fragili, che ama tutti in egual misura, o solo lo Spirito, forse come โrappresentante primarioโ del divino nei gruppi a tendenza maggiormente emozionale, mi sento di ribadire cheโฆ personalmente, la costante presenza del Signore nella mia vita รจ causa prima e univoca di tutto ciรฒ che vivo; padre, madre, fratelli e sentimenti ne sono parte inscindibile, tuttavia in nessun caso sovrapponibile, coincidente o sostituta di Dio. Ci sono atteggiamenti โdialogiciโ di preghiera , addirittura forseย gli unici praticabili in alcuni momenti, durante i quali possiamo rivolgerci al Signore โsoloโ come Padre: dopotutto, per anni ognuno negozia la propria appartenenza al paradiso come meglio puรฒ! Ma bisogna forse riconoscere che tutto questo deve avere una fine. Ci devโessere, io credo, un momento in cui la carne รจ โriempitaโ, sa che cosa riceve dal Padre e come lo riceve: nel Figlio e dallo Spirito. Qui รจ di teologia che si tratta, la teologia della nostra carne che cresce verso il suo splendore definitivo, proprio perchรฉ lo Spirito โprocedeโ dal Padre, e il Figlio รจ โgenerato dal Padre prima di tutti i secoliโ. Il Padre รจ la fonte che crea nel Figlio e attraverso lo Spirito. Nel Figlio la carne viene nel mondo e dallo Spirito prende la sua forma. La grande opera della Trinitร รจ la nostra vita risorta nella pienezza dello Spirito, quindi toccata nel nostro tempo presente da una saggezza divina che possiamo considerare frutto di unโintima, incessante collaborazione tra le Tre persone che costituiscono la Trinitร . Gesรน risorto puรฒ soffiare lo Spirito sui suoi discepoli, perchรฉ Egli vive dello Spirito Santo, del Suo stesso Soffio, nel quale anche noi viviamo. Per questa fede, osiamo affrontare le paure che cโinchiodano ogni giorno e ci accorgiamo che la vita non รจ unโarrampicata sui cristalli, ma un consenso a lasciarci portare in alto, senza la paura di cadere.