Emozioni?

Non avevano ancora compreso le Scritture

31 marzo 2024 – Pasqua di Risurrezione
Gv 20,1-9

L’inizio della risurrezione nel racconto di Giovanni è scandito da una sequenza di movimenti, osservazioni, parole e atti, che costituiscono indicazione di viaggio per tutta la cristianità.
I protagonisti della scena evangelica scorrono davanti all’occhio del lettore, come  fossero struttura dinamica del percorso di fede che ciascuno di noi può compiere.
Prima dell’alba Maria di Magdala si incammina verso il sepolcro e “vede” la conseguenza di quel che per lei era inimmaginabile: la pietra ribaltata e il sepolcro vuoto. L’unica ipotesi per lei possibile è inquietante, quindi corre dagli amici, Pietro e quell’altro noto per essere stato assai benvoluto da Gesù (Giovanni?), e comunica con agitazione l’accaduto. I due ovviamente vanno sul posto di corsa per vedere con i propri occhi; per avere conferma compiono lo stesso percorso seguito da Maria prima dell’alba, quando era ancora buio; i due discepoli giungono al sepolcro: uno entra e l’altro no. Quale dei due non entra? Paradossalmente, proprio quello che è arrivato per primo, perché correva più veloce: si china, vede le bende per terra e … si ferma. Nel frattempo viene raggiunto da Pietro, che, viste le bende, non si ferma, vede anche il sudario, incredibilmente ben ripiegato da una parte, ma la sua reazione resta per noi ignota; il testo non ne parla. In compenso a questo punto anche l’altro discepolo, quello amato dal Signore entra e… “vede e crede”.

Ciascuno di noi può provare ad immedesimarsi in Maria, in Pietro o in Giovanni in quel contesto. Quale dei tre avremmo potuto essere?
Maria, che per amorosa pietà, col dolore nel cuore, va a rendere omaggio alle spoglie mortali del Nazareno?
Pietro o Giovanni mentre rifanno il percorso di Maria per andare a constatare de visu l’inquietante racconto di Maria?
O il discepolo amato che prima corre e poi si ferma senza capire?
Pietro che va d’impulso, entra, vede tutto quel che c’è da vedere e tace?
O infine il discepolo amato, quando improvvisamente decide di entrare nel sepolcro vuoto e, infine, “vede e crede”?

Credere non è una disposizione dell’anima, è piuttosto il frutto di una dinamica costituita da movimenti del corpo, della mente e del cuore, che non siamo in grado di realizzare e vivere  da soli: per credere abbiamo bisogno di un altro con noi.
Allora ci accadrá magari di muoverci su un itinerario già tracciato dalle osservazioni, dalle parole, dalle esperienze di un amico che ci ha preceduto, ma poi il percorso sarà il nostro, saremo noi stessi a constatare, fare ipotesi, fare domande, osservare segni, tentennare, procedere, correre, arrestarci, e, forse, per dono e grazia, saremo noi stessi a vedere fino a credere.

Credere in che cosa?
Che la tomba del Maestro è vuota? Che il Maestro mi ha amato e io gli sono sopravvissuto? Fa un certo effetto, vero? È un’emozione notevole, forse è dolore, ma anche inquietudine e timore.
Ma francamente non avrei deciso di percorrere la mia strada sulla base delle emozioni che appartengono a tutti coloro che si amano prima della loro morte e dopo la loro morte. 
Se c’è un discepolo amato che vive, vede e crede, potrei anche fargli qualche domanda.
Qual è l’oggetto del “credere” di Giovanni, l’evangelista?
Gesù di Nazaret, il Cristo, è risorto: ecco il contenuto, che riempie la certezza di Giovanni; se avessi una simile esperienza, anch’io me ne tornerei a casa (cfr Gv 20,10) e, per di più, con la testa in fiamme.
Se rimanessi lì, chiuso in casa, per curarmi gli esiti dell’emozione violenta non succederebbe nulla; non vivrei ora, né dopo, non produrrei alcun frutto, né testo, né racconto, nè testimonianza, non amerei alcuno, non sarei prossimo a nessuno.
Se Maria di Magdala fosse tornata a casa, dopo aver visto la pietra ribaltata, il racconto della risurrezione non sarebbe mai iniziato. Maria di Magdala invece è andata a condividere quel che aveva visto con le persone a lei più vicine.

Dopo l’epilogo del Vangelo di oggi ci poniamo la stessa domanda di sempre: come porsi di fronte allo straordinario della risurrezione? Come credere?
Parlarne è il minimo che possiamo fare, come Maria ha fatto: senza aver creduto, ha parlato. 
Quanto al discepolo che Gesù amava, avendo creduto, tacque e se ne tornò a casa con Pietro (Gv 20,10).
Qual è il motivo per cui è tornato così a casa, e non solo lui?
Era necessario un po’ di tempo: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura che Egli cioè doveva risuscitare dai morti” (Gv 20,9).
Questi discepoli, si legge, erano lettori di una scrittura, ma non avevano ancora compreso quel che c’era scritto. La comprensione della Scrittura avrebbe potuto consentire loro di attraversare l’oceano delle proprie emozioni diversamente? Se fossero stati con la Scrittura in un vincolo vivente di interrogazione, e non in un vincolo di “semplice” studio, se fossero stati connessi con la Scrittura attraverso la parola vivente, attraverso la vita stessa, le loro reazioni sarebbero state diverse, ma quella Scrittura era “prima” di loro, non “in” loro. 
Anche noi siamo lettori della Scrittura, lettori del Vangelo di Giovanni, e sappiamo che a queste persone coraggiose, commosse e ottuse è stata concessa la grazia delle apparizioni del Risorto, apparizioni che hanno permesso loro di capire.

In confronto a loro, e grazie a loro, abbiamo, un’altra Scrittura; loro sono usciti di casa, hanno lasciato le loro case e poi hanno scritto di nuovo. E, grazie a Dio, abbiamo anche questo testo da leggere, e possiamo a nostra volta intraprendere il cammino indicato.
Che lo spettacolo di una tomba vuota ci muova e ci commuova è normale, ma Gesù non è risorto dai morti per commuoverci. Credere vuol dire sapere che il Figlio di Dio è risorto, e questo ci spingerà non a chiuderci in casa, ma ad uscire dalle nostre case per testimoniarlo.
Pietro e il discepolo che Gesù amava tornarono a casa commossi e più tardi la sera, una volta svanita l’emozione, un’altra emozione ha avuto la meglio: la paura, e si sono chiusi in casa.

La risurrezione, invece, è per noi un ulteriore invio. Non è più possibile tacere l’incontro col Risorto.
Il Verbo si è fatto carne per ogni carne, il Verbo si è fatto carne per la verità e per la libertà di ogni carne. Ora sappiamo benissimo cosa c’è da fare: camminare con i nostri simili sulla via della vita e della libertà. La sera di Pasqua Gesù pronuncia queste parole:
«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.
Detto questo, ha donato ai discepoli lo Spirito e ha aggiunto: “Ricevete. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».(Gv 20,21-23) 
Possiamo anche perdonare i peccati e questo, invariabilmente, significa portare con alcuni dei fardelli che prima pesavano solo sulle loro spalle.
Non perdonare significa invece affermare che non tutti possono portare ogni genere di peso che grava sulle spalle altrui.
Credere, al di là dell’emozione suscitata dal sepolcro aperto e vuoto, al di là dell’intimità di ciò che si vive, è accogliere lo stesso invito rivolto ai discepoli da Gesù. Poco importa se non siamo in grado di riconoscerlo ad ogni passo, la via è segnata dal Cristo chi ci precede nelle nostre personali Galilee, dalla Scrittura, da coloro che l’hanno letta prima di noi e dagli atti di coloro che hanno seguito quanto essa comanda.

Noi abbiamo imboccato questo percorso per renderlo finalmente il nostro percorso.
Gesù è risorto dai morti, è risorto, è vivo.

Buona Pasqua!

NB: per leggere la riflessione del 4 aprile 2021 clicca qui
Per leggere la riflessione del 31 marzo 2018 clicca qui

Il sabato del silenzio

Scritto per il sabato santo dell’anno 2017

Il sabato santo è l’unico giorno dell’anno in cui non si celebra la messa.
Il tabernacolo è spalancato e vuoto. Nessun cero è acceso, tutto è spoglio.
Se il giovedì e il venerdì santo sono i luoghi intensi della coena domini e della via crucis, ritrovarsi di fronte al silenzio fa pensare.
Che senso ha questa giornata senza riti e senza liturgie?
Il giorno del silenzio. 

Guardandolo dalla prospettiva dell’oggi assume un aspetto paradossalmente ecumenico.
E se la verità della religione fosse anche la chiesa, la sinagoga, la moschea, il tempio deserto, senza un rito?
Se anche domani non ci fosse nessuna liturgia, e domani l’altro lo stesso?
Nella nostra cultura non è raro trovare credenti, che ammettono anche il valore rassicurante della religione, o non credenti che ne mettono in evidenza l’aspetto consolatorio come difesa contro le angosce della sparizione, la paura della fine e le ingiustizie della vita.

Dopo la coena domini e la via crucis, nel sabato santo mi occorre tenere insieme morte e resurrezione. Riconoscere, vivendo, il senso del morire, nell’attesa che qualcuno mi faccia risorgere.
È questo il tempo del sabato santo, del silenzio.
Il tempo durante il quale guardo in faccia la morte fino in fondo, fisso un cielo vuoto, percepisco il silenzio di Dio, non lo vedo, non mi sento garantito e rassicurato. Mi sarebbe più agevole passare dal venerdì santo direttamente alla domenica di Pasqua, per non dover attraversare il timore dell’assenza di Dio, la percezione della mia impotenza, il rischio personale di confondere il silenzio con il nulla e con il non senso. 

Dalla base di al Shayrat in Siria sarebbe partito l’attacco chimico di Martedì 4 Aprile, provocando più di 80 morti. Venerdì 7 Aprile, il presidente degli Stati Uniti ha confermato di aver ordinato il bombardamento della base militare con 59 missili Tomahawk e ha invitato le “nazioni civili ad unirsi agli Stati Uniti per far cessare il massacro”.
Si contano i morti, aspettando la risposta della Russia.

Domenica 9 Aprile, in due chiese Copte, a Tanta ed Alessandria in Egitto, la domenica delle Palme è stata di altro sangue.
Si contano i morti, le vite non contano. 

Cosa c’entra Dio, islamico o cristiano, in tutto questo?
Chi decide di uccidere?
Chi fomenta l’odio? Chi brucia la speranza?
Chi inganna le menti che partoriscono discorsi bugiardi?
Chi determina e sceglie le vittime sacrificali? 

Il tempo del sabato santo è il tempo anche per i potenti della terra – tutti – sedicenti credenti di ogni religione, di scardinare i ceppi dell’inganno, di riconoscere la propria finitudine e lasciare andare la paura della debolezza per uscire dalla casa della servitù.

Holy Saturday, the day of silence


Holy Saturday is the only day of the year on which Mass is not celebrated.
The tabernacle is empty, its door wide open. No candles are lit, everything is bare.
While Holy Thursday and Good Friday are the intense moments of the coena domini and via crucis, the silence of Holy Saturday makes us think.
What does this day without rites and liturgies mean?
The day of silence.

Looking at it from today’s perspective, it takes on a paradoxically ecumenical aspect.
What if the truth of religion were also the church, the synagogue, the mosque and temple, deserted and without rites?
What if there were no liturgies tomorrow and the day after tomorrow?
In our culture it is no rare thing to find believers who also acknowledge the reassuring value of religion, or non-believers who highlight its consoling aspects as a defense against the anxiety of disappearing, the fear of the end and the injustices of life.

After the coena domini and the via crucis, Holy Saturday asks me to hold together death and resurrection. To recognize the meaning of death, in the expectation that someone will raise me up.
This is the time of Holy Saturday, the time of silence.
The time during which I look death squarely in the face, looking at an empty horizon, perceiving the silence and apparent absence of God, and I have no guarantees, no one to reassure me. It would be easier for me to pass directly from Good Friday to Easter Sunday, so that I would not have to experience the fear of God’s absence, the perception of my own helplessness, the personal risk of confusing silence with nothingness and non-sense.

It is said that, on 4 April, a chemical attack was launched from the air base at Shayrat, in Syria, killing more than 80 people. The President of the United States of America confirmed that he ordered an attack on the air base with 59 Tomahawk missiles and he called on the “civilized nations to join the United States in seeking to mend the slaughter and the bloodshed”.
The dead are being counted as we await the Russia’ response.

On Sunday, 9 April, more bloodshed in two Coptic churches in Tanta and Alexandria, in Egypt.
The dead are counted, lives are just a number. 

What does God (Muslim or Christian) have to do with any of this?
Who takes the decision to kill?
Who foments hatred? Who destroys hope?
Who deceives the minds that spout forth lying words?
Who decides and chooses the sacrificial victims?

The time of Holy Saturday is also the time for all the powerful of the earth, the self-styled believers of every religion, to destroy the mechanisms of deceit, to recognize their own finitude and abandon the fear of weakness in order to escape the clutches of servitude.

IL SABATO DEL SILENZIO (IT)
SATURDAY, THE DAY OF SILENCE (EN)
di Enzo O.Verzeletti,
traduzione dall’italiano in inglese di Stephen McKend.

(Prima pubblicazione su CDSR (2017.04.11)

Veli pietosi

Lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo

24 marzo 2024 – Domenica delle Palme
Prima Lettura: Is 50,4-7
Seconda Lettura: Fil 2,6-11
Vangelo: Mc 14,1-15,47

Mi vorrei soffermare su “un certo giovane” (nel testo in greco antico: νεανίσκος τις – nenanískos tis) vestito di un semplice lenzuolo e che si ritrova in fuga, nella forma più semplice, cioè nudo (Mc 14,50-52).
Per salvare la pelle fugge nudo, perde il suo lenzuolo, forse simbolo delle sue certezze.
Il giovane è in pericolo, potrebbe essere questa la situazione di ciascuno di noi durante un tafferuglio.
Se ci è capitato in sogno (o nella realtà) di dover scappare davanti alle forze dell’ordine che ci incalzano, potremmo aver provato la stessa sensazione di questo “certo giovane”.
Mi domando: perché questo giovane è rimasto più a lungo degli altri davanti alla cattura di Gesù? Era un passante qualsiasi, testimone curioso, ma non coinvolto nel dramma che si stava svolgendo? Non credo, mi sembra poco credibile che uno esca di casa per vedere che succede, di notte, nell’orto degli ulivi… d’altronde ma non viene descritto come discepolo, né traditore, né soldato, né romano, né ebreo, non ha caratteristiche specifiche oltre quella di essere vestito solo di un lenzuolo, altro elemento particolarissimo. Non credo che i ragazzi allora girassero per Gerusalemme vestiti solo di un lenzuolo.
Questo giovane sembra quasi appartenere a un “fuori campo” che in qualche modo determina la comprensione del contesto generale.
Io lo penso coinvolto fino al collo nella storia che sta vivendo, tanto da uscire di casa, magari eludendo la sorveglianza di qualche adulto di riferimento, fino a ritrovarsi in una situazione pericolosa e dover fuggire nudo, perché le guardie gli hanno strappato il vestito nell’intento di catturarlo. Ad ogni modo è uno che rischia per essere partecipe di quel che sta avvenendo.
Quel giovane, nel profondo di sé, potrebbe aver sentito il desiderio di andare fino in fondo nella comprensione, forse anche oltre i discepoli, che nel frattempo si erano già dileguati, sapendo di rischiare la cattura.
Una motivazione a noi ignota, gli ha fatto rischiare di rimanere sul luogo dell’arresto un po’ troppo oltre e si è trovato nella condizione di dover abbandonare l’unica cosa che aveva in quel momento, il lenzuolo come vestito.
Questo lenzuolo potrebbe essere simbolo di ciò che talvolta gli altri vedono di noi, anche da un “fuori campo”: un ragazzo nudo, povero nel senso integrale del termine. Mi viene in mente la scelta di S. Francesco d’Assisi di spogliarsi di tutto, ma mentre San Francesco lo fece volontariamente, questo giovane potrebbe essersi ritrovato “nudo” per aver seguito Gesù fino all’orto degli ulivi.
Da quella situazione è più difficile rifarsi un vestito, perché tutte le illusioni sono cadute.
Il lenzuolo delle nostre poche, inarticolate e aleatorie certezze identitarie è rimasto sul ciglio del sentiero, o meglio, nel caso del nostro giovane, tra le dita del soldato che voleva catturarlo.
E se quello stesso lenzuolo non fosse andato perso? Altrove ho già scritto di una mia suggestione: se fosse lo stesso col quale Giuseppe di Arimatea ha avvolto il corpo di Gesù dopo la deposizione.
Síndon”, infatti, è il termine in greco per “lenzuolo”, e la misericordia di Giuseppe di Arimatea trasforma quel pezzo di stoffa nella pietosa copertura del corpo di Dio crocifisso. Attraverso quel semplice taglio di tessuto viene umanamente restituita al corpo di Cristo la dignità, per renderlo guardabile, accettabile, perfino venerabile, perché la nudità in questa materia è insopportabile allo sguardo.
Mi piace immaginare Giuseppe d’Arimatea che acquista (Mc 15,46) il lenzuolo del giovane dai soldati e paga di tasca propria le certezze abbandonate di un altro e copre le spoglie del Nazareno; qui il denaro diventa altro rispetto a ciò che ordinariamente ne pensiamo e permette il perpetuarsi nella storia di un’illusione che alberga nel cuore di ogni uomo, fungendo da sottile protezione davanti al Dio crocifisso: possiamo non esserne totalmente sconvolti.
Se c’è un corpo morto da ungere e da riporre in una tomba, possiamo mantenere la nostra semplice protezione, avvolti in qualche certezza di tipo religioso, culturale, filosofico, morale, che ci consente di dare un significato “accettabile” all’unica cosa certa: il corpo che muore.
Giuseppe d’Arimatea compra questo semplice lenzuolo, perché anche lui non sopporta la vista del Gesù morto e pietosamente ne ricopre il corpo.
Se non lo avesse fatto saremmo completamente impotenti davanti alle due estreme vulnerabilità della vita: la morte e la nascita. Tutti noi dobbiamo affrontare la nudità del nascere e del morire, perché non è possibile vivere fuori dal vestito.
Il giovane ora non è più qui ad accompagnarci, casomai è altrove, forse, come alcuni tramandano, si trattava proprio di chi ha scritto il vangelo di oggi, di Marco.
Forse è lo stesso che ritroviamo, vestito di una veste bianca, nel sepolcro vuoto, che dice alle donne “Non abbiate paura…” (cfr Mc 16,5-7).
Non è “fuori” dal sepolcro, come le donne, ma dentro, nel profondo della caverna oscura che per noi è mistero assoluto, per testimoniare di un’assenza: quella del corpo morto e della sua copertura. Gesù, il Signore, non è più lì.
Il giovane seduto sulla destra, rivestito di una veste bianca, è simbolo di una novità anch’essa assoluta: la vita del Risorto, non oscurabile dalla morte e tantomeno dal peccato: la stessa donata a noi tutti, di cui è segno la veste battesimale, a memoria futura della nostra risurrezione in Cristo come figli di Dio.
Sì, perché c’è in tutto questo un di più che ci sfugge in continuazione: il di più della redenzione.
Il Cristo non è in una tomba, è vivo e ci precede in tutti i luoghi che attraversiamo: è già lì ad attenderci in Galilea, cioè nella nostra vita quotidiana, qui sulla terra. Ovunque, il Cristo ci precede per a tenderci la mano nel momento della tempesta e del dubbio (Mt 14,31).
Questo frangente è segno della necessità di ricominciare da capo, in maniera del tutto nuova.
Quindi non come prima, perché se abbiamo seguito l’avventura del giovane, siamo anche passati nudi, ma indenni attraverso la croce, spogliati dei nostri abiti di scena, vuoti di qualsiasi certezza e siamo rimasti con la “sola” veste battesimale. Possiamo cominciare a vivere la nostra risurrezione in Cristo, che ci farà vedere e percorrere in modo nuovo la via, accompagnati e “semplicemente” amati per quello che siamo ora.

Come stiamo vivendo ora?
Siamo in Galilea, o fermi da qualche parte, avvolti nel lenzuolo delle nostre “certezze”?
Sopportiamo la visione del corpo del Cristo crocifisso e deposto, ma svuotata e purificata da tutte le immagini che abbiamo in proposito? Giuseppe d’Arimatea forse ha “aiutato” anche noi a ricoprire pietosamente la nostra persona e il nostro sguardo perché non sopportiamo ciò che eravamo, né la nostra personale incapacità di guardare con giustizia ai corpi, morti e innocenti, delle carestie, delle guerre, dei naufragi. I corpi morti concreti di questo mondo disastrato appaiono nelle immagini televisive spesso coperti da un lenzuolo, che non è affatto dissimile da quello che ottunde la nostra prospettiva etica.
Torniamo un’ultima volta al giovane del lenzuolo: in fondo, è come se fosse già morto quando Gesù è stato arrestato. Prefigura la sorte di Gesù: messo a nudo. Come Lazzaro è una visione di ciò che sta per accadere, un segno del prima e del dopo la Passione. Prima è la fuga nudi lontano dalla verità, dopo è l’inizio della vita  da risorti. È quello che siamo e quello che saremo, a cominciare da ora.

Quando incontreremo chi ha sulle labbra soltanto l’infinita litania dei disastri, gli occhi fissati su un cielo chiuso e una terra deserta, le ginocchia  piegate sotto la tempesta delle illusioni perdute, e quando incontreremo persone vinte  dal freddo dentro, siamo invitati a tendere loro la mano, ad annunciare la Parola che rompe l’ovvio, che dona un’altra versione possibile dell’umano, che attesta una promessa custodita anche nell’inverno del cuore, ma soprattutto annuncia la luce che attende di nascere proprio sul terreno della nostra riconosciuta nudità.

NB: per leggere L’inganno e la pietra, riflessione del 28 marzo 2021, clicca qui

NB: per leggere di seguito su questo sito le tre riflessioni scritte nel 2018, che riguardano “un certo giovane” (cfr Mc 14,50-52) clicca qui

Rendere grazie

17 marzo 2024 – V Domenica di Quaresima

Prima Lettura: Ger 31,31-34
Seconda Lettura: Eb 5,7-9
Vangelo: Gv 12,20-33

Vogliamo vedere Gesù, chiedevano alcuni greci. Perché volevano vedere Gesù? Non lo sappiamo. Va detto che, fin dall’inizio del Vangelo di Giovanni, il Nazareno aveva compiuto segni straordinari, come trasformare l’acqua in vino, sfamare la folla, risuscitare un morto, attraversare trionfalmente Gerusalemme e forse qualcuno ricorda anche di come aveva salvato la vita a una donna e guarito un cieco. La sua fama quindi era certamente notevole e si può capire perché anche i pellegrini greci volessero vederlo. Non è l’unica volta che, nel Vangelo di Giovanni, qualcuno chiede di vedere. Il discepolo Tommaso, per esempio, la sera della risurrezione, chiede di vedere per credere. Anche Andrea, pur avendo vissuto una bella fetta di vita accanto a Gesù, chiede di vedere il Padre. Perché questi pellegrini greci volevano vederlo? Per poter credere, come Tommaso, o per  conoscere il fenomeno? E noi, vorremmo vederlo? Per quale motivo? Perché come Tommaso abbiamo bisogno di vedere per credere, o per scopi….filosofico/scientifici? O ancora per essere guariti?
Essendoci per sempre sconosciute le intenzioni di questi pellegrini non ci resta che interrogare il loro sguardo e tanto più volentieri, in quanto la risposta risulta inattesa. Il loro sguardo resterà senza oggetto?
Ad ogni modo Gesù, inaspettatamente, sceglie questo momento per dire: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo.” Una voce dal Cielo si fa sentire, alcuni tra i presenti la interpretano come un tuono, altri come voce angelica, ma pensano sia rivolta a Gesù. La voce dal cielo attesta che il Padre ha glorificato e glorificherà ancora il suo Nome. I Greci avranno visto e sentito?

Quella voce non parla per Gesù, parla per i presenti; siamo nel vangelo di Giovanni, dove il Cristo è potentemente sovrano e non è Lui ad aver bisogno di essere confermato da quella voce dal cielo. Siamo noi ad averne bisogno. Potremmo non aver ancora sentito quella voce.
Ma ne abbiamo la traccia, la traccia scritta, che tutti possono leggere, ascoltare e forse comprendere: la traccia della voce è accessibile a tutti, a tutti coloro che hanno occhi e/o orecchie. Questa traccia è per noi, perché la voce del cielo è per noi e proclama che Dio ha glorificato il nome del Figlio e lo glorificherà ancora.
Per noi la speranza si fa parola, voce e carne nel nostro quotidiano, perché siamo certi che il nome del Signore sarà in eterno glorificato.
Chi tra noi renderà grazie al Cristo? Le domande che mi pongo, e forse ti poni, non sono più questioni letterarie o storiche o teologiche.
La gloria di Gesù è nell’essenza e nel modo dei suoi atti, atti di una sovranità assoluta, perché implicano il dono totale e gratuito della vita per amore: l’attesa, la nascita, la predicazione,  la sofferenza, la passione, la morte, la guarigione, il perdono, la rinascita, il miracolo, e, soprattutto, la risurrezione. Tutto viene dal Padre. Noi stessi veniamo dal Padre, se rifiutassimo l’idea di essere stati “seminati” e quindi la possibilità di germogliare e portare frutto per amore, ma anche il rischio di perdere la vita, il Cristo non ci condannerà, perché è stato glorificato per salvare e non per condannare. Gesù aggiunge però che: “il principe di questo mondo sarà gettato fuori”.

Quando l’impegno di vita, a qualsiasi livello, è diretto verso il bene e verso la pace il Verbo si fa carne e viene a trasformare e a rinnovare la vita di tutti, ovunque.
Noi rendiamo grazie al Signore per i doni ricevuti e per fede in chi è stato glorificato definitivamente con la resurrezione.

Mi piace ripetere con Paolo: a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. (Rm 16, 27).

NB: per leggere la riflessione del 20 marzo 2021 clicca qui

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Nascere di nuovo

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto,
così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo

10 marzo 2024 – Quarta Domenica di Quaresima

Prima Lettura: 2Cr 36,14-16.19-23
Seconda Lettura: Ef 2,4-10
Vangelo: Gv 3,14-21

“Nessuno, se non è nato di nuovo, può entrare nel Regno di Dio”, dice Gesù a Nicodemo qualche versetto prima.
C’è luce che filtra da queste parole, la stessa che emana dall’immagine lucana del panorama che si apre davanti allo sguardo delle donne sulle tre croci al venerdì santo.
Lì, sul calvario, il Dio-Uomo si rivela all’umanità e strappa il velo che l’uomo ha accettato calasse sui propri occhi. La vita è in questo mondo e in questo mondo viene quotidianamente crocifissa: guardate al Figlio dell’Uomo innalzato come lo fu il serpente di bronzo da Mosè e comprenderete, guarirete dalla follia della morte: un atto di fede assoluta, una rinascita, anzi una risurrezione.
C’è bisogno di un tempo, fuori dal desiderio di uccidere Cronos, di divorare i giorni, le ore, i minuti, i secondi che abbiamo a disposizione, nell’angoscia che finiscano senza esserci appropriati di nulla, neanche delle nostre ceneri; abbiamo bisogno di accedere al tempo senza ritmi dove tutto sta accadendo, dove continuiamo ad essere presenti, malgrado noi.
In effetti, sembra che si giri sempre in tondo in questo deserto, tra il Cairo e Gerusalemme: passando per la strada indicata da Google Maps sono 164 ore a piedi e in linea d’aria non si arriva neanche a 500 chilometri – meno di 500 chilometri di deserto che durano quarant’anni… Come se partissi a piedi domattina per Brescia e arrivassi quando ho 102 anni… improponibile, devo convertirmi prima e capire che Roma non è il luogo di schiavitù… malgrado la confusione… comunque il chilometraggio è lo stesso.
Quante quaresime per formare un popolo? Per altro già formato e già salvato a priori!
Quante Quaresime a rimpiangere il pane e cipolla degustato in Egitto quando eravamo schiavi? Quanto ci vorrà per aprire gli occhi?
“È davvero buono questo Dio che ci ha liberati?”
“Sei proprio sicuro di quello che dici?”
“Come fai?”
“Mi ama?”
“È con me?”
“È con noi?”
“Chi è ‘noi’?”
E dal dubbio alla rivolta, c’è solo un passo… è chiaro.
Basta l’influenza di pochi leader, anche completamente ignoranti. E la rivolta genera la repressione: escono i manganelli. Un fallimento, dice il Capo dello Stato, altro che autorevolezza!
Sono i serpenti che invadono il campo e il cui morso è mortale, non vi siete accorti! Ci è stato ripetuto per secoli, “a memoria la conosciamo la Legge di Dio”, come cantava De André.
Mi scuso per la digressione politica, ma il discorso è sempre lo stesso: tutti gridano all’intervento risolutivo verso qualcuno che potrebbe intervenire con autorevolezza (autoritariamente?)
Tutti fanno rimostranze: come gli israeliti che chiedevano a Mosè di risolvere la questione incresciosissima dei serpenti e dei loro morsi.
“Fondi un serpente nel bronzo, mettilo in cima a un palo. Chi sarà morso dai serpenti dovrà solo guardare il serpente di bronzo e sarà salvato.”
È stato fatto: è ora di guardare il Figlio dell’Uomo innalzato e accorgersi, che la storia si ripete nel tempo, nel nostro tempo cronologico.
Che anche i discendenti di Isacco e Rebecca se ne facciano una ragione…
Guardate al figlio dell’uomo, crocifisso da innocente, giustiziato come un criminale, risorto nel Signore per la salvezza di tutti.
Gesù riprende con Nicodemo l’immagine del serpente di bronzo per esprimere il senso della sua missione: il creatore “si consegna” al mondo per manifestare il suo amore, e lo fa facendosi come il serpente di bronzo, quando Gesù, innalzato su un palo di legno, darà la sua vita. Basterà guardare verso il crocifisso per essere sicuri della salvezza.
Il serpente del deserto è sia un’immagine di morte che un segno di vita, perché ci ricorda il serpente delle origini, che introduce il dubbio nella mente dell’uomo “Ma Dio ci ama davvero?” L’uomo e la donna che hanno tutto per essere felici in mezzo al cosmo di cui sono i gestori si dicono un giorno: “Non è possibile! Dio non è così buono! È un Dio perverso, non vuole la nostra felicità, è geloso della nostra libertà”. Il dubbio si insinua nelle loro menti, e, come dicevo, dal dubbio alla rivolta c’è solo un passo.
In questo serpente archetipico evocato da Gesù c’è un patrimonio di senso sufficiente a spiegare ogni piega dell’animo umano, ogni evento, ogni intervento del “soprannaturale”, che non cessa di essere nel tempo e fuori del tempo.
Se Dio è amore, credere vuol dire amare.

NB: per leggere la riflessione del 2021 clicca qui

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Passare oltre

Scacciò tutti fuori del tempio

3 marzo 2024 – III Domenica di Quaresima
Prima Lettura: Gen 37,3-4.12-13.17-28
Seconda Lettura: 1Cor 1,22-25
Vangelo: Gv 2,13-25

Due parole sulle Parole di Paolo:

Al tempo di Paolo, i Greci – pagani, nel senso che credevano negli déi dell’Olimpo – non capivano come la morte di un semplice ebreo potesse essere considerata il culmine della storia, mentre gli ebrei non riuscivano a capire come proprio la crocifissione e resurrezione del Messia tanto atteso fosse il mezzo scelto da Dio per instaurare il suo Regno.

Per noi, però, oggi, la croce è ancora una follia, sia per il non credente che per il religioso. O abbiamo una mentalità pseudoscientifica e vogliamo le prove, cioè aspettiamo ancora i miracoli pur non essendo credenti né in Dio, né in Giove, né in Giunone, ed è questo l’ateismo contemporaneo, o siamo intellettuali e aspireremmo ancora ad una spiegazione razionale.

In relazione alla finalità salvifica della croce, l’uomo comune e credente invece o si considera “non così cattivo” e quindi non bisognoso di essere “perdonato” da Dio, oppure pensa di riscattarsi facendo del bene. In ogni caso, la limpidezza del messaggio della Croce continua ad essere percepita come notizia scandalosa o folle:
«Dio infatti ha tanto amato il mondo che ha dato (gratuitamente) il suo Figlio unigenito affinché chiunque (il pagano e il religioso, il greco e il giudeo) creda (unica cosa da fare) in lui (in nessun altro), non perisca, ma abbia la vita eterna” (Gv 3:16).

Sul Vangelo:

Da bambino, quando percepivo un’ingiustizia oppure quando qualcuno veniva punito al posto di qualcun altro, o mi sembrava che gli adulti abusassero della loro autorità, letteralmente mi arrabbiavo. Adesso pure.

Da bambino diventavo collerico anche quando mi prendevano troppo in giro. Come spesso succede tra bambini, quando poi si veniva indotti a chiarirsi a parole l’un l’altro e anche, perché no, a scusarsi dell’incomprensione, la tensione si placava rapidamente e potevo perdonare l’offesa ricevuta, vera o presunta. Adesso, di meno, perché ho a che fare con gli adulti: sono peggiorato?

Paolo, in Ef 4,26 scrive: “Nell’ira, non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo.” 

Da adolescente ho imparato ovviamente a controllare la “rabbia”, a mettere le mani in tasca e a stringere le dita molto forte, quando sentivo che l’istinto bieco mi spingeva piuttosto a sferrare un cazzotto. Sono stato educato – molto correttamente – a distinguere la “collera” dell’uomo dalla “rabbia” dei cani e oggi penso che la collera brutale che si trasforma in rabbia animalesca sia parte di ciò che chiamiamo “male”, come dimostra purtroppo la cronaca nera anche recente.

All’inizio del mio ministero mi sentivo a disagio, leggendo il brano del Vangelo di oggi. Come commentarlo? Come può la collera essere santa? Come si può rendere ragione dell’ ira di Dio o di quella del Nazareno che rovescia i banchi del mercato? Cosa dire, senza ripercorrere i soliti luoghi comuni e leggermente farisaici, che sembrano voler giustificare ora l’Uno, ora l’Altro, rivestendoli di verbose spiegazioni?

La collera che degenera in atto violento, laddove si è impotenti a dimostrare a parole le proprie ragioni, è sempre un male; per esempio, laddove parte uno scappellotto genitoriale, anche giustificabile in alcuni casi, occorrerebbe sempre chiedersi “come mai” si è giunti fin lì.
La collera non necessariamente è parte del male, un peccato da confessare, ma mette in questione il tipo di relazione che abbiamo instaurato con l’altro. Una reazione violenta è sempre una possibilità in più data al male per intromettersi nelle nostre relazioni ed è proprio per questo, io penso, che Paolo scrive: “…non tramonti il sole sopra la vostra ira”: deve durare poco, non deve diventare risentimento, ci si deve riconciliare al più presto.
Fin qui l’etica cristiana.

L’ira, quindi, è un sentimento che può prendere due diverse direzioni, una verso la vita, una verso la morte. Sono due direzioni antitetiche e possono entrambe prendere il sopravvento dentro di noi, diciamo una facendoci arrossire e l’altra facendoci impallidire. La prima è un’emozione forte, improvvisa, giustificata, ma di breve durata, senza gesti violenti, l’altra può essere altrettanto forte, improvvisa, lunga o breve, ma se degenera in gesto violento e diventa aggressione fisica, anche di lieve entità, mette in discussione la nostra persona e quella dell’altro. Ogni credente dovrebbe sentire risuonare nelle proprie orecchie la Parola in Mt 26,50-54: “…Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?’”

La possibilità di adirarsi è quindi prevista, anzi fa parte dei quei meccanismi di difesa addirittura positivi, perché possiamo prendere risoluzioni efficaci e ragionevoli per cercare di fermare comportamenti incongrui, ingiusti o malevoli, ma queste risoluzioni mai deriveranno dal nostro personale istinto violento e vendicativo.
Se un’altra auto tampona la vostra, vi innervosite, magari scendete urlando poco urbanamente, ma non scendete per prendere a schiaffi chi vi ha tamponato, anzi forse non vi passa neanche per l’anticamera del cervello. Si tratta di una reazione innocente, che non comporta odio, azione violenta o vendicativa e dunque non è neanche pericolosa per l’altro.
D’altra parte, la collera, più simile, come io dico, alla rabbia del cane, quella che fa impallidire, suscita il desiderio di vendetta: è lo stesso tipo di sentimento che alberga nel cuore di Esaù contro il fratello che gli ha sottratto la primogenitura. Esiste in lingua italiana anche un detto: la rabbia è un piatto che va servito freddo, cioè dev’essere controllata, sbollentata e raffreddata, allora non fa male.

Ma veniamo alle “arrabbiature sacre”, come quando Gesù scaccia i mercanti dal tempio; io credo che l’atto di rovesciare i banchi (non i mercanti) e di cacciare fuori dal tempio pecore e buoi con gli agenti della loro compravendita (i mercanti) sia una reazione per l’indignazione rispetto alla gravità dell’ingiustizia subita.
Come è possibile occuparsi solo di compravendite, proprio dentro il tempio e proprio alla vigilia della pasqua, commemorazione di un avvenimento unico quale la liberazione del popolo dalla schiavitù? Cosa ha a che fare il commercio di animali e il cambio della valuta con il rendere gloria e il ringraziare il Dio d’Israele? Come può essere vissuto un rapporto con Dio in questo modo? Di fronte all’enorme incongruità ed infedeltà del popolo che ricade sempre nello stesso errore, così come Mosè aveva frantumato nell’ira le Tavole della Legge dategli dal Signore, accorgendosi che i suoi nel frattempo avevano fatto dell’oro il proprio idolo, ora Gesù, cacciando animali e mercanti con la cordicella, ancora una volta chiarisce nei fatti lo stesso principio.
Non è che Mosè abbia spaccato le tavole di pietra in testa a qualcuno… Per Mosè la propria ira è quella di Dio stesso, è nel nome stesso di Dio che egli infrange le Tavole della Legge, ed esprime col suo gesto ciò che gli è impossibile spiegare a Israele, condannando con indignazione ciò che attacca alle radici la fonte della vita, ciò che infligge colpi mortali alla vita: egoismo, volontà di potere, dominio sull’altro, istinto di sopraffazione; di fronte alla tomba in cui tutto questo tende a rinchiuderci, la Vita diventa più forte, si erge imponendo la propria forza, impedendo di rescindere il legame con il suo creatore.

L’ira è un passaggio della vita, non siamo destinati a rimanere in quel passaggio, nel mezzo dell’esistenza, perché la vita consiste nel passare da un luogo all’altro e nell’attraversare soglie, è un passare oltre nell’incontro con gli altri e la benedizione arriva dopo una lotta, la benedizione è il frutto dell’essere passati oltre rimanendo nell’amore. Inoltre, la Bibbia chiama la benedizione attraverso la prole, vale a dire, attraverso la vita che viene data in dono, che amiamo smisuratamente fino a scoprire che va oltre noi stessi, all’infinito. In materia di benedizione, Dio avrà l’ultima parola e non importa quanto la nostra vita possa essere curva, perché la benedizione di Dio è scritta direttamente su di essa, a patto che abbiamo il coraggio di portare avanti quel che siamo, anche nell’ira e forse in parte anche nella ribellione, intese come passi difficili, da superare, ma vitali.

Che l’ira possa indicarci la via della santificazione è un’idea francamente “innaturale”, eppure, per crederci, dobbiamo attraversarla, come ogni esperienza, con il Signore accanto e non da soli e saremo invitati ad andare fino in fondo alla vera conversione.

Il profeta Osea ci aiuta a farlo: “Il mio cuore è turbato e allo stesso tempo la mia pietà è commossa. Non darò sfogo alla mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché io sono Dio e non uomo, in mezzo a voi sono santo; non verrò con furore.” (Osea 11,8b-9). C’è un po’ di fusione tra Dio e l’umano? Se anche fosse, ciò significa che Dio può stare nelle nostre più intime vicinanze senza minacciare di inghiottirci. Questa esperienza ci dà la garanzia che non ci distruggerà, perché è lì, tra noi, che ha costruito la sua casa. Siamo invitati ad andare fino in fondo nella nostra conversione. Se manteniamo il sospetto, temendo ancora un po’ l’ira del Dio malvagio, non siamo pronti ad essere noi stessi e rimaniamo nel “politicamente corretto” col Signore. Fino alla fine saremo invitati a camminare nella verità, anche se, come per Giacobbe, la lotta lascia il segno.
Non si avanza in amore senza zoppicare.

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Ascoltare e tacere

Alcuni di coloro che stanno qui
non moriranno prima di aver visto venire con potenza
il regno di Dio (Mc 9,1)

25 febbraio 2024 – II Domenica di Quaresima
Seconda Lettura: Rm 8,31-34
Vangelo: Mc 9,2-10

Il testo è come un paesaggio che si apre davanti a noi. Lo sguardo di ciascuno non è attratto dagli stessi elementi, le nostre orecchie non ascoltano gli stessi suoni, si attiva una selezione in gran parte inconsapevole, si ritagliano raffigurazioni del tessuto che sembrano avere più peso di altre, molto ci sfugge, si riempiono automaticamente gli spazi lasciati aperti e si ricostruisce la scena dalla nostra memoria o dalla nostra immaginazione. E siamo ancora noi. Questa immaginazione riflette il già noto, ciò che crediamo di conoscere. Occorre prendere tempo e rileggere.

“Alcuni di coloro che stanno qui (dove?!) non moriranno prima di aver visto venire con potenza il regno di Dio” (Mc 9,1).
E nessuno fa domande! Nessuno! Né Pietro, né Giacomo, né Giovanni.
Io ne avrei molte… ho segnato molti punti interrogativi a margine… rimangono lì e continuano a interrogare, come davanti al titolo di un testo che promette qualcosa di troppo bello per poterci credere…
La storia prosegue con l’indicazione del tempo: “… 6 giorni dopo, prese con sé…”: strana frazione di un tempo impercepito. 6 giorni dopo? Forse di sabato, giorno propizio al riposo e alla riflessione?
Ad ogni modo 6 giorni dopo Gesù “prende con sé…”, “li fa salire”… non parlano, non dialogano. Vanno.
Andiamo.
I lettori, tu e io, vengono presi con lui, con loro, saliamo anche noi e vediamo quel che i nostri occhi e le nostre orecchie possono immaginare: una trasformazione di quell’uomo che irradia luce dagli abiti e si pone in dialogo con Elia. E con Mosè. La relazione fra i 3 è basata sulla parola, i discepoli sono solo spettatori, stanno a guardare e si riempiono gli occhi di quel che vedono.
A questo punto Pietro parla. Perché? Per partecipare al dialogo? Per rompere il disagio di una situazione che sembra allo stesso tempo reale e incredibile?
Il testo ci viene in aiuto, Pietro parla perché “non sapeva cosa dire”. In quel contesto Pietro, nonostante lo spavento, trova che il tutto sia bello, vorrebbe rimanere lì, non sa cosa dire, è intimorito, spaventato, parla per parlare, forse per nascondere l’imbarazzo, come quando interveniamo in un colloquio, al quale nessuno ci ha invitati, e cerchiamo disperatamente di dimostrare di esserci, mentre magari siamo completamente fuori tema, come spesso accade nella vita: quando proviamo a fingere, si vede che prendiamo lucciole per lanterne!
Bambini e giovani sono particolarmente bravi a decodificare queste maschere degli adulti. Tutti i discepoli temono questo evento insolito sulla montagna. Ma invece di accettare la loro paura, o fare domande, Pietro sceglie di “rispondere”, come al solito, esponendosi e, all’improvviso, sembra rasentare il ridicolo. Era partito già attrezzato per costruire tende?
Sento una forte empatia nei confronti di Pietro e vorrei gridargli: per favore fermati, non dire nulla! Voglio voltare velocemente la pagina della mia Bibbia per non essere più testimone di questo momento assolutamente fuori dall’ordinario per Pietro. Come uscire “normalmente” da questa situazione? Pietro, con il suo progetto di costruire tre tende, ingarbugliato in parole senza senso, Gesù in dialogo con Mosè ed Elia, gli altri discepoli, attoniti, in silenzio. Cos’altro succederà?
Finalmente la via d’uscita: la nuvola, che li oscura, li pone al riparo. Che sollievo… finalmente! Un po’ di oscurità, uno spazio in cui il timore si acquieta e le parole di Pietro non restano nude, alla vista di tutti. Gli occhi, fino ad ora così sollecitati dalla luce accecante, possono riposarsi un po’.
Lo sguardo si distende, ma l’udito si fa più fine, perché da quell’ombra viene la voce di Dio: “Questo è mio figlio, l’Amato: ascoltatelo”: una voce che parla distintamente, chiaramente, semplicemente, senza chiasso: è un Padre che ama, e chiede ascolto per il Figlio, per l’Amato.
Non parla per sé, parla per l’Altro, per l’Altro da ascoltare, annullando ogni discorso in prima persona. Stare lì, sotto la nuvola, non dura per sempre; stavi già pensando anche tu di stabilirti lì per sempre, con o senza tende? No, non è possibile. All’improvviso ci si guarda intorno, e non si vede altro se non Gesù. Nessuno è più solo dopo la trasfigurazione, il Figlio, l’Amato, “da ascoltare” è qui e raccomanda di non raccontare a nessuno l’accaduto, se non quando il figlio dell’uomo sarà risorto dai morti.
Ma perché aspettare? Perché non dire niente? Non è questo forse un evento da gridare dai tetti?
Imporsi un’attesa, come un ritardo nel parlare, sembra una precauzione da una parte e un metodo dall’altra. C’è il rischio di parlare, di raccontare, senza che l’ascolto sia arrivato alla fine di tutto quello che c’era da ascoltare. Per Gesù, evidentemente, bisogna andare fino alla fine, fino alla morte e alla risurrezione, per aver udito abbastanza per poter parlare.
Il testo si chiude con una nota intrigante: parlano, discutono tra loro, come studenti: “Che cos’è: “risuscitare dai morti”? Mantengono la parola data, ed è un modo sorprendente per dire che hanno ascoltato e che questo li spinge a porsi domande che per il momento rimangono senza risposta, senza parole da dire pubblicamente, esternamente. Quindi per ora, per loro, e forse anche per noi, non c’è niente da dire, ma solo da andare fino in fondo ad ascoltare.
Per rileggere…

Alcuni di coloro che stanno qui non moriranno prima di aver visto venire con potenza il regno di Dio

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Nel deserto

Stava con le fiere e gli angeli lo servivano

18 febbraio 2024 – I Domenica di Quaresima

Prima Lettura: Gn 9,8-15
Seconda Lettura: 1Pt 3,18-22
Vangelo: Mc 1,12-15,

In genere apprezziamo così tanto la nostra libertà, da mal sopportare le indicazioni che provengono da un’autorità, sia essa lo Stato, la Chiesa o anche un datore di lavoro, un capo di qualcosa… Ma vale anche per i giovani nei confronti delle loro figure di riferimento: genitori, insegnanti, formatori. L’autorità dovrebbe, d’altra parte, essere credibile e usiamo anche due aggettivi diversi per distinguere l’implicita rispettabilità di un’autorità: si può essere autoritari o autorevoli.
In ogni caso è la reazione alla sollecitazione che conta e una certa continuità nel chiedersi cosa ci ha spinto a parlare o ad agire in un certo modo, unita a quel tanto quanto basta di mente lucida per sospendere il giudizio verso se stessi e gli altri per un breve lasso di tempo; questo atteggiamento consente spesso di scoprire qualcosa di utile.
Certamente l’esempio del Nazareno, spinto dallo Spirito nel deserto subito dopo essere stato riconosciuto figlio prediletto da quello stesso Spirito, predicatore del “porgi l’altra guancia”, obbediente alla volontà del Padre senza alcuna ribellione fino alla crocifissione, dà da pensare.
Dev’esserci un passo in più in questo percorso che sfugge completamente all’ordinarietà delle reazioni automatiche e che in qualche modo anche un “normale” essere umano potrebbe compiere.
Ciò che spinge a parlare e ad agire non è sempre il vento della nostra personale vocazione, e forse proprio perché non sappiamo  da dove questa venga, né dove vada. Anche il Nazareno, come ogni uomo e ogni donna, viene spinto nel deserto, si ritrova a fronteggiare le provocazioni di una perfida autorità, che tenta di farlo letteralmente “cadere”; ha insomma a che fare con la malafede più turpe, di cui non è difficile scorgere la presenza anche nel nostro mondo.
Matteo e Luca entrano nel dettaglio delle tentazioni, Marco invece le riassume in una sola, forse perché è la specifica lotta che il Nazareno dovrà affrontare per tutta la durata della sua esistenza terrena. Marco, tra l’altro, non scrive mai che Gesù lascia il deserto, forse perché quel deserto è appunto una condizione con cui fare i conti tutta la vita. Anche il Figlio di Dio avrebbe vissuto, risolutamente e totalmente, ai bordi del baratro in cui ogni uomo potrebbe cadere?
Credo di sì, perché dev’essere proprio questa la lotta del Verbo quando sceglie deliberatamente di farsi uomo per riscattare l’uomo.
Inizialmente vuol dire riabilitazione dei malati, degli infermi, di tutti gli impuri, reintrodotti, nonostante la Legge, nella cerchia dei vivi. Diventa poi perfino lotta contro i “giusti” che si sostituiscono a Dio per potersi permettere di dividere gli esseri umani tra eletti e dannati. Forse ancora più duro dev’essere guardare a coloro che non intendono riconoscere Dio in un volto umano, ovvero lo scopo ultimo, la battaglia decisiva: mostrare Dio presente nell’umano.
Occorre ricordare però che tutti gli schiavi dei propri demoni, tutti i dannati della terra, tutti, proprio tutti, possono ascoltare il grido del Cristo, quello che nasce nel deserto, sprofonda risolutamente e definitivamente nella condizione umana fino a poco prima di morire in croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Il desiderio di un’autorità inconfutabile, capace di risparmiare la fragilità e la lotta a favore della vita, somiglia troppo a quel tipo di desiderio che gli uomini confusamente immaginano di soddisfare, diventando schiavi del potere, del successo, del danaro.

Ma l’ordine del mondo è cambiato. E la lotta continua, perché il nemico è ovunque il sogno di essere onnipotenti, invincibili, autosufficienti, mentre è sempre possibile abitare il limite della nostra condizione umana, comprendendone l’invito alla fratellanza, alla responsabilità, alla fiducia e, perché no, anche al coraggio.

Riflessione del 1° febbraio 202.1

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Miracoli e fede

11 febbraio 2024 – VI Domenica del Tempo Ordinario

Prima Lettura: Lv 13,1-2.45-46
Seconda Lettura: 1Cor 10,31-11,1
Vangelo: Mc 1,40-45

Cosa ha fatto Gesù finora? Ha ricevuto il battesimo, ricevuto lo Spirito Santo e sentito voci dal cielo, poi c’è stato un tempo nel deserto, in seguito ha iniziato ad annunciare il Vangelo di Dio – convertirsi e credere al Vangelo – ha chiamato discepoli, poi ha compiuto un primo miracolo, poi un altro, poi dozzine di miracoli, poi ancora miracoli fino a questa parola: “Se vuoi, puoi purificarmi”, gli dice un lebbroso. Gesù si commuove. E chi non si sarebbe commosso? E chi, avendo il potere che Gesù ha, resisterebbe a tale domanda? Lo purifica, naturalmente, però, dopo, lo ammonisce severamente, letteralmente lo caccia e gli raccomanda di non dire ad alcuno quel che è successo.
E io mi chiedo: ma perché? Perché cacciare il lebbroso dopo averlo curato amorevolmente? Perché proibirgli di raccontare l’accaduto? E perché poi rimandarlo dai sacerdoti?
Sono domande che mi portano a interrogare il Vangelo.
Dal primo demone scacciato nella sinagoga di Cafarnao, lo spirito impuro, Gesù ha operato guarigioni su guarigioni, motivo per cui la gente continua a chiedergli miracoli e lui fa i miracoli.
Ci sono solo miracoli in questa storia? Marco non ha scritto “Inizio della storia di Gesù di Nazaret, operatore di miracoli”, ma “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio”. Ma, all’inizio del ministero pubblico di Gesù, l’attenzione si focalizza sulla sovrabbondanza del miracoloso. E qui sorge il problema, tanto per chi li compie, tanto per chi ne beneficia.
Chi fa i miracoli dovrà continuare a farne, perché sempre sarà crescente il numero di persone che li chiede. Mi sembra abbastanza chiaro. Certamente, i miracoli suscitano interesse, entusiasmo e adesione.
E poi?
Quanti sono i miracoli riportati in un giorno qualunque di un’esistenza qualunque? E quanti ne vorremmo nei momenti difficili?
La questione della fede non si pone quando ci sono miracoli; tutti si rallegrano che ci siano miracoli, ma nessuno pone la questione della fede e della “domanda” che muove a compassione il Signore. Ha fatto dieci miracoli? Gliene chiedono cento, lui ne fa cento e gliene chiedono mille.
E dopo? Così è “la folla”. Non si mette in discussione, non ha esitazioni quando il suo campione vince e tutto va bene. I problemi sorgono quando il miracolo non c’è, ed in questo sta il nodo: con o senza miracoli la fede o c’è o non c’è, ma se c’è un miracolo è la domanda, la preghiera che lo suscita.
Perché allora Gesù ha cacciato questo pover’uomo dopo averlo guarito? Oppure, perché l’evangelista Marco colloca questa scena brutale proprio lì, proprio all’inizio del suo Vangelo?
Prende corpo in questo inizio del vangelo di Marco la grazia pre-potente che abita il Nazareno, la sua propensione alla compassione e il suo desiderio di riparare tutto.
Il lettore scopre però che l’annuncio di questo Vangelo non può scaturire solo da una tale sovrabbondanza di potenza benevola, scopre addirittura che se Gesù nella sua vita avesse fatto solo miracoli, non ci sarebbe stata alcuna lieta novella. Il miracoloso attrae sempre l’uomo, ma la solitudine della croce denuncia l’assenza di relazione fra l’uomo e Dio, e, precisamente, denuncia la fuga dell’umano, davanti all’apparente impotenza dell’Onnipotente.
E scoprirlo può essere straziante.
La grazia è onnipotente, ma è di sola fede che possiamo vivere.
Paradossalmente vivere di sola fede è perdere le illusioni: fine dei sogni, inizio del risveglio e della responsabilità, vero inizio del Vangelo per ciascuno di noi.
Ora, ciò che perdiamo in illusione, guadagniamo in lucidità. Scacciando il miracolato, è il miracolo per il miracolo che Gesù esclude. E se poi farà altri miracoli, sarà per il servizio del Vangelo, e per nient’altro. Gesù dunque respinge il miracoloso, non vuole che se ne parli, rimanda all’ortodossia delle pratiche religiose del proprio tempo e della propria collocazione geografica.
E’ questo Vangelo che Marco tramanda, invito alla conversione per una vita non miracolata e neanche rassegnata, ma rivendicata nella sua sovrabbondanza di presenza e di possibilità; una vita non golosa e smemorata, ma accolta e consacrata alla quale andare incontro perché è tutto e solo quello che c’è.
Il lettore del Vangelo di Marco deve scoprire questo, deve imparare a vivere questo, e sapere che Gesù stesso lo scopre e lo vive.
C’è una verità del Vangelo che si dice solo alla croce, quando il moribondo grida al cielo e muore, ed è racconta anche nel percorso dei discepoli, nello smarrimento dei testimoni e nel silenzio del sepolcro vuoto.
Infine c’è un’ultima verità: scartato il miracoloso, vinta la paura della morte, accolta anche la sofferenza, è possibile leggere, dire e confessare, oggi, il primissimo versetto: inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio, nella fede e per fede è vivo e Signore.
Vivere sotto la grazia è dato dall’alto, ma vivere di sola fede si impara quando si è deciso di vivere.

NB: per leggere la riflessione del 14 febbraio 2021 clicca qui

Sollevata

La sollevò prendendola per mano

4 febbraio 2024 – V Domenica del Tempo Ordinario

Prima Lettura: Gb 7,1-4.6-7
Seconda Lettura: 1Cor 9,16-19.22-23
Vangelo: Mc 1,29-39

Nel vangelo di domenica scorsa Gesù, nella sinagoga, iniziava il suo ministero compiendo il primo miracolo, che aveva colpito tutti i presenti e messo in luce la sua autorità, aveva guarito un uomo disturbato e spossessato del suo vero essere. Il racconto di oggi continua con esemplare concisione: Gesù si avvicina all’ammalata, la prende per mano, la fa alzare e la donna, subito guarita, si mette a servire.
Anche questo miracolo si svolge di sabato, sempre a Cafarnao, ma è molto diverso dal primo perché non siamo più nella sinagoga, ma in una casa privata, nell’intimità di una famiglia amica, quella di Pietro e Andrea; il miracolo non è spettacolare come la guarigione dell’indemoniato; e da ultimo, mentre nell’esorcismo l’uso della parola da parte di Gesù è stato fondamentale, qui il Nazareno tace, compie solo un gesto, prende la mano della malata e la solleva.
Chi ha a che fare con le persone malate sa bene che a volte la comunicazione è difficoltosa, perché chi soffre talvolta non può parlare o è addirittura  incosciente, mentre il tatto rappresenta ancora una possibilità di relazione.
Ma c’è dell’altro.
Dicevo che ora non siamo più nella sinagoga, ma in una casa privata; in effetti l’epoca in cui fu scritto questo Vangelo, intorno al 70 d.C., fu un periodo di transizione: i cristiani non erano più i benvenuti nelle sinagoghe e non avevano ancora costruito propri luoghi di culto, di conseguenza si incontravano nel luogo più ovvio, le loro case.
L’abitazione di Pietro e Andrea può allora assumere un carattere simbolico e rappresentare il luogo di condivisione della Parola più appropriato per la nascente cristianità.
In casa, di massima, ospitiamo amici e Gesù stesso va da Simone come un amico, Maestro, ma sempre amico. Aiuta la suocera di Pietro a rialzarsi con un gesto tipico, confidenziale, familiare, inequivocabilmente affettuoso nei confronti di un’amica malata e costretto a letto. Attraverso quel gesto la donna però si rialza immediatamente e questo “rialzarsi” è reso in greco con lo stesso verbo che i cristiani adopereranno per parlare di risurrezione.
Marco avrà forse voluto sottolineare significativamente il senso “corporeo” del “rialzarsi“ come fosse un anticipo di risurrezione? Questo è il tema al centro della realtà ecclesiale: a pochi decenni dal “fatto” inaudito, i primi cristiani avevano preso l’abitudine di ricordare e celebrare ogni domenica la risurrezione di Gesù Cristo e noi continuiamo a farlo anche se a volte lo dimentichiamo. Ogni domenica, noi, celebriamo la risurrezione di Cristo.
La suocera di Pietro, una volta guarita, si rialza, per servire Gesù, i suoi figli e i loro amici.
A questo punto non vorrei essere sbranato né dalle donne, né dalle donne che si dichiarano femministe, ma io credo che il “servire” immediato della suocera di Pietro, appena riavutasi dalla malattia, non abbia nulla a che fare con l’abitudine inconsapevole, contratta in una società maschilista. Credo piuttosto sia la naturale manifestazione di una forma forte di gratitudine e di amore. La donna agisce autonomamente con naturalezza, senza incertezze. Lo farebbe per chiunque? Io non credo. Lo fa per coloro che ama, per usare le parole di San Paolo, ed è una necessità che sgorga da una profonda gratitudine.
Diciamo che ogni cristiano può sperimentare il “servire” alla maniera della suocera di Pietro. La Chiesa ha poi istituzionalizzato il ministero del diaconato: il diacono “serve” per il bene della comunità, ma questo non è compito del solo diacono: è – sempre – per tutti, ognuno nel proprio contesto, donna o uomo, prete o laico.
Il gesto del Nazareno contiene un messaggio forte quanto la parola e lo ritroveremo ancora di più nella lavanda dei piedi narrata da Giovanni: la vocazione a servire per amore è il modo dei risorti.

Questo modo s’impone perchè siamo stati risollevati.
Non è un vanto predicare il vangelo…

NB: per leggere la riflessione del 7 febbraio 2021 clicca qui