Il fuoco sulla terra

Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?

14 agosto 2022 – XX Domenica del Tempo Ordinario
Luca 12, 49-53

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”.
Queste parole sono sorprendenti e difficili da accettare. Tanto più che ne seguono altre non meno preoccupanti: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione”. E in Matteo (10,34) troviamo: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma la spada”.
Questa divisione si realizza addirittura nelle famiglie, tanto per completare la sensazione di disagio.
Il cristianesimo è una religione che valorizza la famiglia; per qualcuno fede e coesione familiare sono sinonimi. Gesù porterebbe la divisione proprio là dove fa tanto male?
I padri tendono quasi sempre a trasmettere la propria tradizione culturale, lo status sociale e a volte la professione. Le madri tendono a trasmettere la conoscenza della vita e della sopravvivenza, la saggezza familiare e i segreti della donna; le suocere in genere cercano di salvaguardare la tradizione familiare e la conservazione dell’identità familiare attraverso le generazioni. E sono proprio le relazioni familiari ad occupare un posto importante nel vangelo di Luca, basti pensare, ad esempio, alle liste genealogiche dei primi tre capitoli, o al ruolo della famiglia di Gesù nella Chiesa primitiva.
Tali relazioni sono però messe a dura prova da questo annuncio. La nascita di Giovanni Battista è segnata dalla rottura della tradizione di famiglia riguardo al nome: avrebbe dovuto infatti chiamarsi Zaccaria, come suo padre (Lc 1, 59-63); già a dodici anni Gesù relativizza la potestà genitoriale, spiegando ai suoi, che lo cercano affannosamente e dopo tre giorni lo trovavano nel tempio, che avrebbero dovuto già sapere dei suoi “impegni” col Padre suo (cfr. Lc 2,49).
Come negli altri Vangeli, Gesù subordina l’attaccamento familiare alla chiamata a seguirlo, e con un tono categorico: “Chi viene a me deve preferirmi al padre, alla madre, alla moglie, ai figli, ai fratelli, alle sorelle e anche a se stesso” (Lc 14,26). E (Lc 11,27) “Mentre Gesù parlava, una donna alzò la voce in mezzo alla folla e disse: Benedetto il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato! Ma egli rispose: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” 
Tutti i rapporti familiari sono quindi soggetti ad un aggiustamento conflittuale, ad un vero pareggio, che sembra necessario prima che chi lo desideri possa ricevere il Vangelo.

E che dire allora della pace?
Gesù non era venuto a portare la pace? In tutto il Vangelo e negli Atti degli Apostoli, la pace caratterizza il tempo della salvezza per eccellenza e descrive lo stato d’animo dei credenti…non può trattarsi di un aut aut: o segui quello che dico io o la famiglia; quale pace potrebbe venire da una simile situazione?
Per me è fuori discussione che la pace all’interno dei rapporti familiari non è in contraddizione con la fede e con l’accettazione della volontà di Dio. Il che è direttamente proporzionale all’adesione dei valori evangelici all’interno della struttura familiare.
In Luca si trovano diverse affermazioni che possono metterci sulla via della retta comprensione su questo argomento.
Durante la polemica al banchetto con Levi, il pubblicano che ha riunito varie persone di cattiva reputazione, Gesù dichiara: “Non sono venuto a chiamare coloro che si considerano giusti, ma quelli che si riconoscono peccatori”. Chi si converte, in genere, cambia modo di pensare e di agire e questo fa sì che i suoi facciano fatica a riconoscerlo; spesso la forza dell’incontro con il Cristo fa vedere molto più chiaramente nelle situazioni che prima sembravano impossibili da risolvere. Ma per gli altri rimangono inquadrate nella stessa cornice di prima…
Sulla strada per Gerusalemme, un villaggio samaritano rifiuta di ricevere Gesù. Giacomo e Giovanni dicono: “Signore, vuoi che ordiniamo al fuoco di scendere dal cielo e di distruggerli? Ma Gesù chiarisce: “il Figlio dell’uomo non è venuto per condannare, ma per salvare”.
Laddove Gesù si reca, vale a dire laddove il Vangelo viene ascoltato, nasce un contesto di confronto e di polemica; il Vangelo deve colpire e innescare una crisi per essere veramente ascoltato e accolto. Ecco che cosa vuol dire che Gesù è venuto a portare il fuoco sulla terra.
Due parole nel testo di Luca sono legate al fuoco. Nell’episodio del villaggio samaritano, Gesù rifiuta di far cadere il fuoco dal cielo. Nel brano di oggi, è venuto a portarlo. Questo ricorda l’annuncio di Giovanni Battista (3,16-17): “Egli rispose a tutti: Io vi battezzo con acqua, ma viene colui che è più potente di me, e sarebbe ancora troppo onore per me sciogliere il cinturino dei suoi sandali. Egli vi battezzerà con Spirito Santo e fuoco. Ha la pala in mano, andrà a pulire la sua aia; raccoglierà il grano nel suo granaio, ma brucerà la pula in un fuoco inestinguibile.”
Ora vengono spazzate tutte le esitazioni a rimanere dentro i compromessi col mondo. Il fuoco non è una concreta punizione per i peccatori, ma una forza interiore che distrugge – non senza sofferenze personali – ogni mediazione col male.
Nell’Antico Testamento il fuoco accompagna le manifestazioni della presenza di Dio, nel Nuovo Testamento è l’elemento del giudizio finale. Nello stesso momento in cui Gesù rifiuta di mandarlo contro il villaggio samaritano, ne pone tuttavia il segno reale con la sua stessa esistenza, le sue parole, i suoi atti.
Il giudizio avviato da Gesù induce anche la sua passione. (12,50) “Ho un battesimo da ricevere; quanto pesa su di me finché non sia compiuto!”
La violenza, lo shock del confronto del Vangelo con il mondo così com’è, con la società e le sue ingiustizie, con il sistema religioso stabilito, saranno assunti da Gesù stesso nella sua sofferenza e nella sua condanna a morte da parte degli uomini del suo tempo. Gesù provoca, attacca anche, e nello stesso tempo ne paga le conseguenze. La giustizia e l’amore del prossimo entrano nella carne dell’umanità a questo prezzo.
Il fuoco di Dio, a differenza del fuoco fisico, non può essere domato dall’uomo, né manipolato per scopi egoistici o per finalità di potere.
E noi oggi?
Come ci siamo evoluti dai tempi di Gesù? Dico, sia nel nome del Vangelo, sia da una pura prospettiva laica sulla dignità umana; come ci siamo evoluti, sia come singoli individui, sia come gruppi umani.
Penso all’evoluzione dei diritti umani nella nostra società europea, negli altri continenti, al progresso dell’uguaglianza tra tutti i popoli della terra, al progresso dell’uguaglianza tra uomini e donne. Penso all’evoluzione delle strutture familiari, a costo della rottura con le tradizioni, ma a beneficio della libertà e della dignità della persona.
Nel contesto ecumenico, tuttavia, la rottura delle tradizioni pone un problema: molte Chiese si considerano soprattutto custodi di una tradizione e reagiscono malamente a qualsiasi riflessione che rischi di portare ad una trasformazione delle abitudini secolari. Le difficoltà delle donne (che forniscono almeno i due terzi dei volontari nelle Chiese) nell’accesso a posizioni di responsabilità e di guida, sono un esempio significativo.
Come ci assumiamo le nostre responsabilità nel dialogo ecumenico e interculturale?

In ogni caso, la rottura provocata da Gesù non sostituisce un dominio con un altro o una tradizione con un’altra, ma apre ad un modo di vivere, di ragionare, di “funzionare” molto meno angusto, egoistico, pauroso; un modo che si apre alla volontà di Dio, e che fa vivere, anche scomodamente, sullo sfondo di una promessa nella quale crediamo.
Dobbiamo diffidare solo della falsa pace. Come scrive Geremia in 6, 13-14 “Infatti dal più piccolo al più grande, sono tutti quanti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: ‘Pace, pace’, mentre pace non c’è”.
Naturalmente diciamo che vogliamo la pace, ma spesso intendiamo dire che vogliamo l’ordine.
Non siamo pacifici o non violenti fino in fondo. Siamo pacifici solo finché nessuno disturba le nostre illusioni. Non siamo violenti, ma solo finché nessuno invade i nostri confini e viene a risvegliare il bestiale che è in noi.
La violenza non è qualcosa che si supera decidendo di essere non violenti. Non è facile vivere i valori del cristianesimo in un mondo dove regnano sovrani il denaro, la carriera, l’individualismo, il godimento immediato, il nazionalismo, la ragione del più forte. Lo sperimentiamo ogni giorno: ogni volta che pronunciamo il nome di Dio, che esprimiamo qualcosa della nostra fede, che ci affermiamo come cristiani e credenti nella nostra società, questo accende il fuoco delle reazioni più diverse. Si può fare un passo indietro e ridurre la vita di fede al dominio privato. Ma tutte le reazioni sono porte che si aprono alla fede: porte della fede.
La maggior parte di noi si sente completamente impreparata a vivere in modo non violento, sebbene sia certa che le credenze cristiane implichino questo modo di vivere.
Il tema ricorrente del salmista, che riassume, come solo i poeti sanno fare, il cammino dell’alleanza di Dio con il suo popolo, è che dobbiamo raccontare, spesso e ad alta voce, le opere che Dio ha compiuto, le sue opere per noi. E alla fine la richiesta è una sola: essere fedeli, come Dio stesso è fedele, come lo è stato, lo è e lo sarà. Tale è la grazia.
Ed è anche l’unica alleanza che fa appello alla verità stessa della nostra esistenza e alla forza che sostiene le vaste profondità dell’universo.

Ci crediamo non perché sia efficace, ma perché è vero. Ed è l’unico modo per superare le divisioni che ci abitano e che ci circondano.
La grazia della nostra fiducia diventa un dono per gli altri non perché sia efficace, ma solo – solo – perché è vero.

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Non temere

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto;
a chi fu affidato molto, sarà chiesto molto di più.

7 agosto 2022 – XIX Domenica del Tempo Ordinario
Luca 12,32-48

L’idea che l’uomo sia solo al mondo di fronte agli eventi non è nuova, da sempre fa parte dei dubbi che arrovellano l’umanità. Alcuni si arroccano sul razionalismo con giudizi parziali, screditando le religioni, ed in particolare il cristianesimo, nella convinzione che i contenuti della fede siano, in fin dei conti, storielle per un’umanità bambina, di poco evoluta rispetto all’antichità, quando si credeva negli dèi, nei miti e nelle leggende. Secondo questa prospettiva, le sfide che gli uomini devono affrontare non potrebbero mai trovare una risposta in Dio, e con ciò la tematica religiosa sarebbe storicamente superata; i rischi e le sfide, cui gli esseri umani e l’ambiente sono esposti, dovrebbero essere affrontati facendo leva unicamente sulla scienza e le sue applicazioni, possibilmente estendendo le prestazioni dell’intelligenza umana attraverso quella artificiale.
E qui qualcuno citerebbe, entusiasta, le tesi del post-umanesimo…dandomi del chierico medievale.
Con tutta evidenza, è la scienza che combatte le epidemie! Dio non può più sfamare gli affamati, ammesso e non concesso che lo abbia fatto qualche volta in passato, inviando la manna dal cielo. Solo l’uomo può fornire risposte coerenti ai propri problemi insoluti.
Alcuni scienziati pensano addirittura (“pensano” o “fantasticano irresponsabilmente”?) di poter estendere la durata della vita umana ben oltre i limiti delle consuete attese di vita, attenuando o eliminando del tutto i danni della vecchiaia; aspirano così a realizzare – guarda un po’ – il mito faustiano dell’eterna giovinezza: proprio un “pensiero” geniale!
Se a livello tecnico tutte queste cose si potrebbero forse fare, nessuna risposta umana è altrettanto in grado, al momento, di contrastare la follia che frammenta le menti, almeno tanto quanto la vecchiaia il corpo. E non si tratta solo della minaccia atomica.

L’idea secondo la quale gli uomini sarebbero soli di fronte al loro destino non è nuova e, a guardar bene, non proviene neanche da “miscredenti”: già dall’alto medioevo l’ebraismo della Kabbalah ipotizzava che Dio, dopo la creazione, si fosse ritirato dal mondo per lasciare agli uomini il compito di gestirlo.
Non solo, leggendo la parabola di oggi, sembrerebbe addirittura che proprio Gesù stesso fosse di questo avviso: racconta del padrone di un podere (dietro il quale incombe ineludibilmente il volto di Dio) che si mette in viaggio, lasciando i suoi servi a custodire le proprietà e il buon andamento dei propri affari. I servi, in definitiva, mantengono tutto l’agio (la libertà) di fare come credono, ma, ad ogni buon fine, ricevono dettagliate istruzioni per la corretta gestione del patrimonio in assenza del padrone.
Si potrebbero seguire le istruzioni, oppure riporle nella scatola dell’imballaggio, come solitamente io stesso faccio per ogni aggeggio nuovo: non le leggo proprio; confido nella mia intelligenza!
I servi potrebbero anche andare oltre; per esempio, appropriarsi delle chiavi di casa, prendersela comoda e rovinare l’ambiente, depredare le riserve a proprio vantaggio rubacchiando qua e là, cominciare coscientemente ad opprimere e a sfruttare i sottoposti.
Non è poi così difficile infrangere le regole fondamentali della buona convivenza, di cui naturalmente tutti i servi si fanno paladini a parole… (Ci sta come inferenza personale?)
Nella parabola, ad ogni modo, per fortuna, è previsto il ritorno del padrone, e il recupero della situazione. Immagino la cosa come un risanamento dalla follia collettiva, oltre che come promessa escatologica.
I servi infingardi saranno puniti e i buoni premiati: moralista!
Ma – moralismo a parte: mio, inevitabile – a pensarci bene, il ritorno del padrone non sarebbe neppure necessario perché questa storia abbia un senso. Se io sfruttassi un dominio in nome del profitto personale e continuassi a farlo iniquamente (in modo non equo), ingiustamente, malvagiamente, ci vorrebbe poco a capire che prima o poi tutto crollerebbe; a forza di disuguaglianze, di disprezzo, rischierei la rivolta dei sottoposti e la totale disintegrazione del dominio. Certo, ci vorrebbe del tempo, ma se pensassi che si tratta di un tempo comunque umanamente lungo, che oltrepassa il confine della mia durata sulla terra, potrei anche dire: “Non sarà affar mio!”
“Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.” (cfr Lc 12, 19 dal Vangelo della scorsa domenica).
Non è che siamo già arrivati qui?

Perché questa parabola? Per lasciare gli uditori perplessi, esitanti, preoccupati? Spaventati no, perché dice appositamente: “Non temere”.
Gesù parla di come dovrebbe essere gestito il mondo, ci avvisa, fornisce anche il manuale delle istruzioni: da leggere e rileggere.

Gli uomini sono venuti al mondo dotati di intelligenza. Gesù, parlando in nome di Dio, garantisce che noi umani siamo anche capaci di portare avanti la gestione del mondo a noi affidata: “Non temere, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro di darvi il Regno”. Abbiamo la possibilità di agire per il meglio. È riposta in noi la Sua certezza (anche la mia), che seguendo la Sua strada, le Sue istruzioni, tutti potranno vivere in pace.
Naturalmente, non abbiamo la possibilità di impedire l’azione di coloro che non agiscono secondo le istruzioni, ma è nostra precisa responsabilità mostrare, indicare, illustrare i rischi di ignorare il Vangelo, percorrere il nostro cammino di cristiani missionari e fare tutto ciò che ci è possibile perché gli uomini rinsaviscano e intraprendano un cammino di pace.
Gli scettici non mancheranno, i detrattori continueranno ad accusarci di buonismo, gli ideologi di infantilismo e i soloni continueranno a fare il gioco dell’avversario.
Pazienza. Si tratta di aprire la strada con la presenza, agire in nome della fraternità, della condivisione e della speranza; porre segni di un cambiamento possibile. Vivere da umani. È ciò che Gesù chiede quando invita alla vigilanza.

Se fossimo stati tutti pronti, con le vesti cinte ai fianchi, un ambulante non sarebbe stato barbaramente ucciso sulle strade di una cittadina di provincia del centro-Italia. Non serve rimarcare che l’assassino ha rovinato anche la propria vita. Inevitabilmente e “giustamente” pagherà le percosse della vita. Ma dov’erano gli altri in quel momento? E non solo chi avrebbe potuto intervenire fisicamente per impedire l’omicidio, ma tutta la grande civiltà occidentale che non riesce a salvaguardare i deboli, gli emarginati, i soggetti a rischio, figli di una cultura del ridicolo, dove il mito dell’eterna giovinezza ha sostituito il legame sociale.

Forse sto guardando l’evoluzione del mondo dal lato sbagliato del telescopio? Attento e sensibile a tutto ciò che non funziona, sto dicendo che Dio ci ha abbandonato?
No, dico solo che quando le cose peggiorano, il dovere di vigilanza esige non solo di vedere le cose diversamente, ma anche di agire.
Forse dovremmo accorgerci delle persone intorno a noi, guardarle, vederle. Accorgerci di chi ama, di chi sostiene, di chi sfrutta e di chi umilia, di chi cavalca paure e inventa spauracchi, di chi distoglie l’attenzione dal vero per spostare i problemi dalla realtà alla finzione, per proprio tornaconto.
Noi dobbiamo scegliere da che parte stare.
La preghiera ci permette di fare un passo avanti, ci mette in contatto con questo mondo migliore che Dio ha creato, perché noi ne fossimo parte.
Prospettiva irragionevole?
Aspettiamo lumi e risposte dall’intelligenza artificiale?

“Non temere, piccolo gregge, poiché è piaciuto al Padre di donarci il Regno”.

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Eredità

Anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni

31 luglio 2022 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 12,13-21

Rieccoci con un’altra storia di eredità andata storta, che esaspera l’inimicizia all’interno della stessa famiglia.
Le storie di eredità sono sempre complicate e antiche tanto quanto la ciotola di lenticchie di Esaù; non riguardano solo le famiglie numerose, non finiscono mai e possono perfino iniziare dall’armadio e dalla credenza della nonna o addirittura dal coltellino svizzero dello zio.
Ne ho sentite tante di storie di eredità, la cosa curiosa è che, ogni volta, chi me la raccontava diceva di essere stato vittima, derubato, spogliato da fratelli o sorelle senza scrupoli.
La conclusione cui sono arrivato è che nelle storie di eredità familiari ci sono solo vittime.
E nel vangelo eccone un’altra! La vittima: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità».
La cosa è seria: la vittima chiede giustizia a Gesù in persona.
Gesù in versione Azzeccagarbugli? Avvocato o notaio che gestisce l’apertura della successione? Come è mai possibile?
Certo, Gesù doveva essere percepito come persona autorevole e saggia: discuteva nel Tempio con i membri del Sinedrio l’interpretazione della Torah e dei testi dei profeti, prendeva la parola nella sinagoga, era un “rabbi”. Insomma, insegnava come uno che ha “voce in capitolo”.
Ma forse è un po’ fuori luogo, fuori tema chiedere aiuto a Gesù per un problema simile; Gesù quando parla di “eredità”, parla di “contenuti” assai diversi: “la terra” – che sarà eredità dei miti (Mt 5,5); “la vita eterna” (Mt 19,29); “il regno preparato fin dalla creazione del mondo” (Mt 25,34).
Non pare si tratti di oggetti commensurabili con qualsiasi ricchezza valutabile monetariamente, fosse anche quella del fondatore di Amazon.
Gesù chiarisce di non essere né giudice, né mediatore in queste situazioni.
Come potrebbe chicchessia essere più autenticamente erede di alcunché rispetto ad un altro, nel senso predicato dal Nazareno?
Devo essere ancora più chiaro: da nessuna parte, né nel vecchio né nel nuovo testamento, c’è una condanna generale della ricchezza: nell’Antico Testamento era vista anzi come una benedizione per il popolo ebraico quando rispettava le leggi di Dio. Nel cattolicesimo, coerentemente, avendo compiuto un notevole salto di pensiero verso la famiglia intesa come universale comunità umana, siamo tutti “eredi” e nostro unico compito è custodire, coltivare e gestire al meglio, per quanto ci è possibile, il pianeta terra e l’intera comunità umana che lo abita.
Se gestiamo la creazione, che include l’umanità stessa, per il bene comune, secondo la volontà di Dio, allora saremo inondati di benedizioni. In questa prospettiva, le eredità familiari e personali non esistono, perché non esiste proprietà personale; esistono solo beni e talenti affidati da Dio agli uomini e alle donne di questo pianeta.
Ma le cose sono sfuggite dalla memoria e dalla mano, come spesso accade alle persone che dimenticano volentieri o non hanno ascoltato le sentenze dell’Ecclesiaste.
La ricchezza che le nostre società hanno prodotto, accumuli di conoscenza, scoperte scientifiche e mediche, tecnologia, saper fare, cultura, a cosa servono?
Troppo occupati a salvaguardare l’interesse economico (che riguarda solo una minoranza), abbiamo fantasticato di vivere immersi in una comoda eternità fatta di beni materiai, mentre la disuguaglianza sociale si è infittita e sta bussando alla porta di casa nostra.
Gesù ci sfida con una condanna irrevocabile:
“Stolto colui che accumula tesori per sé: questa stessa notte gli sarà chiesta l’anima”.
Stolto e insensato è chi confonde il fine con il mezzo, in altri termini chi confonde l’avere ovvero l’ereditarietà e la proprietà dei beni mobili e immobili, con l’essere, il progetto cristiano per la cura del bene comune costituito dall’intera umanità e dalla terra, nella misura in cui le nostre capacità e conoscenze ci permettono di occuparcene.
Stolto e insensato è chi confonde il programmare e l’agire univocamente teso alla produzione per il profitto con la vitasenza accorgersi di avere già perso la libertà, essendosi incatenato da solo.
Gesù condanna quindi non il ricevere un’eredità familiare, ma l’accumulo di beni per se stessi.
Gesù parla di eredità, di un bene che si riceve, anche senza per forza aver sudato per ottenerlo. (Cfr la Terra, il creato, la vita…).
E non si tratta solo di cose materiali: ogni tradizione familiare basata sul rispetto dell’altro come di se stessi e sulla salvaguardia del bene comune come più vasta eredità umana, va salvaguardata, curata, trasmessa.
Gesù invita a ritrovare il senso di ogni eredità, a restituire il senso all’ essere, e dunque alla nostra personale esistenza, come percorso limitato nel tempo.
I miti, che erediteranno la terra, sono coloro che ritrovano questo senso.
Questo è l’unico tipo di progetto, un vero e proprio progetto di vita, in cui Gesù può accompagnare.
In fondo in fondo le eredità ricevute continuano ad appartenere a Dio, perché Dio non è morto, è l’uomo che tende a vivere da morto; vivrà chi saprà curare il creato (la parte di cui è chiamato ad occuparsi) a beneficio di tutti. E questo sarà l’oggetto anche del vangelo di domenica prossima.
Non c’è da meravigliarsi se la parabola annuncia per il ricco insensato la morte in arrivo per la notte seguente. È un avviso per tutti noi: se sentiamo come il ricco insensato siamo quasi già morti, della morte definitiva di cui parla San Paolo.
Avvisati, abbiamo ancora del tempo per rinsavire, prima che la notte si faccia troppo profonda.
Altrimenti l’unica cosa che avremo vinto, al massimo, sarà di essere i più ricchi del cimitero … 
Ma questo non è mai stato scritto definitivamente per alcuno.
Gesù non è venuto su questa terra per condannare, ma per salvare e – prima di stasera – abbiamo la possibilità di cambiare rotta…

“Cercate prima il regno di Dio e tutto sarà dato anche a voi”.

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Insegnaci a pregare

Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

24 luglio 2022 – XVII Domenica del tempo ordinario
Luca 11,1-13

Gli ebrei avevano preghiere per tutto: per lo Shabbat, per la Pasqua, per la Pentecoste, preghiere che rievocavano la loro storia come popolo, i salmi, raccolta di 150 preghiere per ogni circostanza; i discepoli di Gesù sicuramente le conoscevano e le recitavano. Eppure, vedendo Gesù pregare, notano qualcosa di bello e di “diverso” da ciò a cui sono abituati, tanto da chiedergli di insegnare loro a pregare, così come anche i seguaci di Giovanni Battista avevano chiesto al loro maestro.
Forse ci sono momenti nei quali le preghiere tradizionali sembrano assumere la forma di una vuota meccanicità, quasi mormorii preconfezionati ripetuti per secoli, alla cui ombra si può provare un senso di noia, piuttosto che di pace.
Forse anche gli Apostoli hanno provato questo e, come qualcuno di noi, non si accontentano più delle formule tradizionali, percepiscono l’oscura sensazione di dover ancora imparare a pregare.
Fin dalla prima invocazione “Padre” sembrano scartate le parole liturgiche: “Signore”, “Re”, “Onnipotente” e anche la parola “Dio” sembra essere messa da parte, forse per identificare una precisa realtà, tra tante divinità inessenziali, adorate sulla pubblica piazza.
Una sfida iniziare con “Padre”, parola semplice, chiara, senza aggiunte, che indica una filiazione diretta e personale.
Quando prego, il Padre è il mio interlocutore: non un padre spirituale o intellettuale, non un genitore semplicemente biologico, putativo o adottivo: è il Padre di tutti, e dunque ogni paternità trova in lui la sua origine. Non in cielo, sulla terra.
Ma come non diciamo: “…  ‘che sei nei cieli’”?
Qui, Gesù parla di “regno”, la forma essenziale dell’essere insieme in pace di fronte a qualsiasi azione disgregante, di qualsiasi natura. Forma che già è, ma per noi sembra essere sempre di là da venire, e questo indica la radicalità della richiesta: “venga il tuo regno”.
Non è rappresentazione di un altro mondo paradisiacamente stratosferico, la proposizione “che sei nei cieli” è un modo per dire “Padre nostro che sei Dio”, in un contesto nel quale le persone non dovevano pronunciare invano il nome di Dio.
Eppure, quella del “Dio nei cieli” è un’immagine spesso adoperata per allontanare il Padre, fino ad escluderlo dal nostro mondo, immagine utilizzata da chi vuole autogovernarsi in un presunto “quaggiù” separato da “lassù”.
Ecco perché è necessario che il suo regno “venga” per me, che sto pregando.
E per tutti coloro che lo desiderano veramente.

L’ultima richiesta è “non abbandonarci alla tentazione”.
Dov’è la tentazione?
È anch’essa nel mondo, il suo pieno posto è nella nostra vita di quaggiù.
La “tentazione” è così difficile da definire e da nominare.
Penso nasca dalla volontà di superare un limite; spesso si accompagna alla consapevolezza del rischio di slittare, continuando a tentare il limite.
Può essere pensata metaforicamente come la condizione del bambino piccolo che impara a camminare. Lo vuol fare, lo deve fare, per acquisire la propria autonomia.
Quando ci apprestiamo a vivere da uomini liberi, accettiamo anche il rischio della libertà, ma non possiamo farlo da soli: interlocutori del Dio vivente, per vivere nella libertà, e quindi anche con i rischi della libertà, sperimenteremo senza meno anche i fallimenti, gli obiettivi sbagliati, le mete mancate. Ma, di fronte alla consapevolezza dei fallimenti che ci minacciano, se abbiamo anche la certezza del regno che viene, i fallimenti e gli errori si sciolgono come neve al sole.
Del resto, potrebbe un genitore castigare il bimbo piccolo che cade, mentre prova a camminare da solo? Certamente no, piuttosto cercherà di tenerlo lontano da tutto ciò che mette a repentaglio la vita del piccolo, ma non frenerà le prove di autonomizzazione. Anzi, minimizzerà gli errori, additando opportunità e vie diverse.
Questo è il Padre nei cieli, il Dio vivente, interlocutore della preghiera insegnata da Gesù di Nazaret. Non si tratta – nella prova – di gridare a Dio per dirgli “se ci sei, fammi uscire di qui”, si tratta di chiedergli “per favore aiutami ad attraversarla e ad uscirne vittorioso”.
Possiamo vivere questo dialogo con il Dio vivente in forza e per l’efficacia della fedeltà e dell’amore reciproco.
Per questo Gesù comincia a pregare dopo un incontro o prima di uno scambio; tutte le prove che ha attraversato durante la sua vita, compresa la croce e la resurrezione, sono state accompagnate dal Padre e dalla fedeltà reciproca.
Se io non ho alcuna possibilità di vivere liberamente e da solo – e questa è la condizione intrinseca di tutti gli esseri umani – pensaci – ho una sola risorsa: svegliare il mio prossimo più prossimo e chiedere aiuto; potrà essere riluttante a rispondere, ma nella misura della mia angoscia, della mia insistenza, ma anche della mia fede, alla fine accoglierà la mia richiesta.
La preghiera non è un’abitudine religiosa lanciata nel vuoto: è l’ultima (e l’unica) risorsa tra la vita e la morte.
Viviamo in questa condizione di assoluta precarietà: c’è una fame di pane quotidiano che forse ci sfugge; mentre ci affanniamo per programmare come avere il pane quotidiano tutta la vita, spesso dimentichiamo di averlo sempre avuto; è un pane donato, tanto quello materiale, quanto quello spirituale. Nulla è realmente “mio”. Certamente posso far fruttare più o meno i talenti ricevuti, ma questo non riguarda me solo: riguarda tutti. Nessuno può avere di che vivere da solo e per sé solo.
Ecco perchè diciamo “dacci oggi il nostro pane quotidiano” e non “dammi oggi il mio pane quotidiano”.

Il nostro pane quotidiano è pane spezzato insieme e condiviso, che non ci appartiene in prima persona, è vita ricevuta e vita da offrire ad altri.

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L’importante

Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose

17 luglio 2022 – XVI Domenica del Tempo Ordinario
Lc 10,38-42

Che cosa è importante?
La storia di Marta e Maria è nota. Secondo me, è anche spesso fraintesa. Il più delle volte troveremo l’affermazione della superiorità della contemplazione sull’azione: quello che fa Maria ascoltando la parola del Signore è molto più importante di quello che fa Marta in cucina. Da lì partirà il panegirico sui gruppi dedicati alla preghiera, a scapito di quelli che si occupano di azione sociale, o anche di ciò che fa il clero a scapito dell’azione laicale.
Negli Atti degli Apostoli, che la tradizione vuole compilato dallo stesso Luca, ad un certo punto i gentili della comunità cristiana – i non ebrei – si sentono penalizzati perché le loro vedove sono trascurate nell’assistenza quotidiana. Gli apostoli sono sopraffatti dagli impegni, non ritengono corretto abbandonare la parola di Dio per il servizio della mensa; decidono quindi di delegare la funzione di quel servizio a sette persone (cfr At 6,1-7). Attraverso questa delega, gli apostoli vogliono poter continuare a garantire la preghiera e il servizio della parola.
Così si risolveva la tensione tra servire le mense e servire la parola di Dio.
Riguardo alla storia di Marta e Maria, mi sembra ci sia una prima osservazione necessaria: il ruolo che Maria svolge, e che Gesù intende sostenere, è quello svolto dagli apostoli. Da qui potrebbero partire innumerevoli altre riflessioni, alle quali però mi dedicherò in altro luogo.
Al momento ricordo soltanto che il vangelo di Luca è segnato dal ruolo privilegiato della donna, cominciando da Maria, la madre di Gesù. Nell’attuale dibattito sul ruolo delle donne nella Chiesa, Luca avrebbe molto da insegnarci.

Nel Vangelo di oggi appare la tensione tra il ruolo di Marta e quello di Maria.
Marta sembra muovere un rimprovero a Gesù stesso, e questo non solo riflette una situazione della Chiesa primitiva, in particolare a Corinto, ma è anche il nucleo della questione posta all’inizio: che cosa è importante?
Marta si occupa delle imprescindibili necessità quotidiane. Deve portarle a termine e le sembra incomprensibile che la sorella non l’aiuti e che per giunta Gesù l’appoggi.
Spesso, non senza una certa ulteriore preoccupazione, mi vedo sommerso dagli impegni alla maniera di Marta, mi vado preoccupando e agitando per molte cose.
D’altronde vedo una folla di persone che si smarrisce in mille e una attività e, a guardare bene, ci sono anche molti, laici come sacerdoti, che si esauriscono al servizio di altre persone con zelo e passione, nella speranza che da questo nasca la Chiesa di domani.
Tutti si vive dunque, riempiendo il presente, animati da una forte carica di attesa.
Qual è la posta in gioco? 
Come determinare ciò che è importante e ciò che lo è di meno o per nulla, senza smarrirsi o esaurirsi?
Qualcuno descrive la persona efficace come colui che è in grado di identificare chiaramente lo scopo della sua vita, ed è quindi capace di dare costantemente la priorità alle azioni che vanno in quella direzione.
La scena che precede questo racconto è quella del Buon Samaritano, un uomo in viaggio, evidentemente con suoi obiettivi e con un suo programma personale; ad un certo momento gli si pone davanti un “fuori-programma”. Cosa fa? Si ferma e agisce con compassione.
Non è quindi un uomo che si smarrisce, la sua non è una condizione agitata, non si pre-occupa della persona sul ciglio della strada, se ne occupa. Il levita e il sacerdote che lo hanno preceduto erano invece pre-occupati: prima e attorno ad altro.
Non è una questione di tempo, né una questione di altre pre-occupazioni imprescindibili.
La pre-occupazione imprescindibile – e stai sicuro che la trovi sempre – ti rende ancora più irrequieto, insoddisfatto e poco compassionevole. Dannoso a te stesso, oltre che agli altri, perché la carica di attesa rimane… disattesa.
C’è un ascolto immediato forse, quando l’importante da farsi emerge istantaneamente in tutta la propria – questa sì – imprescindibile urgenza. Come nel caso del Buon Samaritano.

Ma c’è anche un ascolto continuo, come condizione di base, ed è Maria che vive questa condizione. In realtà non esiste una contrapposizione tra azione e contemplazione, caso mai ci sono due ruoli scissi, mentre contemplazione e azione da compiere procedono insieme: senza la prima non è possibile la seconda.
Mi vedo sommerso dagli impegni alla maniera di Marta: posso dire “Signore, tu non ti curi che mio fratello mi ha lasciato solo a servire, digli dunque che mi aiuti”?
Veramente anch’io avrei qualche lamentela da rivolgere a Nostro Signore: spesso mi è capitato di pensare tra me e me: “Perché mi hai messo e mi lasci in questo casino?”.
Però, se qualcuno o qualcosa mi impedisse di fare con le mie mani, di inventare, di sistemare, di lavorare, mi sentirei perso. È il lato un po’ esigente … di Marta, mi pare perfino divertente: maschera il tarlo dell’attesa, parla forse troppo, lascia poco spazio per ricevere, per ascoltare: tutto molto umano.
Ci sono parecchie cose da compiere o da svolgere, ma l’importante, la parte migliore è l’ascolto continuo, perché solo così nasce l’azione giusta…

Lunedì scorso, 11 luglio, era la Festa di San Benedetto, patrono d’Europa; mi risuona in testa il suo ora et labora, “prega e lavora”.
I Benedettini furono capaci di gettare semi di ricostruzione in uno dei momenti peggiori per la storia d’Europa, segnato da violenza, immigrazioni di massa, anarchia, degrado urbano, bancarotta, rapina, focolai di conflitto, guerre armate ed economiche. Riuscirono a salvare l’Europa senza armi, con la sola forza della fede e con l’efficacia della loro formula: ora et labora. E lo fecero quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Erano ondate violente e spietate: Unni, Vandali, Visigoti, Longobardi, Slavi, Ungari.
I Benedettini salvarono dall’annichilimento la cultura del mondo antico, rimisero in ordine territori in preda all’abbandono, costruendo formidabili bastioni di resistenza.
In fondo in fondo, cos’ha fatto Benedetto in quei secoli squalificati con troppa leggerezza come “bui”? Ha messo al centro l’uomo in comunità: politica intesa come sapiente gestione dei rapporti umani.
È fin troppo chiaro che quando i politici non sanno dare risposte al popolo, offrono nemici, per dirottare la violenza che vorrebbe dirigersi contro di loro.
Benedetto, invece, insegna a trasformare l’hostis in hospes, il nemico in ospite e bonifica il territorio, bonifica le terre paludose…

Prega e lavora per bonificare il territorio.
Prega e lavora per bonificare le relazioni.
Prega e lavora per bonificare la famiglia.
Prega e lavora per bonificare la comunità.
Prega e lavora per bonificare lo stato.

Marta e Maria: due sorelle, due facce della stessa medaglia, due dimensioni della mia vita.

Due dimensioni della vita di tutti.

Il Prossimo

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico

10 luglio 2022 – XV Domenica del Tempo Ordinario
Lc 10,25-37

Un dottore della Legge, uno che la sa lunga, come noi, come me, e anche come i leviti, tutti uomini impegnati, chi responsabili delle liturgie, chi dei canti, chi della manutenzione dei locali…
Chi è il mio prossimo?
Quello lì, sul ciglio della strada, spogliato, percosso e mezzo morto.
Ma… e il rispetto della legge? L’osservanza delle norme igienico-sanitarie? Il decreto ministeriale? Le norme prudenziali? Il distanziamento sociale?
Eppure, ne conosco almeno tre, che sono stati prossimi di qualcuno nel senso che qui sembra da intendere: sono miei confratelli, non più giovani.
Nel 2020 erano tutti e tre a Parma, ora lì ne sono rimasti due, il terzo è ripartito per la missione. Durante la prima ondata, quella che ha colto tutti di sorpresa, tra gli anziani della Casa Madre molti si sono ammalati di Covid e tanti se ne sono anche andati, sono morti. Non si faceva in tempo a curare tutti, perché tutta la regione era sotto scacco, tutta l’Italia. Allora, quei tre saveriani hanno pensato che loro avrebbero dovuto occuparsi dei malati in casa; d’altronde, personale medico non ce n’era, e neanche quegli infermieri che solitamente venivano a lavorare lì: erano tutti a casa, il medico del lavoro così aveva ordinato.
Questi tre padri hanno lasciato perdere il distanziamento sociale, perché evidentemente nella bilancia sul loro cuore pesava di più la prossimità sofferente dei loro confratelli ammalati: il prossimo di quella particolare ora della vita. Tutti e tre si sono chiusi nel reparto ammalati ed hanno fatto gli infermieri per quelli che erano allettati.
Eccoli: tre esempi pratici, che hanno incarnato la Parola. Come molti altri, del resto, in tutto il mondo.
Tutti, in fondo in fondo, siamo sempre tentati di stare lontano da una persona malata: la paura di essere infettati, contagiati, sporcati, sacrificati, depredati. La paura di non farcela. Ecco. Ci sono molti tipi diversi di paura, dipendono dal carattere e dalla storia di chi la prova. Le paure esistono. Per tutti. Anche per i samaritani. E allora?
La parabola del “buon samaritano” pare dire che non c’è tanto da farsi domande; se cerco il mio prossimo, basta che mi guardi attorno. Potrei essere prossimo del più mal messo proprio lì accanto.
Gesù inverte la nostra ordinaria prospettiva: riporta la persona al centro del discorso. La domanda non è “Chi è il mio prossimo?”, ma “di chi sono il prossimo?”
Se ci poniamo la domanda così formulata, la risposta potrebbe essere sorprendente.
Chi è il mio prossimo? I poveri, i bisognosi, i malati, i carcerati, gli ultimi. Bene, certo, ma la prospettiva del Maestro è più urgente ancora: “A chi sono prossimo ora?” C’è qualcuno che soffre ora, lì accanto a me; mi prendo la briga di fermarmi, anche se il mio progetto in quel momento è un altro…
Ora, dalla parabola, sappiamo che spesso sacerdoti e leviti non sono un buon esempio di prossimità, sciaguratamente proprio quelli che – si suppone – dovrebbero essere di buon esempio.
Mi rendo conto che per ridurre la mia distanza dal vicino, intanto posso spostare l’attenzione sulla vittima tra quelli che mi sono vicini qui e ora, non sul fatto che “idealmente” ci sono in giro vittime da soccorrere. Il “mio” prossimo non è una nozione statica, un “già dato”, è il frutto di uno spostamento da parte mia.
Insegnare la fede è bene, viverla è decisamente meglio. Non è non un lusso: “Fai così – dice il versetto 28 -, e avrai la vita”. Farmi prossimo è ciò che mi rende vivo, e mi pacifica.
Ancora: Cristo occupa le due posizioni chiave nel testo, il prossimo e la vittima.
Anzitutto, si fa prossimo di questo Dottore della Legge, così lontano da lui. Quest’uomo lo interroga non per creare legami di amicizia, ma per “metterlo alla prova”. Gesù, invece, si presta al dialogo raccontando una lunga parabola e gli indica “il luogo” in cui è.
Questo mi ricorda tanto la prima domanda rivolta all’uomo: “Adamo dove sei?” (Gn 3,9).
“Il mio prossimo” per il Dottore della Legge, come per tutti noi è Gesù, lo straniero che viene da altrove, facendosi incontro.
Allo stesso tempo è ancora Lui che opera il grande spostamento per diventare nostro prossimo, è Lui la Parola che viene ad abitare “nella bocca e nel cuore” dell’umanità.
Nei segni che dà, si rivela come “medico”, versando olio e vino sulle ferite.
La locanda dove viene portato il ferito mi ricorda quella di Emmaus, nella quale annuncia il suo ritorno, parla della sua venuta nella gloria, quando salderà tutti i nostri debiti.
E qui siamo invitati, come il Dottore della Legge, a “fare lo stesso”: “Abbiate tra di voi (e dentro di voi) gli atteggiamenti che furono quelli di Cristo Gesù…” (Fil 2,5). Cfr anche Matteo 25,35-36: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare (…), senza alloggio e mi avete accolto (…)”. E si potrebbe aggiungere: ferito, nel fosso, e vi siete presi cura di me; e ancora: crocifisso, e mi avete rivolto lo sguardo.
Ci sono momenti in cui si è realmente impotenti di fronte alla sventura. E allora anche solo uno sguardo potrà essere riconosciuto come segno di prossimità, perché quello sguardo non sarà stato distolto, rivolto dall’altra parte: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. Qui il Cristo si identifica con tutte le vittime della sventura, della malattia, dei cataclismi, delle guerre.
Facendoci “vicini” agli ultimi e ai sofferenti, ci facciamo prossimi a Dio, vicini a lui, attraverso gli altri. Così, alla fine, l’amore per Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze” si fonderà con l’amore per il Cristo e per tutti coloro che incontriamo nella verità.
“Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lev 19,18): non si possono amare gli altri senza amare se stessi e non si può amare e ingannare se stessi allo stesso tempo. Dall’inganno procede solo il disprezzo, l’indifferenza, il voltarsi dall’altra parte.

Gesù sembra dire a quel dottore:
Adamo, dove sei? Perché ti nascondi? Perchè hai paura? Cosa sono tutte queste domande – le foglie di fico! – dietro le quali ti nascondi a me e a te stesso? 

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Volto a volto

Li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi

3 luglio 2022 – XIV Domenica del Tempo Ordinario
Luca 10,1-9

L’invio dei settantadue discepoli potrebbe essere una missione affidata a un gran numero di persone, molto maggiore della cerchia ristretta dei dodici. Vanno “a due a due”, trentasei coppie per evangelizzare la regione, inviate di città in città, “avanti a sé”, davanti al suo volto.
Qualcuno traduce al plurale, “davanti ai suoi volti”; non soltanto i discepoli hanno la funzione di messaggeri e testimoni in vista dell’arrivo del Cristo, ma il volto del discepolo si trova davanti al volto del maestro, che assume i tratti del volto dell’altro. Nei figli della pace s’incarna la presenza del Maestro.
Il tema focale per me è il “faccia a faccia” tra pace e pace, tra la pace ricevuta e la pace data: nel faccia a faccia, nel volto a volto, si riconoscono i figli della pace. La novità sta nello scoprirsi in relazione con una presenza di pace che abita me e l’altro, ma che eccede l’uno e l’altro. Il Cristo è singolarmente, personalmente e conflittualmente evidente in ogni figlio della pace. Conflittualmente? Sì, perché obbliga ad uno scatto, occorre vincere una resistenza, a volte molto forte, prima di riconoscersi “in proprio” figli della pace.
E non è roba da lupi…
“Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe”.
Ci sono anche i lupi. Alcuni credono siano i “figli della Lupa”, quindi i Romani e dunque si apre il fronte dell’interpretazione politica, come quando nel vangelo della moltiplicazione dei pani viene chiesto ai discepoli di organizzare la folla in gruppi: in che cosa se non in comunità?
Ma la pace non è un fronte politico, come dimostrano le mediazioni politiche che nulla possono, se non realizzare labili tregue armate. In fondo cosa abbiamo vissuto negli ultimi ottanta anni, dopo la fine del secondo conflitto mondiale? Una lunga tregua molto bene armata: si era in “pace”, con spese militari faraoniche.

“Infatti, dal più piccolo al più grande, sono tutti quanti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: ‘Pace, pace’, mentre pace non c’è”. (Ger 6,13-14).

“Andate” “Avanti!” “Davanti”. Non è dunque solo un’esortazione, è un comando necessario. Occorre andare.
Altri “complementi” vengono vietati: non soltanto tane e nidi, come nel Vangelo di domenica scorsa, ma anche borsa, bisaccia, sandali e perfino urge modificare il comportamento da mantenere: “non salutate nessuno lungo la strada”, ovvero niente passato che ingombri, niente presente cui aggrapparsi, solo la “nudità” come strumento e modello di una missione da attuare, di un percorso da fare.
Non c’è altro, non c’è altra possibilità reale. Se si vuole incontrare la pace.
Non si tratta di un’osservazione accidentale, ma di un’insistenza bruciante su ciò che veramente è, sull’unico elemento reale: la persona stessa, spogliata, “nuda” nella sua fragilità, ma non gravata, tutta disponibile per il “faccia a faccia”. Davanti al suo volto. Una dipendenza totale insieme ad un possibile illimitato. Questa è la condizione dell’uomo. Non un’altra. È vero.
Mangiare e bere ciò che viene offerto, riposare sono mediazioni per l’incontro, laddove ciò che s’incontra è la Parola: atteggiamento rispettoso che va ben oltre le regole dietetiche religiose, ogni mensa fraterna è già, in un certo modo, mensa eucaristica. La pace è la pienezza della vita e delle relazioni, la felicità dinamica e concreta, il segno del regno messianico.
Il Dio che manda è anche colui che accompagna, perché è in gioco la Sua pace e con la Sua la mia e la tua. La nostra.
Nel nostro passaggio non c’è un invito alla conversione, c’è solo una “semplice” offerta di pace ai “figli della pace”.
“Pace a questa casa”: niente di più, ma neanche niente di meno…
Lo “scuotere la polvere” di cui si parla nella versione più lunga del vangelo di oggi dice un tragico e doloroso riconoscimento del fallimento. La pace messianica è efficace per chi la riceve, un vero dono, chi la desidera per sé, la augura davvero: è una parola benefica e benedicente.
Come dirlo oggi? Quando la pace incontra la pace, lì c’è il Regno di Dio.
Allora cos’è un missionario? Solo qualcuno che cerca figli di pace per condividere con loro la pace di Dio. Davanti a chi lo rifiuta, è impotente. Se la pace offerta non è ricevuta ritorna a chi la concede, è quasi ovvio. Se la pace non è accolta, o è falsamente accolta, si tramuta in polvere, quella stessa di cui è detto “polvere ritornerai”.
Non abusare dell’ospitalità per me è un invito a non stabilirsi nel luogo dell’altro, luogo che non ci appartiene, che non sarà mai la meta, ma una tappa verso la meta. Stabilirsi nel luogo dell’altro, prendere il suo “posto”, significa perdere di vista la finalità, perdere di vista la pace.

La città è il campo missionario, luogo della vita, della storia, del potere, della conversione, dell’insediamento, della costruzione di comunità (il munus), dell’accoglienza o del rifiuto collettivo del Vangelo. Luca – che era medico – insiste più sulle cure e meno sulla guarigione. La “cura” del malato è la possibilità sempre aperta di onorare il volto dell’altro: il medico cura, Dio si occuperà della guarigione, lenta o immediata. L’assoluto si è avvicinato, ora tutto è possibile.
Quando Dio chiede, sostiene. Sempre. Anche quando ci credo poco. E dubito tanto.
Non è di Dio che dubito, ma dei nuovi figli della lupa, della loro assurda voglia di guerra e dei lupi travestiti da agnelli.

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Permettimi prima…

Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi

26 giugno 2022 – XIII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 9,51-62

Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli il loro nido e il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo…  “Seguimi!” – “Permettimi prima…”; storie di persone, storia nostra, storia di tre aspiranti: Gesù va di villaggio in villaggio e alcuni stanno pensando di seguirlo. Il primo dice: “Ti seguirò ovunque tu vada!”. Entusiasmo da fuoco e fiamme, ma la risposta di Gesù è sbalorditiva: non ho una casa, dormo sotto le stelle, in un granaio, a volte in una casa se sono invitato. Sono un nomade. Gli animali hanno un nido, una tana, un rifugio. Io non ho niente per me. Se vuoi venire, aspettati una vita senza protezione materiale. Sei pronto? Lui è pronto a tutto… è un innamorato!
Perché Gesù parla così? Tutti hanno bisogno di un tetto, di cibo, di vestiti.
La questione sembra basata sull’annuncio credibile della venuta del Regno di Dio: come si può fare una cosa simile se non perché presi dalla passione?
Ma, se il futuro riservasse ogni sorta d’incertezza?
Niente comodità, né in cielo, né in terra. No tane, no nidi. Sembra uno slogan assai demotivante…

Il secondo aspirante, neanche si candida. Resta da capire come mai Gesù gli chieda di seguirlo piuttosto perentoriamente. Quel tale neanche dice di no, solo … posticipa. E con una buona ragione, secondo tutte le apparenze!
Ma non va bene: la risposta di Gesù è tremenda, affilata:
“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”.
Se hai la morte dentro, non puoi seguire la vita; diventa impossibile esserci passo dopo passo durante il cammino. Normalmente scavi la fossa agli altri…
So che sono parole dure…ma è così…qui l’aspirante discepolo viene immediatamente messo di fronte alla propria realtà: se non lasci ciò che di morto hai dentro, resterai fermo dove sei e non potrai seguire alcuno che sia vivo.
L’annuncio della resurrezione è infatti che il Cristo è vivo: “Perché cercare tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5).
Si può vivere il lutto rinchiusi nella memoria, nella nostalgia, nel rimpianto e nel compianto.
Si può invece riconoscere il ricevuto e renderlo alimento, forza e coraggio per la vita che viene.
Ci sono vivi che respirano morte e morti che ispirano i vivi. Allora la scelta è tra la morte e la vita.
Si capisce la necessità di liberarsi dagli stracci della morte, dai riti obbligati, se vuoti; dalla religione del dovere, se non è dell’amore; dalle pratiche ancestrali, se suonano estranee.
Il Cristo annuncia la libertà, e la vita.  Scegli – dice – se vuoi la vita, seguimi: “Tu”!
La Parola chiave è “Tu”: “Tu va, e annuncia il Regno di Dio”.
“Tu”. perché riguarda me, te, presi singolarmente e non altri, vivi o morti, cui attaccarsi.

Al terzo aspirante non va molto meglio: “Ti seguirò Signore!”
Senza neanche essere stato interpellato, si offre: “Ma prima, permettimi di congedarmi dalla mia famiglia”.
Forse, chissà, avendo intuito la questione del lasciar seppellire i morti ai morti, pensa che però almeno bisogna salutare i propri cari, mentre sono vivi.
Ma Gesù dice: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. Non che non vada bene salutare la famiglia, per carità! Ma era stato detto fin dall’inizio:
“E l’uomo lascerà suo padre e sua madre…” (Gn 2,24).
Se abbiamo preso la decisione di seguire, abbiamo già salutato…
Fare un passo indietro, mentre si vuole andare avanti, dice di un’intenzione che non c’è, di una decisione poco realistica, in cui i “ma” e i “però” spingono ad arretrare; hanno la funzione di distogliere l’attenzione dalla realtà del mondo, delle cose e da noi stessi.

Che dire? 
Non si ha diritto di vegliare e seppellire i nostri morti?  Si debbono abbandonare coniugi, figli, amici, famiglia? Dobbiamo dissimulare perfino l’entusiasmo dell’innamoramento?
Non penso proprio.
Piuttosto, attraverso immagini e repliche provocatorie, il Cristo dà piste e apre cammini.
Al momento di “seguirlo” sul serio, tutto il da farsi prende un altro aspetto.
Immagino si scopra di poter camminare sulle proprie gambe, insieme ad altri, passo dopo passo, ritrovandosi già fuori dal nido e dalla tana, di non aver bisogno di appellarsi ad una morale superiore, di essere in relazione con una famiglia assai più vasta di quella naturale; di non avere nemmeno il desiderio che fuoco e fiamme dal cielo inceneriscano i “peccatori”.

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Corpo e sangue di Cristo

Non abbiamo che cinque pani e due pesci

Domenica 19 giugno 2022 – Lc 9,1-17

Ci sono eventi che ricordano costantemente la realtà del sangue e del corpo. Che si abbia o meno paura del corpo e del sangue, certo si tratta della realtà intrinseca che appartiene alla nostra esistenza, e quindi è necessario guardarla bene.
Guardare il corpo e il sangue in faccia è ciò che propone l’odierna liturgia con la celebrazione del Corpo e del Sangue di Cristo. Alla guida di questa celebrazione, troviamo il racconto comunemente chiamato “la moltiplicazione dei pani”.
Potremmo facilmente perderne il senso dicendo a noi stessi troppo in fretta: “Ah sì! È Gesù che compie un altro straordinario miracolo moltiplicando i pani per sfamare migliaia di persone”. 

Ora provo a dare un’occhiata più da vicino.

Gesù aveva inviato i Dodici in missione per annunciare il Regno di Dio e per operare guarigioni (cfr Lc 9,1-6). La scena propostaci oggi inizia al ritorno dei Dodici dalla loro missione. I discepoli riferiscono a Gesù tutto quello che hanno fatto e si accingono, come Gesù vuole, a ritirarsi a Betsaida. La parola “ritiro” indica, a mio parere, non un momento di riposo, neanche l’ascolto di una conferenza erudita – come spesso capita per i nostri esercizi spirituali o nei ritiri comandati che siamo soliti fare a data fissa – piuttosto movimenti dialogici di intimità e di concentrazione e approfondimento sulla propria condizione personale, sul rapporto con gli altri e con Dio. Il che escluderebbe l’utilizzo del wi-fi….e della rete social almeno per un po’ e anche della pur gradita possibilità di avere persone intorno che provvedono a cucinare i pasti, a riordinare e pulire gli ambienti. Questo è importante per me: non che il riposo o l’aiuto di qualcuno non vadano bene di per sé, ma mi è impossibile escludere da momenti di “ritiro spirituale” tutto ciò che ciascuno di noi deve pur fare ogni giorno per camminare sulle proprie gambe per le vie del mondo. Come tutti.

Altrimenti non si spiegherebbe neanche il “date voi stessi loro da mangiare”: un nutrimento che sostiene altri appunto a camminare liberi, a loro volta, e sulle proprie gambe per le vie del mondo. Sto parlando di missione.  Ciò che segue nel Vangelo di oggi dà a Gesù l’opportunità di mostrare ai discepoli cosa significhi essere “pastore” e cosa sia la missione. Questa è la cornice dentro cui, penso io, si debba leggere la storia detta della moltiplicazione dei pani.
Gesù inizia parlando alla folla del Regno di Dio e riportando alla salute le persone che ne hanno bisogno. Questa è anche la missione che ha affidato ai discepoli; in altri termini fornisce l’esempio di ciò che dovranno fare.
I discepoli fanno notare – in modo molto “pastorale” – che è ora di congedare la gente. Che vadano a cercare riparo e cibo nei dintorni! Altrimenti bisognerà andare a comprarlo in proprio per tutti e cinquemila: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».
Mi sembra di ascoltare me stesso: “Ma cosa posso fare io davanti a tutte queste malattie, a tutte queste guerre, a tutti questi bisogni del mondo? Ho solo due mani e due gambe…e ovviamente neanche una lira.
Stando a Luca, Gesù risponderebbe: “Sta a te, a voi, dar loro da mangiare”.
Quindi, il da farsi: organizzare la folla in gruppi in modo da formare diverse comunità, e dopo che Gesù avrà benedetto il pane e lo avrà spezzato, distribuire il pane e il pesce.
La storia della moltiplicazione dei pani è una storia sul ruolo e sulla missione del discepolo, e quindi una storia su di noi. Non è nemmeno un miracolo in senso stretto. Mancano i tre elementi fondamentali: un supplicante infelice che chiede sia fatto qualcosa per lui, l’espressione di fede del richiedente e, infine, lo stupore o la meraviglia per l’azione salvifica compiuta.
Qui ho cercato invano una parola sulla meraviglia e sullo stupore, avanzano dodici ceste sì, ma non c’è neppure qualcuno che accenni un “ringraziamento”.
Qual è l’atto determinante di Gesù in questo contesto, cosa fa esattamente?
Prende i cinque pani e i due pesci, alza gli occhi al cielo, li benedice, li spezza.
Espressioni come “Benedetto sia Dio” si rincorrono sia nel Vecchio come nel Nuovo Testamento; le parole di Gesù dicono che il pane e il pesce, e per mezzo di essi tutto ciò che è di natura materiale, sono santi e sono presenza di Dio, vengono da Dio. Gesù alza gli occhi al cielo probabilmente proprio per ricordarci questo, per ricollegarci all’origine.
Spezzare il pane precede il con-dividere, il dividere con…, e per ciò stesso il mettere in comune, come l’etimologia stessa della parola “comunione” lascia intendere. La parola latina “munus” significa al tempo stesso dono e obbligo.  Il pane, il pesce e tutto ciò che, al mondo, nutre l’uomo, materialmente e spiritualmente in un indissolubile nesso, è già benedetto e vuole essere condiviso prima di essere sostegno per noi stessi. Come diceva un vecchio e caro mio professore di morale: “Se hai, hai per dare”. E a mio parere è questo il senso del dirsi cristiani. Di questa fede, di questo nutrimento, profondamente radicato nel Vangelo, può nutrirsi l’umanità intera. Se ciascuno di noi potesse credere in questo e camminare sulle proprie gambe per agire di conseguenza, il mondo conoscerebbe giorni migliori. Non ci si salva da soli. Abbiamo bisogno di cristiani adulti, non c’è bisogno di clericalismo, né di ridondanti teorie astratte, né di anacronistici orpelli.
Quando celebriamo il Corpo e il Sangue di Cristo, proclamiamo la veridicità del Vangelo; durante l’adorazione, o la messa stessa, sarebbe veramente un peccato limitare e rinchiudere la nostra immaginazione a questo piccolo ospite bianco in un’atmosfera pia, lontana dalla vita reale, che si accontenta della fantasia, senza percorrere le strade del mondo e senza agire concretamente in favore del nostro prossimo. Il mondo ha bisogni di missionari profondamente credenti nelle parole di Gesù, non di chierici in cerca di visibilità, cui corrispondono nostalgici baciapile, che corrono il rischio di far dire a Gesù, alla folla – e non ai discepoli – : “Date voi stessi loro da mangiare”.
È il momento di guardare il corpo, il nostro corpo, il corpo dell’ebreo Gesù di Nazaret, e dire: benedetto sei tu. Questo corpo è buono, la sensualità è buona, la tenerezza è buona, ma anche il corpo malato, vecchio, cambiato e il corpo non ancora formato sono buoni. Se guardiamo solo al corpo sano, bello, giovane, o che tale, agghindato, vuole apparire, le relazioni d’amore sono già morte ancor prima di essere nate.
Essere discepolo forse significa cominciare col riconoscere la nostra e altrui umana e concreta materialità, scoprire la benedizione di Dio su ogni cosa e farsi distributori di quei pani e di quei pesci di cui sempre avanzano dodici ceste.Voglio ora ricordare un passo di San Paolo che mi è molto caro, dal discorso di addio agli anziani di Efeso (At 20,32-35):
“E ora vi affido a Dio e alla Parola della Sua Grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da Lui sono santificati. Non ho desiderato né argento, né oro, né il vestito di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: ‘Si è più beati nel dare che nel ricevere!’”

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Trinità

Santissima Trinità – Domenica 12 giugno 2022
Giovanni 16,12-15

Quando abbiamo celebrato l’Ascensione, abbiamo anche festeggiato la responsabilità umana.
Visto che Gesù è asceso al cielo, non è più sulla terra, è fuggito da tutti i luoghi teologici e simbolici in cui lo si voleva rinchiudere: la Chiesa, il pane e il vino, la nostra esperienza spirituale, i sistemi di pensiero, anche i più giusti e più intelligenti. Questo altrove ha liberato uno spazio per l’azione umana.
Nel discorso che fece davanti ai suoi discepoli prima di morire, Gesù lasciò loro una parola: «Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. […] Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future» (Gv 16, 7 e 13).
Essere un discepolo è ascoltare la chiamata a vivere nello Spirito di verità.
La verità è un’esigenza di lucidità che sfida e mette in questione il nostro abituale modo di vivere.
Oggi si parla di “post-verità” per dire che i fatti oggettivi hanno meno influenza nel plasmare l’opinione rispetto agli appelli alle emozioni. La qualità principale di un argomento non sarebbe la sua accuratezza, ma la forza dell’emozione che suscita in chi lo ascolta. Quindi, bugie (e dittatura) possono andare di pari passo: se la verità non è più un terreno comune, allora tutto è possibile. Si potrebbe affermare che l’essenza della post-verità è totalitaria e quindi la forza di un’idea sbagliata può condurre al totalitarismo. Come sempre. Non è una novità.

 “Quello che dico riguarda chi, ma non chi …” – “Io dico, ma non sto dicendo che….” – “Qui lo dico e qui lo nego…”. Sono frasi terribili, le sento spesso, sembrano banali, ma sono segnali di un discorso perverso, modi di una parola distorta, che, millantando di essere svincolata, vuole vincolare chi ascolta, imbrigliandone la parola. In ultima analisi è un tentativo di esercitare il potere su chi ascolta.
La verità della parola, però, impegna chi la pronuncia, non chi la riceve; “qui lo dico e qui lo nego”, detto a quattr’occhi in privato, è un non volersi assumere la responsabilità del proprio giudizio personale e dell’azione che ne deriverebbe; detto in televisione è un tentativo di manipolare gli ascoltatori, mentendo: discorso banale e maligno allo stesso tempo.
Una parola non è mai priva di significato e dire qualcosa non è mai dire nulla, anche se si dice una sciocchezza. Le parole possono sembrare insignificanti e vuote, in ogni caso indicano il vuoto interiore.
Le parole vuote, svalutate, strumentalizzate, distorte, false sono altrettanti sintomi dello stile di vita attuale. A forza di “infox” (nuovo nome per “fake news”, che era il nuovo nome per dire “notizie false”), non sappiamo più se ciò che ci viene detto sia vero. A forza di chiacchiere, abbiamo l’impressione che tutte le parole servano solo ad affogarci in un oceano di vaghezza. Spesso ci troviamo costretti a credere che ciò che è male, è per il nostro bene. A forza di comunicazione, diffidiamo di qualsiasi parola, mentre al contrario il significato primario della parola “comunicazione” è riferito al “mettere in comune”, al condividere che presuppone la fiducia e vi contribuisce.
Viviamo immersi in una nuova lingua, imbastita di parole e frasi forgiate per manipolare il pensiero. “La guerra è per la pace” – “La libertà è schiavitù” – “L’ignoranza è forza”: non si tratta soltanto di ossimori, è la vera e propria neolingua il cui vero obiettivo è equalizzare e uniformare l’importanza, o l’insignificanza, di ogni opinione, cioè, in definitiva, di ogni pensiero, di ogni presunta libertà.

Viviamo immersi in un universo di slogan, di invettive, di manipolazioni, dentro il quale la reattività, l’emozione, il momento vengono elevati a rango di verità, mentre la parola è la base della fiducia nell’oggettività di ciò che viene detto, della sicurezza di poter contare su tale oggettività nella parola scambiata. È accompagnata anche dal senso di una inevitabile soggettività, ma la fiducia sta nel rapporto autentico tra coloro che la scambiano. Se non c’è fiducia nella parola e in chi la condivide, allora non c’è vita reale possibile insieme. Questo è il male che consuma il nostro tempo.
La parola è sempre performativa, produce un effetto, non è mai insignificante. Quella falsa produce falsità e la falsità produce sfiducia, rabbia, violenza, scatenamento di impulsi. L’assenza di una vera parola porta alla morte delle relazioni. Stiamo attraversando una grave crisi di fiducia, ed è in questo contesto che ricevo il testo offerto per questa domenica.

Di fronte alla parola perversa, la Parola di Dio si dona come speranza.
Vediamone un esempio: Gesù davanti a Pilato.
Pilato interroga Gesù sulla sua regalità. Gesù evoca una parola di verità: «Sono nato e sono venuto nel mondo per testimoniare la verità. Chiunque appartenga alla verità ascolta quello che dico”.
Pilato, uomo abituato alle strategie politiche e militari e al pensiero “sofisticato”, gli chiede: “Qual è la verità?”: una replica celebre.
La domanda è essenziale, anche se, sulla bocca di Pilato, sembra puramente retorica. Infatti, sebbene lo ritenga innocente, Pilato condannerà a morte Gesù, come “Re dei Giudei” (Gv 18,39; 19,3; 19,14; 19,19), come se non avesse ascoltato nulla delle Sue parole.
La parola di Pilato è quella di chi vuole mantenere il potere, quindi fa domande prive di un senso adeguato al contesto – il colloquio tra Pilato e Gesù non è una tavola rotonda di filosofi – lo stile colloquiale di Pilato porta alla morte di un uomo innocente.
Gesù, che non è lì per difendersi, ma per dire una parola al servizio degli altri, è in sé parola di verità, che chiama all’ascolto, ma Pilato non lo capisce o fa finta di non capire.
La domanda di verità attraversa tutto il Vangelo di Giovanni. La parola “verità” (ἀλήθεια) si trova in Gv 25 volte. La verità evoca Dio: per adorare il Padre in spirito e verità (Gv 4,23-24), la sua parola è verità (Gv 17,17). Una parola incarnata: il Verbo si è fatto carne, è venuta in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità (Gv 1, 14.17), Giovanni Battista ha testimoniato la verità (Gv 5,33), Gesù dice la verità che viene da Dio (Gv 8, 40.45.46; 16,7), egli è la via, la verità e la vita (Gv 14,6). Si dona nello Spirito Santo: Spirito di verità (Gv 14,17; 15,26; 16,13). Riguarda i credenti: colui che agisce secondo la verità viene alla luce (Gv 3,21), lo Spirito vi condurrà alla verità tutta intera (Gv 16,13), saranno santificati nella verità di Dio (Gv 17,17.19).
Il diavolo, figura simbolica del male – ma il male non è affatto simbolico – si caratterizza per il fatto di non collocarsi nella verità, perché in lui non c’è verità (Gv 8,44).
Quando Gesù parla di verità a Pilato, gli parla della buona novella donata dal Padre, portata dal Figlio, vissuta nello Spirito, quella è la verità annunciata da Gesù. Vale a dire, qualcosa di solido, affidabile, costante; consiste in presenza, amore e speranza.
La vita di chi crede si sviluppa in questa verità, mentre il male si sviluppa proprio nell’assenza di verità. Se ci sono tre cose false alla radice del male, sono: latitanza, malanimo, sfiducia.
Questa verità è oggettiva, c’è poco da contrapporre.
La forza delle parole di Gesù, dei testi della Bibbia, del Vangelo, della Parola di Dio, è questa: interpella noi direttamente.
Come scrive Paolo a Timoteo: “Le sacre Scritture possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3,15-16).
Questa verità è anche soggettiva, cioè è incontro tra “soggetti”: Dio e me, Dio e noi, noi intorno a Cristo, la Chiesa nello Spirito Santo. Questa verità non è solo una questione di contenuto, è fatta di incontro, condivisione, preghiera, meditazione e compagnia. È una chiamata alla relazione, perché essa stessa è persona: Cristo, il Verbo fatto carne, è presenza di Dio con noi.

Questo risuona fortemente nel nostro mondo in cui il discorso è perverso, distorto, fuorviante, dove l’altro è strumentalizzato, manipolato, rinchiuso. Il Vangelo è Parola vera di speranza e resistenza in questo mondo in crisi di verità.
Non è tutto perduto. Come in altri momenti storici di crisi, la verità condivisa può aprire nuovi orizzonti: raduno, liberazione, regno infinito di Dio, alfa e omega (inizio e fine), colui che è, che era e che viene.
Forse dovremmo smettere di lamentarci delle disgrazie del mondo, smettere di condannarlo o di separarci da esso. Ma, nel mondo, su questa terra, qui e ora, dobbiamo essere portatori di una parola di speranza e di ricostruzione, di una parola che è insieme oggettiva – il peso delle parole – e soggettiva – la forza di un impegno.
Una parola che non è presa di potere, ma di servizio, una parola che apre relazioni di fiducia, autentiche, costruttive, nella verità. Una parola di verità che impegna in prima persona. Cristo fa di noi un «regno di sacerdoti», dice l’autore dell’Apocalisse (Ap 1,6): ci fa esseri di preghiera, di lode. «Chi appartiene alla verità ascolta quello che dico», dice Gesù (Gv 18,37) e ci fa uomini di verità. Questa verità vive nelle nostre parole così come nei nostri impegni. Non una verità teorica, ma una verità reale: ogni essere umano è pienamente umano, e il Vangelo lo rende libero. (cfr Gandhi e la “Satyagraha” – abbraccio della verità, forza della verità).
Al termine della sua bella grande preghiera al Padre, Gesù chiede che l’amore che circola tra il Padre e Lui scorra anche in noi e tra noi. Non è acqua di sorgente data da reti con mille canali per irrigare tutto ciò che vive? Se tutto l’amore che appartiene a Dio passa attraverso Gesù, allora scorre anche in noi e chiede solo di donarsi sempre nuovo passando attraverso di noi. Come può la speranza deluderci finché la Sorgente è Sorgente e “non vende la sua acqua”?

A volte guido attraverso la città nelle ore di punta. Ascolto la radio, le notizie sul traffico, c’è qualcuno che dall’alto di un elicottero o da una torre di controllo, racconta lo stato della rete stradale: ingorghi, incidenti, lavori, ecc. Un salmo dice che dal cielo Dio guarda in basso sulla terra. Immagino che ci informi dello stato della rete di circolazione dell’Amore. Non ci desidera come un magnifico circuito di distribuzione per il suo amore inesauribile? Non stupiamoci di vedere quanto danno abbiano causato all’universo le occlusioni dell’amore, gli ingorghi tra religioni, popoli, generazioni, culture, piani o stanze di una stessa abitazione, tra ricchi e poveri, tra uomini e donne.
Quando tracciamo il segno della croce fino all’altezza, profondità, lunghezza e ampiezza del nostro essere, confessiamo agli occhi di tutti che siamo integrati nella rete dell’Amore Trinitario come figli e figlie di Dio. Dio è nostro Padre, essendo Padre di Gesù; il Respiro che rinnova costantemente la loro relazione è il legame invisibile che, con ogni sorta di giunture e articolazioni, tiene insieme tutto nell’Universo.
Da questa festa della Trinità sgorga l’urgenza della vita che trabocca. Se l’Unico Dio propaga la sua vita, se ci introduce nello spirito trinitario per mezzo dello Spirito, allora la nostra vita cristiana non può che essere “diffusiva”, “comunicativa”.
Alcuni invece vedono subito come limitare l’accesso alla Chiesa, ai sacramenti: individuano l’impedimento. Nella logica della vita diffusa e prolungata – in una parola nella logica trinitaria – la domanda diventa piuttosto: per quali vie, insegnate dallo Spirito, possono accedere al cuore coloro che sono lontani? Secondo quali percorsi che non io programmo, ma che lo Spirito mi fa conoscere, coloro che sono sulla soglia, o sotto la soglia, si uniranno alla danza?
Non si tratta di applaudire tutto o chiudere un occhio su tutto, ma di abbracciare un pensiero nuovo, proprio quello che insegna lo Spirito di comunione. Coloro che resisteranno a queste nuove proposte saranno riconosciuti come tali, coloro che accetteranno felicemente di “danzare davanti a Dio” troveranno la gioia, e noi con loro.

La verità ci fa liberi.

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