Permettimi prima…

Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi

26 giugno 2022 – XIII Domenica del Tempo Ordinario
Luca 9,51-62

Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli il loro nido e il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo…  “Seguimi!” – “Permettimi prima…”; storie di persone, storia nostra, storia di tre aspiranti: Gesù va di villaggio in villaggio e alcuni stanno pensando di seguirlo. Il primo dice: “Ti seguirò ovunque tu vada!”. Entusiasmo da fuoco e fiamme, ma la risposta di Gesù è sbalorditiva: non ho una casa, dormo sotto le stelle, in un granaio, a volte in una casa se sono invitato. Sono un nomade. Gli animali hanno un nido, una tana, un rifugio. Io non ho niente per me. Se vuoi venire, aspettati una vita senza protezione materiale. Sei pronto? Lui è pronto a tutto… è un innamorato!
Perché Gesù parla così? Tutti hanno bisogno di un tetto, di cibo, di vestiti.
La questione sembra basata sull’annuncio credibile della venuta del Regno di Dio: come si può fare una cosa simile se non perché presi dalla passione?
Ma, se il futuro riservasse ogni sorta d’incertezza?
Niente comodità, né in cielo, né in terra. No tane, no nidi. Sembra uno slogan assai demotivante…

Il secondo aspirante, neanche si candida. Resta da capire come mai Gesù gli chieda di seguirlo piuttosto perentoriamente. Quel tale neanche dice di no, solo … posticipa. E con una buona ragione, secondo tutte le apparenze!
Ma non va bene: la risposta di Gesù è tremenda, affilata:
“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”.
Se hai la morte dentro, non puoi seguire la vita; diventa impossibile esserci passo dopo passo durante il cammino. Normalmente scavi la fossa agli altri…
So che sono parole dure…ma è così…qui l’aspirante discepolo viene immediatamente messo di fronte alla propria realtà: se non lasci ciò che di morto hai dentro, resterai fermo dove sei e non potrai seguire alcuno che sia vivo.
L’annuncio della resurrezione è infatti che il Cristo è vivo: “Perché cercare tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5).
Si può vivere il lutto rinchiusi nella memoria, nella nostalgia, nel rimpianto e nel compianto.
Si può invece riconoscere il ricevuto e renderlo alimento, forza e coraggio per la vita che viene.
Ci sono vivi che respirano morte e morti che ispirano i vivi. Allora la scelta è tra la morte e la vita.
Si capisce la necessità di liberarsi dagli stracci della morte, dai riti obbligati, se vuoti; dalla religione del dovere, se non è dell’amore; dalle pratiche ancestrali, se suonano estranee.
Il Cristo annuncia la libertà, e la vita.  Scegli – dice – se vuoi la vita, seguimi: “Tu”!
La Parola chiave è “Tu”: “Tu va, e annuncia il Regno di Dio”.
“Tu”. perché riguarda me, te, presi singolarmente e non altri, vivi o morti, cui attaccarsi.

Al terzo aspirante non va molto meglio: “Ti seguirò Signore!”
Senza neanche essere stato interpellato, si offre: “Ma prima, permettimi di congedarmi dalla mia famiglia”.
Forse, chissà, avendo intuito la questione del lasciar seppellire i morti ai morti, pensa che però almeno bisogna salutare i propri cari, mentre sono vivi.
Ma Gesù dice: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. Non che non vada bene salutare la famiglia, per carità! Ma era stato detto fin dall’inizio:
“E l’uomo lascerà suo padre e sua madre…” (Gn 2,24).
Se abbiamo preso la decisione di seguire, abbiamo già salutato…
Fare un passo indietro, mentre si vuole andare avanti, dice di un’intenzione che non c’è, di una decisione poco realistica, in cui i “ma” e i “però” spingono ad arretrare; hanno la funzione di distogliere l’attenzione dalla realtà del mondo, delle cose e da noi stessi.

Che dire? 
Non si ha diritto di vegliare e seppellire i nostri morti?  Si debbono abbandonare coniugi, figli, amici, famiglia? Dobbiamo dissimulare perfino l’entusiasmo dell’innamoramento?
Non penso proprio.
Piuttosto, attraverso immagini e repliche provocatorie, il Cristo dà piste e apre cammini.
Al momento di “seguirlo” sul serio, tutto il da farsi prende un altro aspetto.
Immagino si scopra di poter camminare sulle proprie gambe, insieme ad altri, passo dopo passo, ritrovandosi già fuori dal nido e dalla tana, di non aver bisogno di appellarsi ad una morale superiore, di essere in relazione con una famiglia assai più vasta di quella naturale; di non avere nemmeno il desiderio che fuoco e fiamme dal cielo inceneriscano i “peccatori”.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Corpo e sangue di Cristo

Non abbiamo che cinque pani e due pesci

Domenica 19 giugno 2022 – Lc 9,1-17

Ci sono eventi che ricordano costantemente la realtà del sangue e del corpo. Che si abbia o meno paura del corpo e del sangue, certo si tratta della realtà intrinseca che appartiene alla nostra esistenza, e quindi è necessario guardarla bene.
Guardare il corpo e il sangue in faccia è ciò che propone l’odierna liturgia con la celebrazione del Corpo e del Sangue di Cristo. Alla guida di questa celebrazione, troviamo il racconto comunemente chiamato “la moltiplicazione dei pani”.
Potremmo facilmente perderne il senso dicendo a noi stessi troppo in fretta: “Ah sì! È Gesù che compie un altro straordinario miracolo moltiplicando i pani per sfamare migliaia di persone”. 

Ora provo a dare un’occhiata più da vicino.

Gesù aveva inviato i Dodici in missione per annunciare il Regno di Dio e per operare guarigioni (cfr Lc 9,1-6). La scena propostaci oggi inizia al ritorno dei Dodici dalla loro missione. I discepoli riferiscono a Gesù tutto quello che hanno fatto e si accingono, come Gesù vuole, a ritirarsi a Betsaida. La parola “ritiro” indica, a mio parere, non un momento di riposo, neanche l’ascolto di una conferenza erudita – come spesso capita per i nostri esercizi spirituali o nei ritiri comandati che siamo soliti fare a data fissa – piuttosto movimenti dialogici di intimità e di concentrazione e approfondimento sulla propria condizione personale, sul rapporto con gli altri e con Dio. Il che escluderebbe l’utilizzo del wi-fi….e della rete social almeno per un po’ e anche della pur gradita possibilità di avere persone intorno che provvedono a cucinare i pasti, a riordinare e pulire gli ambienti. Questo è importante per me: non che il riposo o l’aiuto di qualcuno non vadano bene di per sé, ma mi è impossibile escludere da momenti di “ritiro spirituale” tutto ciò che ciascuno di noi deve pur fare ogni giorno per camminare sulle proprie gambe per le vie del mondo. Come tutti.

Altrimenti non si spiegherebbe neanche il “date voi stessi loro da mangiare”: un nutrimento che sostiene altri appunto a camminare liberi, a loro volta, e sulle proprie gambe per le vie del mondo. Sto parlando di missione.  Ciò che segue nel Vangelo di oggi dà a Gesù l’opportunità di mostrare ai discepoli cosa significhi essere “pastore” e cosa sia la missione. Questa è la cornice dentro cui, penso io, si debba leggere la storia detta della moltiplicazione dei pani.
Gesù inizia parlando alla folla del Regno di Dio e riportando alla salute le persone che ne hanno bisogno. Questa è anche la missione che ha affidato ai discepoli; in altri termini fornisce l’esempio di ciò che dovranno fare.
I discepoli fanno notare – in modo molto “pastorale” – che è ora di congedare la gente. Che vadano a cercare riparo e cibo nei dintorni! Altrimenti bisognerà andare a comprarlo in proprio per tutti e cinquemila: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».
Mi sembra di ascoltare me stesso: “Ma cosa posso fare io davanti a tutte queste malattie, a tutte queste guerre, a tutti questi bisogni del mondo? Ho solo due mani e due gambe…e ovviamente neanche una lira.
Stando a Luca, Gesù risponderebbe: “Sta a te, a voi, dar loro da mangiare”.
Quindi, il da farsi: organizzare la folla in gruppi in modo da formare diverse comunità, e dopo che Gesù avrà benedetto il pane e lo avrà spezzato, distribuire il pane e il pesce.
La storia della moltiplicazione dei pani è una storia sul ruolo e sulla missione del discepolo, e quindi una storia su di noi. Non è nemmeno un miracolo in senso stretto. Mancano i tre elementi fondamentali: un supplicante infelice che chiede sia fatto qualcosa per lui, l’espressione di fede del richiedente e, infine, lo stupore o la meraviglia per l’azione salvifica compiuta.
Qui ho cercato invano una parola sulla meraviglia e sullo stupore, avanzano dodici ceste sì, ma non c’è neppure qualcuno che accenni un “ringraziamento”.
Qual è l’atto determinante di Gesù in questo contesto, cosa fa esattamente?
Prende i cinque pani e i due pesci, alza gli occhi al cielo, li benedice, li spezza.
Espressioni come “Benedetto sia Dio” si rincorrono sia nel Vecchio come nel Nuovo Testamento; le parole di Gesù dicono che il pane e il pesce, e per mezzo di essi tutto ciò che è di natura materiale, sono santi e sono presenza di Dio, vengono da Dio. Gesù alza gli occhi al cielo probabilmente proprio per ricordarci questo, per ricollegarci all’origine.
Spezzare il pane precede il con-dividere, il dividere con…, e per ciò stesso il mettere in comune, come l’etimologia stessa della parola “comunione” lascia intendere. La parola latina “munus” significa al tempo stesso dono e obbligo.  Il pane, il pesce e tutto ciò che, al mondo, nutre l’uomo, materialmente e spiritualmente in un indissolubile nesso, è già benedetto e vuole essere condiviso prima di essere sostegno per noi stessi. Come diceva un vecchio e caro mio professore di morale: “Se hai, hai per dare”. E a mio parere è questo il senso del dirsi cristiani. Di questa fede, di questo nutrimento, profondamente radicato nel Vangelo, può nutrirsi l’umanità intera. Se ciascuno di noi potesse credere in questo e camminare sulle proprie gambe per agire di conseguenza, il mondo conoscerebbe giorni migliori. Non ci si salva da soli. Abbiamo bisogno di cristiani adulti, non c’è bisogno di clericalismo, né di ridondanti teorie astratte, né di anacronistici orpelli.
Quando celebriamo il Corpo e il Sangue di Cristo, proclamiamo la veridicità del Vangelo; durante l’adorazione, o la messa stessa, sarebbe veramente un peccato limitare e rinchiudere la nostra immaginazione a questo piccolo ospite bianco in un’atmosfera pia, lontana dalla vita reale, che si accontenta della fantasia, senza percorrere le strade del mondo e senza agire concretamente in favore del nostro prossimo. Il mondo ha bisogni di missionari profondamente credenti nelle parole di Gesù, non di chierici in cerca di visibilità, cui corrispondono nostalgici baciapile, che corrono il rischio di far dire a Gesù, alla folla – e non ai discepoli – : “Date voi stessi loro da mangiare”.
È il momento di guardare il corpo, il nostro corpo, il corpo dell’ebreo Gesù di Nazaret, e dire: benedetto sei tu. Questo corpo è buono, la sensualità è buona, la tenerezza è buona, ma anche il corpo malato, vecchio, cambiato e il corpo non ancora formato sono buoni. Se guardiamo solo al corpo sano, bello, giovane, o che tale, agghindato, vuole apparire, le relazioni d’amore sono già morte ancor prima di essere nate.
Essere discepolo forse significa cominciare col riconoscere la nostra e altrui umana e concreta materialità, scoprire la benedizione di Dio su ogni cosa e farsi distributori di quei pani e di quei pesci di cui sempre avanzano dodici ceste.Voglio ora ricordare un passo di San Paolo che mi è molto caro, dal discorso di addio agli anziani di Efeso (At 20,32-35):
“E ora vi affido a Dio e alla Parola della Sua Grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da Lui sono santificati. Non ho desiderato né argento, né oro, né il vestito di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: ‘Si è più beati nel dare che nel ricevere!’”

per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Trinità

Santissima Trinità – Domenica 12 giugno 2022
Giovanni 16,12-15

Quando abbiamo celebrato l’Ascensione, abbiamo anche festeggiato la responsabilità umana.
Visto che Gesù è asceso al cielo, non è più sulla terra, è fuggito da tutti i luoghi teologici e simbolici in cui lo si voleva rinchiudere: la Chiesa, il pane e il vino, la nostra esperienza spirituale, i sistemi di pensiero, anche i più giusti e più intelligenti. Questo altrove ha liberato uno spazio per l’azione umana.
Nel discorso che fece davanti ai suoi discepoli prima di morire, Gesù lasciò loro una parola: «Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. […] Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future» (Gv 16, 7 e 13).
Essere un discepolo è ascoltare la chiamata a vivere nello Spirito di verità.
La verità è un’esigenza di lucidità che sfida e mette in questione il nostro abituale modo di vivere.
Oggi si parla di “post-verità” per dire che i fatti oggettivi hanno meno influenza nel plasmare l’opinione rispetto agli appelli alle emozioni. La qualità principale di un argomento non sarebbe la sua accuratezza, ma la forza dell’emozione che suscita in chi lo ascolta. Quindi, bugie (e dittatura) possono andare di pari passo: se la verità non è più un terreno comune, allora tutto è possibile. Si potrebbe affermare che l’essenza della post-verità è totalitaria e quindi la forza di un’idea sbagliata può condurre al totalitarismo. Come sempre. Non è una novità.

 “Quello che dico riguarda chi, ma non chi …” – “Io dico, ma non sto dicendo che….” – “Qui lo dico e qui lo nego…”. Sono frasi terribili, le sento spesso, sembrano banali, ma sono segnali di un discorso perverso, modi di una parola distorta, che, millantando di essere svincolata, vuole vincolare chi ascolta, imbrigliandone la parola. In ultima analisi è un tentativo di esercitare il potere su chi ascolta.
La verità della parola, però, impegna chi la pronuncia, non chi la riceve; “qui lo dico e qui lo nego”, detto a quattr’occhi in privato, è un non volersi assumere la responsabilità del proprio giudizio personale e dell’azione che ne deriverebbe; detto in televisione è un tentativo di manipolare gli ascoltatori, mentendo: discorso banale e maligno allo stesso tempo.
Una parola non è mai priva di significato e dire qualcosa non è mai dire nulla, anche se si dice una sciocchezza. Le parole possono sembrare insignificanti e vuote, in ogni caso indicano il vuoto interiore.
Le parole vuote, svalutate, strumentalizzate, distorte, false sono altrettanti sintomi dello stile di vita attuale. A forza di “infox” (nuovo nome per “fake news”, che era il nuovo nome per dire “notizie false”), non sappiamo più se ciò che ci viene detto sia vero. A forza di chiacchiere, abbiamo l’impressione che tutte le parole servano solo ad affogarci in un oceano di vaghezza. Spesso ci troviamo costretti a credere che ciò che è male, è per il nostro bene. A forza di comunicazione, diffidiamo di qualsiasi parola, mentre al contrario il significato primario della parola “comunicazione” è riferito al “mettere in comune”, al condividere che presuppone la fiducia e vi contribuisce.
Viviamo immersi in una nuova lingua, imbastita di parole e frasi forgiate per manipolare il pensiero. “La guerra è per la pace” – “La libertà è schiavitù” – “L’ignoranza è forza”: non si tratta soltanto di ossimori, è la vera e propria neolingua il cui vero obiettivo è equalizzare e uniformare l’importanza, o l’insignificanza, di ogni opinione, cioè, in definitiva, di ogni pensiero, di ogni presunta libertà.

Viviamo immersi in un universo di slogan, di invettive, di manipolazioni, dentro il quale la reattività, l’emozione, il momento vengono elevati a rango di verità, mentre la parola è la base della fiducia nell’oggettività di ciò che viene detto, della sicurezza di poter contare su tale oggettività nella parola scambiata. È accompagnata anche dal senso di una inevitabile soggettività, ma la fiducia sta nel rapporto autentico tra coloro che la scambiano. Se non c’è fiducia nella parola e in chi la condivide, allora non c’è vita reale possibile insieme. Questo è il male che consuma il nostro tempo.
La parola è sempre performativa, produce un effetto, non è mai insignificante. Quella falsa produce falsità e la falsità produce sfiducia, rabbia, violenza, scatenamento di impulsi. L’assenza di una vera parola porta alla morte delle relazioni. Stiamo attraversando una grave crisi di fiducia, ed è in questo contesto che ricevo il testo offerto per questa domenica.

Di fronte alla parola perversa, la Parola di Dio si dona come speranza.
Vediamone un esempio: Gesù davanti a Pilato.
Pilato interroga Gesù sulla sua regalità. Gesù evoca una parola di verità: «Sono nato e sono venuto nel mondo per testimoniare la verità. Chiunque appartenga alla verità ascolta quello che dico”.
Pilato, uomo abituato alle strategie politiche e militari e al pensiero “sofisticato”, gli chiede: “Qual è la verità?”: una replica celebre.
La domanda è essenziale, anche se, sulla bocca di Pilato, sembra puramente retorica. Infatti, sebbene lo ritenga innocente, Pilato condannerà a morte Gesù, come “Re dei Giudei” (Gv 18,39; 19,3; 19,14; 19,19), come se non avesse ascoltato nulla delle Sue parole.
La parola di Pilato è quella di chi vuole mantenere il potere, quindi fa domande prive di un senso adeguato al contesto – il colloquio tra Pilato e Gesù non è una tavola rotonda di filosofi – lo stile colloquiale di Pilato porta alla morte di un uomo innocente.
Gesù, che non è lì per difendersi, ma per dire una parola al servizio degli altri, è in sé parola di verità, che chiama all’ascolto, ma Pilato non lo capisce o fa finta di non capire.
La domanda di verità attraversa tutto il Vangelo di Giovanni. La parola “verità” (ἀλήθεια) si trova in Gv 25 volte. La verità evoca Dio: per adorare il Padre in spirito e verità (Gv 4,23-24), la sua parola è verità (Gv 17,17). Una parola incarnata: il Verbo si è fatto carne, è venuta in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità (Gv 1, 14.17), Giovanni Battista ha testimoniato la verità (Gv 5,33), Gesù dice la verità che viene da Dio (Gv 8, 40.45.46; 16,7), egli è la via, la verità e la vita (Gv 14,6). Si dona nello Spirito Santo: Spirito di verità (Gv 14,17; 15,26; 16,13). Riguarda i credenti: colui che agisce secondo la verità viene alla luce (Gv 3,21), lo Spirito vi condurrà alla verità tutta intera (Gv 16,13), saranno santificati nella verità di Dio (Gv 17,17.19).
Il diavolo, figura simbolica del male – ma il male non è affatto simbolico – si caratterizza per il fatto di non collocarsi nella verità, perché in lui non c’è verità (Gv 8,44).
Quando Gesù parla di verità a Pilato, gli parla della buona novella donata dal Padre, portata dal Figlio, vissuta nello Spirito, quella è la verità annunciata da Gesù. Vale a dire, qualcosa di solido, affidabile, costante; consiste in presenza, amore e speranza.
La vita di chi crede si sviluppa in questa verità, mentre il male si sviluppa proprio nell’assenza di verità. Se ci sono tre cose false alla radice del male, sono: latitanza, malanimo, sfiducia.
Questa verità è oggettiva, c’è poco da contrapporre.
La forza delle parole di Gesù, dei testi della Bibbia, del Vangelo, della Parola di Dio, è questa: interpella noi direttamente.
Come scrive Paolo a Timoteo: “Le sacre Scritture possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3,15-16).
Questa verità è anche soggettiva, cioè è incontro tra “soggetti”: Dio e me, Dio e noi, noi intorno a Cristo, la Chiesa nello Spirito Santo. Questa verità non è solo una questione di contenuto, è fatta di incontro, condivisione, preghiera, meditazione e compagnia. È una chiamata alla relazione, perché essa stessa è persona: Cristo, il Verbo fatto carne, è presenza di Dio con noi.

Questo risuona fortemente nel nostro mondo in cui il discorso è perverso, distorto, fuorviante, dove l’altro è strumentalizzato, manipolato, rinchiuso. Il Vangelo è Parola vera di speranza e resistenza in questo mondo in crisi di verità.
Non è tutto perduto. Come in altri momenti storici di crisi, la verità condivisa può aprire nuovi orizzonti: raduno, liberazione, regno infinito di Dio, alfa e omega (inizio e fine), colui che è, che era e che viene.
Forse dovremmo smettere di lamentarci delle disgrazie del mondo, smettere di condannarlo o di separarci da esso. Ma, nel mondo, su questa terra, qui e ora, dobbiamo essere portatori di una parola di speranza e di ricostruzione, di una parola che è insieme oggettiva – il peso delle parole – e soggettiva – la forza di un impegno.
Una parola che non è presa di potere, ma di servizio, una parola che apre relazioni di fiducia, autentiche, costruttive, nella verità. Una parola di verità che impegna in prima persona. Cristo fa di noi un «regno di sacerdoti», dice l’autore dell’Apocalisse (Ap 1,6): ci fa esseri di preghiera, di lode. «Chi appartiene alla verità ascolta quello che dico», dice Gesù (Gv 18,37) e ci fa uomini di verità. Questa verità vive nelle nostre parole così come nei nostri impegni. Non una verità teorica, ma una verità reale: ogni essere umano è pienamente umano, e il Vangelo lo rende libero. (cfr Gandhi e la “Satyagraha” – abbraccio della verità, forza della verità).
Al termine della sua bella grande preghiera al Padre, Gesù chiede che l’amore che circola tra il Padre e Lui scorra anche in noi e tra noi. Non è acqua di sorgente data da reti con mille canali per irrigare tutto ciò che vive? Se tutto l’amore che appartiene a Dio passa attraverso Gesù, allora scorre anche in noi e chiede solo di donarsi sempre nuovo passando attraverso di noi. Come può la speranza deluderci finché la Sorgente è Sorgente e “non vende la sua acqua”?

A volte guido attraverso la città nelle ore di punta. Ascolto la radio, le notizie sul traffico, c’è qualcuno che dall’alto di un elicottero o da una torre di controllo, racconta lo stato della rete stradale: ingorghi, incidenti, lavori, ecc. Un salmo dice che dal cielo Dio guarda in basso sulla terra. Immagino che ci informi dello stato della rete di circolazione dell’Amore. Non ci desidera come un magnifico circuito di distribuzione per il suo amore inesauribile? Non stupiamoci di vedere quanto danno abbiano causato all’universo le occlusioni dell’amore, gli ingorghi tra religioni, popoli, generazioni, culture, piani o stanze di una stessa abitazione, tra ricchi e poveri, tra uomini e donne.
Quando tracciamo il segno della croce fino all’altezza, profondità, lunghezza e ampiezza del nostro essere, confessiamo agli occhi di tutti che siamo integrati nella rete dell’Amore Trinitario come figli e figlie di Dio. Dio è nostro Padre, essendo Padre di Gesù; il Respiro che rinnova costantemente la loro relazione è il legame invisibile che, con ogni sorta di giunture e articolazioni, tiene insieme tutto nell’Universo.
Da questa festa della Trinità sgorga l’urgenza della vita che trabocca. Se l’Unico Dio propaga la sua vita, se ci introduce nello spirito trinitario per mezzo dello Spirito, allora la nostra vita cristiana non può che essere “diffusiva”, “comunicativa”.
Alcuni invece vedono subito come limitare l’accesso alla Chiesa, ai sacramenti: individuano l’impedimento. Nella logica della vita diffusa e prolungata – in una parola nella logica trinitaria – la domanda diventa piuttosto: per quali vie, insegnate dallo Spirito, possono accedere al cuore coloro che sono lontani? Secondo quali percorsi che non io programmo, ma che lo Spirito mi fa conoscere, coloro che sono sulla soglia, o sotto la soglia, si uniranno alla danza?
Non si tratta di applaudire tutto o chiudere un occhio su tutto, ma di abbracciare un pensiero nuovo, proprio quello che insegna lo Spirito di comunione. Coloro che resisteranno a queste nuove proposte saranno riconosciuti come tali, coloro che accetteranno felicemente di “danzare davanti a Dio” troveranno la gioia, e noi con loro.

La verità ci fa liberi.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Pentecoste

E i discepoli gioirono al vedere il Signore

Domenica 5 giugno 2022 – Pentecoste
Gv 20,19-23

“Fu dopo la morte di Gesù; la sera, del primo giorno della settimana, quando le porte del luogo dove erano i discepoli erano chiuse per paura dei Giudei”.
I discepoli stanno vivendo momenti terribili: Gesù è stato crocifisso, è morto malamente e da innocente, era il loro Maestro e loro amico fraterno, per di più sanno che anche loro potrebbero fare la stessa fine. Sono spaventati. Temono che chi ha messo a morte Gesù faccia lo stesso con loro. Quindi si sono chiusi dentro. Hanno sprangato le porte. Per proteggersi. Ma la paura non è rimasta fuori, è dentro e tra di loro.
Ed ecco che arriva Gesù, lì in mezzo a loro, e dice: “La pace sia con voi!” Non c’è dubbio, è Lui: mostra le mani e il costato. Gesù ha già attraversato la fine che anche i discepoli temono. Eppure, è lì, vivo e dice “pace a voi”. Il cambiamento di atmosfera è repentino: i discepoli gioiscono, la paura svanisce, non esiste più, gioiscono e basta. Come è possibile tutto questo?

È molto difficile vivere nel terrore – e molti lo sanno e lo sperimentano proprio ora, pensiamo alle popolazioni in guerra. Chi porterà loro la pace? La carne senza fiato non sa più dove trovare la vita – esattamente come Gesù nel Getsemani che suda sangue mentre i carnefici si avvicinano (Lc 22,44). Non c’è più spazio per vivere in pace, non c’è più riposo. Il trauma è lì, ovunque tu vada, anche se è stato tanto tempo fa, anche se hai fatto la tua vita altrove, anche se è ora e pensi di essere sfuggito perchè non succede a casa tua.
Viene detto che per stare meglio, “bisogna perdonare”.
Perdonare? In greco aphiemi, è “lasciare andare”, è rompere con il fascino del nemico, smettere di tenerlo per il bavero, credendo che abbia il potere di vietarti di esistere dove sei, così come sei.
La difficoltà, con l’approccio esclusivamente psicologico del calvario, sta nel chiudersi dentro con il cattivo, senza vedere altra via d’uscita se non la fatica richiesta.
Ma come fare? Dovremmo poi veramente perdonare?
“Egli mostrò loro le mani e il costato. I discepoli furono pieni di gioia”. Il vangelo è unico in quanto volge lo sguardo dal persecutore al Padre per mezzo del quale il respiro torna alla carne, qualunque sia la sorte di questa carne. Non si dice che le ferite del crocifisso siano guarite, né che il suo cuore trafitto sia rimarginato. Eppure, il Cristo vive e la paura è sparita. Come è avvenuto questo capovolgimento? Già nel Getsemani, molto prima del supplizio, quando si era rivolto al Padre aveva detto: “Non la mia volontà, ma la tua”. Lc 22, 42. Smette di reagire, lascia il campo a Chi sa preservare l’integrità di coloro che Gli si affidano, qualunque sia l’orrore della prova da affrontare.
Alla prova è difficile sfuggire. Ma la differenza tra chi è di Cristo e chi cammina da solo, ripiegato su se stesso e sulle proprie forze, sta nel fatto che chi è in Cristo le attraversa rivolto verso un altro, in attesa certa della pace da una misteriosa fonte che alberga in ciascuno di noi. Il punto è che non sappiamo neanche chiamarla, neanche nominarla.
“Gesù disse loro di nuovo: ‘La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.’” La gioia che provano improvvisamente quando vedono Gesù vivo non è solo per loro che guariscono dall’angoscia; la gioia (e la pace) è la sostanza stessa della missione per la quale sono “inviati” nel mondo.
“Detto questo, soffiò su di loro e disse: ‘Ricevete lo Spirito Santo’” – letteralmente: “Ricevete il respiro”. E aggiunge: “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. Il legame qui è evidente tra il “ricevere il Respiro” e il “rimettere” o “non rimettere i peccati”.

I peccati. Hamatia, la colpa, il danno subito. È ai “discepoli” di Gesù, coloro che lo seguono e ricevono il suo Soffio, che qui viene dato il potere di “rimettere” o “non rimettere”.
Essendo il Respiro promesso a tutti, è a tutti, nello stesso movimento, che viene offerta questa capacità, questo “potere” di legare o sciogliere, di tenere per il bavero il malvagio, di reagire o di lasciar andare, potere che procede, nel nostro testo, immediatamente dalla ricezione dello Spirito.
La prova stessa diventa, per chi subisce il danno, il luogo, per eccellenza, dove riceverà quel Soffio. Questa è anche la testimonianza dei martiri, che destabilizza, che inquieta, che spaventa, che rimanda al terrore della nostra supposta afasica impotenza.

Tale è la meraviglia attesa di questa festa di Pentecoste. Anche oggi.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui

Ascensione

Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse.

Domenica, 29 maggio 2022 – Ascensione del Signore
Luca 24,46-53

E alzate le mani (Lc 24,50); mostrò le mani (Gv 20,20), stese le mani (Mt 14,31), lo prese per mano (Lc 14,4), nelle tue mani (Lc 23,46).
Tante volte risuona nel Vangelo la parola “mani”.
Da “mano” viene anche il termine “manipolare”.
La manipolazione è un lavoro preciso, ci vuole una tecnica, che richiede abilità: un vasaio, per esempio, deve saper manipolare la creta per riuscire nelle sue creazioni. Un farmacista, se prepara un rimedio, non deve calcare la mano dosando gli elementi, altrimenti, invece di preparare una medicina, preparerà un veleno.
Quando però si usa questo termine nelle relazioni umane, si sottolinea con una connotazione negativa la destrezza di alcuni nello scegliere e dosare parole e comportamenti per ottenere un effetto da lui desiderato su altri; il manipolatore usa strategie che spesso rimangono nascoste ai più. Chi ammetterebbe, ad esempio, che il rispettabile padre, il carissimo collega, il genero d’oro, l’ammirabile suocera o il così tanto gentile confratello voglia in realtà manipolarci?
Nel frattempo quello modella, dosa e imbelletta la propria immagine in base a come vuole apparire e cerca di imporla a chi lo circonda; protetto da una versione ufficiale di se stesso, può, da dietro le quinte, manipolare spesso indisturbato. Almeno per un po’.
L’agire manipolatorio è un concetto moderno, che anche la psicologia usa; tuttavia, ed è interessante scoprirlo, si tratta anche di un tema biblico. Da un’estremità all’altra della Bibbia, l’appello è a discernere, a distinguere tra quelli che mettono le mani su tutto e tutti e quelli che si astengono assolutamente dal farlo.
Ad esempio, Davide è inseguito da Saul, re di Israele. Saul, geloso e invidioso delle capacità del suo rivale, vuole ucciderlo, ma un bel giorno cade nelle mani proprio di Davide che viene esortato dai suoi soldati ad ucciderlo, per finalmente sbarazzarsene; in fin dei conti sarebbe solo giustizia!
Davide invece dice e ripete: “No, non metterò la mano sul messia del Signore” (1 Sam 24-26).
Non si lascia ingannare né da Saul, né dalla situazione propizia per sbarazzarsi di lui. Non ha neanche alcuna aspettativa rispetto ad un ravvedimento o ad un cambiamento di atteggiamento del nemico. Semplicemente non pretende di avere il sopravvento su di lui.
In molte storie bibliche, possiamo vedere e scoprire chi manipola e chi no. Di più: si distingue, tra le vittime, chi trova il proprio tornaconto nella manipolazione di cui è oggetto, da chi ne prende coscienza per evitarla.
Un altro esempio?
Labano.
È un essere subdolo che considera le proprie figlie, Lea e Rachele, come beni a sua disposizione, e il genero, Giacobbe, come operaio da non retribuire (Genesi 29-32). La figlia Lea si trova a suo agio in questa situazione. Ora accade che Giacobbe vorrebbe sposare Rachele, ma Labano gli fa trovare Lea nel letto di nozze e Lea non dice nulla, non si oppone e diventa complice di suo padre, accaparrando l’aspirante marito della sorella. Giacobbe riuscirà a sposare Rachele solo sette anni più tardi. Lea ha preso, messo le mani su Giacobbe, ha preso il posto di sua sorella, e difenderà questa sua posizione. La si sentirà rivolgersi a sua sorella Rachele dicendo perfino: “È troppo poco per te aver preso mio marito?” (Genesi 30, 15). Arriverà quindi al capovolgimento e alla negazione della realtà. Lea è una manipolatrice: dà una versione ufficiale di se stessa, che nasconde la sua invasione nella vita di chi le sta vicino.

In genere la prima persona che si prova a manipolare è Dio stesso. Il serpente persuade gli umani a mettere le mani sul famoso frutto che Dio protegge con un divieto. Le argomentazioni del serpente possono perfino sembrare convincenti: è forse l’unico a dire che non ci sarà morte, l’unico a dare una responsabilità a Adamo ed Eva (Genesi 3,1-5). Bello vero? I due si lasciano prendere. Il manipolatore gestisce sempre le parole e i gesti in modo che esista solo la sua versione dei fatti. Affascina gli interlocutori, li attira su un problema che probabilmente non è neppure il problema principale…, impedisce qualsiasi intervento diverso dal suo, la sua parola stordisce, avviluppa, stritola. Non c’è spazio per un’altra parola… o per una domanda. Perché Adamo ed Eva non hanno chiesto nulla a Dio del frutto? L’intervento del serpente ha completamente oscurato il dialogo con il Creatore. Il serpente è il “padre delle menzogne” (Giovanni 8,44), vale a dire un maestro manipolatore.
Fondamentalmente, la manipolazione mira a garantire il controllo sulle persone per impossessarsene e distruggerle, privandole della libertà e, in ultima analisi, della vita. Però una persona, con il suo mistero, la sua capacità di sfuggire a qualsiasi controllo, è una minaccia permanente per il manipolatore, perché ha bisogno che gli esseri siano a sua disposizione e non vuole essere deluso.
Dio, quindi, è il primo obiettivo e, dopo di Lui, tutti quelli che entrano nell’avventura di diventare persone a immagine e a somiglianza del Creatore.
La Bibbia indica la strada: Davide è un modello di azione intelligente e ben si comprende che il manipolatore, apparentemente onnipotente, non tiene mai veramente tra le mani la vita degli altri o il senso della storia: “La via dell’empio andrà in rovina” (cfr Salmo 1).

Gesù è consegnato nelle mani dei manipolatori-peccatori; risorgendo, mostra le sue mani (Luca, 24,39). Queste non sono mani che rinchiudono, imprigionano e confondono: sono mani trafitte. Portano la traccia delle manipolazioni subite e diventano testimonianza di vita e di potenza.
Dopo aver mostrato loro le mani, “Gesù […] li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo”. (Luca 24, 50-51).
Mani aperte, mani disarmate, mani spiraglio dell’anima.
Come sono le nostre mani?

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui (PD)

Il Consolatore

Vi lascio la pace, vi do la mia pace

22 maggio 2022 – VI Domenica di Pasqua
Gv 14,23-29

Il ministero di Gesù volge al termine e i discepoli iniziano a interrogarlo. Innanzitutto, c’è la domanda di Pietro che chiede cosa accadrà (Gv 13,36): “Signore dove vai?”. Oggi uno di noi potrebbe chiedere: “Signore, dove sei? Dove sei andato?”.
Poi viene quella di Tommaso (Gv 14,5), sulla via che conduce al Padre; poi quella di Filippo, sulla persona del Padre (Gv 14,8); e infine quella di Giuda, non l’Iscariota, quell’altro: è quella che viene dopo tutte le altre: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?”. Oggi potremmo dire: “Ma proprio a me? E come è potuto accadere?”
La risposta di Gesù è nella Parola di questa domenica.
Giuda sta ponendo la questione della rivelazione; vuole sapere perché la rivelazione è rivolta proprio a loro, ai discepoli.
Come per le domande precedenti, nella domanda di Giuda c’è un’inquietudine: come è possibile che non accada a tutti?
Il Signore risponde dicendo qualcosa di simile: “Perchè voi mi volete bene e osservate quello che dico, ma non per tutti è così.” E va anche molto oltre, parla del Padre, che lo ha inviato e dello Spirito Santo, che verrà per insegnare e far ricordare ogni cosa.
Sono parole immense.
In genere pensiamo più o meno di sapere a chi ci riferiamo quando parliamo del Padre e del Figlio, ma non è lo stesso per lo Spirito Santo. Ne parliamo poco, a volte con una certa vaghezza, che rende evanescente ciò che diciamo. Siamo poco “credibili”.
Dello Spirito Santo non parliamo o ne parliamo male.
Eppure, Gesù per prima cosa richiama l’attenzione dei discepoli sull’importanza della Parola, questa Parola a loro esterna, che non è neanche di Gesù: è del Padre. E poi avverte: più tardi verrà il Paraclito, una Parola che parlerà a nostro favore, in nostra difesa. Ho già scritto altrove a proposito del significato della parola di origine greca “paraclito”: termine mutuato dall’ambito giuridico, indica la persona che sopraggiunge a recare aiuto, da cui si è difesi in giudizio, l’avvocato difensore.
Affinché questa difesa sia il più efficace possibile, deve esserci un’identità di vedute tra il difensore e il difeso. Un buon avvocato è sempre un bravo psicologo; per un po’ deve riuscire a immedesimarsi nel suo cliente per poterlo difendere.
Lo Spirito Santo non sarà solo un difensore per i discepoli, sarà anche un maestro, insegnerà. E non sarà mai un insegnamento scollegato dall’esperienza che quei discepoli stanno vivendo. Lo Spirito Santo non agisce magicamente: ci ricorda la Parola e ce la fa comprendere nel quotidiano della nostra esperienza, svela le connessioni, il senso e indirizza l’agire.
Può capitare che ci ricordi un certo passo della Scrittura, ma può farlo solo se abbiamo letto in anticipo queste Scritture. Svolge un ruolo chiarificatore, perché non rivelerà nulla che non abbia già “preso dimora” in noi.
Prima dell’era della fotografia digitale, un amico sviluppava le sue foto da solo. Il momento preferito era quando immergeva la carta fotografica nel bagno di sviluppo e l’immagine appariva a poco a poco. L’azione dello Spirito Santo somiglia un po’ a quel bagno rivelatore, rivela ciò che è in noi, ma che senza di lui è illeggibile, nascosto. Ci fa solo scoprire ciò che già esiste dentro di noi.
Ci ricorda ciò che viene da Dio, non è una forza magica e sarebbe un errore esentarci dalla lettura delle scritture o dallo studio. Lo Spirito Santo viene semplicemente a portare ordine e chiarezza nelle nostre menti, facendoci ricordare ciò che viene da Dio. Il filosofo Paul Ricœur diceva che imparare è riconoscere.
I nostri sensi sono incapaci di percepire Dio, spesso ci rendiamo conto dell’azione dello Spirito Santo a posteriori, quando la memoria ha fatto il suo lavoro. Non ha nulla a che fare con la spontaneità, al contrario usa la memoria dell’uomo e funziona nel tempo. Opera un lavoro di maturazione. La Scrittura stampata sui libri, letta o commentata sul web non è Parola di Dio. Perché lo diventi per noi, deve essere ascoltata alla luce dello Spirito Santo.
Perché nella Scrittura ci sia la Parola di Dio, ci vogliono sia la Scrittura che l’azione dello Spirito Santo. Per questo è difficile parlarne: sparisce quando se ne tenta una definizione, si cancella quando io come persona non ascolto e non osservo quella parola con amore.

Il Paraclito spira e ci ispira nella relazione con la Parola.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Apprendisti

Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri

15 maggio 2022 – V Domenica di Pasqua
Giovanni 13, 31-35

Iniziano così cinque capitoli in cui Gesù cerca di preparare i discepoli alla sua morte e sono cinque capitoli dove Gesù parla d’amore. Incoraggia i discepoli all’amore fraterno. Dà il comandamento nuovo, mostra il suo amore per coloro che chiama amici e non servi (Gv 15, 15), lava loro i piedi, dicendo a Pietro: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13,8) e infine “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.” (Gv 13,1).
Mi chiedo: ma si può amare parzialmente? Per un breve tragitto? Esistono forse lauree in amore?
L’amore ha una storia e la predicazione del Nazareno è il punto di volta: cambiano tutte le misure, i punti di riferimento, i criteri d’azione. La storia parte da lontano; nell’Antico Testamento c’è la legge del taglione, la legge della ritorsione: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, ustione per ustione, ferita per ferita, livido per livido (Es 21,24).
Si dirà che questa legge non è un comandamento d’amore, ma il principio della vendetta.
Fa parte di un insieme di leggi sociali che mirano a mantenere l’ordine nella società in un contesto, che non poteva prevedere il perdono sistematico e l’assenza di procedimenti legali contro reati e colpevoli, altrimenti la società sarebbe diventata rapidamente invivibile. È vero che in quel contesto, per proteggere i deboli, la giustizia era organizzata come un sistema giuridico di vendetta.
Se la paragoniamo, però, alla vendetta naturale, la legge del taglione presenta un tipo di vendetta diverso: “misurata”. La vendetta naturale è formulata da Lamech in Genesi 4,23-24. Lamech, discendente di Caino, dichiara: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette”.
Lamech vince il male subito con la vendetta naturale: per una ferita, uccide.
È spesso così quando ci si vendica: la vendetta non si ferma, cresce sempre, diventa faida.
La legge del taglione, quindi, in un contesto simile, appare perfino come un progresso, perché pone un limite: non ci si può vendicare al di là del male subito; limita l’aberrazione della barbarie sanguinaria e reattiva oltre ogni confine, stabilisce una prima esigua e parziale giustizia.
Non è una legge d’amore, d’altronde l’amore va oltre la giustizia, al punto, a volte, da apparire “esagerato”, non più giusto. Per questa ragione è un comandamento, cui ubbidire: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”. (Dt 6,5) e “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.” (Lv 19,18).
Gesù riprende questo testo dell’Antico Testamento in Mt 22,37-40, ribadendo la forza di questi due comandamenti riuniti in un solo principio.
D’altronde, non si può costringere ad amare, è impossibile amare per costrizione, diventerebbe qualcosa di falso. Sarebbe molto meglio amare in tutta sincerità, ma sappiamo anche che si può amare male e che se alcune persone amano male, spesso è perché sono state male amate e allora diventa davvero difficile dare un amore che non si è ancora conosciuto.
Fino a che punto si può voler bene a chi immaginiamo non ce ne voglia? Come si fa a perdonare la mancanza d’amore? Come si fa a perdonare un tradimento? Come si fa a perdonare settanta volte sette, come dice Gesù, rovesciando completamente i criteri di Lamech (Mt 18,22)?
Eppure quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda di tradirlo (Gv 13,1), cosa fa Gesù? Si alza da tavola e lava i piedi ai suoi discepoli (Giuda compreso).
L’amore è e rimane un mistero…
Nel suo testamento, Gesù dice: «Come io vi ho amato, amatevi gli uni gli altri». Pronuncia una parola che può essere intesa in due modi: “Prendetemi a modello nel vostro modo di amare gli altri”, ma anche “Come per primo vi ho amati, a vostra volta amate gli altri”. Questi due sensi non possono essere separati. Come posso intraprendere il cammino seguito da Gesù, se non ho l’intensa certezza di essere anch’io veramente riconosciuto e amato da Lui?
D’altra parte, ed è questa la mia convinzione, in amore siamo un po’ come degli apprendisti: nel cercare il bello e il buono negli altri, non solo impariamo anche a conoscere e ad amare meglio noi stessi, ma riusciamo ad accogliere gli aspetti, nostri e altrui, meno “amabili”: è come imparare a voler bene a chi non si lascia amare facilmente. Ci si comporta un po’ come quegli innamorati che cercano i tratti dell’amata o dell’amato in tutto ciò che vedono…

È pacificante pensare che Qualcuno ami questa mia faccia, lavi questi miei piedi assai prosaici, è liberante lasciar svanire il desiderio di vendetta, di rivincita, di prevaricazione. E vincere finalmente la guerra deponendo le armi.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui (PD)

Riconoscere la voce

Io le conosco ed esse mi seguono

8 maggio 2022 – Quarta Domenica di Pasqua
Gv 10,27-30

Cosa mi fa ascoltare una voce più di un’altra?
Forse non sono il solo a pormi questa domanda. In ogni caso sembra che tutti, metaforicamente, “ascoltino una voce” prima di agire. La chiamiamo decisione, impulso, intenzione; scienza e filosofia provano ad indagare su come prenda corpo e da dove venga, fino a che punto influiscano l’ambiente e le circostanze e quanto contino le predisposizioni interiori.
Non è detto che sia sempre una “voce” benevola. Per esempio, quando giovani disperati accettano l’appello a trasformarsi in bombe umane, cosa ascoltano? Che voce è?
E quindi, dalla prospettiva religiosa potremmo chiederci: come si riconosce la “vera” voce del Cristo, dal momento che anche le voci peggiori possono fare lugubremente il verso a Dio?
Non credo ci sia da cercare troppo lontano. Il Vangelo di oggi parla di una voce che risveglia, riunisce e pacifica ciò che siamo profondamente. Forse questa voce risuona più spesso dentro che fuori di noi, dev’essere radicata nel mio essere, ma se non so come ascoltarla, sarò sballottato da tutte le mode e da tutte le voci.
Proviamo a pensare cosa succede quando una madre sente la voce di suo figlio: di norma l’ascolta subito, per lei è facile riconoscerla ed è spesso immediata la comprensione del senso, anche se non sa subito come rispondere e cosa fare. Dev’essere questo il tipo di ascolto che dovremmo imparare; nelle maree delle nostre vite, invece, riuscire ad ascoltare in questo modo risulta più complicato.
Cosa spinge un maestro, un medico, un missionario a trovarsi responsabile di una scuola, di un dispensario, di una casa per orfani, e, perché no, anche di una chiesa? Cosa spinge i volontari a partire per soccorrere persone stremate da carestie, malattie, malnutrizione e guerre?
Probabilmente ciò che vedono e ascoltano si unisce ad una fiamma che li abita, nella quale sentono riposto il senso delle loro stesse vite.
Si potrebbe dire qualcosa di simile anche a proposito di un uomo o di una donna che non hanno mai viaggiato, non hanno partecipato ad alcuna missione umanitaria, ma qualcosa dentro di loro li ha spinti ad ascoltarsi reciprocamente, ad amarsi, a crescere dei figli e a trovare in tutto questo il senso del loro essere. E si potrebbe dire qualcosa di simile a proposito di molte altre vite che si evolvono in nome dell’amore per il prossimo.
Vite di questo tipo hanno un elemento in comune: ad un certo momento le componenti più conflittuali si smussano e le lotte personali, ovviamente sempre presenti, assumono una qualità “pacificante”; è come se dicessimo dentro di noi: “non potrei fare diversamente”. Dovremmo diffidare di ogni voce che non suoni alla nostra coscienza pacificante e liberante, ancorché non scevra di difficoltà.
Questo comporta però anche la capacità di saper valutare la dimensione temporale e il saper attendere; la voce del Buon Pastore non mi è mai sembrata una voce perentoria alla quale si debba rispondere istintivamente, d’impulso o, peggio, in tutta fretta. Non si tratta di una costrizione e non è … una chiamata alle armi; è piuttosto un discorso tenue, continuo, un appello che ritorna nel tempo. L’ascolto e la comprensione di questa voce richiedono uno spazio interiore più o meno ampio; spesso si configura anche una qualche forma di lotta interiore da risolvere con agire appropriato. In parte ci si deve “arrendere”, nonostante una nostra certa resistenza. Bisogna in ogni caso gettare le reti, come gli apostoli la scorsa domenica. Gettiamo le reti, anche se conserviamo una dose di scetticismo, anzi forse anche per questo. C’è da mettersi in moto, c’è da dare una risposta; dopo, magari con stupore, potremmo accorgerci, che tutto il nostro fare non è stato così concretamente determinante, proprio perché tutto era già pronto. Talvolta preferiamo semplificare o svalutare le situazioni dicendo “era destino”. Penso che il destino non c’entri per nulla, perché l’agire in nome dell’amore per il prossimo non è caratterizzato da determinismo, da cause ed effetti certi, per il semplice fatto che non sono le nostre azioni ad essere determinanti, piuttosto l’intenzione amorevole che le anima.
Giovanni, quando scrisse queste righe, diversi anni dopo la morte di Gesù, dopo aver vissuto una vita intera, nuova, conformata all’incontro col Cristo, forse intendeva dire che non è necessario cercare tanto in là per riconoscere quella voce che ci fa agire per amore e vivere pacificati; non è fuori di noi, è dentro di noi, ne siamo parte.

Nella misura in cui sappiamo ascoltare la voce interiore che ci è propria perché le apparteniamo, possiamo distinguere i buoni dai cattivi pastori del nostro mondo.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui (PD).

La chiamata

Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva,
ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.

1° maggio 2022 – Terza Domenica di Pasqua
Giovanni 21,1-19

La pesca miracolosa è un evento posteriore alla risurrezione. La memoria torna all’altra pesca miracolosa narrata in Lc 5: ne emerge una continuità tra la manifestazione del Gesù terreno e quella del Gesù Risorto.
I due racconti hanno in comune lo sfondo di una pesca notturna infruttuosa da parte di Pietro e dei suoi compagni; in entrambe le situazioni Gesù chiede di gettare ancora le reti e ne consegue uno straordinario successo, mentre è messo in risalto il ruolo di Simon-Pietro.
I discepoli quindi, ora, sono gli stessi di prima, alle prese con i soliti problemi di sopravvivenza, impegnati nelle stesse attività. Ancora una volta Pietro è docile davanti alla richiesta di qualcuno che in quel momento non ha riconosciuto; quella persona gli dice di buttare di nuovo le reti e lui lo fa. Non vuole offendere un passante o questa vita quotidiana lo rende troppo stanco per avere una reazione personale?
I discepoli appaiono demoralizzati, confusi, sembra di vedere la situazione preannunciata al capitolo 16: «Ecco, viene l’ora, ed è questa, dove sarete dispersi ciascuno dalla sua parte, e dove mi lascerai solo…”.
Certo, gli apostoli non sono più rinchiusi, sono usciti dalla paralisi della paura, ma sono tornati ad agire come prima. D’altronde, come biasimarli?
Qui, l’identità dell’uomo in riva al lago è nota solo ai lettori. Come è possibile che i discepoli che hanno visto Gesù risorto più volte, ora non lo riconoscono?
Temo accada spesso anche a noi…
Qui, né la presenza di Gesù, né le sue parole permettono di identificarlo, però proprio presenza e parole sono i segni che fanno aprire gli occhi al discepolo che Gesù amava: “È il Signore!”
Pietro, come al solito, si distingue dagli altri: fa, senza neanche riflettere, poi si accorge e si lancia verso il Cristo… si tuffa nell’acqua per arrivare prima.
Non è il leader che ha bisogno di creare commissione dopo commissione per la minima decisione da prendere. Lui va. Gli dicono “getta la tua rete”, lui lancia la sua rete… e ha ragione, la cosa funziona! Tira a riva una rete piena di 153 pesci. Secondo San Girolamo, il 153 potrebbe significare la pienezza, la totalità, visto che tante erano le specie di pesci che gli antichi conoscevano. A prescindere dalla numerologia, il quantitativo è molto più alto di quello che serve ad una famiglia per vivere e le reti non subiranno alcuno strappo…
Arriverà il momento del pasto. Quando la pesca è finita. Ma, guarda caso, non occorre cucinare il pesce pescato, perché Gesù ha già preparato un pasto per i discepoli. Tutto è pronto. Pronto, ancor prima che il frutto della pesca sia portato a riva.
Ne ricavo che non esiste un modello unico di fede, la qual cosa è rassicurante per ciascuno di noi. Questi uomini che hanno seguito Gesù per tre anni, che hanno fatto grandi cose con lui, che hanno visto e sentito grandi cose, che hanno cambiato la vita di milioni e milioni di persone nel tempo e nello spazio, questi uomini, dopo il grande sconvolgimento dell’incontro col Nazareno sono stati nuovamente tentati di gestire la loro vita quotidiana, facendo le stesse cose alla maniera di prima.
Credo che questa storia alleggerisca quel senso di insufficienza rispetto a ideali troppo trionfalisti.
Il dubbio e anche il desiderio di fare un passo indietro rispetto ad una pratica religiosa, può essere legittimo, a volte perfino necessario in vista di una ripartenza, di un rapporto più sano con il Sacro.
Il “pasto pronto” viene offerto proprio nel momenti in cui siamo più confusi, quando Dio sembra il grande assente, quando la Sua Parola non tocca più la nostra vita, quando non lo riconosciamo nemmeno nell’azione dei nostri compagni di viaggio.
Quello che ci frena veramente è che non siamo disposti a rispondere alla chiamata, alla chiamata urgente a fare quello che in questo preciso momento in cui viviamo va fatto. Si tratta di qualcosa che, in fondo, non ha nulla di eccezionale. L’eccezionalità risiede in Colui che chiama e che detiene realmente il potere di guidarci.

Dovremmo essere portatori di speranza per coloro che sono minacciati, portatori di sorriso per coloro che vivono nel terrore, costruttori di pace tra chi sa solo distruggere e distruggersi nell’illusione di essere potente e immortale.
Dovremmo sapere che quando ogni tentativo che porta verso la pace e la giustizia sembra infruttuoso, ogni piccolo obiettivo ragionevole impossibile da raggiungere, c’è ancora una volta da gettare le reti per disporsi ad accogliere l’inaspettato.
Ora, adesso, c’è solo da rispondere alla chiamata di pace.

NB: per info sull’immagine di copertina clicca qui.

Il dubbio

Si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!»

24 aprile 2022 – Seconda Domenica di Pasqua
Giovanni 20,19-31

Tutti i Vangeli menzionano il dubbio che coglie i discepoli al tempo della risurrezione.
Matteo dice: “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano”. (Mt 28,16-17).
Marco scrive: “Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere”. (Mc 16,11), e poco più in là: “Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato”. (Mc 16,14).
Luca racconta: “Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?” (Lc 24,36-38).
E ancora: “E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse.” (Lc 24,9-11).
Sono citazioni tratte dagli ultimi capitoli di ciascuno dei primi tre Vangeli.

Allora se il dubbio assalisse anche me, sarei in “buona” compagnia…
Mi dico che forse vale la pena guardare un po’ oltre, perché le cose non sono così semplici.
Di cosa parliamo, quando parliamo del dubbio a proposito della risurrezione?
Non si tratta certo del dubbio di tipo scientifico, utile per affrontare la perplessità generata da nuove osservazioni o dall’apparizione di fenomeni che il consenso teorico ammesso fino a quel momento non riesce a spiegare; la scienza non potrebbe avanzare altrimenti.
Neppure dev’essere il dubbio di fronte all’inconcepibile, all’irrappresentabile di chi diffida realisticamente di ogni apparente forma d’irrazionalità per non cedere al pensiero magico.
Potrebbe invece trattarsi di un dubbio esistenziale: di fronte all’angoscia della morte e alle fantasie sul “dopo”, ci si potrebbe domandare: “Quello in cui credo è un’illusione? M’inganno, se ripongo la mia fede nell’Iddio onnipotente di Gesù Cristo?”
Forse questa domanda ci avvicina di più alla situazione dei primi discepoli.
Molti teologi oggi sostengono la necessità del dubbio, perché ci proteggerebbe dal fanatismo religioso. Io non sono sicuro che sia vero. Penso sia meglio tornare al testo.
Nel testo Tommaso pone condizioni per credere che Gesù sia risorto: vedere nelle Sue mani il segno dei chiodi, mettervi il dito, mettere la mano nel costato.
Tommaso dice: “Se non lo vedo”. Vuole vedere le ferite, toccarle con le sue mani.
Perché?
Semplice: perché Tommaso non ha assistito a quella morte: non era alla croce.
Quello che dice, lo dice sulla base di ciò che gli hanno raccontato i testimoni, quelli che c’erano:
“Lo hanno crocifisso assieme ad altri due, uno di qua, l’altro di là, e Gesù nel mezzo […] I soldati sono venuti a spezzare le gambe al primo, e poi anche all’altro che era crocifisso con lui; giunti a Gesù, l’hanno visto già morto, e non gli hanno spezzato le gambe, ma uno dei soldati gli ha forato il costato con una lancia”. Poco più in là Giovanni dice, presumibilmente a proposito di se stesso: “Colui che lo ha visto, ne ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera; ed egli sa che dice il vero, affinché anche voi crediate”. (Cfr Gv 19).

Fin dall’inizio del cristianesimo, non solo la risurrezione, ma anche la morte di Gesù ha posto un problema. Molti non potevano concepire che il Messia, il Salvatore del mondo, il Figlio di Dio, morisse su una croce come uno schiavo. Proprio questo fatto – d’altra parte – autentica la testimonianza di Giovanni. Un Dio crocifisso? Certo! Solo dopo i discepoli capiranno il perché, è il senso della Scrittura, della profezia, era già stato detto, erano stati avvisati, Gesù stesso l’aveva annunciato durante la Sua predicazione.
Ma Tommaso deve “verificare” ciò che è successo, perchè non era presente né alla crocifissione, né alla prima apparizione del Cristo risorto. In effetti, dall’arresto in poi, di lui non c’è notizia, come anche degli altri apostoli, ad eccezione di Pietro e “un altro”, che seguono Gesù, il primo fino al pretorio e il secondo fino alla croce.
Quindi, per Tommaso vedere Gesù risorto non è solo assistere ad un incredibile miracolo, provare una gioia immensa, ma anche rivedere di nuovo colui che ha abbandonato, che è stato tradito e giustiziato, perduto per sempre. L’incontro col Risorto è una rivelazione abbagliante. Ricordiamoci che Tommaso è quello stesso che aveva detto, quando Gesù era andato a trovare Lazzaro morto, e tutti pensavano che avrebbe rischiato l’arresto: “Andiamo, anche noi, così a morire con lui!”. (Cfr Gv 11,1-46).
Pensa che distanza tra il dire e il fare, tra la fantasia e la realtà, e che pretesa…
Così, quando ora gli altri discepoli gli dicono “Abbiamo visto il Signore” lui non ci può credere, perchè … era assente … e per lui la storia è finita. Gesù non c’è.
Solo così posso capire la sua reazione quando Gesù torna per lui, per farsi vedere da lui: Tommaso non dice: “Adesso ci credo”, ma direttamente “Mio Signore e mio Dio!” Diventa all’improvviso consapevole. Non solo quello che vede è realmente Gesù, non solo è tornato nuovamente per farsi vedere dal discepolo dubbioso, non solo conosce tutto ciò che Tommaso pensa e sente, ma, dulcis in fundo, non gli serba alcun rancore, anzi l’ha sicuramente già perdonato di non esserci stato fino alla fine.
Tommaso non era alla croce, non ha visto il supplizio, eppure si scopre pacificato, riceve la pace.
Per comprendere più a fondo questo stato di cose, è meglio non dimenticare l’altro discepolo, quello che non ha visto la risurrezione e che prima degli altri aveva cominciato a vivere il dramma: è Giuda. Quando si rende conto di quello che ha realmente ottenuto consegnando Gesù, Giuda cerca il perdono perché è preso dai rimorsi. Va a trovare i sommi sacerdoti, riporta i trenta denari dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!». (cfr Mt, 27,3-5).
Giuda non ha incontrato il Cristo Risorto, almeno stando ai vangeli, e quindi non ha potuto ricevere la pace e il perdono, e la rapidità della sua decisione, l’immediatezza del non saper sopportare il rimorso, non ha lasciato spazio a un barlume di speranza; per lui, dalla sua prospettiva all’interno del racconto, Gesù non è mai risorto. Già… non è mai risorto… Giuda non è uscito dalla sua prospettiva. Ci è rimasto dentro. Dentro come ci rimane chi la pace non la cerca… e non la vuole ricevere.

L’apparizione di Gesù ai suoi discepoli è il segno della pace concessa, regalata, offerta, donata da Dio anche a coloro che hanno abbandonato e condannato il Figlio alla morte.
Questo è il significato della risurrezione per i cristiani.

Per info sull’immagine di copertina clicca qui.