Prendere il largo

Sulla tua parola getterò le reti

Luca 5,1-11 – 6 febbraio 2022
V Domenica del Tempo Ordinario

A prima lettura sembra quasi uno spettacolo: l’eccezionale fertilità del lago, lo strappo delle reti, l’affondamento della barca, lo spavento di Simon Pietro e di tutti quelli che erano con lui.
Bastano pochi versetti per raggiungere “il più grande spettacolo del mondo”. Si può anche leggere il Vangelo come una favola miracolosa.
Ma c’è anche un’altra lettura meno focalizzata sul miracolo e più attenta al respiro che anima il racconto. Da questo punto di vista si può intravedere la forma di una dinamica temporale che attraversa la scena, conducendo Pietro, Giacomo e Giovanni, e forse qualcun altro, ad una trasformazione totale della prospettiva iniziale.
All’inizio Gesù si trova infatti in riva al lago; subito dopo sale sulla barca dove si trova Simone e gli chiede di allontanarsi un po’ dalla riva. Poi parla agli astanti, si ferma e incoraggia Simone a prendere il largo. Simone confida sulla sua parola e va: un primo atto di coraggio, perché va a ripetere quel che per lui è prioritario – pescare: è un pescatore – e sa che ha già provato senza risultati tutta la notte e con fatica.
Non finisce qui. Il risultato è tale ed è così fuori da ogni aspettativa che Pietro teme di sprofondare, rivelando di avere un pensiero probabilmente radicato in ciascuno di noi: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». Pietro ritiene di non meritare tanto. Come mai? Non è detto…ciascuno risponderà per sé a questo insegnamento…Noi sappiamo soltanto che dopo questa esperienza Pietro, Giacomo e Giovanni, senza esitazione tirano le barche a terra, lasciano ogni cosa e seguono il Maestro.
Così, nello spazio di undici versetti, viene tracciato il sorprendente cammino dell’annuncio e dei suoi effetti: trovarsi vicino, allontanarsi un poco, ascoltare, agire “sulla sua parola”, meravigliarsi, intimorirsi, mollare le false aspettative, mettersi alla sequela.

Al largo, sulla mia barca, ora, due situazioni rischiano di farmi affondare: un amico gravemente malato; una donna che alla morte del figlio diciottenne dice di aver sperato per anni in un miracolo…; non mi sento all’altezza, mi sono solo fidato, “sulla sua parola”. So da molto tempo che queste due persone hanno un profondo desiderio di vita. Prego per loro.
So che il vento del Vangelo mi avvicina all’amore e mi allontana dalla morte, ma mi allontana anche dall’idea che m’ero fatto della mia vocazione.
La vocazione non è solo essere ubbidiente, consenziente, coerente con la Parola, ma anche scoprire che se questo mi spaventa perché non mi sento all’altezza, c’è addirittura un atteggiamento consolatorio di quella Parola stessa: “Non temere! D’ora in poi diventerai pescatore di uomini”.
Per essere sicuro di non cadere in una brutta rete vocazionale, m’interrogo su questo imperativo e sui vari passaggi di questa dinamica: allontanarsi da terra, prendere il largo per essere ammaestrati, poi tollerare il timore dell’ampiezza: non saranno pesci che rischiano di far affondare la mia barca (anche se quei pesci sono cibo), saranno uomini la mia pesca.
Un grande equivoco ha fatto credere a lungo che fosse questione di numero, di “peso” della pesca. Non è così, lo capisco quando riascolto quel che l’amico in rianimazione mi ha detto l’ultima volta che l’ho incontrato e i rivedo i lampi di luce che strappavano il buio negli occhi di quella donna.
Amo l’ampiezza di questa vocazione e chi si sente chiamato ad osare, faccia un passo avanti; ci vuole pazienza, fedeltà, umiltà e coraggio, anche altezza, certo, e profondità: sono l’essenza stessa della vita spirituale, che si estende in molte direzioni, come le braccia della croce con tutto il loro spessore.
Ma è all’ampiezza della Parola che occorre affidarsi; è abbondante e generosa, come i pesci del lago di Genèsaret; è comprensiva e misericordiosa, “larga di manica”, come usava dire mio padre. Quindi non restiamo meschini, gretti, angusti di idee, di vedute; andiamo al largo, larghezza significa anche “gratuità”, perchè non di solo pane vivono gli uomini.
Lo so è un ritratto del discepolo tanto magnifico, quanto pazzesco: la vita, l’amore, la gioia di chi si è allontanato dalla morte rappresentano il tesoro invisibile per chi ha deciso di mettersi alla sequela del Cristo. Non è ideale, è reale.

Stacchiamoci dagli scogli cui siamo attaccati come fossimo molluschi, andiamo al largo, facciamo ciò che dobbiamo fare e poi sarà impossibile non ritornare a terra con altri occhi e non continuare a camminare per le vie del mondo.

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Gente di Cafarnao

Non è il figlio di Giuseppe?

30 gennaio 2022 – Quarta Domenica del Tempo Ordinario
Anno C – Luca 4,21-30.

Rieccoci al punto di domenica scorsa. Questa volta è messo in chiaro un aspetto particolare della fede, espresso con l’immagine di due luoghi diversi: il primo è Nazaret, il secondo Cafarnao. Mentre Gesù proclama che è proprio in questo momento che si compie la profezia della liberazione di afflitti e prigionieri, la gente di Nazaret fa fatica ad accettare non solo che questa formidabile liberazione avvenga adesso, ma che passi proprio per uno di loro, un “normale” vicino, un compaesano.
Quando queste persone sono messe a confronto con la profezia, alla quale dicono di credere, diventa chiaro per il lettore che la storia non è stata maestra di vita tra la gente di Nazaret e il racconto di Luca fa luce proprio su questo aspetto del dramma della fede.
Per afferrarlo occorre ravvivare la tensione tra le due immagini, tra i due luoghi, Nazaret e Cafarnao.

Nazaret rappresenta il mondo familiare, la terra natale, il luogo che conosciamo bene; è l’universo della famiglia, degli amici, dei colleghi, dei conoscenti; l’insieme delle nostre esperienze, delle regole di vita e di comportamento sociale a noi note; l’insieme delle abitudini associate a tutto questo e della percezione complessiva di ciò che è buono e di ciò che lo è meno, di ciò che ci piace e di ciò che non ci piace.
Cafarnao è terra straniera, sconosciuta, sicuramente diversa: la famiglia fisicamente non c’è; gli amici devo trovarli, le mie regole di comportamento sociale differiscono da quelle di tutti gli altri, saltano le abitudini associate ad ogni tipo di giudizio bello e pronto, perchè semplicemente non funzionano. A Cafarnao non ci si sente fino in fondo a casa propria, mi devo confrontare con una visione del mondo differente dalla mia; le cose e le azioni degli altri, gli oggetti, le persone e i loro atti mi confondono, perché lì non servono le categorie mentali che usavo a casa mia. Se voglio viverci devo trovare nuovi punti di riferimento e abituarmi a nuove regole di comportamento sociale. Cafarnao è il luogo dove abbiamo bisogno di aiuto.

Che cosa si afferma nel vangelo di oggi?
Che Gesù agisce a Cafarnao, e non può farlo a Nazaret.
Sorprendente?
Non tanto. Anche solo osservando la natura stessa della fede: credere è andare oltre la percezione immediata delle cose, è rimozione continua degli ostacoli che si frappongono tra me con la mia Nazaret e l’accettazione di qualcosa che va molto oltre quello che credo di sapere. Questo prevede pure un periodo, per così dire di sospensione del giudizio, di temporanea e totale astensione da ogni futile chiacchiera. Perché a Cafarnao tale è ogni pregressa esperienza avuta a Nazaret. Dopo, la mia capacità di giudizio funzionerà diversamente. Fa parte della dinamica della fede uscire da Nazaret e accettare di essere interpellati dagli eventi, dalle cose, dalle persone.
Quando andai in Camerun per la prima volta, mi capitò tutto questo. Sentimenti di insicurezza e anche di paura.  Occhi aperti a tutto, orecchie sempre in allerta. Anche la notte aveva rumori e suoni diversi. Anche l’olfatto e il gusto restituivano informazioni fino ad allora non note.
Volevo capire dove ero e cosa succedeva. Mi scoprivo spontaneamente compassionevole verso tutti gli estranei e gli stranieri, perchè lì anch’io ero straniero a me stesso. Tutti erano stranieri, non solo le persone di nazionalità camerunense, ma anche i confratelli di nazionalità italiana!
Bisognava che mi affidassi ad altri. Avevo bisogno di chiedere aiuto per qualsiasi cosa e dovevo per forza fidarmi.
E dunque non c’è da stupirsi che solo a Cafarnao Gesù possa agire. È proprio lì che annuncia la sua buona novella di liberazione ed è da lì che può essere ascoltato.
Cosa molto più complessa a realizzarsi “nel proprio territorio” dove si è giudicati ancor prima di aprir bocca, perché tanto si sa già chi sei, dove abitano i tuoi, cosa fanno i tuoi fratelli e se tuo padre o tua madre hanno una “posizione”. Tu stesso corri il rischio di crederti quello che sembri agli altri. E magari, se agisci sotto un impulso di ribellione, ti ostini ad essere diverso a caso…

Se proviamo a rileggere questo vangelo nel contesto dell’attuale penosa e difficile situazione dovuta alla pandemia, ci rendiamo conto che molti vorrebbero essere a Nazaret, dove secondo tutte le apparenze non succedeva nulla di straordinario, ma almeno la vita scorreva “normalmente” e non c’era tutta questa necessità di “aprirsi” alle sfide di un mondo che cambia, nel quale le persone vivono diversamente, agiscono e si incontrano con diversi stili e dove non è più così scontato dire: “non si può”, “non si è mai fatto”, “devi fare così e così”.
C’è però una caratteristica del nostro tempo: ritornano una serie di divieti e di controlli che s’ispirano al valore della salute collettiva; contemporaneamente si levano voci a vari livelli di competenza (o incompetenza) che gridano alla “dittatura sanitaria”. I sostenitori delle cosiddette “discriminazioni” tra vaccinati e non (una minoranza) evocano fantasmi del passato totalmente a sproposito, se ci ricordiamo che le discriminazioni razziali in passato erano unicamente ispirate ad un principio di morte: ebrei, zingari, omosessuali ed altri venivano perseguitati, imprigionati, torturati, uccisi.
Una volta chiarita la differenza – e pare incredibile che la si debba ancora chiarire – resta da dire che un sistema di divieti e di controlli è stato in generale adottato e stabilito, abbattendo diversi cardini della recente normativa sulla privacy, in ogni caso spesso già violata da vari sistemi di comunicazione di massa. Il tutto è avvenuto ed avviene in un clima di diffusa diffidenza e sfiducia nei confronti delle istituzioni laiche repubblicane e democratiche e delle istituzioni religiose ed ecclesiastiche.
Si è dunque determinata una situazione di estraneità tra parenti prossimi, all’interno della stessa Nazaret. E questa è una conseguenza ineludibile della globalizzazione che tende ad unificare non solo il mercato, non solo le culture, ma anche il disagio e la malattia. Fuori da una dinamica di liberazione, stiamo globalizzando un sistema obsoleto di pensiero, dove ogni piccola frase può diventare uno slogan con eco e rimbombo, a prescindere da ogni fondata ragionevolezza. Vorremmo tutti una grande, cumulativa, portentosa Nazaret, e, guarda caso, lo stesso mondo globalizzato si sta trasformando in Cafarnao.
Questo è il punto: siamo stranieri in terra straniera ed è un’ottima occasione di liberazione da vecchie e incongrue abitudini. È ora che il Cristo può agire con tutti noi, gente di Cafarnao, che abbiamo un cuore straniero.

Qualcuno, dopo mezz’ora da una confessione, è tornato e mi ha detto all’improvviso con sguardo raggiante: “Quanta forza liberatrice c’è nel vangelo”. Che avevo detto? Niente di particolare, ne sono certo.
La forza liberatrice avrà agito, come fu per la vedova di Sarepta di Sidone (cfr 1 Re,17), come fu per Naaman il Siro (cfr 2Re,5)?
Gente di Cafarnao. Finalmente a casa. Ovunque siano.

Il problema è che spesso capita di comportarci come Ghecazi (2Re 5,20-27).

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Oggi

si è compiuto questo passo della Scrittura

23 gennaio 2022 – Terza Domenica del Tempo Ordinario
Anno C – Luca 1,1-4; 4,14-21.

Il racconto si interrompe prima che gli ascoltatori reagiscano al commento di Gesù.
“Oggi si è compiuto questo passo della Scrittura che avete appena ascoltato”, ha detto.
E chi lo ascolta reagirà malamente: “si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la città era situata, per gettarlo giù dal precipizio”. (Lc 4,29). Vogliono buttarlo giù dalla rupe. Non bella cosa se uno prima viene ascoltato con ammirazione per la sua saggezza e subito dopo, accorgendosi che le sue idee non sono le nostre e addirittura le contraddicono, decidiamo di… abbatterlo. Reazione tipicamente contraddittoria e bestiale – come purtroppo spesso capita tra gli esseri umani. Anche la folla si comportò così, accogliendolo regalmente alle Palme e poco dopo gridando al linciaggio.
Non sono certamente Gesù, ma le più grandi fregature le ho prese proprio così.
Morale: attenti alle lodi. Rischiano di trasformarsi in vespri siciliani? Aspri vespri?  Per fortuna poi c’è compieta. Con pietà? In tutti i casi pare che qui la gente suoni compieta innanzi nona… nel senso che Gesù, avendo appena superato la sciocca tentazione di buttarsi dal pinnacolo del tempio, attraversa la folla e va altrove: ha cose più importanti da fare, non entra nelle contraddizioni, le lascia tutte lì. Un mio vecchio professore di psicologia, quando vedeva situazioni simili, diceva: “Non è un problema mio!” Il che voleva dire: “Vedi di risolverlo”. Nella tacita intesa che semmai doveva essere considerato un problema di Dio…

Drammatizzando la scena dell’inizio della predicazione, Luca annuncia tutto l’equivoco che alberga nella testa degli esseri umani.

Il suo vangelo è caratterizzato da una minore enfasi sulla salvezza a venire, si concentra piuttosto su quella compiuta nella persona di Gesù, che riguarda tutti, nel suo tempo come nel nostro. 
Ma dove e quando possiamo dire:
“Questo passo della Scrittura che avete appena ascoltato si compie oggi?” 
Come Luca, viviamo in una via di mezzo che si affida alla testimonianza di chi ha sperimentato che è molto importante rendersi conto della solidità dell’insegnamento ricevuto.
Dove si compie la Scrittura come Parola di Dio oggi per me?
Devo chiedermelo, altrimenti rimango sordo per tutti gli altri: i poveri (e i ricchi), i migranti ( e gli stanziali), i ciechi (e quelli che hanno gli occhi), i prigionieri (e quelli a piede libero), gli oppressi (e gli oppressori), gli schiavi (e i liberati).
Mi posso chiedere chi siano gli schiavi oggi. I disoccupati? Quelli che raccolgono l’oro rosso nelle campagne? Quelli che lavorano senza sosta? Quelli che sono dipendenti da una cosa sola o da molte? I non alfabetizzati in informatica? Non saprei… mi vengono in mente molte altre possibilità.
D’altronde, quando Gesù si fa avanti per predicare nella sinagoga, Israele ha già perso la sua autonomia, i grandi profeti tacciono, i sommi sacerdoti e i farisei si dividono su una questione importante come quella della risurrezione: “Certo, stiamo aspettando il Messia, ma all’orizzonte del tempo, non per ora!”
E anche se così fosse? Quindi? Nel frattempo? In Israele ci sono anche i discepoli di Giovanni Battista, le “folle” che si uniscono a Gesù. Folle, tra le quali sono pressoché assenti notabili e funzionari. In realtà predomina un certo scetticismo sull’azione di Dio a favore del suo popolo.
Oggi non sembra che le cose vadano poi così diversamente.
Il punto focale però sta nel fatto che Gesù viene a dirci che “l’ora” è per ora: “Queste parole delle Scritture che avete ascoltato, si adempiono oggi”. Gesù si presenta come il compimento di tutto il Libro e quindi come la sua chiusura: niente da aggiungere. Tutto il Nuovo Testamento parla solo del compimento. Dunque, ad occhio e croce direi che lui non chiama più alcuno “servo”, ma “amico”, e fuori da queste categorie c’è solo oppressione, pianto, miseria, ricchi e poveri, orfani e vedove; agli emissari del Battista manda a dire: “Dite a Giovanni che i ciechi vedono”, gli storpi camminano e che a tutti è annunciato il Regno”, il Regno è presente e per dirla con Paolo non c’è più ebreo o greco, schiavo o libero, l’ “ora” è per ora.

Due osservazioni e lo so che qualcuno si inalbererà.
La prima: notiamo l’utilizzo del termine “amici” sui social media e il vocabolario che con estrema furbizia è stato mutuato dalla terminologia religiosa per ingannare i semplici in tutti i settori dell’informazione e del mercato, facendo leva sulle contraddizioni più crudeli della nostra società e sull’ignoranza.

La seconda: abbiamo identità digitale, numeri, statistiche, crisi economica e controllo su come stiamo, quanto spendiamo, cosa compriamo. Siamo geolocalizzati ad ogni istante e perfino copiati dagli imbecilli in cerca di successo. Come se questo servisse a qualcun altro.
Nel frattempo la spesa militare è lievitata alle stelle e i prezzi sono fissati impersonalmente dalle multinazionali, le persone riempiono fogli di questionari antiriciclaggio per il buon nome delle banche, mentre ad ogni click spuntano post sponsorizzati che pubblicizzano i bitcoins. I cittadini firmano autocertificazioni e consensi informati al rischio di morte (basso… ma quanto è alto questo basso?) correlato al vaccino, assumendosi in prima persona le conseguenze di una scelta data come tale solo per inganno, e che rivela – tra l’altro – solo tramite questo vile sotterfugio di essere una coercizione imposta da persone che non sanno neanche lontanamente cosa voglia dire “assunzione di responsabilità” per chi è stato designato a scrivere leggi, decreti ed emendamenti in uno stato democratico. Ormai anche le leggi, i decreti e gli emendamenti sono troppi, contraddittori ed equivocabili: somigliano ai contratti di modifica unilaterale che ogni momento le banche inviano ai loro correntisti. In tutto questo aspettiamo anche l’elezione di un nuovo presidente in un contesto che, se non è sorprendente, è quantomeno grottesco.

E se all’improvviso smettessimo di fingere? E se smettessimo anche di lamentarci? E se smettessimo di credere negli inganni? E se ammettessimo anche tutte le nostre paure?

Non sarà alcuna rivoluzione. Non sarà alcuna guerra. Non c’è alcuna novità, nessuna sorprendente logica in queste condizioni.

“Anzi, vi voglio dire un’altra cosa: al tempo del profeta Elia vi erano molte vedove in Israele, quando per tre anni e mezzo non cadde neppure una goccia di pioggia e ci fu una grande carestia in tutta quella regione; eppure, Dio non ha mandato il profeta Elia a nessuna di loro, ma soltanto a una povera vedova straniera che viveva a Sarepta, nella regione di Sidone. Così pure ai tempi del profeta Eliseo, vi erano molti lebbrosi in Israele; eppure, Dio non ha guarito nessuno di loro, ma soltanto Naaman, uno straniero della Siria” (vv. 25-27). 

Abbiamo urgente bisogno di un’altra logica, di un altro spirito.

Viviamo la contraddizione e spesso l’equivoco. Il secondo è peggio del primo. Le contraddizioni si possono risolvere, l’equivoco è più duro da smascherare, perché è tutto nelle nostre personali finzioni, nei nostri personali accomodamenti a ciò che ci piace immaginare di noi stessi, degli altri e di come la vita dovrebbe essere secondo noi.

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Giare di pietra

Fate quello che vi dirà

Domenica 16 gennaio 2022
Seconda del Tempo Ordinario
Giovanni 2,1-11

Qui si parla di un ottimo vino per una grande festa.
Il mondo sta cambiando, siamo senza dubbio ad una svolta, c’è desiderio di cambiamento e di fronte alle crescenti paure, si registra una mai sopita speranza.
L’attesa è talmente crescente, che, talora e purtroppo, si esprime con una violenza direttamente proporzionale alla frustrazione provata. Se le istanze e le aspirazioni sono molto diverse, e talvolta anche contraddittorie, riguardano anche due grandi questioni della convivenza: la giustizia sociale e la democrazia.

Ai tempi di Gesù, anche se il contesto politico e sociale era diverso dal nostro, l’attesa del cambiamento era tale da rendere palpabile il desiderio che un nuovo personaggio pubblico si manifestasse per risolvere ogni problema. Ogni momento spuntavano quindi personaggi messianici, le tensioni sociali erano estreme – vedi l’azione degli zeloti – e i poteri – politico, economico e religioso – vacillavano, mentre i loro uomini si preparavano a sedare ogni ribellione.

Nel vangelo di questa domenica ci sono almeno tre elementi che assumono per me un senso del tutto attuale: le giare vuote, la risposta di Gesù a Maria e il contesto delle nozze, ovvero la mancanza reale, l’esitazione davanti al compito risolutivo, l’imprevedibilità dell’esito.
Giovanni propone come primo segno – non parla di miracolo, parla di “segno” ed è forse in quest’ottica che è meglio leggere – propone come primo segno un evento, un matrimonio, una festa, durante la quale manca una componente di solito essenziale: “Non hanno vino”, dice la madre di Gesù. E non saranno le solite piccole brocche per servire il vino che Gesù chiederà di riempire; chiederà di usare le giare, grandi vasi di pietra, riservati all’acqua per la purificazione. Una vera e propria risposta rituale: dove gli occhi della religione ufficiale vedono solo manchevolezze e necessità di purificazione, gli occhi del Cristo vedono un’enorme mancanza: gli uomini sono giare vuote di spirito.
L’ingresso nella vita pubblica del Messia inizia quindi con un rovesciamento di prospettiva e una spinta propulsiva così forte da far sgorgare dalle Sue labbra un interrogativo: “Donna, cosa vuoi da me? La mia ora non è ancora giunta”.
Sembrano parole addirittura non troppo gentili, se rivolte a una madre, ma suonano come un “Non sono pronto”. Ancora una volta compare l’aspetto umano del Nazareno. Temporeggia? Esita? Maria tuttavia non si scompone, si rivolge direttamente ai servi: “Fate quello che vi dirà”.
È una madre certa che il figlio sia pronto per il compito che lo aspetta; dunque, tralascia qualunque osservazione sulla titubanza di Gesù. L’ “ora” include la consapevolezza del compito e lui sa da quando aveva dodici anni di doversi occupare delle cose del Padre suo.
Si dice che l’ora del Cristo sia quella della morte e della resurrezione, ma si tratta di un compito che si realizza a tappe.
Anche nella vita di ciascuno di noi. A differenza del Cristo noi non diamo segni particolari, né compiamo miracoli, per il semplice fatto che noi siamo segno e miracolo. Il Signore si è dovuto incarnare anche per mostrarci come essere uomini, manifestando il come della vita e delle relazioni.
Non ci sono dubbi: l’effetto del vino nuovo è simile ad un innamoramento, ad una ubriacatura, perché genera entusiasmo, ardore, distrugge la paura e il disprezzo, destinati a trasformarsi in solitudine, e dona finalmente il coraggio di amare. È l’innamorato che risorge: scorge nell’altro il volto di Dio. Tanto, chi ama è da Dio.

Se sono ad una festa di nozze e non bevo ottimo vino e non mangio pane insieme agli altri commensali, non sto festeggiando alcune nozze; se bevo e mangio in solitudine, piangendo sul peccato, sul male, sulla morte, sulla malattia e rimbrotto tutti, è difficile dire che stia festeggiando.
Infatti, quanto ci è sembrato strano negli ultimi anni dover rinunciare ai pranzi festivi pieni di parenti e amici? E, se abbiamo vissuto questa momentanea impossibilità come una liberazione, dovremmo anche porci qualche domanda sul genere di festa che avevamo creduto di vivere in passato. A quale nascita, a quali nozze, a quale vino nuovo avevamo fatto riferimento?

Dobbiamo osare, e parlare di questa prospettiva aperta davanti a ciascuno di noi.
In Europa, il rischio di un fallimento politico sta scuotendo la fiducia, senza la quale nulla è possibile; i simboli del nostro tempo sono talmente danneggiati che a volte le parole sembrano aver perso il loro significato, mentre l’“urgenza”, oggi come sempre, è rendersi conto di essere stati invitati alle nozze e che ciascuno in sé è segno e miracolo.
Mi rendo conto di cosa significa? No, perché sono incastrato nella paura della morte, del peccato e della malattia e continuo ad attingere vino vecchio in brocche ormai vuote, ormai assuefatto allo stesso imbroglio confessato dal maestro di tavola. Il vino servito per primo è sempre il migliore, mentre il peggiore arriva alla fine.
Uno dei grandi problemi della nostra società sbandata è proprio la separazione tra il religioso e il politico. Solo l’orientamento verso un’accoglienza sovrabbondante di giustizia può ammorbidire il contrasto tra l’intimismo della fede di carta e la necessaria apertura al mondo reale, al mondo lì fuori, lì dove s’inasprisce il vino vecchio e s’indurisce il pane, mentre paurosi e sprezzanti ci difendiamo dal soffio dello spirito.
Le giare sono vuote, qualcuno le riempie, solo i servi sanno da dove viene il vino buono e sanno anche che può scorrere in abbondanza per un’epifania dello spirito.

NB: Non vorrei essere accusato di far politica, se dico che Gesù, subito dopo aver rovesciato la prospettiva spirituale a Cana, va a Gerusalemme a rovesciare i banchi dei cambiavalute assiepati dentro il tempio.

Ps: che ci sia dato di essere servi della festa, della vita, della parola, del pane e del vino nuovo.


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Battesimo del Signore

Tu sei mio figlio, in te trovo la mia gioia

Domenica 9 gennaio 2022, – Anno C
Festa del Battesimo del Signore
Luca 3,15-16; 21-22

Siamo nella stagione degli auguri. Li presentiamo, li riceviamo. Ma queste sono parole spesso stereotipate: felicità, salute, realizzazione di progetti.
Oppure quest’anno hai sentito qualcosa di sorprendente, stimolante, eccentrico, qualcosa che tracci una linea oltre le abitudini sociali per indicare un altro orizzonte? E quali sono i desideri che tu stesso formuli? Di quali aspettative stiamo parlando? Dov’è il volto di Dio intorno a te? Aspetti il Messia?
“Non è per me, è già arrivato, l’attesa è finita.”
Oppure: “Non verrà mai, che senso ha aspettarlo?”
O ancora: “Non mi riguarda, non so chi sia, non so cosa farebbe se arrivasse.”

Il Vangelo parla di un popolo in attesa intorno a Giovanni Battista. In attesa di cosa? Un cambiamento politico? Una migliore gestione delle risorse economiche? Tenendo conto della miseria delle popolazioni rurali rispetto agli abitanti delle città? Oppure, contestualizzando solo al presente, l’uscita dalla pandemia? Una guarigione universale da ogni malanno?
Il testo non dice nulla al riguardo. Nel frattempo, è sempre a portata di mano il vecchio impegno: camminare con giustizia e senza superbia, camminare per incontrare il prossimo con lo stesso amore che desidero ricevere.
Ora è chiaro che questo impegno non si sta realizzando: vince la contraddizione interiore.
Se Dio non viene ad aiutare il suo popolo in difficoltà, la verità non germoglia dalla nostra terra. Allora, che mandi il suo Messia! Possa Egli adempiere ai voti degli anziani e liberarli da questa insopportabile confusione tra grano e pula non necessaria. O ancora riprendiamo quel canto di Avvento che diceva: “O cieli piovete dall’alto… o nubi fate piovere il Santo” (cfr Isaia 45,8).

Quando Gesù arriva sulle sponde del Giordano le aspettative messianiche si innalzano come una potente speranza nei cuori stanchi delle regole religiose. Eppure, emerge un contrasto sorprendente. Giovanni non ha menzionato la profezia di un Figlio dell’uomo dal cielo? Ed ecco, invece, un viandante come gli altri. Giovanni non aveva annunciato un battesimo di fuoco e di Spirito Santo? Ed ecco un uomo che si lascia immergere nelle acque del Giordano, come tanti altri.
Luca ne è entusiasta, afferra il contrasto e ce lo descrive. Nessuna questione per Luca di scegliere tra Giovanni o Gesù, ovvero tra le attese legate ai cammini e ai fallimenti di sempre e la realizzazione graduale che si manifesta attraverso l’uomo di Nazaret. Gesù chiede il battesimo: è solidale con quelli che si sono allontanati dallo splendore del tempio di Gerusalemme per raggiungere Giovanni sulle rive del Giordano.
Questo fiume non era il confine con la Terra Promessa? Tuffarsi per raggiungerla, non è riconoscere che l’ascolto di quella voce è andato perso, insieme al colloquio con essa?
Desiderare il perdono, liberarsi di ciò che più intollerante troviamo dentro noi stessi, non è trovarsi in presenza della longanimità di Dio? Il Nazareno è lì, come un peccatore, come me, come te, non finge, né davanti agli umani, né davanti a Suo Padre, perché si prende cura della nostra umanità, che condivide. Si prende cura del peccato del mondo.
Il cielo si apre, dice l’evangelista. Non al momento del battesimo, ma dopo. Gesù sta in preghiera. Ignoriamo le sue parole, eppure veniamo introdotti in una sorprendente intimità, e lo Spirito di Dio viene a posarsi su di lui, come una colomba che trova finalmente un luogo di riposo, una dimora definitiva. E la voce? Dice la presenza di Colui che desidera essere riconosciuto come Padre. Questa teofania non assomiglia alle manifestazioni divine trasmesse dai profeti e mette in crisi le aspettative. Invita al silenzio perché risuoni alle nostre orecchie una parola che è destinata a noi come di rimbalzo: “Tu sei mio figlio, in te trovo la mia gioia.” I nostri desideri e i nostri auguri reciproci potrebbero echeggiare questo?

Piovete, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza.

Discorso

Eppure il mondo non lo riconobbe

Giovanni 1,1-18 – Domenica, 2 gennaio 2022
Seconda Domenica dopo Natale

La tradizione cristiana ha conservato quattro vangeli, che assumono ciascuno un diverso punto di vista; il Vangelo di Giovanni è l’ultimo in ordine di tempo e trae tutta la sua originalità da un lungo processo di riflessione e rilettura degli eventi.
Qui la nascita del Nazareno viene evocata senza fare riferimento ad angeli, mangiatoia, cometa o pastori, né ad altre componenti che sono parte del nostro tradizionale modo di sentire il Natale. Non ci sono immagini di realtà “tangibili”, e non si tratta neanche di una narrazione di tipo storico: non c’è l’intento di ricostruire cosa avvenne quella notte a Betlemme.
Al posto di una narrazione, il Vangelo di Giovanni offre una sorta di poema filosofico che mette in gioco concetti astratti: la parola, la luce, le tenebre, la verità. Parole difficili da penetrare, probabilmente più delle immagini concrete di Luca, Matteo e Marco, che ci riportano ad un immaginario forse più familiare.
Giovanni descrive la nascita di Gesù, come evento dal significato cosmico, andando dritto al punto, senza prendere per mano il lettore per portarlo lì con gradualità: afferma subito che Gesù è il Messia, lo dice in maniera quasi brusca. Per parlare della divinità di Gesù usa una parola mutuata dalla filosofia greca: lógos. Significa “parola”, ma anche “discorso” e “ragione”. Si tratta quindi di una parola che nasce per costruire, guidata dall’intelligenza discorsiva.
Cosa significa dire che Gesù è il Lógos, la Parola con la P maiuscola?
Significa prima di tutto che il Cristo è colui attraverso il quale tutto è detto nel tempo e fuori dal tempo. Il suo Vangelo non è solo una serie di parole, che si susseguono, legate alla dimensione temporale del nostro leggere, è un discorso che si snoda nel nostro presente, come nel nostro passato e come continuerà a fare nel nostro futuro, perché la Sua origine è in un tempo assoluto, una condizione inclusiva, che gli esseri umani possono solo raramente sperimentare a causa della loro vita intessuta nel tempo ordinario. Il discorso di Gesù di Nazaret è dunque in sé saturo di ogni possibile. Nella nostra dimensione non possiamo aggiungere nulla alla pienezza della Parola, la possiamo solo testimoniare, costruendo il nostro parlare giorno per giorno, camminando passo dopo passo sul nostro sentiero, rimanendo in attesa di ogni possibile.
Con le parole di Giovanni camminiamo nel tempo della Rivelazione, della rivelazione di ciò che è stato detto fin dall’inizio. La Parola, il discorso di Dio incarnato nella vita terrena di Gesù di Nazaret, precede ogni persona ed ogni evento; tutto ciò che esiste, tutto ciò che sperimentiamo giorno per giorno è stato fatto per mezzo della Parola che precede ogni cosa.
Non è rassicurante per noi? Non è incoraggiante?
Se tutto ciò che esiste, esiste solo attraverso la Parola, se tutto il dire precede ogni evento, significa che ogni evento, felice o infelice che sia, ha un senso ed è finalizzato alla nostra salvezza. Siamo liberi di testimoniare momento dopo momento la nostra personale capacità di amare il prossimo come noi stessi. Ecco perché la Parola è di grazia e di verità: genera i suoi effetti su un piano completamente diverso dalla parola della Legge data a Mosè, è finalizzata alla salvezza, oltre la Legge, ma non prescindendo da questa Legge. Il nostro scopo non dovrebbe essere guardare al prossimo per giudicarlo, ma guardare al prossimo con tutta la cura che avremmo per noi stessi. Solo così ci accorgiamo delle ferite – degli altri e nostre – e possiamo parlare e agire per testimoniare di essere sinceri e benevoli, in compagnia … di grazia e verità.
È complicato? Forse sì. Essere testimoni dipende esclusivamente dalla nostra coscienza, dalla nostra fiducia, e, in gran parte, dalla nostra volontà.
Grazia e verità sono parole rassicuranti, che possono suonare tremende allo stesso tempo.
Cerco di dire l’aspetto rassicurante: non siamo abbandonati ad un destino arbitrario e crudele, guidati da una volontà assurda, irragionevole e caotica. No, siamo in presenza di una volontà basata sul Lógos, che ci ha chiamati in vita uno per uno e che ci permette di vivere. Tutti.
Di questo si sostanzia il senso dell’enorme fiducia e della grande serenità, caratteristiche della fede. Se siamo vivi è solo perché c’è stata una Parola che ci ha preceduto per farci vivere come persone pensanti, parlanti e capaci di amare; è la stessa forza che permette a ciascuno di essere ciò che è, e perfino di avere ciò che ha.
Talvolta mi sembra addirittura strano che si possa dubitarne: basti pensare a ciò che capita quando un bambino piccolo viene lasciato solo, senza la parola umana che potrebbe accompagnarlo e farlo crescere: quel bambino imparerà solo con difficoltà ad esprimersi pienamente e il più delle volte crescerà nella sofferenza, mettendo a fuoco con ritardo ciò che distingue il dolore degli esseri umani, da quello degli animali … il miagolio di un gatto, dal grido di un neonato affamato.
Noi non siamo solo animali, siamo anche discorso ragionato, siamo capaci di parlare sensatamente e il nostro pensiero è prima di tutto verbale. A differenza di ogni altro genere di animale noto, la capacità di parola fa la nostra specificità come esseri umani e l’atto del parlare – capendo e facendosi capire, cioè ragionando “amorosamente” – è frutto dell’interazione con i nostri simili.

D’altra parte, l’aspetto tremendo, il tremendum della Buona Novella, è che ci obbliga a rifondarci ogni giorno come discorso ragionato, venuto al mondo non per caso, e ci pone di fronte ad una domanda decisiva: preferiamo vivere al buio o alla luce?
Giovanni purtroppo risponde senza mezzi termini, al versetto 5 – La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta – e ai versetti 9-11: Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.
Preferiamo vivere al buio o alla luce? Questo il dilemma della libertà personale e del suo esercizio, che richiede coraggio, vista acuta, desiderio di guardare, disposizione ad amare.
La Parola, il Lógos, c’è fin dall’inizio: in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio ed è vero che Dio nessuno l’ha mai visto e proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha rivelato.

Ascoltavo nei giorni scorsi per radio l’inizio di una trasmissione che poneva l’accento su una questione scottante: la vecchiaia in solitudine, spesso accompagnata dalla malattia. Se siamo giovani e sani, può accadere di pensare che la vecchiaia e la malattia non ci riguardino, perché non sono le nostre.
È forse lo stesso senso di estraneità che provano anche gli adulti di fronte al migrante che cerca di sfuggire alla guerra, alla carestia, all’odio per cercare di vivere? È forse lo stesso senso di estraneità che proviamo di fronte ad ogni forma di emarginazione?
Poi c’erano altre notizie, attorno a mirabolanti manovre economiche per puntellare l’economia. Superbonus. Nel frattempo, i prezzi dell’energia vanno alle stelle. Anche quelli dei generi alimentari. La scuola? Sì. Fondamentale, in presenza. Certo. Giusto.
E progetti di ampliamento e rinnovamento delle strutture, e impianti di areazione e purificazione per gli edifici scolastici pubblici?
Abbiamo già visto e pagato il depauperamento della sanità pubblica ridotta ad industria ospedaliera, speriamo che non si finisca col trasformare tutta la scuola pubblica in industria privata.
Ecco questioni concrete per decidere se vivere e far vivere alla luce o nelle tenebre…
Abbiamo bisogno di una visione per il futuro, per costruirlo in maniera inclusiva e non contraddittoria.
Ora resta la pandemia, come modalità di discorso unico, che catalizza l’attenzione e l’ansia di ciascuno; sembra rendere tutti stranieri, estranei, sbalestrati. Anche i più forti. Unica terminologia martellante e scarna, non di rado sconnessa, ma globalmente sbandierata: apri la finestra, fai circolare l’aria, mantieni la distanza di sicurezza; e poi: isolamento, quarantena, disinfettanti, mascherina, tamponi, vaccino, novax, novavax (…ancora bisogno di novità?), prima dose, seconda dose, dose unica, booster, green pass, base e rafforzato – sei o nove mesi? O forse tre?

Chiudete la finestra che ho freddo!

Intanto il senso di estraneità cresce, e si scopre che molti sono sbigottiti, sballottati, sbandati, sbroccati, sbriciolati e sbancati, causa la vita al tempo del Covid.
C’è qualcuno che se ne prende cura?
Occorre una parola, una ragione, un discorso, capace di rimediare, toccare, sanare oltre il covid e risvegliare dallo sbando, che ci rende estranei l’uno per l’altro. Forse è anche in una situazione simile che potremmo dire eppure il mondo non lo riconobbe; il testo di Giovanni non ci parla del Cristo come di una divinità eternamente immutabile, congelata nel suo stato di isolamento, descrive piuttosto un Dio vicino, di una vicinanza che forse non riusciamo più a distinguere negli occhi dei passanti.
L’ambizione di questo prologo è di raccontarci cosa ci precede e cosa ci aspetta. A noi la decisione di ascoltare o meno questa Parola e di partecipare alla creazione del nostro tempo terreno, che non è solo nostro, ma anche di quello accanto, e di quello un po’ più in là.

Credo che così si possa accogliere la Parola e accendere quel potere tutto particolare di diventare figli di Dio, generati non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma appartenenti ad una genealogia che va oltre la chiacchiera priva di ragione, e che abita sempre nella prossimità della cura amorosa.

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Tornare per cercare

Non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme

Luca 2,41-52 – Domenica, 26 dicembre 2021
Santa Famiglia di Gesù Maria e Giuseppe

L’evangelista Luca racconta nel suo Vangelo un’avventura, che tocca Giuseppe e Maria: Gesù, il figlio dodicenne, non è con loro nella carovana di ritorno a Nazaret, dopo il pellegrinaggio pasquale a Gerusalemme. Il ragazzo non è dove dovrebbe essere. I genitori sono preoccupati, lo cercano affannosamente.
Se questo ragazzo fosse stato figlio nostro, cosa avremmo fatto, come avremmo reagito?
Durante l’estate una coppia di amici mi raccontava: “I nostri figli non vogliono più venire in vacanza con noi”. Si trattava forse delle prime prove tecniche di autonomizzazione; ci sono molti modi per manifestare il desiderio di autonomia, una di queste è cercare di uscire dalle consuetudini familiari. Alcune modalità creano meno ansia nei genitori, altre invece generano angoscia viva, direi una specie di “sindrome del figlio scappato di casa”. In ogni caso si tratta di atti, che prefigurano la futura partenza dalla casa d’origine.

Ma è di questo che Luca sta parlando? Non credo proprio.
Gesù dodicenne manifesta qui una caratteristica della sua presenza: lui è dove noi, in prima istanza, non lo cercheremmo; quindi, non lo troviamo nel luogo per noi più scontato.
Non posso fare a meno di condividere la preoccupazione dei suoi genitori: lo hanno cercato dappertutto, il tempo passa, la loro determinazione e la loro angoscia aumentano. Continuano a non trovarlo. Devono cercare altrove. Sono costretti a tornare indietro.
Tornano a Gerusalemme e là lo vedono.
Lo vedono, ma non possono riprenderlo per mano e riportarlo con autorità dove secondo loro dovrebbe essere; non ci riescono, perché Lui pronuncia parole che stabiliscono una distanza tra loro, non colmabile a misura d’uomo: “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”
E siamo solo all’inizio del Vangelo di Luca.

Mi tornano in mente gli amici di cui parlavo prima, con i figli riottosi a seguirli, proprio perché è tipicamente umano voler andare in vacanza, come dire, svuotati da pensieri e preoccupazioni per vivere “sine cura”, almeno per qualche giorno. Ad un certo punto, nemmeno si possono più prendere i figli per le orecchie; i figli si sganciano, in un processo simile allo svezzamento, talvolta sembra che siano loro stessi a svezzare genitori troppo ansiosi. Qualche altra volta succede anche il contrario, il processo si allunga.
Nel Gesù dodicenne non c’è nulla di tutto questo: in breve sa di se stesso e della sua strada, perchè ha ascoltato le Scritture e non ha bisogno di ribellarsi, né di ubbidire, semplicemente segue la sua strada; si sottomette all’autorità dei genitori, perchè vive la sua cultura e il suo tempo senza divenirne succube o subirla. Pone una distanza.
Ci sarà sempre una distanza tra ciò che Gesù fa e dice e ciò che la gente capisce, tra ciò che dice e ciò che la gente ricorda. La distanza cresce, incurante dei vincoli di parentela e di amicizia, di genitori e di discepoli. Forse oggi questa distanza è chiara anche davanti a noi.
Gesù non è nella “carovana”. La cosa curiosa è che con la sua distanza, con la sua “imprendibilità” determina l’uscita dalla carovana di Giuseppe e Maria. Questo credo sia anche ciò che accade a chi cammina coi figli e dev’essere successa la stessa cosa pure ai re magi. Uscire e andare alla ricerca. Camminare e poi … tornare per un’altra strada.
L’indicazione potrebbe risultare utile: usciamo, camminiamo e cerchiamo altrove. Magari altrove è pure sotto casa: “Dov’è?” O più profondamente: “Chi è?”
L’intento di Luca dev’essere stato una specie di invito alla ricerca, di invito a uscire per ricercare, anche dagli schemi di pensiero sterili, non più produttivi, per guardare il mondo con occhi nuovi.


Gesù non possiamo catturarlo nella mangiatoia di un presepe, ma possiamo riconoscerlo alla maniera dei discepoli di Emmaus: alla vista di un gesto familiare, noto, mentre benedice il pane, lo spezza e lo porge.
Se ho incontrato qualcuno che mi ha offerto qualcosa di fondamentale per me, gratuitamente, per amore – e non per forza – allora forse l’ho visto, l’ho trovato.

“Perché cercate il vivente tra i morti? Non è qui, è risorto. Ricordate come vi ha parlato quando era ancora in Galilea”. Così si sentirono dire le donne la mattina di Pasqua.
Possiamo prima di tutto ritornare sui nostri passi e ricordare; forse l’abbiamo già visto in chi gli ha reso testimonianza, in qualcuno che non ha zittito le nostre domande, piuttosto le ha suscitate e le ha accolte. Ma non l’abbiamo potuto trattenere. Quindi occorre cercarlo ancora, forse allontanandosi dalla carovana, come fecero Giuseppe e Maria.
È solo grazie a questo movimento di tornare a cercare, che noi possiamo ancora nutrire la speranza in un mondo migliore.

Abbiamo appena celebrato il Natale, e il volto del Nazareno possiamo riconoscerlo in tutte le persone che attraversano la nostra strada, le meno appariscenti, le più semplici, le più sofferenti, le più povere e in tutti coloro che gridano verso il Figlio dell’Uomo, perchè cercano il Suo volto, il Suo sguardo, la Sua presenza nella loro vita.

Viaggio

In quei giorni Maria si mise in viaggio

Luca 1,39-45 – Domenica 19 dicembre 2021
Quarta Domenica di Avvento

Perché Maria va in tutta fretta a visitare la sua parente Elisabetta? Non oso rispondere che voglia verificare la parola dell’angelo (1,36). Preferisco pensare che senta incontenibile il desiderio di condividere la sua gioia. Perchè no? Quello che le sta succedendo e sta accadendo a sua cugina è straordinario! Luca vuole probabilmente farci comprendere la meraviglia che ogni maternità rappresenta. Questa pagina è totalmente femminile: gli uomini sono assenti. Altri testi ci parleranno della paternità umana. Il maschio resta fuori dal mistero della gestazione e del parto, mentre Maria ed Elisabetta condividono la gioia della vita ricevuta e donata, proprio sul piano del corpo in un’esperienza che sembra andare molto oltre l’esprimibile.
In un certo senso, di ogni uomo potremmo dire che non è nato da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma da Dio (cfr Gv 1,13).
Ogni maternità in sé è prima di tutto da un principio che ci trascende.
Considerato che l’esperienza della gravidanza e del parto mi manca e non riuscirò mai ad averla neanche impegnandomi molto, ho chiesto a chi l’ha avuta, per avere qualche informazione di prima mano. Cosa sempre possibile a tutti… una specie di intervista.

Ho chiesto innanzitutto notizie sull’angelo e sulla gioia. Come si riceve la notizia? Cos’è questa gioia? Io immagino che tutti saremmo chiamati ad esercitare la “funzione angelica” (cfr. Sal 19,1-7), perché indica la presenza di una parola senza parola, di giorno e di notte, nei cieli e sulla terra.
Pare che nel caso dell’intervistata gli angeli fossero un medico e un’infermiera; il primo, il fratello, disse: “Caspita, sei incinta!”
Risposta e battito di mani: “Che bellezza!”
“Ma perchè, l’avete cercato?”
“Certo!”
“Ah, beh…allora, congratulazioni vivissime!”
Si vede, penso io, che non tutti cercano un figlio e che i medici – può essere – si tengano sulle generali per non urtare eventuali suscettibilità: angeli strani!
Pare, in ogni caso, che il sentimento di gioia, facesse capolino in tutta la sua pienezza quando un’infermiera – atea – apparve all’orizzonte, simile ad Elisabetta e, posizionando un attrezzo sulla pancia della donna, la invitò ad ascoltare il battito cardiaco del piccolo di circa tre mesi. Gioia pura. Irrefrenabile. La stessa sensazione, centuplicata, al momento dell’apparizione del neonato, poggiato sul corpo della madre: sguardo a fessura, calma sovrana, seguito ad uno strepito di disappunto per la prima boccata d’aria. Una ubriacatura. Esperienza dionisiaca?

Beata colei che ha creduto nell’adempimento, mi dico (Lc 1, 45). Ciò che Maria vive in pienezza, noi lo viviamo a nostra misura: la nostra fede ci fa accogliere la Vita e la portiamo nel mondo, le diamo accesso al nostro universo. È così, che anche il Cristo si è messo nelle mani degli uomini, facendosi piccolo d’uomo, mentre sua Madre celava tutte queste cose nel suo cuore. Questo ci dice il Magnificat, che segue immediatamente il vangelo di oggi. Si noti che il Magnificat passa senza transizione da ciò che accade a Maria a ciò che accade a tutti gli umili, a tutti coloro che accolgono Dio, a tutti gli affamati. Maria è la figura dell’umanità compiuta.
Ma per tutte le altre donne non dev’essere sempre così semplice; dove sono Maria ed Elisabetta nella vita di tutti i giorni, fuori dal raggio di luce appena descritto?
Le parole che seguono lo testimoniano:

“Fino al momento del parto sembrava che tutti, in famiglia, mi considerassero preziosa, dopo, solo una specie di scatola vuota…; emergevano dentro di me anche le vecchie voci di contestazione, sussurrate dalle amiche anni settanta, che allora cominciavano ad incanutire: basta con questa storia, la favola di una istituzione maschilista, che ha fatto della maternità e dell’idealizzazione della donna-madre il primo strumento di controllo delle coscienze, finalizzato all’esercizio del potere”.

Duro, no? Duro da sentire. Anche da capire. L’oscuro equivoco. Il rovesciamento. La negazione. La menzogna. Voci fastidiose, insinuanti, che feriscono.

“Fatto sta che quando ero incinta – dice ancora la donna – non mi sentivo certo Elisabetta, né, tantomeno, Maria. Neanche avevo un marito che se ne stava muto come Zaccaria. Perchè, bisogna ammetterlo, Zaccaria almeno, uomo pio, aveva avuto in dono da Dio di potersene stare zitto per tutta la gravidanza di sua moglie! Mio marito, no. Non era pio e non aveva ricevuto il dono della perdita della parola; in compenso sapeva tutto quello che io avrei dovuto fare per essere una buona madre e lo diceva ai quattro venti, giorno e notte. La sua teoria si basava su pochi e incisivi assunti: parto in casa, allattamento al seno, nessuna vaccinazione, niente carne per i primi tre anni, stop alla medicina allopatica, e soprattutto niente battesimo. Tutto, alla luce di studi approfonditi, naturalmente, le cui fonti principali, oltre a fiumi di stampa alternativa, erano: un ottantenne medico omeopata, uno yogi vegano, e un non altrimenti identificato maestro, specie di guru della sinistra svaporata, in grado di tutto conoscere e tutto illustrare.
Siccome… come è scritto nella Bibbia?… La mia brama era verso mio marito ed egli mi dominava – (Gn 3,16b)… [ndr] – non fui in grado di difendermi da simili idiozie erette a contro-ideologia metafisica. Grazie al cielo mi salvai dal parto in casa, per sopravvenute complicanze (benedette complicanze! Forse un altro angelo…) che fecero apparire assai più sicuro un normalissimo parto in ospedale. Mi sottoposi all’allattamento al seno (col latte che non avevo) e poi, piangendo di inadeguatezza, mi arresi all’allattamento misto. Le angosce derivate dagli innumerevoli tabù omeopatici, veri o presunti, si acquietarono per il tramite di un’avveduta donna medico omeopata non fondamentalista. (Ancora un angelo o addirittura Elisabetta?). La carne rossa, il piccolo d’uomo la mangiò a partire da un anno di età e in compenso mangiò sogliole omogeneizzate a più non posso e lenticchie rosse decorticate. In seguito, appena varcò le soglie dell’asilo, divorò tonnellate di merendine e intrugli zeppi di additivi e conservanti al tavolo delle merende con i compagni: succhi, patatine, hamburger, ketch-up, bastoncini fritti (di pesce, ma lui credeva fossero qualcos’altro – questo lo scoprii dopo) coloranti, antibiotici, zuccheri, grassi e addensanti, poi addirittura allo studio dell’OMS per sospetta cancerogenicità. Proprio come tutti i bambini.
Il battesimo rimase l’unica seria sconfitta, questione non affrontabile e disattesa. Tra l’altro, se dicevo che andavo a messa (cosa stigmatizzata come diseducativa) il dileggio mi circondava: sorda e beffarda rimaneva cotanta sinistra-svanita al grido di libertà che, fievole, usciva dalla mia gola. Una volta, forse memore delle risatine beffarde degli stolti, il piccolo d’uomo, con un innocente calcio al pallone, abbatté imprevedibilmente il crocifisso di legno che tenevo nel mio angolo di pace, mentre i sensi di colpa mi sommergevano.
Dov’erano Maria ed Elisabetta, e anche Zaccaria? E Anna e Simeone? Neanche l’ombra.
Se proprio dovessi identificarmi con una donna di cui parla il vangelo, potrei essere più in sintonia, con Anna, la profetessa, quella che dopo sette anni di matrimonio, non si allontanò più dal tempio: il tempio per me è un luogo nel quale ci si senta pacificati e amati e, per questa unica ragione, si sia capaci di amare; noi esseri umani abbiamo ancora molto da imparare a questo proposito: non cedere alla menzogna, aprire gli occhi sulla realtà, non illudersi sul senso dell’uguaglianza tra i sessi. Il prezzo dell’errore potrebbe essere ritrovarsi complici della peggiore confusione e privati di quell’intelligenza creativa e generativa che contribuisce a rendere il mondo un posto migliore. Siamo tutti uguali, sì, ma è una valutazione morale, che dovrebbe potersi specchiare in leggi adeguate. Le donne sono, per fortuna, molto, molto diverse dagli uomini”.

E mi viene da aggiungere: immagina un mondo di soli uomini, o di sole donne; e non basterà obbligarsi a pensarlo come un grande insieme LGBTQ+ con tanto di distinguo tra cis- e transgender, per sentirsi più moderni e pronti sul pezzo a risolvere il problema.
In giro ci sono pochi cristiani che prendono il vangelo sul serio: a troppi purtroppo manca il sale e non ci dovremmo neppure meravigliare che lo spettro dell’autoritarismo, della distorsione del pensiero, della confusione delle parole sia a destra che a sinistra si aggiri per l’Europa, e che magari si difenda ipocritamente il natale con il presepe e le “sane” tradizioni della cultura europea. 

Il Natale è in gran parte disatteso, mentre si vuole il popolo come massa di spettatori, intrattenuta da ogni sorta di meraviglia circense.

Un grazie sentito ad Elisabetta e Maria, ma anche a tutte le altre donne capaci di accogliere la vita, di gioirne, di mettersi in viaggio; capaci di futuro e di stare in piedi, non solo davanti alle difficoltà, ma anche davanti a Dio.
Buon Natale! E buona rinascita a noi tutti.

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Che dobbiamo fare?

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha;
e chi ha da mangiare, faccia altrettanto»

Luca 3,10-18 – Domenica 12 dicembre 2021
Terza Domenica di Avvento

Il popolo è in attesa…Di cosa?
Provo ad indagare su quale domanda emerga dalle diverse storie, vere o presunte tali, raccontate sul web.
Il Natale si avvicina, la festa di stagione è alle porte. L’altra sera, non riuscendo a prendere sonno, ho fatto un po’ di surf da una schermata all’altra del mio tablet.
Premetto che sono abituato male, leggo riducendo ad una sintesi del tipo: il problema qui è… l’occupazione, la casa, la salute, la coppia, la vita religiosa, etc…
Ma no!
Non c’erano più problemi! C’era una “mancanza”, una vera ossessione.
Devo essermi perso qualcosa: che mi sia venuto a mancare un notiziario speciale?
La nuova preoccupante era la mancanza delle dosi di Pfizer e quindi la necessità di vaccinarsi con Moderna. La gente in maggioranza non gradisce.
Poi, altra terribile mancanza, non ci sono le ostriche per Natale.
Un allevatore allarmato spiegava che, di solito, in questo periodo ne raccoglieva 200 tonnellate; ora mancano le braccia per raccoglierle.
Quindi, oltre Pfizer e le ostriche, mancano anche le braccia.
Poi, come di catastrofe annunciata, un viso costernato annunciava che manca anche la sinistra.
Quindi a Natale ci si attende mancanza di Pfizer, ostriche, braccia e sinistra.
Se rimanesse solo la destra, che Natale sarebbe?
Nel Natale 2021, connotato dalla mancanza, il peggio consiste nell’assenza di Babbo Natale. La sciagura, al momento, pare colpisca solo il Canada: nei grandi magazzini, nelle feste aziendali e lungo le strade, è impossibile reperire il grande vecchio dalla barba bianca.
Il motivo del dramma? Il covid, naturalmente.
D’altronde Babbo Natale, si sa, è un anziano e, diciamolo pure, piuttosto “coperto”.  Sarà imbacuccato e vaccinato, ma i bambini che gli correrebbero incontro, potrebbero non essere tutti vaccinati! E che, vogliamo correre questo rischio? Morale della favola, meglio starsene a casa.
Mi si annebbiava la vista, cominciavo ad avere sonno, non era chiaro se la catastrofe minacciasse anche l’Italia o qualche altro paese dell’UE. Ad ogni modo, è veramente brutto… Se non ci saranno più Babbi Natale a Natale, dove andremo a finire? Intendiamoci, ho attraversato la mia infanzia in modo tranquillo pur non credendo a Babbo Natale, e del resto a casa nostra non era mai venuto. Neppure quando, prima di trasferirci in campagna, abitavamo nel centro del paese. I regali e i doni da noi li portava Santa Lucia e per di più il 13 dicembre. Il 25 eravamo noi a portare i doni al bambinello davanti al presepe, piccoli magi invitati a ricordare…i poveri Cristi…
A tutt’oggi devo dire che la mancata presenza di Babbo Natale non ha disturbato il mio equilibrio psico-fisico. Mi sembrava solo strano che Gesù bambino portasse regali, entrando nei grandi magazzini, esibendosi in giubba rossa e slitta trainata da renne: una roba incomprensibile per me, troppo moderna per i miei…

Come che sia, ho abbandonato il tablet in uno stato di sonnacchiosa inquietudine, ma mi sono risvegliato con la ferma intenzione di fare scorta di Pfizer, di ostriche, di braccia, di sinistra, ma non di Babbi Natale, nostalgico dei bei tempi in cui non mi mancava proprio niente.
Lo so: la mia è una mancanza di fantasia e di immaginazione, come si diceva nel maggio 1968. Però mi chiedo: quale reale stranezza spinge ad inoculare nel prossimo questa particolare micro-dose di angoscia, che agita il fantasma della mancanza?

Non sarà la paura di dover scegliere?
Un po’ come per le tavolette di cioccolato al supermercato: panorama sterminato di tavolette a tutti i gusti, con tutte le farciture possibili … E ora? Quale compro? Giustamente, se chiedi ad un bambino quale vuole, quello risponde: “Tutte!”.

Ecco dunque la vera questione: riuscire a scegliere, decidere cosa fare:
“Cosa dobbiamo fare?”
Cosa si fa in vista del Natale?
L’eterna domanda posta al Battista (Lc 3,7) – e alla Chiesa nascente (attraverso Pietro) in Atti 2,37: “Cosa dobbiamo fare?”
Difficile ascoltare questa pagina di Vangelo senza vedere ciò che accade attorno a noi, ignorando la domanda di giustizia sociale e di un metodo più equo di ridistribuzione della ricchezza.
“Cosa dobbiamo fare?”, chiedono a Giovanni.
La risposta inaugura un tempo nuovo, un tempo diverso: non digiuni, preghiere o sacrifici, ma giustizia. Chi non è disposto a restaurarla non è meno peccatore di un ladro.
Cibo e vestiti sono beni di prima necessità, chi non li ha non è solo povero, vive in miseria e non c’è giustizia sociale nella miseria, quindi l’imperativo del Battista esige che nessuno debba soffrirne la mancanza. Si tratta di condividere ciò che si ha, non pretendendo di farlo oltre ciò che ci è dato avere, più di quanto sia ragionevole. L’unico criterio di valutazione è il riconoscimento dell’uomo in “ogni carne”.
Per definire cosa sia “giusto”, vengono enunciate norme precise, risolutive: tra i cittadini c’è chi ha da vestire e da mangiare in misura doppia del necessario e chi non ha nulla, quindi chi ha il doppio condivida; tra i funzionari c’è chi compie sistematici abusi di potere, quindi non esiga più di quanto è stato fissato; tra i soldati c’è chi maltratta ed estorce, si accontenti dunque della sua paga.
Chi sono queste folle, questi funzionari e questi soldati? Oggi le classi sociali sono organizzate diversamente e non facciamo fatica a riconoscere che a qualunque livello di appartenenza esistono purtroppo vuote sembianze d’uomo che approfittano, abusano, vessano ed estorcono.

Le parole di Giovanni vengono accolte con una sorta di segreto stupore; ci chiediamo, in cuor nostro:
“Ma chi si può permettere di parlare così? Non sarà per caso il messia?” No! Il Battista annuncia l’avvento del messia.

Sei uno che approfitta o sei uno di cui ci si approfitta? Sei uno che maltratta, o sei stato maltrattato? Sei uno che estorce o hai subito un’estorsione? Vessi o sei vessato? Oppure appartieni a entrambe le categorie?
In ogni caso c’è una buona notizia: puoi cambiare rotta. Chi è in attesa di un futuro, e di un futuro che sia migliore dell’attuale, si avvii! Cambi rotta.
Si converta, dice Giovanni.
Da qui l’immagine molto forte del vagliatore che separerà il grano dalla pula.
Il “raccolto” è adesso ed è necessario tenere ben presente che grano e pula convivono anche all’interno dello stesso essere umano: la pula è l’involucro dei chicchi di grano e rappresenta l’ingiustizia che ciascuno di noi è capace di commettere: sarà dispersa dal vento (Sal 1,4). E bruciata. Si volatilizzerà.
Il Battista è un profeta ed è come una sentinella che avvisa in anticipo e informa su ciò che sta per accadere: nel bel mezzo della notte più lunga, lancia l’invito a svegliarsi dal sogno bambino, a rinascere come persona, nella realtà della vita di ogni giorno, con un impegno coinvolgente e che solo testimonia la verità della quale ci si fa portatori in una dimensione che è insieme individuale e collettiva.
Via le luminarie fittizie organizzate per riempire le mancanze o ammobiliare il vuoto, lasciamo che si dilegui nel vento l’incoscienza tronfia, orgogliosa e fuori luogo di Zaccheo, che, arrampicato sul suo sicomoro, guarda il Cristo dall’alto in basso, mentre si protegge con i suoi falsi bisogni dal terribile rischio di amare, come un bambino capriccioso, illuso che tutto e tutti debbano piegarsi al suo, personale, proprio, unico, esacerbante, onnivoro desiderio.
Al cuore della mancanza si apre la possibilità di scegliere la nostra identità reale, che non è un sogno da scaffale ricolmo, ma ancora e sempre l’umanità incarnata da porre al centro della nostra attenzione e della nostra capacità di cura.
E se anche tu stessi attendendo ancora una volta di nascere veramente?
Buon Natale!

NB: immagine di copertina: Chagall, Les saltimbanques dans la nuit.

Rimuovere gli ostacoli

I passi tortuosi siano diritti;
i luoghi impervi spianati.

Luca 3,1-6 – Domenica, 5 dicembre 2021
Seconda Domenica di Avvento

“Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea …”.
Proiettiamoci nel futuro: tra un paio di millenni, in qualche parte del mondo, qualcuno scriverà:
“Nell’anno 2021 d.C., 75° della Repubblica Italiana, mentre Tizio e Caio erano lì e là, qualcuno improvvisamente si ritrovò tra le mani l’articolo 3 della costituzione di quell’antica repubblica e notò queste parole: “… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini…”
Eccolo qua: rimuovere gli ostacoli, il punto esatto in cui il sentiero della repubblica costituzionale incrocia il pensiero cristiano come Via.
C’era forse Giovanni Battista tra i Padri Costituenti?
Una volta scritto “rimuovere gli ostacoli”, cosa si aspetta il popolo? Un battesimo di conversione per il perdono dei peccati? Sembra un buon proposito, ma è più probabile che aspetti Babbo Natale.
Che ciascuno e ovunque rispetti una legge? Una regola risolutiva? Che esista da qualche parte un eroe o un’eroina della giustizia, privo di qualunque aspirazione tra il fosco e il losco?
Si tratta di rimuovere ogni ostacolo ad una visione a 360 gradi della realtà umana.
Pura utopia?
Qui ognuno risponde per sé. Ciascuno di noi ha una visione parziale della realtà: ne vede una porzione limitata, in genere coincidente con il desiderio di tranquillità per se stessi e per i propri cari, anche laddove c’è un impegno attivo per il bene comune.

Giovanni invece parla di riempire ogni burrone e di spianare ogni monte, anche i più bassi – le colline -, di rendere piana e diritta ogni via e ogni cammino. Questo è l’obiettivo.

Chi è pronto per lavorarci? Quale maturazione è richiesta ai terrestri per arrivare a pensare e ad agire in questi termini?
La maturazione non è un processo automatico e quando uno si abitua ai ritornelli, al ripetere a vuoto e al sentir ripetere a vuoto anche parole così scolpite da un senso di giustizia, tutto intorno pian piano si disfa. 
Un esempio? Si è parlato molto sui giornali, tempo fa, del crollo di un ponte che ha fatto tanti morti. Certamente si poteva intervenire prima, si sapeva che non era sicuro, tuttavia c’era stata mancanza di comunicazione, e poi, mancanza di supervisione, insomma il ponte era rimasto lì così com’era. Ma la mancanza di comunicazione, di vera supervisione, non datava al giorno prima della catastrofe! E non era la prima volta che si parlava di un rischio del genere!
Funziona così: si lascia correre qualcosa la prima volta, poi una seconda e ogni responsabilità si trasforma gradualmente in procedura vuota d’attenzione e di cura. La noncuranza diventa sistemica. La capacità umana di prevedere e dunque di affrontare il rischio, sia prevedibile che imprevedibile viene depauperata. Tutto si rinsalda attorno all’ovvietà del protocollo e si crede che tutto andrà bene.
Tutto andrà bene…già, il ritornello del lockdown del marzo 2020.

La maturazione etica, intellettuale, spirituale non è un processo automatico e il vangelo chiarisce che lo stesso Gesù di Nazaret, al tempo di Tiberio Cesare, ascoltò la predicazione di Giovanni Battista. Evidentemente era “maturo”, pronto per ascoltare, aveva già rimosso gli ostacoli dalla propria via. Come si era preparato? Si sa poco della sua vita prima di quel momento, ma sappiamo che era un uomo di circa trent’anni e che dopo il battesimo affrontò il deserto, con tutte le tentazioni che quella situazione comporta.
È chiaro che le parole svuotate di senso o subdolamente riempite di contenuti che esulano dal loro significato – i passi tortuosi e impervi – non rimuovono alcun ostacolo. Nella pratica quotidiana è possibile prepararsi e rimuovere gli ostacoli dal proprio percorso, riempire i burroni di mancanza d’umanità e spianare le montagne di presunzione. Di questo si tratta.
In qualche caso piuttosto che rimuovere gli ostacoli si rimuovono le persone. Ancora un esempio?
I vaccini. Una gran bella cosa! Assurdo tutto questo vociare contro. Se sono utili o addirittura necessari, come mai non condividiamo i brevetti con i Paesi più “poveri”? 

Un altro esempio? Vogliamo a ragion veduta non riconoscere il regime insediatosi in Afghanistan.
Cosa c’entra il riconoscimento o meno del regime con la condanna di fatto – questo è l’embargo – di tanti bambini alla morte per fame? Stabiliamo forse punizioni contro i dannati, senza valutare la strage degli innocenti? Danno collaterale? Non mi stupisce tanta confusione ideologica e morale.

Che c’eravamo andati a fare in Afghanistan? A rimuovere gli ostacoli o a creare un percorso ad ostacoli per chi poi ci sarebbe rimasto e avrebbe dovuto anche viverci?
Ora con dolore constatiamo che i corridoi umanitari non bastano…
Come gli antichi scrittori biblici, l’evangelista Luca sa che quando il Signore si rivolge ad una persona, è subito possibile descrivere la situazione attorno a quella persona: strutture politiche, economiche e religiose di quel periodo e anche nominare le figure importanti che hanno la responsabilità e l’autorità per intervenire.
Il testo evangelico ricorda che Dio non ignora i tortuosi cammini dell’uomo, sia in una provincia occupata dai romani nel I secolo, sia nel mondo occidentale del XXI secolo. Chi dovremmo nominare oggi per identificare il quadro in cui siamo interpellati sulla dimensione “umanità”? I capi di stato? I vertici dell’Unione Europea? Il Segretario Generale dell’ONU? Il Papa? O forse gli amministratori delegati dei Social Media, con la loro corte di collaboratori dematerializzati? 
Le immagini della prima lettura e del vangelo evocano gli ostacoli su un cammino e sono gli ostacoli che, in parte, anche la Costituzione Italiana vede.
Ma c’è un ostacolo principale, dal quale tutti gli altri derivano, quello delle comunità umane composte da dominatori e dominati, controllori e controllati, quindi luoghi dove invece di trovare soluzioni di umanità e di misericordia, si genera contrapposizione e violenza. I passi tortuosi evocano tutti i nostri trucchi e le nostre doppiezze, tutto ciò che richiede la rettifica e che il Vangelo chiama conversione: includere, unire, convergere, rimuovendo gli ostacoli, spianando i sentieri. Veramente è la voce di uno che grida nel deserto … che ad ogni modo rappresenta uno spazio privo di ostacoli…tutto è ancora da fare, tutto deve accadere.
Notiamo il vivo contrasto della prima frase di questo brano evangelico: prima i “monti”, simbolo del potente effimero, appiattito dal tempo che scorre, poi “Giovanni, figlio di Zaccaria”, un piccolissimo che tuttavia sarà dichiarato “il più grande tra i figli di donna” (Lc 7,28).

Giovanni è lì per sempre, nella memoria dei credenti e per la durata del suo ufficio, perché la Via del Cristo ha bisogno di essere costantemente preparata e appianata. Le immagini geografiche di montagne e burroni evocano lo spazio, ma l’immagine del percorso è sia spaziale che temporale: percorrere una strada richiede tempo.
Sta a noi diventare seminatori di pace e di giustizia, ingegneri e manutentori di una società che non chiude gli occhi alla fragilità della vita, dentro e fuori ogni persona e ogni gruppo.

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio.

NB: in copertina, Cimabue: riproduzione di un particolare della volta centrale della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, forse una delle più antiche rappresentazioni pittoriche di Roma.