Gente di Cafarnao

La cura di Naaman sulla riva del Giordano

Non è il figlio di Giuseppe?

30 gennaio 2022 – Quarta Domenica del Tempo Ordinario
Anno C – Luca 4,21-30.

Rieccoci al punto di domenica scorsa. Questa volta è messo in chiaro un aspetto particolare della fede, espresso con l’immagine di due luoghi diversi: il primo è Nazaret, il secondo Cafarnao. Mentre Gesù proclama che è proprio in questo momento che si compie la profezia della liberazione di afflitti e prigionieri, la gente di Nazaret fa fatica ad accettare non solo che questa formidabile liberazione avvenga adesso, ma che passi proprio per uno di loro, un “normale” vicino, un compaesano.
Quando queste persone sono messe a confronto con la profezia, alla quale dicono di credere, diventa chiaro per il lettore che la storia non è stata maestra di vita tra la gente di Nazaret e il racconto di Luca fa luce proprio su questo aspetto del dramma della fede.
Per afferrarlo occorre ravvivare la tensione tra le due immagini, tra i due luoghi, Nazaret e Cafarnao.

Nazaret rappresenta il mondo familiare, la terra natale, il luogo che conosciamo bene; è l’universo della famiglia, degli amici, dei colleghi, dei conoscenti; l’insieme delle nostre esperienze, delle regole di vita e di comportamento sociale a noi note; l’insieme delle abitudini associate a tutto questo e della percezione complessiva di ciò che è buono e di ciò che lo è meno, di ciò che ci piace e di ciò che non ci piace.
Cafarnao è terra straniera, sconosciuta, sicuramente diversa: la famiglia fisicamente non c’è; gli amici devo trovarli, le mie regole di comportamento sociale differiscono da quelle di tutti gli altri, saltano le abitudini associate ad ogni tipo di giudizio bello e pronto, perchè semplicemente non funzionano. A Cafarnao non ci si sente fino in fondo a casa propria, mi devo confrontare con una visione del mondo differente dalla mia; le cose e le azioni degli altri, gli oggetti, le persone e i loro atti mi confondono, perché lì non servono le categorie mentali che usavo a casa mia. Se voglio viverci devo trovare nuovi punti di riferimento e abituarmi a nuove regole di comportamento sociale. Cafarnao è il luogo dove abbiamo bisogno di aiuto.

Che cosa si afferma nel vangelo di oggi?
Che Gesù agisce a Cafarnao, e non può farlo a Nazaret.
Sorprendente?
Non tanto. Anche solo osservando la natura stessa della fede: credere è andare oltre la percezione immediata delle cose, è rimozione continua degli ostacoli che si frappongono tra me con la mia Nazaret e l’accettazione di qualcosa che va molto oltre quello che credo di sapere. Questo prevede pure un periodo, per così dire di sospensione del giudizio, di temporanea e totale astensione da ogni futile chiacchiera. Perché a Cafarnao tale è ogni pregressa esperienza avuta a Nazaret. Dopo, la mia capacità di giudizio funzionerà diversamente. Fa parte della dinamica della fede uscire da Nazaret e accettare di essere interpellati dagli eventi, dalle cose, dalle persone.
Quando andai in Camerun per la prima volta, mi capitò tutto questo. Sentimenti di insicurezza e anche di paura.  Occhi aperti a tutto, orecchie sempre in allerta. Anche la notte aveva rumori e suoni diversi. Anche l’olfatto e il gusto restituivano informazioni fino ad allora non note.
Volevo capire dove ero e cosa succedeva. Mi scoprivo spontaneamente compassionevole verso tutti gli estranei e gli stranieri, perchè lì anch’io ero straniero a me stesso. Tutti erano stranieri, non solo le persone di nazionalità camerunense, ma anche i confratelli di nazionalità italiana!
Bisognava che mi affidassi ad altri. Avevo bisogno di chiedere aiuto per qualsiasi cosa e dovevo per forza fidarmi.
E dunque non c’è da stupirsi che solo a Cafarnao Gesù possa agire. È proprio lì che annuncia la sua buona novella di liberazione ed è da lì che può essere ascoltato.
Cosa molto più complessa a realizzarsi “nel proprio territorio” dove si è giudicati ancor prima di aprir bocca, perché tanto si sa già chi sei, dove abitano i tuoi, cosa fanno i tuoi fratelli e se tuo padre o tua madre hanno una “posizione”. Tu stesso corri il rischio di crederti quello che sembri agli altri. E magari, se agisci sotto un impulso di ribellione, ti ostini ad essere diverso a caso…

Se proviamo a rileggere questo vangelo nel contesto dell’attuale penosa e difficile situazione dovuta alla pandemia, ci rendiamo conto che molti vorrebbero essere a Nazaret, dove secondo tutte le apparenze non succedeva nulla di straordinario, ma almeno la vita scorreva “normalmente” e non c’era tutta questa necessità di “aprirsi” alle sfide di un mondo che cambia, nel quale le persone vivono diversamente, agiscono e si incontrano con diversi stili e dove non è più così scontato dire: “non si può”, “non si è mai fatto”, “devi fare così e così”.
C’è però una caratteristica del nostro tempo: ritornano una serie di divieti e di controlli che s’ispirano al valore della salute collettiva; contemporaneamente si levano voci a vari livelli di competenza (o incompetenza) che gridano alla “dittatura sanitaria”. I sostenitori delle cosiddette “discriminazioni” tra vaccinati e non (una minoranza) evocano fantasmi del passato totalmente a sproposito, se ci ricordiamo che le discriminazioni razziali in passato erano unicamente ispirate ad un principio di morte: ebrei, zingari, omosessuali ed altri venivano perseguitati, imprigionati, torturati, uccisi.
Una volta chiarita la differenza – e pare incredibile che la si debba ancora chiarire – resta da dire che un sistema di divieti e di controlli è stato in generale adottato e stabilito, abbattendo diversi cardini della recente normativa sulla privacy, in ogni caso spesso già violata da vari sistemi di comunicazione di massa. Il tutto è avvenuto ed avviene in un clima di diffusa diffidenza e sfiducia nei confronti delle istituzioni laiche repubblicane e democratiche e delle istituzioni religiose ed ecclesiastiche.
Si è dunque determinata una situazione di estraneità tra parenti prossimi, all’interno della stessa Nazaret. E questa è una conseguenza ineludibile della globalizzazione che tende ad unificare non solo il mercato, non solo le culture, ma anche il disagio e la malattia. Fuori da una dinamica di liberazione, stiamo globalizzando un sistema obsoleto di pensiero, dove ogni piccola frase può diventare uno slogan con eco e rimbombo, a prescindere da ogni fondata ragionevolezza. Vorremmo tutti una grande, cumulativa, portentosa Nazaret, e, guarda caso, lo stesso mondo globalizzato si sta trasformando in Cafarnao.
Questo è il punto: siamo stranieri in terra straniera ed è un’ottima occasione di liberazione da vecchie e incongrue abitudini. È ora che il Cristo può agire con tutti noi, gente di Cafarnao, che abbiamo un cuore straniero.

Qualcuno, dopo mezz’ora da una confessione, è tornato e mi ha detto all’improvviso con sguardo raggiante: “Quanta forza liberatrice c’è nel vangelo”. Che avevo detto? Niente di particolare, ne sono certo.
La forza liberatrice avrà agito, come fu per la vedova di Sarepta di Sidone (cfr 1 Re,17), come fu per Naaman il Siro (cfr 2Re,5)?
Gente di Cafarnao. Finalmente a casa. Ovunque siano.

Il problema è che spesso capita di comportarci come Ghecazi (2Re 5,20-27).

NB: per informazioni sull’immagine di copertina, clicca qui

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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