Che dobbiamo fare?

Chagall-Les saltimbanques dans la nuit (1957)

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha;
e chi ha da mangiare, faccia altrettanto»

Luca 3,10-18 – Domenica 12 dicembre 2021
Terza Domenica di Avvento

Il popolo è in attesa…Di cosa?
Provo ad indagare su quale domanda emerga dalle diverse storie, vere o presunte tali, raccontate sul web.
Il Natale si avvicina, la festa di stagione è alle porte. L’altra sera, non riuscendo a prendere sonno, ho fatto un po’ di surf da una schermata all’altra del mio tablet.
Premetto che sono abituato male, leggo riducendo ad una sintesi del tipo: il problema qui è… l’occupazione, la casa, la salute, la coppia, la vita religiosa, etc…
Ma no!
Non c’erano più problemi! C’era una “mancanza”, una vera ossessione.
Devo essermi perso qualcosa: che mi sia venuto a mancare un notiziario speciale?
La nuova preoccupante era la mancanza delle dosi di Pfizer e quindi la necessità di vaccinarsi con Moderna. La gente in maggioranza non gradisce.
Poi, altra terribile mancanza, non ci sono le ostriche per Natale.
Un allevatore allarmato spiegava che, di solito, in questo periodo ne raccoglieva 200 tonnellate; ora mancano le braccia per raccoglierle.
Quindi, oltre Pfizer e le ostriche, mancano anche le braccia.
Poi, come di catastrofe annunciata, un viso costernato annunciava che manca anche la sinistra.
Quindi a Natale ci si attende mancanza di Pfizer, ostriche, braccia e sinistra.
Se rimanesse solo la destra, che Natale sarebbe?
Nel Natale 2021, connotato dalla mancanza, il peggio consiste nell’assenza di Babbo Natale. La sciagura, al momento, pare colpisca solo il Canada: nei grandi magazzini, nelle feste aziendali e lungo le strade, è impossibile reperire il grande vecchio dalla barba bianca.
Il motivo del dramma? Il covid, naturalmente.
D’altronde Babbo Natale, si sa, è un anziano e, diciamolo pure, piuttosto “coperto”.  Sarà imbacuccato e vaccinato, ma i bambini che gli correrebbero incontro, potrebbero non essere tutti vaccinati! E che, vogliamo correre questo rischio? Morale della favola, meglio starsene a casa.
Mi si annebbiava la vista, cominciavo ad avere sonno, non era chiaro se la catastrofe minacciasse anche l’Italia o qualche altro paese dell’UE. Ad ogni modo, è veramente brutto… Se non ci saranno più Babbi Natale a Natale, dove andremo a finire? Intendiamoci, ho attraversato la mia infanzia in modo tranquillo pur non credendo a Babbo Natale, e del resto a casa nostra non era mai venuto. Neppure quando, prima di trasferirci in campagna, abitavamo nel centro del paese. I regali e i doni da noi li portava Santa Lucia e per di più il 13 dicembre. Il 25 eravamo noi a portare i doni al bambinello davanti al presepe, piccoli magi invitati a ricordare…i poveri Cristi…
A tutt’oggi devo dire che la mancata presenza di Babbo Natale non ha disturbato il mio equilibrio psico-fisico. Mi sembrava solo strano che Gesù bambino portasse regali, entrando nei grandi magazzini, esibendosi in giubba rossa e slitta trainata da renne: una roba incomprensibile per me, troppo moderna per i miei…

Come che sia, ho abbandonato il tablet in uno stato di sonnacchiosa inquietudine, ma mi sono risvegliato con la ferma intenzione di fare scorta di Pfizer, di ostriche, di braccia, di sinistra, ma non di Babbi Natale, nostalgico dei bei tempi in cui non mi mancava proprio niente.
Lo so: la mia è una mancanza di fantasia e di immaginazione, come si diceva nel maggio 1968. Però mi chiedo: quale reale stranezza spinge ad inoculare nel prossimo questa particolare micro-dose di angoscia, che agita il fantasma della mancanza?

Non sarà la paura di dover scegliere?
Un po’ come per le tavolette di cioccolato al supermercato: panorama sterminato di tavolette a tutti i gusti, con tutte le farciture possibili … E ora? Quale compro? Giustamente, se chiedi ad un bambino quale vuole, quello risponde: “Tutte!”.

Ecco dunque la vera questione: riuscire a scegliere, decidere cosa fare:
“Cosa dobbiamo fare?”
Cosa si fa in vista del Natale?
L’eterna domanda posta al Battista (Lc 3,7) – e alla Chiesa nascente (attraverso Pietro) in Atti 2,37: “Cosa dobbiamo fare?”
Difficile ascoltare questa pagina di Vangelo senza vedere ciò che accade attorno a noi, ignorando la domanda di giustizia sociale e di un metodo più equo di ridistribuzione della ricchezza.
“Cosa dobbiamo fare?”, chiedono a Giovanni.
La risposta inaugura un tempo nuovo, un tempo diverso: non digiuni, preghiere o sacrifici, ma giustizia. Chi non è disposto a restaurarla non è meno peccatore di un ladro.
Cibo e vestiti sono beni di prima necessità, chi non li ha non è solo povero, vive in miseria e non c’è giustizia sociale nella miseria, quindi l’imperativo del Battista esige che nessuno debba soffrirne la mancanza. Si tratta di condividere ciò che si ha, non pretendendo di farlo oltre ciò che ci è dato avere, più di quanto sia ragionevole. L’unico criterio di valutazione è il riconoscimento dell’uomo in “ogni carne”.
Per definire cosa sia “giusto”, vengono enunciate norme precise, risolutive: tra i cittadini c’è chi ha da vestire e da mangiare in misura doppia del necessario e chi non ha nulla, quindi chi ha il doppio condivida; tra i funzionari c’è chi compie sistematici abusi di potere, quindi non esiga più di quanto è stato fissato; tra i soldati c’è chi maltratta ed estorce, si accontenti dunque della sua paga.
Chi sono queste folle, questi funzionari e questi soldati? Oggi le classi sociali sono organizzate diversamente e non facciamo fatica a riconoscere che a qualunque livello di appartenenza esistono purtroppo vuote sembianze d’uomo che approfittano, abusano, vessano ed estorcono.

Le parole di Giovanni vengono accolte con una sorta di segreto stupore; ci chiediamo, in cuor nostro:
“Ma chi si può permettere di parlare così? Non sarà per caso il messia?” No! Il Battista annuncia l’avvento del messia.

Sei uno che approfitta o sei uno di cui ci si approfitta? Sei uno che maltratta, o sei stato maltrattato? Sei uno che estorce o hai subito un’estorsione? Vessi o sei vessato? Oppure appartieni a entrambe le categorie?
In ogni caso c’è una buona notizia: puoi cambiare rotta. Chi è in attesa di un futuro, e di un futuro che sia migliore dell’attuale, si avvii! Cambi rotta.
Si converta, dice Giovanni.
Da qui l’immagine molto forte del vagliatore che separerà il grano dalla pula.
Il “raccolto” è adesso ed è necessario tenere ben presente che grano e pula convivono anche all’interno dello stesso essere umano: la pula è l’involucro dei chicchi di grano e rappresenta l’ingiustizia che ciascuno di noi è capace di commettere: sarà dispersa dal vento (Sal 1,4). E bruciata. Si volatilizzerà.
Il Battista è un profeta ed è come una sentinella che avvisa in anticipo e informa su ciò che sta per accadere: nel bel mezzo della notte più lunga, lancia l’invito a svegliarsi dal sogno bambino, a rinascere come persona, nella realtà della vita di ogni giorno, con un impegno coinvolgente e che solo testimonia la verità della quale ci si fa portatori in una dimensione che è insieme individuale e collettiva.
Via le luminarie fittizie organizzate per riempire le mancanze o ammobiliare il vuoto, lasciamo che si dilegui nel vento l’incoscienza tronfia, orgogliosa e fuori luogo di Zaccheo, che, arrampicato sul suo sicomoro, guarda il Cristo dall’alto in basso, mentre si protegge con i suoi falsi bisogni dal terribile rischio di amare, come un bambino capriccioso, illuso che tutto e tutti debbano piegarsi al suo, personale, proprio, unico, esacerbante, onnivoro desiderio.
Al cuore della mancanza si apre la possibilità di scegliere la nostra identità reale, che non è un sogno da scaffale ricolmo, ma ancora e sempre l’umanità incarnata da porre al centro della nostra attenzione e della nostra capacità di cura.
E se anche tu stessi attendendo ancora una volta di nascere veramente?
Buon Natale!

NB: immagine di copertina: Chagall, Les saltimbanques dans la nuit.

Pubblicato da Oliviero Verzeletti

Missionario Saveriano. Nato a Torbole Casaglia (BS). Cittadino del mondo, attualmente residente in Italia, a Roma dopo diversi anni trascorsi in Camerun.

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