Vite

Rimanete in me e io in voi

Giovanni 15,1-8 – Domenica, 2 maggio 2021, Quinta Domenica di Pasqua.

L’immagine della vite ricorre più volte nell’Antico Testamento e sembra che Gesù l’adoperi per trasmettere ai discepoli il senso e la forza (vis) del proprio insegnamento.
La pianta di vite era onnipresente nel bacino del Mediterraneo e lo è ancora oggi, ma ci si può chiedere in quale misura il richiamo alla somiglianza tra la vigna e il popolo di Dio venga compreso oggi nelle società urbanizzate.
La vite, quanto il gregge la scorsa domenica, ci avvicinano alla Scrittura e al contesto agricolo-pastorale nel quale accadono i fatti narrati; il testo è parte di un lungo discorso iniziato al capitolo 13 (dopo l’Ultima Cena) che termina al capitolo 17 con la preghiera sacerdotale e ha il suo culmine nel comando lasciato al versetto 17 del capitolo 15: “Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”, la parola di Gesù forse più nota.
Esiste una certa confusione intorno a questo comando: l’ordine di amare, come se l’amore fosse una condizione assoluta da poter vivere a comando.
L’amore è spesso vissuto nel registro di una forte emozionalità, dentro una condizione nella quale, mentre non ne comprendiamo bene l’origine, allo stesso tempo comprendiamo con certezza che gioia è “presenza dell’amato”, tristezza è “mancanza dell’amato”, sia quando proprio non c’è (per esempio “è partito”), sia quando (peggio del peggio) ci ha lasciati o addirittura traditi. Detto in altri termini, l’amore è una questione molto seria … un vero … rompicapo.

Torniamo ai primi versetti di Giovanni 15, con l’immagine della vite e dei tralci, così spesso citata: “Io sono la vite, voi siete i tralci” Essere tralcio, rimanere nella vite vuol dire essere parte integrante di un processo che conduce … al grappolo d’uva: a portare frutto.
La fine dell’acino d’uva è quella di essere cibo, di essere bevanda, se pigiato e trasformato in mosto, o di marcire nel terreno e in quest’ultimo caso i semi contenuti in esso possono dare vita a nuove piante.
Questa parabola contiene anche avvertimenti che non dovrebbero essere equivocati:
“Ogni tralcio che è in me e che non porta frutto, lui (il vignaiolo) lo taglia” e “Se uno non rimane in me, è gettato via”. Anche qui dobbiamo fare prima di tutto riferimento al contesto storico (circa l’85 d.C.): i discepoli erano perseguitati ed esclusi dai luoghi di culto (la Sinagoga), quindi “si stavano radicalizzando” in risposta alla destabilizzazione causata dalle reazioni esterne alla loro piccola comunità. La loro finalità era probabilmente quella di fare chiarezza e di invitare i seguaci timorosi e titubanti a prendere una posizione decisa e determinata: chiamati a schierarsi in modo chiaro e risoluto.
Questo contesto di crisi restituisce tutto il senso della doppia polemica contenuta nella parabola della vite, quella che prende di mira i tralci sterili, ma anche l’opposizione tra Gesù, vera vite, e un Israele squalificato. Gesù non dice “Io sono la vite”, ma Giovanni gli fa dire “Io sono la vera vite”.

Giovanni è colui che scrive più chiaramente, senza ambiguità sulle caratteristiche di questa nuova chiesa che costruisce e istituisce un rapporto unico e autentico con il Cristo e con la buona novella rappresentata dalla sua predicazione.
Giovanni si rivolge a persone di cultura ebraica e il “comando” si connette con Esodo 20, potendo Gesù parlare con l’autorità di chi dice “Io sono”: l’identità, il vero nome di Dio, la vera vite come via, verità e vita; la vigna rappresenta in potenza l’umanità intera. Per questo i discepoli sono inviati e l’unico ulteriore e naturale nuovo comandamento è amarsi gli uni gli altri come il Cristo ha esemplificato. In altri termini una sola strada è possibile contro la protervia e la barbarie, e certamente non è la vendetta come ai tempi di Caino e Abele, ma il perdono in nome dell’amore e la giustizia in nome della comunità. La vigna, infatti – il Figlio e i suoi discepoli -, la vera vite coltivata dal Padre, proprio in base al nuovo comandamento non può che essere una comunità di “giusti”. L’impegno è forte, la scelta di appartenervi dev’essere decisa: Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto”. (Sal 84,11-13). Così si pregava in Palestina ai tempi di Gesù, così pregano le comunità cristiane in tutto il mondo anche oggi. Perché la scelta di rimanere nella vigna dev’essere costantemente rinnovata e soprattutto consapevole. Dobbiamo sapere di che si tratta.
Talvolta l’amore diventa esigente, porta a decisioni che possono apparire perfino brutali, quali il taglio, la potatura, interventi necessari per far crescere più forte la pianta, per permettere che ogni tralcio possa essere nutrito da linfa abbondante.
Cosa succederebbe se la potatura non venisse praticata? Semplice: sarebbe colonizzata da succhioni e polloni (rami sterili e legnosi che si estendono dalla pianta senza portare frutto, depauperandola), i rami andrebbero dappertutto, si allungherebbero, si aggroviglierebbero, si renderebbero inestricabile, si esaurirebbero in pochi anni, e morirebbero prima i più deboli e poi i più forti. I più forti, rimasti ormai soli.
Non è questa la descrizione della vita di molti dei nostri contemporanei?
Potremmo dire che Gesù tra l’ultima cena e la passione “scolpisce” con la Sua Parola le verità fondamentali del proprio insegnamento, iscrivendosi nella tradizione religiosa del suo tempo e del suo ambiente, rifondando dall’interno la prima alleanza tra Dio e Israele. Per questo si parla di una seconda alleanza (nuova ed eterna), perché il discorso del Cristo è strutturalmente rinnovato e rinnovante.

L’amore non è vincolo (o comando) per titubanti, opportunisti, trasformisti e doppiogiochisti, ma condizione necessaria e sufficiente (conditio sine qua non) per rimanere, dimorare, salvaguardare, proteggere la vita e le vite: la vite, i tralci e i frutti.

Il pastore e la porta

Ascolteranno la mia voce

Giovanni 10,11-18 – Domenica, 25 aprile 2021, Quarta Domenica di Pasqua.

Il primo pastore che troviamo nella Bibbia è Abele. Rappresenta tutti i nomadi, una componente dell’umanità “preferita” da Dio rispetto ai contadini sedentari simboleggiati da Caino. E sebbene Abele sia lo sconfitto nella storia, il mestiere di pastore fu esercitato da tutti i patriarchi, poi dai re Saul e Davide. E nel Nuovo Testamento, i pastori furono i primi a cantare la gloria davanti al Salvatore nato a Betlemme. La stessa figura di Dio è espressa in questi termini dal Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore”.
È questa la figura che Giovanni riprende nel suo Vangelo, presentando Gesù come “il buon pastore”. Usa anche un’altra metafora, quella della porta delle pecore: “Io sono la porta delle pecore, se qualcuno entra per me, sarà salvato”. Questo scivolare di immagini tra la porta che si apre per le pecore e il pastore che le ama, dice qualcosa sulla persona inafferrabile di Cristo. Non è anche l’agnello? (Tanto per mettere altra carne al fuoco …)
Gesù come “buon pastore” si oppone a chi fa il mestiere solo per il salario e, cedendo ad un unico interesse, è portato ad abbandonare il gregge appena arriva il lupo.
D’altra parte, il buon pastore dà la vita per le sue pecore perché è con loro in una stretta relazione. Dà la vita, oltre che letteralmente nel senso in cui l’ha data il Nazareno, anche proprio nell’impegno quotidiano che dura tutta “una” vita.

Ma che tipo di uomo è questo Gesù, Figlio dell’Uomo, buon pastore?
Talvolta gli studi biblici, ispirandosi alla ricerca di tipo umanistico, indagano sulla costruzione dell’immagine del maschile nella Bibbia.
Ogni cultura ha il suo ideale di uomo, che cambia con il tempo che passa.
Oggi, per esempio, sono in voga diversi stereotipi del maschile, ne ho messi insieme una decina, ma ce ne sarebbero degli altri: il macho; il workaholic (lavoro lavoro lavoro…e poi ancora lavoro); il trofeo (viene esibito alle amiche – o agli amici – su WhatsApp); il freebird (spirito libero in costante ricerca senza oggetto specifico); il Lumbersexual – il boscaiolo urbano – (barbuto, stile, Che-Guevara mal compreso); lo Yummie (young-urban-male, 25/30 anni, aspetto che “buca”, vestito-calzato-griffato totale, “aura” pervasa di oggettistica high tech); lo spornosexual, ibrido che va a sport e sesso = ferreo codice estetico con muscoli evidenziati da t-shirt super stretch incollata su tricipite d’acciaio e tartaruga addominale, capello cortissimo,  jeans all’avanguardia (possibilmente con strappo simulato a riprova dell’esplosività del muscolo) sneakers, tatuatissimo, spesso unto e/o ingellatissimo, perché dedito alla cosmesi specifica per il maschile che “spacca”); il dilf, (versione maschile della bambola sexy over 40): sotto i 50, barbetta semi-incolta, tempia sale e pepe, pancetta rassicurante non invasiva, insomma il perfetto babbo, corteggiato dalle compagne di scuola della figlia. I dilf – infatti – hanno prole, spesso a differenza degli altri, e quindi hanno dalla propria parte la “maturità” che va oltre la semplice cura del deltoide e sanno mostrare apertamente le emozioni; l’hipster, giovane in controtendenza, seguace di ogni forma di cultura alternativa, esprime la propria insofferenza delle regole seguendo codici comportamentali e di costume considerati rivoluzionari nella seconda metà del secolo ventesimo. Infine il nerd: modesta prestanza fisica, aspetto insignificante, spesso grassottello, compensa la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessivo-compulsiva e una notevole inclinazione per le nuove tecnologie.

Duemila anni fa le immagini stereotipate saranno state forse meno numerose di oggi, ma molto diverse. Ciononostante ciascuno porta con sé una rappresentazione del Nazareno di oggi … legata a ieri. Il Gesù di Zeffirelli? Ma poi sarà stato bruno o biondo? Palestinese…tipo certamente non scandinavo…Il Gesù di Pasolini? Era bello Gesù? Alcuni dicono che “per forza” il figlio di Dio dev’essere bello!
Il punto è che Gesù nell’epoca in cui è vissuto, è stato visto dai più come un poco di buono, degno di finire come è finito. Nulla è stato scritto nei vangeli sulla sua presunta avvenenza o sulle sue caratteristiche fisiche.
Giovanni ce ne offre un’immagine, ne fa un modello da seguire, prendendo in prestito una metafora proveniente dal suo contesto culturale: quella del pastore, pronto a dare la propria vita per le pecore. Quindi cerchiamo di capire quale orizzonte mentale ci dischiude quest’immagine. Pensate al “Buon Pastore”; sono sicuro che scatta in automatico il ricordo del “santino”, dell’immaginetta che molti conservano a ricordo della prima comunione.
Cosa ci voleva per essere un uomo “vero” ai tempi di Gesù? Intanto il controllo di sé e delle proprie emozioni almeno nelle interazioni pubbliche: un uomo doveva mostrare la sua influenza tanto nelle parole quanto nelle azioni. Mostrare coraggio e forza in situazioni di combattimento era molto apprezzato. In breve, un uomo doveva fare qualsiasi cosa per essere riconosciuto come leader da altri uomini. Proprio come oggi…
Nei Vangeli, Gesù viene presentato come un predicatore, che attrae il popolo, come uno straordinario interprete della Torah, come un uomo capace di compiere prodigi, molto oltre il normale. Quando viene contestato pubblicamente da altri studiosi di sesso maschile, ha sempre la risposta pronta, è difficile contrapporre obiezioni immediate: bisogna pensare, inventare una dietrologia e cercare di “stanarlo” pubblicamente, mostrando la sua presunta colpevolezza, provocandolo a parlare contro Dio, contro il tempio o contro i Romani. Vale a dire contro il potere politico o il potere religioso.
Ma Gesù è così convincente quando parla come quando resta in silenzio, che riesce a trasmettere ciò che intende dire perfino a coloro che sono considerati “inabili alla comprensione” dalla mentalità corrente: i poveri, i malati, i bambini e … le donne.
Un gruppo di uomini del popolo lo riconosce addirittura come “guida spirituale”.
Tuttavia, il tipo di morte cui va incontro, cambia completamente il ritratto della suo essere uomo: Già Cicerone nel 70 a.C, illustrava con veemenza come la crocifissione fosse in se stessa una condanna indegna di un uomo: “Incatenare un cittadino romano è un crimine, picchiarlo con le verghe è un’offesa; metterlo a morte è quasi parricidio, ma legarlo a una croce! Non ci sono parole per descrivere un atto così malvagio.” (Cicerone, In Verrem, II,5,170). Per gli antichi la crocifissione rappresentava l’esecuzione che toglieva in senso assoluto ogni forma di dignità all’essere umano. 
La crocifissione di Gesù è uno scandalo talmente umiliante e allo stesso tempo minaccioso, che nemmeno i suoi seguaci, tranne tre donne e un uomo, hanno il coraggio di farsi vedere ai piedi della croce.
Sarà proprio Giovanni, presumibilmente il discepolo presente al momento della crocifissione, a darci la chiave di lettura di questa scena: Gesù viene crocifisso perché è una vittima dei Romani, torturata come gli schiavi, ma risorge perché è il “Buon Pastore”, è il Figlio di Dio, all’origine della vita. Il tentativo di cancellare l’umano che è in ogni uomo attraverso l’umiliazione estrema della tortura mortale è in definitiva l’orrore che Caino riserva ad Abele: un orrore inutile, che serve solo a mettere in luce “la banalità del male”, come avrebbe detto Hannah Arendt.

L’immagine bucolico/campestre del buon pastore non ha nulla a che vedere con le rappresentazioni sentimentali che ancora scorgo qua e là nelle pubblicazioni di stampo più o meno religioso. E forse neanche col Gesù biondo, bello e con gli occhi azzurri o con quello bruno, dagli occhi orientaleggianti.

I pastori del mondo biblico restano ai margini dalla società, lontani dalla città; sono avvezzi a vivere più in compagnia degli animali, che degli uomini e trascorrono la loro vita occupandosi del gregge (cfr Ezechiele 34,31). La figura del pastore è in netto contrasto con quella dei re e dei governanti che non sono all’altezza del compito (cfr. Ezechiele 34,1-16): costoro sono soliti prendersi cura dei loro interessi personali prima di ogni altra cosa.

Gesù non governa una città o uno stato. E’ il pastore (buono), la porta (delle sue pecore) e l’agnello; Gesù è la verità (il buon pastore), la via (la porta) e la vita (l’agnello che sempre nasce in tutti i tempi).
Gesù non viene giustiziato perché è debole o vittima, ma perché è la vita e la protegge ovunque in base alla legge dell’amore. Per questa ragione si espone alle abitudini del mondo, compito affidatogli dal Padre, per porre fine una volta per tutte alle illusioni della morte e allo spirito di vendetta.
So che questo può apparire anche inquietante, talvolta incredibile. Ma è necessario prendere del tempo di riflessione per pensarci e vedere dove alberga, anche nelle nostre situazioni quotidiane, questo istinto di vendetta, che porta diritto verso la condanna e l’odio.
Non credo che chi collaborò alla condanna di Gesù tra gli anziani della sinagoga e del tempio ignorasse questa questione. Possiamo mai pensare che uomini, attenti studiosi della Parola, rimanessero sordi proprio al racconto delle origini e a ciò che è già scritto nel Genesi?
Possiamo ben comprendere a questo punto non solo l’affermazione sulla vita: “Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10,18), ma anche quell’altra al versetto 16: “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.” La vita è la stessa ovunque.
Il buon pastore, non è un mercenario: non fugge quando viene il lupo, perché il suo fine è curare e proteggere le pecore per farle vivere.
La reazione a questo discorso causa divisioni. Alcuni dicono che Gesù è posseduto da un demone, che è un pazzo e non dovrebbe essere ascoltato. D’altra parte, le “vere pecore”, quelli e quelle che lo conoscono e lo seguono, accettano l’interpretazione che propone Giovanni della morte e della risurrezione.

Forse questo brano di vangelo può aiutarci a riflettere sulle nostre concezioni di ciò che è un “vero uomo” nella nostra cultura. Comprendere che spesso il successo è misurato sulla quantità del suo denaro, sulla sua fama, o sul suo potere, ci fa capire che in fondo in fondo noi stessi rischiamo di pensare che sia anche giusto in senso assoluto. Vorremmo anche noi essere uomini di successo? A quali costi? Siamo forse disposti a danneggiare la vita degli altri per raggiungere il successo? Questo ci donerà l’immortalità?

È un discorso molto ampio, che implica la responsabilità sia individuale che collettiva dell’intera comunità umana: Nei confronti delle persone e del pianeta.
Quali sono oggi i valori associati al nostro agire? Dove pensiamo di andare?

Seguire il buon pastore e passare attraverso la porta delle pecore vuol dire scegliere di amare, piuttosto che essere indifferenti, vuol dire scegliere di proteggere piuttosto che abbandonare, è vivere in mezzo ai vivi per gli altri.

Non è questione di stereotipi da identificare o nei quali identificarsi, è questione dell’unica possibilità di accesso alla nostra umanità. Un solo popolo, un solo gregge, pur proveniente da sentieri diversi.

NB. In copertina, particolare dalla Wikipedia

Toccare, offrire, chiedere

“Avete qui qualche cosa da mangiare?”


Luca 24,35-38 – Domenica, 18 aprile 2021. Terza Domenica di Pasqua.

I due discepoli che stavano andando ad Emmaus sono appena rientrati a Gerusalemme perché hanno riconosciuto il Risorto nell’uomo incontrato per via. Vanno a raccontare la cosa ai compagni. In quel momento Gesù riappare di nuovo e loro – ci risiamo – si spaventano e pensano che sia un fantasma. C’è qualcosa che non quadra in questa storia. Perché questi hanno ancora dubbi e si spaventano?
Luca racconta, e i biblisti insegnano che il suo racconto ha valore soprattutto apologetico, perché rivolto a persone di cultura greca, per le quali credere alla risurrezione dei morti risultava un tantino problematico. D’altronde potrebbe essere un tantino problematico anche per qualcuno di noi.
Comunque Paolo ad Atene non aveva convinto quasi nessuno: “Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: ‘Su questo ti sentiremo un’altra volta.’” (At 17,32). Luca però insiste sul fatto che Gesù risorto ha un corpo di carne e ossa e che mangia il pesce arrostito con i discepoli.
Questa storia oggi – per me – assume un aspetto del tutto nuovo.
Non ho incontrato Gesù a Gerusalemme, e neanche ad Atene, dove non sono mai stato, ma sono certo di averlo incontrato più volte in vari posti. Magari si potrà dire: “Questo ce lo dici un’altra volta…”
Gesù ha predicato in lungo e in largo per la Palestina, dicendo che Lui vive in ogni persona che incontriamo. Purtroppo, noi lo riconosciamo raramente, o per il suo modo di spezzare e offrirci il pane, o quando ci chiede del pane: “Avete qui qualcosa da mangiare?”
Per me mangiare con altri intorno ad un tavolo si è rivelato spesso il momento del riconoscimento, ma non succede sempre, evidentemente.
C’è una condizione personale dentro la quale è possibile offrire il proprio pane o chiederlo senza sentirsi a disagio, ma sono tali le incrostazioni delle abitudini, degli usi, dell’agire e del reagire, che talvolta ci confondiamo anche su questo.
Chi “dà” senza problemi, chi “invita al proprio desco” per così dire, in genere non si aspetta nulla in cambio perché questa forma del dare è vissuta attivamente come un’offerta che fa piacere per primo a chi la fa.
Esiste, e non è un male di per sé, il “dare” in attesa di una contropartita, l’invito di convenienza, ma questo non è ciò di cui parla il vangelo.
La confusione è generata  dal fatto che spesso, parecchi cristiani – e molto a lungo – hanno creduto di “dover” offrire, per meritare… la vita eterna.
Invitare al proprio desco, vale a dire offrire pace, affetto e anche cibo a qualcuno, per far piacere a un Dio che per questo ci ricompenserà, è un discorso da bambini. Va bene agli albori della coscienza, allo svezzamento dalla barbarie. La questione è molto più profonda e radicale.
Alcuni si offrono, si prestano, invitano, sono gentili in vista di un ritorno tangibile o emotivo; sono brave persone, va bene, ma l’aspettativa di reciprocità, presenza, considerazione o riconoscimento a tutti i costi ha una radice che va ben al di là degli usi e delle gentilezze più o meno formali. La sana reazione ad un invito a pranzo ricevuto da una persona cui vogliamo bene, consiste in un meraviglioso sentimento di gratitudine: non dovremo cucinare e mangiare da soli…?

Se c’è una relazione “vitale” tra due persone o all’interno di una famiglia o tra un gruppo di amici, l’offrire dell’uno è intimamente connesso col senso di gratitudine dell’altro.

È vero anche che possono capitare diversi incidenti: chi riceve troppo, chi è molto “invitato” si abitua e non è detto che viva la gratitudine o un sincero desiderio di reciprocità; chi dà troppo per sentirsi riconosciuto e gratificato, si svuota e si deprime. In questo modo falliscono le relazioni.
Esiste una “reciprocità”, di cui spesso si parla, ma non è la conseguenza deterministicamente certa del dono evangelico di cui ci diciamo portatori. È bene sottolineare che la “reciprocità” potrebbe già essere un buon frutto del legame sociale, ma non è la caratteristica fondante della relazione d’amore in senso evangelico: il tralcio, per quanto si adoperi a produrre uva, non sarà mai in grado di restituire le stesse cure avute dal vignaiolo, per il semplice fatto che qualsiasi esito abbia la raccolta, dipende esclusivamente dal vignaiolo l’aver piantato e fatto crescere la vigna.
C’è un altro aspetto nel vangelo di oggi, che allarga l’orizzonte anche sul saper chiedere: “Avete qui qualcosa da mangiare?” Gesù stesso vuole condividere il pasto con i suoi discepoli, lo sa e lo chiede. Gli offriranno del pesce arrostito. Vale a dire quello che i discepoli mangiano abitualmente, perché sono dei pescatori.
Alcuni non hanno difficoltà ad invitare, ma si sentono in imbarazzo già quando si tratta di ricevere un regalo o un complimento, figuriamoci dunque a chiedere…di essere invitati a pranzo!

Cosa temiamo quando ci sentiamo a disagio nel chiedere? Di fare brutta figura? D’impegnarci troppo? Di essere coinvolti nella reciprocità? Non ci sentiamo liberi? Non crediamo di meritare ciò che chiediamo? Siamo esorbitanti nella richiesta?
Queste sono questioni che non riguardano affatto la semplicità del chiedere di Gesù: “C’è qualcosa da mangiare qui?” Sappiamo anche che soleva dire “chiedete e vi sarà dato” oppure “ciò che chiederete nel mio nome l’otterrete”. Chiedere nel suo nome significa trovare la pace, quella che offre il Cristo quando lo riconosciamo.
E se ci pensiamo bene, in effetti, non c’è altro da fare a questo mondo che offrire ciò che siamo e chiedere ciò di cui abbiamo veramente bisogno.
La discordia che il discorso del Cristo può portare all’interno di qualsiasi comunità riguarda sempre la dinamica dell’offrire, del ricevere e del chiedere.
Se tutti fossimo sempre in grado di offrire tutto ciò che possiamo dare, vivremmo pacificati, e probabilmente sapremmo anche ricevere liberamente dagli altri.
Accettare di essere al mondo, intanto, è il primo passo, anche perché non ci sono altre possibilità. O meglio ce n’è un’altra che non sarà utile per nessuno: la schiavitù del lamento, dell’ostilità, del ricatto, di un grigiore etico, che può diventare notte e polvere da un momento all’altro. Possiamo contribuire attivamente – purtroppo – anche a costruire il nostro personale inferno in questa vita: nella nostra e in quella di chi ci vive accanto.
Se accetto di condividere la vita con gli altri, e quindi il cibo e la parola (le parole del dialogo quotidiano, come la Parola in senso molto più ampio), se anch’io riesco a chiedere “C’è qualcosa da mangiare qui?”, allora sono veramente risorto in carne ed ossa, liberato dalla schiavitù della morte, dal dovermi sempre sentire inferiore a quello che vorrei essere, perché so bene di non essere né eterno, né onnipotente, né creatore, perché so bene di aver bisogno degli altri e che gli altri hanno bisogno anche di me.
Non siamo noi il vignaiolo!
D’altronde quando siamo pacificamente riuniti intorno ad una tavola non è forse quello il momento di maggiore vulnerabilità, ma anche di maggiore gioia?
Basta un nulla, infatti, per scatenare l’allegria o il disagio sulla mensa familiare. E questo ci dovrebbe fare riflettere: “Cosa mangiamo qui? Cosa ci offriamo reciprocamente?” Quali sentimenti aleggiano sulla mensa comune? È sempre un’agape fraterna?
Quando ci lasciamo toccare, guardare, così come siamo, senza giudicare, senza falsi moralismi, cercando d’intessere autenticamente le nostre relazioni familiari o amicali, allora può svilupparsi quell’amore, quella comprensione che ci nutre realmente.
“Avete qualcosa da mangiare?” chiede Gesù. Dove possiamo trovarlo questo Gesù risorto nel ventunesimo secolo per offrirgli del pesce arrostito?
Non ad altezze o profondità irraggiungibili, ma molto vicino; vicino come sono vicini il padre, la madre, il figlio, l’amico, la moglie quando possiamo abbracciarli, vicino come quando condividiamo cibo e parole con la gioia di farlo.
La liturgia domenicale ci lascia due segni importanti per evocare questi due diversi tipi di vicinanza, entrambi molto fisici, molto corporei: la stretta di mano durante lo scambio di pace (dove ancora si pratica) e la comunione del pane e del vino (spesso ridotta alla piccola ostia). Sono segni istituiti per ricordare, per “fare memoria” della realtà profonda e liberatoria che è vicinissima a noi in ogni istante della nostra vita, purché siamo in grado di riconoscerla.

Basta lasciarsi toccare, saper offrire e saper chiedere.

NB: in copertina, Caravaggio, Cena di Emmaus (Fonte wikipedia,PD)

Credenti

Pur non avendo visto…
Giovanni 20,19-31 – Domenica, 11 aprile 2021. Ottava di Pasqua.

La tomba è spalancata, trasformata nel luogo dell’assenza della morte.
La porta del luogo dove sono radunati i discepoli invece è chiusa. Sono barricati dentro; nella prostrazione e nella paura, quel luogo rischia di trasformarsi in un luogo di assenza della vita. Proprio in questo frangente sopraggiunge Gesù con un chiaro messaggio di pace, mostrando mani e costato: i discepoli lo riconoscono e ne gioiscono.
Tommaso non c’è. Didimo (questo è il suo soprannome, che significa “il gemello”) è assente.
Per otto giorni le parole dei suoi compagni non sono sufficienti per convincerlo che Gesù è vivo.
Si può capire: come si fa a credere che il Maestro, morto e sepolto, riappaia vivo e venga a trovarci?
E come mai, se l’apparizione è stata riconosciuta messaggera di pace e gioia, le porte del luogo dove si è realizzata, anche otto giorno dopo, sono ancora chiuse?
Il comportamento dei discepoli testimoni dell’apparizione – ancora barricati e paurosi – contraddice il significato del messaggio: invalida la testimonianza.
Tommaso, detto Didimo, vuole vedere e toccare Gesù vivo, portatore dei segni delle torture subite, altrimenti non crederà.
A pensarci bene, il voler vedere e toccare in questo caso assume connotazioni drammatiche: c’è un proverbio che mi viene in mente, “girare il coltello nella piaga”.
Forse questo toccare per indagare sulla verità rischia di essere apportatore di ulteriore sofferenza?
Forse Didimo pensa che la piaga non sia anche la sua? Non è di Didimo?
Ma forse anche lui è ferito, sebbene di una ferita meno evidente.
Probabilmente la morte del Maestro ha colpito profondamente anche Tommaso, ed ecco perché otto giorni dopo anche lui è ancora chiuso con gli altri.
E Gesù ritorna. Si fa vedere e toccare e poi lascia questo insegnamento:
“Beati quelli che pur non avendo visto crederanno.”
Quindi il Maestro c’è, è vivo e porta “consolazione” e “pace”, si fa messaggero di una condizione assoluta per noi … accessibile. Colui che gli uomini hanno tentato di far sparire, di disumanizzare, di cancellare – e perfino di disincarnare attraverso una falsa spiritualità o attraverso le incrostazioni del condizionamento culturale – è vivo.
Il Cristo è vivo, in mezzo a chi lo ha tradito, in mezzo a chi è fuggito e poi si è rinchiuso nella paura.
Io credo che per accostarsi alla carne di un altro ci siano due atteggiamenti molto diversi: uno di cura e premura attraverso il quale siamo in grado di curare le nostre e le altrui ferite, l’altro d’indagine razionale, attraverso il quale conduciamo un’inchiesta per sentirci preventivamente sicuri di non essere presi in giro.
Nel primo caso siamo disposti a voler bene, nel secondo pure, ma non abbiamo fiducia nell’altro. Entrambi gli atteggiamenti appartengono ai discepoli.
Alla vigilia della sua passione, Gesù si avvicina al corpo dei discepoli, ne tocca i piedi per lavarli e asciugarli: un atteggiamento di cura e premura, un atteggiamento d’amore. Quella stessa sera, durante l’ultima cena, consacra il pane e il vino come simbolo presente e futuro del suo corpo e del suo sangue. In questo modo – “prendetene e mangiatene tutti” – lascia che si mettano le mani su di lui, che lo si tocchi, che lo si afferri, sia per amarlo, sia per indagarlo, sia per ucciderlo. È così!
Il discorso non cambia, la verità rimane sempre la stessa. E la moltitudine che ha assistito e seguito l’incarnazione nel Gesù storico, continuerà ad agire in uno di questi modi: come i discepoli, come Pietro, come Giovanni, come Tommaso, come Maria di Magdala, che lo amano e/o lo indagano, ma anche come Caifa, Pilato e gli amici di Barabba, come coloro che sembra proprio lo abbiano rifiutato.
Infatti la verità rende liberi.
Liberi da cosa?
Di credere, di non credere, di essere più o meno razionali, più o meno disposti ad amare. Anche più o meno disposti ad odiare.
La verità, però, rimane inalterata: gli esseri umani vivono il tempo storico delle loro vite individuali raggruppandosi qui e là per le vie del mondo, e il tempo assoluto del Cristo, il tempo della Vita, quella condizione consolatoria e messaggera di pace.
Gesù, nel suo movimento verso Tommaso, detto Didimo – gemello nostro – permette l’indagine degli increduli. Tommaso alla fine esclama: “Mio Signore! Mio Dio!”
E noi?
Gesù non indaga, non condanna; gli uomini e le donne sanno indagare ed eventualmente condannare sia se stessi che gli altri.
Gesù ama, si offre, si lascia toccare, perdona, lascia che la vita sia, tutta non una parte sola.
Forse è questa percezione che manca ai discepoli per vincere la propria e l’altrui incredulità?
Ci raggruppiamo dentro le chiese – e le case comunitarie – ma siamo in grado di aprire la porta ed uscire?
O forse ci siamo assuefatti all’isolamento e rimaniamo barricati dentro?
Se apriamo le porte, possiamo toccare ed essere toccati dalle situazioni della vita e non saranno sempre semplici da affrontare, ma è proprio alla frazione del corpo che riconosciamo il Cristo, la Vita e i suoi testimoni.

È solo alla frazione del Suo e nostro pane, che riconosciamo Gesù vivo e i suoi discepoli attuali.

NB: in copertina, particolare tratto da Caravaggio, “La vocazione di Matteo”, Roma, S. Luigi dei Francesi.

Vedere

Vide e credette.
Giovanni 20,1-9 – Domenica, 4 aprile 2021, Pasqua.

L’adesione al Cristo non è un accessorio della vita cristiana.
Il Giovedì Santo si ricorda l’istituzione dell’eucarestia, con la convinzione che il pane, così come fu benedetto, spezzato e condiviso da Gesù durante l’ultima cena, rappresenti la nostra esistenza materiale e spirituale – la nostra carne – secondo la prospettiva evangelica. Si tratta della stessa carne con la quale è venuto al mondo Gesù di Nazaret.

Il Venerdì Santo si ricorda come la nostra esistenza materiale e spirituale – la nostra carne, che è la stessa di Gesù di Nazaret – possa essere offerta agli altri; donare la propria esistenza, la propria vita individuale ad un altro, significa anche che ciascuno ha la propria storia personale all’interno della quale potrà donarsi in un modo specifico che appartiene solo a lui ( o a lei); i modi di donarsi agli altri nella prospettiva evangelica sono tanti quanti gli uomini e le donne che abitano la terra.
Vite vissute in modi molto differenti l’uno dall’altro possono rappresentare lo stesso tipo di dono. Nel corso della storia molti cristiani si sono trovati nella condizione di offrire la propria vita in maniera radicale, fino al limite massimo consentito, quello rappresentato da Gesù che muore crocifisso: è il caso di tutti i martiri cristiani; piuttosto che rinnegare il Cristo e il suo vangelo hanno seguito l’esempio di Gesù di Nazaret.

Il Sabato Santo tutto tace: resta solo il silenzio. D’altronde, cosa si potrebbe dire davanti a Gesù morto sulla croce, sepolto e chiuso in una tomba?

Poi viene la Domenica: Pasqua. Di “resurrezione”: la nostra carne – quella stessa con la quale è venuto nel mondo Gesù di Nazaret – risorge.
Torna utile ricordare il versetto di Paolo: “Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria.”

Ecco il punto: vedere la Vita che si manifesta: Maria di Magdala vide la pietra ribaltata; l’altro discepolo vide le bende; Pietro vide il sudario.
E noi? Cosa vediamo noi?
Ogni giorno, lo sappiamo, possiamo essere quelli che attraversano il Mar Rosso inseguiti dagli eserciti del Faraone (Esodo 14); ogni giorno possiamo essere Daniele che prega nella fossa dei leoni (Daniele 6, 17-25), Giobbe sul mucchio di letame (Libro di Giobbe), Ester vagante nel palazzo di Assuero (Ester 4,16). Susanna che convoca Dio tra i giudici (Daniele 13), Anna, supplice nel santuario (1 Samuele 1, 9-18) oppure il Salmista … che spera contro ogni speranza. (Salmo 70)

Ma quando siamo anche Maria di Magdala? E l’altro discepolo? E Pietro?
Possiamo esserlo ogni giorno?
Ad ascoltare l’esperienza comune, la carne risorta, quella nostra che risorge con il Cristo, non si manifesta così spesso e neanche in maniera così evidente.
La risurrezione del Cristo “si manifesta” quando vediamo il “di più” che eccede i nostri corpi e che annienta la morte e tutti i suoi correlati mondani (vestizione, funerali, sepoltura, liturgie, fiori e culti vari). Il Cristo risorto annuncia anche la nostra Resurrezione: ora, oltre che “dopo”. Annuncia che anche la nostra carne può essere “donata”, “condivisa” e “glorificata”. Il Cristo Risorto manifesta la liberazione avvenuta, distrugge l’ostacolo a vedere e ad essere “la nostra vita”; la Chiesa parla di unificazione con il Cristo: bisogna finalizzarsi ad essere tutt’uno con il Cristo.
Ecco. Chiaro? Questo è quello che (per i sacerdoti prima di tutti gli altri) dovrebbe essere chiaro, almeno idealmente e a livello di comprensione personale.

In effetti, il mondo non fa che negare questa liberazione con l’omicidio in tutte le sue forme, da quello brutale e sanguinoso, fino all’abuso di potere, dal più turpe al più banale.
Ogni volta che appare la parola della verità, della trasparenza, la parola che vive, risuscitata perché non ha più bisogno di mentire e di nascondersi, spunta una voce anonima che oppone il linguaggio dei morti: “Moltiplicano le loro pene quelli che corrono dietro a un dio straniero.
Io non spanderò le loro libagioni di sangue, né pronuncerò con le mie labbra i loro nomi”. (Salmo 16,3). 

Questo può accadere sempre: abbiamo nella memoria la passione di Gesù, ma non dimentichiamo il massacro degli innocenti ordinato da Erode già all’incarnazione del Verbo (Mt 2, 16). Neanche i discepoli a tutta prima credono alla verità riportata da Maria di Magdala: non ci credono, non è possibile! – “Non ho altro pane che le mie lacrime, sono ammaccato fino alle ossa, io che sento ogni giorno dire: Dov’è il tuo Dio?” (Salmo 41).
Nella morte, ogni giorno, siamo battezzati con Cristo.
Non sempre c’è sangue e per questo motivo siamo inclini a credere che sia qualcosa di meno che una vera morte. Ma non è così. Si muore ogni giorno anche di una cottura a fuoco lento, fatta di piccole e reiterate sottomissioni alla schiavitù della morte, di misere negazioni contro l’unico, inoppugnabile fatto: la vita risorge ogni giorno. A Pasqua? No, tutti i giorni.

Ma noi siamo anche Abramo che ostinatamente e in buona fede crede sempre di dover sacrificare qualcosa a Dio, che Dio si aspetti da lui un sacrificio, con la spada o senza spada: comunque un sacrificio, che assume il lugubre tanfo di una fede morta e rinsecchita, in attesa di punizione.

Non è la stessa situazione di molti? Non vi ci siete mai trovati? Io sì.
Gloria del consenso informato all’immolazione?
Forse, se acconsentiamo al sacrificio, risparmiamo versamenti di sangue?
Pasqua.
Battezzati nella morte con Cristo – la fossa, il fango, l’umiliazione, il mar Rosso – familiari con la sofferenza (Isaia 53, 3), siamo anche risorti con lui.
Siamo Noè che esce dall’arca per una nuova creazione (Genesi 8-9).
Siamo Davide vittorioso sul gigante Golia (1 Samuele 17,49).
Siamo gli amici dello sposo. (Mc 2,19.
Siamo Giuditta trionfante su Oloferne (Giuditta 13).
Siamo Maria di Magdala e rivendichiamo il Cristo vivente (Gv 20,18).
Siamo Nicodemo, rinati dall’alto (Gv 3, 3). 
Abbiamo visto e crediamo. Risorti. Liberi. Liberi da ogni catena.
Non c’è in me uno spazio determinato e puro che contenga il Risorto: no! Sono tutto risollevato, abitato dal Risorto, vivo per la Parola che vive. E non sono io a risorgere, da solo, l’ha fatto Lui, l’ha voluto Lui, una volta per tutte. E per tutti.

Non è forse questa una buona notizia?
La nostra bellezza distrutta viene restaurata a immagine del Cristo. siamo attesi nella sala delle nozze, lì dove si realizza la promessa al Ladrone e quella a Maddalena.
Andremo all’invito?
Abiteremo la nostra carne compiuta?
La stessa di Dio?
La pietra è rotolata via: colpita da una forza tremenda che spalanca la tomba.
È il tremendum della meraviglia, dello stupore, che produce tremore.
Tremore? Sì. Perché ci riguarda. E poi: che ne sarà di chi si è dato per morto prima della manifestazione?
La tomba è vuota. Il morto non è lì. La morte non è. Il suo potere indiscusso è giunto al termine, la maledizione tolta, il terrore abbattuto. Rimane la gloria della vita. Una vittoria totale.
Un percorso, una via che – iniziata con queste parole: “mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai». (Gn 3,19), – finisce così:

«Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15, 55).
Di cuore auguro a noi tutti una quotidiana e continua Pasqua di resurrezione.

NB: in copertina, Beato Angelico, Noli me tangere.

L’inganno e la pietra

Chi ci rotolerà via la pietra?

28 marzo 2021 – Domenica delle Palme
Vangelo: Marco 14 e 15

La Domenica delle Palme offre la lettura della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. 
Oggi mi soffermo sulla seconda parte del primo versetto (cap. 14): “I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo”.
Non proprio un lavoro da preti e da intellettuali.
Un lavoro da criminali?
Certamente anche oggi non mancano categorie umane che hanno imparato molto bene la tecnica dell’inganno descritta nel vangelo odierno.
A partire da Socrate, che pone a sé e ad altri domande a proposito del vero e dell’opinione, inizia ufficialmente il grande percorso della cultura occidentale di matrice greca.
Contemporaneamente, dai Sofisti in poi, tutti hanno imparato a farsi difensori delle più disparate cause, puntellate da “ottime” ragioni. Da allora, ogni argomentazione ben trovata può essere utilizzata per servire qualsiasi causa, sia in nome della giustizia, che in nome della menzogna, in genere mascherata da giustizia. In quest’ultimo caso siamo di fronte all’inganno, il cui obiettivo finale è spesso il mantenimento del potere e/o l’accumulo di denaro.

L’uccisione di Gesù di Nazaret richiede l’inganno, in particolare che si finga di servire una ragione superiore alla vita stessa. Infatti, l’ultima “ottima” ragione invocata dal sinedrio sarà: salvare l’onore di Dio: “Ha bestemmiato!” (Mc 14, 64).
La trappola è esecrabile, spregevole, ma ha funzionato.

Dal momento in cui il Cristo dice: “Io lo sono” fino ad oggi, basta che un sommo sacerdote faccia una grande gesticolazione, incitando l’opinione pubblica per girarla dalla sua parte, si strappi le vesti, accusando qualcuno di blasfemia e bestemmia, che senza meno compaiono a frotte folle anonime che invocano l’anatema: “Tutti dissero che meritava la morte” (Mc 14, 63-64).
Una volta imbastita per bene la menzogna, colui che si vuole distruggere, diventa oggetto di derisione.
La derisione dell’imputato è la drammatizzazione della menzogna, quando la massa anonima non ha più ritegno: “Alcuni cominciarono a sputargli addosso, gli coprirono il volto con un velo e lo picchiarono dicendo: “Sii un profeta, dicci chi ti ha colpito!” E le guardie lo schiaffeggiano (Mc 14,65). La verità viene squalificata con un crescendo di colpi e calunnie pubbliche.
Ma questo non è ancora sufficiente per garantire la sconfitta dell’imputato e la vittoria dell’accusa.
L’imputato deve essere ancora condotto davanti al governatore romano, Pilato, che è il solo ad avere il potere di pronunciare la condanna.
Come dire che alla causa religiosa si aggiunge poi la causa politica.
Pilato è furbo, si accorge dell’ “invidia” di sacerdoti e scribi (Mc 15,10), e, rivolgendosi alla folla, li provoca indirettamente, chiamando in causa il popolo:
“Che cosa devo fare allora di colui che chiamate il re dei giudei?”
La massa anonima non brilla come si sa, il caso è delicato, chiedere la liberazione del “Re dei Giudei” potrebbe suonare come ribellione contro il potere di Roma, si rischiano rappresaglie; sacerdoti e scribi sobillano il popolo. 
Finalmente tutte le “ottime” ragioni convergono verso l’obiettivo finale: “Crocifiggilo!”, grida la folla. Come dire: “E basta! Sbarazzatecene una volta per tutte!”
Gesù diventa un giocattolo nelle mani dei suoi aguzzini: “cominciarono a inchinarsi davanti a lui: ” Salve, re dei Giudei! ” (Mc 15, 18-19). Siamo alla crudeltà gratuita, esercitata per puro piacere da chi, sentendosi più forte perché giustificato dal gruppo, si appropria di chi è più debole al solo scopo di umiliarlo fino ad annientarlo.
Più tardi, quando Gesù sarà sulla croce, continueranno tutti insieme ad insultarlo: “Salva te stesso, scendi dalla croce! “… Allo stesso modo, i capi dei sacerdoti lo schernivano con gli scribi … Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano” (Mc 15,30), sottolinea l’evangelista.
Un vero disastro: la sconfitta abissale dell’uomo.
Finalmente morto, schiodato dalla croce, Gesù viene avvolto in un sudario e posto nella tomba. E sopra la tomba un macigno gigante: “rotolarono una pietra contro l’ingresso del sepolcro” (Mc 15,46).
Come dire: “Finalmente è finita! Non ci darà più grane!” Il fatidico “ci abbiamo messo una pietra sopra”.

E ora: “Chi ci rotolerà via la pietra per sgomberare l’ingresso del sepolcro?” (Mc 16,3).
Questa è la domanda che tutti potremmo porre a noi stessi.
Non soltanto gli umiliati e gli offesi, ma anche coloro che hanno umiliato ed offeso.
L’autentica buona notizia non è solo per coloro che sono afflitti, perseguitati, insultati, è anche – e soprattutto – per gli sconfitti dal male “ora”, perché non sono stati sconfitti definitivamente, sono ancora sulla via dove si può essere perdonati. Per loro risuonano le parole: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.” Ci sono persone – anche tra sacerdoti non sommi e scribi – che non sanno quello che fanno, e altri che lo sanno bene: questi ultimi sono “ora” gli sconfitti del male. Per costoro “ora” è il momento di vedere e di chiedere:
“Chi ci rotolerà via la pietra per sgomberare l’ingresso del sepolcro?”
Bisogna crederci, bisogna aver conservato la fede, altrimenti questa domanda, l’unica forse veramente autentica, non potrà mai essere posta.

Il Cristo non ha ancora detto la sua ultima parola. La storia non è finita.

NB: in copertina, Magritte, Il Castello dei Pirenei, 1959; per la fonte dell’immagine clicca qui.

L’ora

Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire?
Padre, salvami da quest’ora?
Ma per questo sono giunto a quest’ora!

21 marzo 2021 – Quinta Domenica di Quaresima
Vangelo: Gv 12,20-33

Tutti i vangeli sono incentrati sulla passione e sulla risurrezione. Il vangelo di Giovanni sembra quasi un conto alla rovescia: tutto converge verso “l’ora”.
“Non è ancora giunta la mia ora” dice Gesù all’inizio del vangelo (Gv 2, 4) a sua madre che lo spinge al centro della scena pubblica durante le nozze di Cana.
“E’ giunto il momento. Ed è questo … ” dice Gesù alla Samaritana. (Gv 4, 23).
Oggi degli stranieri (alcuni greci) cercano di vedere Gesù: “L’ora è venuta”, risponde il Maestro.

Tutte le fasi della Sua vita conducono a questa “ora” cruciale, quella del passaggio da questo mondo al Padre. (Gv 13, 1).
A Cana Gesù ha versato il vino della gioia, in Samaria ha dato la risposta risolutiva ad una donna affaticata, ora a Gerusalemme si manifesta anche agli stranieri.
Ad ogni ora, Gesù entra più profondamente nell’ora: si carica di tutti gli incontri che un uomo può avere in una vita, raccoglie tutte le ore che ha vissuto, per riunificarle in un’ora unica, piena e compiuta, che ha l’aspetto di un presente istantaneo e assoluto. Potrebbe essere sinonimo di “adesso”. Non è facile da immaginare, Gesù evoca perfino la possibilità di una liberazione da quel frangente: “Padre, liberami da quest’ora“. In ogni caso è un’ora da affrontare, una ricapitolazione, ordinata, posta nella mano del Padre. Porta a scoprire che ogni attimo è stato già abitato dal Padre, visitato dallo Spirito e ha la consistenza della carne che l’ha vissuto.
L’ora del Padre è quando ci rendiamo conto che non esiste sfasamento orario tra il tempo del Padre e il tempo della nostra carne, quando ci rendiamo conto che i due tempi coincidono, anzi sono lo stesso tempo. Questa “messa in fase” definitiva nei Vangeli è designata dall’espressione “passione, morte e risurrezione”.
Quando il nostro tempo incarnato, completo del nostro vissuto, qualunque esso sia, si adegua in senso assoluto al tempo di Dio, ogni ora – comprese quelle difficili, complicate, perse, agitate, troppo veloci, troppo lente – si svela nella sua piena dimensione.
Questo dev’essere ciò che deve aver vissuto il bandito crocifisso accanto a Gesù: la sua vita devastata dal crimine si compie attraverso il riconoscimento del Cristo e passa in pochi istanti dall’inverno, all’ora, all’adesso della primavera. (Lc 23, 39-43).
Sembra un paradosso, lo so, ma perde tutta l’apparenza del paradosso se pensiamo all’altro bandito: sembra non riconosca il Cristo e non riesca ad appropriarsi del senso della propria ultima terribile vicenda, che addirittura lo accumuna a quello che sta lì accanto a lui e dice di essere il Figlio di Dio.
Qui affiora forse anche uno degli aspetti più tragici della libertà che appartiene all’uomo e alla donna: non volere riconoscere il Cristo, non mollare, non chiedergli neanche di presentarsi. Questo è il punto: non siamo noi a poter incontrare il Cristo, tramite i nostri ragionamenti, è Lui che si manifesta, ed è tanto delicato da farlo solo se uno lo cerca e glielo chiede …

Quando Gesù parla della sua prossima ora, non evoca una tragedia personale, parla dell’esperienza che – a vari livelli – conoscono tutti quelli che sono aperti alla vita.
Qualsiasi essere che circoli in questo mondo come una persona vivente e non come un morto che cammina, sa che sta andando verso la “sua” ora: un istante in cui sarà messo alle strette, interrogato, dove tutte le ore della sua vita, specialmente quelle che gli sembravano prive di senso, acquisteranno tutto il loro significato e saranno “giustificate”: l’ora in cui tutti i pendoli saranno rimessi all’ora esatta e dunque suoneranno al momento giusto.

Prima di arrivare alla sua ora, Gesù ha già conosciuto le ore dell’accusa, dell’ostilità. Sa qual è la posta in gioco: la vita di ogni essere umano.
La passione che si avvicina, la prova, la morte porteranno a compimento tutte le ore episodiche della sua esistenza terrena, così come accade per ogni persona: i molteplici episodi in cui siamo in contrasto con le logiche circostanti, in cui siamo malvisti, sgraditi, un giorno culminano in un “affare” più preciso e minaccioso: l’ora si avvicina, ed è l’ora in cui le scelte fatte a tastoni possono diventare scelte deliberate.
Si rischia, secondo le situazioni, la pelle, la reputazione, la posizione, la faccia, il futuro, la credibilità, si può andare verso un sì e verso un no e allo stesso tempo si ha la piena consapevolezza, di non voler agire diversamente.

Mentre Gesù passa da questo mondo al Padre, attesta che nulla è perduto nelle nostre vite, per chi resta nel Padre. “Chi perde la sua vita in questo mondo la conserva per la vita eterna”: perdere la vita, in senso lato, cioè nel senso di qualsiasi perdita che appaia impossibile da vivere o da tollerare, non è una rinuncia stoica al mondo o un atto di eroismo; è “sapere” che il mio pendolo sta scoccando l’ora esatta, quella che assicura la vita, perché lo Spirito ha già glorificato la vita e di nuovo la glorificherà. (Gv 12,28).

È un modo per dire che tutto finisce per sistemarsi?
Sì, perché è l’ora in cui le apparenze non hanno più corso. Si risorge. Ci vogliono “tre giorni”, un lasso di tempo, perché tutto questo si manifesti … e non tutti ci crederanno.
Gesù morì sulla croce e fu posto nel sepolcro dove rimase per tre giorni.
Quale puntualità è, quella del Padre? Quando Gesù viene crocifisso, i passanti gli dicono di scendere di lì, Lui potrebbe farlo se fosse veramente il Figlio del Dio!
L’ora del Padre è … una lieta continuazione, non giunge come un lieto fine alla maniera dei film romantici o della cavalleria all’ultimo minuto.

“Sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!” (2 Cor 6,9-10).
L’ora del Padre è quella in cui mi affido, chiedo e scopro di essere un uomo libero che non ha più dubbi su chi custodisca la sua vita.

Serpente di bronzo

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto,
così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo

Domenica, 14 marzo 2021 – Quarta Domenica di Quaresima
Vangelo: Gv 3,14-21 –

L’episodio del serpente innalzato da Mosè nel deserto è narrato nel Libro dei Numeri (21, 4-9).
A quell’epoca, gli Israeliti cominciavano a mormorare contro Dio e contro Mosè, pensando: abbiamo fame, abbiamo sete, ne abbiamo abbastanza di quello che Dio ci dà ogni giorno, non avremmo dovuto lasciare l’Egitto. Era meglio prima. Quello che era “meglio prima” coincideva in quel caso con la schiavitù in Egitto.
Penso che l’inerzia e il lamento sterile impediscano di cooperare al bene comune.
Si può mettere in dubbio che ogni cosa sia finalizzata al bene o, forse più oscuramente, essere inquieti di fronte a tutto il male del mondo. C’è anche chi deliberatamente coopera al male.

Anche oggi la gente si lamenta; non è poi così facile credere che qualcuno agisca disinteressatamente per il nostro bene. Succede. Anche se in precedenza abbiamo avuto chiare prove di essere stati benvoluti.
Un terreno simile offre occasioni di mordere a vari tipi di serpenti.

Tornando alla vicenda biblica quando gli Israeliti nel deserto si fanno prendere dal panico, vanno a cercare Mosè. Perché? Perché faccia qualcosa! Lui che è tanto bravo e sicuro della sua fede! E lui – Mosè – fa l’unica cosa che può fare: intercede presso Dio. Dio, interrogato, gli dà un antidoto, una specie di ricetta contro il veleno della bestia strisciante:

“Fatti un serpente e mettilo su un palo; chi è stato morso e lo guarda, resterà in vita.” (Numeri 21, 8).
In altre parole: “Il serpente ti morde? Guarda il serpente!”
Sembra che la soluzione non consista nel mormorare contro, nel commiserarsi, nel subire, e neanche nel tramare contrapponendosi.
La soluzione consisterebbe piuttosto nel guardare attentamente ciò che morde, ferisce, assilla. L’atto stesso del “guardare” salva.
Nel momento in cui ci sentiamo più deboli e guardiamo a ciò che ci fa stare male, in quel luogo preciso risuona sempre l’inizio della salvezza: “Adamo, dove sei?”
Là dove il serpente morde, da quel luogo arriva anche la liberazione; quando l’uomo guarda a quel luogo,  Dio persiste, dimora e affiora. Inoltre, assume tutte le forme attraverso le quali si esprime la tentazione: se il serpente insinua che Dio non dona e non salva, Dio si fa tale e invita a guardarlo. “Adamo, dove sei?” Lì comincia la redenzione. Gradualmente il panorama si schiarisce. Noi dovremmo essere “astuti come serpenti e semplici come colombe”, così dirà un giorno Gesù ai suoi discepoli (Matteo 10, 16); il criterio che fa la differenza tra la tentazione vissuta senza Dio e la tentazione vissuta con Dio, è proprio la presenza di Dio. Un serpente-con-Dio salva, un serpente-senza-Dio uccide.
Non esiste una “grammatica dei simboli” semplicistica nella Bibbia, del tipo “serpente = peccato”.
L’immagine del serpente è ripetuta più volte nel testo sacro.
Quando Mosè si avvicina al roveto ardente, sente la voce di Dio (Esodo 3-4). Il Signore lo manda dal suo popolo, perché ne diventi guida per l’uscita dalla schiavitù. Mosè è riluttante! Pensa di non saper parlare, che la gente non lo ascolterà, … tutto ciò che spaventa Mosè nella sua debolezza umana, diventa, quando accetta di usarlo per ordine di Dio, il segno stesso dell’autorità divina. Dio chiede a Mosè di gettare a terra il suo bastone, e il bastone diventa un serpente, poi gli ordina di prendere in mano quel serpente e il rettile diventa di nuovo un bastone (Esodo 4, 1-5). Il bastone e il serpente sono la stessa realtà nella mano di Mosè.
Mosè intercede quando i serpenti mordono il popolo, perché conosce la realtà del serpente domato, la forma della morte trasformata in strumento di azione vivificante.
Mosè conosce il metodo di Dio e Gesù insegnerà anche a riconoscere la tentazione-con-Dio, da quella senza-Dio: se ne vedano i frutti; l’albero lo riconoscerete dal frutto (Mt 7,20). Quando Dio chiama (“Adamo, dove sei?”) nel cuore stesso della tentazione e della morte e Adamo lo ascolta, allora, il serpente diventa un ramo fiorito, lo scettro del capo, un albero che guarisce.
“Prenderanno i serpenti nelle loro mani” dice Gesù Risorto per autenticare la missione di tutti i suoi discepoli a venire (Marco 16,18). Si riferisce così, tra le altre cose, alla storia di Mosè e Aronne: il discepolo che cammina nel nome del Signore vedrà i luoghi più velenosi diventare luoghi del Suo trionfo.

Quando noi guardiamo il crocifisso, pensiamo al Signore che soffre: tutto quello è vero. Ma ci fermiamo prima di arrivare al centro di quella verità: in questo momento, Tu sembri il più grande peccatore, Ti sei fatto peccato. Ha preso su di sé tutti i nostri peccati, si è annientato fino ad adesso. La croce, è vero, è un supplizio, c’è la vendetta dei dottori della Legge, di quelli che non volevano Gesù: tutto questo è vero. Ma la verità che viene da Dio è che Lui è venuto al mondo per prendere i nostri peccati su di sé al punto di farsi peccato. Tutto peccato. I nostri peccati sono lì.
Dobbiamo abituarci a guardare il crocifisso sotto questa luce, che è la più vera, è la luce della redenzione. In Gesù fatto peccato vediamo la sconfitta totale di Cristo. Non fa finta di morire, non fa finta di non soffrire, solo, abbandonato … “Padre, perché mi hai abbandonato?” (cf. Mt 27,46; Mc 15,34). Un serpente: io sono alzato come un serpente, come quello che è tutto peccato.
” Queste le parole di Francesco nell’omelia del 31 marzo 2020.

“Come il serpente di bronzo fu innalzato da Mosè nel deserto, così deve essere innalzato il figlio dell’uomo”.
Gesù annuncia la sua crocifissione come una “scena primitiva” di tentazione mortale trasfigurata in un incontro di gloria. C’è davvero un serpente su un albero, ci sono molte donne ai suoi piedi che stanno ascoltando, ma l’albero è la croce, il serpente è il Figlio, e le donne sono testimoni della vita data dal Padre: le prime ad accoglierla, le prime a portarla, a darla alla luce, a vederla risorgere.

Collera

Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe,
e i cambiavalute seduti al banco


Domenica, 7 marzo 2021 – Terza Domenica di Quaresima
Vangelo: Gv 2,13-25

Non mancano anche in questa Quaresima le pubblicazioni che esortano i fedeli a vivere la riconciliazione con il loro prossimo.
Se guardiamo al Gesù che fabbrica una sferza di cordicelle e rovescia tavoli, forse dovremmo pensare che c’è una differenza tra riconciliarsi e accettare l’inaccettabile.
Quando è giusto – e forse necessario – indignarsi fino a … rovesciare i “piani d’appoggio” altrui?
Una volta, nel mio zelo apostolico, ho offerto i vangeli da leggere a un amico non credente; li ha letti (cosa che già lo differenzia da molti cristiani) e mi ha poi così sintetizzato la sua impressione: “Una serie di rimproveri e di miracoli”. Impressione – ammettiamolo – un po’ parziale, comunque c’è del vero. Gesù spesso redarguisce, s’indigna, rimprovera; poi opera miracoli. Non fa “solo” questo, ovviamente, ma anche questo.
Noi discepoli, che d’altronde non facciamo miracoli, quand’è che ci dovremmo indignare? Davanti a cosa? Come riconosciamo il momento giusto per integrare questo sentimento nella nostra vita cristiana? Mi sembra che non essere capaci di indignarsi quando necessario equivalga a rendersi tacitamente complici dell’ingiustizia e contribuisca a mancare l’obiettivo finale; il significato del verbo “peccare”, in ebraico e in greco biblico, ha proprio il significato di fallire la mira mancando il bersaglio.

Gesù caccia i mercanti fuori dal tempio; secondo il Vangelo di Giovanni, questa è la prima manifestazione pubblica di Gesù adulto a Gerusalemme. Possiamo pensare che fosse solo infastidito dal fetore di tutti questi animali venduti, comprati, sgozzati? Oppure “soffocato” dall’aria della “capitale”?
No, perché Gesù agisce con premeditazione, prende il tempo necessario per mettere insieme una sferza di cordicelle e persegue il suo intento: caccia persone e animali, sparpaglia a terra il denaro, ribalta i tavoli. E pronuncia parole tanto sferzanti quanto le sue cordicelle: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato.” I suoi discepoli le ricorderanno molto tempo dopo, scoprendone in pieno il senso (Giovanni 2,22): la casa del Padre – quindi l’intero creato e non solo il tempio – non è un luogo di mercato. È chiaro? Non ancora, dipende dall’oggetto di compravendita: è sulla vita che non possiamo mercanteggiare. 
Un essere umano, una persona, richiede considerazione: dovremmo ricordare regolarmente di esserci, di non essere oggetti, né conseguenze di capriccio altrui; il luogo in cui ci troviamo, il nostro raggio d’azione, non è il campo di nessuno sul quale ciascuno può passare con la propria ruspa per fare ciò che ritiene più opportuno per sé.
Il regime della persona è la presenza, l’incontro e il dialogo come premessa per la riconciliazione e per la pacificazione. La vita è tutto ciò che è, è tutta la ricchezza che abbiamo, non c’è nulla che possa essere rifiutato, ma ogni situazione richiede l’instaurazione di un rapporto con qualcun altro: è l’inizio di un dialogo come premessa ad una relazione “giusta” con gli altri e implica la necessità di prendere del tempo per parlarsi, per accordarsi, per parlare di nuovo quando non ci si è capiti. Se ci troveremo davanti ad un … “orecchio da mercante” potrà succedere che ci sentiremo indignati.
Il tempio in cui risiede Dio, che sia l’albero della conoscenza, l’albero della vita, il tempio di Gerusalemme o una Persona, non è un luogo banale, dove è possibile pagare una tassa per avere in cambio una benedizione, un favore o un lasciapassare; non è un luogo dove si entra pagando con un bonus comitiva, nella speranza di trovare  uno specialista in Dio, pronto a sostituirci in ciò che tocca a noi compiere.
Nel tempio si entra per incontrare Dio e non ci sono istruzioni preconfezionate per il comportamento migliore o rituali già pronti, sostitutivi di un faccia a faccia personale.
Questa dev’essere la ragione della collera di Gesù: quando Dio come Persona viene ignorato, quando la macchina per vivere insieme funziona meccanicamente, da sola, come un ingranaggio automatico, quando l’”io sono” scompare, svanendo a favore del “si fa così”, “fanno tutti così,” “abbiamo sempre pregato così,” “ci chiediamo da dove vieni, se ignori che funziona così”, allora, forse, è venuto il momento d’indignarsi.
Riuscire a farlo quando una persona viene scambiata per un oggetto è al contempo una prova d’amore e la testimonianza che tutti gli esseri umani sono persone, che i dispositivi liturgici e sociali, soprattutto quelli oliati dal denaro, non salvano e non sono sufficienti.

Gesù aiuta le persone in pericolo di vita (quella vera); se non dicesse ai mercanti, ai cambiavalute, ai fedeli, ai farisei, ai sacerdoti che i loro meschini imbrogli non portano in alcun luogo, a che titolo lo considereremmo il Cristo, il Salvatore?
Gesù con la sua indignazione apre un orizzonte, manifesta quest’altra realtà che germina ovunque nella quotidianità e che chiamiamo Regno; nel Regno le persone vive vivono secondo logiche diverse da quella del mercanteggiamento sulla vita.
La collera di Gesù permette di bucare il guscio del “che ci trovi di male, se si è sempre fatto cosi”, riabilita tutti gli “invisibili”, che non hanno cittadinanza, che vivono secondo Dio, pur non avendo il bandolo della matassa in mano e tanto meno denaro e potere.
La zelo inaugurale del Cristo è una leva che fa cadere il rivestimento plumbeo delle meschinità consolidate come abitudini; è proprio grazie a questo zelo, a questa furia inaugurale che possono apparire in piena luce una prostituta massaggiatrice di piedi, un centurione romano fuori da qualsiasi logica spiritualizzante, un bandito crocifisso, alcune vedove inosservate, alcune persone tormentate dai demoni e infine anche i morti – quelli apparentemente viventi – in attesa di risurrezione.
Quando ignoriamo Dio e il Cristo come Persona, ignoriamo molte altre persone che sfuggono alle norme e alle forme.
Indignarsi vuol dire dare voce a chi non ha voce, è ricordare che esistiamo tutti, non solo qualcuno. La collera di Gesù non è una porta aperta verso un qualche tipo di guerra santa; al contrario segna la richiesta evangelicamente ineludibile di guardare verso tutti quelli che il mondo non vede, e in particolare verso coloro che una certa concezione di religione sistematicamente rifiuta alla maniera di chi indossa un impermeabile per ripararsi dalla pioggia.
Per alcuni che non amano essere scossi, che hanno arrangiato il loro piccolo mondo in base all’esclusivo proprio benessere o hanno creduto di adoperare gli altri come ombrelli contro il temporale, la collera di Gesù è inquietante. 
C’è un intero insegnamento biblico su questo sentimento. Mentre la parola collera fa paura, non spaventa invece, per esempio, la parola “amicizia”. È un gran peccato!
Ogni parola, qualunque essa sia, può essere pericolosa, se usata in contesti molto diversi: può essere ascoltata nella sua risonanza vivificante, nel significato del Regno, o può essere ascoltata nel suo senso umano, fin troppo umano. Gesù afferma di essere “amico” dei suoi discepoli (Luca 12, 4); Pilato che consegna Gesù ad Erode diventa “amico” di Erode (Luca 23,12): si tratta dello stesso termine in entrambi i casi e tuttavia sono due modi opposti di vivere l’amicizia. Per Gesù e il suo popolo l’amicizia è una relazione data da Dio, per Pilato ed Erode l’amicizia è complicità nel crimine.
La parola “collera” subisce la stessa sorte: può essere la collera di un manipolatore che cerca di spaventare l’altro e allora non ha assolutamente nulla a che fare con quella di Gesù, utile a rammentare l’esistenza di Dio e le persone dei “piccoli” sistematicamente dimenticati dal mondo. La prima distrugge la vita, la seconda la promuove.
Abbiamo un immenso tesoro di possibilità per esprimerci; questo è ciò che Gesù illustra continuamente; possiamo comportarci in molti modi, secondo l’ispirazione dello Spirito Santo che suggerisce gesti e parole utili nei momenti opportuni. A volte prevale l’indignazione e parliamo anche in modo sferzante, a volte restiamo in silenzio, a volte parliamo in segreto, a volte parliamo in pubblico, a volte restiamo, a volte ce ne andiamo.
Nulla ci viene negato e tutto è possibile quando lavoriamo per l’avvento della vita di Dio.

“Il Dio della gloria scatena il tuono.” (Salmo 28, 3).

Il Venerdì Santo si ricorda come la nostra esistenza materiale e spirituale – la nostra carne, che è la stessa di Gesù di Nazaret – possa essere offerta agli altri; donare la propria esistenza, la propria vita individuale ad un altro, significa anche che ciascuno ha la propria storia personale all’interno della quale potrà donarsi in un modo specifico che appartiene solo a lui ( o a lei); i modi di donarsi agli altri nella prospettiva evangelica sono tanti quanti gli uomini e le donne che abitano la terra.
Vite vissute in modi molto differenti l’uno dall’altro possono rappresentare lo stesso tipo di dono. Nel corso della storia molti cristiani si sono trovati nella condizione di offrire la propria vita in maniera radicale, fino al limite massimo consentito, quello rappresentato da Gesù che muore crocifisso: è il caso di tutti i martiri cristiani; piuttosto che rinnegare il Cristo e il suo vangelo hanno seguito l’esempio di Gesù di Nazaret.

Il Sabato Santo tutto tace: resta solo il silenzio. D’altronde, cosa si potrebbe dire davanti a Gesù morto sulla croce, sepolto e chiuso in una tomba?

Occhi per vedere

E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno,
se non Gesù solo con loro.
Domenica, 28 febbraio 2021 – Seconda Domenica di Quaresima
Vangelo: Mc 9,2-10

La trasfigurazione è un fatto miracoloso agli occhi dei discepoli. Assistere alla trasfigurazione è un’esperienza nota? Già vissuta? Rara? Improvvisa? Graduale? Serve allenarsi ad avere occhi per vedere? Ci sono esperienze propedeutiche?
Alcuni, credenti o meno, hanno già visto la trasfigurazione.
Se in una forma dell’essere dotata della parvenza dell’assolutamente noto, si manifestasse un aspetto completamente sconosciuto, potrebbe trattarsi di una realtà trasfigurata? Penso di sì, ma per avere la certezza che sia la stessa esperienza dei tre discepoli, questa realtà trasfigurata dovrebbe rivelare la presenza che è alla sua origine: Dio.
Non c’è da sbagliarsi; non si tratterebbe né di visione da santoni, né di stato alterato di coscienza, né di suggestione o altro del genere.

Sarà capitato a tutti di osservare a volte, nella carne fragile del creato, un fervore, uno splendore, un bagliore; forse ricordando questo fatto, possiamo provare a immaginare di cosa si tratti.
Il nocciolo della questione è che la carne, ovvero la materia che ci costituisce, testimonia continuamente la presenza in essa della vita, e insieme testimonia di non essere in alcun modo l’origine della vita che la anima.
La vita viene da altrove: dallo spirito che aleggia nel creato fin dall’inizio (cfr Genesi 1)
Ciò che a volte troviamo di bello in certi corpi avvizziti e vacillanti o nelle rughe dei volti provati dal tempo, è il segno della presenza di questa origine, mentre le apparenze “carnali” raccontano soltanto del logorio incessante del tempo, e di un decadimento inesorabile.
La carne, incapace di rendersi viva da sola, è abitata e rivelata dalla stessa vita che diede origine al creato.
Gesù oggi invita tre dei suoi discepoli a fare questo tipo di esperienza: percepire, nel suo corpo conosciuto, la luce di una vita sconosciuta che viene da altrove. Questa luce si manifesta ampiamente in tutto ciò che compone visivamente la persona di Gesù: il corpo e le vesti; si irradia sullo spazio intorno, nel quale altri possono “coabitare”; intorno a Gesù ci sono infatti Mosè ed Elia, mentre l’atmosfera è tale da incutere timore e Pietro dice: “E’ bello per noi stare qui”.
Si tratta quindi di una condizione non ordinaria del vivere, che Gesù ha deciso di rivelare ai tre discepoli; il visibile è il luogo del mistero. Nel visibile, che pochissimi sanno vedere, Dio si rivela quotidianamente.

Ci sono persone che, a volte senza conoscere Dio, sono consapevoli dell’origine della vita che anima i loro corpi; sanno che viene da lontano, che non la si controlla e non la si fabbrica. Lo hanno capito, lo sanno e basta, lo sentono col corpo, col cervello, col cuore e per questa ragione si aprono ad accoglierla con naturalezza.
Ci sono altri – e possono essere anche credenti – che immaginano di poter padroneggiare ogni esperienza, ogni dettaglio della loro vita, tutto quello che sono e tutto quello che possono sembrare agli altri. Ovviamente non sanno nulla della realtà trasfigurata, rimangono chiusi e quindi non ricevono nulla, la loro carne rimane affare privato, loro dominio. Probabilmente proprio di queste persone Gesù disse: “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti.”
Sono quelli che si lusingano di essere stati in grado di aver fatto derivare tutto ciò che sono da loro stessi e dalla loro intelligenza. C’è anche un modo di dire che denota questa modalità di pensiero, non a caso legato spesso soltanto alla condizione economica e al prestigio sociale: “Io mi sono fatto da solo.” Oppure (con tono di stima): “Quello si è fatto da solo!”
A pensarci bene è un’affermazione che può far sorridere.
Bisognerebbe forse ricordare il racconto di Matteo 4,1-17 nel passo delle tentazioni, quando Gesù, portato dallo Spirito nel deserto, viene “provato” per mezzo di visioni esorbitanti e “si vede” posto prima sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme e successivamente sempre più in alto, su un “monte altissimo”. Sappiamo che erano visioni provocate da forze oscure, che chiedevano in cambio qualcosa di orribile, oltre che di impossibile (Tutte queste cose io ti darò, se…).
Nel vangelo di oggi invece Gesù stesso conduce tre dei suoi discepoli su “un alto monte”, ma ai tre non viene chiesto assolutamente nulla, nessuna prova, e non viene fatta alcuna richiesta “esorbitante”; è proprio Gesù, invece, a manifestarsi nella Sua vera essenza, a rivelare la Sua origine, che è là, all’inizio, alla sorgente della vita; Gesù si rivela come figlio del Padre che è nei cieli; anche questo può intimorire, infatti Pietro e gli altri due discepoli si spaventano, non sanno bene cosa dire, cosa fare, finché quella grande visione non si trasforma per loro in una nube che li ricopre della propria ombra, mentre nelle loro orecchie rimbomba chiarissimo il senso di quel che hanno visto.
Gesù è trasfigurato. Oggi. Ogni giorno continua ad allenare i suoi discepoli a vedere gli esseri trasfigurati che ciascuno incontra lungo la propria strada; Gesù non solo ci addestra, ma ci insegna anche a distinguere e a contrastare la disgustosa finzione di chi vorrebbe essere adorato al suo posto. Il Cristo educa i suoi discepoli a vedere come Dio vede: alla luce dello Spirito di cui è ricolmo.
Dopo la trasfigurazione i discepoli tornano a vedere “Gesù con loro” – come sempre; nella prospettiva ordinaria non siamo sempre “vedenti”, non ci accorgiamo che la carne si trasfigura continuamente, eppure quando l’abbiamo vista una volta, ne conserviamo il ricordo e il Cristo è con noi. Egli chiede anche oggi, ai discepoli che per la prima volta hanno occhi per vedere, di non dire nulla; la trasfigurazione non è un miracolo isolato, è un condizione di vita e ci vuole del tempo per acclimatarsi ad essa prima di poterne parlare.

Ogni Eucaristia è nello stesso registro della trasfigurazione: c’è del pane, c’è del vino, c’è il corpo del Cristo, c’è la vita che brilla fin dall’inizio nei corpi visibili del nostro prossimo più prossimo.