Tutto quello che ho

Colui che viene a me non lo respingerò

Marco 12,38-44 – Domenica, 7 novembre 2021,
Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario

Il rapporto con il denaro appare in tutta la sua verità all’interno della cornice del luogo santo; le offerte sono benvenute, dall’antichità ai giorni nostri. Non c’è altro modo di gestire un santuario?
Ad ogni modo c’è dare e dare; seguiamo lo sguardo di Gesù.
Ancora una volta quello sguardo vede e svela ciò che passa inosservato: una donna povera, che non attrae l’attenzione di alcuno, viene a versare il suo obolo. Questa offerta può sembrare un po’ troppo poco, eppure Gesù sa che per quella donna si tratta di tutto quanto ha per vivere. L’espressione è molto forte. La parola greca adoperata, bios, designa vita e mezzi di sussistenza; le risorse della donna, in quel momento, si fondono con la sua sopravvivenza fisica: ha davvero dato tutto. Il suo stile non può quindi essere annoverato nel genere del fioretto: non si tratta in alcun modo di intenerirsi per il commovente obolo di una donna che sacrifica una parte di ciò che ha. Viene al tempio per offrire tutto: inosservata.
Questo è il modo di essere e di fare di Dio: dà la sua vita “per noi uomini e per la nostra salvezza”. Anche Lui – talvolta – passa inosservato.
Dio abita nel suo tempio ed è raggiunto da quelli che gli somigliano; non è solo, come alcuni dicono, una divinità nascosta di cui si potrebbe avere l’idea nel dispiegarsi grandioso di liturgie in suo onore. No: Dio è lì, in modo visibile e palpabile, nella persona che offre la sua immagine e la sua somiglianza a sguardi che possono vedere.
Secondo l’Antico Testamento, Dio proibisce di porre nel suo santuario qualsiasi rappresentazione: Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.(Es 20, 4); c’è sempre la tentazione di cercare Dio nel luogo sbagliato, magari in una statua, piuttosto che nel volto del prossimo. Sembra dire: “Impara a riconoscere chi mi somiglia: passo davanti ai tuoi occhi e neanche mi vedi”.
Il Dio che dà “la sua vita tutta intera” possiamo contemplarlo in questa donna che entra nel santuario e dà tutto ciò che ha per vivere.
Equivalenza ardita e veloce? Ma è lo sguardo di Cristo che seguiamo.
Uno sguardo conforme a tutto ciò che assomiglia alla realtà divina, cui esso stesso appartiene.
Lo sguardo sulla vedova illumina retrospettivamente l’inizio del Vangelo; quando Gesù scende nel Giordano, chi vede la colomba? Chi sente la voce?
Sono segni, spiragli di luce che solo la fede può schiudere. Ma qui non siamo nella metafora, la vedova non è una rappresentazione simbolica, la metafora è abolita: il dare è gesto materiale, tangibile, che rimanda a colui con il quale siamo sempre in debito. Noi siamo in debito della vita e dell’ambiente che ci circonda, ma non lo vediamo, perché viviamo nell’illusione di avere realizzato “in proprio” tutto ciò che abbiamo.
Quando si raggiunge il registro del “dare”, le metafore vengono abolite. Il Padre ha dato tutto, la vedova ha dato tutto: questi due si corrispondono, parlano l’uno con e per l’altro. Perché avvenga è necessario accedere allo stesso regime l’uno nei confronti dell’altro. Non vi si accede da soli.
Gesù è nel tempio e lì indica ai suoi la donna che ha dato tutto, come Lui stesso dà tutto.
Il tempio è distrutto quando non si raggiunge il regime del dare; il tempio verrà ricostruito in spirito e verità. Infatti, subito dopo la vicenda della donna povera Gesù annuncia l’imminente rovina del tempio e di Gerusalemme, mostrando la realtà apocalittica del mondo (Marco 13).
Dopo, inizia la passione (Marco 14); ad inaugurarla sarà un’altra donna, anche questa poco visibile agli occhi del mondo, quella che va a spargere un profumo prezioso: il suo gesto rimarrà scarsamente percepito, eppure “ha fatto una buona opera” e “dovunque sarà proclamato il Vangelo, nel mondo intero, verrà raccontato anche quello che ha fatto, come un memoriale di lei”(Marco 14, 6 e 9).
È vero.

La storia di cui parla la Bibbia è spesso intessuta di persone che nessuna cronaca riterrebbe di dover conservare; persone che sanno di avere un conto in comune con il Signore: sono proprio i “piccoli”, la Sua parentela, i Suoi eredi: sanno ricevere e sanno dare, sono i fratelli e le sorelle in Cristo. Chi sono i miei fratelli? (Mc 3,33). Quelli cui sono in grado di dare tutto quello che ho.
Forse solo in questo modo possiamo porre fine alla nostra peculiare vedovanza, così come la vedova ha trovato colui che sta davanti a lei.

Leggo questo Vangelo mentre i “grandi” della terra (G 20) gettano nella vasca di Fontana di Trevi la monetina da un euro coniata per l’occasione, come buon auspicio e augurio di prosperità.
Quale auspicio? Quale prosperità? E per chi? Per quale parte del mondo globalizzato?
Gesti scaramantici, romanticamente teletrasmessi in mondovisione e diffusi sulla rete. Non sarebbe stato il caso, prima di andare a Glasgow per la COP 26, di fare uno scalo a Lourdes?

L’invito è a passare dal regime dello spettacolo al regime dell’essere.

Io non lo caccerò

Colui che viene a me non lo respingerò

Giovanni 6,37-40 – Domenica, 31 ottobre 2021,
Trentunesima Domenica del Tempo Ordinario

Mi capita a volte di leggere, sulle tombe dei cimiteri, questa iscrizione: “Sia fatta la tua volontà”. Ogni volta mi chiedo quale sia stata l’intenzione di preghiera di chi ha fatto incidere queste parole. E se fosse una rassegnazione totale? Frutto di un sentirsi “schiacciati” davanti ad un destino inesorabile? Che finisce col rendere Dio il solo responsabile di ogni sofferenza, di ogni dolore, di ogni morte? Equivarrebbe a immaginare Dio come un dittatore davanti al quale è possibile solo piegarsi. 
Gesù afferma esattamente il contrario: “La volontà del Padre mio è che nessuno di quelli che mi ha affidato si perda, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno”.
Cosa significa? Primo, che uno degli aspetti di Dio è l’essere padre, secondo l’essere figlio, il terzo che il figlio non perderà alcuno, cui sia stata offerta la vita.
Dunque, se prego “Sia fatta la tua volontà”, nella mia intenzione non c’è alcuna rassegnazione, credo piuttosto che sia aperta la possibilità di soluzioni che io non sono in grado di vedere. In altri termini, siccome credo, sono sicuro che nessuno per cui prego “Sia fatta la tua volontà” si perderà.

Quindi qualcuno potrebbe perdersi? Forse sì. Perché, vivendo in un mondo duro, dove c’è sempre qualcuno che tenta d’instaurare regole avverse alla vita, perdiamo di vista di essere parte di quel “quanto” che egli [Dio Padre] ha dato al Cristo.
Basta rileggere il Vangelo per notare che tutte le azioni di Gesù sono compiute a favore della vita: gesti di pietà, gesti di misericordia, gesti che indicano tutti la stessa finalità: trattare l’uomo con amore, mettendo in luce la sua dignità, la sua bellezza; ovunque ci sia un soccombente, si tratta di aiutarlo a rialzarsi. Guardando con altri occhi la fragilità umana.

“Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò”. (Gv 6,37)
C’è una sola tentazione che può far perdere l’uomo; questa trova la porta aperta, se nutriamo l’idea che il “tutto” che il Padre dà al Cristo, sia negato a qualcuno per volere dello stesso Padre.
Se anche qualcuno non ha fede, altri l’avranno. L’incredulità non annulla gli scopi della pietà divina. Per questo Gesù può dire che non respingerà nessuno; paradossalmente, si può mettere fuori solo ciò che è già dentro. E chi può essere messo fuori dall’intero regno di Dio, tranne colui che ostinatamente lo voglia?

Giorni fa ho assistito ad un dialogo interessante tra Tizio e Caio a proposito di dentro e fuori in relazione ai muri, generato dalla proposta di 12 Paesi Europei di costruire altri muri e recinzioni. La citazione più diffusa sul web da questa lettera sottolinea la richiesta di “nuovi strumenti che permettano di evitare, piuttosto che affrontare in seguito, le gravi conseguenze di sistemi migratori e di asilo sovraccarichi e capacità di accoglienza esaurite, che alla fine influiscono negativamente sulla fiducia nella capacità di agire con decisione quando necessario.”
Il dialogo tra Tizio e Caio suonava pressappoco così:

Tizio: “Ti ricordi, come s’indignava il mondo libero, per il muro di Berlino? E dell’esultanza per il suo crollo? E adesso ne vogliamo costruire altri?”.
Caio: “Che c’entra il muro di Berlino, adesso? Lì si voleva tenere la gente dentro! E il mondo libero la voleva tirare fuori!”

Tizio: “Il mondo libero la volevo tirare fuori? Ma davvero?”
Caio: “Da una parte del recinto c’era la democrazia, dall’altra una dittatura!”

Ne ho dedotto che Caio, democratico-anticomunista-cattolico, era a favore dei muri; Tizio, intellettuale-ironico-progressista, contestava debolmente la necessità di erigere altri muri.
In breve Tizio e Caio transitando per il dialogo sono passati all’ideologia, con lo stabilire una misera teoria: qualche muretto ci vuole, perbacco! Ne hanno il diritto: in fondo, in fondo c’è un tener fuori perbene e un tener fuori triviale! Un chiudersi dentro oculato e uno infame!
L’Unione Europea, come qualcuno ha detto, dopo infuocate discussioni sulla missiva dei 12 Paesi, – e con molta severità – ha deciso di non decidere. Insomma: che ognuno paghi i propri muri!

Ora mi pare che se uno esercita la volontà di separare due ambiti, sicuramente ne risulterà un confine, un dentro e un fuori. Ci sarà chi coltiverà la siepe, e poi, casomai, chi erigerà il muretto, la muraglia, il filo spinato. A questo punto tutti rimangono prigionieri della propria prospettiva.
Né Tizio, né Caio, disgraziatamente, possiedono un vocabolario atto a conciliare il dentro e il fuori, tagliando la miccia della polveriera su cui siamo seduti.
Come faremo, noi della vecchia Europa, che abbiamo una mente ormai tremante, dimentica del passato e ambiguamente protesa verso il futuro, avendo perso il senso della nostra provenienza?
Forse che venendo a Cristo ci avvicineremmo a qualcuno che ci vuole bene per un po’, prima di mandarci via definitivamente? Se così fosse stendiamo un pietoso velo sulle radici cristiane europee, e ammettiamo finalmente di non averci mai creduto.
Il fatto è che l’assenza di fede, sia pure di una fede tiepida che arriva a considerare utopici i valori evangelici, determina uno spirito di servitù e di codarda paura; che è divisivo, che respingerà qualcuno, cacciandolo fuori. Arriviamo all’aberrazione: chiunque sia al di qua della siepe vuole ostinatamente dichiararsi estromesso dalla fraternità umana e lo fa cercando di estromettere il fratello.
Occorre allora assumersi la responsabilità del respingimento, del cacciare fuori, dell’estromettere, e comprendere che rappresentano l’esatto contrario del valore evangelico. Non basta rivendicare di essere cristiani per potersi dire tali, occorre anche agire in comunione con Cristo: “Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, io non lo caccerò fuori.”

La vecchia Europa ha bisogno di ripetere tra sé e sé anche la lezione di San Paolo:
“Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo, né libero; non c’è più uomo, né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. (Gal 3,28).

Un augurio per la Festa di Tutti i Santi e per la memoria sacra di tutti i defunti, anche quelli nel Mar Mediterraneo.

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Quale Bartimeo?

Si fermò e disse: “Chiamatelo!”

Marco 10,46-52 – Domenica, 24 ottobre 2021,
Trentesima Domenica del Tempo Ordinario

Ecco una buona notizia: Bartimeo, il cieco, ha riacquistato la vista.
Non mendica più ai bordi della strada; segue Gesù.
Ha fatto un gran rumore per attrarre l’attenzione, per ottenere la guarigione; tutti hanno cercato di zittirlo, ma lui ha insistito. Quando finalmente Gesù passa accanto a lui e dice di chiamarlo, quello balza in piedi, getta il mantello e si precipita. La sua fede lo salva.
Il grido di Bartimeo è: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”

Si tratta di un miracolo che risalta per le parole con le quali viene narrato, non per un gesto particolare compiuto da Gesù, come in altre situazioni analoghe. Bartimeo passa così dallo stato di oggetto, posato sul ciglio della strada, come un mucchio di stracci che funge da arredo urbano, alla condizione eretta: un uomo in piedi, che, improvvisamente, spinto da una motivazione fortissima, si precipita, ottiene ciò che chiede e si mette sulle orme del Maestro. 
Il miracolo non è solo quello della vista riacquistata. Da una parte, Bartimeo diventa uomo, riconosce il suo male, impara a mettersi in piedi, a muoversi e a scegliere; dall’altra qualcuno impara a farla finita con il mettere a tacere per principio chi esprime autenticamente, seppur gridando, il proprio malessere.
A chi vuole zittire l’uomo Gesù dice: “Chiamatelo.” Non: “Vado a chiamarlo”, ma “Chiamatelo. “
Succede spesso che qualcuno gridi e si tenda a farlo tacere solo per rimanere tranquilli, per indifferenza. In questo brano viene fatto chiamare proprio quello che grida; Bartimeo chiede pietà. Soltanto pietà. Ancor prima della connotazione tutta cristiana integrata in questa parola, la pietas è la qualità dell’homo pius, che rispetta e onora il legame transgenerazionale e gli dèi: pio è Enea, l’eroe troiano, che lascia Ilio in fiamme, distrutta e saccheggiata, portando sulle spalle il vecchio padre Anchise e tenendo per mano il figlioletto Ascanio. Nell’antichità, e per la nostra cultura da lì proveniente, Enea è l’eroe pio per eccellenza, che vince l’istinto di continuare a combattere e morire con gli altri in una battaglia ormai finita in sconfitta (i Greci hanno sconfitto i Troiani). Rinuncia a morire in battaglia, perché per lui è più importante la vita della progenie.

Bello che la giornata missionaria mondiale sia proprio oggi! Il messaggio di papa Francesco è preso da Atti 4,20: “Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”. È qui che la nostra pietas si fa propriamente cristiana.
Esistono fiumi di interpretazioni sulle parole di Bartimeo. Per alcuni il figlio di Timeo, – il figlio di colui che è tenuto in grande pregio, secondo la traduzione dall’ebraico per la prima parte del nome e dal greco per la seconda (timao = stimare, onorare, tenere in grande pregio) – saluterebbe in Gesù il Figlio di Davide, ovvero quello che, uscito da una certa tribù israelita, ci si aspettava dovesse condurre alla liberazione tutto il popolo d’Israele attraverso una lotta politica.
Gli stessi discepoli, in un primo momento, avrebbero frainteso il Maestro che stavano seguendo.

Chi conosce la verità su Gesù? Forse siamo tutti ciechi e mendicanti, ma sicuramente il Nazareno non proclamava una verità da battaglia politica di tipo rivoluzionario. La pietà cristiana è un’altra cosa e riguarda un livello che, se non è tenuto in debita considerazione, cioè “onorato”, causa il degrado e l’imbarbarimento della chiesa (e della società civile) tutta.

Chi si ribella oggi? Chi sta gridando e guarda al Nazareno, sbagliando prospettiva? Non so, ma sicuramente se siamo tra questi, stiamo facendo una gran confusione.
L’uomo chiama Gesù, grida, e grida ancora più forte quando gli viene detto di tacere, perchè sa che Gesù avrà pietà di lui e lo guarirà. Gesù, a sua volta, non lo zittisce, lo fa chiamare; alcuni si svegliano e obbediscono: chiamano Bartimeo per portarlo da Gesù, come Gesù ha chiesto.

Pensiamo a tutte le volte che abbiamo detto “Ci chiamiamo” per telefono, come per dire “Poi ci sentiamo, ci aggiorniamo”, e poi non lo abbiamo fatto. Nessuno ha chiamato qualcuno. In questo vangelo è il contrario: tutti chiamano il figlio di Timeo, il figlio dell’uomo che è tenuto in gran conto. La chiamata di Bartimeo e la chiamata di Gesù si sono incontrate nella folla dei molti che hanno fatto la loro parte: un vero miracolo.
Molto probabilmente non tutti quelli che gridano il loro malessere lo fanno per fede e perché vogliono essere guariti, ma questo noi non lo sappiamo.
È la chiamata del Signore che conferisce valore e restituisce l’onore tolto. A quella bisogna prestare ascolto e lo possiamo fare solo se siamo pii.
Ancora una volta non bisogna sbagliare battaglia, non bisogna combattere l’avversario errato: il nostro avversario è la nostra personale mancanza di pietà. 
Anche noi potremmo essere lì, come oggetti sul ciglio della strada, arredi urbani, frequentemente in errore. Talvolta gridiamo: stiamo chiedendo pietà? Potremmo essere ciechi, come Bartimeo.
L’unica certezza che abbiamo è che il Cristo si ferma perché siamo “figli d’onore”, figli tenuti in gran conto, in gran pregio, proprio come Bar-timeo. E manda a chiamare, fa chiamare.
Chi di noi si sta precipitando, certo di riacquistare la vista?
“Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”.
Ma cosa e chi abbiamo visto e ascoltato? Quale Bartimeo?

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Discernere prima di desiderare

Voi non sapete ciò che domandate

Marco 10,35-45 – Domenica, 17 ottobre 2021,
Ventinovesima Domenica del Tempo Ordinario

Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, si avvicinano a Gesù e gli chiedono: “Concedici di sedere, uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra, nella tua gloria” (Mc 10, 35).
Leggendo questo testo, siamo sempre più o meno imbarazzati dall’audacia dei due fratelli. Non possiamo fare a meno di trovare la loro preghiera “un tantino fuori luogo”. Tuttavia, Gesù non rimprovera Giacomo e Giovanni, accetta questo approccio senza rimproveri e senza giudicarli, mentre gli altri discepoli s’indignano.
I figli di Zebedeo desiderano occupare i posti a sinistra e a destra del Maestro, quando questi sarà nel suo regno, vogliono da ora la sicurezza di un simile privilegio futuro; effettivamente nella Scrittura incontriamo spesso la promessa di Dio riguardo un posto nella gloria per i salvati.
Nel primo libro di Samuele, leggiamo: “Innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo e assegnare loro un seggio di gloria. Perché al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi fa poggiare il mondo.” (1Sam 2, 8). Essendo certi di questa promessa regale, possiamo legittimamente desiderare la sua realizzazione.
Tuttavia, c’è un prezzo da pagare – non a Dio ovviamente – ma alla gelosia degli uomini. Sappiamo che fin dall’inizio abbiamo una questione da risolvere, simboleggiata dalla figura di Caino: gli esseri umani d’istinto sono gelosi e aggressivi. Dobbiamo/possiamo bere il calice che il Cristo ha bevuto? Dobbiamo/possiamo essere battezzati nello stesso battesimo?
Il discorso prosegue e Gesù sottolinea che la logica del regno del Padre non è la stessa che vige tra gli uomini, perché nel Suo Regno chi vuole essere primo, ha come proprio fine il servizio al prossimo per glorificare il Padre, chi vuole essere primo deve farsi ultimo.
La gloria di Gesù è legata al mistero della Sua incarnazione, al mistero del Suo farsi prossimo all’umanità, al mistero della Sua passione e della Sua resurrezione.
Gesù sarà glorificato, dopo aver svolto in terra l’opera assegnatagli dal Padre; il Cristo ha un posto nella gloria di Dio e ne informa i discepoli in modo chiaro, esattamente nel momento in cui inizia la sua passione; durante l’ultima cena, quando Giuda si alza e abbandona la tavola Gesù dice: “Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te…” (cfr Gv 17,1-5).
La passione e la gloria sono quindi inseparabilmente mescolate nella vita di Cristo. A differenza che nel mondo, dove il successo di coloro che sono ritenuti capi viene dall’istinto di dominio, e dove i “grandi” esercitano il potere, nel Regno del Padre i capi (i primi, i grandi) si fanno ultimi e servi degli ultimi. Questo è il senso del cristiano donarsi senza riserve al prossimo, ad maiorem Dei gloriam: per glorificare il Padre.
Non è certamente apologia della sofferenza; il dolore è dolore e la nostra sofferenza non è di per sé redentiva, ma la nostra fede può darle un senso e il nostro guardarla con gli occhi di Dio la trasforma in redenzione.
Ogni lotta del mio corpo, ogni battaglia della mia anima, tutte le mie battaglie, se sono in comunione con Dio, se svolgono il compito che sono stato chiamato a svolgere, glorificano il Padre e saranno glorificate dal Padre. Nessuna sofferenza sarà stata vana. Anche se il mondo s’impegna con tutte le sue forze a vanificare la vita e le sofferenze degli ultimi, non mi preoccupo di quale posto occupo o occuperò nella vita eterna.
San Paolo, nella lettera ai Romani, afferma: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre! … Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi”. (Cfr Rm 8,15-18).
L’eredità è data, c’è, non deriva dall’essere “grandi”, la sofferenza c’è, ma non è il Padre che chiede il sacrificio, non è il Padre che chiede il riscatto, né quello del Cristo, né il nostro.
Il riscatto è pagato al mondo, all’istinto di dominio (e al delirio di onnipotenza) degli esseri umani.
È la morte dell’uomo che esige il prezzo della vita. Come sempre occorre essere attenti e saper discernere, in altri termini non prendere lucciole per lanterne rischiando di sbagliare nell’individuare il vero nemico.

Non è morto Dio, come qualcuno ha detto, è morto l’uomo: mi sembra anche molto evidente guardando a ciò che è sotto gli occhi di tutti.

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Fiducia in riserva

«Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».

Marco 10,17-30 – Domenica, 10 ottobre 2021,
Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario

Gesù, dopo aver discusso con un certo brio in mezzo ai farisei su cosa sia la relazione tra uomo e donna, ha fatto un bagno di folla; alcuni genitori hanno portato davanti a Lui i propri figli perché li benedicesse; li ha benedetti, li ha abbracciati e ha colto l’occasione per completare il Suo insegnamento invitando tutti a “ricevere il Regno come dei bambini”.  Era il Vangelo di domenica scorsa.
A questo punto della narrazione si presenta un “tale” che non ha avuto la possibilità o non ha osato intervenire prima, e, incapace di resistere, pone finalmente la fatidica domanda:
«Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Dev’essere credente, un uomo pio; fin dalla giovinezza ha creduto nei comandamenti, li ha rispettati e messi in pratica: è un vero israelita; parla la stessa lingua di Gesù, il decalogo. Ma ora, come dice anche Paolo, da quella Legge sembra derivare una pratica che giunge ad estremi di coerenza. Forse difficili da guardare.

Osservare i comandamenti fin dalla giovane età, a cosa porta? Dovrebbe soddisfare i requisiti essenziali della fede. Il nostro “tale” ha sempre fatto tutto bene. In che cosa si potrebbe biasimarlo?
Anche oggi, come quel “tale” zelante e pio, tutti facciamo questa esperienza: l’osservanza della Legge lascia sempre un retrogusto di incompiuto, una sorta di insoddisfazione dovuta alla sensazione del limite.
Ecco allora che Gesù propone una cosa folle: il “tale” venda quello che ha, dia i suoi averi a chi ne ha bisogno, diventi finalmente ricco di un tesoro incommensurabile, e poi … cominci a mettere un piede davanti all’altro, sapendo solo di muovere passi sulle orme del Cristo.
Ecco una decisione fondamentale per chi sente un desiderio che va oltre l’osservanza della Legge.
Cosa insegna Gesù a quel “tale”?
Una “Legge” che conduce alla vita: mi insegna a non regolare i miei affari da solo, come fossi l’unico nato da donna sulla terra; a non cercare di salvare la mia pelle facendo affidamento solo sulle mie forze. So che non salvo la mia vita da solo, perché lo farà qualcun altro, che chiamo Padre. Questo Padre offre nelle mille circostanze della mia esistenza quotidiana i suoi percorsi originali e insoliti. Non obbedisco alla Legge come fine in sé, obbedisco per scoprire concretamente il Padre.
Tuttavia, come mai Gesù insegna che è più facile per un cammello passare per la cruna d’un ago, che per un ricco accedere alla vita eterna?
Il fatto è che mi posso permettere di vivere in povertà perché il Padre mi manda ogni giorno lo Spirito che traccia il cammino.

C’è un modo di essere ricchi (e per ricchezza intendo l’abbondanza di qualsiasi avere: danaro, potere, successo, ma anche sapere, conoscenze, abilità) che assomiglia al modo di quel “tale” di osservare scrupolosamente la Legge: uno si convince e crede di essere incontestabile: “Ho quello che serve, faccio quello che serve, in che cosa mi si potrebbe biasimare?”
A questo punto del ragionamento in genere la propria ricchezza, esteriore o interiore, è già divenuta un alibi, un argomento per esistere sempre altrove da dove si è.
Spesso ho a che fare con persone che la sanno molto lunga su tutto: sono così ricchi di conoscenza che io davvero non posso dire una sola parola, senza che citino questo o quell’altro libro sullo stesso argomento, chiedendo dettagli sulle date, sulle citazioni esatte di un versetto della Bibbia, dando inizio ad un dibattito e a mille imprescindibili precisazioni, in base alle quali la ricchezza di conoscenze si trasforma da una risorsa per il miglioramento di tutti, ad un utile di tipo individuale, che blocca la comunità.
Il brano di oggi svela perfettamente l’ambiguità del desiderio umano; ci pone alla presenza di un uomo che crede di desiderare la “vita eterna”. Già dalle sue prime parole si intuisce la duplicità del suo desiderio: erede di grandi beni, desidera anche quell’altra “eredità”, la vita eterna. Il resto della storia rivela perfettamente quale dei suoi due desideri – mantenere la sua ricchezza e il suo status sociale o avere la vita eterna – sarà il più forte. All’inizio, il “tale” stesso ignora dove vada veramente il suo desiderio e quando lo scopre, (grazie all’insegnamento di Gesù), incapace di superare quell’ostacolo, continua a camminare da solo. Nel frattempo, noi impariamo che la ricchezza da sola, di qualsiasi tipo, non è in grado di dare la felicità; il che non significa ovviamente che la miseria possa essere utile; sia la ricchezza che l’indigenza non sono persone… non possono fare nulla per noi.
La relazione con gli altri, in senso cristiano, equivale a “seguire il Cristo” ed è al centro della “Legge”. L’amore, il bene comune, viene poi preferito a tutto. Ma perché si possa provare a realizzare un’etica simile occorre un elemento imprescindibile: la fiducia nell’altro.
Se questa non c’è…possiamo ritornare tristi sui nostri passi. E non saremo peggiori del “tale” pio e zelante del Vangelo, ma il nostro reale desiderio sarà davanti ai nostri occhi. 

Nei versetti 23-25, Gesù oppone gli aggettivi “facile” e “difficile”, che diventano poi sottilmente, un’opposizione tra “impossibile” e “possibile”.
Forse il fallimento del ricco nasce proprio dall’illusione di “dover fare qualcosa in più per ereditare la Vita” (v. 17). Come una spada a doppio taglio, la Parola di Dio mette a nudo le intenzioni e i pensieri profondi di chi la ascolta. Alla fine dell’incontro con questa Parola, ciascuno di noi potrebbe essere messo a confronto col proprio reale desiderio e potrebbe scoprire cosa non vuole abbastanza.
Si tratta di un invito a passare dalla preoccupazione di “essere in regola”, alla familiarità con il nucleo fondante dell’identità di ciascuno, che, proiettandosi nel volto degli altri, ci trasforma tanto, quanto glielo permettiamo. Cade così la nostra psicologia superficiale con tutte le sue illusioni ed emergono le nostre ferite e le nostre intenzioni velate. La tristezza – o peggio, la moderna depressione – risultano causate dall’ambiguità di quel desiderio e dalla scelta di non amare, per non rischiare. La paura di perdere la ricchezza (materiale, psicologica, intellettuale che sia) segnala un tipo di indigenza che è l’opposto della fede: il dubbio di non essere abbastanza, di non valere, di essere trascurabili. Nessun tipo di ricchezza potrà risolvere questa incertezza.

Ci leghiamo così a ciò che ci fa apparire, con ciò rinunciando alla nostra personale ed essenziale verità di uomini e donne liberi, da una parte chiudendo le porte alla vita, dall’altra ripiegando sull’idolatria.
In questa situazione “Chi può essere salvato?”, si chiedono gli apostoli. Nessuno?
Gesù ci invita prima all’osservanza della Legge, ai “comandamenti”, e poi ad andare oltre attraverso una risposta amorosa. Il giovane ricco – un altro esemplare umano che si ripresenta invariato nel tempo dentro e fuori il recinto – deve lasciare l’attaccamento a tutto ciò che ha come nel Vangelo di domenica scorsa bisognava lasciare il padre e la madre per essere uno con la persona amata.

Spetta a quel giovane passare alla nuova Alleanza, cioè dalla Legge all’amore. Non si affida la vita ad un testo scritto, ma ad una persona nella quale abbiamo fiducia.
“Vieni e seguimi” è una chiamata matrimoniale, per la quale ogni uomo deve “lasciare suo padre e sua madre”, tutta la sua eredità, tutto ciò che costituisce il suo passato, tutto ciò su cui contava.
È lo stesso percorso degli Apostoli quando decidono di seguire Gesù.
È sempre necessario lasciare “Ur in Caldea”, per incamminarsi verso la terra promessa; durante il cammino si fa il possibile, sapendo che non c’è un impossibile “in più” che qualcuno pretende, ma anche che “tutto è possibile presso Dio”.

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Essere insieme

Marco 10,2-16 – Domenica, 3 ottobre 2021,
Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario

Visto che i preti parlano di matrimonio da secoli senza averne esperienza diretta, oggi lo farò anch’io …
Alcuni farisei si avvicinano a Gesù per metterlo alla prova; mi sembrano uomini che chiedono di potersi sbarazzare delle loro mogli e probabilmente sono gli stessi che porteranno a Gesù una donna colta in flagrante adulterio (Gv 8,3-11), dicendo che Mosè aveva loro ordinato di lapidare donne di siffatto genere… Già, ma in quel flagrante reato sfugge il “complice” maschile, perchè sembra sempre che i maschi, in questo genere di cose, non abbiano alcuna responsabilità. Finalmente un uomo – Gesù – si mette a terra – sullo stesso piano? – con la condannata, e … corre insieme a lei il rischio di essere lapidato. È il Cristo che si fa peccato non perché sia peccatore, ma perchè entra nei panni dell’uomo da tutt’altra prospettiva.

Nel vangelo di oggi Gesù dice ai farisei che Mosè aveva emanato quella regola a causa della durezza del loro cuore. Quindi, si rivolge ai cuori di pietra dei farisei di tutti i tempi, che in genere sono sempre pronti a tendere trappole. Costoro affermano pretenziosamente di conoscere il bene e il male, il conveniente e lo sconveniente, ciò che offende Dio e ciò che lo lusinga; a questi maschi-maestri-ciechi, Gesù fa capire che sono un po’ confusi, cioè confondono loro stessi con Dio e interdicono e ordinano in Suo nome. Gesù li espone così al cospetto del Signore, sottraendo loro lo scudo di qualsiasi norma, che esuli dalla legge dell’amore. Ricorda infatti che, all’inizio, uomo e donna furono creati diversi, perché divenissero una sola carne e ciò che Dio unisce, l’uomo non può separarlo; l’uomo e la donna non hanno alcun potere generante, originario, fondante sia nel creare, sia nell’unire, sia nel separare. In effetti, chi può affermare di conoscere e di poter decidere in senso assoluto ciò che è unito nella carne? Questo mistero è grande: chi può sapere quando due esseri formano una sola carne? Chi potrebbe dire che questi esseri lì sono uno? Quando e in quale momento della loro storia? Tra chi si realizzerà questa unione e fino a quando? È unito ciò che Dio riunisce, e non ciò che gli uomini o un’istituzione sanciscono. 

Credo che la comunione nella carne richieda partner situati nell’attitudine a dare, non a dominare; partner disposti a servire la vita dell’altro e non ad utilizzarla. 
Le coppie che fanno una sola carne, in questa comunione nella salute e nella malattia, si liberano dalla passione individuale, per situarsi nel “voler amare”, nel voler dedicare la propria vita a questo, nel desiderio della felicità e del bene dell’altro: argomento complesso, che non inneggia senz’altro alla rinuncia del rispetto o della cura per se stessi, ma svuota di valore qualsiasi sentimento “coniugale” che non sia orientato al bene dell’altro. Se sono “coniugato” veramente, sono anche unito in una sola carne. In ipotesi, perfino nella sofferenza dell’altro che se ne va.

Ad aiutarci nella riflessione viene anche la prima lettura tratta dal Genesi, alla quale Gesù rimanda e che offre indicazioni da non travisare come fossero l’enunciazione di una teoria sul rapporto maschio-femmina; non si possono scaricare sul testo le domande del femminismo e del dibattito transgender del XXI secolo. Siamo davanti ad una poetica della relazione e non davanti ad un codice giuridico ancora in assenza di un’etica adeguata e condivisa.
Il lirismo di Genesi dà spunti di riflessione, se non altro per il nome dato all’uomo e alla donna. Adamo viene dalla terra, dal simbolo del femminile per eccellenza; Eva viene dalla carne già animata di Adamo, creata simile e in funzione di aiuto. In altri termini, Eva senza Adamo sarebbe inconcepibile, ma è vero anche il contrario, Adamo senza Eva sarebbe altrettanto inconcepibile. Il racconto di Genesi è strutturato per sottolineare l’intento unitario originario, che non è sottoposto a qualche variazione decisionale nel tempo storico. La divisione tra uomo e donna, in Genesi 3,12 e 3,16, è data come frutto dell’errore. “In principio”, dice Gesù, cioè nel proposito di Dio, le differenze sono destinate ad essere unite, non ad essere separate.

Ma cosa succede se si continua a leggere il testo? Dopo il peccato originale, inizia una catena di conseguenze: scoperto l’errore, Adamo incolpa Eva, e in certo senso anche Dio che gliel’ha messa accanto, scaricando così la propria responsabilità sulla donna; Eva ammette di essersi fatta ingannare e scarica la colpa sul serpente. Il pasticcio è fatto. In tutto il racconto non sfugge però che i termini usati per indicare il dominio dell’uomo sulla donna in Genesi 3,16 somiglia molto al dominio sugli animali concesso all’uomo in 1,26, e che, allo stesso tempo, facendo uscire la donna dalla costola dell’uomo, l’autore biblico introduce un’immagine opposta a quella della nascita ordinaria di ciascuno di noi dal grembo femminile.
Vendetta patriarcale? Invidia dell’uomo, che non può fisicamente partorire? Come qualcuno ha sostenuto?
Rimane comunque curioso il destino biblico di Adamo ed Eva; potremmo perfino sostenere che la condanna ricevuta da Eva sia meno tremenda di quella inflitta a Adamo. Come confrontare l’insidia al calcagno, i dolori del parto, la perenne preoccupazione intorno all’uomo, con la difficoltà continua nel procacciarsi di che vivere, la fatica del lavoro e soprattutto la fine ingloriosa? Del maschio si dice che è “polvere” e che “in polvere ritornerà”. (3,19).
Se di vendetta patriarcale si tratta, Adamo è messo molto male, perchè di Eva si dice “vivente” e di “Adamo”, polvere prima e polvere dopo.

Il testo di Genesi 2 presenta l’unità dell’uomo e della donna come una conquista: “Diventeranno una sola carne”. L’unità è dunque data come un “possibile”, un “fare”, ed è l’uomo che deve “muoversi”, è l’uomo che deve lasciare suo padre e sua madre (Gn 2,24) in un affrancamento continuo dalla sua natura di figlio piccolo; la donna esce dall’uomo e tuttavia è l’uomo che deve partire, lasciare le sue radici, per raggiungerla.
Gesù cita questo testo e tutto va nella direzione non della divisione, ma dell’unità.
I farisei – loro – introducono una doppia divisione: prima la rottura del “ripudio”, ma anche una rottura più sottile: lo statuto esistenziale dell’uomo e quello della donna sono considerati talmente diversi, che i farisei contemplano la possibilità del ripudio solo da parte dell’uomo.
Cristo – finalmente un Uomo – ripristina l’uguaglianza, parlando anche del ripudio dell’uomo da parte della donna, ma non rimane sul piano giuridico dei farisei. Queste rotture sono il risultato della “durezza di cuore”, cioè del peccato. Gesù parla di conflitto solo per proiettare l’immagine dell’unità da conquistare. È questa unità che ritengo essere la proposta del Cristo.

Quello che uomini e donne devono attraversare è tipico dell’intera avventura umana: ogni qual volta troviamo divisione, la soluzione sta nel camminare verso un’unità possibile, una grossa scommessa, ma non riusciremo mai a superare le nostre divisioni e la nostra violenza (tra stati, classi, popoli, culture e religioni) se prima non avremo superato la prima tra le divisioni: quella tra uomo e donna. Questa unità non è né fusione, né livellamento, ma articolazione delle differenze, come in un corpo vivente.
È essere insieme. 

NB: Immagine di copertina, fonte

Corpo a corpo

Marco 9,38-43.45.47-48 – Domenica, 26 settembre 2021,
Ventiseiesima Domenica del tempo Ordinario

Qui la prospettiva non è più morbida di quella di domenica scorsa.
Tagliarsi una mano, un piede, cavarsi un occhio. Sul serio? Una nuova legge basata su pratiche crudeli, arcaiche e autolesionistiche? No, per fortuna: Gesù parla la lingua della Bibbia.
Nell’Antico Testamento difficilmente troveremo un termine che indichi il corpo nel suo insieme; si nomina piuttosto quella parte del corpo che compie l’azione o il gesto principale nel contesto della frase. Si tratta di figure retoriche che, mentre arricchiscono lo stile, rendono più incisivo il senso del messaggio, perché fanno appello diretto alle capacità immaginative e rinforzano il ricordo di ciò che viene detto. Alcuni esempi:
“Come sono belli i piedi del messaggero che porta la buona notizia” (Is 52,7): non immaginiamo il movimento del corpo, ma quello di una sua parte; oppure “Fai secondo quello che la tua mano troverà”; “Fa’ ciò che sembra buono ai tuoi occhi”; “La bocca che dice la sua lode”, e così via.
È un modo di esprimersi antico e sembra voler trasmettere l’idea che tutto il corpo di chi crede, parte per parte, membro per membro, si conformerà a Dio, e che neanche un pezzetto rimarrà fuori da questo stupefacente processo.
La mia mano, il mio braccio, il mio piede, quando si muovono nell’ottica evangelica, passano a Dio; è come se non mi appartenessero più, e fossero esclusivamente strumenti dell’azione di Dio.

Le mie mani si muovono così?
Penso alla mano di Mosè, stesa davanti al Mar Rosso (Es 14, 16 e 21), per farmi un’idea della cosa.
Mosè, all’inizio, quando incontrò Dio presso il roveto ardente, fu educato con un metodo singolare: il Signore gli chiese di mettere la mano sotto la veste, contro il petto, e poi di ritirarla. Lui lo fece e se la ritrovò coperta di lebbra; richiesto una seconda volta di compiere lo stesso gesto, la ritirò di nuovo sana (Es 4,6-7); in questo modo imparò molto praticamente che la sua mano – parte del suo corpo e strumento d’azione – apparteneva a Dio, ne disponeva solo presso di lui, così come disponeva solo presso di Lui della propria bocca e della propria lingua – parimenti parti del corpo e strumenti del linguaggio. Mosè obiettò che non era così bravo a parlare e quindi assolutamente inadatto al compito che il Signore voleva assegnargli, ma il Signore lo invitò nella nuvola, o nella tenda del convegno, per parlargli e Mosè ne uscì in grado di ripetere le parole di Dio.
Il Deuteronomio inizia così: “Queste sono le parole di Mosè”; in altri termini l’uomo che aveva la bocca difettosa, balbuziente, pronuncia le parole di apertura di un libro che è Parola di Dio. Alla fine del Deuteronomio, è detto, letteralmente, che Mosè, morì “sulla bocca di Dio” (Dt 34,5), per dire che morì in Dio: sulla soglia della terra promessa la parola e il soffio di vita di Mosè si fusero con la Parola e il Soffio di Dio.

Ancora mi tornano in mente le mani alzate di Mosè (Es 17,8-14), la divina sciatica di Giacobbe, (Gn 32,26-33), i piedi e le gambe di Davide, (2 Sam 22,34 e 37); il grembo di Rachele e Anna (Gn 30, 22-23 e 1 Sam 1); la circoncisione dei maschi a partire da Abramo (Gn 17) – che indica l’appartenenza a Dio dell’organo generativo: questione raramente intesa nel suo significato originario e purtroppo spesso affrontata in maniera superficiale.

In tutti questi casi, i protagonisti delle narrazioni vivono l’esperienza concreta di avere un braccio-con-Dio, una gamba-con-Dio, un grembo-con-Dio, un membro-con-Dio.
È come se il Signore dicesse a ciascuno: “Guarda bene, tu immagini di possedere un corpo tuo e di controllarlo, ma non è vero: non esiste alcun corpo tuo, se non è in-me”.
Lo so, fa impressione, ma questa è la storia, questa è l’avventura della carne proposta nella Bibbia fin dalla prima pagina, dalla creazione di Adamo ed Eva. Basti pensare ad un fatto semplice: ci accorgiamo che non abbiamo il controllo, per esempio, su alcune malattie e dunque in genere chiamiamo Dio in causa per lamentarcene; ma se compiamo un’impresa di natura fisica eccellente, non chiamiamo così velocemente Dio in causa per rallegrarcene. Come mai?

Se un corpo non compie un consapevole passaggio a Dio durante la vita sulla terra (e non è che lo compiano solo i veri cristiani, attenzione, ci sono altri oltre la siepe!), se un corpo non compie questo passaggio, dicevo, non è niente: passa e basta.

Forse questa riflessione può aiutare a comprendere le parole categoriche e durissime di Gesù, che assumono ai miei occhi un senso più ampio: se vedi che questa o quella parte di te resiste dall’essere-con-Dio, rimuovila, buttala nel cestino, con l’altra spazzatura, così finirà nell’inceneritore insieme agli altri rifiuti, ovvero – molto concretamente – nella Geenna, il nome della discarica di Gerusalemme dove all’epoca bruciavano continuamente i rifiuti.

La mutazione, l’evoluzione della specie di cui parla la Scrittura è il compimento carnale in Dio, annunciato dal Cristo. Se il mio gesto è eseguito in Dio, la mia carne è trasformata.

In questo senso, la donna che massaggia con l’unguento i piedi di Gesù rappresenta il passaggio del corpo al Cristo, compiuto in Dio; il suo è un gesto trasformato: unge i piedi del Messia, lo riconosce, lo cura, lo ringrazia, collabora al suo cammino, perché ha riconosciuto l’unto di Dio; ha esaltato il corpo del Cristo. Ancora una volta qui i piedi sono una parte per il tutto, i piedi diventano l’emblema del significato dell’avvento del Messia. In ultima analisi, la Maddalena concretizza un atto che rende visibile, manifesto il versetto di Isaia: “Come sono belli i piedi del messaggero che porta la buona notizia”.
Il corpo che appartiene a Dio diventa un canale di trasmissione della vita.


Penso ancora a Elia e ad Eliseo: ciascuno dei due si sdraia su un giovane morto. “Occhi sui suoi occhi, bocca sulla bocca, mani sulle sue mani” è detto di Eliseo che giace sul figlio della Sunamita (2 Re 4,34); di Elia è specificato: “Si è messo alle misure del ragazzo” (1 Re 17,21). In altre parole Elia ed Eliseo si configurano ai quei corpi senza vita e attraverso il loro corpo, vivente in-Dio, i morti tornano in vita.

Gesù adopera parole veementi e durissime, ma siamo in grado di comprenderle ancora meglio se torniamo indietro di qualche versetto, là dove è narrato del fallimento dei suoi discepoli nel curare un bambino posseduto da uno spirito che lo gettava a terra. Il padre di quel bambino si era rivolto così a Gesù: “I tuoi discepoli non hanno avuto la forza”.
La collera deve aver afferrato l’uomo Gesù, che reagisce con tutta l’energia delle sue parole: via, strappare mani, piedi e occhi e gettarli nella spazzatura se non sanno compiere il bene in favore della vita donata fin da principio: non servono a nulla, non sanno fare nulla!
Suonano nella stessa direzione, sebbene assai più morbide, le parole di Francesco di qualche giorno fa: la Chiesa ferma, se non è in cammino, ammala il popolo di Dio.
Quanta verità c’è in queste parole ognuno lo vede: una Chiesa ferma è come la mano ricoperta di lebbra di Mosè.
Nessuno del resto può operare guarigioni in nome del Cristo se non è dei suoi: se c’è qualcuno che opera guarigioni in nome del Cristo, vuol dire che è conformato a Dio. Anche se i discepoli non sono d’accordo … È urgente, dunque, che la carne dei discepoli – tutta – passi a Dio, lasciandosi trasformare e risanare.

Il corpo del Cristo è il prototipo del corpo completamente immerso in Dio, vettore di vita e risurrezione.
L’avvertimento per noi oggi potrebbe essere: non c’è bisogno che ti strappi la mano che ha ferito la vita, come se tu avessi il potere di fare tutto da solo; occorre che tu ti accorga della tua vera condizione e attenda con fede il risanamento della tua mano coperta di lebbra.

NB: In copertina, Matisse, La Danse, riproduzione a scopo educativo.

Comparazioni

«Di che cosa stavate discutendo per la strada?»

Marco 9,30-37 – Domenica, 19 settembre 2021,
Venticinquesima Domenica del tempo Ordinario

“Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”: in un contesto confidenziale, Gesù consegna una parola serissima ai suoi discepoli. Al solito non afferrano subito, non capiscono e non osano neppure interrogarlo. Nel frattempo parlano tra loro; discutendo di cosa? Di chi fra loro sia il più grande.

Restiamo attoniti e imbarazzati dalla sproporzione tra la gravità dell’annuncio di Gesù e la disputa dei discepoli.
È lecito ipotizzare che, dando per scontata la verità della comunicazione, i discepoli si preoccupassero della successione? Chi mai poteva essere all’altezza? Il più grande!

Come dei bambini, i discepoli si confrontano, misurano i propri attributi, vantaggi e svantaggi, valutano l’eventuale possibilità di vittoria: giocano, forse perché il destino del figlio dell’uomo li terrorizza: esorcizzano la paura?
Gesù pazientemente s’informa sulle loro discussioni e illustra quali siano le qualità del più grande; quella più importante sembra essere il contrario di ciò che di norma si pensa: il più grande è l’ultimo, chi serve tutti. Anzi: il più grande è quello che serve il più piccolo dei bambini.

Questo tipo di grande, così impopolare nel pensiero comune, finisce per disturbare tutti quelli che non vi si riconoscono.
Il brano della Sapienza (prima lettura 2,12.17-20), non a caso, descrive la prova dei giusti: “Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’inciampo”.
Sono lezioni di saggezza che attraversano i secoli: l’uomo giusto spesso disturba chi non lo è, o, come dice un mio confratello:
“Non c’è niente di più irritante di un buon esempio!”
Il giusto fa torto, per sua stessa natura, quindi è necessario difendersene per continuare a vivere, senza “intralcio”. Al giusto, per conseguenza, si tenderanno trappole e tranelli; nelle piccole beghe quotidiane lo si criticherà per partito preso, cercando di svalutarlo agli occhi del prossimo; in altri contesti lo si tormenterà, e, cosa tanto incredibile quanto vera, lo si perseguiterà soprattutto per sfidare Dio a salvarlo (o anche – nelle piccole beghe quotidiane – per sfidare una presunta autorità terrena e vicina, dalla quale ci si sente dipendenti).
Questo è il meccanismo della prova: l’empio perseguita il giusto, non perché non creda in Dio, al contrario sa benissimo chi è Dio e qual è il suo potere, ma lo avversa fino in fondo a costo della propria distruzione per invidia, ribellione e senso d’impotenza.
Questa aberrazione – è il caso di dire “infernale” – procura sofferenza a tutti; la perfidia, ad esempio, è una tela di ragno nella quale può restare incollata la vittima, ma anche chi la tesse: la tela è la casa di chi la tesse e dentro le maglie che la strutturano è confinata la libertà del ragno.
Il pio, in verità, è fondamentalmente diverso, non ha “una casa”, una sovrastruttura mentale nella quale incasellare se stesso, gli altri e le categorie di grande e di piccolo. Non è in competizione, men che mai per il potere e il successo.
Il suo adoperarsi per la vita e per gli altri, indipendentemente dalla loro grandezza, viene da un naturale ed invincibile senso di appartenenza alla medesima realtà: adoperandosi per gli altri, automaticamente e senza avvedersene, si adopera anche per se stesso; è l’unico modo sensato di occuparsi dell’uomo, piuttosto che avversarlo.
Chi è di volta in volta il primo, il più grande, il più forte, il più intelligente, il più preparato, il più sveglio, il più furbo, il più bello, il più colto, il più titolato, il più lodevole?
Ovunque siamo, in famiglia, al lavoro, in comunità, che si tratti di settori umanitari, politici, culturali o religiosi, siamo sempre in mezzo a questioni di comparazione degli attributi. Ciascuno ritiene di essere il migliore e, anche se non ci crede o sa che non è vero, vuole dimostrarlo a tutti i costi, se non altro per poterci credere un po’ di più.
Questi sono meccanismi psicologici, ma ben diverso è lo scopo degli empi: quelli “tutto il giorno intrattengono la guerra” (Sal 39), cominciando dall’offesa verbale – subdola, sorda, poco appariscente e reiterata – fino alle raffinate strategie dei gruppi umani, che conducono ai conflitti internazionali, lungo una scala che scende a livelli via via sempre più orribili, in opposizione netta alla vita, alla libertà e ai diritti umani.
Gesù, così come è scritto nella Sapienza e in altri testi della Bibbia, dice che “il Figlio dell’uomo” è consegnato nelle mani degli uomini.

Mi riguarda? Riguarda la mia situazione? Che posto occupo in questa storia?
Mi metto in competizione con chi “medita il male”? Gioco il mio ruolo da … empio?
O mi espongo alla prova e alla condanna degli uomini? Mi consegno, cedo, mi offro nelle mani degli altri uomini?

Ma… “nelle mani degli uomini, lo uccideranno”! I bambini – si sa – si divertono con i regali e … finiscono per rovinare e rompere i giocattoli … tanto c’è chi li ricompra …

Carne offerta, sangue versato.
Quindi questo è il mio destino?
È il rischio che corro pure io?
Lo corrono tutti, in effetti.
“Lo uccideranno, Dio lo libererà”.
Gesù, il giusto tra i giusti, il primo, il primogenito, apre la strada:
“Non temere questi ragazzi intorno a noi”.
Liberato, mi libera.
Non è un destino, è una vocazione.
Quella di essere uomo.
Mi appartengono le gare d’infanzia?
No.
Sono abbastanza grande?
Spero.
Qualunque cosa accada?
Sì.
Il sentiero viene da molto in alto,
dalla montagna, da molto molto lontano;
continua molto vicino.
L’ho intravisto.
“Di chi dovrei aver paura?”
Sì certo, ma quant’è dura.

La vita da uomo neutralizza la morte dell’uomo.

Trasformare lo sguardo

“Ma voi, chi dite che io sia?”

Marco 8,27-35 – Domenica, 12 settembre 2021,
Ventiquattresima Domenica del tempo Ordinario

Rileggo il racconto evangelico di questa domenica nel contesto della mia esperienza, in particolare di quello che la mia famiglia, mia madre Augusta prima di tutti, ha attraversato anni fa, mentre mio padre si avvicinava agli ultimi momenti della sua vita.
Non è soltanto la mia storia, ma anche quella di tante famiglie, vicine e lontane, che si trovano oggi a vivere la stessa situazione e non sono poche. 

Gesù pone ai suoi discepoli la domanda: “E voi, chi dite che io sia?”.
Pietro dà una risposta forte, che sembra molto migliore di quella delle altre persone interpellate da Gesù: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia.
Immagino che se mia madre fosse stata interpellata allo stesso modo, avrebbe risposto:
“Tu sei Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, che salva tutti quelli che credono in Lui e Lo pregano”.
Eppure, è probabile che entrambe le risposte riflettano un malinteso su chi sia veramente Gesù, e dunque anche su chi sia veramente Dio – e noi, intesi come “credenti”.
Per molte generazioni di credenti, Dio è stato visto come il Padrone del mondo e della storia, Colui che influenza e controlla gli eventi, Colui che premia i buoni e punisce i malvagi, Colui al quale si deve rendere ogni omaggio e ogni ringraziamento. Questa percezione traspare nell’affermazione che Gesù è il Messia; per Pietro questo Messia dovrebbe restaurare il regno di Davide, ovvero un regno in cui finalmente le leggi di Dio e i suoi fedeli trionfino.
Ovviamente, oggi ci difendiamo da una visione simile; quando ci troviamo di fronte alla durezza della vita, della sofferenza e della morte, però, ci rendiamo conto che parte di quella visione è ancora radicata dentro di noi.
“Non riconosco più mio marito” – disse mia madre un bel giorno – “non è più l’uomo che ho sposato”. In effetti l’uomo che aveva sposato era stato forte, intraprendente, energico e si prendeva cura di tutto. Ora invece era un essere debole, molto debole. In passato pregavano insieme, la domenica andavano insieme a messa, avevano dedicato la loro vita alla famiglia e al lavoro: onesti fino a rimetterci… Non sarebbe stato normale che Dio facesse un miracolo, o almeno un’eccezione nel loro caso?
Questo modo di pensare è esattamente il senso del rimprovero di Pietro a Gesù, quando Gesù annuncia apertamente ciò che lo attende. Dunque ciò che Pietro si aspetta debba essere il Messia, non è ciò che il Messia è.
Non solo l’auspicato miracolo non avverrà – “Se sei il Messia, salva te stesso” sarà considerata una tentazione diabolica, tanto quanto il rimprovero di Pietro a Gesù di oggi – ma sofferenza e morte rimangono… per la resurrezione ci vogliono… tre giorni…
Ma oggi – che nostro padre o nostra madre non riusciamo più a riconoscerli nella loro vecchiaia e debolezza e malattia – il Messia esiste?
Nonostante le apparenze, nel cuore della sua malattia, mio ​​padre ebbe dei comportamenti tali da permettere a mia madre (e a me) di compiere un percorso incredibile, durante il quale la paura fu domata e la morte assunse un altro aspetto, perché fu vista con altri occhi; all’improvviso, dove io mi aspettavo solo lacrime e pianto di dolore, vidi la relazione d’amore all’opera come una forza misteriosa.
Allora, cos’era successo? E perché uno per sperimentare un fenomeno simile, deve trovarsi in mezzo alla sofferenza e alla prospettiva della morte? E perché ci vuole un viaggio così lungo?
Non ho una risposta precisa, ma se il Cristo ha redarguito così aspramente Pietro, il quale non reputava conveniente che Gesù parlasse apertamente della propria sofferenza e della propria morte, sono propenso a credere che simili percorsi portino in sé qualcosa di essenziale alla nostra identità di uomini e donne.
La risposta definitiva a queste domande deve essere equivalente alla domanda sull’identità del Messia e di Dio stesso.
Ci avviciniamo a tentoni a questa risposta, solo in modo negativo, morendo prima di tutto ad una vecchia visione delle cose e delle persone, lasciando a noi stessi la libertà di sperimentare un qualcosa che trasformerà radicalmente il nostro sguardo.
Il vangelo di oggi porta un messaggio sorprendente: Gesù convoca la folla per dire quello che ha da dire: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.
La folla viene informata, quella conoscenza è per tutti. Marco ha anche raccontato l’episodio, che è stato tramandato, forse perché a partire da quell’episodio, qualcuno attraverso i secoli è stato in grado di raccontarci la sua storia, avendo già avuto accesso ad una parte di questo mistero.

Noi siamo in movimento, dobbiamo solo lasciare che la vita ci trasformi giorno dopo giorno per sperimentare la trasformazione dello sguardo.
È davvero quello che vogliamo?

Sordomuti

Disse: “Effatà”, subito gli si aprirono gli orecchi,
si sciolse il nodo della sua lingua
e parlava correttamente.

Marco 7,31-37 – Domenica, 5 settembre 2021,
Ventitreesima Domenica del tempo Ordinario

Dita, orecchie, saliva, una lingua toccata: se per caso avessimo dimenticato di avere un corpo, adesso ce lo ricordiamo.
Gesù si avvicina al corpo dell’altro in maniera diretta, intima, tattile e la carne dell’altro lo riconosce; è un contatto che avviene però con discrezione, con pudore: “lo prese in disparte”. Il luogo dove agisce la Parola – nel gesto e nel suono – è qui il corpo, fatto di carne.
Questa fatto dice qualcosa sull’agire individuale e sull’agire di gruppo.
La folla ha portato davanti al Nazareno l’uomo sordo e muto, perché il Nazareno lo guarisca: è un movimento di gruppo; ma Gesù reagisce, portando il malato “in disparte”, in un faccia a faccia più personale.
L’uomo è muto; Gesù lo toglie dalla folla, che già crede di sapere cosa Gesù farà, come in uno scenario mentale preconfezionato: gli imporrà le mani! Gesù non impone le mani, compie altri gesti e dice una sola parola.
È avvenuto sempre così, per quanto ne so: il Cristo, del quale senz’altro qualcuno ti ha già parlato, ti prende in disparte e agisce con gesti e parola, ti tocca lì dove occorre che tu riprenda a vivere, lì dove sei già morto, servendosi di ciò che tu e Lui avete in comune; in questo caso, la saliva.
Può fare impressione sentire questo racconto. Un Dio…come dire…disinibito?No, un passo in più: un Dio che è fatto anche della nostra stessa carne e quindi, quando tocca, ti “aggancia”, ti apparenta a se stesso, ti ricorda chi sei e di cosa sei fatto. Ed è immediato: vedi e senti.
Quello che il Cristo è e ha, diventa ciò che anche tu sei e ciò che anche tu hai: la Parola del Padre, da ascoltare, da annunciare. Anche tu, quando il Cristo ti tocca (e possono chiederlo in tanti per te), guarisci, perché finalmente esci dall’illusione e ascolti quello che c’è veramente da ascoltare e quello che c’è veramente da dire.
Il Cristo porta la parola del Padre e dunque restituisce la parola perduta; il Cristo ascolta e pronuncia la stessa Parola del Padre, ciò che è all’origine di ogni capacità di pensiero e di vita; ascolta tutti coloro che gli parlano o lo invocano; allo stesso tempo restituisce la capacità di ascoltare e di parlare veracemente; in questo senso, dicevo, ti aggancia, ti appaia a Lui, ti apparenta in una relazione con l’assoluto e ti ricollega alla comune discendenza nel luogo a ciò deputato sulla terra: il corpo.
“Disse: “Effatà”, subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”.
“Gli si aprirono gli orecchi.” A chi? A Gesù? No: all’uomo
“Parlava correttamente.” Chi? Gesù? No: l’uomo.
“Comandò loro di non dirlo a nessuno “. Chi? L’uomo? No: Gesù.
Solo leggendo attentamente comprendi di volta in volta quale sia il soggetto della frase, dentro una logica d’identità originaria comune, che si manifesta nella relazione faccia a faccia.
Quando Gesù è con un uomo o con una donna, manifesta la sua affinità con lui/lei in maniera così chiara e forte che quell’altro o quell’altra si configurano a lui. Questo non significa che l’altro o l’altra perdono la propria personalità, diluendola misticamente nell’infinito, ma al contrario che acquisiscono lo stesso Spirito del Padre e del Figlio che agisce in noi tutti; in altre parole è così che ritroviamo la nostra unità personale, parlando e agendo come cristiani autentici.
Solo toccati così, possiamo essere restituiti alla folla, che non parlerà più al posto nostro. Toccati dal Cristo, possiamo parlare e agire, avendo deliberatamente scelto di farlo in una direzione precisa e ciascuno diventa capace di ascoltare e vagliare ciò che viene detto; c’è una misura con la quale confrontare ogni azione e ogni parola: l’azione e la parola del Padre – e del Figlio, che si è incarnato per rivelare la Parola del Padre.

Gesù chiede alla folla di non dire nulla su quella guarigione!
E invece quelli, più viene detto loro di tacere, più vanno in giro ad avvertire tutti…
D’altronde, sembrerebbe anche comprensibile: pubblicizzano Gesù, evangelizzano a modo loro, propagandano la fede… ma non è quello che ha detto Gesù qui: non hanno sentito bene. Probabilmente hanno perfino buone orecchie, loro che non hanno bisogno di guarigione; hanno anche un apparato fonatorio che funziona bene, loro che annunciano il miracolo ai quattro venti. A quanto pare, però, non ascoltano e parlano fuori tempo e fuori luogo. Credono di riunirsi attorno alla persona di Gesù, ma non ascoltano ciò che Gesù sta dicendo proprio in quel momento; un vero peccato…
“Effatà, apriti”: non si tratta di aprirsi sempre, a tutto e a tutti. No!
Mi apro perché me lo impone il Cristo con una forza che, quando si presenta, la riconosco: in circostanze specifiche, che nessun altro può conoscere, se non attraverso un successivo racconto. Ed è sempre difficile a dire; è personale, riservato, attiene alla relazione con il Cristo.

L’unità della Chiesa, l’unità all’interno delle comunità e dei gruppi non si ottiene con slogan, né con parole d’ordine, pensierini preconfezionati, buoni sentimenti sbandierati, che solo per questo già diventano molto meno apprezzabili nella loro presunta bontà.
L’unità – la comunione – si realizza passo dopo passo, ascoltando, non indebitamente, e non certo per caso o per imposizione…

“Effatà “: apriti a Cristo che viene, allo Spirito che libera, al Padre che ti genera. Apriti e sarai utile all’unità del “corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1,18).

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