Comparazioni

«Di che cosa stavate discutendo per la strada?»

Marco 9,30-37 – Domenica, 19 settembre 2021,
Venticinquesima Domenica del tempo Ordinario

“Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”: in un contesto confidenziale, Gesù consegna una parola serissima ai suoi discepoli. Al solito non afferrano subito, non capiscono e non osano neppure interrogarlo. Nel frattempo parlano tra loro; discutendo di cosa? Di chi fra loro sia il più grande.

Restiamo attoniti e imbarazzati dalla sproporzione tra la gravità dell’annuncio di Gesù e la disputa dei discepoli.
È lecito ipotizzare che, dando per scontata la verità della comunicazione, i discepoli si preoccupassero della successione? Chi mai poteva essere all’altezza? Il più grande!

Come dei bambini, i discepoli si confrontano, misurano i propri attributi, vantaggi e svantaggi, valutano l’eventuale possibilità di vittoria: giocano, forse perché il destino del figlio dell’uomo li terrorizza: esorcizzano la paura?
Gesù pazientemente s’informa sulle loro discussioni e illustra quali siano le qualità del più grande; quella più importante sembra essere il contrario di ciò che di norma si pensa: il più grande è l’ultimo, chi serve tutti. Anzi: il più grande è quello che serve il più piccolo dei bambini.

Questo tipo di grande, così impopolare nel pensiero comune, finisce per disturbare tutti quelli che non vi si riconoscono.
Il brano della Sapienza (prima lettura 2,12.17-20), non a caso, descrive la prova dei giusti: “Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’inciampo”.
Sono lezioni di saggezza che attraversano i secoli: l’uomo giusto spesso disturba chi non lo è, o, come dice un mio confratello:
“Non c’è niente di più irritante di un buon esempio!”
Il giusto fa torto, per sua stessa natura, quindi è necessario difendersene per continuare a vivere, senza “intralcio”. Al giusto, per conseguenza, si tenderanno trappole e tranelli; nelle piccole beghe quotidiane lo si criticherà per partito preso, cercando di svalutarlo agli occhi del prossimo; in altri contesti lo si tormenterà, e, cosa tanto incredibile quanto vera, lo si perseguiterà soprattutto per sfidare Dio a salvarlo (o anche – nelle piccole beghe quotidiane – per sfidare una presunta autorità terrena e vicina, dalla quale ci si sente dipendenti).
Questo è il meccanismo della prova: l’empio perseguita il giusto, non perché non creda in Dio, al contrario sa benissimo chi è Dio e qual è il suo potere, ma lo avversa fino in fondo a costo della propria distruzione per invidia, ribellione e senso d’impotenza.
Questa aberrazione – è il caso di dire “infernale” – procura sofferenza a tutti; la perfidia, ad esempio, è una tela di ragno nella quale può restare incollata la vittima, ma anche chi la tesse: la tela è la casa di chi la tesse e dentro le maglie che la strutturano è confinata la libertà del ragno.
Il pio, in verità, è fondamentalmente diverso, non ha “una casa”, una sovrastruttura mentale nella quale incasellare se stesso, gli altri e le categorie di grande e di piccolo. Non è in competizione, men che mai per il potere e il successo.
Il suo adoperarsi per la vita e per gli altri, indipendentemente dalla loro grandezza, viene da un naturale ed invincibile senso di appartenenza alla medesima realtà: adoperandosi per gli altri, automaticamente e senza avvedersene, si adopera anche per se stesso; è l’unico modo sensato di occuparsi dell’uomo, piuttosto che avversarlo.
Chi è di volta in volta il primo, il più grande, il più forte, il più intelligente, il più preparato, il più sveglio, il più furbo, il più bello, il più colto, il più titolato, il più lodevole?
Ovunque siamo, in famiglia, al lavoro, in comunità, che si tratti di settori umanitari, politici, culturali o religiosi, siamo sempre in mezzo a questioni di comparazione degli attributi. Ciascuno ritiene di essere il migliore e, anche se non ci crede o sa che non è vero, vuole dimostrarlo a tutti i costi, se non altro per poterci credere un po’ di più.
Questi sono meccanismi psicologici, ma ben diverso è lo scopo degli empi: quelli “tutto il giorno intrattengono la guerra” (Sal 39), cominciando dall’offesa verbale – subdola, sorda, poco appariscente e reiterata – fino alle raffinate strategie dei gruppi umani, che conducono ai conflitti internazionali, lungo una scala che scende a livelli via via sempre più orribili, in opposizione netta alla vita, alla libertà e ai diritti umani.
Gesù, così come è scritto nella Sapienza e in altri testi della Bibbia, dice che “il Figlio dell’uomo” è consegnato nelle mani degli uomini.

Mi riguarda? Riguarda la mia situazione? Che posto occupo in questa storia?
Mi metto in competizione con chi “medita il male”? Gioco il mio ruolo da … empio?
O mi espongo alla prova e alla condanna degli uomini? Mi consegno, cedo, mi offro nelle mani degli altri uomini?

Ma… “nelle mani degli uomini, lo uccideranno”! I bambini – si sa – si divertono con i regali e … finiscono per rovinare e rompere i giocattoli … tanto c’è chi li ricompra …

Carne offerta, sangue versato.
Quindi questo è il mio destino?
È il rischio che corro pure io?
Lo corrono tutti, in effetti.
“Lo uccideranno, Dio lo libererà”.
Gesù, il giusto tra i giusti, il primo, il primogenito, apre la strada:
“Non temere questi ragazzi intorno a noi”.
Liberato, mi libera.
Non è un destino, è una vocazione.
Quella di essere uomo.
Mi appartengono le gare d’infanzia?
No.
Sono abbastanza grande?
Spero.
Qualunque cosa accada?
Sì.
Il sentiero viene da molto in alto,
dalla montagna, da molto molto lontano;
continua molto vicino.
L’ho intravisto.
“Di chi dovrei aver paura?”
Sì certo, ma quant’è dura.

La vita da uomo neutralizza la morte dell’uomo.

Trasformare lo sguardo

“Ma voi, chi dite che io sia?”

Marco 8,27-35 – Domenica, 12 settembre 2021,
Ventiquattresima Domenica del tempo Ordinario

Rileggo il racconto evangelico di questa domenica nel contesto della mia esperienza, in particolare di quello che la mia famiglia, mia madre Augusta prima di tutti, ha attraversato anni fa, mentre mio padre si avvicinava agli ultimi momenti della sua vita.
Non è soltanto la mia storia, ma anche quella di tante famiglie, vicine e lontane, che si trovano oggi a vivere la stessa situazione e non sono poche. 

Gesù pone ai suoi discepoli la domanda: “E voi, chi dite che io sia?”.
Pietro dà una risposta forte, che sembra molto migliore di quella delle altre persone interpellate da Gesù: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia.
Immagino che se mia madre fosse stata interpellata allo stesso modo, avrebbe risposto:
“Tu sei Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, che salva tutti quelli che credono in Lui e Lo pregano”.
Eppure, è probabile che entrambe le risposte riflettano un malinteso su chi sia veramente Gesù, e dunque anche su chi sia veramente Dio – e noi, intesi come “credenti”.
Per molte generazioni di credenti, Dio è stato visto come il Padrone del mondo e della storia, Colui che influenza e controlla gli eventi, Colui che premia i buoni e punisce i malvagi, Colui al quale si deve rendere ogni omaggio e ogni ringraziamento. Questa percezione traspare nell’affermazione che Gesù è il Messia; per Pietro questo Messia dovrebbe restaurare il regno di Davide, ovvero un regno in cui finalmente le leggi di Dio e i suoi fedeli trionfino.
Ovviamente, oggi ci difendiamo da una visione simile; quando ci troviamo di fronte alla durezza della vita, della sofferenza e della morte, però, ci rendiamo conto che parte di quella visione è ancora radicata dentro di noi.
“Non riconosco più mio marito” – disse mia madre un bel giorno – “non è più l’uomo che ho sposato”. In effetti l’uomo che aveva sposato era stato forte, intraprendente, energico e si prendeva cura di tutto. Ora invece era un essere debole, molto debole. In passato pregavano insieme, la domenica andavano insieme a messa, avevano dedicato la loro vita alla famiglia e al lavoro: onesti fino a rimetterci… Non sarebbe stato normale che Dio facesse un miracolo, o almeno un’eccezione nel loro caso?
Questo modo di pensare è esattamente il senso del rimprovero di Pietro a Gesù, quando Gesù annuncia apertamente ciò che lo attende. Dunque ciò che Pietro si aspetta debba essere il Messia, non è ciò che il Messia è.
Non solo l’auspicato miracolo non avverrà – “Se sei il Messia, salva te stesso” sarà considerata una tentazione diabolica, tanto quanto il rimprovero di Pietro a Gesù di oggi – ma sofferenza e morte rimangono… per la resurrezione ci vogliono… tre giorni…
Ma oggi – che nostro padre o nostra madre non riusciamo più a riconoscerli nella loro vecchiaia e debolezza e malattia – il Messia esiste?
Nonostante le apparenze, nel cuore della sua malattia, mio ​​padre ebbe dei comportamenti tali da permettere a mia madre (e a me) di compiere un percorso incredibile, durante il quale la paura fu domata e la morte assunse un altro aspetto, perché fu vista con altri occhi; all’improvviso, dove io mi aspettavo solo lacrime e pianto di dolore, vidi la relazione d’amore all’opera come una forza misteriosa.
Allora, cos’era successo? E perché uno per sperimentare un fenomeno simile, deve trovarsi in mezzo alla sofferenza e alla prospettiva della morte? E perché ci vuole un viaggio così lungo?
Non ho una risposta precisa, ma se il Cristo ha redarguito così aspramente Pietro, il quale non reputava conveniente che Gesù parlasse apertamente della propria sofferenza e della propria morte, sono propenso a credere che simili percorsi portino in sé qualcosa di essenziale alla nostra identità di uomini e donne.
La risposta definitiva a queste domande deve essere equivalente alla domanda sull’identità del Messia e di Dio stesso.
Ci avviciniamo a tentoni a questa risposta, solo in modo negativo, morendo prima di tutto ad una vecchia visione delle cose e delle persone, lasciando a noi stessi la libertà di sperimentare un qualcosa che trasformerà radicalmente il nostro sguardo.
Il vangelo di oggi porta un messaggio sorprendente: Gesù convoca la folla per dire quello che ha da dire: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.
La folla viene informata, quella conoscenza è per tutti. Marco ha anche raccontato l’episodio, che è stato tramandato, forse perché a partire da quell’episodio, qualcuno attraverso i secoli è stato in grado di raccontarci la sua storia, avendo già avuto accesso ad una parte di questo mistero.

Noi siamo in movimento, dobbiamo solo lasciare che la vita ci trasformi giorno dopo giorno per sperimentare la trasformazione dello sguardo.
È davvero quello che vogliamo?

Sordomuti

Disse: “Effatà”, subito gli si aprirono gli orecchi,
si sciolse il nodo della sua lingua
e parlava correttamente.

Marco 7,31-37 – Domenica, 5 settembre 2021,
Ventitreesima Domenica del tempo Ordinario

Dita, orecchie, saliva, una lingua toccata: se per caso avessimo dimenticato di avere un corpo, adesso ce lo ricordiamo.
Gesù si avvicina al corpo dell’altro in maniera diretta, intima, tattile e la carne dell’altro lo riconosce; è un contatto che avviene però con discrezione, con pudore: “lo prese in disparte”. Il luogo dove agisce la Parola – nel gesto e nel suono – è qui il corpo, fatto di carne.
Questa fatto dice qualcosa sull’agire individuale e sull’agire di gruppo.
La folla ha portato davanti al Nazareno l’uomo sordo e muto, perché il Nazareno lo guarisca: è un movimento di gruppo; ma Gesù reagisce, portando il malato “in disparte”, in un faccia a faccia più personale.
L’uomo è muto; Gesù lo toglie dalla folla, che già crede di sapere cosa Gesù farà, come in uno scenario mentale preconfezionato: gli imporrà le mani! Gesù non impone le mani, compie altri gesti e dice una sola parola.
È avvenuto sempre così, per quanto ne so: il Cristo, del quale senz’altro qualcuno ti ha già parlato, ti prende in disparte e agisce con gesti e parola, ti tocca lì dove occorre che tu riprenda a vivere, lì dove sei già morto, servendosi di ciò che tu e Lui avete in comune; in questo caso, la saliva.
Può fare impressione sentire questo racconto. Un Dio…come dire…disinibito?No, un passo in più: un Dio che è fatto anche della nostra stessa carne e quindi, quando tocca, ti “aggancia”, ti apparenta a se stesso, ti ricorda chi sei e di cosa sei fatto. Ed è immediato: vedi e senti.
Quello che il Cristo è e ha, diventa ciò che anche tu sei e ciò che anche tu hai: la Parola del Padre, da ascoltare, da annunciare. Anche tu, quando il Cristo ti tocca (e possono chiederlo in tanti per te), guarisci, perché finalmente esci dall’illusione e ascolti quello che c’è veramente da ascoltare e quello che c’è veramente da dire.
Il Cristo porta la parola del Padre e dunque restituisce la parola perduta; il Cristo ascolta e pronuncia la stessa Parola del Padre, ciò che è all’origine di ogni capacità di pensiero e di vita; ascolta tutti coloro che gli parlano o lo invocano; allo stesso tempo restituisce la capacità di ascoltare e di parlare veracemente; in questo senso, dicevo, ti aggancia, ti appaia a Lui, ti apparenta in una relazione con l’assoluto e ti ricollega alla comune discendenza nel luogo a ciò deputato sulla terra: il corpo.
“Disse: “Effatà”, subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”.
“Gli si aprirono gli orecchi.” A chi? A Gesù? No: all’uomo
“Parlava correttamente.” Chi? Gesù? No: l’uomo.
“Comandò loro di non dirlo a nessuno “. Chi? L’uomo? No: Gesù.
Solo leggendo attentamente comprendi di volta in volta quale sia il soggetto della frase, dentro una logica d’identità originaria comune, che si manifesta nella relazione faccia a faccia.
Quando Gesù è con un uomo o con una donna, manifesta la sua affinità con lui/lei in maniera così chiara e forte che quell’altro o quell’altra si configurano a lui. Questo non significa che l’altro o l’altra perdono la propria personalità, diluendola misticamente nell’infinito, ma al contrario che acquisiscono lo stesso Spirito del Padre e del Figlio che agisce in noi tutti; in altre parole è così che ritroviamo la nostra unità personale, parlando e agendo come cristiani autentici.
Solo toccati così, possiamo essere restituiti alla folla, che non parlerà più al posto nostro. Toccati dal Cristo, possiamo parlare e agire, avendo deliberatamente scelto di farlo in una direzione precisa e ciascuno diventa capace di ascoltare e vagliare ciò che viene detto; c’è una misura con la quale confrontare ogni azione e ogni parola: l’azione e la parola del Padre – e del Figlio, che si è incarnato per rivelare la Parola del Padre.

Gesù chiede alla folla di non dire nulla su quella guarigione!
E invece quelli, più viene detto loro di tacere, più vanno in giro ad avvertire tutti…
D’altronde, sembrerebbe anche comprensibile: pubblicizzano Gesù, evangelizzano a modo loro, propagandano la fede… ma non è quello che ha detto Gesù qui: non hanno sentito bene. Probabilmente hanno perfino buone orecchie, loro che non hanno bisogno di guarigione; hanno anche un apparato fonatorio che funziona bene, loro che annunciano il miracolo ai quattro venti. A quanto pare, però, non ascoltano e parlano fuori tempo e fuori luogo. Credono di riunirsi attorno alla persona di Gesù, ma non ascoltano ciò che Gesù sta dicendo proprio in quel momento; un vero peccato…
“Effatà, apriti”: non si tratta di aprirsi sempre, a tutto e a tutti. No!
Mi apro perché me lo impone il Cristo con una forza che, quando si presenta, la riconosco: in circostanze specifiche, che nessun altro può conoscere, se non attraverso un successivo racconto. Ed è sempre difficile a dire; è personale, riservato, attiene alla relazione con il Cristo.

L’unità della Chiesa, l’unità all’interno delle comunità e dei gruppi non si ottiene con slogan, né con parole d’ordine, pensierini preconfezionati, buoni sentimenti sbandierati, che solo per questo già diventano molto meno apprezzabili nella loro presunta bontà.
L’unità – la comunione – si realizza passo dopo passo, ascoltando, non indebitamente, e non certo per caso o per imposizione…

“Effatà “: apriti a Cristo che viene, allo Spirito che libera, al Padre che ti genera. Apriti e sarai utile all’unità del “corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1,18).

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Mani

«Ascoltatemi tutti e intendete bene:
non c’è nulla fuori dell’uomo che,
entrando in lui, possa contaminarlo;
sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo»

Marco 7,1-8; 14-15; 21-23 – Domenica, 29 agosto 2021,
Ventiduesima Domenica del tempo Ordinario

Gesù di Nazaret non si riconosce nel modo fariseo di concepire la pratica religiosa e non esita a dirlo: sta estendendo la critica alla pratica ritualistica della fede dei profeti veterotestamentari.
Non è la sola ripetizione del rito, che avvicina a Dio, ma l’effettiva pratica dell’intenzione che sostanzia il rito. In questo caso si tratta di un segno di pulizia esterna che rimanda ad una purificazione spirituale: si lavano le mani, e con questo, si vuol significare un atteggiamento di pulizia interiore.

Quotidianamente compiamo molti atti per meccanica abitudine: possiamo salutare una persona più volte al giorno, ma non le garantiamo il nostro rispetto solo facendo questo.
Allo stesso modo, le sole mani pulite non sono il green pass dell’anima e gli apostoli, che non erano uomini di sinagoga, né di chiesa, non è che fossero dei “no-wash”: semplicemente non erano ancora assuefatti alle pratiche ritualistiche, svuotate del loro senso.
D’altronde di un ipocrita malevolo che appaia sempre preciso, elegante e educato nel suo atteggiamento esteriore, potremmo dire che è un vero “sepolcro imbiancato”.

Ma c’è dell’altro nel discorso di Gesù.
Ciò che rende le mani immonde – tanto da non poter toccare cibo (o Parola) senza prima lavarsi – non è la sporcizia che viene dalla realtà esterna, ma l’impulso malevolo che attraversa le nostre menti. Gesù opera un cambiamento di prospettiva, dando un senso morale e non solo rituale alla purezza: la condotta morale che si adegua al rito testimonia saggezza e sincerità, mentre la vuota e meccanica ripetizione di atti religiosi è solo ipocrisia, inganno.

E oggi, che in continuazione non solo mi lavo le mani prima di mangiare, ma vado in giro con l’amuchina in tasca, cosa direbbe Gesù?
Certo capirebbe, ma forse mi farebbe notare che sì, va bene, curo la mia anima leggendo e riflettendo sulla Sacra Parola nell’intimo del mio scrittoio, usando le mani per digitare, e mi chiederebbe come e quando uso le mani anche per curare il prossimo e il mondo che mi circonda; potrei commentare che le riflessioni sulla Sua Parola sono in ogni caso una forma della cura, eppure sarei costretto ad ammettere, che, in generale – nel nostro essere un grande gruppo di pescatori – ci siamo un po’ allontanati dal modello.
Oggi, corriamo il rischio di credere che la fede sia una realtà unicamente personale ed intima, estranea al mondo esterno, ma ci sentiamo rassicurati dal fatto che qualcuno – bontà sua – ci legge e ci ascolta; insomma, una sorta di pratica felice, separata dal concreto tribolare quotidiano.
Così poi, ascoltando le news dal mondo, ci troviamo a dire: “Ma in che razza di mondo viviamo?”
Eppure, nella Sacra Scrittura la fede non esiste senza pratica e senza appartenenza ad una comunità: questo è ciò che Mosè ricorda al popolo nella prima lettura. Perché? Perché la fede non è solo una realtà intellettuale, è un’esperienza che si realizza in relazione con altri.
Motivo per cui ci vuole una vita – e forse neanche basta – perché i nostri cuori diventino “mondi”, e lo possono diventare solo “usando le mani” per fare del bene ad altri. Non saranno certo le mani ben disinfettate con le quali accogliamo la particola a renderci persone vive, sincere e amorevoli!
Abbiamo bisogno di praticare, in senso etico e in senso religioso.
D’altra parte, le “mani immonde” sono anche mani che manipolano, mani nemiche, in ultima analisi. E le mani amiche dove sono?
In Une saison en enfer, Arthur Rimbaud scriveva: “La mano con la piuma vale la mano con gli aratri – Che secolo di mani! “. Deplorava però di non trovare una sola mano amica, nell’era in cui la mano-strumento avrebbe eclissato la mano fraterna.
La degradazione della mano, prima ossessivamente ritualistica e poi manipolatrice, viene da molto lontano e si può trovarne l’origine all’inizio della metafisica. Facendo l’elogio della mano, Aristotele vedeva in essa non solo il segno dell’intelligenza umana, ma soprattutto lo strumento degli strumenti. Dall’alba della nostra tradizione culturale, le mani sono mascherate da quello che possono fare: costruire, scrivere, dipingere, suonare, gesticolare, cucire, cucinare.
E percuotere, anche uccidere.
Ma le mani che si congiungono, che si stringono, che si protendono ad aiutare, che accarezzano, diventano parole, non sono più semplici strumenti.
Quando lo strumento soppianta la parola, scompare la singolarità che imprime alle cose e si trasforma in una macchina produttrice di oggetti inanimati, siano essi merce o riti.
All’inizio del regno della macchina da scrivere, una lettera dattiloscritta era ancora considerata una mancanza di educazione. Oggi, una lettera scritta a mano appare come una cosa quasi assurda, obsoleta e indesiderata: ostacola la lettura che si vuole “veloce”! Grazie alla scrittura a macchina tutti gli uomini ormai si assomigliano troppo, perchè il gesto formatore è soppiantato.
Quando, nella peggiore delle ipotesi, consideriamo la mano come un artiglio, una morsa, un’arma, può giungere il momento in cui l’umanità che la guida svanisce, magari dietro un dispositivo elettronico, mentre la comunicazione anonima e anomica si maschera da relazione umana.

La crisi del coronavirus potrebbe aver accelerato questo movimento di degradazione, venuto da lontano, dandogli una nuova legittimità: per motivi di salute – apparentemente inoppugnabili – “portiamo la mano” sul vivere comune, avendo ormai perso le mani.

NB: per l’immagine di copertina, clicca qui

Dove andremo?

«Questa Parola è dura; chi può ascoltarla?»

Giovanni 6,60-69 – Domenica, 22 agosto 2021,
Ventunesima Domenica del tempo Ordinario

Gesù parla, ma il suo discorso è inaudito, scandaloso, si tratta di mangiare sangue e carne.
I suoi discepoli pensano che quelle parole siano dure, chi può intenderle?
Cosa rende così dure quelle parole?
Una parola – se ce n’è veramente una – è sempre dura da sentire, perché proviene da qualcun altro, è altra, e quindi è diversa, viva, libera.
Una parola – se ce n’è veramente una – è nell’autenticità di chi la pronunzia ed esige pari autenticità in chi la ascolta.
Una parola – se ce n’è veramente una – mi dice l’altro e la differenza radicale che mi distingue da lui.
Gesù sapeva bene che i suoi discepoli mormoravano e si lamentavano di lui (Giovanni 6,61); così come la folla anche loro protestano e mormorano; l’affermazione fatta in precedenza dal Maestro è inaudita: se non mangi la carne del Figlio dell’uomo e se non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te (Giovanni 6, 53).
Mangiare la carne e bere il sangue di qualcuno è davvero disgustoso e scandaloso, ma la questione qui è che dall’alba del mondo il genere umano, nel suo insieme, piuttosto che mangiare la carne, la disprezza e ne fa carne da macello. Ha cominciato Caino, il resto è stato solo tirocinio e perfezionamento: si pensi alla schiavismo, ai campi di concentramento nazisti, ai pogrom, alle epurazioni staliniste e ai gulag, alle pulizie etniche, ai genocidi, alle faide, ai trafficanti di esseri umani, armi e droga, ai rifiuti tossici sversati nei mari e nel Terzo Mondo, al terrorismo di ogni specie, ai femminicidi e … mi fermo … 
Il comportamento malvagio e criminale non si è estinto: una parte dell’umanità continua a disprezzare e distruggere la carne di una parte di se stessa: uomo contro uomo.
Ecco, il Cristo vuole essere l’ultima vittima, il Suo sogno – il sogno di Dio – è che il mondo impari a cibarsi della Sua parola, non a distruggerla e faccia memoria di quell’ultimo, tremendo sacrificio umano, perpetrato con la crocifissione.
Il Cristo offre, una volta per tutte, al mondo che la rivendica, la Sua carne e il Suo sangue, perchè nessuno dopo di Lui debba più pagare un prezzo simile.
Gli uomini non l’hanno capito.
Preferiscono ammazzarsi l’un l’altro, piuttosto che vivere uno accanto all’altro.
Fondamentalmente è una cosa stupida, ancor prima che criminale.
Ma è davvero quella Parola dura di Gesù che porta gli apostoli a mormorare, o non sarà forse che mormorano perché quella voce dice l’assoluta verità?
Non sarà principalmente e piuttosto perché l’offerta del Cristo è un regalo così difficile da accettare, che talora si fa perfino finta di non capirlo?
Non sarà, soprattutto, perché qui c’è un Uomo che si dona, e fa imbestialire l’uomo animale comune? Un Uomo che, attraverso un amore immenso e sensato – non folle come comunemente si crede – sa riconoscere nell’altro il suo prossimo, fatto a propria somiglianza?
Pare cosa molto difficile a realizzarsi, questa.
Solo chi condivide una simile modalità d’amare – per miracolo, cioè appunto perché è attratto dal Padre – può farlo, e perciò può a sua volta offrirsi in pasto agli altri.
Fare del male a qualcuno, ferirlo, spargere sangue sembra abituale; sequestrare, violare, violentare la carne di un altro, in apparenza, non sembra neanche eccessivamente rischioso. Sì, i processi, la galera, nei casi più eclatanti che taluni fingono di non vedere o non sapere, la verità non è venuta e forse non verrà mai a galla. Almeno per le nostre menti “nate a vaneggiare”.
Gli uomini non riescono proprio ad essere amorevoli, non sono capaci.
Una manica di scellerati?
Forse sì, almeno in parte: solo un miracolo può trasformarli e così salvarli da loro stessi.
È così delicato, arduo e pericoloso accettare in verità il dono che un altro fa di se stesso … È più facile, con una folla, scandalizzarsi davanti a carne e sangue offerti, che scandalizzarsi davanti all’assassinio di un innocente. È difficile fidarsi di qualcuno e della sua parola …
E dunque: da chi andremo?
Senza dubbio solo una forza divina può spingere la nostra povertà, proprio nel senso della nostra miseria morale, ad accogliere il regalo del Cristo: la sua carne, il suo sangue, la sua parola.

Gustate e vedete quanto è buono il Signore … (Salmo 33,9).

NB: in copertina Marc Chagall, La Crucifixion Blanche, 1938.

Assunzione

Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza
per sempre

Luca 1,39-56 – Domenica, 15 agosto 2021,
Assunzione di Maria

In questi giorni si parla molto del VI rapporto IPCC  che “delinea le nuove conoscenze scientifiche in merito ai cambiamenti climatici, ai loro effetti e agli scenari futuri”.

Questa calura estiva così soffocante fa da cassa di risonanza alle informazioni che invadono i media e catalizzano l’attenzione sui possibili, preoccupanti scenari ambientali futuri, dovuti al cambiamento climatico.
Le notizie sono preoccupanti, l’atmosfera si fa cupa, siamo alle prese con i segni di un fallimento dell’intelligenza umana.
I contagi sono in aumento, le soluzioni trovate, per qualcuno, sono in disaccordo con altri valori considerati essenziali e si parla anche di una terza dose.
Molti portano sulle proprie spalle la croce di una disoccupazione mai auspicata.
Nel mio ambiente corrono voci di ridimensionamento, di progetti che devono essere abbandonati per mancanza di fondi e di “personale”; nel frattempo le chiese si svuotano, gli scandali rimbalzano, si cerca con tutte le forze di far continuare a funzionare una struttura forse ormai stanca; la retorica è posta sugli anziani e sui nonni (nei giorno scorsi si è celebrata la prima giornata mondiale dei nonni, con  annesso decreto di indulgenza plenaria). Mi permetto di essere lievemente polemico perché in tempi normali, se avessi fatto scelte diverse, ora potrei essere tranquillamente nonno di molti nipoti; l’età c’è!

In questa plumbea atmosfera l’incontro tra Maria ed Elisabetta è almeno tanto stupefacente, quanto incongruo rispetto all’esperienza del presente collettivo.
La prima si è alzata piena di energia e ha attraversato velocemente una regione di montagna per raggiungere il villaggio al sud del paese dove abita sua cugina. Quest’ultima, vedendola, grida con tutte le sue forze la propria gioia, perché si accorge che stanno accadendo cose così meravigliose da aprire alla speranza un intero popolo. Si ha l’impressione che Elisabetta stia vedendo l’alba del mondo, quando la luce fa la sua comparsa sfolgorante e illumina un panorama grandioso che diventa sempre più nitido. In effetti, stanno per nascere Giovanni e Gesù ed è l’avvento di un cambiamento radicale: tutto è possibile.
Per noi oggi il cambiamento annunciato sembra non corrispondere a questa situazione.
Tuttavia, mi tornano in mente gli occhi brillanti di un’amica quando ha saputo di aver avuto una bimba in adozione; il suo corpo era quasi danzante, sembrava non posasse i piedi sulla terra, praticamente volava.
Ripenso anche agli occhi beati di un amico vedovo che, mi raccontava di essersi sorpreso a parlare per ore, senza sosta, con una donna della quale si era innamorato.
Allora mi domando: ma noi, che apparteniamo a un mondo cupo, come ci poniamo davanti a questo umano che esulta di gioia?
È forse uno shock? Sembra una barzelletta, oppure, a ben vedere, siamo un po’ invidiosi? Non potremmo passare attraverso la stessa esperienza? Sarebbe possibile? O siamo solo dei poveri illusi? Posso arrivare ad essere come Maria e attraversare le montagne pieno di energie? Posso essere visionario come Elisabetta e vedere realizzato oltre misura, e in anteprima, il sogno di un mondo nuovo? Come faccio?
Elisabetta risponde: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?  Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”.
Credo di capire che il bambino vorremmo vederlo fuori di noi, già pronto, già adulto e forte, mentre in realtà è ancora invisibile: sta formandosi. Bisogna essere un po’ visionari come Elisabetta – o lungimiranti – per intuire prima un mondo nuovo; probabilmente solo la fede piena può vederlo nascere. Ciascuno di noi porta con sé la stessa opportunità che accada, lo stesso mistero, lo stesso mondo che chiede di nascere. Per ora vediamo solo in modo confuso un mondo vecchio, che appare piuttosto al tramonto che all’alba: “Ora la nostra visione è confusa, come in un antico specchio; ma un giorno saremo, faccia a faccia, dinanzi a Dio. Ora lo conosco solo in parte, ma un giorno lo conoscerò pienamente come lui conosce me”. (1Cor,13).
D’altronde i discepoli, che avevano pescato invano tutta la notte, risposero a Gesù “sulla tua parola, continueremo a pescare”; poi scopriranno l’alba del mondo.
Penso sia necessario guardare con grande attenzione, mentre continuiamo a fare – al nostro meglio – ciò che c’è da fare: allora forse scorgeremo i germogli di quel che sta nascendo, ed eviteremo la trappola di proiettare le nostre aspettative sul futuro, volendolo subito e come noi immaginiamo debba essere, cioè identico ai nostri presunti bisogni, a nostra immagine e somiglianza. Mentre nascere è sempre diventare altro.

Le due donne rimasero insieme tre mesi, fino a quando Elisabetta diede alla luce un bambino dal nome nuovo: nessuno si era mai chiamato Giovanni nella sua famiglia. Giovanni prenderà una strada diversa da quella di suo padre, quella del deserto e annuncerà la possibilità di un cambiamento salvifico.
Fuori dalla città, più tardi, nascerà Gesù: anche Lui prenderà una strada diversa da quella di Giuseppe, percorrerà strade e sentieri, entrerà nelle case, nei villaggi e nelle città e a tutti -anche oggi – continua a chiedere di nascere e crescere, riconoscendosi figli legittimi in un mondo che è il nostro.
Potremmo anche smettere di metterlo a ferro e fuoco.

NB: in copertina l’incontro tra Maria ed Elisabetta; clicca qui per saperne di più.

Valori nutritivi

E tutti saranno ammaestrati da Dio

Giovanni 6,41-51 – Domenica, 8 agosto 2021,
Diciannovesima Domenica del Tempo Ordinario

Qual è il valore nutritivo di un alimento? Oggi siamo abituati a leggere le etichette sui prodotti per conoscere meglio ciò che mangiamo, per mangiare “sano”, come si usa dire; l’alimentazione sana dà forza ed energia. Non voglio affrontare questo tema, ma mi pongo una domanda simile ad un altro livello: cos’è veramente nutriente e ci dà forza a livello umano e spirituale?
In questo caso, per trovare una risposta, non abbiamo a disposizione etichette che servano da guida. Io so che ci sono vite la cui forza mi attrae. Cosa ha nutrito queste persone e ha dato loro la forza di diventare ciò che sono? Da questa prospettiva vorrei rileggere il vangelo di oggi.

Gesù dice: “Io sono il pane della vita”; parla di un nutrimento unico e molto particolare, tale da essere fonte di una forza che non muore, sorgente di una vita senza limitazioni.
La liturgia di oggi offre un estratto di 11 versetti, appartenenti ad una sequenza più lunga, che si apre riallacciandosi al racconto contenuto in Esodo, 16,4-35: “Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi …”. I padri che mangiarono il pane dal cielo nel deserto, però, sono morti – dice oggi Gesù. La manna durava un solo giorno, scendeva ogni giorno per sei giorni la settimana in misura perfetta e adeguata a ciascuno; il sesto giorno scendeva in misura doppia per consentire il riposo sabbatico; il popolo d’Israele si nutrì di manna durante tutta la traversata del deserto. Il pane sceso dal cielo oggi, insegna Gesù di Nazaret parlando di se stesso, è più della manna, perchè dura in eterno. Eccola, dunque, la sorgente di vita illimitata, secondo Giovanni.

L’Evangelista, con il suo racconto, intende rispondere ad una domanda che ai suoi tempi molti si ponevano: come può Gesù di Nazaret venire dal cielo, così come afferma, se è nato qui, sulla terra, e tutti conosciamo il padre e la madre?
Nella misura in cui ci si apre a questo brano, a questa Parola, perché ci si lascia ammaestrare da Dio, si riconosce che la Parola del Figlio è la stessa del Padre; entrambe (ed Entrambi) sono una cosa sola, proclamano gli stessi valori, puntano nella stessa direzione. Gesù di Nazaret, “di cui conosciamo il padre e la madre”, proprio quell’uomo che ha percorso le strade della Palestina, è anche il Cristo, il volto stesso di Dio, il pane eterno, sceso dal cielo.
Come? Quel ragazzo, il figlio di Giuseppe di cui conosciamo il padre e la madre?” – mormora il popolo di Dio, così come aveva mormorato nel deserto ai tempi di Mosè.
Nello stesso, identico modo, come il popolo nel deserto prima, e davanti all’insegnamento di Gesù dopo, noi continuiamo a mormorare, a recriminare, a lamentarci.
Il Nazareno è netto nella risposta, per chi vuole ascoltarla: si mormora, perché nessuno è in grado di mangiare quel pane disceso dal cielo se non è attratto dal Padre, si mormora perché non si è ammaestrati da Dio, si mormora perché non si ode la Parola e dunque non si impara: si è sordi.

“Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.” – È detto molto chiaramente: Gesù Cristo è la Parola da mangiare.

Credo sia necessario, nell’attesa dell’ultimo giorno, imparare a risorgere ogni giorno, letteralmente a “svegliarsi”: imparare a dare sostanza a ciò che è stato depositato in profondità dentro di noi alla nostra nascita, a questa Parola che fin troppo spesso non udiamo e che corrisponde alla nostra essenza più intima.
Per farlo, io credo, è necessario imparare a non mormorare, non lamentarsi, non recriminare, non porre osservazioni banali, altrimenti c’è troppo rumore, non si riesce a sentire la Parola, la cui sorgente, invece, è vicinissima.
Nonostante la pressione di tutto ciò che ci circonda, nonostante le nostre molteplici ferite, se facciamo silenzio, possiamo essere ammaestrati da Dio, cioè ciascuno può imparare tutto quel che c’è da sapere.
Giovanni, nell’ultimo capitolo del suo vangelo, racconta che gli apostoli incontrarono tre volte il Cristo vivo, dopo la resurrezione. Durante l’ultimo di questi tre incontri il Cristo domandò tre volte a Pietro se lo amasse. Pietro rispose affermativamente tutte e tre le volte.
Nel nostro quotidiano – ordinariamente assai meno drammatico di quello di Pietro – possiamo scoprire che non si può amare senza offrire se stessi alla luce, e senza vedere sotto la stessa luce ogni persona che incontriamo. È necessario esporsi alla forza dell’amore, solo così si può ascoltare la Parola e lasciarsi ammaestrare.
E’ una specie di parto: esporsi alla luce, darsi alla luce ed esporre l’altro alla luce, dare l’altro alla luce. Smettendo di nascondersi … Si nasce sempre alla luce; dopo, si cerca l’ombra e l’oscurità, per nascondersi, perché nessuno di noi è in grado di sostenere da solo il rischio d’amare “fino alla fine”. Anzi, ci guardiamo bene dal correre questo rischio! Come Pietro, che durante la notte della cattura, si guardò bene dal riconoscere pubblicamente di essere amico del Nazareno.
Dopo, però, quel che vide e visse esponendosi alla luce … ci espone tutti alla stessa luce.
Ci nasconderemo o ci lasceremo illuminare fino alla fine?

NB: immagine di copertina, miniatura del XIV secolo: vedi qui l’origine

Cercare

Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo

Giovanni 6,24-35 – Domenica, 1° agosto 2021,
Diciottesimasima Domenica del Tempo Ordinario

Nel vangelo di questa domenica Giovanni trasmette con parole semplici un insegnamento di profonda saggezza riguardante la persona di Gesù e la sua opera.
Gesù ha appena sfamato cinquemila persone nel deserto con cinque pani d’orzo e due pesci, le provviste di un ragazzo lungimirante. Il giorno dopo, la folla inizia a cercarlo, ma non è più là. Già, perché Gesù si muove e averlo trovato una volta non significa averlo trovato per sempre, indipendentemente dal nostro agire; bisogna, in effetti, seguirlo.
La folla, trovatolo nuovamente di là dal mare, chiede: “Rabbi, quando sei venuto qua?”
La risposta non è articolata sul quando, sull’elemento temporale. Sembra piuttosto una spiegazione di natura psicologica sulla motivazione che spinge a ricercarlo: mi cercate – dice il Maestro – perché vi siete saziati, non perché avete “visto” i segni.
Evidentemente il segno dovrebbe essere bastevole di per sé: chi lo “vede” sa che non viene solo placata e soddisfatta la fame fisica, ma anche ogni forma di avidità.
In altri termini, invece di chiederci quando e dove potremmo nuovamente placare la nostra fame, potremmo riconoscere di avere sempre a portata di mano lo stesso miracolo.
Come è possibile?
Tenendo presente proprio l’insegnamento di questa domenica: Gesù di Nazaret stesso è il pane che andiamo cercando di qua e di là in momenti diversi. Come la manna nell’Antico Testamento, Egli scende dal cielo, è “dal cielo”, proviene da quella dimensione aperta ad accogliere nel proprio spazio le nostre semplici vite; è lì che il miracolo si compie e la nostra oscura avidità si placa, lasciando il passo alla sazietà.
Lo scopo del miracolo è quello di rivelare la vera natura di Gesù, la Sua provenienza: messaggero di Dio, figlio dell’uomo, pronuncia sulla terra le parole del Padre, compiendo la Sua opera.
I miracoli sono “segni”, atti che invitano a credere.

I contemporanei reagiscono in modi diversi: alcuni, senza neppure contestare, rifiutano qualsiasi atto di fede nella persona di Gesù. Altri rimangono allo stadio dello stupore: vedono e sentono la meraviglia, ma si fermano a metà strada, ammettono che Dio ha dato a Gesù poteri straordinari, ma lo inquadrano come profeta, niente di più: questi sono quelli che vogliono raggiungerLo il giorno dopo la moltiplicazione dei pani.
C’è poi la reazione di chi percepisce il significato dei segni; sono quelli che riescono a credere in Gesù, a riconoscere chi è: non solo un rabbino la cui parola “commuove”, non solo un uomo che compie meraviglie sorprendenti, ma uno che vive una relazione unica con il Padre che Lo ha inviato, è colui che può dire: “Il Padre ed io siamo uno”.
Anche noi dovremmo poter dire lo stesso.
Possiamo?
A questo punto la domanda centrale si trasforma, non più quando e dove saziarsi, ma cosa fare per lavorare all’ “opera di Dio”?.
La risposta è tanto semplice, per alcuni poco “costosa”, per altro così “costosa” da sembrare impossibile: credere.
Credere è un’opera; ed è anche l’unica veramente importante, perché se la fede in Gesù è radicata nel cuore di un uomo, tutto il resto seguirà.
Il Cristo, per me, non è solo uno splendido ideale di uomo donato a noi tutti, non è solo il Galileo le cui parabole continuano a commuovermi: è colui che il Padre ha “segnato con il suo sigillo”, l’unico che può farci attraversare la vita e la morte, perché è anche la manifestazione stessa in carne ed ossa del principio che ci fa essere qui, ora.

Siamo lenti, non solo a capire, ma anche a fidarci: abbiamo sempre un sospetto residuale: “Ma tu che segno fai?”
Ancora?
Dopo la moltiplicazione?
Gesù si spiega a lungo, in un discorso sul pane della vita, di cui oggi leggiamo solo la prima frase, perché per lo più siamo lontani dal pane della sazietà, molto lontani dalla manna: il popolo della Galilea pretende da Gesù prodigi più grandi e duraturi di quelli di Mosè …
Gesù non risponde a livello del miracolo: lascia ai discepoli i segni della nuova Alleanza, che ogni giorno si rinnovano per ciascuno, attraverso i quali tutto è già dato a colui che crede.
Vorremmo rassicurazioni immediate; che il Cristo fosse facilmente raggiungibile con l’intelligenza o con la memoria, che saltino fuori prove e gioie, che una volta risponda, chissà, alle nostre spettacolari aspettative in termini di successo rapido ed efficace. Insomma ci piacerebbe un dio prestante e performativo! Ma non è Apollo …, non è Giove…
Gesù non è un organizzatore di eventi, non prende parte all’escalation verso il prodigioso.
I nuovi segni sono semplici e raccontano sempre la stessa eterna verità: “Sono davanti a te e questo è il mio corpo.”
Chi di noi è così cristiano da poterlo ripetere?
Il Cristo sembra sempre altrove, dall’altra parte, ritirato chissà dove; la gente continua a cercarlo, ma non vede i segni, e non li ripete…con fiducia…

E lo riconobbero allo spezzare il pane…
I discepoli di Emmaus non lo stavano cercando e non si aspettavano d’incontrarlo…però l’hanno riconosciuto attraverso il segno.

NB: Per l’origine dell’immagine in copertina clicca qui: Duccio di Buoninsegna, I discepoli incontrano il Cristo sulla via di Emmaus, particolare della Maestà, custodita nel Duomo di Siena.

Criteri del “noi”

C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci

Giovanni 6,1-15 – Domenica, 25 luglio 2021,
Diciassettesima Domenica del Tempo Ordinario

Provo a rileggere il racconto evangelico di questa domenica ricordando un passo dell’Antico Testamento nel quale il Signore – nella notte della liberazione dalla schiavitù in Egitto – ordina al suo popolo di mangiare in piedi del pane azzimo, fianchi cinti e sandali ai piedi; iniziava così il cammino verso la terra promessa, durante il quale, nel deserto, il cibo cadeva dal cielo sotto forma di manna.
Nel racconto di Giovanni Gesù offre cibo a 5000 uomini, invitandoli a sedersi sull’erba, rendendo grazie e distribuendo i 5 pani e i 2 pesci di un ragazzo “qualunque” .
Le due immagini sono molto diverse: nel libro dell’Esodo è rappresentato l’inizio di un lungo peregrinare verso la terra promessa, sostenuto dal Signore, mentre nel vangelo di Giovanni è rappresentata una festa con cibo in abbondanza per tutti, subito.
La moltiplicazione dei pani è presente in tutti i vangeli, addirittura due volte sia in Marco che in Matteo: è l’unico miracolo presente sei volte nel Nuovo Testamento. Tra una versione e l’altra ci sono varianti, ma nel complesso il processo è quasi identico.
Ci sono molte interpretazioni di questo testo. I razionalisti vedono il senso del miracolo nella capacità di vivere privi di tutto il superfluo, così come Gesù e la folla che si trovano nel deserto. Nella stessa direzione alcuni sostengono che alla base della moltiplicazione … ci sia una divisione: il cibo si moltiplica perché viene con-diviso. La divisione del poco però difficilmente genera una folla sazia, quindi il senso dev’essere cercato altrove.
Se avesse avuto luogo un grande picnic ascetico, sarebbero troppe le sei versioni e sarebbero troppi anche i dodici canestri di cibo avanzato; i canestri parlano chiaramente di una strana sovrabbondanza.
Alcuni propongono di leggere questo testo come lo sviluppo della moltiplicazione dei pani fatta dal profeta Eliseo (2 Re 4,42-44) che con venti pagnotte d’orzo nutrì un centinaio di persone e anche lì ci fu un avanzo. L’interpretazione è interessante perché l’attesa del Messia avrebbe potuto generare l’aspettativa di un potenziamento rispetto agli eventi di per sé già straordinari dell’Antico Testamento e ottenere una conferma da un miracolo del genere: da venti pagnotte che sfamano cento uomini con l’avanzo, si passa a cinque pani e due pesci che ne sfamano 5000 con l’avanzo.
Altri ancora vedono in questo testo una rappresentazione simbolica dell’insegnamento di Gesù alla folla e una prefigurazione del grande pasto messianico alla fine dei tempi.
Le varie interpretazioni – e ce ne sono altre – non si escludono a vicenda, tuttavia io credo che il vero miracolo consista nella trasformazione della massa in una comunità pacificata attraverso tre elementi: il dono, il rendere grazie, la distribuzione. A quel punto ce n’è per tutti. E con l’avanzo.
Non sarebbe così forse anche oggi?
In questo testo ciò che stupisce non è che una folla possa mangiare, ma che questa folla non si disperda per mangiare, ciascuno per conto proprio.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci è un insegnamento in azione, non più in parole, ed è l’unica volta che una folla si costituisce come comunità riunita attorno al Cristo.
Nei Vangeli, Gesù incontra persone singole, o si muove con una folla eterogenea senza riferimento, una moltitudine senza nome e senza progetto. Qui, per la prima volta, c’è un progetto, anzi un doppio progetto: da una parte i discepoli capiscono di avere una precisa responsabilità rispetto alla folla: “Date loro da mangiare” e, dall’altro, la folla sperimenta che ciò a cui tende è l’essere insieme condividendo la vita stessa dentro un orizzonte di senso comune e molto più ampio.
Queste sono le condizioni del “noi”: il dono, il rendere grazie e la distribuzione. Si vedano i tre sommari negli Atti degli Apostoli: 2,42-48; 4,32-35; 5,12-16. Su questi tre criteri si fonda la prima comunità cristiana.
Non sono più le “pecore senza pastore” di domenica scorsa. Questa espressione, spesso usata nell’Antico Testamento, si riferiva a Israele in una posizione di angoscia a causa della scomparsa o della defezione dei suoi leader; un’allusione abbastanza trasparente, è probabile che l’evangelista, usandola, volesse segnalare il modo in cui i leader politici e religiosi della sua epoca trascuravano e/o ignoravano la loro funzione.
Nel vangelo di domenica scorsa veniva detto che Gesù alla vista di quella folla senza pastore “si commosse”, quindi, dovremmo chiederci, cosa produce spontaneamente il nascere di un gruppo, più o meno grande che sia, dalla famiglia, via via, fino agli abitanti di una nazione, per arrivare al cosiddetto popolo? Cosa occorre perché il popolo non sia semplicemente un’accozzaglia di individui, provenienti dai villaggi d’intorno, ognuno guidato dal proprio ristretto e solitario orizzonte? E dalla propria e solitaria fame?
Gesù non si comporta come un leader alla ricerca di followers o di iscritti al partito, fa esattamente il contrario. Quando capisce che vogliono farlo re, si ritira in (alta) montagna.
Gesù per prima cosa offre un insegnamento; il primo elemento della costituzione di una comunità è l’insegnamento. Anche Luca nei citati sommari degli Atti degli Apostoli mette in rilievo l’importanza dell’ascolto della Parola. Per percepire il bene comune e lavorare per costruirlo insieme si deve essere sufficientemente informati; l’insegnamento è fondamentale per creare una base comune di comprensione del mondo. La folla è definita spesso come “insegnata”; qui si va oltre: non solo è “insegnata”, ma è anche nutrita.
Dunque, la sfida è: riuniti per nutrirsi tutti o sparsi per mangiare da soli?
Il miracolo si compie rispondendo alla sfida attraverso i tre criteri dell’offrire spontaneamente (il dono), del ringraziare (il rendere grazie) e del distribuire (il condividere).
Cristo organizza la folla in gruppi, la “installa” in uno spazio – all’inizio del testo era un “luogo deserto”, senza denominazione, vale a dire disponibile – questo spazio deserto diventa il luogo della nascita della comunità.
È la comunità cristiana che nasce sotto i nostri occhi in questo testo: esperienza in cui viene abolita, da subito, la distanza tra il fine e i mezzi. Non c’è fine (ottenere il nutrimento), né mezzo per ottenerlo (il denaro per comprarlo), c’è un atto che riempie lo spazio di significato del soggetto e fa in modo che ciò che passa attraverso di noi e che succede in noi sia superato a favore di un bene comune del quale possiamo godere appieno tutti.
Si arriva a percepire che, nel dono spontaneo, non solo la riconoscenza o la restituzione neanche vengono richieste (il ragazzo non reclama nulla, non ci pensa proprio, non parla), ma che il dono cammina, per così dire, sulle proprie gambe. Se ci si assume la responsabilità di un altro per dono (per amore) si viene trasportati da questo dono, si obbedisce a questo dono…e ce ne sarà d’avanzo.
Qui viene fondata un’esperienza sociale fondamentale: attraverso il dono la comunità riunita sperimenta le proprie basi e queste ricollegano la persona alla propria comunità oltre le regole cristallizzate e istituzionalizzate. Si tratta di un’esperienza che concretizza la tensione tra individuo e società, tra libertà di ciascuno e obbligo morale individuale.
Gesù fa esattamente l’opposto del leader: si ritira e lascia che la folla diventi comunità e che la comunità gestisca da sola i dodici cestini di resti.
Il testo della moltiplicazione dei pani evidenzia le due dimensioni antinomiche del cristianesimo: quella del Deus Absconditus e quella del Dio-uomo; in altre parole, qualsiasi filosofia attorno a Dio deve superare due insidie: la tentazione d’isolare Dio dal mondo a tal punto da renderlo estraneo all’uomo o unirlo tanto al mondo fino a perdere il senso dell’infinita differenza tra Dio e l’uomo.
La comunità cristiana poggia sulla trascendenza del divino e si nutre dell’immanenza del dono.
La moltiplicazione dei pani e dei pesci è un testo di transizione: non si può rimanere bloccati sui resti che vengono raccolti. Questi sono la premessa di nuove comunità, resti che ci sono destinati affinché tutti possano vivere insieme del dono iniziale.

Gesù: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» 
Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo!»
Andrea: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?»

Nella trasmissione dell’insegnamento il Primo provoca, il secondo obietta, il terzo, intuendo, indica la soluzione.

È ancora qui quello con i cinque pani e i due pesci?

NB. in copertina foto da una raffigurazione nelle Catacombe di San Callisto a Roma, per l’originale clicca qui

Riposarsi

Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto e riposatevi un po’.

Marco 6,30-34 – Domenica, 18 luglio 2021,
Sedicesima Domenica del Tempo Ordinario

Una grande folla può sembrare un gregge e se le persone si accalcano disordinatamente attorno a chi le guarisce dai loro malanni, la compassione può afferrarci.
Le folle, più in generale, cercano un leader, un punto di riferimento umano che incarni le loro aspettative. Di fronte a queste pecore che chiedono una guida, qualcuno potrebbe essere tentato dall’idea di diventare un mentore, per addestrarle tutte come un solo uomo.
Il Nazareno si fa “maestro” laddove incontra bisogno e speranza, piegandosi alla realtà del mondo e alla vita degli uomini, tra i quali egli stesso si è fatto uomo; Gesù diventa “pastore” per rispondere alla prostrazione di uomini e donne privati di una direzione vitale. Il Cristo Pastore, quindi, non addestra un gregge, chiama per nome ogni persona, additandole la via. Così facendo, però, fa esplodere il gregge, fa a pezzi la colonia, perchè lacera i vincoli servili che si instaurano facilmente tra gli esseri umani.
Il Cristo non viene per radunare un gregge, una massa indifferenziata di pecore sbandate, ma invita ciascuno a parte, anzi in dis-parte, per un sentiero specifico; conoscendo ogni cosa, con ciascuno coltiva un legame unico, mantenendo un attaccamento, un’amicizia, potremmo dire, singolare. ll Cristo non ha nulla a che fare con la moltitudine gregaria, cerca il legame individuale, l’attaccamento intimo, la relazione libera, perché l’incontro esiste solo nel particolare, nel distinto, tra qualcuno e qualcun altro, fuori dal gruppo, fuori dal clan.
L’unione tra due persone è vera solo nella totale libertà di entrambi, fuori da ogni influenza, coercizione o schiavitù. La comunione nell’incontro non è dissoluzione nell’altro o assorbimento dell’uno nell’altro come nell’amore romantico; tantomeno può essere rappresentata dall’obbedienza cieca che s’immola per principio. Questi tre atteggiamenti relazionali rappresentano altrettanti pericoli di fronte ai quali la cautela è d’obbligo e non hanno nulla di “cristiano”.
In linea generale non è la pecora obbediente che mobilita il pastore, ma quella smarrita; il pastore può addirittura abbandonare il gregge per re-instaurare il legame con quella particolare pecora che vede a rischio altrove. Il Cristo non diffonde la sua sapienza come una quantità di materia omogenea distribuita in scatola, usando stampini per contenerla e offrirla a tutti in piccole dosi. L’insegnamento è donato, per compassione, a ciascuno; ascoltarlo non dipende dall’appartenenza all’ovile, né dalla fedeltà ad alcuna corrente, ma da una disposizione e poi da una decisione personale.
Ciò che possiamo chiamare salvezza nasce da un’apertura senza riserve all’altro; dipende dalla decisione di vivere per sempre con quell’altro, piuttosto che da soli. Si sceglie: il movimento piuttosto che l’immobilità, l’inaspettato piuttosto che il previsto, il nascente piuttosto che il morente, la vita piuttosto che la morte.
Il movimento del Cristo, il suo muoversi a compassione, il suo essere visceralmente commosso, è il risultato che emana dalla sofferenza di chi non ha più appartenenza, di chi è stato sradicato a forza dalla propria terra d’origine, tradito da un inganno.
Chi è questo, così mal messo?

Tutti. Sono io, sei tu, è lui, è lei; sono tutti quelli che appartengono a quella folla instabile, che corre a destra e a manca, che va dove tira il vento, influenzata dall’influencer più vicino. Lì, se non si va alla stessa velocità, se si esita, si è sospinti, stretti, forse si può essere anche travolti o calpestati o spingere altri ad essere travolti.
In un movimento di gregge, senza una guida saggia che operi in noi, non esiste discernimento individuale e decisione personale; si è solo trascinati lì dove va la massa. È questa folla indiscriminata, instabile, che turba, che commuove, una folla senza pastore, la stessa che poi – in queste stesse condizioni – è capace di gridare a gran voce “crocifiggilo!”

Il fenomeno gregario è sempre esistito, ed esiste anche oggi. La massa si aggrega dove la cosiddetta “riprova sociale” indica, inducendo tutti coloro che non sanno cosa fare o cosa pensare a adottare con molta naturalezza il punto di vista altrui.
Si pensi alle recensioni online oggi così diffuse, ai fabbricatori di opinioni, oppure all’atteggiamento di chi cerca un ristorante, un albergo, così come uno stile d’abbigliamento e perfino un luogo di culto: il più delle volte andrà in un luogo dove semplicemente c’è già molta gente.
La riprova sociale indica la direzione della mandria, di tutti quelli che non osano o non sentono la necessità di consultare troppo se stessi.
Per il ristorante o il vestito il rischio è limitato, ma quando c’è qualcuno che, ad esempio, costruisce o propaga menzogne, oppure istiga alla violenza, gli effetti della riprova sociale e i meccanismi gregari possono essere disastrosi.
Il racconto evangelico di questa domenica mette in luce il punto di vista cristiano su questo stato di cose, quando all’interno dei gruppi umani vige la mancanza di discernimento.
L’invito è: “Venite in disparte, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”: venite “voi stessi”, o venite “voi-altri”: c’è un momento specifico per ciascuno di noi nel quale è necessario prendere le distanze da quella situazione.
Venite in disparte: separarsi dalla folla è l’opposto dell’atteggiamento gregario.
Infine: “in un luogo deserto”: in solitudine.
L’esito è il “ri-poso”, ovvero il posarsi nuovamente, avendo abbattuto l’istinto gregario e avendo trovato la propria direzione.
Non è un caso che il Vangelo di domenica prossima ci parli della moltiplicazione dei pani; per vivere uniti in noi stessi occorre prima trovare il Significato e la Via.
Alcuni si disperdono, altri rimangono, altri si spostano geograficamente, altri no.

La sosta nella Parola, nel luogo in dis-parte nel quale il Cristo parla donando la pace, non è per correre insieme indistintamente, ma per ricostruire insieme ordinatamente. Non sbagliamoci proprio sul Pastore…per favore.

NB: in copertina, foto di un particolare di un dipinto custodito nella Pinacoteca di Siena.